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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 11/07/2016, 01:14 
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Yw Titi: la misteriosa isola scomparsa degli Antenati

Dopo aver parlato degli enigmatici atipici individui predinastici trovati in terra Egizia voglio portare all’attenzione degli amici di Acam la misteriosa isola da cui, secondo i testi scritti sulle pareti del tempio di Edfu, giunsero gli Antenati che generarono gli dei primigeni egizi.

Argomento che mi darà anche l’occasione per parlare di una scoperta fatta nell’agosto 2015 che ha avuto un rilevante clamore mediatico ma, come sempre accade ogni qualvolta verrebbero rimesse in discussione radicate “certezze” derivate da preconcetti più che consolidati, anche una confutazione. Questo ritrovamento, infatti, non solo sarebbe molto conciliabile con l’oscuro mondo primordiale che graviterebbe intorno all’isola citata dai testi ma anche con la collocazione degli Antenati da me supposta nella prima metà del IX millennio a.C.[ii] e con gli antichi Dei Costruttori.

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Naturalmente per coloro che hanno opinioni ortodosse questa misteriosa isola è associabile a una delle tante isolette del Delta o del Nilo. Diverse, invece, le convinzioni dei ricercatori alternativi perché per alcuni è un palese riferimento alla mitica isola platonica di Atlantide; per altri alla leggendaria Thule (sede degli Iperborei conciliabili con i numerosi misteriosi individui predinastici alti, possenti e biondi rinvenuti in Egitto) e per altri ancora all’altrettanto leggendaria Esperia, l’isola delle Amazzoni nella palude libica Tritonide, di cui parla Diodoro Siculo[iii]. Come si avrà modo di vedere, però, questa “oscura” isola primordiale potrebbe far parte di un contesto molto più tangibile e, soprattutto, molto più vicino. Ma procediamo con ordine.

Tra gli studiosi è opinione assai diffusa che gli Egizi divennero improvvisamente una cultura megalitica all’inizio della III Dinastia (con la costruzione della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara) che avrebbe poi raggiunto l’apice nella IV Dinastia con le monumentali costruzioni di Giza. Questa convinzione, però, verrebbe smentita non solo dal fatto che la piramide di Djoser sembrerebbe non essere stata la prima struttura piramidale ad essere realizzata in Egitto (tanto è vero che oltre alle numerose raffigurazioni egizie di strutture similari anteriori di secoli al regno di Djoser[iv] pure Manetone attribuisce già al quarto re della I Dinastia la costruzione di piramidi[v]) ma anche dalle molte strutture realizzate con grandi massi presenti in Egitto. È molto difficile, perciò, non percepire agli albori della storia egizia la presenza di una cultura megalitica i cui discendenti ne avrebbero perpetuato le tradizioni per millenni. Probabilità di cui, volenti o nolenti, si deve tener conto perché ampiamente suffragata dai grandi monoliti di Nabta Playa e dagli Dei Costruttori primigeni citati nei testi del tempio di Edfu dedicato a Horus-Behudety.

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Due delle numerose raffigurazioni egizie anteriori di secoli al regno di Djoser. A sinistra mio schizzo a matita del particolare della Paletta di Narmer (la realizzazione di questo tipo di oggetti votivi scomparve con l’avvento dell’età storica e, quindi, secoli prima di Djoser) in cui è possibile vedere già una struttura piramidale all’interno di in recinto. A destra mio schizzo a china del riquadro di Den (I Dinastia) sulla Pietra di Palermo in cui appare una struttura piramidale a gradoni degradanti.

Soprattutto questi ultimi sono molto interessanti perché, non appartenendo al consueto pantheon egizio in quanto citati tra gli Antenati (tpyw‘) che originarono gli dei primigeni successivi, suggerirebbero che potessero ricollegarsi ad ancestrali tradizioni precedenti l’epoca mitica (Primo Tempo) che avrebbero visti protagonisti gli stessi Antenati. Nelle scene che illustrano i rituali di adorazione dedicati a questi misteriosi personaggi, infatti, l’egittologa Eva Reymond (già Jelinkova), specializzata in Edfu[vi], fa notare i molti parallelismi tra djdw-dei (che nelle tradizioni più tarde fu associato alla piccola Enneade) e tpyw‘-Antenati e il fatto che molte volte questi termini si alternino. Ciò la porta a suggerire che djdw debba riferirsi a divinità di un altro mondo sacro precedente che poteva eventualmente svanire e, visto che questi djdw rappresentavano gli Antenati del mondo sacro che era a seguire, è probabile che indicassero la forma spirituale degli dei del passato[vii].

Superfluo dire che per questioni di spazio è impossibile riassumere tutti i testi incisi sulle pareti del tempio (basti pensare che l’egittologo francese Emile Chassinat impiegò 40 anni per copiare e pubblicare tutte le iscrizioni che pubblicò in una monumentale opera composta da 14 volumi di cui otto con più di 3.000 pagine di testi geroglifici) per cui porterò brevemente all’attenzione degli amici di Acam solo alcuni punti molto intriganti. Alcuni di quelli, cioè, che per la loro problematica lettura per espressioni inusuali, per adattamenti successivi o perché incompleti o deteriorati continuano ancora ad avere un significato oscuro dando luogo soltanto a interpretazioni molto speculative e che, in base alle convinzioni (ortodosse o no) di chi li commenta, inevitabilmente prospettano scenari diversi e, a volte, anche molto distorti.

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In questi testi, che citano di essere tratti da un antichissimo libro sacro che riportava le parole dei saggi, vi sono riferimenti ad antichi esseri divini suddivisi in Anziani, Discendenti di Tjenen, Figli del Creatore, Gloriosi Spiriti dell’Età Primigenia, Figli dei Saggi, Dei Costruttori e Augusti Shebtiu; a una misteriosa isola in parte coperta di canne chiamata “Isola dei Calpestatori” (yw titi) che si trovava nell’oscurità al centro delle acque primordiali e anche a una distinzione tra i membri di questa società divina. In questo gruppo, infatti, vi erano due leaders, Wa (il Lontano) e ‘Aă (il Grande), ma soltanto loro erano i Signori dell’Isola dei Calpestatori e, a quanto pare, solo successivamente si sarebbero uniti agli Shebtiu (dopo che questi ultimi erano andati a far loro visita) perché nel pilone del tempio sono raffigurati senza Wa e ‘Aă.

E se i nomi degli Shebtiu sono molto coinvolgenti (il Lontano, il Grande, il Marinaio, il Sacro di Testa, il Creatore del Serpente della Terra, il Signore dei Due Cuori, il Signore della Vita e del Dominio e il Signore dal Torace Possente che fece il massacro-Anima che vive sul Sangue), maggiormente lo sono il “Luogo in cui i nemici furono annientati”, il “Territorio dell’Antenato”, il “Luogo del Ricongiungimento” della congrega di questi dei, l’Isola della Fiamma, l’Isola dell’Uovo in cui risiedevano le prime due generazioni dei Creatori (la prima era di Mesenty mentre la seconda è chiamata quelli di Kas, riferimenti tuttora indecifrabili), l’Isola delle due Fiamme e il laghetto dalle sponde primordiali vicino al quale vivevano gli artefici della creazione.

Ovviamente, poi, c’è il Falcone Horus, il posatoio su cui si posò e un enigmatico invito degli Shebtiu fatto al Falcone di andare a visitare il posto. Inoltre, tra le tante cose simboliche create a protezione del luogo, si viene anche sapere che furono create due divinità (Segemeh e Sekem-Her) simbolizzate da due bastoni o aste[viii] che avevano il compito di respingere il pericolo dall’isola (il nemico Serpente) e che fu portato anche il pilastro Djed (che i testi suggerirebbero anche restaurato dagli Shebtiu, il che attesterebbe che già gli Antenati avessero competenze nell’arte di lavorare la pietra, tra l’altro avvalorato proprio dalla presenza di Dei Costruttori).

Ciò che intriga maggiormente, però, è che la creazione interessò più possedimenti (pāy-lands chiamati anche Isole Benedette) e altri posti sacri perché il tutto parrebbe indicare che questo mondo primordiale alla fine includesse 10 territori di cui vengono citati anche i nomi: Tumulo del Raggiante, Isola di Ra, Pilastro-Died della Terra, Alta Collina, Albero dell’Olio, Colui che in Kas è ricco, Mesen, Colui che rese prosperi i posti, Behedet (che parrebbe avere anche il nome Primo dei Tumuli) e Luogo degli Spiriti.

Ovviamente i testi raccontando i vari stadi della creazione parlano di divinità, preghiere, incantesimi ed eventi loro correlati ma è chiaro che descrivano avvenimenti (trasformatisi poi con il passare del tempo in miti che in seguito avrebbero amalgamato più tradizioni) che videro protagonisti vere e proprie entità fisiche. E’ molto difficile, perciò, non ravvisare in questi misteriosi esseri divini possibili capi di fieri gruppi dall’indole bellicosa entrati in competizione (molto probabilmente per l’accaparramento di una risorsa importante) che alla fine avrebbero poi stretto un’alleanza. A supportare tutto ciò, infatti, parrebbe essere il termine titi perché letteralmente significa “calpestare i nemici”, il “Luogo del Ricongiungimento” e gli altri nomi con cui è citato il sacro mondo primordiale, tra cui Isola della Lotta e Isola della Pace. Inoltre, visto, che la creazione non fu un atto unico ma avrebbe progressivamente riguardato più luoghi si potrebbe anche arrivare a pensare che l’alleanza o la riunione di questi gruppi avesse rafforzato il loro potere portandoli a poco a poco a conquistare nuovi territori.

Potrebbe non essere azzardato, perciò, ravvisare in questi remoti personaggi, prima avversari e poi alleati, gli avi di quei gruppi ancora oscuri[ix] che a cavallo del VII/VI millennio a.C. per le loro maggiori conoscenze e la loro organizzazione sarebbero riusciti ad imporsi anche su aree sempre più estese del Delta Occidentale perché non bisogna dimenticare che per le tradizioni egizie i regni dei primi re divini furono caratterizzati da continue ribellioni degli uomini.

Ovviamente chi ha opinioni ortodosse identifica il luogo della creazione e i nomi citati con la città di Edfu e i territori limitrofi ma, poiché i sacerdoti dei più importanti centri di culto egizi lo associavano alla propria città, è presumibile che il tutto avesse un’unica remota origine che con il tempo sarebbe stato poi arricchito da altre antiche tradizioni correlate ai vari centri cultuali[x].

