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 Oggetto del messaggio: Storia proibita, quale realtà?
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MessaggioInviato: 13/12/2012, 08:35 
IL DILUVIO AVVENNE DAVVERO

Articolo di Sabrina Pieragostini
Fonte: http://www.extremamente.it/2012/12/12/il-diluvio-avvenne-davvero-e-ora-ho-le-prove/

“Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra; nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti.” Ecco come la Genesi descrive il Diluvio Universale. Da tempo ormai molti studiosi sospettano che dietro queste parole si nasconda un avvenimento reale. Ora un  illustre ricercatore è sicuro di poterlo dimostrare. 

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Robert Ballard, uno degli esploratori sottomarini più noti al mondo, crede  infatti di aver trovato le prove scientifiche a sostegno del racconto biblico. Con il suo team, ha organizzato una spedizione sulle coste del Mar Nero, alla ricerca di tracce di un’antica civiltà sommersa dalle acque in epoche remote. Ha raccontato le sue scoperte alla famosa giornalista di ABCNews Christiane Amapour.

Ballard è partito dalla controversa teoria di due ricercatori della Columbia University secondo la quale il Mar Nero è la dimostrazione più evidente di quel lontano cataclisma narrato dalla Antico Testamento (e in forme assai simili da molti altri testi sacri di antiche civiltà). Una volta, questo enorme specchio di acqua salata doveva essere un tranquillo lago di acqua dolce circondato da villaggi. Ma un giorno, una gigantesca ondata proveniente dal Mediterraneo  l’avrebbe trasformato per sempre cancellando il paesaggio precedente.

Affascinato da questa ipotesi, l’esploratore sottomarino ha deciso di investigare per  dimostrare la fondatezza del mito di Noè e del diluvio. “Sappiamo che circa 12 mila anni fa la Terra era ricoperta dai ghiacci. In Connecticut, dove abito io- dice Ballard- ci doveva essere uno strato spesso più di un chilometro, era tutto un blocco gelato fino al Polo Nord. Ma ad un certo punto, il ghiaccio ha iniziato a sciogliersi. Stiamo parlando dell’inondazione peggiore della nostra intera storia.”

L’acqua proveniente dal disgelo si riversò negli oceani, facendo salire rapidamente il loro livello e ricoprendo le terre emerse praticamente ovunque. “Fu la madre di tutte le alluvioni”, dice lo studioso che è partito alla volta della Turchia e del Mar Nero, con il suo team di ricerca e con le sue strumentazioni, incluso un robot sottomarino dotato di telecamere a controllo remoto- lo stesso con il quale nel 1985 riuscì ad individuare il relitto del Titanic.

“Siamo andati lì per dare un’occhiata da vicino al diluvio. Non fu un lento avanzare delle acque, un progressivo innalzamento del livello del mare, ma un’inondazione improvvisa: le terre che allora vennero sommerse sono tuttora sommerse“, ha detto nell’intervista. Infatti, 400 piedi sotto la superficie del Mar Nero (pari a circa 122 metri), l’equipe ha scoperto un’antica linea costiera, testimonianza di quel catastrofico evento. Analizzando con il Carbonio14 le conchiglie trovate lungo quel litorale sottomarino, Ballard ha datato il Diluvio al 5.000/5.500 a.C.

Secondo il ricercatore, quell’evento tanto drammatico che in brevissimo tempo spazzò via 150 mila chilometri quadrati di terraferma e migliaia di vite rimase così impresso nella memoria dei pochi sopravvissuti da essere tramandato di generazione in generazione attraverso la metafora dell’Arca di Noè. Anche se Ballard dimentica- o forse ignora- che molto prima del patriarca biblico un altro eroe era scampato alla Grande Inondazione grazie ad un barcone, salvando dall’estinzione l’umanità e gli altri esseri viventi della Terra.

In sumero si chiamava Ziusudra, in accadico e babilonese Atrahasis e Ut-napishtim. È questo il personaggio che ha ispirato la figura di Noè, di cui anticipa molti tratti: gli Ebrei ne avrebbero appreso la vicenda durante gli anni della “cattività babilonese” adeguandola alla proprie tradizioni. Dunque, se la teoria di Ballard è fondata, allora anche i racconti del corpus mitologico mesopotamico contengono- come la Bibbia- un’eco lontana di reali avvenimenti storici antichissimi. Come Ziusudra/Noè e il Diluvio, non potrebbero essere vere anche le altre storie considerate finora solo leggende?


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MessaggioInviato: 13/12/2012, 11:39 
IL DILUVIO DEI BENE-ELOHIM

Articolo di Alfredo Lissoni con alcune aggiunte di Paolo Brega
Fonte: http://www.alfredolissoni.net/diluvia.htm

Uno dei temi maggiormente ricorrenti nei jewish files è il racconto del diluvio universale, che una fazione della moderna ufologia rilegge come una punizione scatenata contro l'umanità non già da Dio ma dagli extraterrestri; sia come sia, in realtà tale evento è presente a livello locale presso quasi tutte le civiltà antiche del pianeta, e questo si spiega presumibilmente con il fatto che, in passato, tutti conobbero le inondazioni; dietro eventi catastrofici di tale portata gli antichi videro un preciso monito dell'autorità divina.

Già presso gli egizi si credeva che Sekhmet, la dea dalla testa leonina, fosse stata mandata dal dio Ra per punire umanità dei suoi peccati; fattasi prendere dalla furia, avrebbe annientato quasi completamente razza umana prima che Ra intervenisse a fermarla.

Anche gli ebrei, al pari dei loro vicini, erano convinti che dietro catastrofi naturali, guerre e pestilenze vi fosse un preciso volere di Dio, o del suo Avversario. In Giobbe leggiamo che "un giorno avvenne che i figli di Dio andarono a presentarsi a Yahweh.

Ed in mezzo a loro apparve anche l'Avversario [direttamente Enki o un Enkilita]; sfidando Dio ed i suoi angeli (i "figli di Dio", i bene-Elohim che avevano peccato con le figlie degli uomini) Satana ottiene il permesso di accanirsi con ogni genere di calamità (morte dei figli e del bestiame, rovina economica, lebbra) su Giobbe, uno dei seguaci più fedeli di Yahweh.

E, l'episodio è noto, Dio [Yahweh, enlilita oltranzista] accetta, per dimostrare al Maligno quanto grande sia la fede, la sopportazione e l'ormai divenuta proverbiale pazienza, del suo seguace. L'evento in realtà presenta molti spunti curiosi e controversi; in primo luogo, se leggiamo il testo alla luce della teologia tradizionale, non si capisce lo strano connubio tra Dio, gli angeli caduti ed il demonio (addirittura, secondo l'esegesi esorcistica post-medievale, Satana dovrebbe fuggire al nome di Dio, altro che interrompere una delle Sue assemblee...); in secondo luogo non si capisce perché Yahweh, pur di dare uno schiaffo morale al suo avversario, gli permetta di tormentare in quel modo uno dei suoi servi più fedeli.

Ed ancora una volta, dunque, l'episodio acquista un diverso significato se si considera che lo Yahweh dei jewish files non è Dio, ma è solo uno dei Veglianti; ciò spiega come mai possa decidere di radunarsi in assemblea (il sod ebraico) con i bene-Elohim, "caduti" e scacciati come Yahweh stesso (che, come vedremo, seguì Noè nell'arca); e si comprende perché "dio" possa scendere in competizione con la figura dell'Avversario (l'Iblis o Shaitan), che altri non è che un suo pari grado.

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L'intero episodio è stato letto per millenni dall'esegesi religiosa come la dimostrazione del fatto che le calamità che colpiscono l'uomo siano inviate da Dio, tramite il diavolo, per mettere a dura prova la nostra capacità di sopportazione, permettendoci in tal guisa di guadagnarci il paradiso.

Secondo questa strana logica, anche le disgrazie di portata planetaria altro non sono che celesti punizioni (lo credevano molti popoli antichi, dai sumeri ai greci, che attribuivano alle bizze degli dèi i principali sconvolgimenti).

L'assemblea degli dèi è citata anche nel papiro qumranita Rotolo della guerra: "El Elyon mi diede un seggio tra coloro che sono perfetti in eterno, un trono potente nell'assemblea degli dèi. Sarò ascritto nel novero degli dèi e riconosciuto nella santa assemblea".

I bene-Elohim che abbiamo citato a proposito dell'episodio di Giobbe compaiono, sempre con la qualifica di "figli di Dio", anche in Giuda 6 e 2 Pietro 2,4 della Torah. Giuda li definisce "gli angeli che non hanno conservato il loro Principato, ma hanno abbandonato la loro dimora, riservati per il giudizio del Grande Giorno con vincoli eterni nell'abisso (Tiamat)". "Dio non perdonò agli angeli che peccarono, ma relegandoli all'inferno li consegnò in antri tenebrosi a esservi custoditi per il giudizio", scrive S.Pietro nella Seconda Lettera, 29,4.

L'unione di questi angeli caduti con le donne della terra genera i Nephilim, termine che significa letteralmente "gli irruenti", ma che alcune versioni traducono con "giganti", altre con "i forti", Simmaco con "i viventi" e la Volgata con "i potenti" (o le Potenze). Secondo il fisico russo Matest Agrest la corretta traduzione sarebbe "gli esseri caduti".

I padri dei Nephilim, i bene-Elohim, peccano per avere desiderato e posseduto le donne della Terra; la loro colpa riguarda dunque il desiderio sessuale; altro che "puri spiriti"... Essi dunque potrebbero fare parte di una categoria (razza aliena?) assai diversa rispetto agli angeli caduti che la moderna teologia chiamerà "diavoli"; questi ultimi cacciati per aver contrastato Dio cercando di usurparne il potere o, secondo ad esempio il Corano, per essersi rifiutati di omaggiare l'uomo quale creatura di Dio ed erede della Terra.

Queste distinzioni appaiono nette nelle traduzioni correnti di Giobbe e dei Salmi. "Chi sulle nubi è simile a Yahweh, o chi è uguale a Yahweh fra i figli di Dio?", riporta il Salmo 89,7, sottolineando la differenza tra il Creatore caduto e di bene-Elohim.

E Giobbe, in 38,7, distingue nettamente tra questi ultimi ed i diavoli (definiti "luciferi"): "O chi pose la sua pietra angolare, mentre giubilavano insieme gli "astri del mattino" (in latino, luciferi; N.d.A.) e applaudivano tutti i figli di Dio?". I luciferi [gli Enkiliti], ci dicono gli antichi testi, vennero scacciati, non all'inferno, ma "sulla Terra" dall'arcangelo Michele. Ma anche Yahweh [non Yahweh, secondo me, quanto Enki], dopo avere creato di nascosto l'uomo, era stato esiliato dagli altri Elohim.

I jewish files ci dicono che Yahweh [Enlil], vedendo che il "suo spirito" era imprigionato nell'uomo, decise lo sterminio della razza umana, per mezzo di un diluvio.

"E disse Yahweh [Enlil]: Non rimarrà il mio spirito nell'uomo per sempre, poiché esso è carne. Allora Yahweh [Enlil] vide che la malvagità dell'uomo era grande, sulla Terra, e che ogni divisamento concepito dal suo cuore non era rivolto ad altro che al male tutto il giorno: di conseguenza Yahweh [Enlil] fu dispiaciuto di aver fatto l'uomo sulla Terra e se ne addolorò in cuor suo. Sicché Yahweh [Enlil] disse: Io voglio cancellare dalla faccia della terra l'uomo che ho creato: uomo e bestiame e rettili e uccelli del cielo, poiché mi dispiace di averli fatti".

Non sappiamo se sia andata veramente così; altre fonti ebraiche lasciano invece intendere che il diluvio sarebbe stato scatenato non per distruggere l'uomo, ma per annientare i giganti, i figli dello spazio che avevano popolato la Terra a milioni seminando morte e distruzione ed introducendo pratiche e riti a dir poco discutibili.

L'impressione che si ricava è che la versione mitica dell'episodio altro non fosse che il ricordo di un'antica battaglia tra dèi, la stessa che troviamo nei purana (testi sacri) indù, nella Cronaca di Akakor, nei sigilli sumeri; ove a darsi battaglia sono, a ben guardare, non dèi, ma razze aliene, impegnate in una lotta di conquista della Terra.

Non si spiegherebbe sennò perché lo Yahweh [Enlil] che intendeva sterminare l'umanità decidesse poi di preservarne una parte [Enki]; che l'episodio dell'arca non fosse un mito, ed anzi che le arche fossero più d'una, sparse per il mondo, è dimostrato dalle scoperte archeologiche: non solo il ricordo dell'episodio è diffuso in tutto il pianeta, ove troviamo tracce geologiche di inondazioni; ma sagome di enormi vascelli pietrificati sono stati identificati in diverse località del Medioriente.

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Il diluvio sarebbe dunque stato devastante; molti però i sopravvissuti. La teologia moderna ci dice che Noè sarebbe stato salvato perché giusto; ben diversa la versione che emerge da una traduzione più attenta e che trova riscontri nei più antichi miti sumeri, ai quali i jewish files si sono chiaramente ispirati.

La versione originale che ci viene proposta è che non uno, ma due fossero gli dèi in lotta, per la distruzione o la salvezza dell'umanità. Uno di questi, il dio amico dell'uomo, avrebbe contrastato il dio distruttore, che come l'egiziana Sekhmet intendeva cancellare completamente la vita dal pianeta, mettendo segretamente in salvo alcuni campioni (o cavie) di vita terrestre: uomini e animali.

Nella sumera Epopea di Gilgamesh il racconto è chiarissimo: è il perfido dio Enlil (il "Signore del Destino") che intende scatenare un diluvio; ed è il dio buono Enki che segretamente avvisa il sovrano terrestre Ziusudra, il Noè egizio-sumero, e gli spiega come mettersi in salvo.

Lo stesso avviene nei jewish files, che traduzioni erronee hanno falsato accorpando due divinità in lotta in un unico dio a volte spietato ed a volte misericordioso. É proprio la traduzione letterale del verso 6,9 della Genesi che ci dice "Noè camminava con Elohim", ovvero con gli dèi. E proprio uno di questi Elohim lo avverte del pericolo imminente, fornendogli tutte le istruzioni necessarie per la costruzione di un'arca che preserverà una parte della vita della Terra.

Il mito sumero, che precede di mille anni la versione ebraica, così ci presenta l'episodio: "Il dio An (=cielo) ed Enlil colmarono di gentilezze Ziusudra (Zi-u-sudra, "vita di lunghi giorni"; anche di Noè si disse fosse particolarmente longevo; N.d.A.). La vita di un dio gli diedero, respiro eterno come quello di un dio gli portarono da lassù. Poi fecero sì che Ziusudra, il re, il conservatore del nome, della vegetazione, del seme dell'umanità, prendesse dimora nel paese del guado, nel paese di Dilmum, nel luogo ove sorge il sole".

Dopo la distruzione dell'umanità, allo scampato Ziusudra (che le tradizioni tarde chiamano Ut-Napishtim) viene conferita in premio l'immortalità; l'aspetto sconcertante è che è proprio il dio distruttore Enlil a premiarlo, una volta arenatasi l'arca sul monte Nisir (la Bibbia parlerà dell'Ararat); e ciò può significare una cosa sola, che Enlil, sconfitto dai suoi avversari, sarà poi costretto ad un atto di sottomissione verso l'uomo.

Che il diluvio non servisse a punire un'umanità peccatrice ed idolatra, oramai assoggettata a perfidi maestri spaziali, ma che dovesse annientare la stessa razza aliena, insediatasi sul pianeta e che si faceva adorare come divina dai nostri corrotti progenitori, viene confermato da varie fonti, come lo scrittore ebreo russo Zecharia Sitchin, noto sumerologo.

E già lo scettico Isaac Asimov, nel 1981, non poteva fare a meno di sottolineare: "Per quanto grandi i peccati, viene da pensare che una divinità più misericordiosa avrebbe semplicemente spazzato via i colpevoli dal mondo con una parola, senza farli soffrire, per poi ricominciare tutto d'accapo", senza dunque coinvolgere anche animali innocenti. Le cose dovettero dunque andare in maniera diversa.

Questa tesi emerge da una più attenta lettura delle antiche mitologie. Nella Teogonia del greco Esiodo si parla dei "Ciclopi dal cuore violento, con cento orride braccia"; e nei testi sanscriti essi sono ribattezzati "le Ombre Diafane", dalle molte braccia, che vennero coinvolte in a distruttiva battaglia fra dèi. Questi Ciclopi, i giganti dei jewish files, hanno lasciato tracce indelebili anche nell'epica islandese, nei Canti dell'Edda del 375 d.C. Si tratta di racconti pagani di genti germaniche, non contaminate, come conferma lo studioso Piergiuseppe Scardigli, dalle tradizioni cristiane; i Canti dell'Edda sono stati raccolti nel Codex Regius di Reykjavik.

In quest'opera i Nephilim proverrebbero da "Niffhel" (l'assonanza della parola germanica - che contiene il termine "Hel", inferno - con il nome ebraico dei figli dei Veglianti è probatoria ed impressionante); in uno di questi brani, la Canzone di Vafthrudnnir, il gigante Vafthrudnnir spiega al dio Odino che l'universo è abitato da "dèi giganti e dèi tutti" e che esistono almeno "nove mondi" abitati (verso 43); quest'ultimo dettaglio è confermato in un altro carme eddico, la Profezia della Veggente, che dice: "Ricordo i giganti nati in principio, quando un tempo mi dettero cibo. Nove mondi ricordo. Al principio dei tempi Ymir dimorava sulla Terra; non c'era il mare, né spiaggia né onde gelide; la terra non si distingueva, né il cielo in alto; c'era solo un baratro informe (il Tiamat ebraico, N.d.A.); non c'era erba in nessun luogo (2-3)". Secondo questa tradizione, che presenta una straordinaria somiglianza con il racconto della Genesi, dal sangue di Ymir vennero le acque che sommersero la Terra.

Acque inviate sempre per distruggere le razze mostruose di Nephilim (per l'occasione, nani e non giganti, ma comunque mostruosi e potenti) insediatisi sulla Terra per corrompere l'umanità: "Gli uomini nella corte giocavano a scacchi; erano ricchi; d'oro non si sentiva la mancanza; finché tre donne, figlie di titani possenti oltre misura, giunsero nel regno dei giganti. Dall'unione dei giganti con le tre donne nacquero dei nani, che crearono molte figure umane dalla terra" (ovvero, come gli Elohim, iniziarono a costruire l'uomo, disobbedendo alle regole. Si veda il verso 10,3-4 de La profezia della Veggente).

Ma, come ci conferma anche la Genesi, secondo la Veggente questi adamo nordici "non possedevano respiro né avevano coscienza, non calore vitale, non gesti né colorito. Odino dette il respiro, il dio Hoecnir la coscienza, il dio Lodhurr il calore vitale e il colorito. Donne molto sagge (= in possesso della scienza degli dèi; N.d.A.) scelsero la vita per i viventi nati" (18, 20). Ma non servì a nulla; il diluvio e gli altri dèi (compreso un simbolico "serpente" di biblica memoria), impegnati in una violentissima battaglia, ebbero ragione di quell'umanità.

Dice la Veggente (48-50-52): "Batte l'onda il serpente, mentre l'aquila grida. Strazia cadaveri. Tutto rintrona il mondo dei giganti; gli dèi sono a convegno. Gemono i nani davanti alle porte di pietra e precipitano massi di roccia; maligni cadono spiriti; battono gli uomini la via della morte. Ed il cielo si schianta...".

GLI ULTIMI ISTANTI DI VITA DEL MONDO

Solo in pochi si salvano, secondo il testo sumero: il biblico Noè, al quale il dio Enki (Ea in accadico, El in ebraico) comanda: "Uomo di Shuruppak, figlio di Ubaratutu, abbatti la tua casa, costruisci una nave, abbandona la ricchezza, salva la vita! Porta nella nave ogni sorta di semi della vita. Della nave che costruirai siano ben calcolate le misure".

E così nella Genesi: "Fabbricati una tevah (=cassa, arca) di legno di gopher; nell'arca farai delle camere e la spalmerai dentro e fuori di pece", consiglia Yahweh a Noè, quello stesso Yahweh che decide di salvarsi salendo a sua volta a bordo dell'arca, come rivela il verso - spesso prudentemente "dimenticato" - 7,16 della Genesi: "(Salpata l'arca) Yahweh chiuse la porta dietro di sé" (ovvero, entrò nella nave per ultimo, dopo gli uomini e gli animali, e chiuse la porta prima della partenza).

Ma si salvarono anche diversi alieni. I testi ebraici Genesi Rabba, Hadar, Da'at Huqqat, Nidda e Zebahim riportano: "Alcuni spiriti erranti entrarono anch'essi nell'arca e vennero salvati. Una coppia di mostri, i Reem, troppo grandi per entrare in una cabina, sopravvissero egualmente perché nuotarono dietro alla barca, e così pure il gigante Og.

Per gratitudine Og giurò che sarebbe diventato lo schiavo di Noè ma, sebbene Noè lo nutrisse generosamente attraverso un boccaporto, riprese più tardi al via del mare". [verso il Sudamerica???]

Anche le versioni sumere lasciano intendere che una parte degli dèi ebbe salva la vita. "Il rumore del diluvio fece tremare gli dèi che, battendo in ritirata, salirono ai cieli di Anu", affermano i testi antichi. La versione assira informa che per scappare gli dèi usarono rukub ilani, il "carro degli dèi". "Gli Anunnaki si sollevarono" ed i loro razzi "illuminarono con il loro fulgore la Terra circostante".

Dallo spazio, essi assistettero a scene devastanti che li impressionarono notevolmente: "Non si riusciva a vedere gli uomini nemmeno dal cielo", affermano i testi di Gilgamesh. Chiusi nella loro navicella spaziale, gli Anunnaki si sforzavano di vedere cosa stesse succedendo sulla Terra: "Gli dèi si accucciarono come cani contro il muro.

Ishtar gridava come una donna in preda alle doglie: 'Gli antichi giorni, ahimé, sono ormai solo argilla'. Gli dèi Anunnaki piangevano con lei. Gli dèi se ne stavano lì, seduti a piangere, le labbra strette, tutti quanti".

Il diluvio distrusse quasi ogni traccia di vita terrestre ed aliena, secondo le varie fonti ; "risparmiò chiaramente parte degli animali: i pesci", fece notare lo scienziato Isaac Asimov; in realtà così non fu: le fonti rabbiniche parlano di un "diluvio di fuoco" (un bombardamento atomico? una pioggia di meteoriti?) che fecero bollire le acque ustionando ed uccidendo ogni creatura.

Così nelle Leggende degli ebrei: "La folla dei peccatori tentò di irrompere nell'arca con la violenza, ma fu attaccata dagli animali selvatici che stavano di guardia tutt'intorno. Molti furono uccisi, mentre gli altri si salvarono soltanto per trovare la morte nelle acque del diluvio. Da sola l'acqua non avrebbe potuto averne ragione, poiché essi avevano la statura e la forza dei giganti.

Ma Dio [Enlil] ordinò ad ogni goccia di passare per il Gehinnam prima di cadere sulla Terra, e la pioggia bollente scottò la pelle dei malvagi. Più tardi, per arrestare il diluvio, Dio dovette spostare due stelle dalla costellazione dell'Orsa a quella delle Pleiadi. Il diluvio durò un anno inter. Allora furono sterminati tutti i malvagi, ognuno dei quali ricevette il castigo che meritava.

Tra gli altri perì Caino, e così venne vendicata la morte di Abele. La violenza devastatrice delle acque fu tale che nemmeno il corpo di Adamo fu risparmiato dalla tomba... Appena i figli di Noè ed i figli dei loro figli ebbero preso possesso delle regioni loro assegnate, gli spiriti impuri cominciarono a corrompere gli uomini e a tormentarli con dolori e sofferenze; Noè invocò Dio ed Egli mandò in terra l'angelo Raffaele che scacciò dal mondo i nove decimi degli spiriti impuri, lasciandone solo un decimo a Mashtemàh (il diavolo) per la punizione dei peccatori. Con l'aiuto del capo degli spiriti impuri Raffaele rivelò allora a Noè tutti i rimedi contenuti nelle piante, affinché potesse ricorrervi in caso di bisogno".

Che la vicenda del diluvio non fosse solo una leggenda, ma al massimo la cronaca di una serie di eventi locali (dunque, non universali) è ribadito dal biblista Werner Keller: "Oggi noi sappiamo che il verso dell'Undicesima tavola dell'Epopea di Gilgamesh deve essere stato ispirato dalla relazione di un testimone oculare. Solamente uno che abbia assistito ad desolanti effetti della catastrofe può farne una descrizione così efficace e tanto realistica; uno che al disastro era scampato deve aver visto coi propri occhi lo spesso strato d'argilla che ricoprì d'una coltre funebre ogni essere vivente e rese il paese uniforme come un tetto. Anche la precisa descrizione sumera di una bufera parla in favore di questa ipotesi.

Ut-Napishtim cita esplicitamente un vento australe che spirava, il che corrisponde con molta esattezza alla posizione geografica del luogo. Il Golfo Persico, le cui acque furono scagliate dal vento sulla pianura, giace a sud del delta dell'Eufrate e del Tigri.

Ut-Napishtim descrisse con esattezza, fin nei minimi particolari, caratteristici fenomeni meteorologici: l'apparizione di uno straordinario perturbamento atmosferico, il levarsi di nubi nere tra il fragore del tuono, la tenebra che piomba all'improvviso in pieno giorno; il mugghio del vento australe che trascina con sé le acque. Un meteorologo riconosce subito che qui si tratta della descrizione dello scatenarsi d'un ciclone.
La moderna meteorologia sa che nelle zone tropicali i territori costieri, le isole e soprattutto le pianure fluviali, sono esposti ad una particolare specie di marosi che tutto annientano e distruggono e che sono causati dai cicloni spesso accompagnati da terremoti e da piogge torrenziali".

Il diluvio universale sarebbe stato in realtà un'inondazione "locale", (del resto, l'idea del mondo abitato era all'epoca assai ridotta), ma susseguitosi a più riprese in zone diverse?

Ciò spiegherebbe perché in tutto il mondo sia presente tale tradizione, ma con differenti date. Del resto, l'idea biblica delle acque che sommergono l'intero pianeta è insostenibile. Asimov, nel volume In principio, calcolava che la massa d'acqua necessaria per coprire l'intero pianeta - prendendo dunque in senso letterale le affermazioni della Genesi - fosse inesistente sulla Terra: "Supponendo che il diluvio sommergesse il mondo intero quale oggi lo conosciamo, come di fatto supponevano e probabilmente suppongono tuttora la maggior parte dei lettori della Bibbia, dovremmo immaginare che il livello del mare salì di quasi nove chilometri, per ricoprire anche l'Himalaya.

La quantità d'acqua necessaria per aumentare in tale misura il livello del mare è più di tre volte e mezzo la quantità totale delle acque della Terra. Dal punto di vista scientifico ciò è chiaramente impossibile".

Inoltre la tesi delle alluvioni periodiche spiegherebbe la differenza nelle datazioni del "diluvio universale": 1656 anni dopo la Creazione (presumibilmente nel 2348 a.C.) secondo i jewish files ed i moderni calcoli dell'arcivescovo Ussher; 2800 a.C. secondo i sumeri.

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Lo stesso Asimov rivela peraltro che "lungo le sponde nord-orientali del Golfo Persico c'è una frattura della crosta terrestre; è possibile che vi avvenisse un terremoto tale da sconvolgere il mare e da mandare su per il golfo una grande ondata di marea. Supponendo che il diluvio fosse in realtà limitato alla valle del Tigri e dell'Eufrate, non fa meraviglia che, come riferisce la Genesi, tutti gli alti monti fossero ricoperti.

La valle è pianeggiante e le alture non sono una gran cosa. Una grossa inondazione avrebbe in effetti sommerso la regione. Agli sgomenti superstiti sarà certo sembrato che tutte le alture che erano sotto tutto il cielo fossero state ricoperte.

Ma i sumeri del 2800 a.C. non potevano avere che un'idea molto parziale dell'estensione del mondo. Secondo il Codice P l'arca si arenò sull'Ararat; è questa una regione montuosa, situata nell'odierna Turchia orientale, in cui il Tigri e l'Eufrate hanno entrambi le loro sorgenti. Regno fiorente in epoca assira, il suo nome era Urartu, di cui Ararat è una versione.

La tradizione che l'arca andasse a posarsi sulle catene montuose di Urartu è un punto a favore della teoria del maremoto quale causa del diluvio. Una comune inondazione fluviale spingerebbe gli oggetti galleggianti a valle; un grande maremoto li spingerebbe a monte: a nord-ovest, verso Urartu".

Diversi teologi moderni ritengono invece diluvio collegato alle glaciazioni. Il biblista Alfred Lapple scrive: "I termini era glaciale ed era alluvionale sono comuni nella storia della terra e dell'umanità. Sebbene gli scienziati non siano affatto d'accordo riguardo al numero delle ere glaciali - si è parlato ora di una sola era glaciale, ora di quattro (Penck, Brueckner), ora addirittura di dodici (Milankowitsch) - oggi essi ritengono quasi generalmente che ci siano state quattro ere glaciali, poiché è stata provata l'esistenza di quattro morene fondamentali sovrapposte. Il diluvio si suddividerebbe perciò nel: glaciale di Guenz; di Mindel; di Riss; di Wuerm. L'uomo è stato testimone dell'avvicendarsi delle ere glaciali ed interglaciali".

Scrive Werner Keller: "Quando sentiamo nominare il diluvio universale, la nostra mente corre subito all'Antico Testamento. Senza sapere però che questa tradizione non è affatto unica o esclusiva dell'ebraismo. Nei popoli di tutte le razze esistono diverse narrazioni riguardanti catastrofi di questo genere, sebbene con modalità estremamente differenti. I cinesi hanno il loro Noè nella figura di Fa Li, gli scandinavi nella Regina Cesair, gli egizi in Ziusudra. Secondo gli aborigeni dell'Amazzonia il diluvio fu causato da una enorme rana che iniziò a vomitare acqua sopra il mondo. Il sole prese a muoversi e dalle spaccature della terra fuoriuscì nuova acqua.

Tra i greci, invece, era familiare la storia del diluvio voluto dal dio Zeus, che preservò una unica coppia, Deucalione e Pirra. Nella mitologia dell'epoca queste punizioni divine non erano infrequenti. Esiodo parla di una quinta stirpe affranta da fatiche ed affanni mandati dagli dèi e distrutta da Zeus (in Opere e i giorni, vv. 174-200). A perenne sorveglianza degli uomini scellerati, tre volte dieci per mille sono, sulla terra feconda, gli Immortali mandati da Zeus, custodi degli uomini, che guardano alle loro sentenze e alle opere scellerate, vestiti di nebbia, sparsi dovunque su tutta la terra (vv. 252-255).

Molto prima di Colombo numerosi racconti tenevano vivo tra gli aborigeni del continente americano il ricordo di una grande alluvione; anche in Australia, in India, in Polinesia, nel Tibet, nel Cashmir come in Lituania, storie di un diluvio sono passate di generazione in generazione fino ai nostri giorni. É mai possibile che tutto questo non sia altro che favola, leggenda, pura fantasia?". Difficile sostenerlo; nel 1928 l'archeologo Leonard Wolley scopriva un grande sedimento argilloso sotto la collina della sumera Ur, sedimento che si estendeva dal Golfo Persico a Baghdad. Dai cinque pozzi scavati emersero due sedimentazioni.

A circa 5 metri sotto un ammattonato, databile con approssimativa certezza del 2700 a.C., furono trovate le rovine della possibile Ur antidiluviana. Ai piedi della torre a gradini sul corso inferiore dell'Eufrate fu altresì scoperto uno strato argilloso spesso quasi tre metri. In base all'età degli strati di abitati umani fu determinata la data di quell'inondazione: 4000 a.C., ovverosia lo stesso periodo indicato dalla Bibbia. La Bibbia aveva ragione!

Del diluvio parla anche lo storico fenicio Beroso (o Sanconiatone), sacerdote di Marduk a Babilonia; ne accennava in una sua Storia del mondo del 275 a.C. andata perduta ma sopravvissuta nelle citazioni dello storico greco Alessandro Polistore, di Eusebio di Cesarea e di Sincello.

Lo Ziusudra fenicio si chiama Xisusthros; il dio salvatore è Crono; anche in questo racconto l'arca si arena su un monte ed il suo capitano (come nei testi sumeri ed in quelli ebraici) libera degli uccelli per verificare lo scampato pericolo, indi innalza un altare e sacrifica agli dèi alcuni animali (la traduzione Rosemberg conferma che aveva raccolto sette esemplari di ogni specie).

Quest'ultimo episodio ha acceso la fantasia di Isaac Asimov, che ha notato come gli dèi sumeri e quello ebraico provassero un bisogno quasi fisico di questi sacrifici: "Nella storia del diluvio sumerica anche Ut-Napishtim sacrifica agli dèi, che accorrono lietamente intorno al fumo, adunandosi come mosche. Si ha l'impressione che gli dèi abbiano fortemente sentito la mancanza dell'odore dei sacrifici, che è il loro cibo, e siano grati del loro ripristino.

