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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 13/06/2015, 21:31 
leggete questo ,si nota come il popolo Sikano avrebbe avuto rapporti con l'Egitto.
http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/133.pdf


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 06/07/2015, 18:14 
Non ci sono immagini delle strutture, da approfondire

Cita:
Sardegna, due anomale voragini al largo della base di Gladio a Pòglina

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A circa 11 chilometri da Capo Marrargiu ci sono due immense voragini di forma squadrata e regolare: larghe 40 metri, sprofondano per altri 160 dritte come giganteschi parallelepipedi nel sottosuolomarino. L’oceanografo Guido Gay, che di recente ha scoperto i relitti del piroscafo Crispi e del sommergibile Saracen dopo aver trovato tre anni fa i resti della corazzata Roma, non riesce a darsi una spiegazione. Parla di “fenomeno inedito e sconcertante” per quel che ha osservato al largo della costa tra Alghero e Bosa. “So solo che non ho mai visto nulla di simile in giro per il mondo, e in mare nei miei 76 anni sono stato ovunque“, ha aggiunto, perplesso per quegli incredibili pozzi che non si aspettava d’incontrare nei suoi percorsi subacquei.

Tante, comunque, le ipotesi per questo mistero nel mare davanti alla base di Pòglina. Un centro a suo tempo finito su tutti i giornali: proprio lì si addestravano, clandestinamente, gli uomini che avrebbero dovuto opporsi alla temuta invasione armata da parte dell’Urss e di altri Paesi dell’Est ai tempi della guerra fredda.

Così, in attesa di approfondimenti, gli interrogativi si sprecano. Un processo di erosione inedito ma di origine naturale? O i due giganteschi buchi sono punti d’uscita in mare di fiumi sotterranei d’acqua dolce che arrivavano sin lì in epoca ancestrale? Oppure le voragini sono state create da altri eventi al momento non precisabili?

Sardegna, due anomale voragini al largo della base di Gladio a PòglinaA complicare il giallo c’è una serie di dettagliatissimi particolari raccolti da Guido Gay nelle sue esplorazioni con sonar e robot da lui stesso progettati e costruiti. Per il momento l’ingegnere ha scandagliato a fondo soltanto una delle due colossali buche. “Ma sono pronto a fare tutte le verifiche necessarie anche nella seconda”, aggiunge senza esitazioni.

“Quei pozzi si trovano a una profondità di diverse decine di metri su una piattaforma marina uniforme e omogenea, se si fa appunto eccezione per le enormi voragini che si aprono senza vegetazione all’improvviso sul fondale roccioso” spiega Guido Gay, senza riuscire a nascondere la meraviglia per quanto ha potuto riprendere e fotografare grazie al robot Pluto Palla, una delle tante apparecchiature da lui stesso ideate, costruite e prodotte su scala industriale.

“Ancora più incredibili sono alcuni massi: sembrano lavorati da mani umane. – prosegue – Si trovano su una specie di terrazzamento poco sotto l’imboccatura delle voragini. Una è quadrata, l’altra triangolare. Delle dimensioni di una grande tanica per carburante, hanno persino i bordi arrotondati. In sostanza c’è di che restare veramente sbalorditi. Forse ulteriori ricerche permetteranno di giustificare tutto in termini scientifici“


http://www.segretiemisteri.com/2015/07/ ... a-poglina/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 20/10/2015, 01:15 
Cita:
Costantino Cattoi

Il Cacciatore di Giganti

Immagine

C.Cattoi sul Monte Argentario - Pianta Pietrificata

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Atlantide mitica,ma Tirrenide certa!

Tratto dall’Allegato N.11 del C.I.S.M.

L’enorme importanza degli studi del col. Costantino Cattoi
Il Col. Cattoi dopo lunghi anni di studi e di ricerche è riuscito a conoscere l’uso che si faceva dell’energia ritmica magnetica nelle ere passate. Essendo il Col. Cattoi diventato nostro carissimo amico e collaboratore, è stato possibile unendo le reciproche conoscenze, comprendere molte verità che nel passato l’uomo conosceva per istinto ed esperienza. Sulla superficie del globo terrestre vi erano (e vi sono) luoghi in cui l’emissione di energia magnetica terrestre è più forte che in altri luoghi.

Per riconoscere tali luoghi gli antichi li segnalavano con figurazioni di animali scolpite nelle rocce.
Corrispondevano alla figurazione dell’animale più forte (leone, sfinge, ecc) i luoghi con emissione di energie magnetiche più potenti, mentre a luoghi con emissioni magnetiche più deboli corrispondevano sculture di animali più deboli (cane, capra, ecc). Da queste segnalazioni gli uomini del passato potevano assorbire loro stessi queste energie e diventare più potenti, oppure formare delle centrali di energia che venivano sfruttate per usi umani o per difesa. Inoltre tramite queste conoscenze erano riusciti a regolare l’emissione dell’energia magnetica terrestre dall’interno della terra eliminando così i movimenti tellurici. Per far ciò essi usavano costruzioni di massi a punta di notevole altezza chiamati Menhir. I Menhir scaricavano l’energia magnetica contenuta nella terra in virtù della legge delle punte. Ai Menhir venivano alternati i Dolmen, costruzioni piatte che essendo raccoglitrici di energie magnetiche solari, servivano per reazione a produrre la spinta per l’uscita dell’energia terrestre attraverso i Menhir verso il sole. In questo modo i Dolmen completavano e regolavano il ritmo magnetico. Potendo regolare il ritmo, gli antichi se ne servivano per captare l’energia adatta al funzionamento delle apparecchiature costruite in quel tempo, capaci fra l’altro di eliminare la forza di gravità. La riscoperta di queste antiche conoscenze ha dato ai nostri centri la possibilità di progettare centrali ritmiche magnetiche di eccezionale potenza che saranno costruite fra breve.

