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 Oggetto del messaggio: Tirrenide
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La Terra di Saturno e le Quattro Rome

Negli ultimi tre secoli una serie di scrittori italiani ha affrontato un tema che ormai rischia di andare dimenticato nel vertiginoso succedersi delle mode letterarie: l’antichità dei popoli italici e la precedenza storica della loro civiltà rispetto a quelle del bacino del Mediterraneo, civiltà a cui questi scrittori dettero il nome di Terra di Saturno , rifacendosi nel nome all’Età dell’Oro di Saturno, della quale gli scrittori classici, sia Latini che Greci, avevano scritto. I loro lavori si appoggiano a questi classici, le cui citazioni vengono collegate e riunite in modo tale da creare un discorso ordinato, anche se a volte sviluppato sul filo della logica o contenente errori anche grossolani per noi che, venuti tanti anni dopo, abbiamo a disposizione nuove scienze e nuovi strumenti d’indagine, per cui a volte essi ci fanno sorridere per la loro ingenuità ed il loro travolgente entusiasmo.
Ma non per questo la loro opera deve essere sottovalutata e lasciata cadere nell’oblio: costoro pubblicarono prima e durante il periodo del Risorgimento le loro opere e vanno annoverati tra i promotori dell’Unità nazionale, a cui davano l’esempio antichissimo di un Primo Risorgimento che doveva essere fonte di speranza per la riuscita del nuovo tentativo di riunire le regioni italiane e di cacciare lo straniero, austriaco, spagnolo o francese che fosse.

Possiamo risalire indietro nel tempo fino a giungere almeno all’inizio del Settecento (in realtà sarebbe possibile trovare ancora prima tracce di questa ricerca culturale, ad esempio con Annio da Viterbo, che già nel Cinquecento parlava di una “Prisca Sapienza” dei primi popoli italici2 ), a partire da Giambattista Vico FIG. 1, il quale nel suo De antiquissima italorum sapientia del 1710 affermò per primo l’esistenza di una sapienza Romana ed etrusca che aveva preceduto nel tempo le altre civiltà, andando controcorrente, poiché già allora si andava affermando quella concezione della supremazia civile e culturale della Grecia, che con il Winckelmann troverà la sua codificazione fin dal 1755 con i Pensieri sull’imitazione delle opere greche FIG. 2 per poi giungere alla critica distruttiva di Theodor Mommsen e della Scuola tedesca nei confronti di tutto quanto riguardava la storia arcaica di Roma (ormai confermata nel suo insieme dalle ricerche di Carandini e dei suoi successori).
Nel De antiquissima Vico, considerando il linguaggio come oggettivazione del pensiero, cercò di rintracciare, mediante l'analisi etimologica di alcune parole chiave latine, le originarie forme del pensiero dei Romani e quindi degli etruschi che erano la sorgente prima delle loro conoscenze: applicando questo originale metodo, Vico risaliva ad un antico sapere filosofico delle più antiche popolazioni italiche.
Il fatto che Vico appartenesse alla cerchia dei conoscenti di Raimondo De Sangro Principe di San Severo è a nostro avviso molto interessante, visto che si può rintracciare tutta una serie di personaggi che dal tempo del Principe portarono avanti questa linea di pensiero fino all’Ottocento e forse anche oltre: parliamo di suo figlio Vincenzo, del nipote Michele, dei suoi cugini Francesco e Luigi D’Aquino, e poi degli affiliati alle Logge di Raimondo che parteciparono all’effimera Repubblica Napoletana del 1799, proseguendo attraverso vie, che non sappiamo se connesse o meno al suo pensiero esoterico ma sicuramente affini, quali il Rito egizio di Misraïm e di Misraïm-Memphis e quello che viene chiamato Ordine Egizio (ma di cui in realtà ben poco si conosce di certo), ambedue Centri che ebbero a Napoli il loro punto di forza.
Parlare di questo ci porterebbe troppo lontano, per cui limiteremo il discorso ad un riassunto del “mito di base” della Terra di Saturno, dove con la parola “mito” non intendiamo favola o leggenda, come ora si usa, ma quell’idea-forza che dà potenza al pensiero umano collegandolo analogicamente ai piani superiori dell’Essere.

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Dobbiamo iniziare, aiutandoci con i risultati degli studi della moderna geologia e vulcanologia, dall’ultima Era Glaciale: a quel tempo l’estensione dell’Italia era molto maggiore di quella attuale FIG. 3, ad oriente essa occupava buona parte dell’Adriatico, per cui le foci del Po erano ben distanti da quelle attuali, ad occidente era direttamente collegata all’isola d’Elba e al complesso Corsica-Sardegna mentre a sud giungeva a comprendere la Sicilia, Malta e Gozo; sul versante tirrenico le spiagge costituivano un’ampia pianura, dato che il livello del Mare Tirreno era circa 100-120 metri più basso dell’attuale.
Questa era la Tirrenide, una regione abitata da tribù italiche di alto livello di civiltà, di cui Mazzoldi, il maggiore degli scrittori dell’Ottocento, FIG. 4 ci dà nel suo Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano del 1840 un’interessante ricostruzione3 , basata sulle notizie pervenute attraverso i miti, la poesia epica e gli altri scritti degli antichi. Secondo Mazzoldi esse sarebbero state di religione monoteista, identificavano nel Sole l’aspetto visibile della divinità, lo Stato era retto da un monarca e da un consiglio di aristocratici, l’architettura era molto avanzata, tanto da consentire le costruzioni delle cinte murarie di Alatri, di Segni e di altre “città ciclopiche”, che noi chiamiamo megalitiche e che Mazzoldi chiama “saturnie”; l’arte della navigazione aveva raggiunto alti livelli di perfezione, in un periodo in cui le altre nazioni del Mediterraneo ancora non possedevano imbarcazioni capaci di attraversare i mari.

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Ravioli, che pubblicò i suoi studi poco dopo Mazzoldi a partire dal Ragionamento del Foro romano e dei suoi principali monumenti del 1859, suppose l’esistenza di una prima città nella zona dove nei secoli successivi sorgerà Saturnia, la Roma di Saturno, che egli nel suo disegno dell’Italia-Tirrenide chiamò “Metropolis” FIG. 5: questa sarebbe quindi la Prima Roma, la Roma precedente la “catastrofe italica”, il cui re potrebbe identificarsi con quel Camese4 che rarissime citazioni dicono essere precedente anche a Giano, il quale avrebbe da lui ricevuto il territorio che sarà il Lazio secondo la testimonianza di Macrobio (Saturnalia I, 7 19): “Giano ottenne di regnare su questa terra che ora è chiamata Italia e, come scrive Igino seguendo Protarco di Tralli, regnò condividendo il potere con Camese, anch’egli indigeno”. In tal modo “l’epoca aurea viene spostata al regno dell’oscurissimo Camese di cui resta poco più del nome, che regnò ancor prima di Giano e condivise con lui il regno”5 .
Intervennero a questo punto due fattori a distruggere la Tirrenide, la velocità di accadimento dei quali fu nell’arco di una o al massimo poche generazioni: la fine dell’Era Glaciale, circa nel 6000 a.C., determinò lo scioglimento improvviso dei ghiacci ed un rapido innalzamento del livello del mare, ma sicuramente più imponente e più veloce fu l’azione dei vulcani nel mutare l’aspetto dell’ambiente, messi in attività dal riassestamento della crosta terrestre conseguente alla deglaciazione e alla redistribuzione dei pesi sulla superficie del nostro pianeta (conseguente alla scomparsa di enormi ghiacciai e all’aumento delle acque degli oceani e dei mari).


La catena vulcanica del Lazio e della Campania eruttò milioni di metri cubi di lava e di ceneri che ebbero l’effetto non solo di modificare la superficie, ricoprendola di strati di rocce vulcaniche, ma anche quello di scatenare terremoti e maremoti e di inabissare le regioni costiere, sommerse anche dal rapido innalzarsi dei mari, rendendo inabitabili zone fino allora popolate. Tra questi effetti vi fu la rottura della lingua di terra che univa l’Italia alla Sicilia e la trasformazione di questa in un’isola, avvenimento che era ben noto agli scrittori classici e più volte raccontato da essi6 .
Ad essi si unì l’eruzione di vulcani ora sommersi (ma le cui cime si trovano attualmente a soli 600–700 metri sotto il livello del mare), posti nel Tirreno tra il golfo di Napoli e le isole Lipari, dei quali almeno uno, il Marsili, è tutt’ora attivo.
Queste eruzioni distruttive ed i terremoti che ne conseguirono sarebbero ricordati nelle storie degli antichi nel mito della guerra tra Giove “il giovane” e Saturno con la sua stirpe di Titani: anche se molti autori, a partire dal Mazzoldi e dal Ravioli, furono fin troppo evemeristici nella ricostruzione di questa guerra come di tutto il mito della Terra di Saturno, quanto riportato nelle “favole” dei Latini e dei Greci sembra coincidere in modo impressionante con tali lontanissimi eventi.
Che questo sia avvenuto in tempi relativamente recenti lo conferma lo studio del Vulcano Laziale o Albano, la cui ultima fase di attività fu intorno al 5000 - 3000 a.C., anzi attività di minore intensità sono note anche in epoca storica e ricordate dagli scrittori Romani. L’innalzamento del livello dei mari ed in particolare del Tirreno fu tale che per lungo tempo le coste della Toscana, del Lazio e della Campania furono trasformate in un arcipelago di isole, tra le quali primeggiavano il Vulcano Albano ed il Monte Circeo.
Tali sconvolgimenti, a cui gli autori della Terra di Saturno dettero il nome di “cataclisma” o “catastrofe italica”7 , determinarono importanti cambiamenti nella dislocazione delle popolazioni della Tirrenide, parte delle quali si rifugiò sulle montagne e parte invece preferì allontanarsi via mare per cercare terre più ospitali: i primi presero il nome di Aborigeni, i secondi di Pelasgi. Gli Aborigeni si trovarono compressi dai nuovi popoli giunti da nord-ovest (chiamati da questi autori Iberico-Liguri o Celto-Liguri), mentre altri popoli, anch’essi autoctoni come gli Aborigeni ma stanziati nelle regioni interne dell’Italia, come i proto Umbri ed i Siculi, si impadronivano di vasti territori dell’Italia centrale, cacciando gli Aborigeni sugli Appennini.
Tra le città conquistate nel Lazio dai Siculi vi fu anche la Seconda Roma, la Saturnia fondata alla fine del periodo catastrofico da Saturno sul Palatino con il consenso di Giano, signore del Gianicolo e della città di Antipolis che sarebbe sorta su questo colle; di Saturnia rimanevano secondo Virgilio solo alcuni resti che Evandro mostrò ad Enea, alcuni dei quali erano ancora esistenti secondo Ravioli al tempo dei Tarquini, cioè le steli consacrate a Juventas e Terminus sul Campidoglio, che per decreto degli Àuguri dovettero esser lasciate sul posto al momento della costruzione del tempio di Giove Ottimo Massimo.
I Pelasgi invece approdarono sulle coste di Creta e dell’Egitto, civilizzando gli abitatori del luogo ancora allo stato barbarico, e da qui passarono in Grecia, portando la civiltà della Tirrenide e dirozzando i popoli con cui vennero in contatto, e si spinsero fino alle coste della Turchia e della Mezzaluna Fertile, secondo la ricostruzione del Mazzoldi.
Col passare dei secoli i Pelasgi, ridotti numericamente perché ormai dispersi in piccole comunità su di un territorio vastissimo, in parte furono assorbiti dai popoli che avevano civilizzato, in parte vennero sconfitti in guerre locali (e la storia di Platone secondo cui gli Ateniesi vinsero gli Atlantidi sarebbe una testimonianza di ciò), per cui chiesero all’oracolo di Dodona, da loro stessi fondato, cosa fare: l’oracolo dette il responso, riportato da Lucio Manlio e trascritto da Dionigi d’Alicarnasso (Romanae Antiquitates I, 19, 3), di ritornare alla Terra Saturnia.
Raggiunta l’Italia, i Pelasgi sbarcarono secondo gli autori antichi sulla costa laziale presso Ceri e da lì si addentrarono nel Reatino fino a congiungersi con i loro antichi parenti Aborigeni: l’unione delle due forze consentì di formare un esercito poderoso che ricacciò a nord i Celto-Liguri e a sud i Siculi, i quali allora occupavano il sito che sarebbe stato di Roma, sul quale invece si insediarono i Pelasgi.
Fu questo un vero e proprio Primo Risorgimento, che consentì di liberare l’Italia dagli invasori e di ricostruire una nazione italica comprendente gran parte dell’Italia centro-meridionale, abitata dai Pelasgi a sud del Tevere e dagli Etruschi a nord di esso fino alla pianura del Po.
Mazzoldi riconobbe in questa ricostruzione storica di un’Italia nata dalla guerra degli Aborigeni e dei Pelasgi contro i Liguro-Iberici ed i Siculi una prefigurazione di quello che era il Risorgimento che ai suoi tempi (1844) era appena iniziato: “Un eloquente ma non mai compreso insegnamento, col quale si aprirono e si conclusero i quattro grandi periodi [della storia d’Italia], finì di determinarli nelle prime mosse di questo quinto periodo che si è ora iniziato nella dominazione redentrice di Vittorio Emanuele II”8 .