Si potrà notare poi che il posatoio su cui si posò Horus ricorda molto il germoglio primordiale uscito dalle acque nel primo mattino del mondo su cui si posò la mitica Fenice e Rundle Clark nel suo libro “Myth and Symbol in the Ancient Egypt” identifica la lontana terra ammantata di mistero e magia al di là del mondo da cui proveniva questo leggendario uccello con “l’Isola del Fuoco, il luogo della luce eterna oltre i confini del mondo dove erano nati o resuscitati gli dei e da dove venivano inviati nel mondo…”[xi]. Questa Isola del Fuoco ha forse un collegamento con l’Isola della Fiamma citata nei testi di Edfu? E lo ha anche con l’Isola della Fiamma citata innumerevoli volte nel Libro dei Morti?

Oltre all’Isola del Fuoco, della Fiamma o della Due Fiamme, anche altri indizi parrebbero suggerire la possibile localizzazione del misterioso mondo sacro primordiale correlato agli Antenati e sono l’attività vulcanica, alcuni nomi dei pāy-lands, il laghetto dalle sponde primordiali, il nemico Serpente, l’ossidiana, il falco, le due divinità Segemeh e Sekem-Her, le numerose raffigurazioni rupestri sahariane che immortalano remoti individui con testa di uccello[xii], le divinità egizie con testa di uccello (prima fra tutti il falcone Horus) e infine il pilastro Djed.

Isola del Fuoco, della Fiamma o delle Due Fiamme

Naturalmente un’Isola della Fiamma, del Fuoco o delle Due Fiamme riporta subito alla mente un’isola vulcanica e, tra i contesti conciliabili con un collocamento di questa misteriosa isola, la Sicilia ha un ruolo predominante non solo per la presenza dell’Etna, il vulcano più grande d’Europa, ma anche perché prima della risalita olocenica del livello dei mari il suo territorio sarebbe stato molto più esteso, come del resto quello del litorale tunisino, il che avrebbe potuto facilitare possibili migrazioni di remoti clan dalla nostra penisola verso il Nord-Africa e viceversa. Al tempo dell’ultimo maximum glaciale, inoltre, il Canale di Sicilia sarebbe apparso completamente diverso perché, oltre a Pantelleria, nel settore nord-occidentale vi sarebbero state molte altre isole e isolotti mentre l’arcipelago maltese sarebbe stato un tutt’uno con la Sicilia. Ciò quindi avrebbe permesso l’attraversamento di questo braccio di mare tra Tunisia e Sicilia non solo a vista ma anche in un tempo molto più breve di quello occorrente ai nostri giorni.

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Dall’immagine, inoltre, si potrà notare che, prima della risalita olocenica del livello del Mar Mediterraneo, nel Canale di Sicilia vi erano proprio 10 aree emerse isolate molto conciliabili con le 10 pāy-lands dei testi. Soltanto una fortuita coincidenza?

Probabilmente sì ma, come si vedrà, non solo tutti gli indizi sembrerebbero convergere proprio su questo antico tratto di mare ma nel mondo sacro primordiale degli Antenati l’isola di Pantelleria potrebbe aver avuto un ruolo determinante.

Sicuramente gli amici di Acam obietteranno che il picco dell’ultima era glaciale risalirebbe all’incirca a 18.000 anni fa ma è proprio in questa epoca che potrebbero collocarsi i lontani progenitori di coloro che sarebbero stati poi ricordati dalle tradizioni egizie come Antenati degli dei primigeni. Inoltre, la colonizzazione della Sicilia è fatta risalire proprio a tale periodo[xiii]. Poiché il Canale di Sicilia avrebbe iniziato a cambiare progressivamente aspetto per l’innalzamento del mare intorno ai 12.000 anni fa[xiv], questo braccio di mare avrebbe permesso un’agevole navigabilità per circa 6 millenni favorendo così per migliaia di anni non solo possibili migrazioni di clan tra le due sponde ma potrebbe essere stato anche un’importante direttrice per scambi di un bene molto significativo per l’epoca cioè dell’ossidiana che in epoca preistorica rappresentò uno dei beni più ricercati, tanto è vero che è chiamata anche l’oro della preistoria.

L’attività vulcanica

Pantelleria, chiamata anche Perla Nera del Mediterraneo per il nero diamantino delle sue pietre vulcaniche, è ricchissima di suggestive quanto uniche bellezze naturali tra cui scogliere alte più di 300 metri, baie incantevoli, colate laviche che solidificandosi hanno creato sorprendenti paesaggi, grotte, sorgenti termali e le famose “Favare”, getti di vapore acqueo che fuoriescono a intermittenza da spaccature delle rocce. E, proprio perché terra vulcanica, è anche un’isola fertilissima e quindi conciliabile con i pāy-lands Albero dell’olio e Colui che rese prosperi i posti.

La sua evoluzione geologica iniziò oltre 300.000 anni fa e nel corso dei millenni vide parecchi cicli di attività eruttiva. Tra i 44.000 e i 35.000 anni fa, nella parte sud-orientale della caldera dei Cinque Denti, emissioni di colate laviche e piroclastiche riempirono circa due terzi della caldera formando il vulcano di Monte Gibele mentre intorno ai 18.000 anni fa il sollevamento della porzione centro-settentrionale della caldera portò alla formazione della Montagna Grande, la cima più alta dell’isola (836 m). Tra i 18.000 e i 3.000 anni fa, inoltre, vi furono anche importanti eruzioni dai centri eruttivi pericalderici in corrispondenza di fratture radiali[xv].

Si noterà, quindi, che quando il Canale di Sicilia era ancora costellato di terre emerse l’isola di Pantelleria non solo sarebbe stata molto conciliabile con l’Isola del Fuoco o della Fiamma ma anche con quella delle Due Fiamme per possibili eruzioni contemporanee da due centri eruttivi e con l’oscurità, dovuta proprio alle eruzioni, che avrebbe avvolto l’isola.

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Lo Specchio di Venere

Non si deve dimenticare poi il suggestivo Specchio di Venere, un laghetto dalle acque turchesi e cristalline alimentato dalle piogge e da numerose polle di acqua sulfurea gorgoglianti a pelo d’acqua. Questo laghetto, infatti, si è formato in una conca di origine calderica ai piedi della contrada Bugeber nella parte settentrionale dell’isola e le polle e i fanghi gorgoglianti gli conferiscono un aspetto lunare che ben si concilierebbe con quello dello specchio d’acqua dalle sponde primordiali vicino al quale vivevano gli artefici della creazione. Ad accrescere maggiormente la conciliabilità di Pantelleria, inoltre, anche la Montagna Grande associabile al pāy-land Primo dei Tumuli (Behedet) mentre il pāy-land Alta Collina potrebbe associarsi ad uno dei rilievi dei crateri vulcanici minori già all’epoca inattivi (Cuddia Attalora, Cuddia Mida, etc.). Nel nemico Serpente, invece, si potrebbe facilmente ravvisare una fluida colata lavica per cui uno dei crateri dell’isola ben si accorderebbe con il Creatore del Serpente della Terra dei testi.

L’ossidiana

L’ossidiana è un vetro vulcanico che si forma per un raffreddamento assai rapido di lave viscose molto ricche di silicio (SiO2 > 65%) e, per la sua caratteristica di poter essere scheggiata in parti particolarmente affilate, fin dai tempi più remoti fu utilizzata dall’uomo per la realizzazione di strumenti taglienti, tanto è vero che il suo primo uso documentato (sulle coste del Mar Rosso), risale a 125 mila anni fa

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Nonostante ciò, però, si ritiene che la diffusione del suo utilizzo iniziò nel Neolitico ma già i magdaleniani (15000/10000 a.C.) ne facevano uso, soprattutto di quella proveniente dai Carpazi. Poiché manufatti di ossidiana sono stati trovati anche a molte centinaia di chilometri dai giacimenti e questo vetro lavico ha delle caratteristiche esclusive tipiche della colata di origine che fanno risalire al luogo di provenienza, si sono potute ricostruire le vie degli antichi scambi.

Per quanto riguarda il Mediterraneo occidentale tutta l’ossidiana trovata in insediamenti neolitici della Francia meridionale e italiani è originaria della Sardegna e di Palmarola (la più occidentale delle isole Pontine) mentre quella rinvenuta in insediamenti siciliani, maltesi e tunisini proviene dalle isole di Pantelleria e Lipari.

Inevitabilmente sorge spontanea una domanda: se l’ossidiana era usata fin dai tempi più remoti e già per i magdaleniani era un bene molto ricercato, perché nel Mediterraneo la sua diffusione sarebbe iniziata soltanto parecchi millenni dopo?

Inutile dire che la risposta univoca della maggioranza degli studiosi non è affatto convincente perché viziata da radicati preconcetti. Infatti, benché ci siano prove della colonizzazione via mare dell’Australia fin dal 50000 a.C. e tracce della presenza di solutreani (20000/16000 a.C.) nel Nuovo Mondo, non solo si ritiene che la navigazione nel Mediterraneo risalga soltanto al Neolitico ma anche che i navigatori neolitici non avessero ancora quell’esperienza e capacità necessarie per effettuare traversate in mare aperto. Come spiegare allora le tracce di pesca del tonno rinvenute a Mentone (Francia) risalenti al 15000 a.C.?

Fortunatamente, però, già da molto tempo ci sono anche voci fuori dal coro come ad esempio Louis-René Nougier (titolare della prima cattedra di Archeologia Preistorica istituita in Francia e scopritore dei graffiti e pitture della Grotta di Ruffignac) che scrive: “… ricordiamo che uomini e piroghe hanno raggiunto Maiorca nell’8736 a.C. come minimo, e che la Corsica è popolata almeno dal 6610 a.C. I collegamenti marittimi sono dunque attestati nel Mediterraneo occidentale già dal IX millennio a.C. con uomini, donne e bestiame…”[xvii]

Non si può escludere, perciò, che le vie marittime dell’ossidiana delle quattro isole del Mar Mediterraneo occidentale fossero più vecchie di millenni di quanto diffusamente ritenuto e che l’innalzamento del mare possa aver cancellato remoti insediamenti litoranei in cui si sarebbero già usati manufatti di questo vetro lavico proveniente dalla Sardegna, da Palmarola, da Pantelleria e da Lipari. Inoltre, poiché in Europa l’ossidiana era un bene tra i più ricercati fin dal magdaleniano, non si può neanche escludere che gli strumenti degli avi venissero conservati gelosamente di generazione in generazione per secoli e secoli il che spiegherebbe i ritrovamenti (almeno al momento) solo in successivi contesti neolitici. Forse le cruente lotte sottintese nei testi di Edfu erano dovute al controllo della via marittima dell’ossidiana del Canale di Sicilia?