Il Col. Cattoi ha scoperto inoltre che la terra è attraversata da linee di forza magnetiche. Alcuni punti di incrocio di tali linee di forza furono scelti dai sacerdoti per la costruzione di santuari.

Cattoi ha potuto scoprire che in corrispondenza di tali santuari, per la maggior parte distrutti dal tempo e dall’ignoranza degli uomini, vi erano ingressi di gallerie che conducevano a città o templi sotterranei quasi tutti comunicanti fra loro anche se situati su continenti diversi. Queste città sotterranee risalgono ad intere ere geologiche precedenti la nostra nelle quali una minore compressione magnetica favoriva lo sviluppo gigantesco di ogni forma vivente. In quei tempi lontanissimi vi furono battaglie titaniche combattute fra i giganteschi abitanti della terra e invasori provenienti dallo spazio.

Cattoi ha ritrovato i punti d’impatto di astronavi extraterrestri abbattute dai terrestri per mezzo di forze magnetiche emanate da costruzioni ciclopiche (in genere torri). Straordinaria è poi la sua documentazione fotografica dei corpi pietrificati di esseri umani e animali di proporzioni gigantesche che testimoniano che la battaglia finale fu vinta probabilmente dalle forze provenienti dal cielo.
(come del resto prevedono i racconti di Zecharia Sitchin)

Immagine

da uno scritto del 1967 il colonello C.Cattoi sintetizza i lunghi decenni di attività e ricerche:

ecco l’elenco schematico delle mie realizzazioni….

1. La scoperta delle cause ascose operanti nei terremoti e nelle eruzioni vulcaniche

2. La scoperta di squilibri elettro-magnetici di carica positiva, captabili strumentalmente, prima che si formino sulla superficie della Terra gli uragano, i tornado, i tifoni, i cicloni la grandine, le nebbie

3. La scoperta dei fenomeni che precedono la formazione delle valanghe, delle frane interne o di scorrimento, captabili strumentalmente

4. La scoperta di nuove linee di formazione di fenomeni sismici e vulcanici, la quale prevede fenomeni endogeni

5. La scoperta di aree di grandi frane interne, schematizzate per ora su carte 1:1.000.000

6. Scoperta di orme e di impronte lasciateci da civiltà fiorite e sparite milioni di anni fa fin dalle ere arcaica, paleozoica e mesozoica

7. Scoperta di uomini giganti, esattamente come descritto nella Bibbia, grazie alle foto aeree scattate da me con gli idrovolanti della crociera Atlantica

8. I voli con il dirigibile pilotato da S.E. il generale Valle e con gli aeroplani deglia ereoporti di Centocelle e Guidonia ( Monte Celio ) mi orientarono per la ricerca di segni esterni, indicanti in profondità la ubicazione delle 300 città sotterranee del cosiddetto mitico regno nascosto di Saturno. Queste città del regno dell’Età dell’Oro di detta deità, la Saturnia Tellus, sono state da me quasi tutte individuate nella Toscana e nel Lazio, a circa 200 m. di profondità. Erano abitate dai giganti di 18 m. di altezza che per la prima volta al mondo, ho scoperto oltre che all’Argentario, all’isola del Giglio, al Circeo, all’Elba, e nelle altre isole tirreniche, lungo l’arco alpino e l’Appennino…

9. La scoperta di grandi laghi sotterranei, che furono controllati e utilizzati dai terrestri che dovettero trovare rifugio nel sottosuolo, quando sulla superficie imperversavano le fasi glaciali e quelle degli allineamenti vulcanici noti

10.La scoperta di opere d’arte scultoree nelle rupi costiere e montane sparse su tutta la Terra, lungo le direttrici delle grandi migrazioni che sin dalle prime ere geologiche della Terra, si irradiarono dal Monte Argentario verso le terre di tutti i continenti del pianeta

11.La scoperta dei segni esteriori scolpiti, delle grandi, delle immense centrali di energia, delle quali i giganti delle prime ere si valevano per circolare e navigare sul pianeta e nel suo interno, e per volare verso le stelle

12.La scoperta di punti di impatto sulla Terra dei mezzi di volo che gli uomini di prima della storia vollero impiegare, per conquistare con la violenza e la prepotenza le altrui Case del Cielo. Le grandi battaglie aeree contro gli invasori terrestri, vivono tuttora nelle descrizioni dei miti indù, quelli pagani e persino nel cap. 12 dell’Apocalisse di Giovanni Apostolo, e rivivranno nei punti d’impatto delle astronavi abbattute che ho scoperti, dandone più volte notizia scritta all’Ufficio Storico dello Stato maggiore dell’Aeronautica Italiana.

Grazie al dr. Francesco Polimeni, editore della rivista Spazio e Vita, pubblicata fra il 1958 ed il 1959, Cattoi entra in contatto con l’antropologo statunitense George Hunt Williamson e, successivamente, con Daniel Ruzo.
Il Colonnello Cattoi spiega al Dr Martinelli come “…le numerose teste di cane delle Apuane sono identiche a quelle trovate da Ruzo e Williamson presso Lima sull’altipiano di Marcahuasi in Perù. Fu a causa di questa mia segnalazione preventiva a Williamson che cioè avrebbe dovuto trovare teste di cane scolpite in Perù, la sua venuta in Italia ! “
Come riportato dal quotidiano La Nazione di Firenze nell’estate del 1958, George Hunt Williamson arriva in Italia da Madrid, partecipa a conferenze in Catania ed in Roma, visita assieme a Cattoi l’Ansedonia.