Si direbbe che temano di morire di fame; e lo stesso Enlil si convince che è meglio lasciare che gli uomini vivano anziché fare a meno dell'odore dei sacrifici. Nella Bibbia questo aspetto è messo molto in sordina; tuttavia il Signore sente un odore soave e subito decide di togliere la maledizione imposta al suolo al tempo di Adamo, e di non devastare più la Terra". L'uomo dunque come servo e cuoco degli dèi alieni? É confermato anche nei testi ebraici.

E poi, quale è il reale significato dei sacrifici antichi, umani o animali? É forse casuale il fatto che gli alieni Grigi della moderna ufologia siano continuamente associati a ritrovamenti di animali stranamente mutilati e a casi di rapimenti di uomini, per scopi di studio?

Possibile che il sacrificio di forme di vita altro non fosse che una misinterpretazione dei bisogni degli "dèi" alieni, che da secoli sperimentavano e studiavano su cavie umane ed animali? Non è improprio pensarlo.

Il nuovo patto di alleanza con l'umanità scampata al diluvio permette infatti ai colonizzatori della Terra di continuare a sperimentare, servendosi dell'uomo; che se ne farebbe un dio, o gli alieni, di un pianeta morto, sterminato? Nulla. Dio aveva bisogno degli uomini.

Il diluvio è infine citato anche nelle tavolette assire di Ninive e su un prisma d'argilla dall'inglese Weld-Blundell.

Il prisma, classificato dagli assiriologi con il numero d'inventario WB 444, riporta i nomi di cinque città antidiluviane, il nome del re di Shuruppak Ubar-Tutu e riferisce che l'umanità anteriore alla catastrofe aveva vissuto sulla Terra, dalle origini, per 241.200 anni! Poi, "il diluvio si riversò. Dopo di che il diluvio si produsse. l'Autorità discese dal cielo". Gli dèi scesero dunque dal cielo, invasero la Terra. Il pianeta era stato riconquistato.

L'episodio rappresenta una sconfitta per Yahweh [personalmente credo che qui il termine Yahweh sia improprio... più corretto secondo le mie teorie inserire qui la figura di Enki] che, secondo la Tanhuma Buber Genesi, la Genesi Rabba, il Bereshit Erubin e la Pesiqta Rabbati, "intendeva popolare la Terra con uomini e non con demoni; perciò aveva infuso nel cuore di Adamo un irresistibile desiderio di Eva" (dunque, il peccato originale non era il sesso; N.d.A.); ma quando i bene-Elohim iniziarono a congiungersi carnalmente con le donne della Terra, il pianeta venne invaso oltre misura dai figli degli alieni (che la Genesi chiama "i ribelli").

Che gli angeli caduti desiderassero da tempo insediarsi sulla Terra è confermato da varie fonti.

Yalqut Genesi e la Bereshit Rabbati narrano che gli angeli Shemhazai e Azael avevano messo in guardia il "Signore dell'Universo" del fatto che "l'uomo fosse indegno del Suo mondo". "Dio disse: Ma se distruggo l'uomo, che ne sarà del mio mondo? Dissero gli angeli: Potremmo abitarlo noi. Ma il Signore replicò: Forse che, discesi sulla Terra, non pecchereste peggio degli uomini?".

Di fronte alle insistenze degli angeli, l'Elohim acconsente; ma ecco che i bene-Elohim (tali sono Shemhazai e Azael) subito "furono attratti dalla bellezza delle figlie di Eva"; le possedettero e generarono figli mostruosi. Ma ciò che fu peggio, "questi ribelli, o angeli caduti, avevano un appetito formidabile, che Dio doveva mandare loro manna di diversi sapori, per tenerli lontani dalla tentazione di mangiare carne, un cibo proibito".

Shemazai in seguito si pentì e tornò al suo mondo di origine: "la costellazione che i greci chiamano Orione"; Azael continuò invece a peccare, congiungendosi anche con donne-demone provenienti dallo spazio (Zohar Genesis); solo una "vergine" gli resistette; si chiamava Istahar (figura nota agli ufologi come Itachar; si legga il terzo capitolo); Istahar ottenne di tornare nel suo mondo, "nella costellazione detta la Vergine o, come altri vogliono, le Pleiadi" (Liqqute Midrashim). Oltre al diluvio, fu "Gabriele che distrusse gli angeli caduti, incitandoli ad una guerra fra loro" (Libro di Enoch).


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IL CODICE DEI CREATORI E L'ORDINE DEI SERPENTI

Fonte: http://www.acam.it/il-codice-dei-creatori-e-lordine-del-serpente/

Il simbolo più antico del mondo è il serpente, animale affascinante e misterioso che popola i nostri sogni. La sua storia ha origini molto remote come il culto, tramandato nei millenni da un gruppo ristretto di iniziati. Ogni popolo venerava il rettile con riti complessi, legati a un sapere ancestrale confluito poi nell’arte sacra e nei miti, sorta di multiformi capsule temporali. Un raffronto a livello cronologico e antropologico tra lontane civiltà penetra in parte il messaggio che lasciarono, evidenziando numerose somiglianze e ricostruendo la genealogia di un simbolo immortale.

La Vibrazione dalle Sette Teste

Gli Scritti sacri e ispirati della civiltà Mu, fiorita oltre 50.000 anni prima nell’Oceano Pacifico, erano tavolette di argilla effigiate dalla stirpe dei Nacaal, i Santi Fratelli. James Churchward, ufficiale britannico di stanza in India nel 1868, entrò in contatto con un Rishi del monastero di Brahmaputra, in Tibet, che gli mostrò le numerose iscrizioni e il giovane dedicò la sua vita a decifrarne i caratteri, visitando il mondo alla ricerca di conferme archeologiche che avvalorassero l’esistenza di Mu.

La Genesi dei Nacaal tramanda che la Potenza Autoesistente, il Serpente dalle Sette Teste, modulò sette ordini per creare i mondi. I gas plasmarono la Terra nello spazio, l’atmosfera e le acque, infine la luce solare dardeggiò nelle liquide profondità e il fango partorì le uova cosmiche. Il glifo corrispondente mostra, infatti, il disco del Sole percorso da un piccolo serpente piumato sinuoso, che secondo Cotterell ne Le Profezie di Tutankhamon esprime l’attività delle macchie undecennali nella regione dell’equatore solare. Interessante la sua affermazione in proposito: “…la leggenda del serpente piumato raccontava la storia di come il Sole influenza la vita sulla Terra. Il serpente piumato era il Sole”. Questa rappresentazione, una costante nel nostro studio, assurgerà a fulcro della vita presso i Maya.

Il regno dei Naga

Nei miti cosmogonici indiani ricompare inalterato il medesimo credo. Vishnu riposa sul serpente dalle sette teste Sesha (“Durata”) o Ananda (“Infinito”) mentre sogna la creazione dell’Universo, e in un gesto di consapevolezza sparge il suo seme nelle acque cosmiche, che si muta in un uovo d’oro “uguale per splendore al Sole”, germe di ogni creatura vivente. Il sanscrito bija, seme, ha dato origine al termine egizio bja, di identico significato, che richiama il ferro meteorico incarnato dalla Fenice che torna ciclicamente sulla Terra per inumare il padre dentro un uovo. Anche Sesha incarna lo scorrere delle epoche e un suo sbadiglio provoca un fuoco rigeneratore che si abbatte sulla Terra, i meteoriti, serpenti delle profondità siderali. Allo stesso modo di Takasaka, uno dei naga, che incendia col solo respiro. I naga erano divinità serpentiformi, re–cobra detentori della supremazia celeste, dimoranti a Nagaloka. Come i Maya e gli Egizi, il pantheon indù prevede nove deità, definite i “Nove Cobra di Brahma”. L’origine dei naga si perde nel tempo, dato che i più antichi poemi epici indiani quali il Ramayana li collocano in un’epoca risalente a 870.000 anni fa e il libro tibetano Le stanze di Dzyan parla di loro come “I serpenti, che ridiscesero, che fecero pace con la quinta razza, che l’ammaestrarono e l’istruirono”. Un rilievo in pietra di Orissa, del X sec. d.C., ritrae le divinità Naga e Nagini con lunghe code intrecciate sotto la vita, come più tardi avverrà per Iside e Osiride tra i Frigi, scolpiti in forma di cobra.

È ad Angkor Wat che la simbologia del rettile è magistralmente rappresentata da innumerevoli sculture di cobra che sormontano il disco solare ed esprimono, secondo Hancock, la costellazione del Dragone, adagiata come un cobra in atto di sfida. La corta piramide Phimeanakas puntava verso il Draco e al suo interno avveniva “l’unione” del sovrano con una donna–serpente, rito iniziatico di carattere astronomico. Particolare rilievo assume, infine, la Frullatura dell’Oceano di Latte, istoriata sui muri dei templi, ove il naga Vasuki, tirato alle estremità, incarna il tragitto solare nella precessione degli equinozi entro le vastità della Via Lattea e la nascita di un nuovo mondo.

La serpe della vita

Il rettile richiama altresì le forze latenti nell’uomo. Un sigillo in terracotta di 3.000 anni fa ritrae un personaggio assiso in posizione yogica, con due cobra ai lati e due fedeli in adorazione. La dottrina dello yoga, diffusa nel globo intero, descrive numerosi centri vitali del corpo, i chakra, piccole ruote che corrispondono a precisi organi interni connessi a importantissime funzioni. Adeguatamente attivati, producono una frequenza elettromagnetica che interagisce con i condotti vitali e l’energia kundalini alla base della colonna vertebrale. Questa preme all’interno e sale sotto forma di serpente elettrico sino alla ghiandola pineale, donando una sensazione di completezza nell’uomo. Il caduceo di Thot/Hermes, derivazione del bastone brahmanico, è avvolto dai serpenti, il flusso energetico spiraliforme, mentre la sommità sferica rappresenta il cervello con i ventricoli, due ali, segno di purezza spirituale. Il Buddha, nona incarnazione di Vishnu, divenne l’illuminato quando il re–cobra a sette teste Mucalinda gli porse riparo durante una tempesta, metafora di elevatezza nel caos della vita. Ancor oggi, i monaci tibetani utilizzano trombe ricurve decorate da serpenti attorcigliati per i loro riti. Il vecchio serpente La Persia nel 588 a.C. vide fiorire la predicazione del profeta Zarathustra, che espose la sua dottrina enucleandola dal più antico culto dei Magi.

A capo del pantheon divino stava Ahura Mazda, la luce, con il figlio Mithra e una schiera di entità splendenti, i daeva. Alcuni di essi disobbedirono all’ordine cosmico influenzati da Angra Maynu, il principio oscuro, definito come “il vecchio serpente con due piedi”. Anche le tribù degli yezidi in Kurdistan credono in Lasifarus, angelo splendente che formò il mondo dall’uovo cosmico e il sepolcro dello sceicco Adi, a Lalish, presenta sulle pareti glifi stellari attorno a un serpente nero, oggetto di culto profondo. Alcuni yezidi, poi, sono in grado di addomesticare i serpenti e immuni dal loro veleno, al pari degli incantatori indiani. Un legame tra le due culture parve trovarlo E. S. Drower, che nel 1940 esplorò una grotta yezida ornata da statue con copricapi conici nella posizione meditativa del Buddha.

Il popolo yaresan, affine per molti versi agli yezidi, è devoto al sultano Azhi Dahâka, re–serpente della schiera di daeva vicini ad Angra Maynu. Gli iraniani definivano i sovrani Medi mâr, serpente, e Astiage di Media (584–550 a.C.) aveva anche l’appellativo di Rshti-vegâ Azhi Dahâka. In persiano moderno azdahâ è ancora il rettile, segno di una sopravvivenza duratura degli antichi miti. Gli Armeni, dal canto loro, ricordano la “dinastia dei draghi (vishap) di Media” – come in Cina –, adorati presso antichi megaliti. La discendenza si propagò sino al valoroso re Tigrane il Grande, vissuto nel secondo secolo a.C., fondatore della metropoli Tigranavand in Kurdistan, centro di adorazione di un serpente antropomorfo. Il culto quasi ossessivo personifica, in realtà, l’attenzione per la parte ombra insita nell’uomo che lo voterà gradualmente alla luce, concetto personificato dalla triade indissolubile Angra Maynu, Ahura Mazda e Mithra.

Le spire del Kosmokrator

Il dio Mithra compare nei Veda con il significato di “amico per mezzo del patto”, e invariato rimarrà in persiano antico. Le caratteristiche precipue dei misteri del dio emergono chiaramente dallo studio approfondito dei mitrei romani, in particolare quello delle Sette Sfere ad Ostia antica. Il rituale prevedeva sette gradi, strettamente legati ai pianeti ed espressi da simboli, che culminano in quello finale di Pater, rappresentato da Mithra stesso.

Il primo grado era sotto la tutela di Mercurio, effigiato con il caduceo in mano. Il secondo grado, invece, simboleggiato dal serpente – legato a Venere – che ringiovanisce con la muta stagionale delle pelle. Il rettile domina la componente architettonica mithraica, ne costituisce anzi il fulcro. La scena più diffusa è il dio che taglia la gola al toro bianco stellare, scaturigine della vita, mentre al di sotto appaiono vari animali, tra cui il serpente che si nutre del seme del toro. Il serpente assume l’identità della maestosa costellazione dell’Hydra sulla volta celeste attraversata da Mithra in veste di governatore delle stelle. Il rettile da solo compare lateralmente in un altare nella chiesa di San Clemente a Roma, come la stele di arenaria rossa nel Kalasasáya dedicata a Viracocha. Spunta, poi, da un albero, come nel racconto della Genesi; se Mithra nasce dalla roccia, che in persiano significa anche cielo, l’animale la circonda maestoso.

La raffigurazione più potente del dio è incarnata dal Kosmokrator (potere creatore e reggitore del Cosmo), statua alata a grandezza naturale dal volto di leone, avviluppata dalle spire di un serpente che si erge sopra l’uovo primigenio. Il quarto grado dei misteri era riservato al Leone, personificazione di Angra Maynu, mentre il rettile descrive il percorso spiraliforme del Sole intorno alla Terra nel corso dell’anno. Infatti, se assegniamo il corrispondente valore numerico alle lettere del nome greco di Mithra, Mei’qraV, sommandole avremo 365.

L’acciecante guerra di Ra

Riferimenti specifici al superbo animale, in Egitto, troviamo nei primevi miti della creazione, densi di profonde simbologie. Nei Testi delle Piramidi il dio Ra dà vita a “Gli Inerti” nell’Oceano Primordiale “, serpenti cosmici relati forse alle orbite di pianeti ancor privi di movimento, formati da gasinerti. In altri racconti lo stesso dio, nel pieno del suo fulgore, plasma un “primo universo” popolato da individui che si alleano contro di lui quando in seguito diventa vecchio. Indignato, decide di sterminarli con l’aiuto del suo Occhio, poi, stanco e deluso il sommo dio sale in alto nel cielo e nasce l’attuale mondo. Per garantire la vita sulla Terra, Ra e la sua progenie solcano la volta splendente della Galassia sulla “Barca dei Milioni di Anni”, costantemente in lotta con l’antico serpente Apep. Rivalità espressa nei combattimenti tra Horus e Seth, quest’ultimo associato variamente alla dissoluzione in forma di serpente. I testi del tempio di Horus a Edfu ricordano, infatti, un grande serpente fiammeggiante che visitò la Terra in epoca remota.

La scena della battaglia solare è illustrata in molte pitture parietali all’interno di tombe e templi egizi, mentre la formula 332 dei Testi delle Piramidi, un corpus di sapere esoterico, recita: “Sono colui che è fuggito dal serpente attorcigliato, sono asceso in un’esplosione di fuoco dopo essermi girato all’intorno. I due cieli vengono a me”.

L’intero mito di Ra andrebbe forse ascritto al confuso ricordo di una catastrofe cosmica di una stella centrale della Galassia, che ha interessato diversi pianeti. Murry Hope nota con acume che il processo di contrazione (la dipartita di Ra) da una stella gialla a una nana bianca prevede una spettacolare espansione in una rossa supergigante e l’eiezione dell’involucro in una nebulosa planetaria. L’effetto è simile a un enorme serpente che racchiude l’astro, l’Apep, destino che toccherà in sorte ai corpi celesti dopo svariati milioni di anni.

Rivivere tra le stelle

La stele del re serpente, della tomba di re Djet ad Abydos (3.100 a.C.), ricorda la suprema identificazione dell’uomo con il rettile. Gli Egizi descrivevano l’Universo come un serpente “Ouroboros” che si morde la coda, con scaglie simboleggianti gli innumerevoli astri. Il rettile era anche segno di rinascita, prezioso alleato che conduce alla comprensione di sé, come mostrano affreschi del Libro di ciò che è nel Duat, effigiati nelle tombe della Valle dei Re. Il Duat era un regione celeste che abbracciava Orione, il Leone e l’Orsa Maggiore, dimora imperitura cui aspiravano i monarchi egizi al termine della loro vita.

Le complesse cerimonie descritte sulle pareti riecheggiano l’antica lotta del Sole per risorgere di nuovo all’orizzonte nelle acque della vita e l’ascesa dell’anima verso i lontani pianeti. Il simbolico viaggio, di dodici ore, comincia nell’equinozio primaverile quando il cielo muta configurazione, con l’iniziato che prende posto nel medesimo vascello solare accompagnato dalle divinità. Interessante la I Ora che descrive l’invocazione a Ra: “…i serpenti cantano e ti esaltano. I divini serpenti illuminano le tenebre per te. Le tue due ‘figlie-serpenti’ ti trainano nella tua forma…Le dee serpenti dell’Uranos ti acclamano, le dee serpenti ti rendono lodi…”. Incontro al gruppo si para il Sigillatore della Terra, in veste di guida, che impugna una sorta di caduceo. Interessante, poi, il parallelo tra le serpi lucenti e i dispositivi dal complesso significato della cripta di Dendera. Il viaggio prosegue in regni sconosciuti, pieni di oscuri anfratti, dominati da serpi alate davanti alla croce della vita ankh e a stelle particolari, a rimarcare il loro carattere di rinascita siderale, oppure con il globo solare sul capo. Il candidato, salito alle sfere stellari, alla fine esclama: “Io prendo possesso del cielo, dei suoi pilastri e delle sue stelle… Io sono un serpente pieno di spire…”.

Lo sguardo del Cobra

Per gli Egizi, significative erano le costellazioni circumpolari. Sappiamo, infatti, che le piramidi a Giza rispecchiano gli astri della cintura di Orione, con il Nilo che striscia verso Nord a imitazione della Via Lattea, mentre il condotto settentrionale della Camera della Regina, nella piramide di Cheope, guarda la stella Thuban nel Draco. I riti astrali della rinascita in epoche remote prevedevano l’utilizzo di un oggetto di bronzo simile alla lingua biforcuta di un rettile per la cerimonia dell’apertura della bocca; copia è stata rinvenuta proprio nel canale nord della Grande Piramide dai fratelli Dixon, nel 1872.

A conferma di un culto per il serpente celeste spicca la magnifica piramide a gradini di Zoser, a Saqqara, che guarda una serie di strutture sacre contornate da file di cobra in pietra, animale che rispecchia la forma della dea-cobra Edjo. Osiride stesso, divenuto serpente nel Duat, aveva una dimora di “cobra vivi” nell’acqua. Ogni tempio egizio portava scolpito sul frontone il simbolo del disco solare alato vigilato da cobra ritti. In antico egizio, il segno per il cobra, ara, incorporava anche il significato di “dea” e il rettile, segno distintivo di molte divinità, andò ad ornare il magnifico copricapo del giovane Tutankhamen, accanto all’avvoltoio, con il nome di uraeus (femmina del cobra).

Posto sul copricapo di Osiride, dono di Ra, emanava strane radiazioni in base al Libro dei Morti e in veste di arma lanciava raggi infuocati (“il respiro del serpente divino”), al pari dell’Arca dell’Alleanza. Notevole, infine, il diadema di Tutankhamen con il cobra che si erge come linea divisoria fra gli emisferi cerebrali, mentre il secondo santuario del giovane faraone raffigura diversi uomini di fronte a un cobra gigante colpiti dai raggi promananti da luminosi astri…

Il popolo sumero conserva memorie ancestrali degli Anunnaki, che forgiarono l’uomo grazie al potere del serpente, lasciando nel nostro corpo una linea genetica che regna incontrastata da allora.

Il mito della creazione di Adamo ed Eva descritto nella Genesi prende le mosse dalle tavolette cuneiformi, eredi a loro volta di un sapere più antico.

Nel pantheon sumero ricettacolo di suprema conoscenza era EN.KI/E.A (“colui la cui casa è l’acqua”), che amava l’uomo e lo aiutò ad evolvere da semplice creatura ad essere senziente, contrastato dal fratello EN.LIL. L’effige del dio era una freccia stilizzata enucleante il termine BUZUR, “detentore dei segreti” e “detentore dei metalli”, con allusione alla segreta arte alchemica. Nella Bibbia il medesimo vocabolo è nahash, “serpente”, correlato alla progenitrice Eva, tradotta come “vita”, “serpente femmina”, “Signora del serpente” e “madre di tutti i viventi”. La lingua araba chiama il rettile al-ayyah, “il vivificante”, omofono ad Allah, suggerendo in tal modo che gli antichi contemplassero un’Energia Madre quale scaturigine della vita. Un testo ebraico sostiene che Eva generò Caino insieme ad Enki, mentre Abele nacque dall’unione con Adamo. Il segno posto su Caino, di dinastia regale, era la rosacroce simboleggiante la Coppa delle Acque, l’utero femminile.

Verso l’Albero della Vita

Enki si rivolge ad Eva nel giardino dell’Eden spingendola a gustare i frutti dall’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, istoriato allegoricamente nei sigilli cilindrici come deità con rami simili a sinuosi spermatozooi e alla vagina: con l’energia sessuale controllata l’uomo ascende al cielo. Il messaggio si completa in altri bassorilievi di epoca assira raffiguranti uomini di rango elevato che montano la guardia ad un apparato simile alla spina dorsale e reggono in mano una pigna, la pineale.

Nel racconto di Adapa, l’Adamo biblico, è scritto: “La conoscenza Enki gli diede, ma non l’immortalità”. Difatti Enlil, scoperto lo stratagemma del fratello, scaccia la coppia divina dall’Eden, negandogli l’accesso all’Albero della Vita. Secoli più tardi l’eroe Gilgamesh partirà verso mondi lontani per carpire agli dèi l’ultimo segreto. Quale? Gli adepti di Enki ritrassero il dio con due enormi serpenti in foggia di veste attraversata da bande orizzontali, la doppia elica del DNA e i suoi quattro composti organici. Sotto di lui l’ankh egizia, la vita eterna. Tradizioni sudamericane parlano di Tomapa, che prediceva il futuro con una croce ansata. Il suo nome significherebbe “colui che ha in sé l’Albero della Vita da cui si tagliano verghe magiche”. Clonazione deriva dal greco kloon, ramoscello. Troppe le coincidenze.

Il maestro della stella bianca

In nessuna parte del globo ha raggiunto tanta potenza come in Mesoamerica il culto del Serpente Piumato. Furono gli Olmechi a introdurlo con gli attributi suoi propri, il pettorale a sette punte a forma di conchiglia e il glifo di Venere, che si combinano per dar luogo ad un preciso simbolismo astronomico. L’animale rappresenta, nel contempo, il veicolo spaziale lucescente che emette fiamme e brilla velocissimo nella notte, secondo la descrizione che farà Sanconiatone di Berito nella sua Storia Fenicia.

Il dio Kukulkàn, Serpente Piumato dai colori dell’arcobaleno (Quetzalcòatl per gli Aztechi), era considerato dai Maya il creatore dell’uomo, colui che infuse l’impulso evolutivo ai nativi del Messico. Dalla pelle chiara con la barba, sua madre lo concepì dopo aver ingerito uno smeraldo, nascita tipica dei grandi avatàr. Promulgò leggi giuste e insegnò la scienza astronomica attraverso il sacro calendario dal ciclo di 52 anni legato a Venere e alle Pleiadi.

In vita si oppose al feroce Tezcatlipoca, il quale lo costrinse a partire definitivamente, con la promessa però di ritornare instaurando una nuova èra. Raggiunta la riva celeste dell’acqua divina e abbigliatosi sontuosamente, si immolò nel fuoco e disparve su una zattera di serpenti, per ricomparire otto giorni dopo sotto forma della stella Venere. Anche in Nepal si venera una divinità distesa sopra dei rettili dal soprannome di Narayan, “colui la cui casa è l’acqua”. La piramide–tempio di Quetzalcòatl a Teotihuacan presenta maschere serpentiformi del dio accanto a conchiglie di area caraibica.

Fuoco dalle Pleiadi

Andrew Collins ha visitato a Cuba, secondo lui l’antica Atlantide, la prima di sette caverne a Punta de l’Este, segnata con graffiti di una cometa serpentiforme che genera anelli concentrici. Il sito ha due fori per registrare sin da epoche arcaiche il transito di Venere, pianeta connesso alla costellazione delle Pleiadi, simboleggiata presso i Maya dal sonaglio del serpente. Tra gli abitanti locali è viva la memoria di un asteroide caduto migliaia di anni prima nel Mar dei Caraibi, descritto come un gigantesco rettile infuocato, e antiche tradizioni ebraiche sul Diluvio Universale narrano che “le acque superiori precipitarono nello spazio creatosi quando Dio rimosse due stelle dalla costellazione delle Pleiadi”. Gli Olmechi sostengono che l’umanità sia emersa dall’interno di grotte, a imitazione delle quali costruirono i loro osservatori stellari sotterranei. Sembra quasi che gli ignoti artisti vogliano attirare la nostra attenzione sui misteriosi pittogrammi, unico indizio che punta ai cieli. Che altro sappiamo di loro? Esiste un’eredità perduta di cui non abbiamo sentore? La risposta ai molti interrogativi giace nelle giungle tropicali.

La stirpe di Ahau Can

Nel Popol Vuh dei Maya si parla di numerose tribù madri fuggite nell’oscurità dalle sette caverne di Aztlàn, nel lontano est. Tutto fa pensare ai sopravvissuti di una catastrofe planetaria che ha coperto di tenebra il pianeta, effetto creatosi in seguito ad un impatto cometario. I sedici Libri di Chilam Balaam ricordano, invece, l’arrivo nello Yucatan in tempi remoti di uomini biondi barbuti dalla carnagione bianca e gli occhi azzurri, giunti a bordo di zattere che scintillavano come le squame di un rettile. Erano guidati da Itzamna, che guariva con l’imposizione delle mani e donava la vita ai defunti. I sacerdoti si facevano chiamare chanes, “serpenti”, o ah-tzai, “popolo del serpente a sonagli”. Gli stranieri tributavano un’importanza enorme al rettile, il Crotalus durissus durissus, conosciuto come Ahau Can, il “Gran Signore Serpente” e venerato parimenti nell’intera America.

Fu il motivo geometrico della sua pelle, rombi attraversati da una croce, a ispirare l’architettura sacra (come nei fregi di Uxmal) e l’orientamento ai quattro punti cardinali delle strutture maya. Il simbolo vivente è il tempio di Kukulkàn a Chichén Itzà, ove la luce solare ai due equinozi crea sulla scalinata nord un suggestivo serpente formato da sette triangoli splendenti, il dorso del crotalo. L’animale compie la muta della pelle una volta l’anno quando il Sole nello Yucatan è allo zenit a metà luglio, acquisendo nel contempo un nuovo sonaglio. Cambia poi i denti ogni venti giorni, associabili a un particolare computo temporale maya. Come controparte delle brillanti Pleiadi, ricordava il nuovo ciclo ad opera della costellazione sorta prima di Venere nel 3.114 a.C., data di inizio del calendario mesoamericano. Cerimonia solennizzata dall’accensione di un fuoco sacro sopra la statua di Chac Mool a Chichén Itzà, fiancheggiata da statue di rettili giganti con la coda a sonagli disposti ad L. Anche il sito di Tiahuanaco, in Bolivia, era progettato come un grandioso orologio stellare e il fregio sulla Porta del Sole identifica una camera segreta sotto la piramide Akapana dominata dal serpente, simbolo della conoscenza suprema.

Un rito sconcertante introdotto dai chanes è la deformazione del capo dei bambini nobili, per conferir loro inusitate doti intellettive e l’aspetto degli dèi serpente. Significativi i crani allungati rinvenuti pressochè in tutto il globo, dall’America all’Egitto. Anche Pacal, il sovrano maya di Palenque, presentava le medesime caratteristiche e la maschera di giada che copriva il suo volto nella cripta sotterranea è incisa con squame serpentine, mentre sui pilastri del Tempio delle Iscrizioni compaiono donne con un bambino in braccio la cui spina dorsale si prolunga in un rettile. Inoltre, combinando le figure della lastra di Palenque, Cotterell ha individuato la sequenza mitologica del serpente piumato nelle sue manifestazioni.

La schiera dei Vigilanti

L’eco degli dèi serpente giunge sino i compilatori dell’Antico Testamento. Il Libro di Enoch e il Libro dei Giganti (apocrifi derivanti dal Libro di Noè) descrivono l’arrivo sul pianeta di duecento Vigilanti capeggiati da Semyaza che si uniscono alle donne terrestri generando esseri semidivini. Rivelano agli uomini i misteri celesti quali la metallurgia e la scrittura, nonché l’immunità ai veleni dei rettili. L’aspetto dei Vigilanti viene chiarito da un’altra opera apocrifa, Il Testo di Amran, ove il padre di Mosè s’imbatte in creature dal volto di vipera, riprodotte anche nelle statuine della cultura Ubaid in Mesopotamia. La Genesi definisce gli strani esseri “figli Dio” e non correttamente “figli delle dee”, e la loro prole nephilim, giganti, in realtà i discendenti del serpente. Un’altra variante del mito di Kukulkàn è Votan, dei Guardiani della razza di Can. Se questi ultimi fossero i Vigilanti, non è casuale l’accostamento tra chan, Can e Caino.

Il Figlio dell’Universo

Il sapere giunto dal cielo si trasmise alle scuole iniziatiche del Medio Oriente, cui era affiliato Mosè. Celebre l’episodio del patriarca che forgia un serpente di rame nel deserto contro un’epidemia di serpenti ai danni degli Israeliti. Chiunque avesse posato lo sguardo sull’amuleto sarebbe guarito all’istante. Da qualificate ricerche mediche è emerso che il radionucleide rame – 62 è un “emettitore di positroni” benefico per il sangue e gli altri composti del metallo potenziano le cellule viventi. L’immagine del rettile che salva dalle infermità verrà ripresa secoli più tardi dal Vangelo di Giovanni che fa dire a Gesù: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così dev’essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chi crede in lui avrà la vita eterna”. Al tempo di Erode circolava la leggenda che una vergine giudea, identificata in Maria, fosse stata visitata da un serpente. Come Quetzalcòatl, Gesù si definiva la stella del mattino, compiva miracoli e possedeva l’arte di incantare i rettili appresa nei suoi viaggi in India. Accostarlo alla famiglia dei chanes sarebbe azzardato, ma è quanto ha fatto Le Plongeon, il quale sostiene che siano di origine maya le parole del Maestro sulla croce: “Hele hele Lama, zabac tani”, cioè “Ora, ora sto svenendo, le tenebre coprono il mio volto”.

La gnosi cristiana è fermamente convinta che ognuno di noi nasca come un serpente destinato a strisciare sulla Terra per raggiungere alfine le stelle. La setta degli Ofiti (dal greco ojiV, serpente) affermava che l’uomo, nato da un uovo e da un serpente, replica l’Universo mentre il nostro intestino richiama la forma dell’animale. Da qui il significato simbolico del labirinto e l’osservazione delle viscere a scopo divinatorio. I Sethiani chiamavano “serpente” il potere creatore, che plasma sibilando tramite la vibrazione sonora, il Logos.

La tredicesima costellazione

I culti orfici, sviluppatisi in Grecia nel V–IV sec. a.C., propugnano la stessa dottrina asserendo che in principio esisteva soltanto la Notte scura da cui prese forma un grande vento nelle sembianze del serpente Ofione, che unitosi all’oscurità generò l’Uovo primordiale. Secondo eminenti studiosi dei princìpi pitagorici, il rettile è “il fluido vitale della procreazione, il midollo spinale che si credeva assumesse forma di serpente”. Ancora al filosofo greco si deve la credenza che la colonna vertebrale dell’uomo si tramutasse alla morte in un serpente.

Gli Ofiogeni, antica popolazione dell’Ellesponto, facevano risalire la loro discendenza ad un rettile unitosi con la regina Alia. Lo stesso accadde per gli Ateniesi, che inizialmente si definivano Cecropidi, attribuendo la nascita della polis al fondatore serpente Cecrope e al figlio Erittonio. La civiltà minoica, di stampo matriarcale, adorava una dea che stringe due serpenti, assimilata più tardi dalla bellicosa Atena, che subentrò a Cecrope nella protezione della capitale ateniese.