E’ interessante notare, infatti, che a Pantelleria nonostante siano state individuate ben cinque colate di ossidiana sono stati trovati anche manufatti locali che non sarebbero attribuibili a nessuna delle colate note. Vista la lunghissima attività eruttiva nell’isola, perciò, potrebbe non essere troppo azzardato pensare che una o più colate di ossidiana potrebbero trovarsi ora molto sotto il livello del mare mentre all’epoca in cui il Canale di Sicilia era punteggiato di terre emerse sarebbero state in superficie permettendo un agevole sfruttamento. Se fosse davvero così, quindi, ben si inquadrerebbero lotte sanguinose tra remoti clan entrati in competizione per il controllo di quel tratto di mare che avrebbe permesso l’esportazione dell’ossidiana e una loro successiva alleanza.

Il falco

I falconidi sono uccelli le cui doti, fin dai tempi più remoti, non sarebbero certamente sfuggite agli antichi cacciatori perché modelli di perfezione venatoria per cui questi animali sarebbero stati da emulare e magnificare nelle loro tradizioni magico-religiose. Tradizioni che alcuni clan continuarono a perpetuare per millenni di generazione in generazione e che influenzarono anche quelle di gruppi incontrati nel corso delle loro millenarie migrazioni.

Chissà, infatti, quante volte questi attenti e scrupolosi osservatori dell’ambiente che dava loro sussistenza ammiravano la fierezza di questi rapaci, la loro vista acuta, i lunghi voli planati, le brusche virate e le picchiate per catturare le prede. E chissà quante volte, affascinati e incuriositi, si soffermavano ad osservare le loro migrazioni autunnali verso sud in attesa di vederli tornare quando il clima sarebbe tornato più mite.

Beh, non ci si crederà ma il punto più importante di partenza per la migrazione primaverile di parecchie migliaia di questi rapaci verso nord è Capo Bon (Tunisia) dal quale, proprio attraverso il Canale di Sicilia, raggiungono le coste occidentali siciliane da cui poi molte migliaia proseguiranno verso la dorsale appenninica per arrivare nei territori settentrionali.

Poiché Pantelleria è nota agli amanti del bird watching per l’enorme quantità di uccelli osservabili, tra cui proprio anche molte specie di rapaci che a primavera arrivano in grossi stormi da Capo Bon veleggiando sul mare sospinti dalle correnti ascensionali, sarebbe troppo cervellotico ravvisare nell’enigmatico invito al Falcone di andare a visitare il posto un possibile riferimento all’arrivo molto suggestivo e spettacolare di questi uccelli sull’isola?

Segemeh e Sekem-Her

Un ulteriore indizio che ricollegherebbe Pantelleria al mondo primordiale degli Antenati degli dei primigeni egizi sono le due divinità create Segemeh e Sekem-Her che nei testi erano simboleggiate da due bastoni o aste che dovevano respingere il pericolo dall’isola, il nemico Serpente. E se invece, vista la presenza nei testi di Dei Costruttori, fossero stati due simboli di pietra?

In località Serraglia, infatti, vi sono dei monoliti, di cui due affiancati, che parrebbero demarcare un’area sacra. Ciò che li rende molto interessanti è il fatto che il complesso è stato eretto proprio vicino alle Favare la località, cioè, caratterizzata dalle fumarole che fuoriescono ad intermittenza da fenditure delle rocce che remoti individui avrebbero potuto associare al respiro della Madre Terra, e quindi proprio di Tanen che nei testi creò Segemeh e Sekem-Her.

Sicuramente gli amici di Acam obietteranno che il megalitismo è un fenomeno sviluppatosi in Europa solo dal Neolitico in poi non sapendo, invece, che è molto più antico. Nel sito francese di Regourdou (vicino Lascaux), infatti, fu trovata una sepoltura neanderthaliana e una fossa rettangolare con pietre allineate, anteriore alla sepoltura, con i resti di oltre venti orsi sotto

un lastrone del peso di circa una tonnellata[xviii]. A Saint Germain la-Riviere (sempre vicino Lascaux), invece, in una sepoltura magdaleniana fu trovato lo scheletro di una donna che per la complessità della tumulazione e la ricchezza del corredo funebre (composto anche da beni provenienti da territori molto lontani) fu chiamata la Dama di Saint Germain la-Riviere perché indicante manifestamente già una stratificazione sociale. La struttura funeraria era composta da 4 blocchi che sostenevano due lastre che sembravano proteggere la defunta e l’architrave più grande, sostenuta da 2 ulteriori piedritti infissi nel terreno, aveva un anello in corrispondenza della testa mentre quella più piccola proteggeva gli arti inferiori ripiegati. Datazione al C14 15780 +/- 200 BP[xix].

Anche in questo caso inevitabilmente sorge spontanea una domanda: se in Europa l’uso di grandi monoliti è già riscontrabile in contesti neanderthaliani e magdaleniani, perché il megalitismo sarebbe fiorito alla grande soltanto a partire dal Neolitico?

Si sa che la pietra non può essere datata per cui tutti i test al C14 vengono effettuati su resti organici trovati in contesti vicini. A differenza di quello di Saint Germain la-Riviere e di innumerevoli altri, però, i contesti da cui vengono presi materiali organici per le datazioni a volte potrebbero dare esiti ingannevoli a causa di stratigrafie inverse in caso di riseppellimenti di siti o per nuove frequentazioni di siti abbandonati millenni prima, possibilità quest’ultima molto frequente. Figuriamoci, poi, quanto possano essere aleatorie le datazioni di monoliti dalle cui vicinanze non è stato possibile estrapolare alcun contesto chiarificatore per cui le conclusioni sono state basate solo su consolidati preconcetti.

I menhir in località Serraglia, perciò, potrebbero anche essere molto più antichi perché non solo Pantelleria ha visto cicli di frequentazioni umane distanziate di secoli e secoli che avrebbero già potuto trovare in loco questi monoliti ma anche perché è proprio la mancanza di reperti a lasciare ampi spazi aperti a tutte le possibilità. Reperti molto più antichi in remoti siti una volta litoranei, infatti, potrebbero essere stati cancellati irrimediabilmente dall’innalzamento del mare o da frane sottomarine mentre in siti più alti, vista l’intensa attività eruttiva dai 18.000 ai 3.000 anni fa (culminata intorno al 7000 a.C.), da materiale eruttato.

Anche le osservazioni archeoastronomiche in situ fatte nel 2009 non hanno fornito informazioni per una loro possibile datazione perché, non essendo stato possibile estrapolare dal contesto alcun dato per il periodo reale della messa in loco dei monoliti, si sono limitate soltanto a posizioni solari e lunari in quanto non si è voluto azzardare nessun allineamento stellare per gli orientamenti non collimanti con i moti solari o lunari (al link della nota è possibile vedere foto di questi monoliti e scaricare il file PDF con gli esiti delle osservazioni)[xx].

Gli individui con testa di uccello

Parlando dei falconidi si è già accennato al fascino che avrebbero esercitato sugli antichi cacciatori per la loro perfezione venatoria e testimonianze di immedesimazioni con questi straordinari uccelli ci giungono da raffigurazioni parietali in grotte francesi, come ad esempio l’Uomo di Cougnac e quello di Pech-Merle riprodotti con testa di uccello, mentre ad Altamira (Spagna) incisioni profonde immortalano un uomo con volto di uccello e zampe di orso. L’esempio più noto, però, è senza dubbio quello della grotta di Lascaux (Francia) in cui nel Condotto dell’Uomo Morto sono stati raffigurati un antico cacciatore presumibilmente morto con testa d’uccello, un bisonte ferito che perde le interiora e un bastone sciamanico con all’estremità un volatile (incredibilmente simile al simbolo egizio dell’occidente), chiara rappresentazione di una caccia dall’esito drammatico.

Questa rappresentazione, inoltre, per Michael Rappengluëck (ricercatore dell’Università di Monaco) oltre ad avere un significato astronomico avrebbe anche un corrispondente nel mito egizio di Dewen-anwi (divinità egizia con testa di falco) che combatte il bovino Meskhetiu e chi ha letto il mio libro “La maledizione del Sole oscurato” ha visto quanto remote potrebbero essere le sue origini. Questo mito, di cui vi sono riferimenti sul soffitto della seconda tomba a Deir el-Bahri di Senenmut, della tomba di Seti I, della seconda sala ipostila del Ramesseum e su altri soffitti stellari, infatti, parrebbe ricollegarsi proprio agli Antenati degli dei primigeni egizi e ai numerosi individui sahariani immortalati con testa di uccello.

Probabilmente, però, molti amici di Acam non sapranno che nel contesto conciliabile con la localizzazione del sacro mondo primordiale degli Antenati vi è una mirabile incisione, continuazione dell’arte animalistica nel periodo degli ultimi cacciatori, di personaggi proprio con testa di uccello che potrebbe rappresentare il collegamento tra gli antichi individui sahariani effigiati con tali caratteristiche e la Sicilia attraverso l’antico Canale di Sicilia.

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Sto parlando delle Grotte dell’Addaura sul monte Pellegrino (Palermo) le cui raffigurazioni rupestri costituiscono una delle più realistiche espressioni dell’arte rupestre del paleolitico superiore connesse con l’arte della provincia franco-cantabrica e che la Bovio-Marconi nel Bullettino di paletnologia italiana (1953) paragonò ad analoghi spunti africani.

Si potrà notare che in queste incisioni dal tratto sicuro i personaggi hanno corpi imponenti e maestosi evidenzianti un’estetica elitaria che riportano subito alla mente gli enigmatici atipici individui dolicocefali predinastici egizi alti e possenti ma anche che uno dal capo allungato (dolicocefalo?) è contraddistinto da una peculiarità che avrebbe caratterizzato fin dai tempi più remoti proprio alcune tribù libiche e in seguito esponenti di culture predinastiche egizie: la distintiva coda (o treccia) di capelli raccolta in alto sulla testa. Soltanto una casualità?

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Questi misteriosi individui, inoltre, potrebbero già aver avuto una grande familiarità con il mare. Al centro di questa complessa scena, infatti, c’è un personaggio in atto di tuffarsi con capo e arti superiori associabili a testa e pinne di una foca sotto a un uomo con la schiena molto inarcata perché ha il collo legato da una fune alle sue caviglie per cui è davverof difficile non scorgervi un possibile rituale magico-propiziatorio sacrificale per la caccia a questo animale che, oltre alla costa, si sarebbe potuta estendere in mare aperto e a volte con esiti anche molto drammatici. Esiti a volte drammatici, infatti, verrebbero confermati dall’uomo morto effigiato con testa e baffi di foca e un arpione in mano nella grotta Cosquer, santuario paleolitico sommerso a – 37 metri (scoperto da un sub nel 1985 nei pressi di Marsiglia) ricco di riproduzioni di animali terrestri e marini arrivate fino a noi per la caratteristica ascendente della galleria di accesso che ha permesso l’intrappolamento dell’aria in una grande sala a circa 120 metri dall’ingresso.