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Le comuni scoperte, la grande eccitazione per aver riscoperto sia in Sua America che in Italia le nostre origini, la sensazione inebriante di stare per entrare in contatto con altri esseri, la preparazione di importanti spedizioni in Italia da parte di Williamson, sono tutte attività che improvvisamente si fermano.
A Daniel Ruzo viene praticamente impedito di continuare le proprie ricerche in Marcahuasi, così che lo studioso si isola volontariamente in Messico in Tepoztlan.
George Hunt Williamson non torna più in Europa, nonostante tutti i programmi annunziati a Cattoi e si ritira probabilmente nell’amato Perù, sotto con il nome di “Brother Philip”.
Costantino Cattoi solo e senza mezzi, resta bloccato, non pubblica nemmeno il libro sulle sculture rupestri che stava pianificando. Di lui resta solamente un’intervista rilasciata al giornalista Franco Bertorelli, pubblicata nel settimanale Epoca del 27 agosto 1967. Egli morirà nel 1975 a Roma.
Il perchè dell’improvviso blocco delle loro ricerche lo rivela lo stesso Cattoi in una lettera al dr.Martinelli:

“Quelli dei dischi sono alla ricerca dei loro dischi e delle loro astronavi, dovute abbandonare in seguito a cataclismi etc…Gli ingressi alle porte sono contrassegnati, ma io ne ignoro il segno. Poi lei sa che le astronavi e i dischi si rendono invisibili: quindi c’è da ritener per certo che costante è la loro guardia alle loro aviorimesse, e non credo si igienico neanche a pensare di andare alla ricerca delle loro astronavi e dei loro dischi rimasti nel cuore delle montagne o in fondo al mare, negli astroporti del passato. I fratelli delle stelle NON INTENDONO DARE ALL’UOMO BIANCO né dischi né astronavi. E la ragione è intuitiva. Si immagini se ce ne lasciano prendere uno! Hanno armi paurose e silenziose per disintegrare chicchessia, a partire dai curiosi. E sanno, cioè possono LEGGERE NEL PENSIERO, quindi con quella gente non c’è speranza di far niente in segreto. Per quanto mi mandarono Williamson, di urgenza, con alcuni LORO DIVIETI!”

(Costantin dall’ala occhiuta – Gabriele D’annunzio)

Guarda su youtube.com



http://www.fortunadrago.it/the-never-en ... -c-cattoi/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 20/10/2015, 01:20 
si ma oltre ad elencare le scoperte c'è qualcosa di concreto^?



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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 20/10/2015, 12:34 
MaxpoweR ha scritto:
si ma oltre ad elencare le scoperte c'è qualcosa di concreto^?



Siti megalitici in Italia: i giganti hanno abitato anche la nostra penisola

http://www.ilnavigatorecurioso.it/2013/ ... -penisola/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 20/10/2015, 13:29 
Mi riferisco in concreto a quanto scoperto dalla persona citata nell'articolo. Ci saranno calcoli ricerche dati, qualcosa di scritto e di verificabile. Si parla anche delle 20 città sotterranee quindi dovrebbero essere note anche le ubicazioni no?



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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 21/10/2015, 01:20 
secondo me alla morte di Cattoi la documentazione è sparita(una situazione simile a Tesla)...


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 16/11/2015, 00:53 
Cita:
Tracce di Atlantide a Venezia?

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C’è un Mistero molto intrigante su Venezia al quale sto lavorando da anni: nell’isola di Torcello c’è una pietra rotonda incisa (assicurata con ganci metallici a un muro dove sono esposti altri reperti antichi – alcuni di epoca romana, altri molto precedenti – sulla piazzetta dove si affaccia il museo di quest’isoletta che, come è noto, fu il primo insediamento dei popoli che avevano trovato rifugio nella laguna durante la fuga dai barbari. In quest’isola, dove oggi risiedono 24 persone (!), un tempo venivano fabbricate le navi della Serenissima, quando ancora l’Arsenale di Venezia (il più antico del mondo) non esisteva.

Torcello esisteva prima di Venezia, e infatti la Cattedrale di Torcello è la più antica d’Europa.
Ma torniamo alla pietra esposta.

Si tratta di un *tondo* (una trentina di cm di diametro) inciso in tal guisa da farmi sobbalzare appena lo vidi la prima volta: non potevo credere ai miei occhi! La planimetria di Atlantide!!! Per lo meno quella descritta da Erodoto e da Platone.
Incredibili scoperte sono scaturite dalle mie ricerche successive, che mi hanno portato a una probabile origine di Venezia, completamente diversa da quella ufficialmente nota. Tra l’atro, durante una conferenza (6 dicembre 1981) tenuta dal parroco della Chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, dopo il restauro grazie al Fondo Inglese e al Governo Italiano, ebbi modo di sentire con le mie orecchie che non ero l’unica a pensarla in modo non-ortodosso, per così dire… Il tema era: “Dalla Mendìgola all’approdo delle origini vere di Venezia”. Dagli appunti presi al tempo, dai colloqui col sacerdote (che dopo poco fu mandato altrove, c.v.d.), dai suoi studi e dai particolari citati nei suoi scritti e documentati da foto, emerge quanto segue:

“È molto diffusa l’ansia di conoscere le origini di Venezia: ricerche di Istituti Universitari nelle isole e ‘barene’ di Torcello, affermazioni di supposti agganci romani, studi di toponomastica, biblioteche intere di
volumi su Venezia e la sua storia non avrebbero dato la notizia che tutti desideriamo, cioè che Venezia è una città che – per determinati, precisi elementi – risale a precisa epoca.
Siamo infatti persuasi che tessuto edilizio, sociale, religioso, folkloristico e soprattutto artistico potrebbero offrire segni di precise collocazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ma sembrerebbe proprio che la ‘Venezia Storica’ sia un’altra, e che quella che tutti conoscono sia invece la ‘Venezia Cristiana’, così ristrutturata e battezzata dall’opera di fervorosi cristiani del secolo V e VI d.C., con la chiusura di tutte le opere mitologica, specialmente nei templi e luoghi sacri; opera, che protraendosi sino a tarda epoca e cioè sino a tutto il 1700, ha reso del tutto irriconoscibile la Venezia arcaica.
Venezia arcaica? Sì, certo!
Facciamo pure un brevissimo excursus toponomastico: Burano è nome iranico e significa Eufrate; Sile è nome che ripete quello di un fiume egiziano; Mendìgola nel significato di barca, si rifà a Minasse, dal quale derivano i vari mìnoa o porticcioli. E vari altri nomi che noi siamo soliti usare familiarmente come Medoàco, Mandracchio, ecc.

Ma prima di dare un’occhiata alla città, compreso San Marco con i suoi cavalli, è necessario analizzare prima questa chiesa. Per considerarla obiettivamente bisognerebbe però compiere il gesto che fanno coloro che si accingono a entrare in una moschea: quello cioè di toglierci certi schemi della storia dell’arte e accantonare per un momento anche gli stessi schemi di lettura religiosa; avverrà per i ricercatori quanto è capitato a qualcuno: la visione di un fatto nuovo di una autentica verità.
Questa chiesa, spogliata delle sue strutture lignee dorate come lo fu nel 1902 – data legata alla caduta del campanile di San Marco – come la presentano foto di archivio della Sovrintendenza, si rivela con i suoi
armoniosi eleganti archi ornati di fasce nei colori dell’ocra e del verde e di ampi motivi floreali.
Allora non pare plausibile che nel 1400 -1500 ci si fosse preso il lusso di coprire con archi di legno le splendide arcate originali.
Ed è qui che il discorso si ferma – per quanto riguarda la descrizione di una chiesa medioevale, di una iconografia che non corrisponde ai canoni di una lettura cristiana – per aprirsi invece a una lettura completamente diversa, che per essere confortata da troppi elementi emersi qui e altrove mi permetto per amore di chiarezza di presentare articolata nei seguenti tre grandi tempi:

1. Tempo antico (2000 a.C.?);
2. Tempo medio (dall’VIII sec. a.C.);
3. Tempo recente (dal VII sec. d.C.).

Quanto segue è semplicemente presente non solo in questa chiesa, ma anche in tutti quegli edifici di Venezia e isole, che stilisticamente sono attribuiti al romanico, o al gotico, o al rinascimento, o al classico o anche allo stesso stile barocco.

Innanzi tutto un contesto:
Pare che un’emigrazione dalle isole dell’Egeo e in particolare dalle Cicladi, che facevano capo a Creta, sia giunta nelle lagune venete a partire dal 2000 circa a.C.
Sono tempi in cui i faraoni d’Egitto (Regno medio, XI e XII dinastia, Sesostri, ecc.) tengono rapporti commerciali e culturali con l’impero minoico e quindi con Creta, la cui capitale è Knossos/Cnosso. Riferendoci a Creta, e quindi a un famoso popolo dei mari, appare facile capire come mai la Venezia sia costruita con quella tecnica consumata che ha permesso alla città di superare ogni fenomeno geodinamico e giungere intatta sino a noi.
Questa gente immigrata in massa, era organizzata nei clan o in piccole tribù. Così è facile vedere come ogni clan occupi la sua isola, costruendovi – secondo le esigenze comuni a questa gente – prima la residenza del Principe, poi quella del clan, quindi la torre di preghiera.
Caratteristiche costruttive comuni e quindi riscontrabili in ogni edificio da loro costruito sarebbero le seguenti:
Per la residenza del Principe – luogo anche d’incontro della Comunità, che poteva assistere anche ai sacrifici agli dèi – all’esterno la presenza di vestiboli, all’interno dispositivi per la separazione di sessi con
distinzione precisa per delle zone riservate alla Comunità; presenza di matronèi, abside e finestra di presentazione per il principe nel fondo abside, ove veniva a trovarsi anche la zona sacra agli dèi.
L’edificio orientato con l’abside a est e facciata a ovest; misurazioni sui multipli del tre, del cinque e del sette; arcate a tutto sesto e arcate acute (sarà interessante scoprire la funzione dell’arcata acuta, che sarà
poi recepita e usata in modo completamente diverso).
All’esterno inoltre ci sarebbero ornamenti che si riferiscono al culto del toro, e che quindi danno subito l’idea di edificio sacro: alludo a volute vagamente a semicerchio, che altro non sarebbero che stilizzazioni delle
corna taurine.
Per la residenza del clan, la costruzione si svolge amplissima, a pianta centrale, abbondanza di cortili, logge e passaggi coperti (chiostri), ecc.
Adiacente alla residenza del clan, vi è per lo più la residenza stessa del Principe.
Per la torre, la costruzione si snoda a campate interne alte di solito tre metri, con travi poggianti su mensole (barbacani) marmoree. All’esterno, il coronamento a cuspide – affiancata da quattro cuspidine agli angoli, oppure a doppio spiovente oppure a dado – permetteva forse di essere ben individuata da lontano dai naviganti che potevano senza incertezze imboccare il canale giusto che permetteva l’accostamento alla residenza rispettiva. È forse una neo-ziqqurat?
I minoici erano gente molto ricca (erano possessori di miniere d’oro), per cui avrebbero portato nelle lagune tesori immensi mantenendo con la madre patria non solo rapporti affettivi, ma anche commerciali; hanno potuto costruire qui con abbondanza di materiali pregiati come lapislazzuli, metalli, ecc.
La tecnica usata nelle rappresentazioni sarebbe quella dell’incavo o del castone, dell’incisione, della glittica. La finezza delle opere apparirebbe tale da non escludere l’uso di strumenti per l’ingrandimento ottico dell’
immagine.
Ma in una non ben precisata epoca, un fenomeno marino di enorme portata avrebbe messo in crisi l’esistenza di questo popolo; si tratterebbe infatti di un’alluvione alta non meno di sei metri sul livello medio.
Il fango e la creta avrebbero coperto ogni cosa penetrando in profondità in tutte le incisioni murarie fuori e dentro gli edifici, coprendo così i cicli narrativi che erano evidentemente i libri di scuola di quei popoli.
Fango e creta profondamente penetrati nelle pareti vi sarebbero rimasti così per secoli, concorrendo – a causa dei sali presenti – ad un processo chimico di trasformazione che fece sì che il materiale alluvionale, non solo si pietrificasse, ma prendesse anche l’aspetto decolorito del muro su cui poggiava.