La divinità intimamente legata al serpente è il dio della medicina Asclepio, che riportò in vita il figlio di Minosse strofinandovi sopra un’erba medicamentosa rivelatagli da un rettile. Nel santuario di Kos, in Asia minore, veniva costantemente nutrito e adorato in suo onore l’animale sacro. I Romani credevano nel genius loci in forma di serpente che accompagnava l’individuo in vita e tracciavano dei serpenti in un luogo per renderlo puro. Alla sua morte, Asclepio viene assunto in cielo trasformandosi in Ofiuco, che appare nel firmamento come un uomo con il caduceo che stringe un serpente, l’omonimo gruppo stellare. Il mito personifica la tredicesima costellazione originaria dello Zodiaco, destinata a ricomporre il destino astrologico dell’essere umano nella faticosa esplorazione della Galassia ove regna la quiete assoluta.

Riti delle origini

Il culto del serpente è al giorno d’oggi più vivo che mai. In Tanzania, il zoologo Fred Carnochan è stato iniziato alla misteriosa casta dei guaritori immuni al morso del rettile grazie alla profonda conoscenza dei sieri vegetali ancor oggi sconosciuti ai medici ortodossi, mentre in Mali la popolazione dogon compie cerimonie rituali millenarie in onore degli esseri serpente provenienti da Sirio. Nel Volta, invece, le donne gravide visitano la casa decorata da rettili.

Gli indiani Moki del New Mexico eseguon la danza della pioggia indossando sonagli rumorosi e tenendo serpenti vivi tra i denti, custoditi per diversi giorni in camere sotterranee e immersi, come gli iniziati, nell’acqua consacrata. Nel sito maya di Copán, la scultura di un dio è scolpita nella stessa posa. Anche in Italia, a Coccullo (Abruzzo), si svolge la processione della statua di San Domenico avviluppata da serpenti vivi, cerimonia tributata all’antica dea Angizia. E l’elenco potrebbe continuare.

Siate furbi come serpenti

Il viaggio termina qui. L’intento primario era mostrare il fascino segreto che il serpente ha esercitato sui nostri predecessori, consci del ruolo che ogni creatura ricopre all’interno del Macrocosmo grazie alla vita che si manifesta nella sua totalità. La nostra ricerca, lungi dall’essere completa per l’incredibile vastità del materiale, è suscettibile di cambiamenti ed apre il campo a numerosi e interessanti sviluppi. Centro d’interesse rimane sempre l’uomo, erede della sapienza universale che, ignaro, possiede le chiavi del cambiamento nella struttura biologica del suo stesso corpo. Il nostro cervello consta di tre strati sovrapposti il primo dei quali collegato al midollo, era prerogativa dei rettili primordiali apparsi sul pianeta Terra milioni di anni fa. Potenziando il suo pensiero, l’uomo pone in essere il grande cambiamento che gli antichi misteri insegnavano tramite i Maestri. Gesù lascia un messaggio importante nel Quinto Vangelo di Tommaso: “I farisei e gli scribi hanno preso le chiavi della conoscenza e le hanno nascoste. Essi non sono entrati e non hanno lasciato entrare quelli che lo volevano. Voi però siate furbi come serpenti e semplici come colombe”.


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MessaggioInviato: 13/12/2012, 18:22 
GLI ADORATORI DEL CIELO

Articolo di Dino Vitagliano
Fonte: http://www.acam.it/gli-adoratori-del-cielo/

Una griglia magnetica di antichissime sculture, specchio del Cielo sulla Terra, avvolge il nostro globo, tessuta da una razza sapiente che aveva compreso i segreti dell’Universo e dell’animo umano, chiave dell’immortalità.

Questa la scoperta di Graham Hancock, il giornalista e ricercatore inglese, nel corso dei suoi viaggi affascinanti nel mondo, alla ricerca di una traccia comune che potesse ricollegare le misteriose civiltà scomparse di cui conserviamo gli imponenti monumenti. Un messaggio di indicibile bellezza, scritto nella pietra, si dipana dal Golfo del Messico al Sud America, dall’Egitto all’Indocina per giungere infine alle lontane isole del Pacifico. Una costante cosmologica che scandiva la vita del pianeta in tutte le sue forme ci accompagnerà in un viaggio affascinante, parte dell’Armonia Ancestrale tramandata nel corso dei millenni, a lungo nascosta e pronta a schiudere i suoi segreti.

I “Seguaci di Horus”

La città sacra di Heliopolis era chiamata dagli antichi Egizi “Innu Mehret”, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della Terra. Rappresenta il luogo originario in cui si manifestò il dio Atum, dopo la Creazione, dando vita alla Collina Primordiale.

Nacque così il Primo Tempo, un’éra mitica di fratellanza e di pace assicurata dagli Shemsu–Hor, i “Seguaci di Horus”, una mistica congrega di una civiltà avanzatissima, scampata alla distruzione della patria d’origine. Veneravano la stella Sole, Sirio e Orione, perpetuando in tal modo l’esistenza della triade divina Iside, Osiride e il figlio Horus. Definendosi anche “Seguaci della via di Ra” – la barca solare, altro aspetto di Horus – svelano un segnale importante sulla piena conoscenza del segreto della precessione, quando il Sole vivifica ognuna delle dodici costellazioni ogni 2.160 anni. Non a caso, poi, Innu divenne per i Greci Heliopolis, “la Città del Sole”.

I sacerdoti che presenziavano i culti sacri nel tempio principale scrutavano incessantemente il cielo, guidati dal Capo degli Astronomi che indossava una veste trapuntata di stelle.

Il ricercatore londinese John Ivimy, nel suo libro The Sphinx and the megaliths, dichiara apertamente: “Il tempio di Eliopoli, anche se veniva presentato ai non iniziati come un luogo di venerazione religiosa, era in realtà un osservatorio astronomico progettato e attrezzato dagli studiosi a scopi scientifici”. Notevole è l’informazione che proviene dal papiro di Leyden: “Quando giunge un nuovo messaggio dal cielo si ode a Innu”.

Un santuario destinato, secondo il nostro parere, a un’intensa fusione con le specie viventi del cosmo, di cui gli Egizi erano ben coscienti.

La via del Duat

L’opera degli iniziati prosegue a Edfu, nell’alto Egitto, dove si trovano le vestigia dello splendido Tempio di Horus. La sua età è antichissima, difatti sorge su preesistenze dell’Antico Regno, ma i geroglifici impressi sulle sue mura, meglio noti come i Testi della Costruzione di Edfu, ci raccontano che l’edificio fu eretto in base a un progetto “caduto dal cielo”, in un’epoca imprecisata del passato. Il cielo, ancora una volta, è indissolubilmente legato al tempio, che si orienta verso una regione stellare che abbraccia Orione e l’Orsa Maggiore, il Duat–N–Ba, luogo ove le anime terrestri si purificavano nel ritorno all’Energia Primordiale.

Il Cancello del Sole

La conferma più evidente delle conoscenze astronomiche appartenute ai saggi eliopolitani si ravvisa nel complesso monumentale di Karnak, a pochi Km da Luxor. La sala centrale del tempio di Amon–Ra culmina in un viale lunghissimo che si estende da 26 gradi a sud dell’est a 26 gradi a nord dell’est. Gli studi accurati dell’astronomo britannico Norman Lockyer nel secolo scorso, frutto di numerose ed attente osservazioni, hanno stabilito che sin dall’11.700 a.C., ai solstizi d’inverno e d’estate, la luce solare inondava il tempio, provocando l’effetto di un lampo.

Lo Zodiaco primordiale

Se da Karnak ci spostiamo in direzione nord, appare in tutta la sua magnificenza il tempio della dea Hahor a Denderah. Il nomne è sicurmanete evocativo per i cultori della paleosatronautica che ricorderanno le misteriose raffigurazioni, nel buio dei suoi sotterranei,, di oggeti affusolati simili alle odierne lampadine elettriche, citate per la prima volta dallo studioso americano Charles Berlitz, ne Il triangolo delle Bermuda (Sperling & Kupfer, 1974).

Senza addentrarci in speculazioni tecniche, possiamo affermare che all’interno delle sale nascoste di questa maestosa struttura avvenivano studi e cerimonie segrete sulle invisibili energie celesti e terrestri. La costruzione era consacrata ad Hathor, dea del cielo, rappresentata alternativamente sotto forma di vacca, simbolo della volta celeste. Le 24 colonne, elegantemente istoriate, conducono al cosiddetto Zodiaco Quadrato in cui domina la costellazione del Leone, e alla cupola sovrastante che ospita una configurazione circolare, sempre formata dai dodici segni astrologici, che ruotano in coppia. Il professor Alexander Gursthein sostiene che il bassorilievo risale al 6.000 a.C. Come per Edfu, i piani di costruzione di Denderah appartenevano alla Prima Età, ed erano vergati “in antiche linee scritte su pelle di animali del tempo dei Seguaci di Horus”.

La vita cammino di perfezione

Scopo dell’accurata ricerca astronomica egizia è la perfetta conoscenza del cosmo per la comprensione del Sé. Un modus vivendi che ritroviamo in tutti i monumenti e raggiunge il suo acme nel tempio di Deir el Medina, sulla riva occidentale del Nilo, costruito nel III secolo a.C. in onore di Maat, dea della Verità e Della Giustizia, simboleggiante l’anima del dio Thoth.

Edificato per volere di Tolomeo IV Philopator (221–205 a.C.), contiene l’enigmatica e affascinante rappresentazione della Psicostasia o Pesatura del Cuore. Il faraone, vestito con una candida tunica di lino, avanza verso il dio della rinascita Osiride, fiancheggiato da Maat alle sue spalle, che riappare davanti mentre stringe l’ankh, o croce ansata della vita eterna. Oltre, si giunge alla bilancia del giudizio, sorvegliata da Anubi, conduttore di anime dal volto di sciacallo, e da Horus con la testa di falco, i quali pesano il cuore del defunto comparandolo alla piuma della verità. Thoth, con la maschera di ibis, scrive il verdetto. Se il cuore pesa più della piuma il giudizio è negativo e l’anima viene divorata da un terribile essere di nome Ammit, altrimenti godrà della vita eterna assieme ad Osiride. Un simbolismo eloquente che mostra il cammino dell’uomo, che spoglio e umile deve affrontare i propri mostri, con l’aiuto della coscienza, e volare senza paura verso l’immortalità.

L’Orologio dell’Universo

Il quadro cosmologico del popolo egizio riposa nelle piramidi di Giza, l’opera più imponente e spettacolare, in termini architettonici e metafisici, che incarnano il frutto di una scienza dimenticata. Il sito è contiguo a Heliopolis, tanto da costituire un sofisticato complesso astronomico.

Le misure geometriche della Grande Piramide racchiudono approfondite nozioni di geodesia che, rapportate alle coordinate celesti, rendono questo monumento un orologio cosmico che scandisce i battiti dell’Universo.

La sua altezza moltiplicata per 43.200 equivale al raggio polare della Terra e il risultato della base per la stessa cifra si avvicina di molto alla circonferenza del pianeta all’equatore. Il numero si collega alla “precessione” dell’asse terrestre, quando un grado ogni 72 anni le stelle ruotano all’orizzonte. Seicento volte 72, non a caso, corrisponde a 43.200 che se accresciuto ancora rivela il respiro cosmico di Brahma, cardine del sapere indù, che si espande per 4.320.000.000 di anni (un concetto cosmologico incentrato sull’espansione e contrazione del creato).

La Porta dell’Aldilà

Il numero 72 e le sue molteplici combinazioni di calcolo sono il fulcro della matematica del cielo. Nella Camera del Re all’interno della Piramide di Cheope riposa un sarcofago di granito. L’ambiente è un rettangolo lungo 20 cubiti reali egiziani e largo 10. Se tracciamo una serie di diagonali dalle pareti e lungo il pavimento scopriremo un triangolo rettangolo di armoniche proporzioni. Il rapporto dei suoi lati di 15, 20 e 25 cubiti assomma a 3:4:5, espressione del teorema di Pitagora, in cui la somma dei quadrati dei cateti equivale al quadrato dell’ipotenusa. Il matematico islandese Einar Palsson ha avuto una geniale intuizione elevando 3, 4 e 5 al cubo. Una volta addizionati, il risultato sarà 216, ossia 72 x 3. Un prodotto del caso? L’attenzione si sposta sul misterioso sarcofago. Numerosi indizi, raccolti in anni di attente ricerche archeologiche, mostrano come nessun faraone sia mai stato sepolto al suo interno. Hancock stabilisce con sicurezza che il sarcofago “facesse parte dell’apparato fisico di un sofisticato rituale di rinascita – un gioco di realtà virtuale del viaggio dell’anima dopo la morte”. Gli iniziati, una volta adagiatisi, sperimentavano il contatto con altre dimensioni utilizzando la pratica del viaggio astrale e della meditazione trascendente, imparando a liberarsi dell’illusorietà della materia.

È oramai necessario svestirsi dei dogmi polverosi che dipingono la storia degli antichi quali esseri primitivi ingenui e sprovveduti. I messaggi, pieni di comprensione, che tali esseri ci inviano dal passato mostrano, ancora una volta, il loro amore verso l’umanità. Un messaggio che proviene anche da oltreoceano.

Apparsa dal nulla

La maestosa Cittadella di Teotihuacan, 50 km a nord di Città del Messico, nasconde tra le sue pietre segreti astronomici di capitale importanza. Nata in un’epoca imprecisata ed ereditata dagli Aztechi nel XIV secolo d.C., si compone di una serie di piramidi cultuali unite fra loro da un codice architettonico proprio del numero 72, come a Giza. L’intero complesso sembra apparso dal nulla, senza un piano preordinato. Secondo Michael Coe, della Yale University: “Forse il fatto più strano rispetto alla pianta di questa grande città è che non c’è assolutamente nessun precedente nel Nuovo Mondo”.

La facciata ovest della Piramide del Sole domina il maestoso Viale dei Morti che attraversa l’intero complesso. È orientata verso il passaggio dell’astro a 19,5 gradi dall’equatore, il 19 Maggio e il 25 Luglio, elemento che mostra la precisa conoscenza della fisica iperdimensionale. Il professore di astronomia statunitense Anthony F. Aveni ha rilevato che il sito, nel 150 d.C., presentava un allineamento specifico con le Pleiadi, che sorgevano eliacalmente all’alba.

Una visione del cielo, nel suo insieme, fondata sulla certezza degli iniziati di raggiungere le stelle. Teothiuacan, in lingua azteca, significa “il luogo dove gli uomini divennero dèi”. L’analogia con gli insegnamenti egizi è notevole. I sacerdoti che custodivano le sacre tradizioni erano i “Seguaci di Quetzalcòatl”, il magnanimo dio sceso dalle stelle per diffondere tra le popolazioni primitive i segreti del Sole, la Luna e le costellazioni. Furono loro ad erigere le piramidi, ora sepolte sotto le pietre di Teothiuacàn, nate dalle colline primordiali, in un era remota sconosciuta agli uomini.

Il Serpente di Luce

La maestria e la perfezione architettonica degli Anziani raggiunge il culmine nella piramide maya di Kukulkan, a Chichèn Itzà. Quattro scalinate di novantuno gradini, con il tempio superiore, formano i giorni dell’anno, mentre agli equinozi di primavera e autunno la luce solare dà vita a un serpente che striscia per tre ore e ventidue minuti lungo la scalinata nord.

Sotto di essa, negli anni ‘30 gli archeologi penetrarono in una struttura più antica la cui sommità ospita la scultura di un giaguaro rosso con 72 pezzi di giada. Il felino rappresenta, probabilmente, il pianeta Marte, col suo caratteristico colore. Anche in Egitto, la Sfinge, dipinta di rosso, guardava nel 10.450 a.C. la costellazione del Leone sorgere all’orizzonte.

Il riflesso della perfezione

Lo scienziato americano, Stansbury Hagar, direttore del Department of Ethnology al Brooklyn Institute of Art and Sciences, dopo un accurato lavoro sul significato simbolico di Teothiuacan, estese le sue ricerche ai siti maya di Uxmal, Yaxchilan, Palenque, Copan e Quirigua.

Nella città di Uxmal, l’insieme degli edifici riproduce diverse costellazioni zodiacali del cielo. Il Tempio sud–occidentale è l’Ariete, la Casa dei Piccioni il Toro, la Casa del Governatore sono i Gemelli, quella della Tartaruga il Cancro. Il Leone rivive nella Sala da ballo al centro, il Qudrato delle Suore è la Vergine, la Casa dei Sacerdoti la Bilancia, la fantastica Piramide del Mago incarna lo Scorpione, infine i templi sud–orientali sono il Capricorno, l’Acquario e i Pesci.

Le sue rivelazioni hanno preso corpo in un libro notevole, The Zodiacal Temple of Uxmal, nel quale dichiara: “Tutto in questo mondo è l’ombra o il riflesso della realtà perfetta che esiste nei regni celesti”.

Il luogo della Creazione

La connessione col firmamento si rivela in tutto il suo splendore a Utatlan, la capitale dei Maya quichè, gli autori del Popol Vuh, loro testo sacro. I suoi templi erano allineati al tramonto delle tre stelle della cintura di Orione, luogo del cielo che per i Maya rappresentava il punto della creazione, analogamente alle credenze egizie che vedevano nelle piramidi di Giza la controparte terrestre delle stessa costellazione.

La Tavoletta della Croce Foliata, a Palenque, mostra l’asse cosmico che ritroviamo nell’enigmatico pilastro di granito Djed istoriato sopra una colonna del tempio di Seti I ad Abido. Semplici coincidenze, sostengono molti, che mostrano ancora una volta, però, la stretta unione di civiltà distanti tra loro migliaia di chilometri che condividevano un patrimonio astronomico–cosmologico millenario.

“Il dio Horus vive”

 Immerso nelle profondita delle giungle cambogiane, distanti migliaia di chilometri, giace uno dei complessi cultuali più affascinanti al mondo: Angkor. Il nome, che risveglia un’epoca lontana dominata dalla fiera cultura khmer, è indissolubilmente legato all’Egitto, poiché Ankh–Hor significa “Il dio Horus vive”.

Il Cobra del Cielo

Nella sua estensione copre 300 Km2 lungo il fiume Mekong. La sua realizzazione adombra uno scopo preciso: ricreare la profonda storia cosmologica e spirituale della nostra Terra. È Angkor.

Le similitudini archeoastronomiche con il Messico e l’Egitto erompono evidenti se osserviamo che gli edifici di Angkor furono anch’essi eretti sopra colline primordiali di un periodo lontanissimo.

La costruzione del complesso di Angkor, ad opera dei quattro Devarajas (re–dio) khmer, Jayavarman II, Yasovarman I, Suryavarman II e Jayavarman VII, abbraccia un arco di tempo di poco più di quattro secoli, dall’802 al 1220 d.C. Iniziato da un altissimo bramino, Jayavarman II si reca con lui nel territorio della futura Angkor e fonda i tre templi di Roulos, controparte di tre astri della Corona Borealis. Poi, si dedica per lunghissimo tempo a una serie di rilevazioni geodetiche per la stesura di Angkor, opera continuata dai suoi successori.

La linea sinuosa che i numerosi templi tracciano sul terreno chiamano dal cielo la costellazione del Dragone che, quale cobra all’attacco, veglia dall’alto su Angkhor.

Nel Rigveda, testo sacro indù, appaiono maestosi i Naga, re–cobra del cielo, giunti sul nostro pianeta da ignote dimore stellari. I semidei Kaundinya e Kambu, iniziatori del regno cambogiano, sposarono due principesse naga. Kambu diede vita al popolo dei Kambujas, che danno il nome all’odierna Cambogia.

Un patrimonio comune

Angkor giace a 72° est da Giza. In Egitto, come sappiamo, Orione sorgeva all’orizzonte dodicimila anni fa e i pozzi stellari settentrionali della Grande Piramide guardavano, nel 2.500 a.C., Kochab dell’Orsa Minore e Thuban nel Dragone.

I templi di Ta Sohm e Benthei Samre rappresentano queste due stelle, mentre Neak Pean, contiguo a Ta Sohm, Zeta dell’Orsa Minore. Completa la porzione di cielo settentrionale Western Mebon, costruzione che incarna la stella Deneb nel Cigno.

Nonostante Angkor risalga al IX sec.d.C. riflette il cielo di migliaia di anni prima, mostrando così la perfetta conoscenza astronomica degli iniziati indù in connessione con la scienza sacra egizia.

Il Mandala Cosmico

Angkor Wat – il “Tempio” – è la prima di una serie di splendide città di pietra che appare ai nostri occhi.

Sopra un’isola magnificente che si specchia sul lago sacro, quattro bastioni di mura uno dentro l’altro racchiudono un’enorme piramide. L’intera costruzione è un mandala, figurazione geometrica particolare – come i Crop Circles (1) – che risveglia nell’uomo determinati centri di coscienza.

I suoi lati corti presentano un orientamento impressionante al vero nord–sud, mentre quelli lunghi curiosamente si volgono verso un’asse preciso di “0,75° a sud dell’est e a nord dell’ovest”. Presenta poi un allineamento est–ovest con gli equinozi e il cancello d’ingresso occidentale guarda i solstizi estivo e invernale sorgere dai templi di Phnom Bok e Prast Kuk Bangro.

Angkor, pure, era parte di un progetto vergato dagli dèi del paradiso Tushita.

Dal fossato si dipana una lunga strada che giunge sino alla piramide con  cinque torri sovrapposte, centro energetico dell’intera struttura, la quale incarna il Monte Meru della mitologia indù.

Le parole del tempio

Particolare importanza, per le sue connotazioni esoteriche, riveste la galleria maestra di Angkor Wat che si snoda per l’intero perimetro della costruzione. Ornano le sue pareti immensi bassorilievi che ritraggono la Frullatura dell’Oceano di Latte, che avviene al termine di ogni ciclo cosmico per donatre agli dèi l’amrita, il nettare dell’immortalità.

Il re–naga a cinque teste Vasuki, attorcigliato attorno alla montagna sacra Mandera, viene trascinato da schiere contrapposte di Deva e Asuras, gli angeli lucenti ed oscuri del pantheon indù. Al di sotto, nell’oceano celeste, la tartruga Kurma sostiene su di sé l’Universo. La perfezione architettonica dei rilievi è meravigliosa ma ancor più il messaggio che comunicano a colui che sa guardare oltre l’apparenza. I sacerdoti codificavano nella pietra molteplici informazioni a beneficio dei posteri, lo stesso Hancock afferma chiaramente che “il tempio è un buon maestro e trova molti modi per trasmettere le conoscenze esoteriche che i costruttori ritenevano potessero portare alla trasformazione spirituale”.

Gli Adoratori del Cielo
3 dicembre 2012

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di Dino Vitagliano

Mai come ora l’archeologia ortodossa si trasforma, grazie alle geniali intuizioni di autori colti e determinati, che hanno studiato il terreno in maniera totalmente rivoluzionaria: alzando gli occhi al cielo.

L’articolo si basa sullo splendido e dettagliato lavoro di Graham Hancock de Lo Specchio del Cielo, oltre a considerazioni personali dell’autore elaborate con la comparazione di altri testi.

Una griglia magnetica di antichissime sculture, specchio del Cielo sulla Terra, avvolge il nostro globo, tessuta da una razza sapiente che aveva compreso i segreti dell’Universo e dell’animo umano, chiave dell’immortalità.

Questa la scoperta di Graham Hancock, il giornalista e ricercatore inglese, nel corso dei suoi viaggi affascinanti nel mondo, alla ricerca di una traccia comune che potesse ricollegare le misteriose civiltà scomparse di cui conserviamo gli imponenti monumenti. Un messaggio di indicibile bellezza, scritto nella pietra, si dipana dal Golfo del Messico al Sud America, dall’Egitto all’Indocina per giungere infine alle lontane isole del Pacifico. Una costante cosmologica che scandiva la vita del pianeta in tutte le sue forme ci accompagnerà in un viaggio affascinante, parte dell’Armonia Ancestrale tramandata nel corso dei millenni, a lungo nascosta e pronta a schiudere i suoi segreti.

I “Seguaci di Horus”

La città sacra di Heliopolis era chiamata dagli antichi Egizi “Innu Mehret”, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della Terra. Rappresenta il luogo originario in cui si manifestò il dio Atum, dopo la Creazione, dando vita alla Collina Primordiale.

Nacque così il Primo Tempo, un’éra mitica di fratellanza e di pace assicurata dagli Shemsu–Hor, i “Seguaci di Horus”, una mistica congrega di una civiltà avanzatissima, scampata alla distruzione della patria d’origine. Veneravano la stella Sole, Sirio e Orione, perpetuando in tal modo l’esistenza della triade divina Iside, Osiride e il figlio Horus. Definendosi anche “Seguaci della via di Ra” – la barca solare, altro aspetto di Horus – svelano un segnale importante sulla piena conoscenza del segreto della precessione, quando il Sole vivifica ognuna delle dodici costellazioni ogni 2.160 anni. Non a caso, poi, Innu divenne per i Greci Heliopolis, “la Città del Sole”.

I sacerdoti che presenziavano i culti sacri nel tempio principale scrutavano incessantemente il cielo, guidati dal Capo degli Astronomi che indossava una veste trapuntata di stelle.

Il ricercatore londinese John Ivimy, nel suo libro The Sphinx and the megaliths, dichiara apertamente: “Il tempio di Eliopoli, anche se veniva presentato ai non iniziati come un luogo di venerazione religiosa, era in realtà un osservatorio astronomico progettato e attrezzato dagli studiosi a scopi scientifici”. Notevole è l’informazione che proviene dal papiro di Leyden: “Quando giunge un nuovo messaggio dal cielo si ode a Innu”.

Un santuario destinato, secondo il nostro parere, a un’intensa fusione con le specie viventi del cosmo, di cui gli Egizi erano ben coscienti.

La via del Duat

L’opera degli iniziati prosegue a Edfu, nell’alto Egitto, dove si trovano le vestigia dello splendido Tempio di Horus. La sua età è antichissima, difatti sorge su preesistenze dell’Antico Regno, ma i geroglifici impressi sulle sue mura, meglio noti come i Testi della Costruzione di Edfu, ci raccontano che l’edificio fu eretto in base a un progetto “caduto dal cielo”, in un’epoca imprecisata del passato. Il cielo, ancora una volta, è indissolubilmente legato al tempio, che si orienta verso una regione stellare che abbraccia Orione e l’Orsa Maggiore, il Duat–N–Ba, luogo ove le anime terrestri si purificavano nel ritorno all’Energia Primordiale.

Il Cancello del Sole

La conferma più evidente delle conoscenze astronomiche appartenute ai saggi eliopolitani si ravvisa nel complesso monumentale di Karnak, a pochi Km da Luxor. La sala centrale del tempio di Amon–Ra culmina in un viale lunghissimo che si estende da 26 gradi a sud dell’est a 26 gradi a nord dell’est. Gli studi accurati dell’astronomo britannico Norman Lockyer nel secolo scorso, frutto di numerose ed attente osservazioni, hanno stabilito che sin dall’11.700 a.C., ai solstizi d’inverno e d’estate, la luce solare inondava il tempio, provocando l’effetto di un lampo.

Lo Zodiaco primordiale

Se da Karnak ci spostiamo in direzione nord, appare in tutta la sua magnificenza il tempio della dea Hahor a Denderah. Il nomne è sicurmanete evocativo per i cultori della paleosatronautica che ricorderanno le misteriose raffigurazioni, nel buio dei suoi sotterranei,, di oggeti affusolati simili alle odierne lampadine elettriche, citate per la prima volta dallo studioso americano Charles Berlitz, ne Il triangolo delle Bermuda (Sperling & Kupfer, 1974).

Senza addentrarci in speculazioni tecniche, possiamo affermare che all’interno delle sale nascoste di questa maestosa struttura avvenivano studi e cerimonie segrete sulle invisibili energie celesti e terrestri. La costruzione era consacrata ad Hathor, dea del cielo, rappresentata alternativamente sotto forma di vacca, simbolo della volta celeste. Le 24 colonne, elegantemente istoriate, conducono al cosiddetto Zodiaco Quadrato in cui domina la costellazione del Leone, e alla cupola sovrastante che ospita una configurazione circolare, sempre formata dai dodici segni astrologici, che ruotano in coppia. Il professor Alexander Gursthein sostiene che il bassorilievo risale al 6.000 a.C. Come per Edfu, i piani di costruzione di Denderah appartenevano alla Prima Età, ed erano vergati “in antiche linee scritte su pelle di animali del tempo dei Seguaci di Horus”.

La vita cammino di perfezione

Scopo dell’accurata ricerca astronomica egizia è la perfetta conoscenza del cosmo per la comprensione del Sé. Un modus vivendi che ritroviamo in tutti i monumenti e raggiunge il suo acme nel tempio di Deir el Medina, sulla riva occidentale del Nilo, costruito nel III secolo a.C. in onore di Maat, dea della Verità e Della Giustizia, simboleggiante l’anima del dio Thoth.

Edificato per volere di Tolomeo IV Philopator (221–205 a.C.), contiene l’enigmatica e affascinante rappresentazione della Psicostasia o Pesatura del Cuore. Il faraone, vestito con una candida tunica di lino, avanza verso il dio della rinascita Osiride, fiancheggiato da Maat alle sue spalle, che riappare davanti mentre stringe l’ankh, o croce ansata della vita eterna. Oltre, si giunge alla bilancia del giudizio, sorvegliata da Anubi, conduttore di anime dal volto di sciacallo, e da Horus con la testa di falco, i quali pesano il cuore del defunto comparandolo alla piuma della verità. Thoth, con la maschera di ibis, scrive il verdetto. Se il cuore pesa più della piuma il giudizio è negativo e l’anima viene divorata da un terribile essere di nome Ammit, altrimenti godrà della vita eterna assieme ad Osiride. Un simbolismo eloquente che mostra il cammino dell’uomo, che spoglio e umile deve affrontare i propri mostri, con l’aiuto della coscienza, e volare senza paura verso l’immortalità.

L’Orologio dell’Universo

Il quadro cosmologico del popolo egizio riposa nelle piramidi di Giza, l’opera più imponente e spettacolare, in termini architettonici e metafisici, che incarnano il frutto di una scienza dimenticata. Il sito è contiguo a Heliopolis, tanto da costituire un sofisticato complesso astronomico.

Le misure geometriche della Grande Piramide racchiudono approfondite nozioni di geodesia che, rapportate alle coordinate celesti, rendono questo monumento un orologio cosmico che scandisce i battiti dell’Universo.

La sua altezza moltiplicata per 43.200 equivale al raggio polare della Terra e il risultato della base per la stessa cifra si avvicina di molto alla circonferenza del pianeta all’equatore. Il numero si collega alla “precessione” dell’asse terrestre, quando un grado ogni 72 anni le stelle ruotano all’orizzonte. Seicento volte 72, non a caso, corrisponde a 43.200 che se accresciuto ancora rivela il respiro cosmico di Brahma, cardine del sapere indù, che si espande per 4.320.000.000 di anni (un concetto cosmologico incentrato sull’espansione e contrazione del creato).

La Porta dell’Aldilà

Il numero 72 e le sue molteplici combinazioni di calcolo sono il fulcro della matematica del cielo. Nella Camera del Re all’interno della Piramide di Cheope riposa un sarcofago di granito. L’ambiente è un rettangolo lungo 20 cubiti reali egiziani e largo 10. Se tracciamo una serie di diagonali dalle pareti e lungo il pavimento scopriremo un triangolo rettangolo di armoniche proporzioni. Il rapporto dei suoi lati di 15, 20 e 25 cubiti assomma a 3:4:5, espressione del teorema di Pitagora, in cui la somma dei quadrati dei cateti equivale al quadrato dell’ipotenusa. Il matematico islandese Einar Palsson ha avuto una geniale intuizione elevando 3, 4 e 5 al cubo. Una volta addizionati, il risultato sarà 216, ossia 72 x 3. Un prodotto del caso? L’attenzione si sposta sul misterioso sarcofago. Numerosi indizi, raccolti in anni di attente ricerche archeologiche, mostrano come nessun faraone sia mai stato sepolto al suo interno. Hancock stabilisce con sicurezza che il sarcofago “facesse parte dell’apparato fisico di un sofisticato rituale di rinascita – un gioco di realtà virtuale del viaggio dell’anima dopo la morte”. Gli iniziati, una volta adagiatisi, sperimentavano il contatto con altre dimensioni utilizzando la pratica del viaggio astrale e della meditazione trascendente, imparando a liberarsi dell’illusorietà della materia.

È oramai necessario svestirsi dei dogmi polverosi che dipingono la storia degli antichi quali esseri primitivi ingenui e sprovveduti. I messaggi, pieni di comprensione, che tali esseri ci inviano dal passato mostrano, ancora una volta, il loro amore verso l’umanità. Un messaggio che proviene anche da oltreoceano.

Apparsa dal nulla

La maestosa Cittadella di Teotihuacan, 50 km a nord di Città del Messico, nasconde tra le sue pietre segreti astronomici di capitale importanza. Nata in un’epoca imprecisata ed ereditata dagli Aztechi nel XIV secolo d.C., si compone di una serie di piramidi cultuali unite fra loro da un codice architettonico proprio del numero 72, come a Giza. L’intero complesso sembra apparso dal nulla, senza un piano preordinato. Secondo Michael Coe, della Yale University: “Forse il fatto più strano rispetto alla pianta di questa grande città è che non c’è assolutamente nessun precedente nel Nuovo Mondo”.