La ricostruzione delle città dopo la conquista dei Pelasgo-Aborigeni ebbe, secondo Ravioli, un particolare simbolo grafico come commemorazione delle vittorie ottenute sugli invasori che avevano usurpato il loro territorio: una divinità femminile armata di lancia e scudo in piedi tra due colonne sormontate da galli o da altri animali, disegno che venne adottato come emblema nei loro libri sia da Ravioli che da Ciro Nispi-Landi FIG. 6, il prosecutore della sua opera FIG. 7; questo dipinto si trovava sui vasi cosi detti Panatenaici ritrovati in Italia FIG. 8, i quali però non commemoravano, a detta di Ravioli, la nota festa in onore di Atena ma la redenzione da parte dei Pelasgo-Aborigeni delle città cadute in mano agli invasori. Ai Pelasgo-Aborigeni si unì in seguito un altro popolo, che sarebbe giunto in Italia dall’ovest provenendo dalla Spagna e che contribuì alla cacciata dei Liguro-Iberici: secondo Ravioli questo popolo, formato da Argei e da Epei, sarebbe stato guidato da Ercole di Argo (questi autori distinguono un Hercules italico da un più tardo Heracles greco, al quale vanno attribuite le Dodici Fatiche9 ) ed era composto anch’esso da italici, quindi parenti dei Pelasgo–Aborigeni, ma sottomessi in passato dai Celto-Liguri e deportati in Iberia. Il mito dei “buoi di Gerione” nasconderebbe questa vicenda, poiché i “buoi” altri non sarebbero che i “vitloi”, nome di un’antica popolazione stanziata nell’attuale Calabria ed eponima dell’antico nome d’Italia come “la terra dei vituli, dei buoi”. Il Foro Boario di Roma, ove era stata eretta la statua di un possente toro, sarebbe stato il luogo della commemorazione del riscatto di Roma da parte di Ercole, rimasto per secoli sacro alle più antiche memorie romane (qui Romolo e Tito Tazio giurarono il patto di alleanza tra Romani e Sabini) e solo in tempi più recenti trasformato in un mercato. La sconfitta del re siculo Caco e l’uccisione di questi per mano di Ercole si situava al tempo della Terza Roma, la Pallantea di Evandro, ed Ercole in tal modo restituì pienamente il territorio di Roma ai Pelasgo-Aborigeni, tanto da venire da essi divinizzato (secondo le visioni evemeristiche del Ravioli e poi di Guido Di Nardo ne La Roma preistorica sul Palatino del 1934). Dopo Evandro iniziò la serie dei Re divini del Lazio, Pico, Fauno e Latino, al cui tempo giunse in Italia Enea, per proseguire con la dinastia dei Silvii, discendenti di Enea, fino a Numitore re di Alba Longa: giungiamo così al periodo storico che conosciamo, nel quale inizia la storia della Quarta Roma, la Roma di Romolo, erede ultima della civiltà e della sapienza della Tirrenide. Questa, molto in breve, la storia dell’epopea della Terra di Saturno: il primato della civiltà italica sulle altre nazioni costituì uno stimolo importante per coloro che combattevano nelle guerre risorgimentali e soprattutto l’opera di Mazzoldi ebbe grande eco nella cultura del suo tempo, tanto da giungere addirittura ad ispirare opere di argomento molto diverso, quale l’imponente Storia della Medicina italiana di Salvatore De Renzi (pubblicata tra il 1845 ed il 1848 a Napoli in cinque tomi), fino ad influenzare autori come Nispi-Landi (Roma monumentale dinanzi all’umanità – Il Settimonzio sacro, 1892), Di Nardo (La Roma preistorica sul Palatino, 1934) e Leonardi (Le origini dell’uomo, 1937), anche se in questi ultimi due le tesi del sempre più diffuso occultismo di marca teosofica cominciarono a mutare il significato iniziale del tema della Terra di Saturno.
In ogni caso, non si può abbandonare nell’oscurità questa falange di autori, i quali con le loro appassionanti opere, l’una concatenata all’altra e permeate da influenze sottili della cui origine non sempre possiamo dare contezza, rimangono una delle pietre miliari della storia letteraria e civile d’Italia.



http://www.romanimamundi.it/terra_di_saturno.html


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MessaggioInviato: 21/08/2013, 23:54 
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Giuseppe Brex e il primato Italico (di Paolo Galiano)
(estratto da Roma prima di Roma, di prossima pubblicazione per le Edizioni Simmetria)

Centuripe, città antica fondata dall’arcaico popolo dei Siculi, tra i numerosi motivi di interesse dovuti alla bellezza dei luoghi e ai notevoli resti archeologici ne ha uno meno conosciuto non solo dagli appassionati di storia ma forse anche dai suoi stessi cittadini, perché fu la città natale di Giuseppe Brex, una figura di studioso e di scrittore che si inserisce a pieno titolo in una linea di pensiero che possiamo far risalire almeno al XVIII secolo: parliamo di quegli scrittori che ricercarono le origini della civiltà italica, facendola risalire ad un periodo antichissimo e ponendola anzi come la più antica tra le civiltà del Mediterraneo.
L’argomento di questa ricerca storica prese il nome di “Saturnia Tellus”, la Terra di Saturno, termine adoperato dagli autori classici romani e greci per indicare l’Italia come il luogo in cui fiorì la prima civiltà introdotta dal Dio Saturno, il quale, secondo la mitologia, sconfitto e spodestato dal figlio Giove venne a rifugiarsi nel Lazio, dove fece costruire una città sul Campidoglio, che da lui prese il nome di Saturnia, là dove millenni dopo sarà fondata da Romolo la città di Roma.
Questo filone storico, indubbiamente appassionante e che solo in tempi relativamente recenti sta trovando le prime conferme negli scavi sul Campidoglio e sul Germalo intrapresi all’inizio del 1900, trovò le sue prime origini in autori toscani, tra cui Anton Francesco Gori, Mario Guarnacci e Luigi Lanzi, i quali nel 1700, in una Italia allora divisa tra tanti Stati e sotto il governo di popoli stranieri, rivendicarono attraverso lo studio dei testi degli antichi scrittori latini e greci il “primato italico”, cioè l’origine della civiltà occidentale, al popolo degli Etruschi.

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Con il passare dei decenni, le ricerche furono approfondite e raggiunsero la prima sistematizzazione con Angelo Mazzoldi, il quale pubblicò a Milano nel 1840 il suo principale testo Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano, fondamentale per tutti gli autori che lo seguirono: egli dava il “primato italico” ad un popolo precedente gli Etruschi, popolo che abitava una terra che in seguito era andata distrutta da inondazioni e terremoti vulcanici, la Tirrenide (nulla a che vedere con l’Atlantide platonica), un subcontinente che comprendeva Italia, Sicilia, Sardegna, Corsica, l’isola d’Elba e Malta.
La moderna geologia ha in gran parte confermato le brillanti intuizioni di Mazzoldi: effettivamente alla fine dell’ultima Era Glaciale (circa nel 6000 a.C.) il Mediterraneo salì di oltre cento metri al di sopra del livello attuale, il che vuol dire che tutte le zone pianeggianti furono sommerse, e sembra che ciò sia avvenuto in un tempo abbastanza breve, forse non più di trenta anni.
A questa inondazione, da non confondersi con il diluvio biblico, fece seguito l’eruzione improvvisa della catena vulcanica che attraversa l’Italia dalla Toscana al Lazio, alla Campania fino alla Sicilia (si ricordi che nelle isole Eolie i vulcani sono ancora attivi e che nel mare tra Napoli e la costa nord della Sicilia vi è una catena parallela di vulcani, almeno uno dei quali , il Marsili, è ancora in fase eruttiva). Il “cataclisma italico” o “catastrofe atlantica”, come lo chiamarono questi scrittori, distrusse gran parte dell’Italia centrale e meridionale e staccò la Sicilia dal continente, a cui una volta era unita da un istmo (si pensi che questo già lo sapeva Plinio, autore romano che scrisse nel I secolo d.C. !), costringendo le popolazioni a rifugiarsi sui monti o a fuggire via mare per scampare alla catastrofe.
In questo movimento di popoli vi fu anche quello dei proto-Siculi, che, spinti dalle genti che facevano ritorno alla terra che avevano abbandonata a causa delle catastrofi, i Pelasgi, giunsero in Sicilia portando con sé il retaggio dell’antica civiltà della Tirrenide.

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Al Mazzoldi fecero seguito una serie di studiosi e di archeologi i quali perfezionarono ulteriormente le sue tesi, anche grazie allo sviluppo di nuove scienze quali la paleoetnologia e la paleontologia ed ai nuovi studi archeologici che si andavano facendo a Roma come in Sicilia; ci limitiamo a citare tra essi Camillo Ravioli e Ciro Nispi-Landi per il XIX secolo ed Evelino Leonardi, Costantino Cattoi e Guido Di Nardo per il XX.
In questa linea di autori si inserisce a pieno titolo Giuseppe Brex, nato a Centuripe nel 1896 e morto a Lanuvio presso Roma nel 1972, autore di un testo, intitolato proprio Saturnia Tellus e stampato a Roma nel 1944, nel quale avanza la tesi che il “primato italico” sia da attribuirsi al popolo dei Siculi per il periodo successivo a quella che viene chiamata la “catastrofe atlantica”.

Nato in Sicilia ma vissuto a Roma, Brex si distingue dagli autori che lo hanno preceduto per diversi motivi: il suo libro, Saturnia Tellus, ha come argomento centrale l’antichità del popolo dei Siculi, del quale egli rivendica il primato sulle altre stirpi come più antica popolazione italica 1: non a caso il libro venne pubblicato a Roma nel maggio 1944, quando gli Anglo-Americani erano in procinto di sbarcare nella sua terra nativa (luglio 1944), quasi volesse rivendicare contro le più recenti etnie anglosassoni la supremazia storica dei siciliani; altro aspetto particolare è l’essere il suo un testo prettamente storico ed archeologico, che poco spazio lascia alle idee esoteriche che invece costituiscono il nucleo centrale delle opere di Leonardi e ancor di più del Di Nardo e di Cattoi (anche se quest’ultimo non ci ha lasciato scritti di sua mano, ma la storia dei suoi lavori non lascia dubbi in merito). Ciò non toglie che Brex possa avere avuto un ruolo nell’ambiente dell’esoterismo romano nel quale doveva essere conosciuto, visto che l’Introduzione al suo libro la scrisse Romolo Artioli, esoterista e noto archeologo, collaboratore di Boni negli scavi del Foro e del Palatino 2.

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Molti anni dopo la pubblicazione del libro di Brex, venne rinvenuta nel 1963 una lapide scritta in dialetto dorico FIG. 1, la quale, tradotta dall’epigrafista catanese Giacomo Manganaro, rivelò essere un trattato di "riconoscimento ufficiale dei vincoli di parentela, di amicizia e di ospitalità, che legavano i Centuripini con i Lanuvini… il Senato di Lanuvio riconobbe la fondatezza della richiesta centuripina ed emanò il decreto di convalida dei remoti vincoli di parentela fra i due popoli” 3.
Il Sindaco di Lanuvio nel 1971 propose al suo omologo di Centuripe di rinnovare l’antico gemellaggio, invito che venne accolto anche per l’esortazione di Giuseppe Brex, a quel tempo Presidente dell’Associazione “Aborigeni d’Italia” da lui fondata a Centuripe. Da allora periodicamente il gemellaggio tra le due cittadine viene rinnovato nei mesi di maggio e di settembre, con l’incontro dei massimi rappresentanti dei due comuni.
Brex morì l’anno successivo al primo gemellaggio ma volle essere sepolto nell’adottiva Lanuvio, ove ancora oggi una stele ricorda lo studioso FIG. 2
La “lapide del gemellaggio” confermava, con una prova archeologica inconfutabile, le tesi già espresse da Brex nel 1944 della comune origine dei Siculi e dei Latini: Brex aveva messo in luce i rapporti, davvero singolari, tra la sicula Centuripe e Roma, ricordando come Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, il pretore che aveva dissanguato la Sicilia durante il suo incarico, avesse affermato le comuni origini dei cittadini di Centuripe e di Segesta con la stessa Roma: “I cittadini di Segesta e di Centuripe sono legati al popolo romano non solo per i servizi resi, per la fede giurata, per l’antica amicizia, ma anche per essere nati da uno stesso ceppo”. 4
Questa comune origine di due città così distanti tra di loro si può spiegare con la comune discendenza dei due popoli, i Siculi ed i Romani, dal ceppo proto Latino, e gli studi archeologici ed antropologici che erano stati condotti nella prima metà del XX secolo, in particolare quelli di Orsi, grande ricercatore delle origini siciliane, e di Sergi 5, avevano dato una nuova conoscenza della storia della Sicilia.

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La tesi dei Siculi come primi abitatori d’Italia, ripresa più tardi dal Di Nardo in suo lavoro del 1952, sempre poggiato sugli studi del Sergi 6 (nel quale attribuisce tale primato al popolo Ligure-Siculo di cui sarebbero successive ripartizioni i popoli dei Latini, Osci, Volsci, Sabini, Marrucini e Frentani), si appoggia, secondo Brex, anche sulle somiglianze di molti nomi di città o località sicule sia con quelle latine (pagg. 42 ss.), sia con quelle della Troade, la regione dove sorgeva Troia e da cui era venuto Enea in Italia, il che “ci fa ritenere che il luogo d’origine dei Siculi sia appunto quello dell’Asia Minore” (pagg. 16 ss.), Siculi che sono per Brex appartenenti alla famiglia degli Indoeuropei, affermazione contrastante con le tesi anti-indoeuropeiste degli scrittori che lo hanno preceduto, Leonardi e Di Nardo come dello stesso Sergi.
L’origine del nome “Siculi” è spiegata dall’autore in modo piuttosto particolare: il nome verrebbe da “Aus(ik)eli” cioè gli “Asi Antichi”, da cui Sikeli ed infine Siculi, dove il termine keli, antico, andrebbe messo in relazione con parole latine come sae-culum, periodo antico, e Jani-culum, monte dell’antico Dio Giano (pag. 21); ad appoggiare la sua tesi, Brex cita la radice africana kulù usata da molte popolazioni dell’Africa sud-orientale per comporre il nome del loro più importante Dio, il cui significato è “vecchio antenato”.
L’antichità della popolazione sicula sarebbe confermata dal fatto che Saturno, il più antico Dio italico, è raffigurato con in mano il falcetto o sikala, strumento ideato dai Sikeli-Siculi per falciare e disboscare (pag. 23 e pag. 33); questa immagine del Dio si è poi trasformata in quella di Saturno con la falce quando la religione italica venne a contatto con quella greca, in cui Kronos, la divinità greca ritenuta omologa del Saturno romano, era il Dio del Tempo che trascorre e non più il Dio che aveva dato agli uomini la conoscenza dell’agricoltura e della civiltà.

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Non possiamo sorvolare su di un errore commesso da Brex, il quale segue in questo Ravioli e Leonardi (senza però citarli), nella descrizione che egli fa degli effetti del “cataclisma atlantico” sulla forma dell’Italia: riprendendo la cartina che Ravioli FIG. 3 aveva pubblicato ne I primi abitatori rifacendosi alle parole di Plinio 7, egli commenta dicendo che “Secondo questo grande scrittore [cioè Plinio] (Nat. Hist III e V) [errore: in realtà è libro III, cap. V, 43], la primitiva forma geografica della nostra Patria era quella di una foglia di quercia, successivamente, in un periodo remotissimo (forse contemporaneo all’inabissamento dell’Atlantide), tratti di territorio della nostra penisola furono sommersi. Dopo tale cataclisma, il resto della penisola dalla forma di foglia di quercia prese quella attuale di uno stivale” (pag.13). La cartina del Ravioli venne ripresa (senza citazione) da Leonardi FIG. 4 e poi da Brex FIG. 5 con alcune variazioni, consistenti nella cancellazione del rettangolo posto in alto a destra nel disegno di Ravioli.
Lo sbaglio si perpetua nel tempo: infatti “Siro Tacito”, parlando dell’argomento in Prima Tellus (Roma 1998, pagg. 38 – 40), non si accorge dell’errore di traduzione commesso dai tre autori e lo stesso avviene in Roma Renovata Resurgat del Giorgio (Roma 2011, vol. I, pag. 19 nota 3), dove si parla del “ricordo di un’Italia antichissima, fisicamente diversa da quella attuale, [che] si trova in Plinio”.
Il testo di Plinio ha invece il verbo al presente: “Est folio maxime querno adsimilata”, e non al passato, “fuit”, quindi lo scrittore latino intende riferirsi al modo in cui ai suoi tempi era concepita la forma geografica dell’Italia, senza alcun riferimento a mutamenti di sorta.
L’errore, nato con Ravioli, si continuò nei secoli successivi, visto che nessuno dei suoi epigoni aveva pensato di controllare la citazione originaria.