Seconda immigrazione

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L’impero minoico – invaso dai Barbari ‘ante litteram’ (gli Elleni) – nel 1400 venne messo in ginocchio. Cnosso conquistata, reggia e palazzi incendiati: una vera distruzione.
Sorge nel continente Micene, espressione insieme e della forza ellenica, e della bellezza minoica.
Nel 1100 circa gli Elleni, ossia i Greci, vanno alla conquista di Troia e nell’VIII secolo iniziano quella colonizzazione al di là del Mare Egeo e Adriatico che li conduce a fondare la ‘Magna Grecia’, e a spingersi anche oltre le foci del Po.
Una di queste punte sarebbe giunta nelle lagune lasciando inconfondibili le impronte della loro presenza nelle colonne con capitelli ionici e corinzi e negli edifici che altrimenti non si potrebbero spiegare.
Sia i Minoici che i Micenèi sono popoli religiosamente legati ai culti che sono comuni a tutto il Medio Oriente: il culto dei morti, della barca, del serpente, della dèa madre, del toro e forse della Vergine nel cielo.
Particolarmente ricco il culto dei morti con relativi riti di esequie: i Minoici seppellivano i morti dopo aver usato anche l’imbalsamazione; i Micenèi, invece, li bruciavano, collocando le loro ceneri in vasi di vetro
che riponevano nei tabernacoli.
I Micenèi giunti nelle lagune non pensano affatto di disidratare i muri dal fango, ma stendono sulle stesse pareti – con la tecnica dell’affresco – gli stessi cicli rappresentativi delle loro credenze, che seguono l’impianto di quelli coperti.
Particolare interesse può suscitare il fatto che sarebbero proprio i minoici il popolo che accoglierà nelle proprie isole i terrafermieri fuggiaschi a partire almeno dal V secolo d.C. con un tocco ancora più generoso e più ampio nel secolo VII, quando giungono i cristiani con i loro Vescovi e con le Sante Reliquie.
Evidentemente, l’impatto tra cristiani e pagani è del tutto pacifico, sebbene il paganesimo fosse ormai in piena decadenza avendo cominciato forse a subire i primi colpi dai cristiani della prima ora, che erano molto
probabilmente i fervorosi nepoti dei cristiani istruiti e battezzati dagli stessi Apostoli SS. Pietro e Paolo.
Il cristianesimo nei confronti del paganesimo, ora visto come dottrina superiore e liberatoria dalle paure degli dèi adirati e dalle impressionanti favole, al punto che essi – pagani – si vergognavano di essere ancora
adoratori di animali e furono affascinati dal prestigio che alla religione cristiana avevano dato i martiri, e continuavano a dare i Vescovi con la loro sapiente dottrina.
Non dimentichiamo che nel IV secolo le regioni che vanno dal Piemonte alla Lombardia al Veneto, sono ormai cristiane; S. Andrea di Vercelli, S. Massimo di Torino, S. Ambrogio, S. Girolamo, saranno per sempre stelle fulgide per la Chiesa d’Occidente.
Allora sarà possibile che, proprio con entusiasmo di popolo, a partire almeno dal VII secolo, ci si dà a coprire ogni rappresentazione mitologica con l’uso di qualsiasi materiale cementizio: gesso, calce, marmorino, intarsio marmoreo, ecc.
Nella chiusura saranno interessate innanzitutto le immagini offensive della fede o giudicate non lecite, mentre si opterà per un riutilizzo – con significato diverso – di tutto ciò che sarà possibile conservare.
L’operazione, iniziata agli albori del Cristianesimo in Venezia, continuerà quasi a tappe sino a tutto il 1700; il che significa che non sempre si avevano a disposizione i materiali e artisti, e che la massa d’opere era
immensa al punto che moltissimo di queste che noi siamo soliti attribuire all’epoca classica del ‘500, altro non sarebbero che opere originali fortunosamente sfuggite all’azione dei mimetizzatori.