La facciata ovest della Piramide del Sole domina il maestoso Viale dei Morti che attraversa l’intero complesso. È orientata verso il passaggio dell’astro a 19,5 gradi dall’equatore, il 19 Maggio e il 25 Luglio, elemento che mostra la precisa conoscenza della fisica iperdimensionale. Il professore di astronomia statunitense Anthony F. Aveni ha rilevato che il sito, nel 150 d.C., presentava un allineamento specifico con le Pleiadi, che sorgevano eliacalmente all’alba.

Una visione del cielo, nel suo insieme, fondata sulla certezza degli iniziati di raggiungere le stelle. Teothiuacan, in lingua azteca, significa “il luogo dove gli uomini divennero dèi”. L’analogia con gli insegnamenti egizi è notevole. I sacerdoti che custodivano le sacre tradizioni erano i “Seguaci di Quetzalcòatl”, il magnanimo dio sceso dalle stelle per diffondere tra le popolazioni primitive i segreti del Sole, la Luna e le costellazioni. Furono loro ad erigere le piramidi, ora sepolte sotto le pietre di Teothiuacàn, nate dalle colline primordiali, in un era remota sconosciuta agli uomini.

Il Serpente di Luce

La maestria e la perfezione architettonica degli Anziani raggiunge il culmine nella piramide maya di Kukulkan, a Chichèn Itzà. Quattro scalinate di novantuno gradini, con il tempio superiore, formano i giorni dell’anno, mentre agli equinozi di primavera e autunno la luce solare dà vita a un serpente che striscia per tre ore e ventidue minuti lungo la scalinata nord.

Sotto di essa, negli anni ‘30 gli archeologi penetrarono in una struttura più antica la cui sommità ospita la scultura di un giaguaro rosso con 72 pezzi di giada. Il felino rappresenta, probabilmente, il pianeta Marte, col suo caratteristico colore. Anche in Egitto, la Sfinge, dipinta di rosso, guardava nel 10.450 a.C. la costellazione del Leone sorgere all’orizzonte.

Il riflesso della perfezione

Lo scienziato americano, Stansbury Hagar, direttore del Department of Ethnology al Brooklyn Institute of Art and Sciences, dopo un accurato lavoro sul significato simbolico di Teothiuacan, estese le sue ricerche ai siti maya di Uxmal, Yaxchilan, Palenque, Copan e Quirigua.

Nella città di Uxmal, l’insieme degli edifici riproduce diverse costellazioni zodiacali del cielo. Il Tempio sud–occidentale è l’Ariete, la Casa dei Piccioni il Toro, la Casa del Governatore sono i Gemelli, quella della Tartaruga il Cancro. Il Leone rivive nella Sala da ballo al centro, il Qudrato delle Suore è la Vergine, la Casa dei Sacerdoti la Bilancia, la fantastica Piramide del Mago incarna lo Scorpione, infine i templi sud–orientali sono il Capricorno, l’Acquario e i Pesci.

Le sue rivelazioni hanno preso corpo in un libro notevole, The Zodiacal Temple of Uxmal, nel quale dichiara: “Tutto in questo mondo è l’ombra o il riflesso della realtà perfetta che esiste nei regni celesti”.

Il luogo della Creazione

La connessione col firmamento si rivela in tutto il suo splendore a Utatlan, la capitale dei Maya quichè, gli autori del Popol Vuh, loro testo sacro. I suoi templi erano allineati al tramonto delle tre stelle della cintura di Orione, luogo del cielo che per i Maya rappresentava il punto della creazione, analogamente alle credenze egizie che vedevano nelle piramidi di Giza la controparte terrestre delle stessa costellazione.

La Tavoletta della Croce Foliata, a Palenque, mostra l’asse cosmico che ritroviamo nell’enigmatico pilastro di granito Djed istoriato sopra una colonna del tempio di Seti I ad Abido. Semplici coincidenze, sostengono molti, che mostrano ancora una volta, però, la stretta unione di civiltà distanti tra loro migliaia di chilometri che condividevano un patrimonio astronomico–cosmologico millenario.

“Il dio Horus vive”

 Immerso nelle profondita delle giungle cambogiane, distanti migliaia di chilometri, giace uno dei complessi cultuali più affascinanti al mondo: Angkor. Il nome, che risveglia un’epoca lontana dominata dalla fiera cultura khmer, è indissolubilmente legato all’Egitto, poiché Ankh–Hor significa “Il dio Horus vive”.

Il Cobra del Cielo

Nella sua estensione copre 300 Km2 lungo il fiume Mekong. La sua realizzazione adombra uno scopo preciso: ricreare la profonda storia cosmologica e spirituale della nostra Terra. È Angkor.

Le similitudini archeoastronomiche con il Messico e l’Egitto erompono evidenti se osserviamo che gli edifici di Angkor furono anch’essi eretti sopra colline primordiali di un periodo lontanissimo.

La costruzione del complesso di Angkor, ad opera dei quattro Devarajas (re–dio) khmer, Jayavarman II, Yasovarman I, Suryavarman II e Jayavarman VII, abbraccia un arco di tempo di poco più di quattro secoli, dall’802 al 1220 d.C. Iniziato da un altissimo bramino, Jayavarman II si reca con lui nel territorio della futura Angkor e fonda i tre templi di Roulos, controparte di tre astri della Corona Borealis. Poi, si dedica per lunghissimo tempo a una serie di rilevazioni geodetiche per la stesura di Angkor, opera continuata dai suoi successori.

La linea sinuosa che i numerosi templi tracciano sul terreno chiamano dal cielo la costellazione del Dragone che, quale cobra all’attacco, veglia dall’alto su Angkhor.

Nel Rigveda, testo sacro indù, appaiono maestosi i Naga, re–cobra del cielo, giunti sul nostro pianeta da ignote dimore stellari. I semidei Kaundinya e Kambu, iniziatori del regno cambogiano, sposarono due principesse naga. Kambu diede vita al popolo dei Kambujas, che danno il nome all’odierna Cambogia.

Un patrimonio comune

Angkor giace a 72° est da Giza. In Egitto, come sappiamo, Orione sorgeva all’orizzonte dodicimila anni fa e i pozzi stellari settentrionali della Grande Piramide guardavano, nel 2.500 a.C., Kochab dell’Orsa Minore e Thuban nel Dragone.

I templi di Ta Sohm e Benthei Samre rappresentano queste due stelle, mentre Neak Pean, contiguo a Ta Sohm, Zeta dell’Orsa Minore. Completa la porzione di cielo settentrionale Western Mebon, costruzione che incarna la stella Deneb nel Cigno.

Nonostante Angkor risalga al IX sec.d.C. riflette il cielo di migliaia di anni prima, mostrando così la perfetta conoscenza astronomica degli iniziati indù in connessione con la scienza sacra egizia.

Il Mandala Cosmico

Angkor Wat – il “Tempio” – è la prima di una serie di splendide città di pietra che appare ai nostri occhi.

Sopra un’isola magnificente che si specchia sul lago sacro, quattro bastioni di mura uno dentro l’altro racchiudono un’enorme piramide. L’intera costruzione è un mandala, figurazione geometrica particolare – come i Crop Circles (1) – che risveglia nell’uomo determinati centri di coscienza.

I suoi lati corti presentano un orientamento impressionante al vero nord–sud, mentre quelli lunghi curiosamente si volgono verso un’asse preciso di “0,75° a sud dell’est e a nord dell’ovest”. Presenta poi un allineamento est–ovest con gli equinozi e il cancello d’ingresso occidentale guarda i solstizi estivo e invernale sorgere dai templi di Phnom Bok e Prast Kuk Bangro.

Angkor, pure, era parte di un progetto vergato dagli dèi del paradiso Tushita.

Dal fossato si dipana una lunga strada che giunge sino alla piramide con  cinque torri sovrapposte, centro energetico dell’intera struttura, la quale incarna il Monte Meru della mitologia indù.

Le parole del tempio

Particolare importanza, per le sue connotazioni esoteriche, riveste la galleria maestra di Angkor Wat che si snoda per l’intero perimetro della costruzione. Ornano le sue pareti immensi bassorilievi che ritraggono la Frullatura dell’Oceano di Latte, che avviene al termine di ogni ciclo cosmico per donatre agli dèi l’amrita, il nettare dell’immortalità.

Il re–naga a cinque teste Vasuki, attorcigliato attorno alla montagna sacra Mandera, viene trascinato da schiere contrapposte di Deva e Asuras, gli angeli lucenti ed oscuri del pantheon indù. Al di sotto, nell’oceano celeste, la tartruga Kurma sostiene su di sé l’Universo. La perfezione architettonica dei rilievi è meravigliosa ma ancor più il messaggio che comunicano a colui che sa guardare oltre l’apparenza. I sacerdoti codificavano nella pietra molteplici informazioni a beneficio dei posteri, lo stesso Hancock afferma chiaramente che “il tempio è un buon maestro e trova molti modi per trasmettere le conoscenze esoteriche che i costruttori ritenevano potessero portare alla trasformazione spirituale”.

Il Guardiano del Kalpa

L’equilibrio dell’ordine cosmico è magistralmente espresso nelle strada rialzata che con le sue misure standard (lo hat khmer, cioè 0,43545 m) traccia il quadro del ciclo di creazione, composto da quattro epoche: Krita Yuga, l’ ”Età dell’Oro”, – 1.728.000 anni – , Treta Yuga – 1.296.000 anni, Davpara Yuga – 864.000 anni e l’ultimo, l’epoca odierna, il Kali Yuga, di 432.000 anni, cominciata nel 3.100 a.C. circa, data analoga al computo maya, che vedeva l’attuale mondo realizzarsi nell’anno zero, il 3.114 a.C.

Sempre il numero 72 funge da divisore nel calcolo di durata di tali epoche, cifra chiave anche per gli Indù, che contemplano un Manvantara o periodo di Manu, composto da 71 sistemi di quattro Yuga. 71, forse, è una cifra più accurata nella precessione degli equinozi, dato che l’avvicendarsi delle costellazioni zodiacali nel cielo si completa un grado ogni 71,6 anni.

La sacra ziggurat

A nord di Angkor Wat appare la piramide montagna di Phnom Bakeng, che si sviluppa per 67 metri in altezza, custodita all’ingresso dai leoni gemelli, i quali richiamano i divini Akeru egizi. La salita est conduce sino a una ziggurat a quattro comparti con un santuario, mentre 108 torri circondano la struttura.

Il sublime distacco

Un’altra spettacolare realizzazione è l’insieme dei templi di Angkor Thom, La Grande – costruiti dal sovrano Jayavarman VII (1.181–1.219 d.C.) che sopra un’iscrizione del palazzo reale dichiara: “La terra di Kambu è simile al cielo”. Le quattro entrate, fiancheggiate da 54 statue di, i Deva e gli Asuras che frullano l’Oceano di Latte, sono vegliate da quattro volti rilassati che trasfondono al visitatore una calma infinita e inducono alla contemplazione meditativa.

La suprema compenetrazione

Il primo dei tre templi che s’incontra all’interno all’interno di Angkor Thom è il Phimeneakas, il Palazzo del Cielo, una piramide a gradini con orientamento nord–sud che presenta innegabili affinità architettoniche con quelle maya.

Nella camera meridionale avveniva la fusione stellare del monarca con la costellazione del Dragone, cerimonia importante che legittimava la discesa della regalità dal cielo, similmente ai faraoni egizi che nei riti stellari si identificavano con determinati astri, le terre cosmiche delle anime.

La Torre di Shiva

Il secondo tempio è il Baphuon, definito dall’emissario dell’imperatore cinese Chou Ta Kuan, nel XIII secolo, La Torre di Bronzo, anch’essa una piramide monumentale che presentava in cima la dimora sacra dello Shivalinga, il “veicolo di Shiva”, mentre i suoi sotterranei scendevano in profondità, andando a costituire le radici della Terra.

Il Cuore del Drago

Ultimo, ma centrale per la sua disposizione, è il Bayon, dal sanscrito Pa Yantra o “Padre dello Yantra”, lo strumento mandalico che conduce alla perfetta conoscenza di sé. L’edificio presenta 54 torri di pietra con quattro volti litici analoghi a quelli che dominano le entrate di Angkor Thom. La struttura, nel suo insieme, assurge a cuore del Drago stellare, il Polo Nord esatto dell’Eclittica Celeste.

La freccia per Mu

Il nostro viaggio prosegue nell’Oceano Pacifico seguendo uno spostamento di 54° est da Angkor. Nan Madol, la Barriera del Cielo, è una serie di 100 isole di basalto e corallo edificate dall’uomo, al largo dell’isola più grande di Pohnpei. La tradizione riporta che i mitici progenitori Olosopa e Olosipa, giunti da una lontana terra dell’ovest, fondano a Pohnpei quattro capitali in luoghi differenti: Sokehs, Net, U, Madolenihmw.

Dalle alture dell’isola scorgono, poi, una metropoli sommersa nell’acqua, Khanimweiso, e decidono di replicarne la costruzione sulla terraferma. Con l’aiuto di un drago alzano in volo enormi lastre di pietra creando diversi templi, tra cui lo splendido Nan Douwas, dalla forma di freccia che punta l’ovest. Si compone di numerose mura di basalto megalitiche l’una nell’altra, sovrastate dal santuario centrale che sprofonda nella terra per un metro e mezzo.

Secondo l’archeologo ponhpeiano Rufino Mauricio, lo scopo dei templi di Nan Madol è permettere all’anima del defunto di raggiungere l’oltretomba situato nelle profondità marine dove giace Khanimweiso. Il Muro Occidentale di Nan Douwas presenta la forma curiosa di un vascello che solca le acque per accompagnare le anime a destinazione.

L’Orizzonte celeste

L’esistenza di Khanimweiso è stata appurata dallo stesso Hancock che ha osservato colonne di pietra sul fondale a 30 metri di profondità da Nan Douwas.

Speculare a Khanimweiso è un’altra città più lontana, Khanimweiso Namkhet. Con estrema disinvoltura scopriamo che il suffisso egizio akhet è “orizzonte”, mentre Khanimweiso significa “città”. Il toponimo completo racchiude il concetto di Città dell’Orizzonte, un luogo sperduto riposo dell’anima.

Il Triangolo stellare

Le profondità dell’Oceano Pacifico nascondono un mistero archeologico affascinante, al largo dell’isola giapponese di Yonaguni, esattamente a 19, 5 gradi est da Angkor: un’immensa struttura piramidale a 27 metri sul fondo costituita di blocchi squadrati con altissima precisione.

La scoperta, “di immensa e fastidiosa importanza storica”, si deve al marinaio nipponico Kihachiro Aratache che rimase folgorato dalle insolite vestigia nel corso di una serie di esplorazioni dell’immensa costa nel 1987. Il geologo cinese dell’Università di Riyukyu Masaaki Kimura, dopo anni si studi accurati ed esami ravvicinati alla struttura, asserisce senza ombra di dubbio che il monumento non è naturale.

Lo studio attento dell’equipe di Hancock, iniziato nel marzo ’97, ha rivelato che la costruzione si compone di diverse figurazioni geometriche incastonate l’una nell’altra, con quattro terrzze che digradano verso un fosso allineato agli equinozi primaverile e da autunnale lungo un asse est–ovest, mentre l’intera struttura guarda al nord–sud. In cima, dei pozzi scavati nella roccia, colpiti dal Sole a mezzogiorno esatto nel 7.000 a.C., circondano un altare simile all’Intihuatana in Perù. Completano l’opera una scalinata spiraliforme e varie nicchie rettangolari lungo le mura.

Kimura ritiene che Yonaguni era parte della frastagliata catena di Okinawa, sommersa dall’acqua circa 10.000 anni fa, alla fine dell’Èra Glaciale, quando Yonaguni si trovava vicino al Tropico del Cancro. I blocchi monolitici formavano un triangolo astronomico insieme a un tempio sul monte di Yonaguni e a un sito non ancora esplorato sulla costa orientale.

 “Occhi che guardano al Cielo”

Simbolo universale del mistero cosmico, troneggia nell’Oceano Pacifico la splendida Isola di Pasqua. Un tempio delle stelle da cui seguire il corso dei mutamenti celesti, designata dai primordi col nome di Mata–Ki–Te–Rani, “Occhi che guardano al Cielo”.

Adagiata a circa 144 gradi est da Angkor, durante l’Èra Glaciale, nel 10.000 a.C., insieme ad altre isole componeva un territorio vasto quanto la catena andina in Sudamerica, formato da cime altissime e rocce frastagliate.

La venuta dei saggi

I miti tramandati di generazione in generazione vogliono che un gruppo di sette saggi di una terra lontana, Hiva, in seguito ad una visione si recasse sull’Isola di Pasqua per costruire i “monti di pietra”. Dopo l’affondamento del loro mondo, sicuramente la remota Mu, trecento persone raggiunsero l’isola guidati dal re–dio Hotu Matua che ricreò dal nulla la civiltà secondo i principi e le direttive celesti del regno perduto. Tali narrazioni, analoghe a quelle di altre popolazioni del globo, permettono di tracciare un quadro unitario della storia del nostro pianeta.

I volti dei progenitori

Una possente piramide a gradini svetta inh tutta la sua magnificenza dal picco più alto della baia di Anakena, a nord dell’isola. Sulla cima giace una piattaforma con sette enigmatiche figure di tufo vulcanico rosso che fissano mute l’orizzonte, i famosi Moai che racchiudono nel loro sguardo segreti dimeticati. Sormontati da un grande copricapo, le statue rappresentano i “monti di pietra” voluti dagli iniziati di Mu, innalzati con la forza del pensiero, e nel contempo gli originari colonizzatori dell’isola, individui immensi, i Giganti biblbici che Il Libro di ciò che è nel Duat, in Egitto, descrive alti 6 metri.

Tali sculture, pesanti svariate tonnellate, ammontano nell’intera isola a più di 600, facendo inferire che cosituissero una linea guida per i nativi, in grado di permeare il sostrato religioso e comsologico della loro società. Disseminate sul cratere del vulcano Rano Raraku centinaia di teste di Moai incompleti paiono sfidare la mnostra intelligenza, come un enigma ancora insoluto a distanza di millenni. Ignoti, infatti, i motivi che spinsero gli artigiani ad abbandonare improvvisamente l’opera colti da un presentimento soprannaturale. Giustamente Hancock asserisce che l’intero progetto fosse intenzionale, data la composita perfezione che il luogo ispira. I loro occhi, ciechi, forse rappresentano la conoscenza che a noi spetta svelare, parte di un grande segreto legato ai cicli solari, che investì in egual maniera la civilizzazione olmeca in Mesoamerica (cfr. L’oro degli Olmechi, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

L’architettura ancestrale

Nella stessa baia di Anakena, la piattaforma è stata eretta a più riprese nel corso delle epoche seguendo di volta in volta sempre differenti orientamenti.

Il famoso archeologo norvegese Thor Heyerdahl ha riportato alla luce nel 1987 un muro di blocchi giganteschi di ashlar lavorati. Il terreno circostante conserva poi un grande recinto di pietra a forma di nave, che richiama le imbarcazioni solari rinvenuti nella piana di Giza e ad Abydos, e avvalora le leggende oceaniche su re Hotu Matua, che “Scese dal Cielo sulla Terra…Venne sulla nave…venne sulla Terra dal Cielo”.

I megaliti di Ahau Tahira, a sud–ovest , formati anch’essi da rocce incastrate alla perfezione sono praticamente identici ai monumenti incaici di Cuzco e Sacsayhuaman, nel lontano Perù (cfr. La fortezza dei Giganti, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

Una muta eredità

Quello che lascia tuttora perplessi gli archeologi è l’impossibilità di decifrare la scrittura Rongorongo dell’ Isola di Pasqua, costituita da segni ideografici di tipo bustrofedico, dove ogni riga segue un andamento contrario alla precedente.

I caratteri, simili ai pittogrammi ritrovati nella Valle dell’Indo, costituivano il sapere dei sacerdoti di Hiva impresso su 67 tavolette di legno, di cui ne restano soltanto 24. Una di esse, parzialmente letta da un vecchio del luogo, narrava di immense strade pavimentate disposte a raggiera, come la tela di un ragno, secondo un piano prestabilito.

Ancora oggi vengono salmodiati i suoi contenuti, reatggio di una conosecena impartita in una scuola circolare di Anakena, uno dei molti centri di sapere della Terra che irradiavano energia sul globo intero.

La rete solare

Gran parte dei monumenti che costellano l’isola, come Ahu Tepeu, Ahu Hekii, Ahu Tongariki e Vinapu, seguono il sorgere del Solstizio d’Inverno, mentre le sette statue rivolte verso il mare della maestosa struttura di Ahu Akivi, nella zona centrale del territorio, risorgono simbolicamente a metà inverno e all’inizio della primavera.

Un concetto identico presso gli Egizi dove le immagini dgli dèi prendevano vita se “i raggi di Ra entrano nel loro corpo”.

Il vocabolo raa, presso i nativi dell’isola, possiede lo stesso significato  e il sito di Ahu Ra’ai, che forma un triangolo preciso  con due vulcani, segna anch’esso l’arrivo del Sole nel Solstizio di Dicembre.

Infine, ad Orongo, sulla punta meridionale, vicinio al cratere di Rano Kau, compaiono quattro buchi che costituiscono segnali permanenti per l’astro infuocato, mentre un insieme di 54 abitazioni ovaliformi copre il territorio circostante. Una roccia porta incisa la figura dell’uomo–uccello, a ricordo di un’antica gara iniziatica per la ricerca del primo uovo della sterna grigia sull’isola di Moto Nui. A due km est da Anakena, nel sito di Ahu Te Pito Kura, una pietra tonda scolpita circondata da quattro sfere più piccole simboleggia l’ombelico dell’isola, puntoi centrale dotato di propria energia.

L’opera, secondo noi, rispecchia fedelmente un’incisione della tribù africana dei Dogon che rappresenta Giove attorniato dalle sue quattro lune. Nella lingua dell’Isola di Pasqua, Te Pito Kura è “l’ombelico di luce”, simbolo del Sole e, particolare curioso ma significativo, il pianeta Giove, secondo molti astronomi, è un sole mancato della nostra Galassia.

Una rete solare immortale punta inequivocabilmente al Cosmo. Forse l’Isola di Pasqua è realmente “l’Ombelico del Mondo”, una sorta di punto cardinale geodetico comer vuole Hancock, e ancora una volta le tradizioni perdute ma sempre vive nel cuore dei nativi sembrano confermare il maestoso piano degli Antichi.

La Croce delle Galassia

Voliamo sopra l’Oceano Pacifico nel nostro affascinante itinerario per giungere in Sudamerica. A 180° est ed ovest da Angkor e 198 da Giza, il paesaggio muta improvvisamente, parendosi ai nostri occhi Paracas, sulla costa peruviana. Si erege nel suo splendore il «Candelabro delle Ande»», un’incisione immensa che raffigura un tridente con motivi fiammeggianti sulle punte, segnale misterioso vergato da un popolo remoto per scopi essenzialmente astronomici. Infatti, il petroglifo è disposto lungo il vero nord–sud, direttamente verso il meridiano celeste.

Lo scenario mozzafiato che la volta celeste offriva all’Equinozio di Primavera 2.000 anni fa era la Via Lattea attraversata dalla Croce del Sud, a 52° di altitudine, uguale inclinazione della Grande Piramide di Giza. La costellazione era osservata anche dagli Egizi e dai Greci in epoche passate.

La Strada degli Antenati

Vicino alla Croce si trovano due nebulose chiave delle credenze cosmogoniche andine, la Vulpecula e il Lama, che incarnano un’epoca lontanissima del mondo rinnovata da un diluvio voluto da una particolare congiunzione  astrale.

La Via Lattea, fiume cosmico, purifica la Terra al di sotto e come un ponte di luce verso regni sconosciuti, apre le sue porte alle anime nella regione celeste situata vicino ai Gemelli, mentre per gli Egizi era nel Duat, tra il Leone ed Orione, esattamente nello stesso luogo (cfr. Gli adoratori del Cielo, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

La custode delle linee

La piana di Nazca, nell’entroterra peruviano, é costellato da una serie incredibile di immensi disegni di varia specie, in gran parte ritratti di animali e figure geometriche, compiute forse dalla «cultura Nazca», vissuta nel II secolo a.C. Il sito, da anni, è oggetto di studio da parte dei ricercatori, tra cui spicca la defunta Maria Reiche, trasferitasi durante la guerra in Perù ove entrò in contatto con l’astronomo americano Paul Kosok, già attivo a Nazca. Da allora decise di rimanere in quei luoghi affascinata dai petroglifi.

Nessuno è riuscito sinora a penetrare il mistero delle linee, le quali, secondo l’affermazione della Reiche: «Ci insegnano che l’intera idea che abbiamo sui popoli dell’antichità è sbagliata, che qui in Perù c’era una civiltà progredita, che aveva una comprensione avanzata della matematica e dell’astronomia, che era una civiltà di artisti che espressero qualcosa di unico sullo spirito umano perché fosse compreso dalle generazioni future».

I Geometri del Cosmo

Molte raffigurazioni sul terreno sono legate alla rappresentazione del cielo di 2.000 anni fa, in base ai profondi studi della Reiche. L’enorme Scimmia con la coda arrotolata, ad esempio, puntava verso il tramonto della stella Benetnasch all’estremità dell’Orsa Maggiore, mentre il Ragno è l’immagine di Orione, vista di fianco a quelle latitudini, e una linea perpendicolare che interseca il disegno indicava la discesa della costellazione nell’emisfero celeste.

Dal canto suo, l’astronoma Phyllis Pitluga dell’Adler Planetarium di Chicago, durante il XV Congresso annuale della Società per l’esplorazione scientifica nel 1996, confermò le intuizioni della Reiche, mostrando che i segni della piana di Nazca incarnano le costellazioni che circondano la Via Lattea comprese le oscure nebulose.

Hancock, che ha conosciuto personalmente le due studiose, nel libro riporta i risultati della sua ricerca in situ. Con l’ausilio del programma Skyglobe 3.5, con il quale si mostra la carta celeste di ogni epoca, ha compreso che 2.000 anni fa il Ragno è stato effigiato con una linea sinuosa sotto la zampa posteriore, il fiume Eridanus nel firmamento.

Le altre costellazioni, con i loro corrispettivi sul terreno, sono il Canis Major, la Lucertola, Cetus (la Balena), come pure il Triangolo Meridionale, Octans e le Bussole. Maestose appaiono infine, completando la volta stellata di migliaia di anni prima, Monoceros (il Condor dalle ali spiegate), i Gemelli, rettangolo celeste, riprodotto in forma analoga a terra, il Cancro (il Colibrì) e infine la Lince (l’Alcatraz).

La città–piramide

Senza ombra di dubbio, un popolo altamente civilizzato compose una simile pittura stellare. A sud–ovest di Nazca, infatti, compare la metropoli di Cahuaci, abitata da sconosciuti individui anteriormente al 2.000 a.C. e sorprendentemente edificata su colline sacre, come abbiamo visto per il Messico e l’Egitto. Troneggia a Cahuachi una piramide a gradini a 5 scomparti, con entrata al nord, alta 18 metri ed allineata al vero nord–sud. La fiancheggiano due piramidi erose. Poco oltre, appare un colle, il Grande Tempio, che domina un immenso spiazzo cinto da mura.

L’archeologo John Reinhard asserisce: «Le piramidi di Cahuachi  fungevano da paesaggio simbolico, dove le forme architettoniche e i ritratti delle divinità riflettevano una geografia sacra»

La fortezza dei Giganti

Tiahuanaco, quasi 4.000 m sulle Ande boliviane. Alcune leggende degli indios Aymara la vogliono scaturita in una sola notte ad opera di una razza di giganti, nata molto tempo prima degli Incas, scomparsa dopo un diluvio.

 La civiltà più rappresentativa del Sudamerica edificò il poderoso complesso megalitico in un habitat desolato: Tiahuanaco. Ignota la progenie che diede forma alle pietre, come pure ridicole le datazioni proposte dagli archeologi convenzionali (1.500 a. C. – 900 d. C. circa), contraddette dalla presenza di fregi sui monumenti di un proboscidato estintosi dodicimila anni fa e dall’accurata ricerca di Oswaldo Rivera che ha identificato nel sito un grandioso orologio precessionale funzionante almeno sin dal 9.000 a.C.

L’osservatorio cosmogonico

Sul complesso domina la piramide a tre gradini Akapana, alta 18 m e orientata ai quattro punti cardinali. Appoggia su di una base sempre piramidale con l’estremità inferiore che punta ad est e la sommità ad ovest. In cima i resti di un antico pozzo cruciforme collegato a un sistema di chiuse interne ove scorreva l’acqua. Di fronte, una scalinata porta al Kalasasaya, un grande recinto di arenaria rossa che contorna una costruzione sorvegliata dalle statue monolitiche di andesite grigia di El Fraile e Ponce (dal nome dello scopritore, l’archeologo boliviano Ponce Sangìnes), raffiguranti forse il medesimo personaggio oggetto di culto.

Domina il Kalasasaya la splendida Puerta del Sol, ricavata da un masso di andesite di 45 tonnellate, un’opera che rispecchia fedelmente le credenze cosmogoniche della misteriosa civiltà andina. Sul fregio centrale, che guarda a oriente, spicca l’avatar creatore Viracocha, con una criniera formata da 19 raggi «lunari» rappresentante secondo l’archeologo William Sullivan il ciclo metonico della Luna (il tempo che intercorre tra una fase del satellite e il ritorno in una determinata data solare), e i suoi «solstizi», gli estremi meridionali e settentrionali dei suo punti di fermo maggiori. Viracocha è circondato da 48 fregi di individui alati, 24 per lato, simbolo della resurrezione umana nei mondi celesti. Sotto i suoi piedi, invece, il bassorilievo di una piramide a tre gradini, la struttura dell’Akapana, con una presunta camera sotterranea, scoperta dell’archeologo Oswaldo Rivera ma già rivelazione del biologo Pierre Honorè (Ho trovato il dio bianco, Garzanti, 1963). Un altro portale di pietra, nelle vicinanze, ha il suo gemello a Persepoli, in Iran.

Di fronte al Kalasasaya c’è il Tempio Semisotterraneo con il barbuto Viracocha sopra una stele di arenaria, contornata ai fianchi dal simbolo del serpente. I muri della struttura presentano volti umani dalle inusuali fattezze, alcuni simiglianti all’Uomo–pesce di Lepensky Vir, sul Danubio.

Oltre il complesso monumentale, giace un’altra piramide, il Puma Punku o «Porta del Leone», che richiama forse una porta stellare legata all’omonima costellazione, simbolo incarnato in Egitto dalla Sfinge.

Le pietre sparpagliate nel sito sono dell’ordine di 200 tonnellate e la più pesante arriva sino a 447. I giganteschi blocchi litici sono uniti da giunti metallici con funzione antisismica in foggia di Tau, presenti nelle strutture del globo intero, colati fusi nell’incavo e formati da leghe disparate, tra cui è presente il nickel, inesistente in Bolivia.

La remota Èra del Leone

Tiahuanaco attualmente dista solo 16 km dall’immenso lago Titicaca, vasto oceano navigabile che lambiva la metropoli boliviana durante l’Èra Terziaria, come vogliono gli ormeggi delle imbarcazioni ancora presenti in loco. Un profondo sconvolgimento mutò la geografia del luogo circa 15.000 anni fa, donandogli l’attuale conformazione.

Il Titicaca, con una profondità di 300 m, richiama in lingua aymara “Titi”, Puma o Leone (animale sacro a Viracocha) e “Kaka”, il colore oro: quindi Leone dorato, filologicamente relato ad un pesce dalle grandi squame. Simone Waisbard, nel suo libro Tiahuanaco – Diecimila anni di enigmi incaici, SugarCo, 1979), lo definisce come “il lago del puma e del pesce sacro” che curiosamente è proprio l’immagine che il Titicaca presenta alle foto satellitari. Ancora la prova di un sapere impossibile ed antichissimo oggi svelato grazie alla tecnologia.

All’interno del lago l’Isola del Sole (con la corripettiva Isola della Luna) abitata dai “risplendenti”, conserva lo “Scoglio del Leone”, un santuario terrazzato, orientato agli equinozi, posto a strapiombo sulla scogliera. Gli Incas, eredi dei lontani progenitori, eressero l’opera a ricordo di una lontana èra mitica quando Viracocha fece sorgere con il Logos l’attuale mondo. Accanto alla riva meridionale del lago c’è l’isola di Suriqui, un luogo enigmatico dove i suoi abitanti ancora intrecciano a mano, con giunchi di totora, navi con la prua rialzata identiche alle barche solari egizie e atte alla navigazione in mare aperto.

Il Regno del Sole

Cuzco, in Perù, capitale del fiorente impero Inca nel XIII sec.d.C., è un reticolo di strade convergenti verso la piazza centrale. Due linee contrassegnavano i quattro quartieri con le principali strutture cerimoniali come l’Hatunrumyoc, Palazzo dell’Inca Roca, e il Coricancha o Recinto d’oro, entrambi formati da poderosi blocchi poligonali, tra cui la famosa “pietra dei dodici angoli”, nei cui interstizi non penetra uno spillo.

Il Coricancha, nel centro cittadino, è un grande Tempio del Sole sorto sopra un antico luogo di culto, inglobato nella cinquecentesca chiesa di Santo Domingo. Una violenta scossa di terremoto rase al suolo la chiesa cinquant’anni fa, ma le fondamenta della struttura originaria rimasero perfettamente intatte.