Le investigazioni in questa grotta hanno evidenziato, a partire dai carboni residui dei focolari usati per le raffigurazioni nere a carboncino, due frequentazioni umane distanziate di circa 8.000 anni: la prima intorno al 25000 a.C. e la seconda dal 17200 al 16500 a.C. circa.

Il pilastro Djed

L’ultimo indizio, non certo però per importanza, a ricollegare il Canale di Sicilia al mondo sacro primordiale dei testi è il pilastro Djed, la colonna associata a Osiride, la cui origine è molto antica perché già nella necropoli predinastica di Helwan (circa 20 km a sud dell’odierno Cairo) sono stati trovati amuleti djed e tat (nodo o cintura di Iside) dimostrando quanto fosse antica l’usanza di seppellire questi amuleti con i defunti per allontanare le entità avverse.

Nei testi è citato che a protezione del luogo fu portato anche questo pilastro (che parrebbe fosse stato anche restaurato) e nell’agosto del 2015 è stato trovato un monolite lungo circa 12 metri adagiato sul fondale a 40 metri di profondità proprio in un’area che prima della risalita olocenica del Mediterraneo sarebbe stata un isolotto (Pantelleria Vecchia) del Canale di Sicilia.

A fare il ritrovamento, diffuso con un articolo a firma di Emanuele Lodolo e Zvi Ben-Avraham dal titolo “A submerged monolith in the Sicilian Channel (central Mediterranean Sea): Evidence for Mesolithic activity” pubblicato sul Journal of Archaeological Science 3 (2015), è stato un team internazionale capitanato da Emanuele Lodolo (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) e Zvi Ben-Avraham (Università di Tel Aviv) in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e un gruppo di sub professionisti della Global Underwater Explorers.

Il grosso blocco di pietra è caratterizzato da fori (uno che lo attraversa ad una estremità e due lateralmente) e per gli scopritori indicherebbe non solo che l’uomo avesse già occupato alcune isole che fino a circa 9500 anni fa costellavano il settore nord-occidentale del Canale di Sicilia ma anche che fosse già in possesso di evolute capacità tecniche perché la forma del monolite e i fori non possono essere addebitati a nessun processo naturale e perché, prima di essere innalzato, sarebbe stato trasportato per circa 300 metri dalla zona di estrazione

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Uno dei fori del monolite. (Image credit: E. Lodolo/ Z. Ben-Avraham)


A pochi giorni dalla pubblicazione dell’articolo sul Journal of Archaeological Science, però, è arrivata una confutazione. In un comunicato stampa a firma di tre eminenti esperti di antichità sommerse nei mari siciliani e mediterranei (Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Siciliana nonché preistorico, paletnologo e archeologo subacqueo, Fabrizio Antonioli, geomorfologo dell’ENEA, e Marco Anzidei, geofisico dell’INGV), infatti, è stato controbattuto ogni punto delle teorie postulate da Lodolo e Ben-Avraham (tra cui anche la datazione al C14) per arrivare alla seguente conclusione: il monolite non è altro che una formazione naturale, cioè un beachrock, tipica degli ambienti litorali e che spesso, a causa dell’erosione costiera, si stacca dal bacino roccioso di origine depositandosi nel Mar Mediterraneo tra +1 e -5 metri rispetto alla linea di costa. In Sardegna, Turchia, Sicilia, Grecia, Croazia e Liguria queste formazioni naturali sono note e datate fino alla profondità di 60 metri e spesso si formano su coste sabbiose le quali, cedendo, ne favoriscono la frammentazione, anche nella forma di apparenti monoliti.

I tre studiosi siciliani, inoltre, pur ammettendo che quel fondale potesse non essere sommerso nel periodo ipotizzato dagli scopritori, ritengono che il “monolite” non sia attribuibile ad opera umana per le sue caratteristiche (forma arcuata, morfologia degli spigoli e contesto) e per il foro descritto nell’articolo come opera dell’uomo perché simili fori, effetto di erosione naturale, sono comuni in molteplici formazioni rocciose.

C’è da rilevare però che, tra le motivazioni addotte a dimostrazione di un’origine non umana del monolite, nel comunicato è presente anche il trito e ritrito preconcetto della grande arretratezza degli uomini del Mediterraneo occidentale in fatto di navigazione. Per corroborare maggiormente la non attribuzione ad opera umana del monolite, infatti, i tre studiosi scrivono: “Infine, osservando la posizione geografica del “monolite” nello Stretto di Sicilia, come descritto dagli Autori nel lavoro, si nota come il sito indagato fosse una sorta di isolotto (in un’area che oggi raggiunge i -130 metri). Nel periodo Mesolitico era quindi separata dalla terraferma e, nel caso fosse stato antropizzato, doveva essere raggiungibile con imbarcazioni. Si ricorda che i primi eventi di navigazione nel mediterraneo vengono fatti risalire solo al successivo periodo neolitico”[xxii].

Ad ogni modo il fatto che il monolite possa essere un beachrock e non un manufatto non invaliderebbe affatto una sua possibile associazione allo Djed citato nei testi perché, vista una sua possibile restaurazione da parte degli Shebtiu, nulla esclude che questi avessero potuto approfittare della presenza già in loco di questa formazione litica naturale che, dopo un intervento manipolatorio di adattamento, si sarebbe poi innalzata a protezione dell’isolotto. Quante testimonianze di megaliti naturali riadattati poi in loco dall’uomo nel corso dei svariati millenni sono giunte fino a noi?

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Alcuni dei ciclopici massi erratici di Colle Lungo (VT) scalpellati nell’antichità dall’uomo
(Image credit: ACE & GUALCO – Per gentile concessione del GRUPPO TREKKING TIBURZI di Civitavecchia, RM).

Non rimane, perciò, che attendere ulteriori investigazioni del monolite e del contesto in cui è stato trovato ma già fin da ora questa scoperta, naturale o manufatta che sia, potrebbe rappresentare proprio la ciliegina sulla torta per la possibile localizzazione del misterioso mondo sacro primordiale degli Antenati degli dei primigeni egizi e cioè nell’ambito siciliano, crocevia di popoli e culture fin dai tempi più remoti.



Fonte

http://www.acam.it/yw-titi-la-misterios ... -antenati/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 24/08/2016, 21:18 
Cita:
La mitica Atlantide? La Sardegna, basta guardarla dall’alto
L’ipotesi supportata oggi dall’aerofotogrammetria. “L’isola delle torri” si riferirebbe ai nuraghi. E le colonne d’Ercole sarebbero in Sicilia


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«Queste storie non avvennero mai, ma sono sempre», la frase di Salustio che descrive miti come Atlantide





È forse il mito più ancestrale e affascinante, di sicuro è quello più persistente nell’immaginario degli uomini, quello per decifrare il quale si è indagato di più, dalla Grecia alla Turchia alla Gran Bretagna, perfino al Giappone: quanto sareste sorpresi se qualcuno vi rivelasse che la fantastica Atlantide era, in realtà, la Sardegna? Platone descrive il regno di Atlante nel Timeo e nel Crizia scrivendo di «un’isola grande più della Libya e dell’Asia», potente, civile e sacra a Poseidon, dio del mare, e i cui abitanti erano «costruttori di torri».


L’isola doveva essere ricca di acqua e foreste, con un clima dolce che permettesse più raccolti all’anno e, soprattutto, tanto ricca di minerali (argyròphleps nesos, «l’isola dalle vene d’argento») da permettersi cerchie di mura concentriche di ogni metallo. Atlantide si trovava oltre le Colonne d’Ercole ed era già antica per gli antichi quando venne inabissata dall’ira degli dei, «9000 anni prima» del tempo in cui scriveva Platone.

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(Barumini si sviluppa intorno ad un bastione di quattro torri più una centrale risalente al XVI-XIV secolo a.C.).



LA TEORIA

Secondo Sergio Frau (già giornalista e creatore di questa ipotesi, oggi confortata da dati di aerofotogrammetria, che preferisce la dizione «isola di Atlante») tutte queste caratteristiche sono riscontrabili in Sardegna e non altrove. In effetti la Sardegna sembrava agli antichi anche più grande della Sicilia, lì si facevano tre raccolti l’anno e il clima era eccezionalmente dolce, lì c’erano foreste immense e acqua in abbondanza, lì c’erano piombo, zinco, argento e la società era metallurgica fino dagli albori; lì vivevano i Thyrsenoi (i Tirreni), cioè i «costruttori di torri», i nuraghi. Gli ultimi dati riguardano proprio la civiltà nuragica: le fotografie aeree rivelano che quasi tutti i nuraghi che si trovano a quote basse sono sommersi dal fango, spesso irriconoscibili a prima vista, compresa la grande reggia nuragica di Barumini, disseppellita da 12 metri di fango e portata alla luce dopo 14 anni di scavi. Mentre i nuraghi a quote più alte, sulle giare, sono intatti e fuori dal fango. Perché? Forse la causa sta nella fine di Atlantide: uno tsunami di proporzioni enormi avrebbe colpito la Sardegna: i «costruttori di torri», che vegliavano un gigantesco forziere di argento, raccolti e civiltà perdono molte delle loro costruzioni (i nuraghi censiti sono 8.000, ma c’è ragione di pensare che siano molti di più). Gli approdi sicuri e i porti annegano sotto il fango, non ci si orizzonta più tra i fondali e la rete di commerci millenaria salta. In quel momento arrivano i Fenici e gli atlantidei finiscono asserviti ai faraoni o come fabbri in tutto il Mediterraneo. Non fu un maremoto qualsiasi, fu un megatsunami, con ondate alte centinaia di metri, eventualità oggi ritenuta possibile da molti studiosi.

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(8000 nuraghi quelli censiti in Sardegna e che potrebbero corrispondere all’opera

dei costruttori di torri di Atlantide)



Restano due problemi, il momento della fine e l’indicazione geografica. Novemila anni dalla morte di Socrate, cui dobbiamo sommare 399 anni e 2016 anni fino a noi: il tutto fa circa 11.550 anni. Ma a quel tempo non esisteva nessuna civiltà nel Mediterraneo. E se, come spesso accadeva in passato, non si fosse trattato di novemila anni, ma di novemila mesi? In questo caso si arriverebbe al 1200 a.C., momento cruciale in cui la Sardegna passa dall’età del bronzo a quella del ferro e in cui viene segnalata una poderosa tempesta sismica.