A parte questo suo errore, l’opera di Brex rimane un lavoro interessante, fosse solo perché dimostra come, anche tra le difficoltà materiali del periodo bellico ormai alla fine e con l’invasione anglo-americana alle porte, il mito della Terra di Saturno fosse ancora vivo tra gli italiani e fonte di orgoglio e non di vanità per un popolo la cui antichità e la cui sapienza superavano di gran lunga quelle di qualunque altra nazione.



http://www.simmetria.org/simmetrianew/c ... liano.html

http://kentoripa.altervista.org/blog/giuseppe-brex/


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Un'altra regione di quella civiltà che noi chiamiamo Atlantide... [8D]



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vimana131 ha scritto:

Cita:
Giuseppe Brex e il primato Italico (di Paolo Galiano)
(estratto da Roma prima di Roma, di prossima pubblicazione per le Edizioni Simmetria)

Centuripe, città antica fondata dall’arcaico popolo dei Siculi, tra i numerosi motivi di interesse dovuti alla bellezza dei luoghi e ai notevoli resti archeologici ne ha uno meno conosciuto non solo dagli appassionati di storia ma forse anche dai suoi stessi cittadini, perché fu la città natale di Giuseppe Brex, una figura di studioso e di scrittore che si inserisce a pieno titolo in una linea di pensiero che possiamo far risalire almeno al XVIII secolo: parliamo di quegli scrittori che ricercarono le origini della civiltà italica, facendola risalire ad un periodo antichissimo e ponendola anzi come la più antica tra le civiltà del Mediterraneo.
L’argomento di questa ricerca storica prese il nome di “Saturnia Tellus”, la Terra di Saturno, termine adoperato dagli autori classici romani e greci per indicare l’Italia come il luogo in cui fiorì la prima civiltà introdotta dal Dio Saturno, il quale, secondo la mitologia, sconfitto e spodestato dal figlio Giove venne a rifugiarsi nel Lazio, dove fece costruire una città sul Campidoglio, che da lui prese il nome di Saturnia, là dove millenni dopo sarà fondata da Romolo la città di Roma.
Questo filone storico, indubbiamente appassionante e che solo in tempi relativamente recenti sta trovando le prime conferme negli scavi sul Campidoglio e sul Germalo intrapresi all’inizio del 1900, trovò le sue prime origini in autori toscani, tra cui Anton Francesco Gori, Mario Guarnacci e Luigi Lanzi, i quali nel 1700, in una Italia allora divisa tra tanti Stati e sotto il governo di popoli stranieri, rivendicarono attraverso lo studio dei testi degli antichi scrittori latini e greci il “primato italico”, cioè l’origine della civiltà occidentale, al popolo degli Etruschi.

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Con il passare dei decenni, le ricerche furono approfondite e raggiunsero la prima sistematizzazione con Angelo Mazzoldi, il quale pubblicò a Milano nel 1840 il suo principale testo Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano, fondamentale per tutti gli autori che lo seguirono: egli dava il “primato italico” ad un popolo precedente gli Etruschi, popolo che abitava una terra che in seguito era andata distrutta da inondazioni e terremoti vulcanici, la Tirrenide (nulla a che vedere con l’Atlantide platonica), un subcontinente che comprendeva Italia, Sicilia, Sardegna, Corsica, l’isola d’Elba e Malta.
La moderna geologia ha in gran parte confermato le brillanti intuizioni di Mazzoldi: effettivamente alla fine dell’ultima Era Glaciale (circa nel 6000 a.C.) il Mediterraneo salì di oltre cento metri al di sopra del livello attuale, il che vuol dire che tutte le zone pianeggianti furono sommerse, e sembra che ciò sia avvenuto in un tempo abbastanza breve, forse non più di trenta anni.
A questa inondazione, da non confondersi con il diluvio biblico, fece seguito l’eruzione improvvisa della catena vulcanica che attraversa l’Italia dalla Toscana al Lazio, alla Campania fino alla Sicilia (si ricordi che nelle isole Eolie i vulcani sono ancora attivi e che nel mare tra Napoli e la costa nord della Sicilia vi è una catena parallela di vulcani, almeno uno dei quali , il Marsili, è ancora in fase eruttiva). Il “cataclisma italico” o “catastrofe atlantica”, come lo chiamarono questi scrittori, distrusse gran parte dell’Italia centrale e meridionale e staccò la Sicilia dal continente, a cui una volta era unita da un istmo (si pensi che questo già lo sapeva Plinio, autore romano che scrisse nel I secolo d.C. !), costringendo le popolazioni a rifugiarsi sui monti o a fuggire via mare per scampare alla catastrofe.
In questo movimento di popoli vi fu anche quello dei proto-Siculi, che, spinti dalle genti che facevano ritorno alla terra che avevano abbandonata a causa delle catastrofi, i Pelasgi, giunsero in Sicilia portando con sé il retaggio dell’antica civiltà della Tirrenide.

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Al Mazzoldi fecero seguito una serie di studiosi e di archeologi i quali perfezionarono ulteriormente le sue tesi, anche grazie allo sviluppo di nuove scienze quali la paleoetnologia e la paleontologia ed ai nuovi studi archeologici che si andavano facendo a Roma come in Sicilia; ci limitiamo a citare tra essi Camillo Ravioli e Ciro Nispi-Landi per il XIX secolo ed Evelino Leonardi, Costantino Cattoi e Guido Di Nardo per il XX.
In questa linea di autori si inserisce a pieno titolo Giuseppe Brex, nato a Centuripe nel 1896 e morto a Lanuvio presso Roma nel 1972, autore di un testo, intitolato proprio Saturnia Tellus e stampato a Roma nel 1944, nel quale avanza la tesi che il “primato italico” sia da attribuirsi al popolo dei Siculi per il periodo successivo a quella che viene chiamata la “catastrofe atlantica”.

Nato in Sicilia ma vissuto a Roma, Brex si distingue dagli autori che lo hanno preceduto per diversi motivi: il suo libro, Saturnia Tellus, ha come argomento centrale l’antichità del popolo dei Siculi, del quale egli rivendica il primato sulle altre stirpi come più antica popolazione italica 1: non a caso il libro venne pubblicato a Roma nel maggio 1944, quando gli Anglo-Americani erano in procinto di sbarcare nella sua terra nativa (luglio 1944), quasi volesse rivendicare contro le più recenti etnie anglosassoni la supremazia storica dei siciliani; altro aspetto particolare è l’essere il suo un testo prettamente storico ed archeologico, che poco spazio lascia alle idee esoteriche che invece costituiscono il nucleo centrale delle opere di Leonardi e ancor di più del Di Nardo e di Cattoi (anche se quest’ultimo non ci ha lasciato scritti di sua mano, ma la storia dei suoi lavori non lascia dubbi in merito). Ciò non toglie che Brex possa avere avuto un ruolo nell’ambiente dell’esoterismo romano nel quale doveva essere conosciuto, visto che l’Introduzione al suo libro la scrisse Romolo Artioli, esoterista e noto archeologo, collaboratore di Boni negli scavi del Foro e del Palatino 2.

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Molti anni dopo la pubblicazione del libro di Brex, venne rinvenuta nel 1963 una lapide scritta in dialetto dorico FIG. 1, la quale, tradotta dall’epigrafista catanese Giacomo Manganaro, rivelò essere un trattato di "riconoscimento ufficiale dei vincoli di parentela, di amicizia e di ospitalità, che legavano i Centuripini con i Lanuvini… il Senato di Lanuvio riconobbe la fondatezza della richiesta centuripina ed emanò il decreto di convalida dei remoti vincoli di parentela fra i due popoli” 3.
Il Sindaco di Lanuvio nel 1971 propose al suo omologo di Centuripe di rinnovare l’antico gemellaggio, invito che venne accolto anche per l’esortazione di Giuseppe Brex, a quel tempo Presidente dell’Associazione “Aborigeni d’Italia” da lui fondata a Centuripe. Da allora periodicamente il gemellaggio tra le due cittadine viene rinnovato nei mesi di maggio e di settembre, con l’incontro dei massimi rappresentanti dei due comuni.
Brex morì l’anno successivo al primo gemellaggio ma volle essere sepolto nell’adottiva Lanuvio, ove ancora oggi una stele ricorda lo studioso FIG. 2
La “lapide del gemellaggio” confermava, con una prova archeologica inconfutabile, le tesi già espresse da Brex nel 1944 della comune origine dei Siculi e dei Latini: Brex aveva messo in luce i rapporti, davvero singolari, tra la sicula Centuripe e Roma, ricordando come Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, il pretore che aveva dissanguato la Sicilia durante il suo incarico, avesse affermato le comuni origini dei cittadini di Centuripe e di Segesta con la stessa Roma: “I cittadini di Segesta e di Centuripe sono legati al popolo romano non solo per i servizi resi, per la fede giurata, per l’antica amicizia, ma anche per essere nati da uno stesso ceppo”. 4
Questa comune origine di due città così distanti tra di loro si può spiegare con la comune discendenza dei due popoli, i Siculi ed i Romani, dal ceppo proto Latino, e gli studi archeologici ed antropologici che erano stati condotti nella prima metà del XX secolo, in particolare quelli di Orsi, grande ricercatore delle origini siciliane, e di Sergi 5, avevano dato una nuova conoscenza della storia della Sicilia.

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La tesi dei Siculi come primi abitatori d’Italia, ripresa più tardi dal Di Nardo in suo lavoro del 1952, sempre poggiato sugli studi del Sergi 6 (nel quale attribuisce tale primato al popolo Ligure-Siculo di cui sarebbero successive ripartizioni i popoli dei Latini, Osci, Volsci, Sabini, Marrucini e Frentani), si appoggia, secondo Brex, anche sulle somiglianze di molti nomi di città o località sicule sia con quelle latine (pagg. 42 ss.), sia con quelle della Troade, la regione dove sorgeva Troia e da cui era venuto Enea in Italia, il che “ci fa ritenere che il luogo d’origine dei Siculi sia appunto quello dell’Asia Minore” (pagg. 16 ss.), Siculi che sono per Brex appartenenti alla famiglia degli Indoeuropei, affermazione contrastante con le tesi anti-indoeuropeiste degli scrittori che lo hanno preceduto, Leonardi e Di Nardo come dello stesso Sergi.
L’origine del nome “Siculi” è spiegata dall’autore in modo piuttosto particolare: il nome verrebbe da “Aus(ik)eli” cioè gli “Asi Antichi”, da cui Sikeli ed infine Siculi, dove il termine keli, antico, andrebbe messo in relazione con parole latine come sae-culum, periodo antico, e Jani-culum, monte dell’antico Dio Giano (pag. 21); ad appoggiare la sua tesi, Brex cita la radice africana kulù usata da molte popolazioni dell’Africa sud-orientale per comporre il nome del loro più importante Dio, il cui significato è “vecchio antenato”.
L’antichità della popolazione sicula sarebbe confermata dal fatto che Saturno, il più antico Dio italico, è raffigurato con in mano il falcetto o sikala, strumento ideato dai Sikeli-Siculi per falciare e disboscare (pag. 23 e pag. 33); questa immagine del Dio si è poi trasformata in quella di Saturno con la falce quando la religione italica venne a contatto con quella greca, in cui Kronos, la divinità greca ritenuta omologa del Saturno romano, era il Dio del Tempo che trascorre e non più il Dio che aveva dato agli uomini la conoscenza dell’agricoltura e della civiltà.

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Non possiamo sorvolare su di un errore commesso da Brex, il quale segue in questo Ravioli e Leonardi (senza però citarli), nella descrizione che egli fa degli effetti del “cataclisma atlantico” sulla forma dell’Italia: riprendendo la cartina che Ravioli FIG. 3 aveva pubblicato ne I primi abitatori rifacendosi alle parole di Plinio 7, egli commenta dicendo che “Secondo questo grande scrittore [cioè Plinio] (Nat. Hist III e V) [errore: in realtà è libro III, cap. V, 43], la primitiva forma geografica della nostra Patria era quella di una foglia di quercia, successivamente, in un periodo remotissimo (forse contemporaneo all’inabissamento dell’Atlantide), tratti di territorio della nostra penisola furono sommersi. Dopo tale cataclisma, il resto della penisola dalla forma di foglia di quercia prese quella attuale di uno stivale” (pag.13). La cartina del Ravioli venne ripresa (senza citazione) da Leonardi FIG. 4 e poi da Brex FIG. 5 con alcune variazioni, consistenti nella cancellazione del rettangolo posto in alto a destra nel disegno di Ravioli.
Lo sbaglio si perpetua nel tempo: infatti “Siro Tacito”, parlando dell’argomento in Prima Tellus (Roma 1998, pagg. 38 – 40), non si accorge dell’errore di traduzione commesso dai tre autori e lo stesso avviene in Roma Renovata Resurgat del Giorgio (Roma 2011, vol. I, pag. 19 nota 3), dove si parla del “ricordo di un’Italia antichissima, fisicamente diversa da quella attuale, [che] si trova in Plinio”.
Il testo di Plinio ha invece il verbo al presente: “Est folio maxime querno adsimilata”, e non al passato, “fuit”, quindi lo scrittore latino intende riferirsi al modo in cui ai suoi tempi era concepita la forma geografica dell’Italia, senza alcun riferimento a mutamenti di sorta.
L’errore, nato con Ravioli, si continuò nei secoli successivi, visto che nessuno dei suoi epigoni aveva pensato di controllare la citazione originaria.

A parte questo suo errore, l’opera di Brex rimane un lavoro interessante, fosse solo perché dimostra come, anche tra le difficoltà materiali del periodo bellico ormai alla fine e con l’invasione anglo-americana alle porte, il mito della Terra di Saturno fosse ancora vivo tra gli italiani e fonte di orgoglio e non di vanità per un popolo la cui antichità e la cui sapienza superavano di gran lunga quelle di qualunque altra nazione.



http://www.simmetria.org/simmetrianew/c ... liano.html

http://kentoripa.altervista.org/blog/giuseppe-brex/



La mappa in questione è errata,ed è una assurda ipotesi di com'erano le terre emerse nel Mediterraneo.



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Questo può aiutarci a vedere come era l'Italia ai tempi.

http://www.progettoatlanticus.net/2013/ ... ntide.html

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Atlanticus81 ha scritto:

Questo può aiutarci a vedere come era l'Italia ai tempi.

http://www.progettoatlanticus.net/2013/ ... ntide.html

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Questa si che si avvicina realmente com'era!.[;)]



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a me appaiono simili l'italia presa da qui e l'italia che vedo nel primo articolo...



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MaxpoweR ha scritto:

a me appaiono simili l'italia presa da qui e l'italia che vedo nel primo articolo...


In effetti...

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vimana131 ha scritto:

Cita:
MaxpoweR ha scritto:

a me appaiono simili l'italia presa da qui e l'italia che vedo nel primo articolo...


In effetti...

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Ad essere pignoli nemmeno questa è esatta,il territorio Siciliano era quasi tutto unito con la Tunisia,i Canaloni al centro del Canale di Sicilia si sono allargati in seguito a cataclismi e sprofondamenti,sicuramente aiutati dal vulcano Empedocle.



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Il Circeo era un territorio di Atlantide?