Fulcro del Coricancha è il Cuzco Cara Urumi, “l’Ombelico della Terra non ancora scoperto”, un ottagono di pietra posto al centro del cortile interno, che in passato conteneva la barra d’oro donata da Viracocha agli uomini perchè la conficcassero come pietra angolare geodetica. Una sua statuina in oro massiccio, quasi a grandezza naturale, lo ritraeva mentre compiva misurazioni astronomiche con l’indice ed il pollice sollevati.

Dorate anche le mura del tempio, mentre campeggiava sopra un grande altare l’effigie del Sole, fiancheggiata dalle mummie dei monarchi inca. Dalla cima sacra del Pachatusan, la “Trave Incrociata dell’Universo”, compariva il Solstizio estivo, e la valle di Cuzco era disseminata di gnomoni litici con la medesima funzione. Il nome Coricancha si lega al verbo quechua conchay, “cerchio”, ossia l’eclittica del cielo, concetto espresso anche nel muro esterno di forma circolare.

Il Santuario del firmamento

L’intero Coricancha era stato concepito come un immenso osservatorio stellare con edifici sacri a forma di piramide tronca. Una struttura d’argento vedeva l’adorazione della Luna, nella seconda con il soffitto interamente stellato si osservavano gli astri, Venere e le Pleiadi, una terza era dedicata allo studio del tuono e del fulmine, presunti fenomeni meteorici. La penultima conservava la rappresentaziona a colori reali dell’arcobaleno che scaturito dal Sole, e infine la quinta stanza apparteneva al gruppo sacerdotale. I riti astrali della rinascita assumevano fondamentale importanza presso gli Incas con cerimonie sacre al Solstizio di Giugno presso il serpeggiante fiume Vilcamayu, la Via Lattea.

Il dito dei cieli

Il corso d’acqua scintilla al di sotto del Machu Picchu, il Vecchio Picco, la poderosa metropoli incaica scoperta dall’archeologo americano Hiram Bingham nel 1911, sospesa a 2.450 m sul versante orientale della Cordigliera del Vilcabamba. La sua collina piramidale posta al centro dell’insediamento è in parte artificiale, modellata com


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MessaggioInviato: 13/12/2012, 18:27 
LEMURIA, MU E ATLANTIDE: TEORIE A CONFRONTO

Articolo di Leonella Cardarelli
Fonte: http://www.acam.it/lemuria-mu-atlantide-teorie-a-confronto/

Pur partendo dalla considerazione che non si debba mai smettere di cercare la verità occorre ammettere che è  difficile scrivere qualcosa su Atlantide data la moltitudine di opere presenti ed anche  perchè questo continente non esiste più. E visto che noi atlantologi siamo sempre “pizzicati” sul fattore prove archeologiche voglio concentrare questa ricerca proprio sulle prove dei continenti scomparsi: esistono prove archeologiche (o comunque prove valide) sull’esistenza di Atlantide? E quali sono le fonti? Se Atlantide è esistita vi dovranno pur essere i resti  da qualche parte. Vediamo quindi cosa hanno studiato archeologi,  geologi,  antropologi,  storici e tutti coloro che si sono occupati di Atlantide.

Anche altri continenti sono sprofondati negli abissi marini per cui  prenderò in considerazione anche Lemuria, un continente poco studiato ma ciò che è stato scritto su di esso è davvero interessante, nonché Mu, continente di un’importanza essenziale.

Atlantide: le prove storiche e archeologiche

La prima testimonianza storica su Atlantide è quella che ne dà Platone nel Crizia e nel Timeo, tramandata da suo zio Solone.

Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole, c’era un isola. E quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. [...] In tempi posteriori [...], essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte [...] tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve. […] Essendoci dunque stati molti e terribili cataclismi in questi novemila anni.[2]

Avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi […] l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare.[3]

Alcuni studiosi si sono chiesti quanto sia attendibile questa testimonianza.

E’ possibile che Platone abbia inventato tutto o abbia modificato alcuni particolari?

Vediamo cosa ne pensano gli studiosi. Peter James e Nick Thorpe, autori di Terre perdute (1999), sostengono che nell’Atlantico non ci sono prove archeologiche di questo continente. Lo stesso Aristotele, che ha gettato le basi del pensiero razionale, non ha mai creduto a questa leggenda.

A sua volta Tony Maniscalco, autore de I superstiti di Atlantide[4](2008), parte dalle testimonianze di Platone senza escludere che nel Crizia e nel Timeo vi possano essere degli errori geografici, per giungere alla tesi che Atlantide si trovi in Algeria, sotto le sabbie del deserto.

Platone scrive che gli Atlantidei erano più evoluti della nostra razza e già nelle antiche tradizioni elleniche troviamo testimonianze che citano antiche civiltà evolute, successivamente scomparse. Al di là della scienza ufficiale sono state fatte molte scoperte e non si sa dove collocarle.

Gli aztechi sostenevano di venire da un luogo chiamato Aztlan (cioè Atlantide). Il prefisso atl in lingua messicana significa acqua e lo ritroviamo in molti nomi: Quetzalcoatl, Chichèn Iztlan (che in lingua maya significa salvati dalle acque).

I toltechi del Messico sostengono a loro volta di venire da Aztlan.

Sono molti gli intellettuali che hanno accettato l’idea di un continente perduto, ad esempio Plutarco, che lo chiamava Saturnia. Diodoro Siculo affermava che i fenici scoprirono una grande isola nell’Oceano Atlantico al di là delle colonne d’Ercole alla quale arrivarono dopo qualche giorno partendo dalle coste africane. Sembra che Atlantide, prima di divenire un’isola in seguito alle catastrofi subite (di cui il diluvio fu l’ultima) fosse un vasto continente che comprendeva anche l’attuale America. Non a caso si dice che i fenici furono uno dei primi popoli a conoscere l’America prima di Colombo.

Tornando al continente perduto, a Proco fu narrata da altri studiosi l’esistenza di un continente chiamato proprio Atlantide. Lo storico romano Timogeno asserisce che i Galli hanno una tradizione su Atlantide.

Elliot Scott, rifacendosi al testo Ancien America di Baldwin,  ci dice che alcuni documenti ritrovati nell’America centrale (quindi Messico, Guatemala, ove erano stanziate popolazioni quali maya ed aztechi) testimoniano che il continente americano si estendeva molto più a largo dell’Oceano Atlantico e che quest’area fu poi distrutta da varie catastrofi[5]; la più importante è ricordata come diluvio universale e risalirebbe a 12.000 anni fa.

Possiamo confrontare questa teoria con una leggenda diffusa tra i Celti i quali sostengono che una parte della Gran Bretagna si estendeva a sua volta oltre l’Oceano Atlantico.

Non sono trascurabili, a mio parere, neanche i fenomeni che si verificano nel triangolo della Bermuda, che sembrano dipendere da una piramide sommersa che emana una forte energia.

Per quanto riguarda la geologia, Roberto Pinotti in Atlantide (2001) prende in considerazione una serie di elementi geologici interessanti[6]. Pinotti scrive:

Secondo le indicazioni di Platone l’Atlantide era un paese montagnoso. Di conseguenza nell’Oceano Atlantico dovrebbe esservi una vasta regione montagnosa immersa nell’acqua. Ed effettivamente le spedizioni oceanologiche del XIX e XX secolo hanno stabilito con certezza l’esistenza di un gigantesco sistema montagnoso che si estende da un circolo polare all’altro passando quasi al centro dell’Atlantico.[7]

Personalmente ritengo che ci siano testimonianze tali da poter credere che Atlantide fosse nell’Oceano o che comunque nell’Atlantico ci sia stato effettivamente  un continente. Non si deve altresì escludere che sono stati ritrovati i resti di Atlantide nell’Algeria e nella Grecia ma si deve pur considerare che queste terre possono essere state colonizzate dagli atlantidei che come è stato tramandato avevano conquistato molti territori, tra cui l’Egitto. Quindi potrebbe anche essere che l’Algeria e la Grecia, così come l’Egitto, siano state delle colonie e non una parte reale del continente stesso.

In Tibet esiste un libro antichissimo appartenente alla casta sacerdotale e ritrovato solo ai primi del ‘900: Le stanze di Dzyan. Questo libro, di autore ignoto, descrive le ere dell’uomo in diverse umanità e tra le varie razze umane menziona anche la razza atlantidea. Esso è uno dei testi fondamentali della Società teosofica e vi derivò l’opera La dottrina segreta di H.P. Blavatsky. Fu la stessa Blavatsky a far conoscere al mondo il testo trovato in Tibet.

La civiltà atlantidea così come la nostra razza (chiamata razza aria), ha seguito un percorso di evoluzione-involuzione. Nella fase involutiva sono stati effettuati esperimenti su uomini e animali [8]. Prima della razza atlantidea vi è stata la razza lemure[9] che  fu una razza sperimentale, cioè formata da una serie di animali-umani, degli esperimenti. Vorrei proporre una comparazione tra questa teoria riguardante la razza lemure e ciò che viene riportato nel Popol Vuh[10], libro sacro del popolo maya- quichè. Il Popol Vuh riporta, oltre alla storia del diluvio,  la storia della creazione di manichini di legno, creati come esperimenti umani. Questi manichini sarebbero strati creati prima con l’argilla e poi, visto che con l’argilla si rovinavano, con il legno. Questi manichini però erano cattivi, senza cuore e iniziarono a cibarsi di animali e non onoravano mai gli dei, finché gli animali stessi li divorarono per vendicarsi[11] e fu mandato un diluvio per punirli. Si tratta di pure coincidenze o di scopiazzamenti? O si tratta di qualcosa realmente accaduto? Resta il fatto che la questione del cibarsi degli animali, considerata quasi come un peccato originale che condannò l’uomo alla sofferenza, è riportata anche nel testo di Elliot Scott Storia della Lemuria sommersa (1997), in cui l’autore scrive che l’antagonismo fra uomini ed animali fu il primo a svilupparsi[12].

Tornando alle testimonianze archeologiche, il geologo e archeologo Angelo Pitone ha rinvenuto in Sierra Leone un particolare tipo di pietra azzurra, chiamata Skystone. Questa pietra ha una conformazione particolare e si trova vicino a statuine di origine sconosciuta, degli gnomi deformi che la popolazione Kiui ritiene siano angerli caduti. La pietra è stata fatta analizzare in laboratorio ed è risultata di composizione strana, fatta di calcite, largite, portlandite, colorata artificialmente. Si ritiene che possa essere stata usata dagli atlantidei per la costruzione di edifici, non a caso gli atlantidei utilizzavano pietre particolari per la costruzione dei loro edifici, oltre all’argento e all’oro.[13]

Ad onta di chi  sostiene che i resti archeologici di Atlantide non ci sono, si può affermare che i resti ci sono eccome, soprattutto nella zona di Cuba che sembra poter coincidere con il luogo della capitale:

A poche decina di miglia dalle coste della Florida, nella zona dei banchi corallini delle isole Bahamas, nel 1968 sono state scoperte al di sotto della superficie del mare lunghe muraglie o strade, formate da megaliti, assemblate con la stessa tecnica ad incastro presente in tutto il mondo. Oltre ciò, sono presenti cerchi di pietra megalitici uguali a quelli trovati in tutto il mondo, venendo ad essere così una parte di grande complesso sprofondato nell’oceano in seguito ad una catastrofe, complesso forse facente parte di Atlantide. Infatti, davanti alla penisola cubana di Guanahacabibes, sono state scoperte, in un’area di 20 chilometri quadrati del pavimento oceanico, delle immense strutture che formano un reticolato urbano che spicca sulla spianata di sabbia bianca, con i suoi muri ad angolo retto e le strade di collegamento tra gli edifici.

Tuttavia, rilevamenti radar e varie esplorazioni hanno evidenziato la presenza di resti sommersi di notevole interesse vicino le coste cubane, come se addirittura in quella zona ci fosse stata una capitale di un antico impero.[14]

La prova più importante, però, è data dal ritrovamento di piramidi sottomarine. In Archeologia misterica di Luc Bürgin, troviamo la testimonianza di molti ritrovamenti che non vengono divulgati dall’archeologia ufficiale per evitare di mettere in discussione tutto ciò a cui abbiamo creduto finora. C’è comunque da dire che oggi vanno aumentando sempre di più le persone colte che non si accontentano di un sapere prettamente accademico o convenzionale e che si stanno avvicinando altresì all’archeologia “proibita” e ad un nuovo modo di vedere la storia dell’umanità senza neanche “scandalizzarsi” più di tanto: l’umanità sta aprendo la propria mente a nuovi orizzonti.

Bürgin, oltre a divulgare le scoperte nei pressi di Okinawa (di cui parlerò nella sezione su Mu) ci parla anche del segreto di Rock Lake, un lago che si trova ad est di Madison (nel Wisconsin) e che ha sul fondale delle costruzioni piramidali e dei manufatti in pietra.[15]

Atlantide e il problema della sua localizzazione

Su dove sia Atlantide, sulla sua esatta ubicazione, è un mistero che ancora permane. C’è chi la pone in Sardegna, chi in Inghilterra, chi nell’Oceano Atlantico, chi in Algeria. Sembrerebbe Atlantide più un insieme di terre che una singola isola inabissatasi nel mare. Da quanto detto finora si evince che la localizzazione di Atlantide è un problema complesso che si evidenzia in quanto questo continente ha subìto diverse catastrofi, quindi può aver occupato territori più o meno ampi, nonché può aver conquistato altri territori.

In primis bisogna ricordare che Atlantide, secondo vari studiosi, possedeva sette isole che corrispondevano alle sette stelle delle Pleiadi, costellazione con cui gli atlantidei sembravano essere in contatto. Non è però possibile dare una precisa localizzazione temporale alla presenza di suddette isole, cioè non è chiaro se esse fossero presenti prima o dopo le varie catastrofi. Platone dice che Atlantide affondò in un sol giorno e in una sola notte ma l’isola a cui si riferisce il filosofo greco era già ciò che restava di un continente più vasto, precedentemente distrutto o sommerso.

Il paradigma dominante sostiene che Atlantide si trovasse nell’Atlantico ma sembra vi siano valide motivazioni per accettare ulteriori teorie. In realtà Atlantide non è l’unico luogo scomparso perciò quando avviene un ritrovamento bisogna cercare di capire a quale continente possa essere appartenuto, ad esempio le costruzioni dell’Isola di Pasqua molto probabilmente sono di Lemuria (e non di Atlantide), visto che l’area dell’Australia era occupata dai lemuri[16] che a quanto pare erano dei giganti.

La maggior parte dei testi su Atlantide tendono ad avallare la tesi secondo la quale nell’Atlantico ci sia stato questo continente. Elliot Scott cita il seguente passo dello studioso Starkie Gardner:

nel periodo eocenico le isole britanniche facevano parte di una grande isola o meglio di un continente che si estendeva nell’Atlantico; è certo che una grande regione continentale esisteva allora ove attualmente si trovano il mare e la Cornovaglia, le isole Scilly  e quelle della Manica; l’Irlanda e la Gran Bretagna stessa sono vertici delle sommità più elevate.[17]

Effettivamente se consideriamo la cultura molto elevata dei Celti, che abitavano proprio nell’Irlanda e nel nord della Francia, possiamo pensare che forse la teoria di Gardner non sia proprio pura fantasia. Non a caso i Celti stessi sostenevano di venire da una terra sommersa nell’Oceano Atlantico, la mitica Avalon[18], su cui sono stati scritti tantissimi libri.

Elliot Scott ci informa che, tramite un’indagine, fu scoperto che  nel mezzo dell’Oceano Atlantico esiste una vera e propria catena montuosa[19]- le cui cime formano le Azzorre, San Paolo, Ascensione, la stessa Islanda, Sant’Elena, e Tristan d’Acunha- coperta di detriti vulcanici e questi detriti arriverebbero fino alle coste americane.

La catena in questione, a cui ho accennato anche prima citando Pinotti, è la dorsale medio atlantica ed è formata prevalentemente da rocce basaltiche. Secondo i geologi questa catena sottomarina risalirebbe a decine di milioni di anni fa. Il prof. di geologia Martinis, che si occupa proprio di Atlantide, la fa risalire addirittura a 135 milioni di anni fa. Egli però, nonostante la sua passione per il continente perduto, dichiara che nell’oceano Atlantico non c’é nessuna Atlantide e anche James e Thorpe dichiarano che non esistono affatto resti archeologici di essa. Su una linea opposta si pongono invece studiosi come Jirov e Heezen, che nonostante l’assenza (assenza forse solo apparente) di resti archeologici, non escludono l’esistenza del continente. Heezen affermò che:

vi sono molti elementi che dimostrano come in determinati momenti della loro esistenza queste catene uscirono alla superficie degli oceani formando vaste zone di terraferma, valutabili, per la loro vastità, alla stregua di veri e propri continenti. Evidentemente una parte di tali catene è esistita in superficie persino nel periodo post glaciale. Al di là di ogni tradizione, dunque, l’esistenza di queste catene e altopiani montani inabissati induce in effetti a pensare alla precedente esistenza di continenti perduti: Atlantide nell’Atlantico, Mu nell’Oceano Pacifico e Lemuria nel Pacifico.[20]

Molti studiosi sono ormai del parere che le masse d’acqua oceaniche si spostano per svariate cause, sommergendo alcune terre e facendone emergere di nuove. Tutto ciò porterebbe a non escludere che vi sia stato un continente in un remoto periodo dell’umanità e oggi sono tantissimi gli studiosi che sostengono questa teoria: Colin Wilson, Charles Hapgood, Graham Hancock sono solo alcuni nomi di studiosi che si sono dedicati all’argomento con molta serietà. Il problema dei resti sommersi difficili da trovare e da datare, nonché dell’eccessivo lasso di tempo trascorso tra la fine della civiltà atlantidea e la nostra razza, hanno portato la maggior parte degli studiosi a rinunciare allo studio di Atlantide. Effettivamente le difficoltà ci sono e non sono poche. Si cerca di addurre teorie più o meno valide, basandosi su studi o su ricerche sul campo.

Un altro punto su cui si sono soffermati a riflettere molti studiosi è il mistero del triangolo delle Bermuda. Si sostiene che in quest’area vi sia una potente energia che “risucchi” aerei e navi che passano di lì. Si ritiene che questa  potente forza sia causata da una piramide atlantidea che continua a canalizzare la sua energia dal profondo dell’Oceano causando misteriose correnti.

Una delle teorie più diffuse sostiene che le piramidi egizie e la civiltà egizia in generale appartengano alla tradizione atlantidea e che quindi l’Egitto possa essere stato la vera Atlantide. Su questo non tutti sono d’accordo.

Quando si evidenziano analogie tra varie parti del mondo, prima di considerare che il continente Atlantide si estendesse per chissà quanti chilometri, bisogna ricordare che gli Atlantidei avevano altresì colonizzato molti paesi. L’Egitto sicuramente non faceva parte di Atlantide ma è probabile che gli Atlantidei l’abbiano visitato o colonizzato e costruito lì alcune opere come la Sfinge.

James e Thorpe dichiarano infatti che l’affinità ipotizzata da molti atlantologi secondo i quali le piramidi egizie e quelle americane (dei maya) siano opera dello stesso popolo è vacillante in quanto le datazioni sono diverse: quelle egizie sono del 2700 a.C., quelle americane arrivano fino al 1487 d.C e le più antiche piramidi americane furono create  nei primi secoli prima di Cristo. Quindi se ci vogliamo basare sulle piramidi stesse si dovrebbe escludere un’origine comune però non si deve scartare l’ipotesi che questi due popoli possano avere avuto rapporti. Gli egizi potrebbero aver ereditato dagli atlantidei la conoscenza per  costruire le piramidi.

Resta in dubbio, comunque, l’origine della Sfinge. La Sfinge di Giza è scolpita direttamente nella roccia. La datazione ufficiale la fa risalire al periodo del faraone Chefren (2500 a.C., epoca delle due piramidi) ma si è scoperto che quest’opera è più antica almeno di diecimila anni, periodo in cui nel Nord Africa vi era un clima molto più piovoso dell’attuale. La Sfinge è stata fatta risalire al periodo di Chefren perché vi è una lapide dedicata a lui ma il monumento è troppo eroso e,  considerato il manto sabbioso dell’Egitto e considerato altresì che il clima in Egitto negli ultimi cinque-seimila anni è stato molto secco, è troppo strano che l’erosione sia così accentuata, se non retrodatandone l’origine. Così il geologo Robert Schoch, il geofisico Thomas L. Dobecky e un’équipe composta da un oceanologo, un architetto e altri due geologi hanno scoperto che l’erosione era dovuta all’acqua, quindi alla pioggia del Nord Africa di  diecimila anni fa. Chi ha costruito la Sfinge più di diecimila ani fa?

Elliot Scott ci dice che 80.000 anni fa esistevano già le prime due grandi piramidi (Chefren e Micerino, quindi per Elliot Scott le due piramidi sono di gran lunga antecedenti l’epoca in cui le colloca la scienza ufficiale) ed esse sarebbero sopravvissute ad una catastrofe, verificatasi appunto in quel periodo e dopo la quale fu costruito il tempio di Karnak. Ad ogni modo Elliot Scott ritiene che un gruppo di  atlantidei (precisamente una Loggia bianca di iniziati) migrò in Egitto 400.000 anni fa, quando questo territorio era ancora poco popolato nonché isolato[21]. Non bisogna dimenticare, poi, che egizi e americani avevano abitudini simili quindi l’idea di una colonizzazione o comunque di una migrazione è piuttosto verosimile. Resta però da capire perché la civiltà egizia sia iniziata solo intorno al 3000 a. C. se la Sfinge fu eretta già nell’ 8000 a.C. Forse il popolo  egizio era già esistente, o forse si trattava di un altro popolo, diverso da quello che noi conosciamo come egizio.

I misteri della Spagna e la mappa di Ecateo

Una lingua inspiegabile per i linguisti è la lingua dei baschi. I baschi, pur trovandosi a metà tra la Spagna e la Francia parlano una lingua particolare che è molto simile alla lingua maya.[22] Nessuno è mai riuscito a capire che tipo di origine abbia questa lingua.

Un altro sito interessante che troviamo in Spagna è Tartesso[23], un’antica città di cui troviamo menzione nell’antica Bibbia, precisamente nel Primo libro dei Re (10,22). Nella Bibbia leggiamo che il re Salomone commerciava a Tartesso e che questa città si trovava nei pressi del fiume Guadalquivir. Si sarebbe trattato di una città molto ricca, acculturata e con una lingua non appartenente a nessun tipo di ceppo linguistico iberico:

Dalle ricerche linguistiche sembra probabile che vi si parlasse una particolare lingua, il cosiddetto tartessico di cui esiste traccia letteraria. Il tartessico, sorprendentemente, non risulta imparentato con il basco, con l’iberico e con il lusitano (quest’ultimo sicuramente indoeuropeo), che sono le altre famiglie linguistiche della Iberia precedenti all’arrivo dei Celti. C’è incertezza se farne una famiglia linguistica separata o tentare di inserirlo nelle esistenti famiglie linguistiche.
Il tartessico in effetti mostra qualche somiglianza con le lingue indoeuropee anatoliche (quali l’ittita e il luvio) come anche l’etrusco e questo rafforzerebbe la tesi, a suo tempo proposta, che i fondatori della città fossero i cosiddetti Teres dei Popoli del mare.[24]

A pag. 58 di Atlantide e il mistero dei continenti scomparsi (2006) viene riportata l’immagine della mappa di Ecateo[25] (V secolo a.C.), in cui compare la città di Tartesso a sud della penisola iberica.[26] Ecateo, di origine greca, era uno scrittore di testi storici e geografici. Gli storici ritengono che Tartesso sia stata distrutta dai cartaginesi nel 500. a.C. ma c’è anche chi ritiene che questa città sia sprofondata sotto il livello del mare[27]. In realtà ciò che più mi colpisce della mappa di Ecateo è la segnalazione, all’estremo nord dell’Europa (l’Europa nella mappa comprende anche parte dell’Asia) della popolazione iperborea. Nel V secolo a.C. si conosceva la popolazione iperborea, di cui si ha traccia ne Le Stanze di Dzyan[28]. Questo antico testo, summenzionato, ritiene che la razza iperborea occupasse proprio l’Asia del Nord (quindi la sua localizzazione nella mappa è esatta perché si ritiene che la popolazione iperborea venisse appunto dal nord) e si tratterebbe della seconda razza umana apparsa sulla Terra. Gli antichi greci chiamavo iperboreo il dio Apollo e sostenevano che lui si recasse ogni anno nell’Asia del Nord.[29] Iperborea significa al di là della Borea. La razza iperborea, secondo la scuola teosofica, era una razza non fisica, formata di sola energia. Anche gli atlantidei, almeno nella prima fase della loro vita, erano formati prevalentemente da energia. Non è possibile però sostenere quanto tempo passi tra una razza e l’altra (ad esempio tra la lemure e l’atlantidea) anche perché quando si parla di tutto ciò che è accaduto prima del diluvio universale bisogna tener conto di un fattore molto importante: il tempo era inserito in un paradigma diverso, cioè non era necessariamente lineare come il nostro. La stessa scienza riconosce che il tempo è un prodotto della nostra coscienza, basti pensare a quando sogniamo: un sogno lunghissimo riusciamo a farlo anche in pochi minuti di sonno. Anche la coscienza dell’uomo era diversa. E se la razza iperborea è stata la seconda razza -Le stanze di Dzyan parlano di cinque razze umane, di cui la razza iperborea è la seconda, la lemure è la terza, quella atlantidea la quarta e la nostra la quinta; la prima razza sarebbe una razza di esseri divini che abitano nella Terra sacra imperitura sorvegliata dalla Stella polare, quella che gli indù chiamano Svita Dvipa- dobbiamo pensare che questi iperborei erano sicuramente molto diversi da noi.

Lemuria: un laboratorio di umanità o una civiltà avanzata?

I Commentari a Le stanze di Dzyan narrano che Lemuria era il terzo continente. Questo nome fu coniato da M.P.L. Sclater sulla base di ricerche zoologiche: trovando esemplari di scimmie chiamate lemuri in Madagascar decise di denominare Lemuria questo continente ma c’è anche chi sostiene che il termine Lemuria possa essere associato al termine lemuri che in antico romano significava fantasmi.

Generalmente si ritiene che Lemuria sia antecedente ad Atlantide e che sia stata una civiltà avanzata. Questo continente partiva dal Madagascar per giungere fino all’Australia. Il Madagascar è infatti noto per la diversità della flora e della fauna rispetto al resto dell’Africa. Stando alle teorie di Elliot Scott la popolazione lemure era tutt’altro che avanzata, anzi, non era neanche molto umana, tuttavia i lemuri erano dotati di una certa cultura.

La Lemuria poteva quindi essere un’isola su cui si sperimentavano gli uomini, non a caso alcuni studiosi ritengono che gli uomini primitivi siano “esperimenti mal riusciti” allo scopo di creare una razza umana e che noi non siamo scimmie evolute, bensì le scimmie sarebbero umani mal riusciti o involuti.

Elliot Scott ci dice che i lemuri erano giganti e anche gli atlantidei lo erano.

Molto probabilmente, quindi, furono i lemuri a costruire le statue dell’isola di Pasqua e se così è stato significa che malgrado le sembianze animali una certa intelligenza e capacità era posseduta da questi individui[30]. Lemuria sarebbe poi sprofondata ma una parte di essa si salvò e questa parte contribuì alla formazione di Mu. L’esistenza di Lemuria è stata generalmente accettata:

Poiché la teoria di Lemuria guadagnò una certa importanza, cominciò ad apparire nel lavoro di altri scienziati quali Ernst Haeckel, un tassonomista tedesco che propose Lemuria come la spiegazione all’’’anello mancante”. I fossili di questo non si sarebbero potuti trovare perché sepolti in fondo al mare.

La teoria di Lemuria scomparve con l’apparire della teoria della tettonica a placche.[31]

L’ipotesi dell’esistenza di Mu non ebbe la stessa risonanza. Infatti nei Commentari a Le stanze di Dzyan, a Lemuria succede Atlantide, non Mu. Ciò può essere dovuto al fatto che i due continenti sono stati contemporanei. Infatti quando Atlantide si trovava nell’Atlantico, Mu era nel Pacifico ma stranamente nessuno la menziona.

Il continente madre: Mu

Il “mito” di Mu nasce a fine ‘800 con il colonnello Churchward (1852-1936), di origine britannica. Il colonnello, lasciata la sua carriera lavorativa, si recò in India nel 1870 e strinse amicizia con un sacerdote indiano. Entrambi erano appassionati di archeologia, così il sacerdote mostrò a Churchward delle tavolette antiche che parlavano dell’origine dell’umanità. Secondo il sacerdote queste tavolette erano sacre poiché erano state scritte dai Naacal, ovvero dai “Sacri fratelli”che venivano da un  continente madre in Asia sudorientale.

Il sacerdote e l’ex colonnello tradussero tutte le tavolette e scoprirono che esse parlavano della creazione del mondo e dell’origine dell’uomo, il quale sarebbe comparso per la prima volta sul continente Mu. Dopo alcuni anni il professore e ricercatore William Niven scoprì in Messico, durante gli scavi, 2.600 tavolette che facevano riferimento a Mu.

Così Churchward, dopo aver tradotto le tavolette e aver viaggiato per trovare altri elementi validi ad avallare la sua ipotesi dell’esistenza di questo continente, tracciò la seguente storia di Mu.

Mu si trovava nell’Oceano Pacifico ed era abitata da diverse tribù governate da un re detto Ra-Mu. In Terre perdute (1999) si legge che il nome Mu deriva da regina Moo[32] che era la regina di Atlantide ma questo nome potrebbe avere anche altre origini. Il regno di Mu veniva chiamato Impero del Sole infatti i suoi abitanti (i “muani”) adoravano una divinità che venne denominata Ra il Sole, in quanto non ci si poteva riferire ad essa con il suo vero nome. Mu era popolata prevalentemente dalla razza bianca (e ciò spiegherebbe perché in America vi sono molte raffigurazioni di gente bianca, già da prima della scoperta dell’America). I muani portarono scienza, religione e commercio in tutto il mondo. Anche Mu aveva delle colonie tra cui l’impero di Mayax in America, l’impero Uighur in Asia centrale e Est europeo e regno dei Naga in Asia meridionale[33. Mu ebbe una prima catastrofe causata da vulcani e maremoti, durante il periodo di massimo splendore. Questa catastrofe interessò la parte meridionale del continente. In seguito il continente si inabissò definitivamente 13.000 anni fa. Sopravvissero solo poche persone.

Sprofondò prima Mu e poi Atlantide (quest’ultima si inabissò 12.000 anni fa)[34].

Il continente Mu sembra essere il più importante di tutti poiché è “il continente madre” e fu coevo di Atlantide: nello stesso periodo Atlantide regnava nell’Atlantico e Mu nel Pacifico ed erano entrambe due civiltà avanzatissime che comunicavano. Tuttavia Mu non è nota come lo è Atlantide, forse perché non vi sono stati filosofi (come per Atlantide di cui ci parlò Platone) a tramandarne l’esistenza e, stranamente, non ve ne è menzione neanche ne Le stanze di Dzyan.

Tuttavia per Mu abbiamo resti archeologici validi e credo che questo sia di fondamentale importanza. Nel 1997 nei pressi dell’isola di Yonaguni (area di Okinawa) nel mar della Cina, tra Formosa e il Giappone, sono stati scoperti resti archeologici molto importanti tra cui monumenti a terrazze, appartenente ad una civiltà sprofondata nel Pacifico di cui non si ha traccia nei libri di storia ufficiali. Il resoconto di questa scoperta lo troviamo in Civiltà sommerse (2002) di Graham Hancock

I resti appartenevano ad un periodo che oscilla tra 4000 a 8000 anni fa ma alcuni studiosi ritengono che risalgano addirittura a 15.000 anni fa.

L’esistenza di una civiltà così evoluta spiegherebbe anche perché la Cina, fin dai tempi antichissimi, era così avanzata dal punto di vista tecnologico. I primi cinesi, nei tempi arcaici, possedevano addirittura un sismografo, costruito con un vaso e un sistema di leve. I cinesi inventarono la carta, avevano grandi conoscenze mediche, inventarono la bussola… tutto ciò in tempi molto antichi, non a caso i cinesi ci hanno sempre stupito per le loro ingegnose invenzioni e oggi possiamo ipotizzare che queste conoscenze possano derivare dalla cultura di Mu.

Il resoconto dettagliato di questa scoperta si trova in Civiltà sommerse (2002) di G. Hancock, il quale ha corredato la ricerca con fotografie di questi resti. I geologi che si sono immersi a Yonaguni sono tre: Masaaki Kimura, Robert Schoch (già summenzionato per le ricerche sulla Sfinge) e Wolf Wichmann e per quanto ne sa l’autore si tratta degli unici geologi che sono scesi a quelle profondità. Questi tre geologi non hanno un’opinione condivisa. Kimura con i suoi allievi ha effettuato centinaia di immersioni e  sostiene che si tratta senza dubbio di opere di origine umana e sostiene altresì che in alcuni punti sono stati ritrovati fori prodotti da strumenti simili a punteruoli. La descrizione di ciò che ha visto Kimura (una specie di sentiero pavimentato con pietre che collega le principali zone della struttura; tracce di scavi che fanno pensare a riparazioni [35]ecc.) lasciano intendere palesemente che si tratta dei resti di una civiltà. Lo stesso Kimura ritiene che questi resti appartenevano ad una civiltà avanzata.