Ora è più facile capire la cronaca là ove è scritto che attorno al 1.000 Venezia era tutta un cantiere: così il Galliciolli! Infatti i cristiani solo a tempi lunghi poterono avere a disposizione un alloggio decente.
Essi, venuti dalla terraferma, fuggiaschi, privi di tutto, avevano dovuto sistemarsi in case di tavola e paglia (i famosi casoni); poi, attorno al 1000 – appunto – riusciranno a costruire le loro casette familiari o a schiera, o in calle oppure a campiello. Nei grandi palazzi dei clan si erano forse sistemate le grandi famiglie patrizie come i Ca’ Giustinian, i Ca’ Roman, i Ca’ Vendramin, ecc.
Gli incendi, di cui tutte le cronache di Venezia riferiscono anche le date (1105, 1114), altro non sarebbero che roghi festosi con i quali si celebrava l’entrata ormai nei palazzi e ancor di più nelle chiese: sarebbero i fuochi celebrativi della Venezia rinata alla fede cristiana.
Si può quindi accettare il 25 Marzo del V secolo, come primo esercizio liturgico nella prima chiesa di San Giacometo, da pagana diventata cristiana.
La vita civile va assumendo una fisionomia sempre più consona alla Fede, cui concorre l’opera degli stessi dogi. Si continua l’attività commerciale con l’Oriente e Venezia si muoverà tra le isole dell’Egeo come sorella tra sorelle di palazzo.
In questo contesto mi pare che difficilmente si potrà dare ragionevole credito ad una storia dell’arte che per Venezia è fatta con una scadenza di stili poco più che centenaria.
Lo stile è frutto di esigenze di vita: ora ogni cambiamento di stile suppone una trasformazione o un trauma o una metamorfosi collettiva di un popolo, che solo a distanza di millenni si può riscontrare.
Detto tutto questo come impostazione generale, veniamo ora a vedere se questa chiesa e altri monumenti cittadini offrono prove dell’argomento.

La Chiesa di S. Nicolò, nella fase primitiva – ossia antica – appare tutta scolpita dentro e fuori. La costruzione ha riferimenti precisi alla ‘barca dei morti’, ossia alla ‘barca del Sole’, che va da Oriente a Occidente. Infatti, se vediamo la chiesa rovesciata, osserviamo che il tetto fa da chiglia, che le arcate con colonne sovrapposte sarebbero rappresentazioni del seno materno della Terra con tanto di monumento funebre sui morti rappresentati nella scultura delle pareti: si sa che attorno al 3000 a.C. veniva data ai morti sepoltura con collocazione fetale.
La chiesa presenta uno sghembo (inclinazione) ben visibile anche nella gondola; al tetto vi è una ruota piena in funzione di puleggia d’armamento; una delle arcate è sostituita da una soglia (architrave), probabile porta di entrata dei morti.
Dalle zone riservate alle donne e alle donne era possibile vedere – dipinta sopra una grande tavola – la barca del defunto, sostenuta da quattro colonne all’altezza o al posto dell’attuale iconostasi. Oltre queste colonne il mègaron o sala di accoglienza, chiusa da sedili di legno istoriati con la tecnica dell’incisione, a due metri dal mègaron vi è la zona sacra (attuale presbiterio) indicata da corna di consacrazione che affiancano l’altare.
Dietro l’altare, nel fondo dell’abside, la finestra di presentazione dalla quale il Principe assisteva ai sacrifici: la principessa vi assisteva dal matroneo nel fondo della chiesa (attuale cantoria).
Che gli uomini partecipassero da zona separata da quella delle donne, fa fede il fatto che la transenna di separazione era ancora in piedi nel 1580.
Tutta la chiesa aveva livelli diversi degli attuali: dai 50 cm nelle navi, si arrivava a 90 in crociera e a 1 metro e 20 all’abside sotto l’attuale pavimento.
La zona delle cappelle era segnata da stanze alternate a cortili-luce interni.
Vi era un altare per ogni settore di persone, ove si potevano porre resine ed incensi sino a coprire le immagini scolpite o incise sopra l’attuale mensa.

A Pellestrina, l’altare è anche affiancato da due rappresentazioni di faraone spiritualizzato. All’esterno vi erano due vestiboli: uno per gli uomini e uno per le donne. In facciata, le sale mensa e i servizi di cucina. L’alluvione preistorica è qui presente con il fango sino a quota superiore i cinque metri in presbiterio.