Al posto delle acque che s’estendono a largo di Roma e Napoli esisteva migliaia d’anni fa un continente perduto. ”Le origini dell’uomo” di Evelino Leonardi, clinico omeòpata e ricercatore oggi dimenticato, è un eccezionale testo d’archeologia alternativa , tutt’ora scarsamente presa in considerazione da quella ufficiale.
Nato nel 1871, scomparso nel ’39, Evelino che negli anni ’30 visse a lungo al Circeo (Villino Blanc) avallò con fonti mitologico - storiografiche i risultati delle sue ricerche ipotizzando che quel continente fosse Atlantide, inabissatasi, racconta Platone, 11.000 anni fa. L’archeologia alternativa di questo singolare ricercatore studia, come quella tradizionale, geologia, flora,fauna, rivolgimenti tellurici, vulcanici e sub marini ripercorrendo con studi appassionati i diversi mutamenti della zona costiera e submarina tra Lazio e Campania avvenuti nel corso d’ere antichissime. Il Circeo rappresenta una delle prime culle di civiltà. Basti pensare al ritrovamento dell’uomo di Neanderthal (Paleolitico) ancor oggi visibile nell’antica rocca di San Felice, la parte alta della città.
Evelino Leonardi per audacia d’ipotesi e singolarità di scoperte fu ignorato dalla scienza ufficiale anni ’30. Sostenne che, scampato a imponenti cataclismi, un gruppo esiguo di popolazioni endemiche del Lazio e Campania, dal Circeo e terre limitrofe riuscì a raggiungere l’Egitto fondendosi con la civiltà dei Faraoni o addirittura iniziandola.
Sensazionale tra le sue scoperte i Pietrefatti che in zona abbondano. La maggior parte dei geologi appartenenti alla scienza togata riteneva che queste formazioni litiche fossero state modellate da erosioni naturali (vento,piogge, mareggiate) mentre secondo Evelino ci troviamo di fronte ad animali vivi rimasti imprigionati nella roccia granitica.
Certo è che grandi cataclismi misero in fuga animali che, proveniendo da altre terre, sconvolte o addirittura scomparse, andarono a rifugiarsi sull’ultimo tratto ancora emerso del Circeo. La grande tragedia ebbe epilogo dopo battaglie immani per sopravvivere a fame e sete, finchè il granito imprigionò la vita pietrificandola. In località Peretto Evelino trovò i resti d’un Drago Alato, un uccellone di quattro metri quadri, un mostro lungo cinque, una Chimera, la Renna Gigante e il Megacero.
Benchè sia difficile raggiungerli, se non si è rocciatori esperti, alcuni di questi Pietrefatti si possono ancora ammirare nella sella tra i colli Monticchio e Guardia d’Orlando e nella spianata nord del Peretto. Inoltre il geniale ricercatore rinvenne fossili così numerosi da riuscire a riempire nove casse. Lasciata in eredità allo Stato Italiano la preziosa collezione, informa Tommaso Lanzuisi in”Lazio ieri e oggi”, giaceva a Roma negli scantinati del Museo delle Terme smentendo, in modo silenzioso ma inequivocabile, le teorie ufficiali sulla nostra preistoria sicchè nessuno trovò il coraggio di disfarsene o esporla al pubblico. Dove sono oggi le casse? Per giusto tributo alla verità e all’ appassionato lavoro d’Evelino Leonardi scoprirlo sarebbe doveroso.
Tornando ad Atlandite (o Tirrenide? o Terra di Saturno?) il promontorio del Circeo e l’arcipelago pontino (Ponza, Ventotene, Palmarola e Zannone,quest’ultima appartenente oggi al Circeo) rappresentano per lo scienziato le propaggini d’una vasta piattaforma terrestre sprofondata in mare.
Insieme all’arcipelago toscano,e parte della Sardegna e della Corsica quella piattaforma raggiungeva anche Ischia e Procida. Ricordi dei grande cataclismi,che stravolsero l’orografìa d’una superficie tanto estesa, possono individuarsi in molti miti greci e romani, confermando quanto di Atlantide racconta “Crizia”, il dialogo di Platone. Filosofo tra i più geniali Giovan Battista Vico sostenne che le mitologie, specie se dirette e facili, contengono germi di storie vere. Quella di Polifèmo, gigante dall’unico grande occhio al centro della fronte, che Omero fa accecare da Ulisse, non è favoletta, infatti la zona come indicano le mura ciclopiche di resegone a grandi scaglioni visibili sul picco più alto del monte è stata sicuramente(vedi appunto il mito di Polifemo) abitata da creature rispetto a noi gigantesche, in analogìa coi dinosauri diventati oggi lucertole.
La questione delle mura ciclopiche non è stata mai affrontata dalla storiografìa archeologica ma certo un recinto del genere furono in grado di costruirlo solo giganti in senso fisico o spirituale. Prima di acquisire razionalità l’uomo a partire dall’era cosmica del Cancro ebbe conoscenza e poteri da sciamano. Perchè escludere che, giganti o non giganti, i costruttori siano stati aiutati (se vogliamo escludere popoli extraterrestri) dal loro eccezionale potere sciamanico che 10.000 anni fa per gli abitanti della Terra rappresentava la norma?
Sempre ne “Le origini dell’uomo” Leonardi racconta che dell’antica città di Amukla italica, situata tra Terracina e Gaeta , Marziale aveva cantato un vino famoso e Plinio sostiene che la tradizione dei serpenti marini nasce da noi, non in Grecia. Fu infatti rinvenuto nel Lazio, dove è rimasto, lo straordinario gruppo scultoreo del Laokoonte; il suo rito si svolgeva ad Amucle, l’attuale Sperlonga, uno dei primi centri del Culto Solare. Come interpretò il geniale archeologo l’invasione dei serpenti di mare descritta dal mito? Amucle sarebbe stata distrutta dalle ondate d’un violento maremoto che devastò il litorale. Titaniche,sinuose, nei millenni quelle onde divennero, in metafora, giganteschi serpenti di mare scolpiti dallo straordinario artista che regalò al mondo il Laokoonte.
Gaeta (Aietes) vanta, a metà strada tra Roma e Napoli, la Montagna Spaccata. Profonda,arcana, drammatica la fenditura aperta nella roccia all’infuori dell’ intervento umano precipita in mare non lontano da monte Orlando. La montagna, racconta la leggenda, si spaccò in due nell’ora in cui morì Gesù.Ben visibile, al di là delle prove archeologiche, ll trauma subito dalla montagna confermerebbe la tesi di Evelino, quella della piattaforma terrestre sprofondata nel Tirreno (Atlantide o Tirrenide?).
E’ probabile che la spaccatura della montagna nasca da un’incrinatura della roccia già esistente prima della Crocefissione. La straordinaria potenza cosmica dell’evento Cristo potrebbe aver trasformato una semplice incrinatura della roccia risalente al megalitico di Circe e dei Ciclopi nell’attuale Montagna Spaccata, è solo un’ipotesi.
Vegetazione rigogliosa, fitta,multiforme, nasce all’epoca delle bonifiche pontine il Parco nazionale del Circeo.Il cerro, nella selva, prevale su farnia, farnetto, orniello, acero campestre e carpino. Ai piedi del Precipizio quercia da sughero e sugherella. Rosseggia sui tappeti d’edera il pungitopo, inodori in autunno profumano acuti, intensi i ciclamini di primavera .
Onorando insieme a Venere la maga Circe, d’estate il sole schiude corolle al mirto,illuminando minuscoli cuori d’oro tra i petali sericei. Il rimboschimento anni’30 infoltì la selva con pini domestici, eucalipti e pioppi. Giunco, scirpo, gramigna delle arene sulle rive dei quattro laghi. Le dune di Sabaudia e il ginepro fenicio.
Il fico degli Ottentotti coi fiori purpurei di primavera. Mirto,lentisco, erica, fillirèa, ginestra, corbezzolo e rosmarino infittiscono la macchia mediterranea a Quarto Caldo dove, a due passi dal mare, oltre palma nana, elicriso e cisto, troviamo la famosa centaurèa di Circe. Spicca, per rigoglio e maestà, la zona che avvolgendolo a tornanti sale al Faro, luce nella notte, guida a naviganti e nocchieri sulle orme d’ Ulisse.
Fu qui, nel villino Blank in Via del Faro, che Evelino Leonardi affondò radici per studiare della civiltà megalitica rocce, fossili, resti di fauna e flora (legno pietrificato) istituendovi un museo dei suoi Petrefatti. Deve essersi posto una domanda: :”perchè la vegetazione è fitta e multiforme all’inverosimile? La risposta è facile: l’humus adatto poteva nascere solo da una Terra radioattiva che,come il Circèo,inglobò nei millenni residui d’ esplosioni vulcaniche sottomarine e terrestri, incrostazioni di litodomi, legni pietrificati e ridisciolti. Terre sprofondano, risalgono, vulcani eruttano verso il cielo e sott’acqua. Se tutto questo avviene nel corso di migliaia d’anni pensarlo sconvolge, s’affatica la mente percorrendo a ritroso gli alterni sconvolgimenti d’acqua, aria,terra, fuoco ma esulta l’anima, trabocca gratitudine il cuore per il dono meraviglioso di Dio: la Natura. Grazie,Terra di Circe,quanto devi aver sofferto per diventare così bella!
(grazia lago)



http://www.agenziafuoritutto.com/web2/c ... ntide.html


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MessaggioInviato: 06/10/2013, 23:56 
Cita:
ROMOLO E REMO
E I FANCIULLI DIVINI

“Suo padre lo mise in una culla falcata da curve d’argento
e lo fece discendere nel mondo degli uomini, abitanti della terra inferiore.
Sul tetto dello zio-uomo dalle piume d’aquila cadde egli,
con il fracasso di un potente tuono...”.
[Leggenda del Dio dei Voguli]

Chi fondò veramente Roma? Da dove vennero le genti che diedero vita al più grande impero della storia? I due gemelli Romolo e Remo sfuggiti a un crudele destino oppure genti pre–indoeuropee stanziate già laggiù da numerosi secoli?
L’origine della città eterna è oggetto di discussioni da diversi anni, infatti, al di là della leggenda, si pensa che veramente altre razze abbiano concorso alla sua fondazione. La famosa leggenda della coppia di neonati potrebbe essere il ricordo sbiadito di una storia ancora più antica, la quale porta i chiari segni di un'origine non umana! Parlando dei presunti fanciulli divini che avrebbero colonizzato il mondo vediamo che nella leggenda romana trovano l’esempio più lampante. Un concetto molto importante in questione, prima di affrontare il discorso dei fanciulli non umani, è che la leggenda di Romolo e Remo sembra una storia non solo italiana; sono infatti stati ritrovate analoghe leggende in tutto il mondo, che parlano chiaramente di fondatori di imperi allevati da tigri, da orsi, da cani, cervi, uccelli, serpenti e così via. Si parla anche del ritrovamento di pitture rupestri nel palazzo reale di Bungikat, capitale dell’antico stato asiatico dell’Utrushan, che racconterebbe chiaramente la leggenda dei due fanciulli fondatori di Roma! Ci si è chiesti, come mai uno stato così lontano fosse a conoscenza della leggenda e si è optati per la teoria del paleocontatto, ovvero, che i Romani fossero giunti in questo stato asiatico trasmettendo la leggenda; oppure che gli abitanti dell'Utrushan abbiano appreso la leggenda direttamente in Italia, per poi immortalarla in una parete del palazzo del sovrano. Qual è la verità?
Perchè i Romani si sarebbero recati in Asia, o perché le genti Asiatiche si sarebbero mosse verso Roma? Forse il comune ricordo di un impero planetario spingeva queste genti ad affrontare questi viaggi? Oppure, contrariamente a quanto ci dicono le fonti storiche, i popoli di tutto il mondo affrontarono veramente gli oceani per incontrarsi con altri, scambiandosi le proprie conquiste culturali? Nessuna Atlantide? Né imperi scomparsi? I comuni simboli sparsi per il pianeta sono il frutto di viaggi e incontri avventurosi di popoli primitivi?
Allora, come mai le piramidi sono sparse per tutto il mondo? Forse gli Egizi in un passato ancora più antico furono tanto potenti da imporsi al resto del mondo fungendo così da mediatori nei contatti internazionali.
Ritornando ai famosi fanciulli, vediamo che vi è una fitta presenza di essi all’interno dei miti e delle leggende. Ci raccontano di fanciulli allevati da animali misteriosi. Secondo alcuni, gli animali in questione sarebbero in realtà il ricordo sbiadito di astronavi – culle attraverso le quali gli dèi fanciulli sarebbero giunti sulla Terra, inviati qui dagli dèi!

Tralasciando la storia di Romolo e Remo che conosciamo già bene. Ricordiamo il caso di Pan (dal greco pas- pasa- pav-, che significa "tutto"), figlio di Hermes (il Mercurio romano, nascosto in una pelle di coniglio! La combinazione animale- astronave risulta chiara! La pelle di coniglio in cui era avvolto il piccino potrebbe essere in realtà un'astronave! Perchè un veicolo di spostamento potrebbe essere finito per essere visto come un animale? Semplicemente perché i nostri antenati non sapevano ancora come interpretare e tradurre questa tecnologia, se non con termini del loro vivere quotidiano! Ancora oggi se ci avviciniamo tra le tribù primitive dell’Amazzonia e della Nuova Guinea la nostra tecnologia è interpretata con termini a loro più comuni: gli aerei li chiamerebbero serpenti delle nubi, raggi laser “bastoni che emettono fasci di sole”, i nostri computer “specchi dove gli uomini parlano”, e così via. Una favola proveniente dal Nord Europa tratta la storia del “Forte Giovanni”, figlio di una fata allevata da una cavalla; il mito del Polinesiano Maui avvolto dalle Meduse; e ancora, quello del dio ellenico Eros che solca i mari a dorso di un delfino.
Prima di proseguire con l’elenco dei fanciulli divini analizziamo alcune cose concernenti questi ultimi casi. Notiamo da subito che i fanciulli divini non furono soltanto fondatori di imperi; i casi di Forte Giovanni, di Maui e di Eros ci fanno capire come nelle azioni degli uomini esseri soprannaturali o anche extraterrestri siano stati sempre al loro fianco. Dall’essere più insignificante al più brillante, ci furono probabilmente sempre loro: come se attraverso un programma speciale avessero deciso chi avrebbe dovuto governare, gli amori che sarebbero dovuti nascere, i figli che avrebbero dovuto avere, gli sviluppi culturali, le alleanza politiche, etc.

L’uomo sarebbe stato come una marionetta: in balia di queste forze; quando si dice che siamo nelle mani del destino, forse si vuole alludere agli esseri celesti che controllavano e controllano la nostra vita? Come se fosse stato un Matrix paleolitico (riallacciandoci al senso filosofico dell’omonimo film).
Anche il concetto degli insetti che creano la dea–madre mediterranea può calzare a pieno. Perchè non pensare che vi fosse una base dove gli dei celesti si erano installati per creare la vita sulla Terra? Potrebbero aver creato ad Atlantide un quartier generale che poi avrebbero sfruttato per modificare geneticamente l’uomo primitivo, che avevano trovato durante le loro esplorazioni! Mentre l’Homo Erectus vagava ancora per le terre selvagge in cerca del fuoco, poco più lontano una civiltà evoluta usava computer, progettava razzi, bombe, navi spaziali, veicoli di terra e di mare. L’immagine qui a fianco mostra il confuso ominide sovrastato da un'astronave o da una sorte di base a scopo scientifico. Essa rende bene il concetto. Abbiamo discusso poi di Eros, che esce dalle acque: perchè non pensare che una civiltà di un altro pianeta possa avere fondato un impero sottomarino per poi, al momento buono, aver inviato i suoi emissari a insegnare le scienze sacre? Vi è una seria possibilità di credere in questa ipotesi, infatti, il delfino può essere anche esso il ricordo sbiadito di un mezzo sottomarino attraverso il quale il fanciullo divino raggiunse la Terra ferma!
Anche i miti che vogliono i fondatori delle civiltà giunti dall’acqua possono essere visti nella stessa ottica. Magari potrebbero essere giunti dalle acque a seguito di un atterraggio di fortuna e, da lì poi risaliti sulla Terra e creare l’essere umano! Gli stessi fanciulli divini, scesi dallo spazio, potrebbero essere arrivati negli oceani, una volta creatisi i giusti mezzi di sopravvivenza. Forse alcuni animali furono resi più intelligenti per progetti di questo tipo, proprio come ad esempio il delfino che, oltre ad essere visto come un mezzo anfibio, si dice che sia stato modificato geneticamente per progetti di questo tipo.