Schoch (che si è immerso insieme allo stesso autore)  invece non ha preso una posizione chiara in merito alla natura di questo monumento sommerso, ha sostenuto sia che potesse trattarsi di un monumento naturale sia che potesse essere di origine umana con fini astronomici in quanto si trova sul tropico del Cancro.

Il geologo Wichmann ha effettuato tre spedizioni e sostiene che si tratti di un’opera naturale. Kimura però ritiene che anche se dovesse essere di origine naturale, questo tipo di topografia sarebbe troppo difficile da spiegare.

L’unico archeologo che si è immerso a Yonaguni è Sundaresh che considera il monumento di origine umana.[36]

Molto probabilmente questi studiosi hanno trovato gli antichi resti di Mu. Non a caso anche in Cina esistono molte piramidi a terrazze[37].

Per quanto riguarda la storia di questo continente scomparso nel Pacifico e altre prove che dimostrano la sua esistenza, Domenico Pasquariello, autore di Grande inchiesta su Atlantide scrive:

La civiltà di Mu, oltre che dominare l’Asia, estese il suo dominio anche nell’America. Infatti non si contano le raffigurazioni, le leggende e le tradizioni degli antichi popoli mesoamericani che parlano di uomini bianchi dalle lunghe barbe e dalle ampie vesti, dotati inoltre di una avanzata tecnologia, i quali vennero in America dalla zona dell’Asia/Oceania (dove un tempo si trovava Mu) per insegnare ai nativi le arti e le scienze.

Anche steli Maya riportano una migrazione da una terra nel Pacifico al Sud America e quasi sicuramente ci si riferisce alla terra di Mu che era situata ad ovest del Sud America.

Studiosi come il geologo William Niven hanno individuato nei siti messicani di Texcoco e di Haluepantla i resti di città vecchie di 50 mila anni. Si tratta di tre città edificate l’una sull’altra che hanno tra loro resti evidenti di un diluvio e di eruzioni vulcaniche. In questi siti sono state trovate innumerevoli statuette che raffigurano uomini con i lineamenti dell’Asia meridionale e con atteggiamenti tipicamente orientali. Questi luoghi dovrebbero essere i principali siti dove si stabilirono gli uomini provenienti da Mu, siti che si trovano sepolti ad una media di nove metri sotto il terreno messicano.  

Nel 1997 sono stati scoperti nelle acque dell’isola Yonaguni i resti di una antica civiltà scomparsa, quasi sicuramente l’antica civiltà di Mu. Sono i resti di una civiltà vissuta tra il 15 mila e il 10 mila a.C. e sono posti a 25 metri sotto il livello del mare al largo del Mar della Cina, nello stretto che collega il Giappone a Formosa. Si tratta di costruzioni di enormi dimensioni: quella principale è grande quanto la piramide di Cheope ed è simile alle grandiose piramidi a gradoni del medio oriente (Ziggurat). Nel complesso, le rovine si legano a quelle precolombiane e a quelle egiziane.

Ad Aguni (a nord di Yonaguni) c’è un muro gigantesco, mentre a Kerama c’è un edificio circolare, il tutto collegato da una strada.

I megaliti e le costruzioni di blocchi monolitici e giganteschi con la tecnica ad incastro sono diffuse in Sud-America, in Egitto, in Libano, in Israele, in Giappone, nel Centro-America, in Inghilterra, in Francia, ecc., come se fossero stati ereditati da una civiltà antidiluviana.[38]

Conclusione

Concludo questa ricerca con una citazione di Bürgin:

Tanto per fare un esempio, come è andata a finire una “candela d’accensione” in una pietra vecchia di 500.000 anni? Come si spiegano le impronte di perforazioni perfette in blocchi di pietra che risalgono all’Egitto dei faraoni? Laddove la scienza convenzionale non riesce a trovare spiegazioni bisogna prendere in considerazione ipotesi alternative.


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LE ORIGINI DEL CULTO DEL SERPENTE

Articolo di Sigismono Panvini
Fonte: http://www.acam.it/le-origini-del-culto-del-serpente/

Dopo la pubblicazione del mio articolo L”orologio della Storia” ,nel quale facevo cenno all’ esistenza dell’ Ordo Draconis ed alla sua origine in antichi culti africani ,sono stato subissato di richieste di precisazioni in merito alle remote origini del culto del serpente .

Fred Carnochan (L’impero dei Serpenti, Xenia editore ) zoologo e ricercatore americano ci ha informato dell’esistenza nell’ ex Tanganica ed attuale Tanzania della misteriosa confraternita dei serpenti.

Tale gruppo è appartenente alla tribù Wanyamwesi o Nyamwesi ( secondo gruppo etnico della Tanzania circa 1,5 milioni di persone al 1989 ). che vivono nella parte nordoccidentale del paese, fra i laghi Vittoria e Rukva . Il nome “Nyamwesi” in lingua swahili significa “popolo della Luna

Nel 1929 il ricercatore americano che ha a lungo vissuto in Africa è stato messo al corrente delle remotissime tradizioni di questa etnia detenute in modo ultrasegreto dalla notte dei tempi e trasmesse solo in via orale . Accanto agli sciamani e guaritori che costituiscono la confraternita dei serpenti retta da un imperatore di sangue reale i cui membri sono del tutto immuni ai veleni dei rettili grazie alla profonda conoscenza alle proprietà medicinali di alcuni vegetali pietre ed animali, vi sono pure altre due sette segrete i” Wanunguri “ o uomini istrice ed una ancora più segreta sorellanza di nome Bagota del tutto impenetrabile , il cui segreto più grande è l’arte ostetricia oltre che un misterioso potere di controllo nei confronti degli uomini .

La gerarchia degli uomini serpente prevede l’esistenza di otto gradi di cui i primi sette raggiungibili in forma iniziatico-sapienziale mentre l’ultimo solo in via dinastica ed ereditaria . Il Multemi l’imperatore trasmette i propri poteri e saperi al figlio primogenito della sorella più anziana.

Curioso il fatto è che tali tradizioni siano stati presenti nell’Egitto prefaraonico , e che le sorgenti del Nilo siano proprio nel lago vittoria .

Uno dei gradi della confraternita è quello dei “facitori di pioggia”.

L’episodio biblico di Mosè che fa scaturire acqua dalla roccia si inquadra nelle sapienze antichissime di questi facitori . Alcune formazioni rocciose presenti nei deserti africani sono delle vere e proprie cisterne naturali, che trattengono acqua piovana è facile pertanto smuovendo alcuni sassi consentire la fuoriuscita del prezioso liquido .

Tali conoscenze fanno senz’altro ascrivere Mosè “istruito in tutta la sapienza degli egiziani” ad adepto di questa antichissima tradizione trasferitasi nell’ Egitto prefaraonico e diventato un ordine .

Tale supposizione è confermata dal celebre l’episodio biblico del patriarca che forgia un serpente di rame nel deserto per combattere un’epidemia che stava colpendo gli Israeliti. Chiunque avesse posato lo sguardo su di esso sarebbe guarito all’istante.

L’immagine del rettile che salva dalle infermità verrà ripresa dal Vangelo di Giovanni che fa dire a Gesù: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così dev’essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chi crede in lui avrà la vita eterna”

Gli Hyksos adoratori di Seth popolo del quale molto probabilmente Mosè era alla guida ritenevano che il serpente fosse all’origine della vita tramite la vibrazione sonora del suo sibilo .

Ma tale fatto apre un ‘altra questione.

Se Mosè era imperatore dei serpenti, il suo potere secondo tradizione sarebbe dovuto andare al primogenito della sorella Myriam .

Nulla viene detto nella bibbia circa la madre di Giosuè (Osea), ma se dobbiamo ritenere valida la tradizione della quale Mosè sembrerebbe interprete e custode , possiamo supporre che fosse la sorella.

Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui, lo farai comparire davanti al sacerdote Eleazaro e davanti a tutta la comunità, gli darai i tuoi ordini in loro presenza e lo farai partecipe della tua autorità, perché tutta la comunità degli Israeliti gli obbedisca.

Originariamente Giosuè si chiamava Osea, ma Mosè, del quale era uno dei più fedeli discepoli e al quale succedette nella guida del popolo ebraico, trasformò il suo nome in Giosuè, che significa “Jahvé salva” (cfr. Nm 13,6.16).

Ma c’è qualcosa di più Giosuè, figlio di Nun, appartenente alla tribù di Efraim, il secondo figlio di Giuseppe, visse nel XII secolo a.C. e fin da adolescente fu messo al servizio di Mosè ( Nm 11,28). Testimoniando in tal modo che gli Hyksos (popoli del mare alias indoeuropei) cui Giuseppe apparteneva sono in effetti il popolo eletto, e solo ad essi sarà consentito alla fine dei tempi l’accesso alla terra promessa.


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MessaggioInviato: 03/01/2013, 11:48 
RE MAGI: TRA STORIA E LEGGENDA

Fonte: http://www.acam.it/il-mito-dei-re-magi-tra-storia-e-leggenda/

La storia dei re Maghi e’ un racconto che nasce molto lontano , in terre esotiche e ricche di antiche tradizioni, narra di  stelle annunciatrici di una miracolosa nascita e di tre mitici sovrani che si misero in cammino per venerare il nuovo salvatore.

I tre misteriosi personaggi non sono molto frequenti nelle Sacre Scritture, infatti solo il Vangelo di Matteo (2,1-12) li cita inizialmente. In realta’ da questa fonte non possiamo conoscere molto sui Magi, ne’ i loro nomi, ne’ il loro numero e ancora luogo di provenienza che e’ indicato genericamente “da Oriente”.

Di loro non si ha menzione nei altri  Vangeli  come quelli di Luca e Marco, forse quasi una forma di censura legata al fatto che il Cristo non poteva esser “venerato” da dei “Magòi”., la parola Mago era del resto, sinonimo di stregone  , mago era anche quel Simone , appunto Simon Mago, il cui volto, per alcuni , sarebbe quello che oggi si attribuisce al Cristo , e dal qual personaggio il traffico di reliquie sacre prese il nome “simonia”. Torniamo ai Magi, in tutto questo silenzio  fonti importanti diventano  i Vangeli apocrifi e tra questi “il libro della Caverna dei Tesori”, di origine siriaca o ancora l’ “Historia Trigum Regum” di Giovanni da Hildesheim che raccoglie , mettendole in una unica vicenda, piu’ fonti apocrife sui Magi.

Immagine

La vicenda dei tre re e’ legata alla “stella”:

“..dove e’ nato il re dei Giudei? Perche’ abbiam visto la sua stella in Oriente e siam venuti ad adorarlo..”

Da sempre nell’antichita’ l’ apparizione di una stella , cometa o altro fenomeno celeste era considerata  un “segno” divino , come possiam osservare dallo stesso versetto di Matteo nel quale si mette in relazione il Cristo e  “La Sua Stella”.

Del resto gli astri , penetrando con la loro luce nell’oscurita’ diventano  espressione dell’eterna lotta tra bene e male , tra luce ed ombra:

“Io sono la stella radiosa del mattino”

Tutte le piu’ grandi divinita’ dell’antichita’ sono legate agli astri, lo stesso faraone egiziano era chiamato appunto la stella d’Egitto. Torniamo alla stella dell’Annunciazione, vi sono diverse ipotesi su cosa essa potrebbe essere realmente. Per alcuni si tratterebbe di una Nova o Supernova, fenomeno di straordinaria luminosita’ ma che non si poteva ripetere lungo il cammino dei Magi. Una seconda ipotesi e’ quella di una cometa , alcuni l’hanno identificata con quella di Halley gia’ segnalata in numerosi studi cinesi. Oggi , pero’ , sappiamo che essa si ripropone ogni 76 anni e quindi sarebbe passata attorno al 12 a.C. data piuttosto lontana da quella indicata da Dionigi il Piccolo per la nativita’.

Molto piu’ probabile e’ che piu’ che una stella si fosse trattato di una congiunzione e in particolare la congiunzione tra Giove e Saturno avvenuta nella costellazione dei Pesci. Secondo calcoli fatti da Keplero nel 7 a.C. questa congiunzione si sarebbe verificata ben 3 volte , il 28 maggio, il 1 ottobre e il 5 dicembre. Tutto questo non solo e’ importante dal punto di vista della datazione dell’evento , gia’ che si avvicina molto alla presunta data della nativita’ , cioe’ il 6 a.C., ma fa sorgere altre considerazioni. Infatti nell’antichita’ i primi cristiani  si riconoscevano con un segno in codice, quando due di essi si incontravano uno di loro tracciava meta’ del segno e l’altro lo completava. Il simbolo in questione era proprio il PESCE!

Del resto la parola Nazareni, oltre che abitanti di Nazareth significava “piccoli pesci”, e i seguaci di Gesu’ erano appunto i Nazareni. Un’altra coincidenza , poi, si inserisce in questo discorso , infatti all’ingresso di Gerusalemme il Cristo fu accolto nel grido di “oannes” che poi diventera’ ,per un errore di trasposizione, Osanna. Chi erano gli Oannes? Essi erano gli dei delle popolazioni medio-orientali che ,curiosamente erano rappresentati meta’ uomini e meta’ pesci!

Torniamo ai Magoi , per conoscere il loro rango e dunque l’appellativo di Re dobbiamo tornare al “libro della Caverna dei Tesori” ove essi vengon definiti “re figli di re”. Anche il numero dei magi non e’ ben specificato , e anche in questo caso dobbiamo rifarci a testi apocrifi come il “Vangelo dell’Infanzia Armeno”:

“..questi magi eran tre fratelli..”

Da Matteo non conosciamo il numero dei magi , ma solo riferimenti al numero dei doni. Il numero 3 ha una forte valenza simbolica , per alcuni indicherebbe le tre razze umane , la semitica , la cannitica e la jafetica , rispettivamente discendenti dai tre figli di Noe’ , Sem , Cam e Iafef. Probabilmente , pero’, il 3 ha un altro significato, infatti nell’antico Egitto il tre , Khem , gia’ legato ai moti lunari rappresenterebbe “la manifestazione nel concreto dell’Uno trascendente” , il dio che da trascendente diventa , appunto , immanente e questo ben si lega alle vicende del Cristo , il Dio che si e’ fatto uomo. Un altro aspetto importante dei magi e’ il loro nome. Oggi sappiamo che si chiamavano Gaspare , Melchiorre e Baldassarre , ma non tutte le fonti sono concordi. Nel complesso monastico di Kellia , in Egitto , sono stati rinvenuti i nomi di Gaspar , Melechior e Bathesalsa. Melechior sarebbe il piu’ anziano e il suo nome stesso deriverebbe da Melech , che significa RE.

Baldassarre deriverebbe da Balthazar , mitico re babilonese , quasi a suggerire la regione di provenienza di quest’ultimo, infine abbiamo Gasparre , per i greci Galgalath, signore di Saba.

Un accenno a questi mitici re lo troviamo anche in Marco Polo:

“..in Persia e’ la citta’ che e’ chiamata Saba da la quale partirono tre re che andaron ad adorare Dio quando nacque..”

La citta’ citata da Marco Polo, pero’ , non sarebbe proprio Saba , ma Sawah, antica citta’ persiana, mentre altri individuarono in Ubar la citta’ di partenza dei tre re.

Secondo numerose leggende i tre magi giunsero a Betlemme 13 giorni dopo la nascita del Cristo. Il 13 e’ un numero sacro alla divinita’ lunare , poi fortemente demonizzato proprio per dimenticare la sacralita’ dello stesso:13 erano cosi’ gli apostoli , diventati poi 12 a causa del tradimento di Giuda e 13 erano i cavalieri di Re Artu’ prima del tradimento di Mordred. In questa visione legata al culto lunare  della Dea e poi successivamente al culto terrestre ben si inserisce la GROTTA di Gesu’, luogo fortemente legato a culti ctonii.

La grotta e’ il simbolo del ventre materno , santuario della grande madre e luogo di comunione tra uomo e dio. Del resto tutte le divinita’ nascono nella “grotta” , Minosse , Dioniso , Mitra. Spesso , poi, nella iconografia cristiana si parla della mangiatoia e questo un po’ confonde le idee identificando appunto la grotta con una stalla. In realta’ molto spesso le grotte erano adibite a luoghi di ricovero per animali e quindi da qui la presenza della famosa mangiatoia del Cristo.

Per quanto riguarda il luogo ove essa si trovasse , Luca e Matteo la individuano a Betlemme , mentre Marco e Giovanni la collocano a Nazareth. In realta’ Bethlaem , la citta’ ove appunto si sarebbe avuta la nascita del Cristo non sarebbe in Giudea , ma sarebbe collocata nel paese di Bethelem Haglilit , villaggio a pochi chilometri da Nazaret, e questo eliminerebbe le problematiche relative appunto alle discrepanze tra i vari apostoli. Un particolare da non sottovalutare , poi, e’ quello sottolineato da San Girolamo che ricorda che a Bethelem si adorava da sempre Adone-Tammuz , divinita’ arborea legata sia alla grotta che , come tutte le divinita’ agresti  , al ciclo di morte e resurrezione e che quindi richiama ortemente le vicende del Cristo.

Qual’ era dunque il ruolo dei re magi e chi eran realmente?

Il mito del Cristo non puo’ essere scisso dai numerosi culti solari ed arborei che fin dalla protostoria venivan officiati dagli uomini. Tralasciando cosi’ eventuali similitudini tra le divinita’ arboree e il Salvatore importante e’ sottolineare  il forte legame tra il Cristo e il sole. Lo stesso 25 dicembre , data poi istituita dalla chiesa come giorno di nascita del Messia per allontanare pericolose e devianti festivita’ pagane ben radicate nella comunita’, coincideva con il dies natalis solis , solo che alla luce portata dall’astro si sostituisce la luce divina del Cristo.

“un dio nato da una VERGINE nel solstizio d’inverno e resuscitato all’equinozio di primavera” non puo’ non essere una divinita’ solare. E’ dunque il dio risorto , il “sole” che indica il nuovo anno e il nuovo avvento , l’ Osiri egizio.

Potremmo cosi’ azzardare una ipotesi:

Originari dell’altopiano iranico i magi erano sciamani legati al culto degli astri e successivamente sacerdoti di Mazda. Seguendo la lettura del cielo , avevano riconosciuto in Cristo uno dei loro “Saosayansh” , il salvatore universale , diventando cosi’ loro stessi “coniuctio” tra la nuova religione nascente e i culti misterici orientali come il mazdaismo e il buddismo , dunque adoratori di quel nuovo culto “solare e maschile” che affonda le sue radici in rituali ben piu’ antichi e che pian piano sarebbero stati cancellati dalla “nuova” religione. Ancora oggi il culto del magi non e’ dimenticato , l’arca ove eran contenute le loro reliquie , portate da Sant’ Eustorgio a Milano e’ luogo di pellegrinaggio.

Il sepolcro e’ vuoto dal 1162 , quando Federico Barbarossa , dopo aver sconfitto Milano , porto’ a Colonia le sacre reliquie , ma ‘e’ ancora chi dice che le “sacre ossa” sian nascoste da qualche parte nel capoluogo lombardo , magari proprio nella antica chiesetta romanica di Sant’ Eustorgio.


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IL MITO EGIZIO ELIOPOLITANO INTERPRETATO IN CHIAVE SOLARE

Estratto da KRST di Pier Tulip
Fonte: http://www.altrogiornale.org/news.php?extend.8481

Il mito egizio, nelle sue linee principali, cioè tralasciando le innumerevoli divinità accessorie, è di una semplicità estrema e può essere così brevemente schematizzato: in principio vi fu Nun, il Caos, il non creato. Dal Nun emerse una collinetta dalla quale nacque Atum, la cui ombra era Iasaaset, poi indicata con Amonet, la madre del creato, la madre che è padre: non essendo stata generata, la primitiva divinità ha sempre un carattere androgino o ermafrodita. Nun, sputando o eiaculando, diede vita a Shu (l'aria) e Tefnut (l’umido, l'acqua), i quali a loro volta generarono Geb (la terra) e Nut (il cielo). Nut e Geb, il cielo e la terra, generarono quattro figli gemelli, due maschi e due femmine, Osiride e Seth, Iside e Neftis. Riporto un passo estratto da E.A. Wallis Budge, Osiride e la Resurrezione egiziana: "La figura centrale della religione egizia era Osiride, ed i fondamenti principali del suo culto erano la fede nella sua divinità, nella morte, risurrezione, e nel controllo assoluto dei destini dei corpi e delle anime degli uomini. Il punto centrale di ogni religione osiriana fu la speranza nella resurrezione in un corpo trasformato e nell’immortalità".

Immagine

Osiride è quindi la divinità centrale della teologia eliopolitana, ma attorno a lui ruotano il fratello e le due sorelle. Una storia racconta che Osiride viene ucciso dal gemello Seth con l’aiuto di 72 congiurati e ridotto in quattordici pezzi dispersi per tutto l'Egitto. La sposa sorella Iside intraprende quindi un viaggio per ritrovare i pezzi dell’amato riuscendone a raccogliere 13 in quanto uno, il pene, viene ingoiato dal pesce sacro del Nilo, l’Ossirinco. I due fratelli Iside e Osiride generarono Horus e sulla nascita di quello che poi diventerà forse il dio più benefico e importante si hanno diverse versioni fra cui quella che il concepimento sia avvenuto dopo la risurrezione di Osiride, cioè dopo che Iside ritrova il pene disperso di Osiride, ma non si può non considerare la versione di Plutarco: “Dicono che ... Iside e Osiride innamoratisi tra loro si unissero al buio nell’utero della madre prima di nascere...”, e quindi Horus sarebbe coesistente con il padre. In effetti bisogna tener presente che gli dèi egizi erano antropomorfizzazioni di astrazioni e rappresentavano concetti, la nascita era l’elemento narrativo per indicare che Horus derivava da Osiride. In alcuni miti Horus è considerato fratello di Osiride e Seth. Horus affronta poi Seth per vendicare la morte del padre e perde un occhio mentre Seth perde i testicoli.
Fin qui, e per sommi capi, lo schema e le interazioni delle principali divinità di Eliopoli, la citta del Sole. E al sole dobbiamo guardare se vogliamo comprendere il significato della mitologia appena raccontata. A coppie le divinità sia maschili che femminili, pur essendo fratelli, sono fra loro antagonisti: Iside e Neftis fra le donne e Osiride e Seth, in un primo momento, ma poi Horus e Seth fra gli uomini si trovano spesso a combattere e a prevalere in modo alternato. Tutto si può spiegare se si fa l’ipotesi che queste cinque divinità vengano associate ai due corpi celesti più importanti: la Luna e il Sole. Iside rappresenta la luna crescente e Neftis la luna calante; Osiride e Horus rappresentano il sole crescente e Seth il sole calante. Questa interpretazione presenta un certo grado di difficoltà perché è difficile pensare che Osiride, Seth ed Horus rappresentino tutti il sole, e la storia si complica ancora di più se consideriamo che vi sono due Horus, Arpocrate, o Horus Giovane, e Horus Vecchio. L’unica possibile spiegazione è che ogni differenziazione rappresenti un momento particolare della vita del sole. Infatti l’alternasi del sole crescente e del sole calante viene rappresentato dalla lotta fra Horus e Seth e lo stesso avviene ai due solstizi. Della giornaliera lotta vi è una grandiosa rappresentazione sulla parete del corridoio esterno del tempio di Edfu dedicato ad Horus.

Immagine

Quando nel mito Horus affronta Seth per vendicare la morte del padre e perde un occhio, mentre Seth perde i testicoli, si vuol forse significare che Horus perde una parte della sua potenza luminosa e Seth perde le sue capacità fecondanti. Naturalmente Horus ha maggiore rilevanza rispetto a Seth, perché il primo rappresenta la rinascita del sole (bene) e l’altro la sua diminuzione (male). La vita di questo sole però non è lineare: all’inizio, quando sostituisce Seth al solstizio d’inverno, Horus è Giovane, blando nella sua azione, e viene chiamato Arpocrate, il dormiente; dopo l'equinozio di primavera, diventa Horus Vecchio, dalle piene capacità fecondanti ma prossimo ad essere sostituito da Seth. Allo stesso modo della dicotomia Horus-Seth, al plenilunio Iside viene sostituita dalla sorella Neftis e al novilunio invece prevale Iside. Le dicotomie Iside-Neftis, Horus-Seth corrispondono quindi anche alle sovrastrutture bene-male, luce-tenebre, vita-morte che riallacciano la religione egizia alla religione Mazdea in cui il dio della Luce-Bene era Ahura Mazda e il dio dell’Oscurità-Male era Ahriman.

Alla luce di questa interpretazione astronomica della pentade eliopolitana si chiarisce anche il significato della divisione di Osiride in 14 pezzi: essi rappresentano i 14 giorni che occorrono alla Luna per diventare "piena", ricevendo 1/14 della forza del Sole ogni giorno, un pezzo di Osiride al giorno. Infatti dice Plutarco, Iside e Osiride, IV,11: “Festeggiano il plenilunio del mese “Famenoth” chiamandolo “entrata d'Osiride nella Luna”, che è il principio di primavera; e cosi riponendo la virtù d'Osiride nella Luna dicono che Iside (significante la generazione) si congiunge con lui”. Il quattordicesimo pezzo, il pene che ha fecondato il Nilo, senza il quale non è possibile completare quest'altra "fecondazione", viene sostituito da Iside con un surrogato. Questo elemento della mitologia egizia ha radici profonde e ramificazioni nel tempo e nello spazio. Ecco come questa sizigia, dopo l'equinozio di primavera, viene descritta nel Cantico dei Cantici:

2,11-13: "Perché, ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se n'è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!"

L’unione delle Luna e del Sole dopo l’equinozio di primavera rappresenta la rinascita della natura, e si festeggia in tutto il mondo antico con il nome di Pasqua.


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ALLA RICERCA DEL REGNO DEL PRETE GIANNI

Articolo di Yuri Leveratto
Fonte: http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=349

L’origine della leggenda del Prete Gianni deriva da una missiva che l’imperatore bizantino Manuele I Comneno ricevette nel 1165. Il mittente era: “Giovanni, Sovrano Cristiano e Signore dei Signori”. 
La lettera descriveva le ricchissime terre di questo monarca situate nel centro dell’Asia. Il re narrava di vivere in un immenso palazzo fatto di gemme e d’oro e raccontava di governare un territorio enorme esteso dalla Persia alla Cina. Per molti anni al mito del Prete Gianni fu associato il sogno di raggiungere un regno sontuoso, dove tutti i piaceri materiali fossero esauditi e si vivesse nell’opulenza. 
Questo El Dorado medievale fu cercato a lungo ma sempre senza esito. Marco Polo aveva descritto un grande imperatore seguace dell’antica eresia nestoriana, che era stata condannata nel concilio di Efeso. Secondo questa tendenza spirituale le due nature di Gesù, umana e divina, sono rigidamente separate.

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Nella realtà vi furono due regni cristiani fuori dall’Europa. Il primo fu l’impero del mongolo nestoriano Khan Yeliutashi, nel XII secolo, descritto da Marco Polo nel Milione. L’altro fu il regno Etiope, le cui origini mitiche risalgono al matrimonio tra il re Salomone e la regina di Saba.
La prima spedizione marittima alla ricerca del favoloso regno del Prete Gianni partì da Genova, nel 1291. 
I fratelli Ugolino e Guido Vivaldi erano al comando di due galee, che oltrepassarono lo stretto di Gibilterra per poi perdersi nell’immensità dell’Oceano Atlantico. Nessuno seppe più nulla di loro anche se in seguito nel Libro del Conoscimento (frate anonimo castigliano, 1350-1385), vi sono alcune referenze ad una stirpe di genovesi che viveva nel regno africano di Abdeselib, la cui capitale era Graciona, attiguo ed alleato a quello del Prete Gianni. Ecco un passaggio dell’anonimo scrittore castigliano:

Mi dissero in questa città di Graciona che i Genovesi che si sono salvati dal naufragio di una delle due gallee sono arrivati rocambolescamente fino a qui, anche se non è noto cosa accadde all’altra galea. 
Quando giungemmo presso la città di Magdasor conoscemmo un genovese, detto Sor Leone, che stava cercando suo padre, che era rimasto in una delle due galee. Il re di Graciona diede tutti gli onori a Sor Leone, ma non gli permise di viaggiare attraverso il regno di Magdasor perché il cammino era difficile e pieno di pericoli.

In effetti Sor Leone era il figlio di Ugolino Vivaldi e aveva fatto parte della spedizione. E possibile che una delle due galee continuò il viaggio giungendo presso le coste di Mogadishu (Magdasor)?
In effetti i due navigatori italiani Antoniotto Usodimare (genovese) e Alvise Cadamosto (veneziano), che portarono a termine un esplorazione delle coste atlantiche africane nel 1455, ottennero alcune informazioni della spedizione dei Vivaldi, da alcuni nativi. Ecco un passaggio di Antoniotto Usodimare, tratto dagli archivi genovesi:

Nell’anno 1285 due galee salparono da Genova comandate dai fratelli Ugolino e Guido Vivaldi, con l’obiettivo di andare verso l’est, verso le parti di mondo conosciute come Indie. Codeste galee quando entrarono nel mare di Guinea, una di esse fece naufragio e non poté continuare. L’altra continuò navigando e costeggiando fino ad arrivare all’Etiopia presso una città detta Menam. I genovesi furono catturati e detenuti da codesti abitanti cristiani d’Etiopia, sudditi del Prete Gianni. La città si trova presso il fiume Gion. Furono detenuti per lungo tempo cosicchè nessuno poté rientrare in Patria. Questo fu raccontato dal nobile genovese Antoniotto Usodimare.

Da notare che il fiume Gion, menzionato nel Libro della Genesi, sarebbe il fiume che sgorga dal Giardino dell’Eden. Gli Etiopi identificavano il fiume Gion come il Nilo Azzurro che si origina presso il lago Tana. 
Secondo il padre Agostino Giustiniani negli Annali di Genova, i due frati castigliani che scrissero il Libro del Conoscimento si riunirono con i Vivaldi, ma questa notizia non può essere confermata. 
A partire dal XV secolo l’importanza dei Portoghesi crebbe notevolmente. 
I lusitani iniziavano a dominare le rotte africane e stavano ponendo le basi di quello che sarebbe stato nel secolo successivo l’impero marittimo più potente del mondo.
Sotto l’impulso del principe Enrico, detto il Navigatore, i Portoghesi riuscirono a scoprire e colonizzare Madeira e le Azzorre. Nel 1434 oltrepassarono il Capo Bojador, dimostrando l’infondatezza delle superstizioni sui territori ignoti che si estendevano più a sud. 
Nel 1456 Antoniotto Usodimare e Alvise Cadamosto, che viaggiavano al servizio del Portogallo, furono i primi europei a giungere all’arcipelago di Capo Verde. Da allora s’iniziò a navigare lungo le coste del Senegal e del Gambia, fino al golfo di Guinea. 
Con la caduta di Costantinopoli, e la conseguente impossibilità di commerciare attraverso il Mediterraneo, le rotte africane divennero sempre più importanti. I portoghesi tornavano con oro, avorio e schiavi custodendo gelosamente il dominio di quelle rotte. 
Il primo occidentale ad arrivare presso l’estremità sud del continente africano fu Bartolomeu Dias, partito da Lisbona al comando di tre navi nell’agosto 1487. Scopo del viaggio era d’investigare sulla reale estensione del continente africano e individuare il percorso più breve possibile per le Indie. 
Un altro degli obiettivi dell’impresa era cercare l’esatta ubicazione del regno leggendario del Prete Gianni. A bordo vi erano sei neri africani, da poco catturati. Ben alimentati e vestiti, furono utilizzati come traduttori, allo scopo di aiutare i portoghesi a incrementare i loro commerci. 
Nel dicembre 1487 la spedizione giunse nell’odierna costa namibiana. Dopo circa un mese i portoghesi doppiarono il promontorio che fu poi battezzato Capo di Buona Speranza e quindi furono spinti al largo da una forte tempesta. Esplorarono la baia di Algoa e ritornarono verso ovest scoprendo il capo Agulhas, il luogo più a sud dell’intero continente africano.
L’importanza di questo viaggio fu enorme in quanto per la prima volta i portoghesi erano riusciti a verificare l’estensione del continente africano, individuando la rotta che li avrebbe poi condotti in Asia. Dieci anni più tardi, infatti, Vasco de Gama giunse effettivamente in India, doppiando il Capo di Buona Speranza e risalendo le coste africane verso nord.
Il re del Portogallo Joao II inviò anche una spedizione via terra alla ricerca del favoloso dominio del Prete Gianni.
I due esploratori, partiti da Santarem il 7 maggio 1487, erano Afonso da Paiva, che doveva raggiungere l’Etiopia, e Pero da Covilha, diretto in India. 
I portoghesi attraversarono il Mediterraneo e proseguirono per Aden, dove si separarono. Afonso da Paiva non fece mai più ritorno in patria. Pero da Covilla invece, fu uno dei primi europei a visitare l’India, dove acquisì importanti informazioni per le future imprese riuscendo poi a tornare in Portogallo.
Il regno leggendario del Prete Gianni non fu mai trovato proprio perché fu reale solo durante la fine del XII secolo. La sua ubicazione rimane un mistero anche se gli unici due regni cristiani al di fuori dell’Europa (Asia centrale ed Etiopia), possono dare un’idea di quella che fu la sua misteriosa ubicazione.