Nella seconda epoca, o epoca media, i Greco-Minoici vengono a Mendìgola. Notiamo che questa isola è la più a Ponente tra quelle del centro storico. A quanto pare si svuota la chiesa dal fango che si depositava appena fuori, in campo, così da formare quella montagnola che sarà lamentata dai Gastaldi del 1500 in Pregàdi. Le pareti vengono ornate di affreschi con la ripetizione delle rappresentazioni funebri o di vita in relazione all’uso di zona; per esempio, nel giro dell’abside è presente la scena dei sacrifici e della sepoltura.
Ci si accorge però ben presto della fragilità degli affreschi. Per rappresentare al vivo la barca, si ricorre allora all’uso del legno e si costruiranno le centine, che portano maschere di mummie o dignitari di corte
con tanto di vestiti a fiori in viaggio verso il Creatore, mentre le prefiche – con cenni – indicano l’Occidente come luogo di pace e di riposo, e lanciano per aria grida lugubri di lutto e di pianto.
Le centine – in legno e ornate di finissima trina d’oro – sono collocate in senso traverso a formare cinque campate, mentre il grande tavolone della barca viene tagliato ad arco per collocarvi al suo posto le statue del Principe defunto attorniato da persone in pianto. Vi è anche il barcaiolo, che con una lunga pertica scandaglia il fondo del canale.
Il rialzo dei pavimenti aveva necessariamente comportato la sopraelevazione della tribuna. La si rialza quindi di un metro e venti e la si affianca da quattro colonne corinzie sulle quali è steso un baldacchino sormontato da conchiglia fiorita su cui sovrasta la croce cretese dorata.
Anche nel mègaron, la sostituzione del tavolone aveva comportato la sostituzione delle due colonne centrali di supporto, che avrebbero costituito una disarmonia per il rialzo dei livelli.
La sostituzione si fa collocando a sostegno dell’iconostasi sei statue longilinee in funzione di cariatidi.