GIBILTERRA O SICILIA

Infine, la collocazione, «oltre le colonne d’Ercole». Forse, prima del III secolo a.C. le Colonne d’Ercole non erano a Gibilterra, ma nel Canale di Sicilia: lì si trova un mare davvero pericoloso da attraversare, ricco di secche e fondali fangosi (la descrizione che ne fa Platone). A Gibilterra, invece, ci sono 700 m di acque limpide e nessun pericolo. Ma chi ha spostato le Colonne d’Ercole? Il responsabile è Eratostene (III secolo a.C.) di Cirene, che porta le Colonne a Gibilterra, probabilmente per rimettere Delfi al centro del mondo conosciuto, dopo che era passato il ciclone di Alessandro Magno, che aveva allargato i confini del mondo verso Oriente. Le Colonne migrano a Occidente per ragioni di simmetria, cade la cortina di ferro del mondo antico. Nasce una nuova geografia.

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(A Ceuta di fronte a Gibilterra la statua che ricorda l’eroe greco in una delle sue dodici fatiche: superare i limiti)



Naturalmente molti pensano che Atlantide sia solo una metafora platonica: può darsi, però, come scriveva il filosofo neoplatonico Salustio, «queste storie non avvennero mai, ma sono sempre». Certo, se questa ipotesi è vera, bisogna formattare daccapo il disco rigido ormai vecchio e intasato della nostra cultura classica, in cui tutto è Grecia. Ma un giornalista-archeologo (e un po’ geologo) ci invita a farlo con argomenti chiari e avvincenti. Magari occorrono ancora altre prove, ma anche questa storia nasce da un sogno, solo che resta lì quando ti svegli e a farci i conti sono le nostre radici: è come se un pezzo di noi tornasse finalmente al posto che aveva, verso le terre del tramonto da cui siamo realmente venuti.


http://www.lastampa.it/2016/08/23/socie ... agina.html


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 26/12/2016, 01:37 
Cita:
I MISTERI DI CIVIDALE DEL FRIULI

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Nei pressi di Cividale del Friuli, una cittadina che si trova a circa 17 km da Udine si troverebbero tre presunte piramidi.
Chiamate anche “Piramidi di Rualis” in quanto sorgono a ridosso dell’omonimo centro abitato, agli occhi dei visitatori appaiono come molte altre piramidi sparse per il mondo, ovvero come tre colline ricoperte di vegetazione.
Agli occhi dei più esperti però, nasconderebbero molto di più.

Sono state scoperte nel 2007 dal ricercatore Valter Maestra (radioestesista e collaboratore con SB Research Group presso le Piramidi di Visoko in Bosnia), sono alte tra i 40 e i 50 m e presentano come quelle Maya dei terrazzamenti e una piattaforma sulla cima.
Dai rilevamenti effettuati dallo stesso Maestra, queste tre piramidi, quelle di Giza in Egitto, di Montevecchia in Italia, e altre sparse nel mondo, sono allineate rispettando in terra il disegno delle tre stelle della costellazione di Orione e, sempre secondo lo stesso studioso è impensabile che questo possa trattarsi di un caso.
Ma oltre a questo, secondo Maestra, c’è molto di più.
Egli sostiene che queste strutture, come circa il 96% delle circa 40.000 piramidi esistenti al mondo, siano state modellate, scolpendo le montagne presenti, fino ad ottenerne la forma che noi tutti vediamo oggi.

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La prima piramide di Cividale del Friuli

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La seconda piramide di Cividale del Friuli

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La terza piramide di Cividale del Friuli

Esattamente come l’architetto Vincenzo di Gregorio sostiene che sia accaduto per le Piramidi di Montevecchia in Lombardia.

Altro dato interessante, anche se essendo composte di argilla e arenaria e quindi risultano erose e meno visibili, anche le piramidi di Rualis, come le Lombarde, hanno i lati con la stessa pendenza, cosa che in natura è impossibile che accada.
Sulla terza della tre colline, è presente anche uno strato naturale di arenaria che agli occhi di un turista potrebbe sembrare la costruzione di un muro ma che in realtà si tratta di una roccia intagliata.
Maestra ci ricorda che nell’antico libro sacro indiano Mahabharata Vimana è scritto:

“Gli Dei scesero dal cielo con i loro potenti binama e modellarono le montagne a misura dei loro monumenti”.

Inoltre, sempre nei pressi di questa piramide, sulla cima si trovava un trono in pietra (che fu tolto durante la Prima Guerra Mondiale).

Chi migliaia di anni fa abbia scolpito queste piramidi, come la maggior parte di quelle esistenti sulla Terra, ancora non si sa, ma pare evidente la presenza, sul nostro pianeta, di un’antica popolazione che aveva grandi conoscenze astronomiche e in base alle quali avrebbe scolpito queste strutture.

Sempre qui, nei pressi delle tre Piramidi di Cividale, si trova, a conferma della presenza di antiche popolazioni nella zona, un ipogeo Celtico (struttura simile ad una grotta scavata nel sottosuolo e utilizzata per il culto dei morti, della Madre Terra e dei quattro elementi).

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Foto di Helmut Satzinger

Secondo Maestra, risale ad un periodo anteriore ai celti che lo riutilizzarono in seguito.
Al suo interno sono presenti anche due grandi maschere a simboleggiare il mondo dei morti, il mondo di sotto, le (nostre) ombre.

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Foto di Julianna Lees


Questo ipogeo, unico nel suo genere in Europa a rappresentare l’antico culto della Madre Terra, secondo Maestra, ricorda moltissimo uno da lui stesso visitato in Perù nei pressi di Machu Picchu e, come questo, presenta al suo interno tre troni.
Ma da studi più approfonditi, effettuati dalla SB Research Group, è risultato che questo ipogeo è, come l’ipogeo di Hal Saflieni presente a Malta, una sorta di camera di risonanza.
Scendendo la scala, sulla sinistra si trova la stanza della terra dove sono presenti tre sedili di cui uno ha polarità negativa, uno neutra e uno positiva.

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Foto di Helmut Satzinger


Al centro la stanza del fuoco (dove i suoni producono una serie di vibrazioni benefiche per il nostro organismo) e sulla destra la camera dell’acqua.
Dagli studi effettuati fu misurato che all’interno dell’Ipogeo si incontrano energie con polarità positiva con energie di polarità opposta creando un ambiente dove le persone che visitano l’ipogeo provano sensazioni di benessere.

Altra presenza a pochi chilometri dalle piramidi, al centro di un bosco, è stato ritrovato un cerchio di pietre che ha un diametro di circa 10-15 m da cui è possibile, nei pressi di una delle pietre di cui è composto, accedere ad una grotta sottostante di origine preistorica.
Ipotesi oggi molto accreditata, che accomuna queste come molte altre piramidi del mondo, riguarda la funzione energetica delle piramidi.

Maestra mi spiega che le piramidi di Cividale, come quelle lombarde, quelle di Visoko e le altre nel mondo, sono posizionate sulla terra a formare un enorme dispositivo energetico. Secondo lo stesso sono state infatti costruite in modo tale da generare un flusso di corrente che va correndo lungo delle linee energetiche chiamate “ley line”, formando così un’immensa griglia energetica.
Le distanze tra i vari siti di piramidi infatti, rispetterebbe delle regole matematiche precise e proporzionate, cosa che in natura non è possibile che avvenga.
Secondo gli studi portati avanti da Maestra, lo scopo di questo enorme dispositivo sulla Terra sarebbe quello di effettuare una sorta di geopuntura energetica nella rete energetica del nostro pianeta in modo tale da evitarne una repentina inversione dei poli come già avvenuto migliaia di anni fa e che ha portato grandi catastrofi sul nostro pianeta oltre che all’inabissamento della leggendaria Atlantide.
Grazie all’archeoacustica, una disciplina che spiega come mai un particolare sito in passato è stato considerato sacro o il perché una struttura è stata costruita o scavata nella pietra, si è potuto scoprire e dimostrare che in passato i nostri antenati avevano grandi conoscenze dei fenomeni acustici e li utilizzavano nei loro riti.
Dopo tre anni di ricerche fatte in questo senso, la SB Research Group ha potuto dimostrare che le antiche popolazioni erano in grado di influenzare la percezione della mente umana attraverso i suoni senza l’utilizzo di farmaci o droghe ed erano in grado anche di individuare luoghi dove l’ambiente naturale stesso era in grado di alterare la coscienza delle persone.
Pare quindi che le piramidi, queste, come le altre sparse sul nostro pianeta, siano state modellate di proposito in punti precisi, calcolati in maniera tale da formare questo potente dispositivo energetico.

Cosa che ovviamente, i nostri antenati non possono certo avere costruito e soprattutto costruiti da soli.
Secondo Maestra, tra Cividale fino ad arrivare in Lombardia, ci sarebbero diversi altri complessi trittici (formati da tre piramidi), ancora da rilevare e studiare ma come anche qui e in altri siti di piramidi.


http://nexusedizioni.it/it/CT/i-misteri ... riuli-5385


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 03/01/2017, 21:58 
Dalla puntata di Voyager andata in onda il 30/12/2016

Guarda su youtube.com


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 23/01/2017, 15:23 
Cita:
Il guerriero di Capestrano: un antico astronauta italico?
I ricercatori non hanno ancora scoperto chi è raffigurato nella statua, né è stato possibile datare con esattezza il misterioso reperto. Secondo l'opinione di alcuni, nelle fattezze fisiche il guerriero ricorderebbe l'enigmatico faraone Akhenaton.

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Nel lontano settembre del 1934, il signor Michele Castagna sta lavorando la sua terra non lontano da Capestrano, in Abruzzo.

L’uomo non immagina di stare per diventare il protagonista di una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo. Affondando la sua zappa nel terreno per piantare una vigna, Castagna colpisce qualcosa di molto duro.

Continuando a scavare, il contadino porta alla luce un reperto straordinario, quello che poi passerà agli onori delle cronache come ‘Il Guerriero di Capestrano’, un’imponente statua antropomorfa di marmo e pietra.

Poco dopo, fu avviata sul luogo una campagna di scavi che portò alla luce una necropoli, con alcune tombe e corredi funerari risalenti al VII-VI secolo a.C., non lontana dall’antico insediamento vestino di Aufinum. La statua è attualmente conservata nel museo archeologico di Chieti.

La statua scoperta da Castagna è alta 2 metri e 9 centimetri, rappresenta una figura maschile, in atteggiamento fiero e maestoso, con i fianchi molto sviluppati e il torace triangolare. La testa è coperta da un copricapo circolare di incredibile ampiezza. Il volto dell’uomo sembra coperto da una maschera funeraria.

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I ricercatori non hanno ancora scoperto chi è raffigurato nella statua, né è stato possibile datare con esattezza il misterioso reperto. Secondo l’opinione di alcuni, nelle fattezze fisiche il guerriero ricorderebbe l’enigmatico faraone Akhenaton: fianchi larghi e vita stretta.