Proseguendo, vediamo cosa ci dice la Prof.ssa Edy Minguzzi a proposito dei fanciulli divini:

“...La solitudine nel selvaggio mondo delle origini, ma soprattutto qualcosa che avvolge come un bozzolo il giovane e gli dà modo di preparasi alle nuove insidie; una specie d’incubatrice, insomma, nella quale il trovatello si plasma e si tempra per affrontare il mondo esterno (la cesta e la caverna di Zeus, la pelle di coniglio di Pan, la casa galleggiante di Dionisio). Questi fanciulli divini vengono dallo spazio e sovente dallo spazio ritornano. Tutti i fanciulli divini o quasi hanno a che fare con l’acqua, fuoriescono da un oggetto più o meno ovoidale o da una botte o da contenitori vari (chi non rammenta Perseo neonato, racchiuso nell’arca inchiodata, in balia delle onde?)... Un involucro indefinito, sconosciuto, che li protegge e li ritempra (...)”.

Presso gli antichi Armeni pagani si narra che "La canna sanguigna aveva le doglie, nel mare, era prossima a partorire. Dal grembo della canna uscì una fiamma e dalla fiamma balzò fuori un bambino: fuoco erano i suoi capelli e i suoi occhi erano il Sole”.

Questo può essere ricollegato ai tanti miti dei Maya, degli Aztechi e delle civiltà Sudamericane, che parlano chiaramente di dèi alti, con capelli di fuoco o occhi di sole, giunti dal cielo con strani dischi! Potrebbe trattarsi quindi di dèi dall’aspetto di scandinavi che, cresciuti sulla Terra, incontrarono le popolazioni Americane?

Siddartha Guatama, il futuro Buddha (parola sanscrita che significa il risvegliato, l’illuminato), che appena nato potè reggersi autonomamente sulle gambe, poteva parlare comunicando di essere venuto al mondo per raggiungere l’illuminazione e liberare dalle sofferenza tutte le creature! Fatto particolare del racconto è che ovunque camminasse spuntavano fiori di loto. Al di là del racconto, si evidenzia subito che il fanciullo era divino: molto probabilmente i suoi genitori dovettero contare qualche dio tra i loro avi! Possiamo pensare infine che gli dèi del cielo potrebbero aver inviato sulla Terra i loro figli per fondare le religioni, antichi culti preistorici.

Negli antichi documenti indiani (Brahmana e Rg-Veda) si parla di Prajapati, uscito da un uovo sorto dalle acque. Anche il fanciullo finnico Munapojka nasce da un uovo, così come l’Eros greco prima di cavalcare il delfino.

Tages, il fanciullo divino, protagonista del folklore e delle leggende Etrusche, sorge dal seno della terra ("una caverna sotterranea?" Si chiede Kolosimo) davanti a un uomo intento ad arare, e insegna poi agli Etruschi i segreti della sacra dottrina dei suoi simili. Abbiamo trattato in precedenza di una civiltà giunta da altri pianeti, che potrebbe essersi costruita un impero sottomarino e che, al momento giusto, abbia inviato i suoi figli a civilizzare il mondo. Perchè non pensare allora che abbiano costruito un impero o città sotterrane e che, al momento favorevole, abbiano quindi inviato i loro emissari in superficie? Magari gente di altri pianeti giunti nell’Italia degli Etruschi (magari anche loro stessi originari di altri pianeti o originari di mondi perduti), costruirono città avanzate sotterrane dalle quali poi dovettero portare la civiltà in superficie.
Ecco cosa bisogna intendere per "sorgeva dal seno della Terra": il "fanciullo divino" veniva chiaramente inviato sulla Terra da una base extraterrestre costruita nel sottosuolo da genti di altri mondi. Così come la marionetta si muove e agisce ignara di quel qualcuno che la sta muovendo, così l’uomo preistorico ignorava che qualcuno muoveva i fili dell’evoluzione per lui. Probabilmente questi dèi stellari furono molto furbi, operarono in gran segreto (forse per questo costruirono città sottomarine o sotterranee) facendo risultare le conquiste dell’uomo frutto del caso e della fortuna. Invece, tutto potrebbe essere stato organizzato nei minimi particolari! L’uomo avrebbe dovuto conoscere il fuoco, la pietra, le armi; non si trattò di semplici conquiste culturali.

L’Immagine sopra e le vicende narrate nel film "2001 Odissea nello spazio" chiariscono ancora di più quanto stiamo dicendo!


La leggenda del dio dei Voguli sceso dal cielo perché figlio di una donna che ne era stata espulsa è esemplare; questa ultima giungendo dal cielo sulle rive del fiume Ob partorisce il figlio in un modo inconsueto. Forse la donna non è altro che una metafora. Ci viene da pensare ad un veicolo spaziale portatore di civiltà:

“Sotto l’ascella destra della madre si sono staccate due costole: esce alla luce un bimbo dalle mani e dai piedi d’oro” (carrello d'atterraggio in bronzo? n.d.r.).

Esiste tuttavia un’altra variante del medesimo mito che fa chiaramente riflettere su come la vita di questi fanciulli non fu facile; inizialmente deboli e per lo più non riconosciuti, oltre che maltrattati dagli uomini, decisero, secondo alcuni studiosi, di "rinchiudersi nella loro pelle" (veicolo cosmico o mezzo anfibio con il quale erano giunti sulla terra?) per temprarsi e affrontare il mondo:

“Suo padre lo mise in una culla falcata da curve d’argento e lo fece discendere nel mondo degli uomini, abitanti della terra inferiore. Sul tetto dello zio-uomo dalle piume d’aquila cadde egli, con il fracasso di un potente tuono”.


Immagine
Charun, un antico demone venerato dagli Etruschi.
Trattasi dell'ennesimo essere extraterrestre forse giunto
nell’Italia antica. Le ali e le orecchie a punta farebbero
pensare ad esso come a un viaggiatore spaziale capitato
nell’Italia degli Etruschi.

Il mito prosegue poi con il triste destino del fanciullo “percosso ogni giorno con un battitoio di ossa di mammut” e disegnato come vittima per un sacrificio. Il fanciullo poi, secondo il mito, si erge nella sua forza terrificante e fa piazza pulita del nemico. Un passo particolare poiché fa notare come la conquista della fiducia degli uomini di quell'epoca fosse molto difficile da ottenere, nonostante il fanciullo fosse molto “speciale”. Possiamo immaginare antichi indigeni chiamare "culle" antichi veicoli cosmici giunti sulla Terra dentro al quale vi era il fanciullo divino.

Il caso di Achille (così come quello di Ercole), che mentre era nella culla uccise con la forza delle braccia due serpenti che volevano attentare alla sua vita è anch'esso significativo. Sebbene si tratti solo di un racconto epico, la forza sovraumana del fanciullo, reso invulnerabile come sappiamo dalla immersione del suo corpicino, eccetto i talloni, in acque da parte della madre, fa sospettare chiaramente come anche lui fosse un fanciullo divino inviato sulla Terra dagli dèi.

Poniamo l’accento sull’aspetto di questi fanciulli, descritti con occhi di fuoco e capelli di sole, e sul fatto che gli dèi del pantheon greco erano descritti come esseri biondi dagli occhi chiari; potremmo anche comparare questi fanciulli alla razza degli Elohim, che secondo alcuni giunsero diversi secoli fa sulla Terra per creare la vita. Non è possibile che si tratti di un'unica razza che assunse nomi diversi a seconda delle varie civiltà con le quali venivano in contatto? Facciamoci caso. Sia presso gli Egizi sia presso gli antichi Americani sia presso i popoli orientali che oceanici, inclusi i popoli nordici, tutti gli esseri sono descritti come biondi, alti e dagli occhi azzurri! Così presso i Greci si chiamavano Zeus, Minerva, Poseidone, etc. Mentre, presso gli Aztechi si chiamavano Quetzacoatl, Tlaloc, e così via!
Immaginiamo un antico mondo: degli astronauti extraterrestri arrivano sulla Terra per portare l'umanità verso uno stadio di evoluzione superiore. A quanto pare, molti esseri curiosi che la letteratura e l’arte antica hanno avuto modo di descrivere, potrebbero essere stati il frutto di esperimenti e di modificazioni genetiche condotte da questi antichi visitatori spaziali.

Simile a quelli già narrati è il mito di Kullervo, figlio di una povera schiava. Si tratta di un racconto che fa parte del Kalevala, il poema epico finnico. Il mito vuole che, ancora neonato, sia uscito dalla culla e abbia ucciso i suoi padroni, che lo volevano morto. Il mito ci narra:

“I nemici cercarono di annientare Kullervo con tre mezzi che sembrano simboleggiare le forze della natura: acqua, fuoco e aria. Infatti lo mettono in una botte e lo gettano in mare, ma il fanciullo, dopo tre notti, si adegua all’elemento liquido, tanto che lo si trova seduto in mezzo ai flutti, che impugna uno strano arnese “dal manico di rame, che regge un filo di seta”con il quale misura l’acqua ("Una sonda? Un’arma? Un ignoto mezzo di sopravvivenza?" Si chiede Kolosimo!). Viene buttato allora nel fuoco: di lì a tre gironi lo si vede illeso, intento ad ammucchiare i carboni con un altro strumento fabbricato dal nulla. In seguito è impiccato, ma ancora non muore: eccolo subito dopo occupato ad incidere sulla corteccia di un albero strane figure, con qualcosa che pare un punteruolo” (Un messaggio spaziale?" Si chiede ancora Kolosimo).
Leggendo bene il mito ci si accorge che il bimbo torna in vita dopo tre giorni: non sono gli stessi giorni che impiegò Gesù per risorgere? Sappiamo inoltre che Gesù già da bambino manifestava segni di maturità, parlando ai saggi del tempio: forse fu anche lui uno dei tanti fanciulli divini di cui stiamo discutendo? Basti ricordare che anche la vita di Gesà sembrerebbe essere stata costruita a dovere. Il suo giorno di nascita, il 25 dicembre, coincide guarda caso con quello di un dio pagano risalente a centinaia di anni prima, Mitra, adorato dai romani prima dell'avvento del Cristianesimo.

In ogni cultura, gli dèi inviano i loro figli in mezzo agli uomini per civilizzarli e aiutarli nel loro cammino evolutivo.

CIVILTÀ MISTERIOSE ED EXTRATERRESTRI NELL’ITALIA ANTICA

Abbiamo quindi parlato dei fanciulli divini. Vediamo ora, nello specifico, il mito della fondazione di Roma, descritto dallo storico Tito Livio. Procediamo per ordine. Sia nella nascita che nella vita i gemelli romani potrebbero essere stati assistiti da esseri di altri mondi. Analizziamo per un momento la figura di Numa Pompilio, secondo (ancora leggendario, n.d.r.) re della dinastia regia. È noto per la riforma del calendario romano, con l’introduzione di vari miti, e per il suo regno di bontà e giustizia. Si dice che avesse come consigliere la ninfa Egeria, con la quale s'incontrava di nascosto. Le ninfe potrebbero essere state degli esseri soprannaturali che avrebbero operato nel nostro passato, guidando gli esseri umani.
Si dice che questa ninfa abbia consigliato di rapire gli dèi Picus e Faunus, così da chiedere a Giove un riscatto. Il dio dell’Olimpo manifestò la propria volontà tramite un fulmine e promise al re protezione inviando uno scudo dal cielo. Il mito potrebbe tradursi, per diletto, come l’arrivo di una viaggiatrice spaziale che, innamoratasi dell’eroe terrestre, gli consigliò di rapire gli extraterrestri sopra citati chiedendo in cambio al comandante, il nostro Giove, un solenne riscatto. Peter Kolosimo sospetta che Numa abbia potuto ricevere in cambio un dono anacronistico, o poteri con il quale avrebbe potuto compiere miracoli che avrebbero sbalordito i Romani, guadagnandosi la loro stima e ottenendo in tal modo la corona. Diogene di Alicarnasso ci dice infatti di come Numa convocavava persone a casa sua, mostrando loro il povero arredamento domestico inadatto ad ospitare persone, intimandoli poi di tornare per l’ora di cena. All’ora stabilita gli invitati tornavano da Numa e rimanevano sbalorditi quando notavano una casa ricca di mobili e di tavole colme. Vedendo tutte quelle meraviglie pensavano che fosse assistito da una dea. È possibile quindi che a un certo punto della storia, esseri di altri mondi scesero nell’antico Lazio e decisero di fondare una genealogia di re e di genti.
Questa teoria và a braccetto con quella secondo la quale gli extraterrestri avrebbero potuto fondare specifici gruppi culturali, come nel caso degli Annunaki, che avrebbero creato i Sumeri.