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Tratto dal libro "L'impronta divina" di Freddy Silva:

Jacob Roggeveen, scopritore dell'isola di Pasqua, registrò le esperienze avute con le comunità locali. Egli afferma che la popolazione di quell'isola era composta da due razze: gli Orecchi Corti e gli Orecchi Lunghi.
Per quanto riguarda i Lunghi, roggeveen ebbe dirette esperienza con loro:

"A dire il vero, potrei dire che questi selvaggi sono proporzionalmente alti e grossi, con una statura di circa tre metri e mezzo. Per quanto possa sembrare sorprendente, l'uomo più alto che abbiamo a bordo riusciva a passare in mezzo alle gambe di questi figli di Golia senza dover piegare la testa".


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IL SEME DEGLI DEI

Articolo di Paolo Brega
Articolo tratto da: http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9404


Man mano che il progresso scientifico avanza e nuove scoperte vengono fatte divulgate, più si va a delineare un quadro che noi appassionati di ufologia e paleoarcheologia abbiamo da sempre teorizzato: un intervento ‘esterno’ quale punto di partenza dell’incredibile storia del genere umano.
Ma partiamo dall’alba della comparsa dell’Homo Sapiens, circa 300.000 anni fa in Africa, secondo le teorie antropologiche tradizionali. A quel tempo il precedente esemplare, l'Homo Erectus, è presente sul pianeta già da più di un milione e mezzo di anni e possiede una capacità cranica maggiore rispetto all'Homo Habilis. L'Homo Erectus avrebbe avuto una notevole somiglianza con gli esseri umani moderni, ma aveva un cervello di dimensioni corrispondenti a circa il 75% di quello dell'Homo Sapiens. Il modello paleoantropologico dominante descrive l’Homo Erectus inoltre come capace di usare rudimentali strumenti.
A un certo punto avviene qualcosa di rivoluzionario, la massa cerebrale aumenta del 30%, acquisisce capacità di articolare un linguaggio, modifica la propria biologia ormonale, … insomma l’Erectus si evolve in Homo Sapiens e poi successivamente circa 30.000 anni fa in Sapiens Sapiens e come descritto in figura, attraverso una serie di fasi migratorie i Sapiens vanno a popolare l’intero pianeta.

Immagine

Ciò rappresenta una singolare unicità nel modello evolutivo descritto nel volume “L’origine delle specie” di Darwin nel 1859 in quanto nessuna altra specie animale presente sul pianeta ha seguito un percorso evolutivo così rapido ed eccezionale.
Per esempio il cavallo in 55 milioni di anni ha modificato leggermente (e sottolineo leggermente) la propria struttura fisica, il proprio volume cerebrale e di conseguenza le proprie ‘abilità’, come può l’uomo in un periodo dieci volte inferiore aver modificato drasticamente la propria struttura, aumentato notevolmente il proprio volume cerebrale e di conseguenza le proprie capacità di modificare l’ambiente esterno a proprio favore? Così come il cavallo pensiamo a tutti gli altri primati, uguali a loro stessi da milioni di anni – tutti eccetto l’uomo.
Precisiamo che qui non si vuole smentire o disarticolare i postulati della teoria evolutiva Darwiniana ovvero:

1. tutti gli organismi viventi si riproducono con un ritmo tale che, in breve tempo, il numero di individui di ogni specie potrebbe non essere più in equilibrio con le risorse alimentari e l'ambiente messo loro a disposizione.

2. tra gli individui della stessa specie esiste un'ampia variabilità dei caratteri; ve ne sono di più lenti e di più veloci, di più chiari e di più scuri, e così via.

3. esiste una lotta continua per la sopravvivenza all'interno della stessa specie e anche all'esterno. Nella lotta sopravvivono gli individui più favoriti, cioè quelli meglio strutturati per giungere alle risorse naturali messe loro a disposizione, ottenendo un vantaggio riproduttivo sugli individui meno adatti.

Infatti ritengo la stessa perfettamente idonea a illustrare l’evoluzione del 99,99% delle specie viventi sul pianeta (e non solo sul pianeta), dai più piccoli batteri ai più grandi vertebrati. Solo non è sufficiente da sola a spiegare il cammino evolutivo di quell’unica razza ‘anomala’ del pianeta: la razza umana.
La risposta ai dubbi che l’antropologia non è in grado di fornire ci arrivano forse dalle più recenti ricerche sui gruppi sanguigni e sulle altrettanto importanti scoperte in ambito genetico.
Il confronto tra il nostro genoma e quello degli scimpanzè sta rivelando quali sono le sequenze del DNA che sono esclusive degli esseri umani. Da un articolo di Katherine S. Pollard “Che cosa ci rende umani”, scritto per la rivista Le Scienze dell'agosto 2009.
Lo scimpanzè è il nostro parente vivente più prossimo, con cui condividiamo quasi il 99 per cento del DNA. Gli studi per identificare le regioni del genoma umano che sono cambiate di più da quando gli scimpanzè e gli esseri umani si sono separati da un antenato comune hanno contribuito a mettere in evidenza le sequenze del DNA che ci rendono umani. I risultati hanno anche fornito importantissime conoscenze sulle profonde differenze che separano umani e scimpanzè, nonostante il progetto del DNA sia quasi identico. Per capire quali sono le caratteristiche genetiche specifiche del DNA umano rispetto a quello dello scimpanzè e degli altri primati, i ricercatori hanno decodificato il genoma di primati molto simili all’uomo, come scimpanzé e babbuino.
La bioinformatica ha poi completato il quadro con uno studio elegantissimo: sono state analizzate nei tre genomi (uomo, scimpanzé e babbuino) tutte le regioni del DNA che presentano un’elevata similitudine nei mammiferi; tra queste aree, sono state identificate quelle che differivano maggiormente tra le tre specie.
In pratica, una regione del DNA è importante se è presente nel maggior numero di animali; se però la sequenza del DNA di questa regione cambia in maniera significativa tra due specie molto simili ci sono ottime probabilità che questo cambiamento sia una delle cause della differenza tra le specie analizzate.
Al momento dell’analisi dei dati i gruppi americani responsabili della scoperta hanno trovato qualcosa di sorprendente: ciò che ci rende umani non sono nuovi geni comparsi nella nostra specie ma, al contrario, l’assenza di alcune sequenze del DNA che servono a regolare l’attività genica.
I tratti di DNA che variano maggiormente nella nostra specie sono nelle vicinanze di geni coinvolti con le funzioni del sistema nervoso centrale: la loro assenza quindi provoca variazioni nelle funzioni cerebrali. L’altro gruppo di geni che mostra variazioni significative è coinvolto nella segnalazione ormonale ed, in particolare, con la funzione sessuale che evidentemente varia in maniera significativa tra l’uomo e gli altri primati.
La variazione più interessante però è la delezione di una sequenza di DNA vicina al gene GADD45G: questa regione è stata già da tempo correlata con l’espansione di particolari zone del cervello. L’assenza di questa sequenza di DNA è probabilmente la causa dell’ingrandimento di alcune aree del cervello e quindi della comparsa di nuove funzioni neurologiche.
L'evoluzione 'stile Darwin' aggiunge sequenze e cromosomi a quelle già esistenti per meglio adattare la specie all'ambiente. Una delezione è già di per sè inspiegabile senza voler prendere in considerazione la possibilità di un intervento 'esterno'.
Ma vediamo quali sono le sequenze principali che differiscono per via di modificazioni o, appunto, di inspiegabili delezioni di materiale genetico:

Sequenza HAR1
Il gene HAR1 (da "Human Accelerated Region 1"), è una sequenza di 118 basi nel DNA umano, scoperta nel 2004-2005, che si trova nelcromosoma 20.
Il gene HAR1 non codifica per alcuna proteina nota, ma per un nuovo tipo di RNA (simile al RNA messaggero). HAR1 è il primo esempio noto di sequenza codificante l'RNA dove si è avuta una selezione positiva. Il gene HAR1 viene espresso durante lo sviluppo embrionale e produce una migrazione neuronale indispensabile allo sviluppo di un cervello veramente umano. Alcuni sostengono che la sua velocissima evoluzione nell'essere umano (il pollo e lo scimpanzé differiscono per due basi, l'uomo e lo scimpanzé per 18 basi) contrasti con la teoria dell'evoluzione.

Sequenza HAR2
La sequenza HAR2 (nota anche come HACNS1), è un introne (potenziatore genico) presente nel cromosoma 2, e costituisce il secondo sito genomico con la più accelerata velocità di cambiamento rispetto a quella nei primati non umani. Induce lo sviluppo dei muscoli nell'eminenza tenar (muscolo opponente del pollice), che consente di afferrare e manipolare oggetti anche molto piccoli, oltre a quella grande e complessa quantità di ossicini, muscoli e tendini, presenti tra la mano e l'avambraccio, che dona alla mano una grande quantità di gradi libertà, oltre ad una buona precisione nei movimenti.

Sequenza AMY1
Il gene AMY1 codifica per una enzima, l'amilasi salivare, che permette una migliore digestione dell'amido. Si ipotizza l'aumento della sua prevalenza nelle popolazioni che cominciarono a praticare l'agricoltura (avena, farro, frumento, mais, patate, riso, segale, ecc.), e che in questo modo riuscirono a sfruttare meglio non soltanto la terra arata, ma anche gli specifici alimenti (graminacee) che essa produceva.

Sequenza MAD1L1
La sequenza MAD1L1, nota anche come "Mad1" (oppure come HAR3, per il suo accelerato tasso di cambiamento rispetto al DNA delle scimmie) agisce su proteine che permettono una più ordinata divisione del fuso mitotico, permettendo un minor tasso di errori nella divisione cellulare, dunque una migliore efficienza delle mitosi e delle meiosi, minore quantità di cellule da mandare in apoptosi ed infine una maggiore durata della vita, con meno tumori e in migliore salute.

Sequenza WNK1
Il gene WNK1 (noto anche come HAR5, presente nel braccio corto del cromosoma 12) codifica per un enzima, una tirosinasi del rene, che permette una migliore eliminazione del potassio da parte del rene, e allo stesso tempo, per meccanismi correlati al potenziale della membrana del neurone, consente una maggiore sensibilità e accuratezza di localizzazione da parte dei nervi sensitivi. Questo enzima, migliorando il "feed back" sensitivo, può avere contribuito ad aumentare la perizia nella fabbricazione di attrezzature, oggetti, vestiti, armi, ecc. Inoltre può aver favorito la destrezza nell'andatura, nella lotta e la grazia nella danza.

Sequenza FOXP2
Nel 2001 venne osservato all'Università di Oxford che persone con mutazioni del gene FOXP2 (altra sequenza genetica a cambiamento accelerato) sono incapaci di fare movimenti facciali fini e ad alta velocità che sono tipici del linguaggio umano. Questi pazienti mantengono inalterata la capacità di comprendere il linguaggio, dunque il deficit è puramente nervoso-motorio, nella fase di estrinsecazione del linguaggio. La mutazione del gene FOXP2 è condivisa dal Homo sapiens e dall'uomo di Neanderthal, ed in base a reperti paleontologici e ai dati di deriva genetica si può calcolare che questa mutazione sia avvenuta circa 500.000 anni fa. Dunque non è la sola ragione del grande sviluppo.

Sulla sequenza FOXP2 e sulla possibilità di un intervento alieno di manipolazione genetica della stessa in un lontano passato esiste un ulteriore prova riscontrata nell’esame del DNA del teschio dello ‘Starchild’ che come molti già sanno è un reperto ritrovato intorno al 1930 da una ragazzina di circa 13-15 anni in Messico, nel tunnel di una miniera a circa 160 km a sud-ovest da Chihuahua e successivamente affidato allo scienziato scrittore Lloyd Pye il quale da subito avanzò ipotesi controcorrenti sulla natura dello stesso avanzando una possibile origine aliena.

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Le notizie più recenti che arrivano da Oltreoceano sembrano però aprire un capitolo nuovo e clamoroso. Un genetista del Progetto Starchild sarebbe riuscito ad estrarre dall’osso un frammento del gene FOXP2. Secondo le ultime teorie, questo gene contiene le istruzioni per sintetizzare una proteina fondamentale per la coordinazione tra i movimenti della bocca, gli organi di fonazione (come laringe e corde vocali) e gli impulsi elettrici inviati dal nostro cervello. Insomma, FOXP2 è indispensabile per lo sviluppo del linguaggio. E la sequenza trovata in Starchild non è uguale alla nostra.
Il risultato non è ancora definitivo e deve essere ancora confermato in un laboratorio indipendente. Ma se fosse proprio così, allora sarebbe la scoperta più dirompente della Storia, perchè saremmo di fronte alla dimostrazione che quella creatura non era del tutto umana o forse, non lo era per nulla. Una prova concreta, questa volta, e non confutabile: perchè il DNA è scienza, non opinione. Sembra che in Starchild il gene FOXP2 si differenzi dal nostro per ben 56 coppie di base.

Tornando alle delezioni cromosomiche certamente le delezioni genetiche possono avvenire anche in natura per: esposizione a radiazioni, attività retro-virali, errori di trascrittura del DNA, ma in questo caso certamente non forniscono vantaggi competitivi, anzi il più delle volte generano deficit, sindromi e malattie genetiche.
Per questo a mio parere sono inspiegabili se le osserviamo dal punto di vista evolutivo. A titolo esemplificativo la medicina oggi riconosce le seguenti sindromi causate da delezioni di specifiche sequenze genetiche:

- delezione cromosoma 4 = sindrome di Wolf-Hirschhorn
- delezione cromosoma 7 = sindrome di Williams
- delezione cromosoma 18 = ritardo mentale

e purtroppo non rappresentano miglioramenti evolutivi, così come non sono noti casi di delezioni cromosomiche che consentano vantaggi alla specie umana così come invece viene citato dagli studi citati da K.Pollard.
Non dimentichiamoci poi della delezione del cromosoma y nella cui presenza il maschio portatore risulta impossibilitato a procreare. L’impossibilità di procreare è una caratteristica collegata all’ambito delle ibridazioni. Sappiamo per certo che il risultato di incroci tra razze, come ad esempio il mulo, frutto di un incrocio tra un cavallo e un asino non è in grado di generare una propria discendenza.
Potrebbe essere la delezione del cromosoma y e la conseguente incapacità di procreare un retaggio derivante dalla nostra condizione originale di sapiens, quale risultato di una ibridazione tra il dna dell’homo erectus opportunamente modificato attraverso delezioni di particolari sequenze cromosomiche, magari con l’ausilio di tecnologia retrovirale, e DNA alieno?
Ancora una volta ci vengono in aiuto la mitologia sumera, le interpretazioni del ricercatore indipendente Zacharia Sitchin e gli studi di mitologia accadica W.G.Lambert e A.R.Millard, Stephanie Dalley e Benjamin R.Foster che ci consentono oggi di potere leggere nell’epopea accadica di Athrasis “Inuma Ilu Awilum” (traducibile in “Quando gli dei erano come gli uomini”) scritta circa 1.700 anni prima di Cristo, una precisa descrizione del momento in cui gli Annunaki si ammutinano a causa del pesante lavoro a cui erano sottoposti sul pianeta Terra, rendendo necessaria quella ricerca scientifica che porterà alla creazione del genere Homo.
Ecco di seguito quanto riportato nell’antico testo sumero:

“… quando gli dei erano come gli uomini sopportavano il lavoro e la dura fatica. La fatica degli dei era grande, il lavoro pesante e c’era molto dolore, … per 10 periodi sopportarono le fatiche, per 20 periodi … Eccessiva fu la loro fatica per 40 periodi,… lavoravano duramente notte e giorno. Si lamentavano e parlavano alle spalle. Brontolavano durante i lavori di scavo e dicevano: Incontriamo … il comandante, che ci sollevi dal nostro pesante lavoro. Spezziamo il giogo!...”

Il giogo fu spezzato dopo che un Annunaki promosse la seguente soluzione, sempre narrata nell’Inuma Ilu Awilum:

“…abbiamo fra di noi Ninmah, che è una Belet-ili, una Ninti (dea della nascita). Facciamole creare un Lulu (ibrido), facciamo che sia un Amelu (lavoratore) a sobbarcarsi le fatiche degli dei! Facciamole creare un Lulu Amelu, che sia lui a portare il giogo…”

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La narrazione prosegue con l’identificazione nell’Abzu (l’Africa) di una creatura adatta allo scopo, l’homo erectus, e che ciò che doveva essere fatto era “… imprimergli l’immagine degli dei…” usando le parole dell’epopea: effettuare un innesto genetico, se dovessimo utilizzare termini scientifici attuali.
Ma non è solo il mito sumero a descrivere un tale evento. Nella Bibbia leggiamo:

“:..E fu così che gli Elohim dissero, facciamo un Adamo a nostra immagine e somiglianza…” [Genesi 1,26]

Sempre gli studi incrociati tra genetica e antropologia ci consentono di arrivare alla determinazione di dove probabilmente è avvenuto il secondo grande salto evolutivo del genere homo: da Sapiens a Sapiens Sapiens, circa 30-40.000 anni fa.
Sappiamo infatti che Il DNA mitocondriale, viene trasmesso per via matrilineare, e permette di studiare a ritroso le origini, la diffusione e la migrazione delle popolazioni umane fin dall' origine della comparsa della nostra specie. Altrettanto i recenti studi sul DNA mitocondriale di diverse popolazioni autoctone, prime fra tutti quelli sui nativi americani, ha fornito scoperte sorprendenti, da sole in grado di destabilizzare l’antropologia ortodossa.
Questi studi hanno infatti dimostrato inequivocabili legami genetici tra popolazioni diverse, lontane e isolate al mondo come ad esempio i Baschi dei Pirenei, i Berberi del Marocco e i nativi nordamericani Irochesi. Questi gruppi così apparentemente diversi e divisi appartengono infatti incredibilmente al medesimo gruppo genetico, il misterioso aplogruppo X.
Questi studi dimostrano allora migrazioni "impossibili" in piena Era Glaciale confermando invece quanto sostenuto da Cayce, nato del 1877 e vissuto decenni prima della stessa scoperta del DNA quando parlava proprio di quelle popolazioni, di cui all' epoca certo non si conosceva il legame genetico e che erano per tutti all' apparenza differenti e indipendenti, come di popolazioni legate da legami comuni, e che le evidenze sarebbero un giorno state scoperte.
Cayce asseriva che si trattava degli ultimi rappresentati di una stirpe comune, e cioè quella dei superstiti di Atlantide, dispersisi nei due lati dell' Atlantico alla distruzione della loro patria.
Se poi aggiungiamo a ciò che queste popolazioni rappresentano anche una anomalia statistica nella distribuzione dei gruppi sanguigni possiamo giungere a una conclusione ancora più sorprendente.
E’ infatti noto in medicina la presenza di diversi gruppi sanguigni e del fattore rhesus nel sangue degli esseri umani, derivanti da particolari unioni di coppie genetiche e la cui osservazione è fondamentale per effettuare trasfusioni, trapianti e altre pratiche mediche.
E’ infatti altrettanto risaputo che la capacità di donare e ricevere sangue è strettamente correlata al gruppo sanguigno del donatore/ricevente e al suo fattore rhesus come descritto nella tabella seguente da cui si evincono già le seguenti particolarità:

- il portatore del sangue gruppo zero può donare a tutti, ma può ricevere solo da altri gruppi zero

- il portatore del sangue gruppo AB può ricevere da tutti

- sangue Rh- può ricevere solo da Rh-

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Ma cosa è il fattore RH? Leggiamone la definizione medica tratta da Wikipedia: “Il fattore Rh o fattore Rhesus, si riferisce alla presenza di un antigene, in questo caso in una proteina, sulla superficie dei globuli rossi oeritrociti. un carattere ereditario e si trasmette come autosomico dominante. Se una persona possiede questo fattore si dice che il suo gruppo è Rh positivo (Rh+), se invece i suoi globuli rossi non lo presentano, il suo gruppo sanguigno viene definito Rh negativo (Rh-). Prende il nome dalla specie di primati Macaco Rhesus, sui globuli rossi del quale fu per la prima volta scoperta la presenza della proteina del fattore Rh”
Per cui avere un sangue RH- significa non avere questo particolare antigene. E’ importante saperlo in ambito medico in quanto un possessore di sangue RH- può ricevere soltanto RH-.
Statisticamente il fattore RH- è presente nel 15% della popolazione mondiale configurandosi come gruppo molto raro e ancora più raro è il gruppo sanguigno zero negativo, presente esclusivamente nel 6% dei casi. Questo poiché gli alleli che determinano i fenotipi descritti sono recessivi, per cui, esemplificando al massimo, deve essere presente una coppia di alleli Rh- per manifestare la caratteristica Rh-
Ecco allora che però nelle popolazioni di cui si parlava prima relativamente all’aplogruppo X abbiamo una anomalia statistica in quanto:

- nei nativi sudamericani si riscontra il 100% di sangue con il gruppo 0

- La popolazione basca è caratterizzata da un elevata media di persone con gruppo sanguigno 0-

- In Giappone gli Ainu manifestano caratteristiche geneticamente rare e simili a quelle portate dalle popolazioni dell’aplogruppo X

- La concentrazione di sangue di tipo 0 è maggiore nelle regioni che si affacciano sull'atlantico e dove sono presenti siti megalitici

- I nazisti credevano che il gruppo sanguigno 0- fosse il sangue degli dei

E guarda caso sono quelle stesse popolazioni che nei loro miti cosmogonici, sono andate a descrivere un processo di creazione delle loro civiltà da parte di divinità e un’età dell’oro precedente a un grande cataclisma.

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Tutte coincidenze?
Allora, ma senza voler scadere nel razzismo:

- Rh+, deriva da antenati 'scimmia' (homo erectus), tanto è vero che il fattore rhesus è stato trovato nei macachi rhesus.

- Rh-, deriva da antenati 'antichi creatori' (Anunnaki/Elohim), tanto è vero che denota l'assenza del fattore rhesus

Forse che gli 'uomini famosi' citati nella Bibbia e i semi-dei della mitologia classica avessero tutti il sangue RH- e che poi, nel corso dei millenni, incrociandosi con esseri umani RH+ si sia perduto l'elemento divino del nostro DNA?
Le abductions potrebbero assumere un altra chiave di lettura, e avere l’obiettivo di studio da parte dei grigi della nostra biologia e della nostra genetica per creare loro volta una razza ibrida grigio-umana che permetta loro di acquisire quei vantaggi potenzialmente presenti nel nostro DNA per scopi a noi sconosciuti, ma che potrebbero essere ostili e che noi per un motivo o per un altro non siamo più oggi in grado di attivare, realizzando noi stessi quell’ulteriore salto evolutivo in Sapiens Sapiens Sapiens, o neoticus se preferite che ci consentirebbe di ritornare all’antica età dell’oro.
Se l’ipotesi sulle abductions rimane una mia personale ipotesi e intuizione è invece assolutamente reale che più la scienza scopre cose nuove, più queste nuove scoperte suffragano la tesi da me condivisa di manipolazioni genetiche in un lontano passato.
Una possibile conclusione reale di queste ricerche è allora che il DNA alieno non sia per sua natura caratterizzato da sequenze genetiche specifiche determinanti la presenza di fattore RH nel sangue (RH-).
Il DNA dell'homo erectus (soggetto ibridabile) è invece caratterizzato da sequenze genetiche determinanti la presenza di fattore RH nel sangue così come molti altri primati (RH+)
Provvedendo a manipolazioni genetiche sull'homo erectus vengono effettuate una serie di delezioni del genoma dell'homo erectus, tra cui anche quella sull'RH al fine di predisporlo sulla base di quello alieno e potere così procedere all'ibridazione genetica che produce i primi sapiens.
Ibridi che come tutti gli ibridi non possono procreare. E' solo successivamente che viene fornita loro la capacità di procreare da parte di una fazione di Anunnaki ben precisa, gli Enkiliti, in ciò che la Bibbia descrive come peccato originale e conseguente cacciata dall’Eden.
Così facendo i sapiens, potendosi incrociare con i loro parenti più prossimi, reintroducono nel patrimonio genetico umano il fattore RH+ e altri elementi genetici dominanti su quelli alieni, abbiamo visto recessivi, che determinano la perdita di alcune caratteristiche 'divine' come la longevità, la capacità di connessione con la propria area spiriutale-animica oltre che la capacità di interagire con le energie della natura di matrice alchemica – tutte conoscenze invece note ai semi-dei probabilmente governatori di Atlantide e delle sue colonie disseminate sul pianeta.

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MessaggioInviato: 02/12/2014, 12:54 
L'ORO: IL METALLO DEGLI DEI

Articolo tratto da: http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9406

L’estrazione dell’oro da parte degli esseri umani è un fenomeno le cui origini vanno ricercate oltre 6000 anni fa, nelle regioni in cui sorsero le prime civiltà antagonistiche, cioè nell'Africa settentrionale, in Mesopotamia, nella valle dell'Indo e nel Mediterraneo orientale. Questo ci porta a collocare la lavorazione del metallo ancora prima della lavorazione del bronzo e del ferro. L’oro è infatti noto e molto apprezzato dagli umani fin dalla preistoria. Molto probabilmente è stato il primo metallo mai usato dalla specie umana, addirittura anche prima del rame, per la manifattura di ornamenti, gioielli e rituali.
L'utilizzo di oro a scopi ornamentali viene menzionato nei testi egizi già fino dal faraone Den, della I dinastia, 5000 anni fa. L'Egitto e la Nubia avevano infatti risorse tali da renderli i maggiori produttori d'oro rispetto alla maggior parte delle civiltà della storia antica. L’oro, specialmente nel periodo di formazione dello stato egizio, ebbe sia un ruolo politico che economico: fu infatti uno degli elementi all’origine della divinizzazione del faraone e della nascita delle città. L'oro viene anche spesso menzionato nell'Antico Testamento. La parte sudorientale del Mar Nero è famosa per le sue miniere d'oro, sfruttate fin dai tempi di Mida: questo oro fu fondamentale per l'inizio di quella che fu probabilmente la prima emissione di monete metalliche in Lidia, fra il 643 a.C. e il 630 a.C.
Gli storici ritengono che l’utilizzo dell’oro nell’antichità fosse legata per scopi ornamentali e cerimoniali, certamente agevolati dalla sua duttilità e dalla sua facilità di lavorazione, e probabilmente anche per il suo colore e splendore, associabile al sole e di conseguenza alle divinità. Indossare monili d’oro significava per gli antichi “somigliare agli dei" e per i potenti giustificare una vicinanza o addirittura una appartenenza alle geneaologie divine, così come accadeva per i sovrani e le caste sacerdotali mesoamericane o per i Faraoni al di qua dell’Atlantico.
Ma perché un metallo, assolutamente inutile nell’ambito delle strutture sociali della nostra preistoria, assunse caratteristiche così importanti tanto da venire considerato come il metallo degli dei? Fino all’avvento del fenomeno della monetazione infatti l’oro non aveva pressoché nessun valore economico e non veniva utilizzato nemmeno come merce di scambio nelle economie basate sul baratto tipiche delle prime civiltà urbane tra cui i Sumeri, gli Accadi, e le civiltà dell’Indo meridionale, oltre che le precedentemente culture mesoamericane Olmeche e Tolteche.
Nelle comunità in cui vigeva il baratto, gli individui sapevano bene che il valore di un oggetto era dato dal tempo socialmente necessario per produrlo o per conservarlo il più possibile inalterato. Questo a prescindere dal valore soggettivo che uno poteva dare a questo o quel bene. Una comunità non poteva aver bisogno di un bene che fosse del tutto assente al proprio interno, poiché, in tal caso, non ne avrebbe sentita alcuna esigenza.
Gli studiosi concordano sul fatto che tanto gli Incas quanto gli Atzechi non usavano l’oro per scopi monetari, né gli attribuivano un valore commerciale. Il commercio era senz’altro sviluppato, ma si trattava più che altro una forma di baratto; le tasse consistevano in prestazioni e servizi occasionali, dal momento che l’uso del denaro era assolutamente sconosciuto. Per quanto riguarda gli utensili e le armi, gli Aztechi si trovavano ancora all’età della pietra: eppure sapevano lavorare perfettamente l’oro. Pur non usando l’oro come moneta, ma solo ed esclusivamente come ornamento e status symbol, all'arrivo degli Spagnoli, scambiati per divinità, gli Aztechi si affrettarono a consegnare loro tutto l'oro possibile.
Gli Egizi ritenevano che "la carne degli dei" fosse d'oro e le ossa di elettro, cioè d'oro bianco. L'oro serviva anche all'aristocrazia faraonica per far costruire da abili artigiani collane, braccialetti, anelli, pendenti che indossavano in vita e che avevano poi la cura di far deporre nella tomba per poterne disporre nell'Aldilà. Così l'oro, faticosamente estratto dal buio delle miniere, tornava ancora sotto terra nel buio delle tombe.
All'oro usato in gioielleria si aggiungeva anche l'oro donato dai Faraoni ai sacerdoti, indispensabile ai templi e ai santuari per la celebrazione delle cerimonie giornaliere: vasi rituali e statue di culto. Alcuni grandi santuari erano proprietari non solo di estesi terreni agricoli ma anche di miniere aurifere.
Nei templi le pareti di intere stanze erano rivestite di foglie d'oro e il pavimento di certe sale era cosparso di pezzetti dell'immortale metallo. La punta degli obelischi, il "pyramìdion" (la cuspide piramidale), era coperto d' oro massiccio che all'alba rifletteva i raggi del sole appena spuntato sopra l'orizzonte a simboleggiare la rinascita della vita. Uno spettacolo certamente stupefacente per gli abitanti dei villaggi ancora immersi nel buio che vedevano svettare sopra di loro gli obelischi (pesanti centinaia di tonnellate e che potevano superare i 30 m d'altezza) dalla cui cima si irradiava una morbida luce dorata.
Inoltre gli orafi egizi erano talmente abili da riuscire a laminare l'oro in sottilissimi fogli (che non superavano i 0,01 millimetri di spessore, quello di una cartina di sigarette), con cui venivano rivestiti troni, mobili e molti altri oggetti come poggiatesta, archi, e le più svariate suppellettili. Sempre in Egitto l’oro era il materiale preferito per creare oggetti magici; simbolo della luce solare era considerato il cibo degli dei, secondo il culto egizio questo metallo aveva la capacità di trasformare il defunto dallo stato umano a quello divino.

Se osserviamo alle sue applicazioni attuali ci rendiamo conto che l'oro come elemento è più utile a una civiltà con un tasso tecnologico avanzato come il nostro più che ai nostri antenati di 6000 anni fa.
L'oro è un ottimo conduttore di elettricità, inferiore solo al rame e all'argento, e non viene intaccato né dall'aria né dalla maggior parte dei reagenti chimici. Svolge inoltre funzioni critiche in molti computer, apparecchi per telecomunicazioni, motori jet e numerose applicazioni industriali; trova ampio uso come materiale di rivestimento delle superfici di contatti elettrici, per garantirne la resistenza alla corrosione nel tempo. In astronautica l'oro viene usato come rivestimento protettivo di molti satelliti artificiali, data la sua elevata capacità di riflettere sia la luce visibile che quella infrarossa.
L'utilizzo dell'oro nell'hardware e più precisamente nei microprocessori di nostri computer è soltanto forse il più conosciuto degli utilizzi moderni di questo metallo. Nell’Era dell’Elettronica viene usato praticamente in tutto, in microprocessori, calcolatrici tascabili, lavatrici, televisori, missili e navette spaziali. Nel campo dell’elettronica l’oro è utilizzato per rivestire i contatti. I contatti sono placcati elettronicamente con uno strato molto sottile di oro, usando cianuro di potassio. La produzione per la placcatura costituisce circa il 70% della domanda di oro nell’industria elettronica, ovvero circa 13.8 milioni di once annualmente.
L’altro grande ruolo dell’oro nell’industria dell’elettronica è relativo ai semiconduttori. Un sottile filo metallico d'oro viene usato per connettere parti come transistor o circuiti integrati, e nelle tavole dei circuiti stampati per collegare i componenti. Il filo metallico collante rappresenta uno dei più specializzati usi dell’oro, ed è necessario che sia puro al 99.999% con un diametro di un centesimo di millimetro. Il Giappone e gli Stati Uniti sono i più grandi utenti industriali di oro, costituendo rispettivamente il 45% e il 30% del suo uso industriale In realtà i settori innovativi nei quali si sta utilizzando l'oro sono molti e per la maggioranza ancora sconosciuti a chi non opera nel settore.
In medicina è stato già da molto tempo uitlizzato per alcuni strumenti chirurgici e nella medicina tradizionale cinese per aghi usati in agopuntura, oggi in ambito medico viene utilizzato l'oro colloidale pare che sia efficace per alleviare il dolore e il gonfiore causato da artrite, reumatismi, borsite e tendinite, usato anche per placare il bisogno di assumere alcol, per disturbi digestivi, problemi circolatori, depressione, obesità e ustioni. Si ritiene che sia molto efficace per ringiovanire le ghiandole, nel prolungare la vita e migliorare le funzioni cerebrali.
L'oro colloidale viene utilizzato in un particolare tipo di elettroforesi, una metodica di diagnostica medica o per la realizzazione di otturazioni e ponti in odontoiatria. In sospensione colloidale, trova ulteriore impiego nella pittura delle ceramiche ed è oggetto di studio per applicazioni biologiche e mediche; l'aurotiomaleato di disodio è per esempio un farmaco per la cura dell'artrite reumatoide.
L'isotopo radioattivo 198Au (emivita: 2,7 giorni) è usato in alcune terapie anti-tumorali; nelle indagini a microscopio: l'oro è usato per rivestire campioni biologici da osservare sotto un microscopio elettronico a scansione. Nuove tecniche per la diagnosi preventiva stanno sperimentando minuscole barrette d'oro immesse nel flusso sanguigno che permettano di illuminare fino a 60 volte le immagini che vengano poi rivelate da un laser attraverso la pelle, questa tecnica potrebbe consentire di superare le barriere che impediscono di usare la luce per analizzare i vasi sanguigni e i tessuti sottostanti.
Anche nei viaggi nello spazio l'oro ha avuto un ruolo centrale dove altre ad essere stato usato per placcature e la fabbricazione di celle per combustibile è stato utilizzato in fogli per fare scudo alle radiazioni e al calore del sole in modo da rendere più sicuri i viaggi spaziali.
Applicazioni del tutto sconosciute ai nostri antenati. O forse no?!