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Pare che all’origine la statua fosse completamente dipinta di rosso, come testimoniano alcune tracce di pigmento rinvenuto in alcune parti della scultura.

Da dove viene fuori questa reliquia del passato italiano, dato che non è mai stato trovato nulla di simile in tutta la penisola? Perché il volto è nascosto da una maschera? Forse rappresenta un uomo dal viso deforme, o perché diverso da quello degli altri esseri umani?

Singolare è la rappresentazione dei due pilastri laterali, come a voler simbolicamente indicare un passaggio invisibile, proprio come viene spesso raffigurato in numerosi sigilli accadici e sumeri.
L’enigma dell’iscrizione

A suscitare le perplessità dei ricercatori è l’iscrizione incisa sul pilastrino alla destra della statua lungamente esaminata e studiata da archeologi e linguisti, posta verticalmente su una sola riga, da leggere dal basso verso l’alto:

MA KUPRI KORAM OPSUT ANI..S RAKI NEVI PO…M. II

Si tratta di una lingua italica arcaica complessa di tipo osco-etrusco, non di facile interpretazione. Il soprintendente archeologico di Roma, il professor Adriano La Regina, ha tentato una traduzione di questo tipo:

ME BELLA IMMAGINE FECE ANINIS PER IL RE NEVIO POMPULEDIO

facendo ipotizzare che il personaggio potrebbe essere re Nevio Pompuledio, e quella dell’artista che realizzò la scultura, un certo Aninis. Se così fosse, sarebbe un rarissimo caso in cui, per questo periodo, si conosce l’autore di un’opera d’arte.

Ma se alla misteriosa scritta si applica la la gematria, il sistema ebraico di numerologia che studia le parole e assegna loro un valore numerico, si ottiene un risultato dalle conclusioni stupefacenti.

Il corrispondente numerico è 2268. Se si scompone il numero in due decimali e lo si rapporta alla tabella interpretativa del codice aureo, si ottiene il 22 (misteri del creato) e 68 (velocità della luce).

Se invece si applica alla scritta direttamente il codice aureo, che ugualmente attribuisce ad ogni lettera un valore numerico (fatta eccezione per il ‘k’), si ottiene il valore numerico 108, corrispondente al decimo enunciato: ‘moto di trasferimento nello spazio‘.

Infine, se si aggiunge 27, il valore numerico del ‘k’, si ottiene come somma 135, che corrisponde a ‘viaggio guidato‘.

Potrebbero essere tutte coincidenze, eppure gli indizi raccolti permettono di immaginare una storia diversa, una storia che chiama in causa antenati provenienti da altri pianeti, antichi astronauti che hanno trasferito conoscenze all’umanità per poi essere tramandate di generazione in generazione attraverso i secoli, e che ancora oggi sarebbero alla base della nostra civiltà.


http://www.ilnavigatorecurioso.it/2017/ ... a-italico/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 23/01/2017, 18:30 
sti giochetti sui numeri lasciano sempre il tempo che trovano, nient lascia pensare ad un ipotetico astronauta al limite un viaggiatore ma nulla più.



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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 24/01/2017, 00:30 
MaxpoweR ha scritto:
sti giochetti sui numeri lasciano sempre il tempo che trovano, nient lascia pensare ad un ipotetico astronauta al limite un viaggiatore ma nulla più.


Dipende, in questo caso no specie quando si tira in mezzo la cabala.

Ma per esempio per svelare i misteri della Piramide per me sono il miglior metodo [:264]


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 24/01/2017, 14:21 
mah non credo proprio. Giocando con i numeri si può ottenere qualunque risultato perfino analizzando una cabina telefonica -_-

diverso è prendere atto delle proporzioni di una struttura, in quel caso si tratta di dimensioni oggettive e non di estrapolazioni che dipendono solamente dal metodo usato.



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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 10/04/2017, 01:08 
Cita:
I teschi cabirici

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La visita alle mura pelasgiche di Alatri ed il sapiente commento di Claudio mi hanno indotto a parlare più approfonditamente di un argomento cui abbiamo accennato sul posto, poco noto ma del massimo interesse per chi come noi “simmetrici” ama conoscere nel modo più approfondito possibile quella che potrei definire “la metastoria della Tradizione”.

Si è accennato durante la visita ai “Teschi cabirici”: è questo tra i misteri di Roma uno dei importanti e precisiamo che si tratta di un mistero non nel senso di argomento riservato ad una ristretta cerchia, ma per la scarsità di informazioni che ci sono pervenute, raccolte in parte dagli scrittori romani e in parte elaborate da autori vissuti tra la metà dell’Ottocento e i nostri giorni.

Un testo che raccoglie molte indicazioni interessanti e forse ancora reperibile è Prima Tellus, ed. Il Graal 1998, una riedizione dell’opera di Camillo Ravioli sull’argomento dei Teschi Cabirici commentata da Siro Tacito e dedicata ad un “gentiluomo gabino” che ebbi anch’io l’onore di conoscere, anche se poi la mia strada prese direzione diversa da quella che egli indicava.

Il punto principale da avere presente prima di parlare dei Teschi è che la Roma che noi conosciamo, quella fondata da Romolo, è una delle più recenti manifestazioni fisiche sul territorio laziale di questo “ente” (non saprei come altrimenti definirlo), il quale in realtà ha origini molto più antiche: si pensi alle “Rome” di Giano e Saturno, di Fauno e di Evandro, le quali si sovrapposero nel trascorrere dei millenni prima della dinastia dei re albani ed infine di quelli romani propriamente detti (vedi La nascita di Roma di Carandini, ed. Einaudi 1997 pagg. 113 ss. e La leggenda di Roma dello stesso, ed. Mondatori 2006 pagg. 248-249).

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La zona ove poi sorse la Roma che noi conosciamo era al centro di un’Italia ben diversa dall’attuale, molto più ampia nella zona centrale con una forma “a foglia di quercia”, come la definisce Plinio il Vecchio nella sua Historia naturalis; questa descrizione è geologicamente attendibile, perché intorno a 500.000 anni fa il gigantesco Vulcano Laziale o Albano (60 km. di diametro!) aveva iniziato la sua produzione lavica emettendo qualcosa come 150 milioni di chilometri cubi di materiale lavico, ai quali si aggiunsero quelli prodotti dai Vulcani Sabatino, Vicano e Vulsino a nord e dalla catena dei Vulcani Flegrei a sud.

Una tale gigantesca colata lavica potrebbe essere all’origine, insieme alle modifiche della crosta terrestre, della forma “a foglia di quercia”, data dall’unione della costa tirrenica alle isole maggiori ad ovest e minori a sud, fino ad inglobare in un unico territorio anche Malta e Gozo, secondo la teoria del Ravioli riportata in Prima Tellus, il quale vede nei templi megalitici maltesi gli unici esempi di Teschi Cabirici giunti intatti fino a noi.

Dopo un periodo di inattività le eruzioni del Vulcano Laziale (le ultime delle quali si ipotizza siano avvenute circa 15.000 anni fa) a causa della formazione di un “tappo” lavico ebbero un carattere esplosivo con effetti distruttivi pari a centinaia di bombe atomiche, così da modificare la configurazione dell’Italia centrale, facendo probabilmente sprofondare il versante tirrenico dell’Italia ed innalzare quello adriatico.



In questo periodo di tempo la scienza ufficiale concorda con la metastoria tradizionale sulla presenza nella zona di Roma dell’uomo (“uomo di Saccopastore”, ritrovato nella zona di Pietralata, risalente ad 80.000 anni fa), il quale avrebbe quindi potuto osservare con i propri occhi questa fase eruttiva del Vulcano Laziale e le sue spaventose conseguenze.

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Quali furono le conseguenze secondo la “storia tradizionale”? Gli abitanti del Lazio in questa remota antichità abbandonarono con una serie di primavere sacre il territorio andando a colonizzare altre terre ove portarono la loro civiltà, la Grecia e l’Arcadia (da cui tornerà a Roma l’arcade Evandro), la Turchia e l’Asia minore, l’Egitto (si veda ad es. Dionigi di Alicarnasso Storia di Roma arcaica I 24-25, ed. Rusconi 1984).

Tra queste migrazioni la più importante per noi fu quella di Dardano in Grecia fino all’isola di Samotracia ed infine sulla costa orientale della Turchia ove fondò Dardania, poi Troia: ecco perché l’ultimo suo discendente, Enea, cerca la Madre e la trova infine nel territorio laziale.

Con queste migrazioni essi portarono nelle loro nuove sedi i loro costumi e la loro religione, in particolare l’uso di costruire città megalitiche nelle cui acropoli, dice sempre la “storia tradizionale”, sorgevano templi a forma tondeggiante, costituiti secondo la ricostruzione di Ravioli (Prima tellus pag. 71) da tre sale grosso modo ovalari, distinte in un fanum, un templum e un’arx, il che dava ad essi l’aspetto di un teschio umano o animale.

Da qui il nome di Tesqua o Tesca ai luoghi sacri antichi, nome che ancora gli scrittori romani usavano: “Certi luoghi silvestri che appartengono a qualche Dio si chiamano Tesca” (Varrone in Prima tellus pag. 18), ove i “luoghi silvestri” alludono certamente ai boschi sacri e alle are sacrificali situate all’aperto (cioè i temenos) utilizzate nella più arcaica antichità, quale fu a Roma l’Ara maxima di Eracle.

Abbiamo detto che i Tesqua possono essere umani o animali: equino era il Teschio di Cartagine dedicato a Giunone mentre bovino il Caput bovis fondato da Evandro sul Palatino; da questo prese poi nome l’attuale Monte Cavo, sede del tempio di Giove Laziale, il cui prisco nome era secondo una paraetimologia tradizionale Caput Bouum poi contratto in Ca-bum.

Il teschio umano invece lo riscontriamo nella storia e nel nome stesso del Campidoglio: quando Tarquinio Prisco scavò le fondamenta del tempio di Giove Capitolino rinvenne, a quanto riferisce Livio (Ab Urbe condita libri, I 55 pag. 177, ed. Mondadori 1994), un “caput humanum integra facie”, che Ravioli (Prima tellus pag. 19) identifica con il Teschio primigenio, l’edificio a forma di cranio umano eretto dai primi abitanti della regione. Come fa notare il curatore del testo in nota 13 facies è in rapporto con la radice *bha che significa risplendere, da cui, aggiungiamo noi, anche la parola fax, fiaccola.

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Per questo il colle Campidoglio ebbe nome da Caput olim, il “Capo di un tempo” (per Fabio Pittore, ibidem nota 14, il nome gli venne invece dal ritrovamento del cranio di Aulo Vibenna, compagno di Mastarna - Tarquinio Prisco nella presa di Roma da parte degli Etruschi: Caput Auli).