Avendo dato l'avvio al popolo di Roma, gli stessi gruppi extraterrestri che scesero nel Lazio, avrebbero aiutato anche altri uomini valorosi nel diventare re, grazie alla loro tecnologia avanzata. La stessa dea celeste avrebbe impartito a Numa importanti conoscenze astronomiche e tecnologiche che il re riportò in dodici libri appositamente chiusi, per suo espresso desiderio, in un cassa (qualche analogia cono l’arca della alleanza?) di pietra.
Circa 400 anni dopo piogge intense fecero affiorare l’arca e si rischiò che il suo contenuto potesse essere letto dai cittadini. Il Senato, intuita la pericolosità, decise che i libri avrebbero dovuto essere incendiati, poiché rivelavano i più profondi segreti religiosi di Stato. Quali segreti conteneva questa misteriosa cassa? Qualche indizio lo potremmo trovare leggendo le gesta di altri re di Roma.
Tullio Ostilio, si dice, procurò diverse noie alle popolazioni circostanti il Lazio. Probabilmente, la cosa non andò giùagli dèi, che forse avevano un certo interesse a mantenere un controllo su quella porzione di terra, e lo ammonirono con "una pioggia di pietra". Preoccupato da tal disagio, decise di ingraziarsi gli dèi, ma il proposito fu vano tant'è che, stando a un interpretazione paleoastronautica, avrebbe letto dai testi di Numa, che sarebbero sopravvissuti in qualche copia, le istruzioni per fabbricare dei potenti lancia-laser che decise di usare contro gli dèi.
Il vecchio re dovette fallire; ricevette una potente scarica (non si sa bene di che cosa), che distrusse la sua casa. Come dovremmo interpretare quindi il fatto? Cosa successe effettivamente nell’antico Lazio? La storia che conosciamo non è che il camuffamento di una storia che vede antichi monarchi romani in contatto con esseri di altri mondi?
La storia dei primi quattro re si conclude con il re Anco Marzio, di cui nulla lascia sospettare un possibile contatto con esseri di altri mondi. Di lui si sa soltanto che dopo un periodo bellicoso instaurò un'era di pace, simboleggiato da numerose opere di cultura. Nuove ricerche ci svelano ancora profondi misteri di questi leggendari re. Ad esempio, si dice che in questi famosi libri, Numa spiegasse il segreto dell’elettricità, denominata “fuoco di Zeus”, e di come se ne servisse nel quotidiano, arrivando addirittura ad addobbare i suoi templi con dei parafulmini. Sappiamo di Tullio Ostilio che utilizzò queste tecniche per sfidare gli antichi dèi, ma il tentativo fallì visto che lo sfortunato individuo perì bruciato. Il segreto fu poi carpito da Porsenna, che usò questi fulmini per distruggere Bolsena e un misterioso mostro chiamato Volt. Cosa successe quindi? Antichi alieni istruivano i romani sulle tecniche dell’elettricità? Di quali misteriosi segreti furono detentori primi monarchi romani? Da chi li ebbero in dote?
La storia prosegue con la dinastia dei Tarquini dove i richiami ad esseri spaziali sono più vivi che mai. La storia della casata dei Tarquini inizia con Lucumone: un principe etrusco che emigrò nel Lazio in cerca di gloria. A quanto pare, fu lui il primo e vero re romano che ebbe la capacità di unire i vecchi villaggi, trasformandoli in quella che sarà l’antica e vera Roma. La storia inizia quindi nel 575 a.C. con questo misterioso individuo etrusco. La leggenda narra di come un aquila, arrivando dal cielo, gli prese il copricapo e glielo rimise in testa. Stando all’interpretazione della moglie, presto sarebbe diventato un monarca. Molti studiosi hanno tracciato parallelismi con le epopee americane, secondo le quali un episodio analogo si sarebbe verificato in America: il re sarebbe stato designato in un modo analogo, un condor gli mise una corona sulla testa. Da questo parallelismo si è pensato agli Etruschi come originari delle terre andine. Basandoci su quanto detto finora è possibile che a dare la il via alla storia di Roma sia stato un etrusco che originariamente avrebbe fatto parte di una cultura non europea, bensì andina, e non più il Romolo della leggendaria tradizione. Gli dei celesti non tardarono a farsi sentire: essi "regalarono" a Lucumone un figlio in modo inconsueto. Secondo la leggenda, la sua schiava, mentre cucinava, vide un fallo ergersi dalle fiamme e la vessatissima moglie di Tarquinio interpretò il fatto come una nascita. Il lucumone ordinò quindi alla schiava di sistemarsi fra le fiamme ed eccola quindi uscire con un bambino dai capelli rossi e dall’aspetto splendente. Quel bambino verrà chiamato Servio Tullio. Potrebbe questa leggenda mascherare una abduction e la nascita di un ibrido (Servio Tullio), per metà umano, per metà alieno?
L’ennesimo fanciullo divino, nonostante le numerose opere di bene, non ebbe una buona vita ed eccolo assassinato da un certo Tarquinio conosciuto poi come il superbo. Costui non fu ben voluto dal popolo romano visto il suo mal governo e gli atteggiamenti da despota assoluto. Un solo episodio ci fa pensare che, anche in questo caso, intervennero esseri di altri mondi. È il caso della Sibilla cumana, che durante l’attacco a Cuma offrì al monarca dodici libri per trecento pezzi. Tarquinio rifiutò e il giorno dopo la Sibilla si ripresentò con nove libri dichiarando di aver bruciato gli altri tre. Giunse un altro rifiuto e il giorno dopo l’anziana signora si presentò con sei testi, dichiarando che se il re non li avesse comprati allo stesso prezzo dei dodici, li avrebbe consegnati al nemico. I libri contenevano precetti per il futuro di Roma e il monarca si vide costretto, forse accortosi della serietà del fatto, a prenderli. Si trattava forse degli stessi libri custoditi a suo tempo da Numa Pompilio? Gli stessi dodici libri divini? C'è qualche attinenza con le 12 tavole della legge realizzate in epoca repubblicana?


Immagine

Questa pittura parietale rinvenuta nella tomba dell’Orco a
Tarquinia mostra Tuchulcha: un demone del pantheon
etrusco nell’attesa di colloquiare con un iniziato .Vuole
alludere a un tempo magnifico quando antichi extraterrestri
scesero nell’antica Italia per portarla verso un livello
culturale superiore.

La leggenda ci dice poi di come Tarquinio fosse spodestato dall’ istaurarsi della Repubblica; qui finiscono le incursioni spaziali nell’antica Roma. È possibile che gli antichi extraterrestri lasciassero antiche conoscenze che altri monarchi e personaggi importanti di Roma usarono, come i telescopi, le lenti o le tecniche delle lampade eterne? Dischi volanti, probabilmente, continuarono a solcare i cieli di Roma, per poi finire nei testi con il nome di Clypea Ardentes (da qui il termine clipeolgoia), ovvero, "scudi roventi". Le presenze di possibili antichi extraterrestri nell’antica Roma finiscono qua, almeno apparentemente. Non è escluso che fatti enigmatici possano essere accaduti ancora in seguito. È chiaro quindi che gli etruschi ebbero un ruolo significativo per il nascente nucleo romano. Gli etruschi di quel periodo entrarono in contatto con esseri di altri mondi, che poi raffigurarono con sembianze di demoni nelle loro tombe? Molto conosciuto è un affresco di Tarquinia, realizzato nella cosiddetta tomba dell’orco (lo possiamo vedere a fianco) che mostra un antico etrusco colloquiare con un essere alato, con testa di uccello. Che dire dei numerosi demoni etruschi rappresentati in queste pitture parietali tombali? Girando per le numerose città etrusche si avverte come un senso di infinito che ci proietta verso un passato mitico ed enigmatico. Ciò che è stato rappresentato nella tomba dell’orco potrebbe essere il ricordo di antiche cerimonie condotte nei luoghi sotterranei delle città etrusche, lì dove forse i sacerdoti etruschi venivano iniziati da esseri cosmici. Questa teoria è ancora più accentuata dalla misteriosa religione etrusca che, come abbiamo detto, era praticata in luoghi nascosti, seguendo specifici rituali di sapore esoterico; celebrata da monaci che indossavano maschere di demoni. Sappiamo che molti hanno voluto vedere nelle maschere rituali dei popoli primitivi il ricordo della discesa di antichi visitatori che li istruirono. I sacerdoti etruschi volevano forse fare lo stesso?Voleva ripetere quelle cerimonie che un tempo visitatori cosmici fecero iniziando capi etruschi?Quando si parla di religione etrusca si riferisce anche a quei culti, di stampo greco ma di origine sicuramente asiatica, che vedono precisi momenti in cui gruppi di persone si abbandonavano a pratiche lascive; queste cerimonie molto particolare sono rappresentati negli affreschi delle tombe delle città etrusche.

Potremmo pensare,con un piccolo sorriso,che queste cerimonie fossero diciamo condotte in un antico tempo da esseri spaziali?Condotte, come abbiamo detto, sempre in luoghi sotterranei ed enigmatici?Perchè poi questo continuo rivolgersi degli Etruschi a mondi dell’oltretomba che ci dicono popolati dai demoni ?
Sappiamo anche che un mito etrusco parla di Tages, il fanciullo divino che fuoriesce dal seno della Terra. Forse qui si allude a un avanzato regno sotterraneo fondato dagli dèi etruschi? Quando i signori dell’oltretomba andarono via, i sacerdoti etruschi continuano a condurre le cerimonie antiche indossando le maschere che riproducevano i volti degli antichi signori del cosmo, così come in molte altre parti del mondo (ricordiamo ad esempio le maschere dei Dogon africani, che raffigurano i loro dèi, i Nommo).

Tornando all’origine degli Etruschi si è spesso parlato della loro lingua, così diversa dagli idiomi indoeuropei. Alcuni studiosi di glottologia hanno notato una forte affinità con le lingue andine. Secondo la docente Natalia Rosi, i vocaboli etruschi sarebbero simili a quelli sudamericani, tanto che si è optato per l’origine amerinda degli stessi Etruschi. Questi ultimi e i popoli della Mesoamerica derivavano forse dalla medesima matrice culturale? Ancora una volta Atlantide riecheggia con la sua ombra sulle principali culture del mondo. Curioso che le mura delle città etrusche fossero in tutto e per tutto simili a quelle sudamericane: questo ci farebbe pensare all’arrivo degli Etruschi dal Sud America. Uno studio approfondito ha comparato i vocaboli delle due lingue, etrusco e Quechua-Aymara:

ETRUSCO

QUECHUA-AYMARA
Index: nome arcaico del dio Sole

Inti: dio del Sole
Ayta: divinità infernale

Aytha: grida di dolore
Anda: vento freddo del Nord

Anta: il vento freddo e impetuoso del Nord
Chiton: corta tunica

Chiti: corto, piccolo
Giove: divinità suprema

Jawa: colui che sta sopra tutto
Mercurio: dio del commercio

Marqai: trasportare merci
Velchan: dio del fuoco

Wilca: il dio Sole, calore, ardore

È chiaro che gli idiomi citati sono molto simili. Come si può spiegare questa cosa?
Le statue e le rappresentazioni italiche, specie quelle apule, ci rappresentano spesso esseri serpentiformi con lunghe braccia e con strani volti: potrebbe essere state realizzate a testimonianza dell’arrivo di esseri cosmici? Furono essi stessi a fare da tramite tra le diverse popolazioni del mondo antico? Cosa dire infine delle misteriose civiltà sorte nel Piemonte antico e nelle Alpi, dove ritroviamo il più delle volte rappresentazioni di esseri cosmici in numerose incisioni rupestri (vedi_Val Camonica, n.d.r.). Queste antiche popolazioni conoscevano benissimo l’astronomia, e lasciarono tracce monolitiche sul loro cammino, a guisa di grandi calendari di pietra. Opere incredibili, realizzate con tecniche a noi ancora sconosciute. Da chi le attinsero? Forse dai misteriosi esseri che si presero la briga di rappresentare? Ammettendo che esseri extraterrestri possano aver influenzato la Grecia antica, questi stessi viaggiatori spaziali potrebbero essere passati anche dalla Magna Gracia, suggerendo agli antichi italici i loro fantastici miti. Quel che successe veramente nell’Italia antica rimane un mistero. Ancora lunghe ricerche ci attendano pronte a svelarci, un giorno, un mondo ignoto e magnifico.

PASQUALE ARCIUOLO



http://www.croponline.org/romoremo.htm


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MessaggioInviato: 08/10/2013, 20:22 
E' incredibile.



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la prima religione nasce quando la prima scimmia, guardando il sole, dice all'altra scimmia: "LUI mi ha detto che TU devi dare A ME la tua banana. (cit.)
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MessaggioInviato: 08/10/2013, 21:15 
Cita:
MaxpoweR ha scritto:

E' incredibile.


Che la fondazione di Roma risalga proprio al periodo indicato dalla tradizione, ossia alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo (la Tradizione riporta esattamente il 21 Aprile del 753 A.C) è ormai un dato di fatto archeologicamente accertato dai lavori di Andrea Carandini.
Fino a non molto tempo fa si rideva letteralmente della tradizione, poi ci si è dovuti arrendere all'evidenza.
Tuttavia proprio Carandini fa notare tracce di possibili insediamenti precedenti sul Palatino e dintorni, dato questo che riecheggia nell'Eneide. Quando Enea visita i luoghi su cui sorgerà Roma vi troverà gli arcadi di Evandro, nonché Gianicolo e Colle Saturnio mostranti tracce di insediamenti precedenti.

La questione dell'aratura rituale è anch'essa attestata in varie parti d'Italia. Quindi non si deve pensare che non sia stato possibile ad un primo Re fondare ritualmente una città su insediamenti preesistenti; anzi, probabilmente le cose andarono proprio come la tradizione racconta: osservazione del volo degli uccelli (cosa normale fino in età storica) onde trarne gli auspici, scelta del luogo su cui già erano presenti insediamenti umani, conflitto per la prerogativa a regnare, fondazione rituale del regno con il gesto dell'aratura, ripopolamento del luogo inizialmente con gente latina, quindi sabina (ossia di lingua osco-umbra, come quella dei sanniti), infine etrusca (riecheggia nelle tre tribù dei ramni = latini, luceri = etruschi, tizii = sabini).

Quindi probabilmente quanto racconta la tradizione è semplicemente vero, in essenza.

Per quanto riguarda i bambini allevati da animali ci sono stati molti casi ben accertati in epoca moderna di bambini allevati fino alle soglie dell'adolescenza da scimmie o da lupi in Asia o Africa nera.

Quindi non è impossibile che due fratelli gemelli siano stati davvero allattati in un primo momento da una lupa, per poi essere trovati ed allevati da un pastore (Faustolo) e da sua moglie (Acca Larentia). Non lo sappiamo, naturalmente, ma non si può escludere.

Quanto all'origine misteriosa, ossia la madre di Romolo e Remo (Rea Silvia) ingravidata nel sonno da Marte, c'è da dire che la tradizione tibetana offre ancora oggi esempi di lignaggi che pretendo di essere nati in questo modo, ossia per ingravidamento avvenuto nel sonno/sogno da parte di esseri semidivini, a tacere dall'immacolata concezione di Maria. Quanto alla scomparsa di Romolo e di Enea, in entrambi i casi vengono avvolti da una nube durante un temporale e semplicemente scompaiono.

Non nego che, volendo leggere in chiave ufologica il tutto, le concordanze non mancano. Ma non è l'unica chiave, però. Difficile sapere come andò.


Ultima modifica di quisquis il 08/10/2013, 21:23, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 08/10/2013, 21:35 
A proposito dell'arcaicità di Saturno ed al suo legame con l'Italia, c'è da dire che il Saturno latino non coincide col Chronos greco. Saturno è un Dio felice dell'età dell'oro, un Dio civilizzatore che insegna l'agricoltura e le arti ai popoli italici, non ha i tratti cupi del Dio greco e nemmeno viene particolarmente associato al fluire del tempo.
Venne dal mare su una vascello, una nave e venne accolto da Giano (altra figura arcaica tipicamente italica) nel Lazio.
Ed i versi latini più arcaici erano naturalmente detti Saturnii.

Faccio notare che Arturo Reghini individuava proprio nella figura di Saturno e nei suoi misteri l'unico nucleo iniziatico autenticamente romano, indigeno d'Italia e non importato da altrove, nemmeno dalla Grecia. E del resto la stessa parola iniziazione è latina (in-ire, andare dentro).


Ultima modifica di quisquis il 08/10/2013, 21:41, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 14/10/2013, 00:13 
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La Civiltà Ipogea

In tutto il pianeta si ritrovano leggende che riguardano misteriosi mondi sotterranei e vaste reti di gallerie che collegano paesi anche distanti tra di loro. Ma forse in ogni leggenda c’è un fondo di realtà. E’ con questa idea che ho iniziato una serie di ricerche effettuate nel territorio italiano e in massima parte in quello dell’antica Etruria, che mi hanno portato ad avanzare la seria ipotesi che parecchi siti ipogei, ora attribuiti alle civiltà del Centro Italia, fossero solamente riutilizzati dagli stessi ma, in effetti, fossero stati realizzati da una civiltà tecnologica molto antica che aveva abitato quella come molte altre zone della penisola e del pianeta.