Molti miti fanno riferimento a una utopica arcadica età dell’oro antidiluviana dove gli uomini vivevano in armonia con la natura in una società perfetta. La storia tradizionale considera l’età dell’oro un semplice mito scaturito dall’ispirazione a un desiderio/volontà di perfezionamento propria dell’uomo. Altrettanto prove archeologiche e costruzioni megalitiche ‘impossibili’ fanno ipotizzare la reale esistenza di strutture sociali già prima della fine dell’ultimo periodo glaciale noto come Wurm.
Può l’età dell’oro avere visto come protagonista una società umana (o extraterrestre) sufficientemente avanzata da utilizzare l’oro in alcune applicazioni tecnologiche tipiche di una società industrializzata?
Potrebbe essere l'utilizzo dell'oro nell'antichità una forma di devozione dei nostri lontani antenati nei confronti di coloro che essi ritenevano come delle divinità? Antichi astronauti, creatori di una civiltà precedente alla nostra che, consci delle numerose applicazioni dell'oro nell'industria elettronica e aerospaziale e non solo, procedevano all'estrazione e all'utilizzo del metallo per i loro apparecchi tecnologicamente avanzati?
Sitchin, nella sua visionaria interpretazione, considerava l'oro elemento fondamentale per gli Anunnaki per conservare l'atmosfera di Nibiru. Più semplicemente è più probabile che questi antichi astronauti utilizzassero già l'oro per gli stessi scopi che lo utilizziamo noi, estraendolo dai primi giacimenti minerari terrestri: circuiti integrati per robotica e elettronica, industria aeronautica e aerospaziale, medicina. O anche per altri scopi a noi non noti.
Successivamente, i popoli antichi, memori dell'importanza che l'oro rivestiva nella società degli antichi astronauti alieni, presero a modello l'utilizzo dell'oro nella loro società. Ovviamente, senza poterlo applicare a un'industria tecnologicamente avanzata, rimase strumento di ornamento e potere rappresentativo di appartenenza al divino, ma senza alcun valore economico intrinseco. Solo in occidente l'oro divenne parte integrante del processo che porterà alla monetizzazione e alla moneta d'oro (o legata ad esso come secondo i canoni del gold-standard del 1800) come merce di scambio.
L’utilizzo ‘tecnologico’ dell’oro venne applicato fino alla fine dell’età dell’oro, ovvero fino a 12.000 anni fa, ossia quando la società umana era permeata di antiche conoscenze scientifiche-tecnologiche mixate insieme a sapienza esoterico-mistica; in una parola: l’alchimia.

Nelle tradizioni alchemiche sia d'occidente che di oriente questo metallo assume una grande rilevanza, non per il suo valore commerciale, ma perché collegato sia alla longevità del corpo fisico sia alla realizzazione di stati superiori di coscienza. Però il rapporto è invertito rispetto a quello che si potrebbe pensare oggi; non è cioè il metallo che causa il guadagno interiore, ma è la realizzazione interiore che permette di creare il prezioso metallo.
Per cui, nell'alchimia occidentale, la possibilità di realizzare fisicamente la pietra (o polvere) filosofale dipende dal grado di realizzazione interiore dell'alchimista; in sostanza si crea un binomio biofisica (nell'uomo) - reazioni nucleari di trasmutazione (all'esterno dell'uomo).
Nell'alchimia indù invece, dove l'accento cade principalmente sulla longevità, l'equivalente indù dell'elisir di lunga vita, prima di essere ingerito, deve essere in grado di trasmutare fisicamente il mercurio in oro, altrimenti, in questa visione delle cose, non funziona.
In entrambi i casi si profila un legame stretto tra biofisica umana, stati di coscienza e fisica della materia. In questo senso l'affermazione che l'uomo sembra aver scritto nei suoi geni, "l'amore per l'oro", potrebbe avere un significato più profondo di quello che sembra; per cui la comune avidità di oro potrebbe essere la forma degradata e depotenziata di un istinto più alto e profondo. L'associazione dell'oro agli dei si può comprendere più facilmente osservandola da questa prospettiva: superiori stati di coscienza e longevità fisica, ergo libertà interiore unita a salute e bellezza esteriori.
E se l'alchimia fosse stata l'equivalente della nostra scienza, del nostro metodo scientifico, per la civiltà Atlantidea durante l'età dell'oro? L'alchimia si configura come l'insieme di elementi che attualmente associamo a campi di studi diversi:

(studi scientifici)
- chimica
- fisica
- medicina
- metallurgia
- astronomia

(studi non scientifici)
- astrologia
- arte
- misticismo
- religione

Forse il nostro limite di esseri umani sta proprio nel non riuscire più a unificare le ricerche di queste aree.
Forse è proprio attraverso lo studio integrato di tutte queste discipline che possiamo aspirare al ritorno al livello tecnologico/spirituale dei nostri antenati antidiluviani e raggiungere quello stato 'divino' proprio dell’età dell’oro ricercato dagli alchimisti con il termine "trasmutazione". L'oro, assume allora una valenza simbolico-spirituale oltre che applicazione pratica nella tecnologia perduta di Atlantide, tecnologia ricercata forse dagli alchimisti.
In Medicina Ayurvedica si riescono a produrre dei rimedi medici che rendono non tossico il mercurio come possiamo vedere nel film-documentario: "Ayurveda - The Art of Being" di Pan Nalin (2001). Discipline Ayurvediche che ritengo discendere da un sapere medico di altri tempi, orientativamente della civiltà Atlantidea, e che realmente mette in comunicazione i fatti oggettivi della natura, per esempio gli elementi, con la vita e la psiche dell'uomo. Sicuramente c'è una connessione stretta tra alchimia indù e medicina ayurvedica, così come c'è una connessione tra medicina ermetica ed alchimia, così come c'è una connessione tra alchimia cinese e medicina tradizionale cinese; si tratta di applicazioni sorelle nate da una medesima cultura. L'ambito però è differente.
E se pensate che la trasformazione dei metalli in oro, così come ricercato dagli alchimisti, non sia possibile significa che non conoscete la vicenda di Nicolas Flamel, un libraio dell’antica Parigi del 1400. La sua casa è l'edificio più vecchio della città, adesso sede di un hotel, ma con incisioni misteriose nei pilastri esterni, riconducibili al mondo alchemico. Da libraio diventò all'improvviso molto ricco e costruì e restaurò chiese, case di ricovero, ospedali.
Si dice che sia diventato immortale a causa della pietra filosofale o della sostanza che sarebbe riuscito a produrre seguendo, dopo una intera vita di studi e approfondimenti, quanto scritto nel famoso "Libro di Abramo l'Ebreo". Abramo l’Ebreo fu un sacerdote erudito su di un sapere alchemico esoterico di una civiltà precedente, qualcuno dice che fosse stato il famoso Ermete Trismegisto o comunque un iniziato che preferì morire piuttosto che rivelare i suoi segreti, tra cui quello di come ottenere l'oro partendo da altri metalli.
La leggenda narra che il nostro libraio parigino, ebbe una prima indicazione del libro da parte di un Angelo in sogno e poco dopo si presentò un venditore alla sua bottega presentandogli quello stesso volume che lui acquistò immediatamente. Esso si rivelò un libro di perduta tradizione alchemica, ricercato da tante persone e mai trovato prima, rilegato e scritto in caratteri incomprensibili con immagini (di cui 7 fondamentali per il procedimento) mai viste prima, con colori anch'essi non usi in un libro, e che gli fu in parte spiegato da un maestro ebreo che andò a cercare in Spagna e portò con sè a Parigi (dopo la conversione del maestro, in quanto non poteva entrare un ebreo a Parigi a quei tempi) ma che morì di una misteriosa malattia poco dopo. Flamel dopo qualche anno riuscì a diventare ricco, ma usò questa ricchezza come ho detto prima.
Alla sua presunta morte e dopo che alcuni soldati del re cercarono molto dopo in casa sua non fu trovata alcuna traccia delle sue ricerche e nemmeno il libro (forse tramandato in famiglia). La sua casa fu svuotata, scoperchiarono la sua tomba ma il corpo non vi si trovò. Si dice che fosse riuscito ad effettuare la trasformazione interiore, insieme alla moglie, diventando immortale e che fosse fuggito in India dove ogni 20 anni abbia fatto delle riunioni con altri saggi alchimisti.
La storia di Flamel non è così assurda. Già diversi anni fa il fisico Roberto Monti aveva pubblicato un opuscoletto dal titolo "L'alchimia è una scienza sperimentale. Come fare l'oro - Come abbattere la radioattività delle scorie nucleari", Edizioni Andromeda - 2001". L'edizione più recente è del 2001 ma scritti del genere erano apparsi già prima.
L'interesse qui non sta nella quantità minima di oro prodotto visto che si spende più nel comprare i prodotti di input di quanto si guadagni con l'oro in output, ma nel fatto che, seguendo il procedimento indicato da Monti si ottiene oro laddove in partenza non c'è (c'è mercurio in partenza), quindi accade qualcosa che non dovrebbe accadere, ossia una trasmutazione nucleare a temperatura ambiente.

Ma allora, se odierne sperimentazioni scientifiche dimostrano che l’obiettivo perseguito dall’alchimia medievale non era solo utopia o leggenda, può questo ricondurci a delle applicazioni a noi note del prezioso metallo, in un lontanissimo passato?


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LE ORIGINI DELL'UOMO MODERNO

Fonte: http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9426

I punti di partenza sui quali si fonda l’intera storia dello sviluppo della civiltà umana sono riconducibili alla rivoluzione neolitica e alla scoperta dell’agricoltura avvenuta quest’ultima circa diecimila anni fa. L’agricoltura in particolare pone le basi per la costituzione delle prime società urbane e, dopo il fuoco, rappresenta una delle più importanti (forse la più importante) scoperta dell’uomo. Dalle ricerche interdisciplinari si è scoperto che l'agricoltura nasce in Medio Oriente e da qui si diffonde in direzione non solo dell'Europa, ma anche in direzione dell'Africa settentrionale e della steppa asiatica, nonché in direzione del Pakistan e dell'India.
Il genetista Cavalli Sforza conferma, aggiungendo però che l'agricoltura "ha avuto inizio in zone impervie" e tutti gli studiosi concordano nell'affermare che l'agricoltura nacque in quella regione oggi corrispondente a Mesopotamia, Siria e Israele, ma non sanno spiegarsi come mai non sia cominciata nelle pianure, dove la coltivazione è senza dubbio più facile, bensì in aree montuose. Altrettanto inspiegabile sembrano essere da un lato la rapidità con cui le varie specie di ortaggi e frutti cominciarono ad apparire, tutti nello stesso periodo e nella stessa regione, dall'altro il contemporaneo 'addomesticamento' degli animali.
Le ricerche di quegli studiosi classificati come ‘controcorrente’ ci offrono una possibile risposta offerta da ovvero che le piane alluvionali del Tigri e dell’Eufrate fossero state trasformate in enormi acquitrini paludosi, malsani e inadatti all’agricoltura, a causa di un precedente cataclisma globale, ricordato nei miti di tutto il mondo come Diluvio Universale.
Una conferma di questa teoria ci giunge anche dall'archeologo Edwin Oliver James, il quale sostiene che: “Gli altipiani iranici rappresentano geograficamente il luogo ideale per una origine comune di tutta la gamma dei processi culturali raggiunti in Oriente, nel IV millennio a.C. Se fu questa la culla della prima civiltà di Elam, è altrettanto probabile che essa sia stata il centro da cui movimenti e influenze analoghe si irradiarono in Mesopotamia attraverso i Monti Zagros, in India attraverso il Belucistan e l'Himalaya e attraverso la pianura mongolia nella Cina settentrionale e occidentale, dove sono state trovate tracce di una identica cultura agricola"
Ma i Monti Zagros, citati dall’archeologo Edwin Oliver James, nell'attuale regione del Kurdistan, sono anche secondo l’archeologo David Rohl che giunse "gran parte della popolazione sumera, dal momento che nella terra di Sumer la ceramica più antica sembra originaria di questa zona".
Altrettanto le origini del popolo sumero rimangono avvolte nel mistero. Nuovi ritrovamenti nell’area di Gobekli Tepe e Kiziltepe sembrano inoltre anticipare la fioritura della prima società urbana e dislocarla sulle zone dell’altopiano turco proprio in quelle zone limitrofe alla catena montuosa dell’Ararat, dove la Bibbia dice essersi posata l’arca di Noè.
Wyatt aggiunge: "Nella Turchia centro-meridionale si trova un gran numero di piante che esistono soltanto li. Quando i gruppi lasciarono l'area sembra che abbiano preso con se i semi più importanti e le principali piante commestibili, lasciandosi alle spalle una varietà di piante che risalivano all'età antidiluviana" Questo potrebbe significare che alcune delle piante originali che Noè portò dal mondo antidiluviano non si diffusero mai oltre quella zona.
Dovunque sia stato lo start-up di ciò che possiamo definire ‘civiltà’ è certo che la prima società urbana evoluta sia rappresentata dai Sumeri, popolo alquanto misterioso in quanto primo popolo a dotarsi di strutture sociali ben definite, di un sistema di leggi, di un sistema scolastico e di molte altri aspetti sociali moderni mai visti in precedenza. Furono anche i primi a interessarsi di forme arcaiche di scienze quali matematica, geometria, architettura, ed erano grandi esperti di astronomia, seppur connessa principalmente alla sfera religiosa.
Questo pone diversi interrogativi ai quali la storiografia ufficiale oggettivamente fatica a fornire una risposta soddisfacente: come è possibile per esempio passare così rapidamente da società tribali dedite a pastorizia, agricoltura a società urbane raffinate come quelle riscontrabili nelle città stato sumere di Eridu, Shuruppak, Kish, e quella stessa Ur da dove Abramo parte alla volta della terra promessa? Senza contare il mistero rappresentato dai ritrovamenti in Turchia richiamati ai paragrafi precedenti.
Ancora una volta sono i cosiddetti ricercatori ‘alternativi’ a venirci in aiuto. Zecharia Sitchin, noto per le sue ricerche sul mondo Sumero, afferma: “E’ quindi proprio a Sumer che la moderna civiltà cominciò. Fu là, infatti. che tutti gli elementi fondamentali di una civiltà avanzata sorsero all'improvviso come dal niente e senza un'apparente motivazione. città, strade, scuole, templi; metallurgia, medicina, agricoltura. Irrigazione; l'uso dei mattoni, la prima ruota; navi e navigazione; pesi e misure; leggi e tribunali; la scrittura, la musica…Ogni aspetto di una alta forma di civiltà al quale possiamo pensare, ebbe il suo inizio, a Sumer". Sembra esserci stato un salto evolutivo non indifferente, una specie di ‘anello mancante’ tra gli stadi di sviluppo delle prime società umane.

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Ciò corrisponde a quello che Paolo Brega, autore del libro “Genesi di un enigma”, definisce come “Rinascita” ovvero quell’insieme di eventi che permettono all’umanità di avere un nuovo inizio dopo la traumatica esperienza del cataclisma che scosse il pianeta circa undicimila anni fa mettendo fine al periodo glaciale di Wurm, determinando le condizioni climatico-ambientali odierne e sommergendo terre un tempo emerse, come l’intera area dove oggi fluttuano le acque del Mar Nero e dove oggi riposano eternamente le antiche vestigia di una perduta età dell’oro che possiamo identificare con Atlantide.
Possiamo infatti ritrovare in praticamente tutti i miti cosmogonici di civiltà anche lontane tra di loro il riferimento a un cataclisma globale, spesso associato all’acqua e una precedente età dell’oro. Un tempo in cui gli uomini erano a stretto contatto con le divinità, parlavano e interagivano con loro. Per comprendere meglio il fenomeno della “Rinascita” è necessario un rapido volo pindarico degli eventi antidiluviani teorizzati nello studio descritto nel libro “Genesi di un enigma” e che traggono spunto dalla tanto vituperata “teoria degli antichi astronauti”.
Questa presuppone la visita, centinaia di migliaia di anni fa, di un gruppo di esploratori alieni, molto simili a noi, giunti sul pianeta Terra, nei pressi dell’attuale mesopotamia, per scopi minerari: sono gli Anunnaki sumeri, gli Elohim biblici. Dopo aver costruito le prime infrastrutture necessarie allo svolgimento della loro missione, per sottrarsi alle fatiche del lavoro manuale sfruttano la loro tecnologia per ibridare una nuova razza incrociando DNA dell’Homo erectus con materiale genetico alieno ottenendo così forza lavoro a basso costo, e meglio adattabile alle condizioni ambientali del pianeta: l’homo sapiens.
Fin da subito si registrano due strategie, due correnti di pensiero contrastanti relativamente a come gestire quella risorsa rappresentata dall’homo sapiens. Da un lato abbiamo Enlil il quale percepisce un possibile rischio per il pianeta e per gli Anunnaki stessi, qualora dovesse prevalere nell’homo sapiens la parte animale; dall’altro Enki che invece si distingue per la benevolenza rivolta alle sue creature. Fu infatti quest’ultimo a proporre e a seguire gli studi per la creazione dell’homo sapiens, così come descritto nel mito sumero Inuma Ilu Awilum.
Tale dicotomia di pensiero viene perduta nella traduzione biblica tradizionale, dove si riconosce un unico Dio, con apparenti contraddizioni nel suo operare nei confronti dell’uomo, fin dalle vicende del giardino dell’Eden. Contraddizioni che vengono spiegate nel testo “Genesi di un enigma” come unificazione delle due visioni Enkilite ed Enlilite, risultato della reinterpretazione dei testi antichi fatta dagli Ebrei successivamente alla “cattività babilonese” del popolo ebraico.
Comunque è il modello Enkilita a prevalere. Pertanto dopo la conclusione della missione Anunnaka, circa 100.000 anni fa, lo stesso Enki rimane sulla terra per istruire gli uomini a uno sviluppo armonioso e in equilibrio con il pianeta, periodo ricordato come età dell’oro, incarnato nel mito di Atlantide e confermato da tutti quei siti oggi sommersi, testimonianza di civiltà precedenti alla fine del periodo glaciale di Wurm.
Ma undicimila anni fa avviene qualcosa di sconvolgente, che mette fine a quella fantastica esperienza che portò all’edificazione delle grandi costruzioni megalitiche, uniche superstiti di una società estremamente evoluta. Con il passo biblico Genesi 9:9-11 vediamo Dio che sancisce un patto con gli uomini dichiarando che mai più ci sarà così tanta distruzione. Brega teorizza che questo sia Enlil a parlare e che lo stesso avesse tentato di approfittare del cataclisma per cancellare la razza umana, da lui sempre percepita come pericolosa per il pianeta. Il suo piano fu però boicottato da Enki il quale avvisò un suo uomo (o semi-dio), Noè. Questa vicenda, oltre che nella Bibbia è ancora di più approfondito, nei miti sumeri ove viene descritta esattamente una sorta di assemblea di divinità Anunnake avente come obiettivo la decisione ultima nei confronti del genere umano.
Ma il patto di tregua di Enlil ha altre implicazioni. Gli uomini, a cui sostanzialmente viene concesso, o meglio ancora affidato, il pianeta, hanno bisogno di una guida che li istruisca. La rieducazione effettuata ad opera degli Enkiliti, la “Rinascita” così come viene chiamata nel libro “Genesi di un enigma”, avviene proprio presso i Sumeri, almeno in medio-oriente, i quali poi diffonderanno il seme della conoscenza nel resto dell’area, fino alla valle dell’Indo.
Di fronte ai grandi progressi fatti nell’area il Collins non può fare a meno di notare "Tanti furono i progressi compiuti nel Kurdistan, e in particolare nella regione dell'alto Eufrate. che dovette essere accaduto qualcosa di unico nella regione, da tempo ritenuta la culla della civiltà. Nessuno ha spiegato in maniera esauriente perché la rivoluzione del neolitico abbia avuto inizio proprio lì"
In un interessante studio, David Rohl afferma che i Sumeri furono proprio discendenti di Sem, uno dei figli di Noè. Già nel 1941, Arno Poebel, maestro di Kramer, aveva scoperto significative correlazioni tra gli Ebrei e i Sumeri. Lo stesso Kramer aveva notato una anomalia nella toponomastica, e si era chiesto: "Se i Sumeri sono stati un popolo che nel vicino Oriente antico ha raggiunto risultati tanto importanti in campo letterario e culturale da lasciare un'impronta indelebile sulle opere degli uomini di lettere ebrei, perché mai la Bibbia quasi non li nomina?" Nel Vecchio Testamento sono citati Egizi, Cananei, Amorrei, Urriti, Hittiti, Assiri, Babilonesi, ma non i Sumeri.
Il Kramer prosegue: "Fatta eccezione del termine 'Shinar', piuttosto oscuro, e che gli studiosi identificano con Sumer, sembra che in tutta la Bibbia i Sumeri non vengano citati affatto, il che mal si concilia con la loro presunta influenza"
Quindi, le conclusioni dello studioso sono le seguenti: "Se Shem (nome del figlio di Noè) corrisponde a Shumer/Sumer, dobbiamo concludere che gli autori ebrei della Bibbia, o quanto meno alcuni di essi, pensavano che i Sumeri fossero gli antenati del popolo ebraico. E' probabile che nelle vene dei patriarchi ebrei scorresse qualcosa che apparteneva al patrimonio culturale di quella che è considerata la civiltà più antica", e che forse deriva direttamente da quella enorme esperienza che fu Atlantide?
Per quanto riguarda la originaria provenienza dei Sumeri, pensiamo che studi recenti stiano accertando definitivamente la verità. Pare che i conosciuti Sumeri della Mesopotamia del Sud avessero avuto, come origine, una patria situata nell'alta Mesopotamia, proprio in una pianura a pochi chilometri di distanza dal luogo dell'approdo dell'arca, appunto nei pressi di Gobekli Tepe.
Ma se gli Ebrei discendono dai Sumeri, e i Sumeri sono a loro volta il modello della “Rinascita” voluta da Enki, allora la conoscenza delle origini dell’uomo può avere seguito il percorso delle migrazioni del popolo di Israele, prima in tutta la mesopotamia, poi in Egitto, dove la vicenda di Mosè acquisirebbe tutto un altro significato, conservate poi nella Biblioteca di Alessandria e infine, con la diaspora prima e con l’esperienza gnostica dei Templari, rese note agli iniziati di tutto il mondo.


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UN'IMPERO PRIMA DEL DILUVIO

Fonte: http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9429

Solitamente quando ci riferiamo alle vicende bibliche della Genesi, le immaginiamo verificarsi in quella stessa area geografica tra la Palestina e le valli del Tigri e dell’Eufrate, ovvero dove poi si mossero le storie di Abramo, di Isacco, Giacobbe, e degli altri protagonisti della storia degli Ebrei. In realtà non vi sono elementi nel testo biblico originale che lascino intendere che quanto raccontato relativamente alle storie dei patriarchi, da Adamo a Noè, sia avvenuto davvero nell’antica mesopotamia, terra di Sumer.
Inoltre, nel fare riferimento alle caratteristiche di grande longevità dei personaggi quali Enoch, Matusalemme e dello stesso Noè giungiamo a una collocazione temporale di un’epoca lontana, durante la quale il clima terrestre era ancora caratterizzato dalla glaciazione di Wurm, ovvero a più di 12.000 anni fa.
Ma quel tempo la geologia ufficiale ci conferma un clima e una conformazione geografica dei continenti e specialmente delle linee costiere molto diverse da quelle attuali. La pesante coltre di ghiaccio che ricopriva i poli determinava un livello del mare inferiore anche di decine di metri rispetto a quello odierno; gran parte dell’acqua era infatti concentrata nelle calotte polari e la zona dell’attuale Mar Nero, che nel proseguio dell’articolo diventerà di rilevante importanza, era persino sgombra da acque e caratterizzata da una depressione geologica con al centro un lago, presumibilmente di acqua dolce.
E’ abbastanza logico ritenere che sulle sponde di un lago d'acqua dolce così vasto siano fiorite diverse comunità protostoriche. Ma, appunto a un certo punto, sarebbe ceduta la diga naturale in corrispondenza dell'attuale Bosforo, che isolava il Mar Nero dal Mar Mediterraneo salato: un'immensa cascata si sarebbe riversata nel lago, il cui livello si sarebbe sollevato con estrema rapidità, sommergendo tutti gli abitati umani.
Le ricerche di Walter Pitman, geofisico del Lamont-Doherty Earth Observatory a Pasadena, confermano l’evento di una inondazione dell’area del Mar Nero come evento storico: "In quel periodo io e Bill Ryanstavamo collaborando con un gruppo di ricercatori: John Frederick Dewey, Maria Cita, Ken Shu e altri", racconta Pitman in un'intervista.

« Alcuni di loro avevano da poco scoperto che cinque milioni di anni fa il Mar Mediterraneo si era completamente seccato, e si inondò successivamente in modo catastrofico. Durante una conversazione, Dewey ci domandò se questo evento potesse essere all’origine della leggenda sul diluvio universale. Naturalmente ci mettemmo a ridere, perché cinque milioni di anni fa non c’erano uomini che avrebbero potuto raccontarlo! Ma cominciammo a discutere se un evento simile, cioè l’allagamento di un bacino prosciugato a causa di un incremento del livello del mare, fosse potuto accadere alla fine dell’ultima glaciazione, fra 20.000 e 4.000 anni fa. In questo periodo il livello del mare crebbe di circa 120 metri, ed è possibile che ci fosse qualche bacino marginale che si era prosciugato, e che il mare avesse potuto superare qualche passaggio e inondarlo. »

Ed ecco l'ipotesi avanzata da Pitman e collaboratori. Proprio all'inizio di questa epoca sarebbe avvenuta infatti una catastrofe epocale: il sommergimento delle coste del Mar Nero. Pare che, attorno al 5000 a.C., il Mar Nero fosse isolato dal resto del Mar Mediterraneo, che fosse riempito di acqua dolce e che il suo livello fosse anche 100 metri al di sotto di quello dei mari salati del pianeta.
Con questo articolo vogliamo però spingerci oltre; partendo dalle ricerche di Pitman e della geologia tradizionale, cercheremo di offrire una interpretazione diversa delle origini della storia umana conosciuta, ipotizzando l’esistenza di un regno antidiluviano, la cui capitale sorgeva proprio dove oggi fluttuano le acque del Mar Nero.
La storiografia descrive le prime società umane antecedenti alla fine dell’ultimo periodo glaciale come primitive e dedite alla raccolta e alla caccia non essendosi ancora realizzata la cosiddetta ‘rivoluzione agricola’. Ma sono quelle stesse società che avrebbero eretto complessi megalitici giunti fino a noi come Gobekli Tepe in Turchia, i Nuraghe in Sardegna e, se retrodatiamo la datazione delle costruzioni della piana di Giza come molti asseriscono, anche le Piramidi e la Sfinge. Senza dimenticare le tanto discusse Piramidi di Visoko.

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Già nelle ricerche che hanno portato alla pubblicazione del libro “Genesi di un Enigma”, è stato affrontato il ruolo e l’importanza storica di quei siti archeologici come Gobekli Tepe, Kiziltepe e le più recenti scoperte, sempre alle pendici montuose del complesso montuoso dell’Ararat, del sito di Karahan Tepe, a 63 km a est di Urfa, anch’esso risalente a più di 10.000 anni fa con pilastri a T e decorazioni molto simili a quelle di Gobekli Tepe. Quello stesso Ararat dove appunto la Bibbia racconta essersi arenata l’arca di Noè. Arca che forse non proveniva da sud, come è facile immaginare collocando la storia di Noè propria della tradizione mesopotamica; forse arrivava dal Nord, dalla regione del Mar Nero, ove si era insediata e sviluppata una civiltà urbana più evoluta degli standard che la storia classica è solita riconoscere al periodo storico pre-glaciale.
Possiamo a questo punto ipotizzare di trovarci dinanzi a un grande regno di oltre 12.000 anni fa, i cui domini e la cui influenza si estendeva in tutto il Mediterraneo e l’area medio-orientale, direttamente o attraverso una rete di regni coloniali. Una nazione le cui vicende e i personaggi sono entrati nei miti e nelle leggende di tutti i popoli antichi dell’area, a partire dai Sumeri in avanti, fino ai semi-dei della mitologia greco-romana.
Una nazione che forse non si è limitata a ispirare i miti antichi, ma che probabilmente ha provveduto a contribuire concretamente al trasferimento di alcune delle proprie conoscenze e competenze tecnologiche al fine di fornire ai primi gruppi sociali umani, ancora allo stato tribale e dediti alla caccia e alla raccolta la possibilità di realizzare le prime società urbane organizzate, modellate sugli schemi dei vecchi fasti perduti dopo la devastazione del Diluvio Universale, come appunto a Gobekli Tepe. E quale miglior posto per iniziare se non nei pressi di quegli stessi grandi agglomerati urbani che caratterizzavano e dominavano la vita politico-sociale-economica e religiosa dell’impero spazzato via dalla forza del diluvio?
Ecco pertanto fiorire le prime culture urbane, proprio alle pendici del monte Ararat, e successivamente nelle valli dell’Eufrate, nella piana di Giza, ovvero dovunque esistevano già in precedenza i centri urbani di quella nazione ‘madre’, che non indugio a chiamare Atlantide, grazie alla quale tutto ebbe origine, durante quel momento storico identificato nelle mie ricerche come “Rinascita”. Quella stessa Atlantide che i sacerdoti di Sais dicevano dominare il mondo allora conosciuto e da cui Platone trasse ispirazione per i suoi dialoghi, collocandola al di là delle colonne d’Ercole.
Ma come collegare l’Atlantide platonica, localizzata nel cuore dell’Oceano Atlantico con questa grande nazione che dominava la regione compresa tra l’europa e il medio-oriente, estendendosi dai balcani fino alla valle dell’Indo?
Possiamo farlo se evitiamo di cadere nell’errore di cercare di identificare Atlantide in un luogo ben preciso e circostanziato. Atlantide, nella mia visione del mondo antico corrispondeva a una superpotenza globale, le cui vestigia possono essere ritrovate sia al di qua dell’Atlantico, appunto nei siti citati precedentemente, come al di là dell’Oceano Atlantico, in mesoamerica, come a Tihuanaco o a Puma Punku che può essere definito di buon grado la Gobekli Tepe sud-americana.
Una superpotenza di questo tipo poteva benissimo essere composta da diverse nazioni, forse persino asservite all’impero coloniale atlantideo, la cui base poteva essere situata nei caraibi, formanti all’epoca una regione insulare unica, sempre in virtù del livello del mare significativamente più basso di quello di oggi. Una di queste nazioni potrebbe essere quella indo-europea semitica la cui area di influenza spaziava da Mohenjo-Daro nella valle dell’Indo fino alla Sardegna dei nuraghe, la cui architettura, nell’immagine a sinistra, richiama notevolmente quella di Gobekli Tepe, a destra.

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Alla luce di quanto descritto sopra non è impossibile ipotizzare che la capitale di questa grande ed evoluta nazione, colonia di Atlantide nell’area medio-orientale, fosse stata edificata in un tempo molto remoto, nell’area depressiva del Mar Nero e che una volta che tutto andò perduto dopo l’improvviso scioglimento dei ghiacci che distrusse completamente tutto il mondo civilizzato dell’epoca, i superstiti, dovettero ricominciare da zero.
Ed ecco l’inizio della “Rinascita”, ovvero del trasferimento delle conoscenze tecnologiche, ma soprattutto sociali, alle comunità tribali umane che giravano nella zona. Agricoltura, scrittura, astronomia, economia, politica e un corpo di leggi: le prime società andavano formandosi e, più queste si ampliavano più i superstiti di Atlantide andavano ritirandosi…
Il perché di questo apparentemente illogico motivo è un’altra storia e va ricercata nelle ragioni della fondazione di Atlantide e forse ancora prima, nelle origini del genere umano.


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