Il termine Teschio indica quindi un luogo di antica sacralità caratterizzato dalla costruzione con grandi massi squadrati, luogo che assume per la sua antichità il carattere di un omphalos, sul quale le età successive ricollocano i loro templi.

Ancora nel cristianesimo troviamo traccia di ciò, se si tengono presenti le raffigurazioni della Croce del Cristo che ha alla sua base il cranio di Adamo; lo stesso nome del colle su cui avvenne la Crocifissione è Golgota, che vuol dire “il luogo del teschio”.

Ma perché i Tesqua sono chiamati Cabirici?

I Cabiri erano un enigmatico gruppo di Dèi (due, quattro o sette), detti figli di Efesto e collegati alla sacralità dell’arte metallurgica e del ferro; i loro Misteri avevano come centro l’isola di Samotracia ove erano stati portati da Dardano, il quale li aveva ricevuti da Atena direttamente o tramite la moglie Crisa. I loro simulacri erano poi stati portati da Dardano nella sua ultima migrazione sulla costa turca ove sarebbe sorta Troia.

Essi quindi erano connessi con la stirpe troiana e per tale ragione il loro culto venne ripreso a Roma, ove vennero identificati con i Penati; narra infatti Dionigi di Alicarnasso nel trattare del sacro Palladio e del santuario di Lavinio dedicato ad Enea (Storia di Roma arcaica I, 68-69) di aver visto sulla Velia ”le effigie degli dèi troiani, che è lecito a tutti vedere: esse hanno un’epigrafe che spiega che sono i Penati. Sono due giovinetti seduti che impugnano lance, opera di antica fattura”: secondo tale tradizione queste effigie erano i simulacri portati da Dardano a Dardania-Troia e da Enea trasportati a Lavinio insieme al Palladio.

Il loro culto era così segreto che nulla ci è pervenuto, tranne la notizia che ad esso era connessa una funzione mantica, la quale veniva espressa in un modo insolito, cioè mediante l’utilizzo di un anello di ferro che, fatto passare da un sacerdote sopra le lettere dell’alfabeto, sceglieva le singole lettere in una sorta di “lettura automatica”, componendo, a quanto scrive Ammiano Marcellino, esametri perfetti per dare il responso (Scarpi Le religioni dei Misteri, vol. I pag. 47, Mondadori 2002).

I Cabiri rappresentano quindi un gruppo di divinità antichissime portate dagli esuli che dal territorio laziale giunsero nel Vicino Oriente, collegate con il fuoco in quanto figli di Efesto e forgiatori di metallo (ricordo del Vulcano Laziale?) aventi una funzione mantica: i Teschi hanno per l’appunto un carattere per lo più augurale (Prima tellus pag. 18), il che confermerebbe la loro connessione con i Cabiri.

Se il Teschio del Campidoglio e le arci megalitiche di Alatri, Ferentino, Segni ed altre città antichissime del Lazio (e non solo) sono da connettere ad un periodo arcaico risalente alle ultime eruzioni del Vulcano Laziale, la loro antichità sarebbe di gran lunga superiore a quella attribuita dall’archeologia ufficiale (V–VI sec. a.C.): qui ci limitiamo solo a ricordare che mentre centocinquanta anni fa il Mommsen considerava la data della nascita di Roma all’VIII sec. a.C. come una favola, ora gli scavi hanno ritrovato tracce di insediamenti nella zona del Campidoglio risalenti al XIII sec. a.C.

Se aspettiamo altri centocinquanta anni.... chissà dove arriveremo…

Paolo Galiano



http://www.simmetria.org/46-articoli/mi ... i-cabirici

http://www.ilquintocielo.it/Doc/Palatino.pdf


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 13/01/2019, 03:31 
Mistero Selinunte, la città degli Dei
Con il drone alla ricerca di tesori in un'area ad elevato rischio sismico



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Si ipotizza che sotto terra ci sia un susseguirsi di templi e di vasche, una volta colme di limpida acqua sorgiva che ruscellava verso il mare
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Cosa si nasconde sotto i resti dei templi di Selinunte? Quali erano le popolazioni che vivevano lungo questa costa prima dell’arrivo dei greci? E soprattutto, come proteggere quest'area archeologica, tra le più grandi d’Europa, dai terremoti? A queste domande stanno cercando di dare una risposta gli archeologi e i geologi italiani e internazionali, che lavorano nel sito utilizzando anche droni e termocamere. Per ora si sa che nelle viscere di Selinunte potrebbe celarsi una piccola-grande Pompei. E' il lavoro, ad alta tecnologia, di un'équipe di geologi dell'Università di Camerino che fa sapere che sono state rilevate alcune anomalie termiche, riconducibili ad importanti strutture sepolte che si fanno risalire a circa 2700 anni fa. Si ipotizza che sotto terra ci sia un susseguirsi di templi e di vasche, una volta colme di limpida acqua sorgiva che ruscellava verso il mare. Osservati grazie alla termocamera sul drone anche disegni geometrici sotterranei di chiara fattura umana. E scavando sono state trovate le tubature costruite dai greci e attraverso le quali l'acqua arrivava nelle case, nuovi ambienti domestici destinati al culto come ad esempio altari cilindrici e la più antica raffigurazione di tutto il mondo greco di Hekate. Quest'ultimo è un personaggio di origine pre-indoeuropea ripreso nella mitologia greca che regnava sui demoni malvagi, sulla notte, sulla luna.
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Selinunte da Wkipedia.


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 13/01/2019, 17:59 
Atlanticus81 ha scritto:
MaxpoweR ha scritto:
vimana131 ha scritto:
(gli Arcadi, ad esempio, sostenevano che il loro popolo fosse più antico della Luna).


Magari è proprio "l'arrivo" della Luna il corpo celeste che ha sconvolto tutto...


Fu una teoria, quella dell'assenza della Luna in tempi remoti, di cui discutemmo anche con i miei collaboratori del podcast, soprattutto in riferimento alla apparente mancanza della stessa nelle pitture rupestri di decine di migliaia di anni fa.

Ma fu una ricerca che purtroppo non ebbe seguito né esito ragionevole...

Certo, scoprire che ad un certo punto della storia del sistema solare questo corpo celeste fu piazzato volontariamente là dove si trova e per quale motivo e da chi,......meglio occultare tutto allora!. [:306]


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 06/03/2019, 22:18 
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Piramide Etrusca del parco di Bomarzo

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Per lo più inesplorata e misteriosa la piramide etrusca di Bomarzo affascina da qualche tempo coloro che la visitano. Chi l’ha costruita? Quale era il suo scopo?

Bomarzo, comune del Lazio in provincia di Viterbo, è famoso per il Parco dei Mostri: un labirinto di simboli, gigantesche statue e mostruose facce. Qui però si trova anche una piramide etrusca, inesplorata e totalmente sconosciuta ai più.

Nascosta tra i boschi, e avvolta dalla fitta vegetazione della Tuscia, la Piramide Etrusca (o Piramide di Bomarzo) ricorda, per la forma del suo tronco, gli altari religiosi. In realtà è una vera e misteriosissima piramide, la cui datazione è incerta e che molti chiamano “sasso del predicatore” o “altare piramidale”. Sita nella zona del Tacchiolo, un’area ricchissima di reperti appartenenti al periodo etrusco e a quello preistorico, la si può raggiungere da numerosi sentieri, che accarezzano anche abitazioni rupestri scavate dentro rocce megalitiche, altari, luoghi di culto, e persino un cimitero paleocristiano.

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Non solo la piramide ma anche megaliti sparsi nella zona.
Un reperto incredibile

E’ incredibile che opere di prima grandezza come la Piramide Etrusca di Bomarzo siano praticamente sconosciute, scoperta principalmente tramite il libro di Giovanni Menichino “Escursionismo d’Autore nella Terra degli Etruschi” che ne parla diffusamente non ha neanche una indicazione che la cita o che la indica nei dintorni. La Piramide è lì da migliaia d’anni e probabilmente è più antica della civiltà Etrusca e nessuno le presta attenzione!
E’ una Piramide Etrusca?

È misteriosa, la Piramide Etrusca. E non si può non vederla, se si organizza una gita ai giardini di Bomarzo. Scoperta nel 1911, non è mai stata indagata in modo approfondito dall’archeologia ufficiale. Per lunghi anni, ecco dunque che questo luogo è stato completamente abbandonato. Fino al 2008, quando Salvatore Fosci ha deciso di prendersene cura, occupandosi della vegetazione e della manutenzione dei sentieri che lo raggiungono. E iniziando un intenso lavoro di “marketing”, per far conoscere nel mondo la Piramide di Bomarzo.

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Per raggiungere la Piramide Etrusca, come riportato sul sito dedicato, bisogna raggiungere l’ingresso principale de La tagliata delle Rocchette (coordinate: 42° 30′ 17″ Nord e 12° 15′ 60″ Est), percorrerla tutta e, inoltrandosi nel bosco, seguire il sentiero più grande per circa a 400 metri, fino a raggiungere il doppio segnale in salita tra gli alberi. Si scorgerà a quel punto la piramide, con le sue due rampe di scale: salendole, si raggiunge l’ara maggiore da dove il sacerdote etrusco si pensa officiasse i riti agli dei degli Inferi.




https://www.nibiru2012.it/piramide-etru ... i-bomarzo/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 13/08/2019, 21:43 
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Nardodipace: megaliti del 5000 avanti Cristo

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In Calabria esisteva una civiltà capace di erigere complessi siti megalitici già 5000 anni prima di Cristo. Forse a Nardodipace anche una grande piramide.

Un mistero non ancora esplorato dall’archeologia quello dei megaliti di Nardodipace (Vibo Valentia), strutture ciclopiche che non possono essere altro che l’opera di un popolo antico che fece grande il destino della Calabria in un epoca lontanissima, circa 5000 anni prima di Cristo, oltre 7.000 anni fa.

La realtà della Calabria preistorica potrebbe essere molto più di quella raccontata e scoprire cosa giace sotto le colline vibonesi potrebbe obbligarci a riscriverne la storia.

Tra i reperti sono stati rinvenute le famose tavolette con su incisi “petroglifi”, scritte in una lingua sconosciuta, che è stata decodificata dal prof. Domenico Raso, che spese tutta la sua vita per far luce sulla civiltà dei Pelasgi o “popoli del mare”. Si tratta di antichissime civiltà del Neolitico, di cui parla anche Omero nell’Odissea, indicandoli con il nome di Feaci. Questi intorno al 7000 a. C. avrebbero lasciato L’Egitto e la Siria per scampare alla devastazione di un potente tsunami.