Dapprima l’ipotesi e in seguito una sempre maggiore certezza, hanno fatto propendere verso la seria possibilità che parecchi siti ipogei, ora attribuiti alle civiltà del Centro Italia (Etruschi, Falisci e Romani), fossero solamente riutilizzati dagli stessi a fini cultuali, sepolcrali o come cave ma, in effetti, fossero stati realizzati da una civiltà tecnologica molto antica che aveva abitato quella come molte altre zone della penisola e del pianeta.

L’idea che ha stimolato tale tipo di ricerca è giunta quale verifica e approfondimento di quanto a suo tempo ipotizzato e propugnato dall’ing. Marcello Creti fondatore dell’omonima Fondazione presso Sutri (VT). Col presente lavoro si è cercato di proseguire ed approfondire la sua idea iniziale cercando di completarla con altri dati dandogli in tal modo una valenza oggettiva e scientifica.

Analizzando attentamente e senza preconcetti i siti che verranno esaminati nel corso del presente lavoro, si noterà come un determinato tipo di tipologia di scavo e di uso siano difficilmente attribuibili ai popoli storici che hanno abitato quelle aree.

Un’ipotesi, anche se può sembrare azzardata, deve essere portata avanti se si adatta ad una spiegazione oggettiva degli insiemi esaminati e finché non si scontri con l’oggettività dei fatti, anche se non si colloca in quanto ufficialmente acquisito.

La teoria di una civiltà tecnologica che ha preceduta la nostra e che ha dato le basi alla nostra civiltà ha le sue radici nel mito di Atlantide, ma anche su miti e molteplici fonti che narrano di diverse antiche civiltà che hanno popolato il nostro pianeta, in massima parte misconosciute dalla scienza ufficiale.

Questa Civiltà Ipogea avrebbe preceduto la nostra di diversi millenni e, in base le ricerche effettuate danno adito a pensare che un tale tipo di civilizzazione sia realmente esistita sulla Terra, dando vita al mito degli dei dell’antichità.

Diverse e peculiari sono le caratteristiche che possono distinguere questo tipo di Civiltà dalle popolazioni storiche e fanno soprattutto riferimento alla tipologia costruttiva dei siti ipogei.

Tali siti si sviluppano anche per parecchi chilometri nel sottosuolo di molte parti del pianeta, andando a formare vaste e spesso intricate reti di gallerie e cunicoli, intervallati da ampie stanze a saloni sotterranei. Molti riconosceranno in questa descrizione quella rete di gallerie che oggi è nota con il nome di catacombe ma la cui origine, effettivamente, risale a molti millenni prima e che sono state solo “riusate” dai popoli storici e quindi a loro erroneamente attribuite. Fra queste anche la rete di gallerie, attualmente famosa per la cronaca, in cui si sarebbero rifugiati i Talebani di Bin Laden, anche queste erroneamente attribuite ad epoca moderna ma effettivamente molto più antiche e solo riutilizzate e riadattate ai loro scopi.

LE PROVE ARCHEOLOGICHE

La prova si può trovare nel tipo di lavorazione di tali siti che non è compatitile con la tecnologia nota in uso alle popolazioni storiche cui sono attribuiti. In tali ipogei si possono trovare delle caratteristiche lavorazioni che sono loro peculiari.

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Le nicchie, presenti numerose in questi siti hanno forme e dimensioni diverse, anche se la gran parte si presentano di forma semicircolare. Questo è un tipo di scavo che, secondo l’archeologia ufficiale, è caratteristico dei siti catacombali ed è un arco semicircolare, vario per dimensioni, chiamato “arcosolio”. L’origine di tale tipo di nicchia viene normalmente datata al II o III secolo d.C. e la sua utilizzazione quale particolare sepoltura dei siti cristiani. Questa attribuzione, come erroneamente spesso avviene, è stata data in base ai reperti in esse trovati che quindi fanno coincidere la data di utilizzo con quella di realizzazione, non considerando il fatto che l’utilizzazione può essere anche successiva alla realizzazione.

Non si spiega altrimenti la presenza di fatture del tutto simili in aree attribuite alla civiltà etrusca in epoche risalenti anche a mille anni prima. Ma si trovano anche in altre parti del mondo, in siti sotterranei con caratteristiche identiche, e sempre erroneamente attribuite alle popolazioni stanziali della zona.

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I passanti sono l’altra peculiarità. Essi, costituiti da “colonnine” ricavate nella parete, sono spesso collegati a delle nicchie . Un’ovvia deduzione porta ad ipotizzare che tali manufatti siano tra loro collegati. Entro il passante doveva passare naturalmente qualcosa di flessibile collegato alla nicchia che, a questo punto, doveva servire come alloggiamento di un qualche cosa di servizio. A volte se ne possono trovare sulle pareti, accanto a tracce di scavo regolari e di andamento circolare. Questo “qualcosa di flessibile” nell’antichità conosciuta poteva essere solo una corda o qualcosa di simile; ma perché far passare una corda dentro un passante del genere? Alcuni archeologi hanno ipotizzato che servissero per legare gli animali ma, analizzando la questione tale teoria non ha alcun senso, principalmente per due motivi. Non avrebbe infatti senso fare un passante (difficoltoso da realizzare) di tufo per legare un animale che l’avrebbe facilmente spezzato vista la sua fragilità, mentre un paletto a terra avrebbe più facilmente, ovviamente e stabilmente assolto alla funzione. Altro controsenso è che troviamo questi passanti anche a diversi metri di altezza e non ha altrettanto senso legare gli animali a quell’altezza.

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Caratteristica la presenza di pozzi di accesso a gallerie e camere sotterranee, tutti eguali per fattura e dimensione e presenti in diverse zone attribuite a popoli ed epoche diverse. Il tipo di lavorazione, identico per tutti e del tutto differente da quello che può essere eseguito con strumenti manuali, fanno seriamente propendere per un tipo di lavorazione eseguita con mezzi meccanici tecnologici, del tipo di quelli che oggi vengono usati per scavare trafori e gallerie. Troviamo così, ad esempio, le stesse tipologie di scavo a Cerveteri, Ponza e Malta. Tutti comunque simili tra loro e con una tipologia di scavo stranamente somigliante a quello eseguito tramite fresa meccanica .

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Le ricerche effettuate hanno fatto propendere che tale civiltà fosse di un tipo del tutto diverso da quanto da noi oggi conosciuto, sia dal punto di vista fisico che tecnologico. Diverse ricerche fatte nel territorio danno adito a pensare che un tale tipo di civilizzazione sia realmente esistita sulla terra.

LE PROVE TECNOLOGICHE

In tutto il territorio troviamo la presenza di gallerie e cunicoli le cui pareti sono caratterizzate da un tipo di lavorazione regolare e costante , ben diversa da quella che si può normalmente eseguire con piccone o scalpello, che danno una tipo di scavo del tutto diverso. Infatti ogni tipo di strumento lascia la sua impronta caratteristica nel materiale lavorato, quasi una sorta di sua “impronta digitale”. La regolarità costante della sezione sempre omogenea e la lavorazione somigliano invece stranamente alle tracce che vengono odiernamente lasciate dalle fresatrici meccaniche per lo scavo delle gallerie, ma qui ci troviamo in siti che vengono ufficialmente datati ad epoca etrusca o tuttalpiù romana e queste popolazioni usavano solo piccone e scalpello, chi quando e come avrebbe quindi eseguito un tale tipo di scavo?

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Una delle basi di riferimento dell’Archeologia moderna è che una popolazione ed un’epoca storica possono essere classificati e datati a seguito della tecnologia e del tipo di manufatti ritrovati. Seguendo questo criterio è singolare voler attribuire il medesimo tipo di lavorazione a civiltà ed epoche diverse.

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La peculiarità di tali gallerie e cunicoli è che presentano una sezione, per la maggior parte ogivale o semicircolare, con un tipo di lavorazione delle pareti a “graffiatura”. Tale lavorazione si presenta sempre omogenea e costante per tutto il percorso dei cunicoli. L’archeologia ufficiale attribuisce tale tipo di lavorazione a destinazioni diverse che possono essere: cava di tufo, fini sepolcrali o grotte scavate per ricovero bestiame o attrezzi. Tali scavi sarebbero, secondo la versione ufficiale, stati eseguiti con piccone e rifiniti egualmente con piccone o scalpello e mazzuola.

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La risposta dell’Archeologia ufficiale a tale tipo di traccia è infatti che esse sia dovuta alla rifinitura delle pareti e della volta. Naturalmente non si capisce che senso avrebbe rifinire, ad esempio, le pareti di una cava di tufo, che sarebbero state dopo poco riusate per asportare il materiale.

Nel continuare a considerare l’ipotesi della cava, non avrebbe neanche senso mantenere una costante e ben precisa sezione ogivale in quanto, a parte l’inutilità di una tale precisione, la sezione quadrata è quella che consente comunque un maggior asporto di materiale, e quindi la sezione ottimale di scavo (la stessa sezione di scavo che troviamo nelle moderne miniere). Altro dato da considerare è che per le gallerie minori (60 cm. di larghezza) sarebbe impossibile lavorare ortogonalmente all’asse a causa della mancanza di spazio per eseguire il lavoro.

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Le tracce di scavo dovute al piccone le troviamo a Roma (es. catacombe “ad Decimum -) e in diversi siti catacombali come, ad esempio, a Naro in Sicilia , ove è chiara l’imprecisione dello scavo a seguito dell’attrezzo usato. Il tipo di lavorazione regolare che stiamo considerando, e che si può oggettivamente riscontrare, uguale per tutti i siti considerati, viene attribuito a destinazione, epoche e civiltà diverse. Il che risulta anomalo. Una delle basi di riferimento dell’Archeologia moderna è che una popolazione ed un’epoca storica possono essere classificati e datati a seguito della tecnologia e del tipo di manufatti ritrovati. Seguendo questo criterio è singolare voler attribuire lo stesso tipo di lavorazione a civiltà ed epoche diverse.

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La lavorazione considerata è invece stranamente molto simile a quella eseguita, in tempi moderni, per lo scavo di gallerie, tramite fresatrici meccaniche .

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Tale tipo di lavorazione lascia un’impronta caratteristica che è costituita da una “graffiatura” regolare della superficie e dal mantenimento costante e regolare della sezione e tipologia di scavo, come troviamo anche in queste antiche gallerie, in passato adoperate in parte anche come catacombe .

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Un tipo di segno ben diverso anche dalle tracce lasciate non solo dal piccone ma anche dallo scalpello .

LE TRACCE

In molte località del Lazio e anche in diverse parti nel resto del mondo sono presenti siti ipogei costituiti da gallerie e camere spesso collegati/e alla superficie mediante degli stretti pozzi . Il tipo di lavorazione, identico per tutti e del tutto differente da quello che può essere eseguito con strumenti manuali, fanno seriamente propendere per un tipo di lavorazione eseguita con mezzi meccanici tecnologici, del tipo di quelli che oggi vengono usati per scavare trafori e gallerie. ipo 13 300x203 La Civiltà IpogeaLe tracce sono chiaramente quelle lasciate dall’uso di una fresatrice meccanica, cosa che lascia ben pochi dubbi nel caso di tracce di scavo “circolari”, traccia che non può essere ottenuta con l’uso di strumenti manuali. Infatti ogni tipo di strumento lascia la sua impronta caratteristica nel materiale lavorato, qusi una sorta di sua “impronta digitale”. La regolarità dello scavo, la costante precisione della sezione ed il senso delle “graffiature” (ortogonali all’asse) sono chiare tracce di un intervento di tipo tecnologico, troviamo infatti tracce identiche nella lavorazione moderna eseguita con fresatrice meccanica. Alcune tesi “ufficiali” affermano che tali tracce sono dovute alla “rifinitura” dello scavo. A queste tesi si possono opporre delle evidenti controdeduzioni. Nell’eseguire lo scavo di una galleria con il piccone si segue ovviamente il senso longitudinale, attaccando la parete perpendicolarmente, a causa di ciò i segni lasciati da piccone sarebbero longitudinali all’asse della galleria, mentre qui troviamo delle tracce ortogonali.

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La risposta dell’Archeologia ufficiale è che tali tracce (ortogonali) siano dovute alla rifinitura delle pareti e della volta. Naturalmente non si capisce che senso avrebbe rifinire le pareti di una cava di tufo, che sarebbero state dopo poco riusate per asportare il materiale. Ben diverso invece è il tipo di traccia che si trova nei cunicoli scavati nel tufo in epoca romana oppure, nel caso di rifinitura della parete da parte di malimpeggio si possono notare chiaramente le tracce lasciate dall’uso di finitura del piccone, costituite da piccole tracce non parallele tra loro.

Nel continuare a considerare l’ipotesi della cava, non avrebbe neanche senso mantenere una costante e ben precisa sezione ogivale in quanto, a parte l’inutilità di una tale precisione, la sezione quadrata è quella che consente comunque un maggior asporto di materiale, e quindi la sezione ottimale di scavo (la stessa sezione di scavo che troviamo nelle moderne miniere). Tale sezione e tipologia di scavo è verificabile nella “Cloaca maxima” a Roma, dove si vedono chiaramente le tipiche tracce del piccone sulla volta. Altro dato da considerare è che per le gallerie minori (60 cm. di larghezza) sarebbe impossibile lavorare ortogonalmente all’asse a causa della mancanza di spazio per eseguire il lavoro, come già notato in precedenza. Inoltre i romani non erano grandi costruttori di gallerie 2, come attribuire quindi loro i centinaia di chilometri di scavi nel territorio?

L’archeologia ufficiale comunemente attribuisce la costruzione delle gallerie e dei cunicoli agli etruschi, che avrebbero realizzato tali scavi allo scopo di rifugiarvisi durante le guerre. A parte le considerazioni fatte precedentemente per il tipo di lavorazione, non avrebbe alcun senso costruire per difesa piccole gallerie facilmente accessibili ove ci si sarebbero ben presto trovati intrappolati in caso di assedio e, altrettanto, non avrebbe senso scavare un rifugio con quella precisione e regolarità di scavo e sezione.

In conclusione tutte le prove e considerazioni portano ad escludere un tipo di lavorazione manuale fata da popolazioni storiche, mentre si affaccia prepotentemente un’ipotesi di tipo tecnologico avanzato, da parte di una civiltà scomparsa durante l’ultima era glaciale.

Nel precedente articolo è stata tracciata l’ipotesi che diversi siti, ora attribuiti a civiltà storiche, siano invece stati realizzati in precedenza da una civiltà evoluta e solo da essi riutilizzati.

Cercheremo quindi, per quanto possibile, di accertare o perlomeno ipotizzare quale tipo civiltà abbia prodotto questi siti e quanto tempo fa…
LA LAVORAZIONE

Andando ad esaminare più particolareggiatamente la lavorazione ci troviamo, ad esempio a necropoli della Banditaccia a Cerveteri, alla presenza di un pozzo (come altri centinaia nel territorio e migliaia nel mondo), provvisto di pedarole, quindi originariamente ispezionabile o comunque percorribile, ma per arrivare dove? Sicuramente non è di servizio alle tombe, in quanto non vi accede e prosegue molto più in profondità, dando sicuramente l’accesso ad ambienti ipogei tuttora inesplorati.. D’altronde è stato appurato che non era neanche un pozzo per l’acqua. Tali pozzi (stessa tipologia) sono presenti in quasi tutto il pianeta ed alcuni (es. Cappadocia) sono profondi anche parecchie decine di metri. Ora, lo scavo di tali pozzi con strumenti manuali di epoca storica non risulterebbe possibile per vari motivi.

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Innanzitutto bisogna considerare la tipologia dello scavo che si presenta come una graffiatura regolare che scende elicoidalmente in senso orario. Basterebbe questa considerazione per escludere un intervento manuale con l’uso del piccone. Il senso destrorso della graffiatura potrebbe essere stato eseguito solo da un operaio mancino e non penso sia accettabile e ragionevole pensare che tale pozzo, per tutta la sua profondità e gli altri pozzi simili siano stati eseguiti esclusivamente da una popolazione di mancini! Risulta invece “stranamente” del tutto simile alla tipologia di scavo che riscontriamo con l’uso di trivellatrici meccaniche.

La stessa ampiezza del pozzo (circa 60 cm.) avrebbe consentito solo ad uno scavatore di eseguire l’opera, ma per scavare un pozzo sono assolutamente necessarie due cose: aria e luce.

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Quando si arriva ad una certa profondità (già dopo 4 o 5 mt.) manca la luce necessaria per lo scavo, luce che si poteva ottenere solo con l’ausilio di torce le quali però, a causa del ridotto spazio disponibile, avrebbero solo contribuito a bruciare il poco ossigeno disponibile portando lo scavatore ad una rapida morte per asfissia. Non si sono inoltre trovate tracce di supporti per torce né tracce di bruciature sulle pareti, per cui il loro uso (oltre che non accettabile) non è dimostrabile.

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Una traccia molto particolare, che sembra confermare l’uso di una qualche apparecchiature meccanica, la troviamo sulla parete di una tomba, della stessa necropoli, poco considerata . Il chiaro andamento circolare di tale traccia e la regolarità dei solchi, escludono nel modo più assoluto l’utilizzo del piccone o dello scalpello, è invece una chiara traccia lasciata da una macchina provvista di punta rotante, esattamente lo stesso tipo di segno che rilasciano le moderne fresatrici.

Ma il sito risale, ufficialmente, tra l’VIII ed il VI sec. a.C.!
LA DATAZIONE

Ci troviamo spesso di fronte a gallerie e cunicoli che, stranamente non portano da nessuna parte o che si perdono nel vuoto. Ma a che serve una galleria? Normalmente si costruisce una galleria per collegamento o per servizio, ma queste considerate non erano sicuramente di adduzione e non sono neanche di collegamento, almeno attualmente. Gallerie simili avrebbero senso solo se fossero stati presenti altri ambienti, ora scomparsi a causa dell’erosione e del rifacimento del sito da parte degli Etruschi.

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Facendo riferimento a quest’ultima ipotesi è significativo il cunicolo, che possiamo notare all’inizio sulla destra del percorso della Via degli Inferi alla banditaccia , il quale risulta chiaramente scoperto dalla parete tagliata al fine di ricavare le tombe rupestri, quindi è senz’altro antecedente. Altre gallerie altrettanto anomale sono presenti nel territorio. Una esemplicativa può essere quella che si affaccia nel vuoto lungo la parete di fronte ad Orte facente parte di una piccola chiesa rupestre.

Tale galleria non avrebbe alcun senso ad esistere volendola allacciare ad epoca e vicende storicamente note. Non è adduttrice idrica né ha senso come collegamento di eventuali ambienti interni (non risulta sia stata esplorata) con qualche altra zona, visto che si affaccia sul vuoto. L’unica possibilità a dare senso all’esistenza di tale cunicolo, è quella che facesse parte di un antico collegamento ad ambienti che però adesso non esistono più ma che probabilmente erano presenti nell’area ora occupata dal vallone.

Comincia così ad affacciarsi un’ipotesi di valutazione per la sua antichità.

Se tale cunicolo era anticamente sotterraneo (come tanti altri identici per tipologia e che attualmente lo sono), lo era quando la vallata ancora non esisteva e quindi era occupata dal terreno che oggi risulta dilavato dai millenni di erosione e cedimenti che hanno portato alla morfologia attuale del territorio. Tale genesi geologica del territorio ha cominciato ad attuarsi quando, circa 50.000 anni fa, hanno smesso di eruttare i vulcani le cui eruzioni hanno caratterizzato la base sulla quale si è poi andata a costruire la morfologia che caratterizza l’attuale territorio del centro Italia, è da allora che è cominciata l’orogenesi del territorio. Siccome attualmente il cunicolo considerato si trova ad una cinquantina di metri dal fondo del vallone bisogna chiedersi: quanto ci hanno messo la naturale erosione e dilavamento a scavare il territorio tanto da scoprire in tal modo il cunicolo?

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Una valutazione sommaria potrebbe farlo risalire fra i 25.000 ed i 35.000 anni fa.

Una conferma a quanto sopra affermato può venire dall’analisi di un sito molto particolare nei pressi di Bomarzo.

Qui troviamo una serie di grotte artificiali, ora aperte verso il vuoto della vallata sottostante.

Tali “grotte” sono molto simili a quelle normalmente attribuite agli Etruschi per fini sepolcrali ma hanno delle caratteristiche del tutto peculiari.

Possiamo notare innanzitutto la caratteristica che abbiamo già osservato a Civita Castellana: tali cavità artificiali sono aperte verso il vallone sottostante e, ipotesi ovvia, è che si siano scoperti a seguito di erosioni e smottamenti del terreno. Al che la domanda è la stessa: quanto tempo fa? Tornano anche qui ad emergere prepotentemente ipotesi pre-storiche.

Notiamo inoltre che la stessa lavorazione del sito è del tutto anomala, presentando anche una sezione semicircolare , mentre gli Etruschi costruivano e scavavano in opera quadrata, per cui l’eventuale attribuzione di opere simili al popolo etrusco sarebbe completamente da rivedere.

LA DESTINAZIONE

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Una particolare tipologia è data dal fatto che sono presenti all’interno dei “letti” circolari e un letto circolare non può avere alcuna funzione sepolcrale. Serviva comunque sicuramente per alloggiare “qualcosa” di funzionale al luogo. Notiamo inoltre che la stessa lavorazione del sito è del tutto anomala, presentando anche una sezione semicircolare, mentre gli Etruschi costruivano e scavavano in opera quadrata, per cui l’eventuale attribuzione di opere simili al popolo etrusco sarebbe completamente da rivedere.

Peculiarità di questo sito è la presenza di numerose “nicchie” dette colombari. Tali strutture sono molto comuni in parecchi ipogei in molte zone del mondo, dandogli ogni volta destinazione, attribuzione e datazione diverse. La loro utilizzazione, oltre a quella medievale di ricovero per colombi, è “ufficialmente” quella di contenitori di urne cinerarie, quindi allacciate a siti sepolcrali. In questo sito non sono mai state trovate tracce di sepolture per cui è da rivedere la loro destinazione, lasciando quindi aperta l’ipotesi che anche le altre migliaia di colombari presenti in tutto il territorio ed il pianeta, siano solo stati riutilizzati e quindi erroneamente attribuiti.

Senz’altro particolare la presenza di una nicchia a quarto di sfera la cui funzione a fini sepolcrali è del tutto da rivedere. In particolare per la foto presentata si può evidenziare come i “colombari” abbiano forme diverse. Evidentemente e logicamente la forma di un contenitore è data in funzione di ciò che deve contenere e, nei casi considerati, i “contenitori” finora considerati non possono ospitare né sarcofagi né alcun altro oggetto cultuale conosciuto.

Un’importante considerazione può evidenziare l’errore di attribuzione.

ipo 20 300x202 La Civiltà Ipogeall sito è del tutto simile, praticamente la copia, di un altro sito archeologico presso Vitozza, nel grossetano. Quest’ultimo, dapprima attribuito ad epoca etrusca, è stato ridatato, a seguito di ritrovamenti fittili eneolitici, a diverse migliaia di anni prima evidenziando quindi l’erroneità della metodologia di attribuzione, di cui abbiamo parlato all’inizio. Non è infatti possibile che due siti del tutto simili tra loro vengano attribuiti a popoli ed epoche diverse, sarebbe solo la prova inconfutabile, ma mai ammessa, che sono molto più antichi ma solo riutilizzati da civiltà storiche ed erroneamente loro attribuiti.

Volendo avanzare un’ipotesi conclusiva, trattandosi di siti scavati con ogni probabilità, con mezzi tecnologici avanzati, tale tipologia serviva ad ospitare qualcosa collegato ad un sito tecnologico quindi, per quanto eretico possa apparire: macchine!

Questa ipotesi giustificherebbe anche la presenza dei “passanti” che, a questo punto, si potrebbe ipotizzare che quel “qualcosa di flessibile” collegato alle nicchie avrebbero potuto essere “cavi di alimentazione” !!!
L’ATTRIBUZIONE

L’archeologia ufficiale non ammettendo la possibilità che altre civiltà attualmente sconosciute abbiano preceduto i popoli storici, data questi siti in epoche conosciute relativamente recenti comunque sempre dopo la fine dell’ultima glaciazione.

La metodologia di attribuzione (e quindi indirettamente anche di datazione) si basa sul reperimento di manufatti (databili storicamente) e, conseguentemente, colloca tali siti archeologici nello stesso periodo e alla stessa popolazione. Bisogna però considerare il fatto che è’ sempre stato uso comune, da parte dei popoli che hanno riabitato siti precedenti, di recuperare quanto anteriormente lasciato da chi li ha preceduti, riadattandolo alle loro necessità, ed è proprio per questo che tale metodologia può presentare delle incongruenze e delle inesattezze.

Bisogna però considerare il fatto che è’ sempre stato uso comune, da parte dei popoli che hanno riabitato siti precedenti, di recuperare quanto anteriormente lasciato da chi li ha preceduti, riadattandolo alle loro necessità, ed è proprio per questo che tale metodologia può presentare delle incongruenze e delle inesattezze.

Il fatto che si trovino dei manufatti all’interno di un qualsiasi sito, conoscendo la loro epoca di appartenenza, non vuole necessariamente dire che chi ha lasciato quei reperti abbia costruito il sito stesso, può benissimo averlo riusato e riadattato alle proprie esigenze, proprio come facciamo noi attualmente con edifici antichi. Se tra qualche migliaio di anni gli archeologi del futuro trovassero in un palazzo del ’200 tracce di una abitazione del XX secolo, seguendo il medesimo criterio, dovrebbe attribuire la costruzione dell’edificio al “Mario Rossi” del XX secolo.

Metodologia più corretta sarebbe invece di paragonare la tipologia costruttiva ed architettonica con quella delle popolazioni stanziali dell’epoca. Se troviamo un “opus reticulatum” in qualsiasi zona dell’area mediterranea, possiamo dire con quasi assoluta certezza che è un’opera romana, infatti ogni epoca e ogni popolo sono caratterizzati da una propria e peculiare produzione artistica ed architettonica.

Nel’analisi di questi siti ci troviamo invece di fronte all’evidenza di una riutilizzazione da parte delle popolazioni storiche, questo perché, mentre troviamo la stessa tipologia di scavo con le stesse strutture di supporto in tutto il mondo, i medesimi siti vengono attribuiti ad epoche, culture e popolazioni diverse, metodo di attribuzione che va contro quanto sopra sostenuto.

La prova evidente si ha nel confronto tra due siti identici, uno nei pressi di Bomarzo (VT) e l’altro a Vitozza (GR) dove, mentre il primo è attribuito agli Etruschi il secondo (ripeto identico) è datato al neolitico.

Questa breve disanima, può far avanzare la concreta ipotesi che tutte le prove e considerazioni portano ad escludere un tipo di lavorazione manuale fata da popolazioni storiche, mentre si affaccia prepotentemente un’ipotesi di tipo tecnologico avanzato, da parte di una civiltà scomparsa durante l’ultima era glaciale. Anche se non son stati trovati resti umani o umanoidi che possano aiutarci con una certa certezza a capire il tipo di popolazione che ha costruito tali gallerie, possiamo trarne un idea esaminando le parti “percorribili” di tali siti dato che ogni razza edifica adattando le costruzioni alle sue le sue caratteristiche fisiche. Le parti percorribili che invito ad esaminare sono in particolari passaggi costituiti da stretti cunicoli di accesso e percorrimento fruibili con non poche difficoltà da noi moderni ed anche da popolazioni storiche note in quanto le loro esigue dimensioni, 1,20 mt. di altezza per 50-60 cm. di larghezza, non consentono un passaggio agevole e, a volte, lo impediscono totalmente. In pratica per fruire agevolmente di detti passaggi bisognerebbe avere, necessariamente e logicamente, una corporatura inferiore a quella della sezione dei passaggi stessi, tipo di corporatura che non appartiene ad alcuna specie nota che abbia vissuto sulla Terra e di cui si siano trovati i resti ma, stranamente simile, alla tipologia descrittiva di diversi casi di contatti ed abduction da parte di specie aliene. Si può quindi avanzare l’ipotesi che potrebbero essere queste le prove che una specie aliena abbia colonizzato il nostro pianeta in un lontano passato?
L’ESTINZIONE

Cosa potrebbe aver portato all’estinzione di questa, per ora, ipotetica civiltà e perché non vi sono tracce concrete della sua presenza?

Non abbiamo effettivamente notizie di una catastrofe tanto antica (a parte quella che avrebbe distrutto l’Atlantide tra l’8.000 ed il 10.000 a.C.- rif. Tolmann & Tollmann “Ipotesi dell’impatto cometario”) e che avrebbe potuto portare all’estinzione di una razza tanto avanzata.

Una interessante scoperta, le cui implicazioni potrebbero fare nuova luce su quanto ipotizzato, è quella riferita nel n. 35 di Nexus (nov. dic. 2001) dal titolo: “Allarme per il pericolo di una superonda galattica”.

Secondo i risultati di questa ricerca è stata scoperta un onda galattica di superenergia che sta viaggiando verso il sistema solare. Sembra che questa “onda di energia” abbia già presentato i suoi effetti intorno al 13-14.000 a.C. quando, secondo le tesi ufficiali, l’umanità era ancora in piena età della pietra. Gli effetti di tale onda energetica si ripercuoterebbero sui campi magnetici e d energetici della Terra, alterandoli in modo tale che genererebbero sconvolgimenti climatici di grande portata a livello mondiale, il che avrebbe già portato (per l’epoca passata) ad una grande estinzione di massa.

Abbiamo parlato di “alterazione di campi energetici e magnetici” e questo comporta anche una forte interferenza con apparati energetici che, sovraccaricati, esploderebbero andando in tilt. Questo causerebbe la fine pressoché immediata di ogni tecnologia avanzata che basi il suo sostentamento su fonti di energia, questo fatto, già di per sé gravissimo, associato ad una catastrofe globale causerebbe una rapida fine di ogni civiltà tecnologica.

Andando a trarne le conclusioni, se questa antica civiltà, come dimostrato dalla tipologia delle opere, era di un tipo tecnologico avanzato, avrebbe potuto l’impatto con questa “superonda galattica” essere la causa della sua fine.




http://www.acam.it/la-civilta-ipogea/


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