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Secondo le traduzione di Domenico Raso, sulle tavolette viene raccontato il processo di insediamento di questi popoli in Calabria, indicando l’erezione di almeno quattro siti pelasgici. Due di questi sarebbero già stati individuati. Si tratta di Placanica, in provincia di Reggio Calabria, in particolare nelle grotte delle fate e dei Re, nelle quali questi popoli avrebbero deposto almeno 110 feretri reali , nell’attesa di costruire nella nuova patria, dei siti funerari adeguati che sarebbero poi stati realizzati nel secondo sito, ovvero nella vicina Nardodipace, denominata nelle tavolette di Tolone Azzariti come “città della porta”.

Il professore Alessandro Guerricchio, geologo di chiara fama, già ordinario all’Università della Calabria, da anni grida a gran voce l’impossibilità di riconoscere le strutture magalitiche come opera della natura. Da geologo sa bene che i possenti blocchi di granito (peso stimato circe nelle 200 tonnellate), non possono essere frutto dell’erosione naturale, ma veri e propri dolmen e triliti preistorici, appositamente creati dall’uomo. In essi vediamo:

• la cura nell’assemblaggio dei blocchi;

• la grande attenzione agli incastri fra gli elementi contigui, che, nel caso degli ‘architravi’ era agevolata da geometrie ‘a conca’ prodotte da lavorazioni con lo scalpello;

• la loro disposizione geometrica a rappresentare una vera e propria ‘architettura’, con piani o basi di appoggio squadrate su cui gravano i ‘pilastri’ costituiti a loro volta da blocchi di aspetto più o meno geometrico (cubico o parallelepipedo). Questi ultimi recano, talora, incisi ‘pittogrammi”.

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Una scoperta archeologica che assume un’importanza fondamentale nel panorama della preistoria italiana. Sono stati fotografati blocchi di granito del peso stimato di oltre 200 tonnellate, grandi mura, probabilmente di fortificazione, pilastri sormontati da un “architrave”. Il tutto è parte di un vasto progetto che impegnò per la sua erezione notevoli forze umane. Un popolo che senza dubbio aveva un’organizzazione militare o sacerdotale che gli permetteva di coordinare gli enormi sforzi necessari all’estrazione e al trasporto degli enormi blocchi di granito (uno in particolare misura 10 metri di altezza ed à largo 20).

Non si può continuare a negare l’evidenza, le strutture sono la testimonianza del passaggio di una antica ed evoluta civiltà che non aspetta altro che essere studiata e riportata alla luce.




https://www.nibiru2012.it/nardodipace-m ... ti-cristo/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 18/10/2019, 21:36 
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La Piramide di Bomarzo ed i misteriosi troni Inca

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Il Dott. Cascini si è recato a Bomarzo e Pietranico per visitare la “Piramide” e le “Vasche” e ha trovato un’incredibile parallelismo con le rovine andine Incas.

Apro questo articolo con un collage di megaliti scolpiti , chissà se qualcuno riconosce i luoghi dove si trovano, le similitudini sono ovvie.

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Il collage è fatto con la piramide di Bomarzo, la Vasca 1 di Pietranico e con i monoliti Incas di Qenqo e difficilmente, se non conoscete i monoliti scolpiti o letto questo articolo, capirete se siete in Italia o in Perù.
Troppe similitudini tra le rovine “Etrusche” e quelle “Inca”

Dopo le similitudini tecnologiche che ho riscontrato tra reperti archologici di siti lontani tra loro , tra Sicilia, Sardegna,Toscana e America centrale e Sud America, documentate in Italia al Sodo di Cortona, al Sasso del Regio di Stia, alla Piramide di Pietraperzia e Piramide del Monte D’accoddi, questo settembre 2019 sono stato nel Lazio e in Abruzzo per documentarmi su due siti molto particolari che da tempo destavano il mio interesse.
Vedere con i propri occhi i manufatti scolpiti nella roccia e raccogliere informazioni dagli abitanti del luogo ha portato frutti inaspettati.
La piramide di Bomarzo è stata la prima meta. Se avete intenzione di andarci, vi sconsiglio i giorni feriali, in quanto sono riuscito a trovare il sito solo su indicazione di visitatori domenicali, che c’erano già stati.Non ci sono indicazioni nei sentieri boschivi e lasciate perdere le speranze se ritenete di avere aiuto su Google Map, a me non ha funzionato per problemi di connessione alla rete .Ho fatto una foto che forse vi potrà essere di aiuto quando sarete arrivati alla fine della strada , in prossimità di un piccolo capanno agricolo in muratura.

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Quando arriverete nel punto segnato con la freccia rossa che corrisponde all’ingresso di una stradina boschiva , non potrete sbagliare, dovrete andare sempre dritto per circa 500 metri su quella stradina che diviene sentiero, sempre più ripido e scosceso che vi porterà alla vostra meta.
La Piramide di Bomarzo

La piramide di Bomarzo è un enorme megalito scolpito come quelli peruviani Inca di Qenqo e Choquequirao con una somiglianza incredibile anche nei particolari.

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Degli Incas conosciamo la storia più recente , che parte dal XIII secolo fino al 1533 quando ad opera degli spagnoli l’impero fu distrutto e depredato dei tesori.
Agli spagnoli, gli Incas, parlarono di un popolo antico , che aveva costruito le mura possenti delle fortezze andine.
Una antica cultura andina, pre-Incas è quella di Tiahuanaco che si sviluppò, secondo alcuni, a partire dall’anno 1600 a.c. mentre altri ritengono di poter stabilire la sua nascita già a partire dal 2000 a.c. fino ad arrivare alle teorie del Posnasky, padre dell’archeologia boliviana, secondo cui la civiltà che l’edificò esisteva già prima del 10.000 a.C.
La datazione della piramide di Bomarzo è millenaria e viene accostata dagli archeologi a fattura etrusca. Ritengo che altre tracce più antiche possano far luce sulla sua datazione che sarà la parte centrale del prossimo articolo.

Come ho già scritto ,se gli Etruschi o un popolo antecedente, avessero fatto questo manufatto, queste popolazioni sarebbero venute a contatto con popoli amerindi o popoli che hanno avuto con gli Incas, Atzechi e Maya conoscenze tecniche ed ingegneristiche condivise.

Quando sali le scalinate della “piramide di Bomarzo” ti accorgi subito che è un errore definirla piramide, ma pare verosimilmente un luogo composto da due “troni”,uno con superfice più grande dell’altro, posti alla stessa altezza , ricavati da due grandi incavi tagliati a 90 gradi nella pietra , chiusi dietro e lateralmente ma liberi verso la scalinata centrale, che è il punto di accesso comune che porta nell’ultima parte del manufatto ,ad un’ulteriore “trono”, che domina dall’alto tutta la struttura della piramide e la vallata sottostante.
Con molta probabilità ,questo popolo, antecedente o contiguo agli Etruschi , si reggeva con disposizione gerarchica simile alla disposizione degli scalini, della diversa ampiezza dei due primi troni, e della piu’ grande superficie e predominante altezza del terzo “trono”.
Questa configurazione si nota molto bene se si salgono tutte le scalinate e si arriva in cima al terzo “trono” in quanto si ha una visione molto buona dell’insieme che non viene percepita dal basso.

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La società Incas si reggeva con lo stesso sistema gerarchico , che ricalca in maniera impressionante la disposizioni degli scalini, dei due troni minori e del terzo trono presenti nella piramide di Bomarzo , pure se fanno eccezione alcuni siti peruviani dove troviamo disposizioni diverse delle sedute, che meritano approfondimenti e contestualizzazioni storiche.
All’apice della piramide, nel terzo trono c’era il sovrano ,incarnazione del dio supremo, il sole (Inti)
Nei due troni più in basso , la discendenza reale divisa per sesso, presumo le donne nel trono più piccolo , posto a sinistra e munito di un sedile in pietra.
Nei lunghi scalini che occupano la parte frontale, ai piedi dei due troni, sedevano i consiglieri,militari,sacerdoti e parenti reali.
Il popolo era nella radura , a terra, sotto il monolite che prendeva ordini dal sovrano.
Tutto il monolite è stato scolpito con la funzione di essere adibito ad una sorta di assemblea dove si prendevano decisioni in merito al governo del popolo e funzioni religiose.Tutte le decisioni venivano prese li’. Nella piramide di Bomarzo si notano alcuni punti precisi, scolpiti nella roccia, dove venivano messi pali di sostegno per sorreggere una copertura.
In Perù , piu grandi o più piccoli, questi monoliti cosi scolpiti, hanno rappresentato le sedi in cui l’assemblea del popolo Incas si riuniva per prendere decisioni e la grandezza del monolite scolpito era proporzionale alla grandezza del territorio ed al numero di persone che lo popolava.
Ecco svelato il mistero, niente piramide di Bomarzo ma luogo di riunione decisionale, luogo di assemblee e di culto.
Il Trono di Bomarzo è in buona compagnia

Seguendo una linea ideale che porta all’interno dell’Italia, in l’Abruzzo, nel paesino di Pietranico, troviamo un’altro monolite, ma più piccolo della piramide di Bomarzo.
Davanti a questo manufatto , denominato Vasca 1, trasformato in vasca per la spremitura delle olive,ma attualmente in disuso ,la somiglianza con la piramide di Bomarzo ed il trono Incas di Qenqo e’ sorprendente.

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Anche in questo monolite sono stati ricavati gradini sulla parte frontale, prima di accedere ai due “troni” di diversa misura sormontati dal terzo “trono” di grande dimensione.
Come nella piramide di Bomarzo è presente una scalinata per accedere ai “troni” ma la sua disposizione è laterale mentre non mancano i gradini frontali sotto i “troni”.

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A completare l’articolo, si riportano le informazioni che sono state prese dai residenti del paese che si ricordano di un lontano passato in cui esistevano delle tombe Etrusche davanti al grande prato della Vasca 1.
Questo è un fatto molto interessante e mi auguro che porti ad una campagna di scavi da parte delle autorità competenti per riportare alla luce l’antica storia del paese e valorizzare Pietranico .
Sarebbe molto bello se un giorno si facessero rivivere sia Bomarzo che Pieteanico con rappresentazioni in costume per ricreare quell’antico palcoscenico come l’Inti Raymi, la festa del sole che si svolge il 24 giugno di ogni anno nella fortezza di Sacsayhuaman in Perù presso Cusco.

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Chissà che non si possa arrivare ad un gemellaggio tra i siti archeologici e le genti del posto, al di qua’ ed al di la’ dell’Atlantico, per intraprende un viaggio ideale di conoscenza tra i due mondi, interrotta migliaia di anni fa’.

Articolo a cura del Dr.Cascini Sergio




https://www.nibiru2012.it/la-piramide-d ... roni-inca/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 18/10/2019, 22:05 
e assomiglia molto a questa in Romania

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ciao
mauro



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