Tempo recente

Tutto il territorio veneto a partire dal V secolo d.C. è sotto pressione dei Barbari. Neppure Aquileia resiste e con essa sono travolte Oderzo, Jesolo, Equilio, Altino e tutte le cittadine e paesi di un territorio pieni di vita.
Nel secolo VII l’invasione fu tale che a decine di migliaia i terrafermieri scapparono rifugiandosi nelle isole assieme ai loro Vescovi e Santi.
Inizia nelle isole quella trasformazione cristiana che a Mendìgola è presente in modo più eloquente.
La prima trasformazione del monumento della ‘barca’ si fa trasformando le centine lignee adattandole alle arcate laterali. I dignitari di corte diventano gli Apostoli, le rispettive prefiche gli angeli, e perfino l’ iconostasi cambia la sua fisionomia quando al posto del grande capitano della barca dei morti si colloca un Crocifisso dipinto su tavola.
Evidentemente, l’operazione iconostasi si fa alquanto più tardi o forse verso il 1200, quando la statua del principe è adattata a fungere da statua di S. Nicolò. Le statue cariatidi vengono ricoperte dalle eleganti
colonnelle, mentre tutte le colonne delle navate vengono ricoperte di gesso e calce.
Si mimetizzano anche gli affreschi ricavando da figurine originarie le immagini di Santi come avviene all’abside, ove al centro si riesce a ricavare l’immagine del primo Patrono S. Lorenzo martire rinchiudendo due volti entro un’aureola.
Come già detto, anche per la povertà della gente che vive di pesca, di caccia e di ortaglie, l’operazione si svolge sui tempi lunghi. Coperte le pareti, intarsiati gli altari, messo nelle tolelle sopra le mense, si giunge al 1550 per rivestire la chiesa di quadri con le storie dell’Antico e Nuovo Testamento, ossia con la Bibbia dei poveri, al 1500 per la chiusura della ‘Porta di Presentazione’ per ricavarne una nicchia per la statua del
Patrono.
La loggia-matroneo diventa sede dell’organo e nel 1700 la cappella con l’ altare funebre della zona degli uomini diventerà altare del Sacramento.
All’esterno il vestibolo di facciata diventa fin dal mille la nuova sede o schola dei pescatori; il vestibolo laterale sarà demolito nel 1700 con un seguito di critiche che hanno dato al Tassini il motivo di ricamare la
leggenda delle tre statue di pietra tenera collocate in nicchie pagane da prè Zaniol.
La sala mensa era diventata – assieme alle altre stanze tra facciata e campanile – un desiderato rifugio di suor Sofia o suor Agnese un gara che intendevano vivere qui come in un romitaggio.
Contemporaneamente a quanto accadeva in S. Nicolò, si operava alla trasformazione della residenza del clan, il grande edificio cui andarono in possesso i padri riformati di S. Bonaventura. Questa imponente costruzione minoica sarà destinata a diventare in seguito il monastero di Carmelitane di Santa Teresa.
Anche la torre di preghiera cessa di rimanere tale. Servirà ben presto come torre campanaria, ove nel 1700 (per la collocazione delle campane e dell’orologio) si arriva ad abbattere ben cinque solai dei sette esistenti in pianta.
Altri monumenti insigni della città furono manipolati in modo simile.
In S. Marco il primo atto fu quello di smuovere la quadriga dalla sua secolare sede per condurre i cavalli in scuderia; la statua del Principe, dal sommo dell’arcata a ogiva, diventerà S. Marco in gloria; all’interno si
comincia la modifica dei mosaici e loro sostituzione con temi biblici. La stessa iconostasi cessa di essere struttura egea per diventare struttura liturgica con statue di Apostoli e Crocifisso dipinto su tavola.
In seguito, i Dalle Masegne copriranno con marmi a intarsio tutta l’iconostasi e sostituiranno con un Crocifisso grande quello dipinto, che viene collocato sopra l’altarino di navata laterale sinistra.
I dogi profondono tesori, per fare della reggia del principe defunto la Cappella di Palazzo Ducale. E toccherà al Dandolo, dopo la vittoria su Costantinopoli, riprendere i cavalli e ricollocarli sulla loggia, ma più in basso, e sopra umili rocchi.
Con la basilica, anche il palazzo del governo della polis greca subiva trasformazione di connotati per diventare palazzo del doge.
Le grandi basiliche con annessi conventi come i Frari, i Santi Giovanni e Paolo, le chiese con vaste case canoniche, altro non sono che adattamenti intelligenti di strutture già preesistenti.
In tutta questa opera di mascheramento, e quindi di adattamento per un cristiano riutilizzo, si vede l’intelligenza e lungimiranza degli Uomini di Chiesa.
Alla Mendìgola, giungevano infatti offerte pro reparatione et aptatione; si mettevano depositi nei banchi di Castello e in Montevecchio.
Leggiamo pure che nel 1592 il Patriarca Priuli, in visita pastorale, loda Gastaldi e clero, per aver ‘reduta la giesia’ secondo i piani prestabiliti.
Oggi persone responsabili sono tra loro divise per la questione se rimettere o no gli altari detti barocchi nella Chiesa di S. Donato. Pare che la questione posta al di fuori di questo contesto presenti difficoltà notevoli
per una soluzione storicamente valida.
Si sta ponendo mani al restauro della Basilica di Torcello. È tramandato che il grande mosaico dell’Apocalisse sarebbe stato rimaneggiato verso il 1.100. Si tratta di un rimaneggiamento cristiano di un’opera pagana di cui sarebbe rimasta intatta la rappresentazione demoniaca? E il cosiddetto battistero di facciata era forse un vestibolo, come lo poteva essere la chiesa laterale di Santa Fosca? Sono ancora al loro posto le serrande marmoree alle finestre della navata nord!
Evidentemente, non si usava ancora il vetro per le vetrate di una costruzione che ha tutti i segni indicativi di un potente clan qui residente!
Dalle basiliche delle isole e del litorale nord e sud, la considerazione che moltissime isole, già abbandonate dai religiosi a partire dall’800, diventate preda di ladri, distrutte le chiese e i monasteri, si fa non solo
amara, ma assume il carattere dello sdegno. Com’è mai possibile che proprio in quest’epoca sia stato permesso un simile degrado di un patrimonio archeologico di valore inestimabile?
Si veda S. Giorgio in Alga, si veda Santo Spirito (in quest’isola, non più di 20 anni fa, si potevano ancora ammirare le travature dorate della chiesa (già reggia del principe) e il pozzo stupendo!
Tutto scomparso, rubato. Non parliamo delle isole dell’estuario nord! Dai nomi ancora pieni di fascino! Ridotte a cumuli di macerie! Nutro speranza che una visione diversa della città – veramente unica, perché risparmiata da distruzioni telluriche, da flagelli bellici, ancora funzionante e funzionale – spinga i responsabili a rivedere tanti loro progetti, compresi quelli ritenuti di massima urgenza!
Un momento di sosta al letto di questa ammalata, che poi ammalata ancora proprio non sarebbe, ma solo desiderosa che le sue pietre siano disidratate dal fango plurimillenario in mezzo al quale e sopra il quale i veneziani mangiano, dormono e vivono, e che vengano ripasciute quelle isole e quelle lagune che da sempre l’hanno protetta, anche dalle più grandi alluvioni se si trova ancora in piedi dopo circa quattromila anni.
Dopo quanto detto, trovo scritto che l’architetto Mozzi, che ha toccato con mano la carne di Venezia in profondità, affermava che i materiali di silicati in occasione di scavi a Palazzo Papadopoli, a S. Michele di
Zampanigo (Burano) erano da attribuirsi a popoli dell’Asia, e secondo il Ghelthof l’ascia di cloromelanite – ritrovata a profondità sostenuta – è da attribuirsi a ‘popoli che abitarono la laguna circa 4000 anni fa’.
Un supporto anche letterario viene da quanto è stato affermato nella famosa lettera di Cassiodoro ai Tribuni dei Marittimi: ‘Voi – scrive – che abitate le isole che il mare ora copre ora discopre come fa nelle Cicladi’.
Il ministro del Re Longobardo di Ravenna – chiedendo le barche ai lagunari per fronteggiare i barbari – credeva, politicamente, di fare cosa gradita nominando loro le isole della Madrepatria.
Rimane male il Klotz quando afferma che i vasi minoici trovati a Torcello potrebbero essere soltanto oggetti smarriti da qualche mercante.
Forse è tutta da rivedere in chiave nuova, non solo la storia delle origini cristiane, ma anche la liturgia cosiddetta patriarchina presente fino al Concilio Vaticano II, con i suoi riti, canti, e suppellettile liturgica non
solo nel centro storico, ma anche nelle isole; la vicenda dei Santi e perché si andasse tanto in cerca di Reliquie. Credo che qualche cosa di concreto in quell’opuscolo già pronto che avrà per titolo: ‘Dalla Mendigola all’anno zero di Venezia’.

Molto rimane da dire circa i campanili, partendo proprio dalla torre di S. Nicolò. Le ricerche evidentemente si faranno sempre più ampie e interessanti, se anche i mezzi e gli strumenti scientifici saranno messi a
disposizione. Comunque sia, facendo onore al suo nome, Mendigola, la barchetta dei morti, sarebbe approdata per prima alle sponde delle origini di questa meravigliosa città”.

Ma come? Non si era sempre detto che 15 secoli fa, Venezia ancora non esisteva, e c’erano solo paludi e isolette sparse nella laguna, nelle quali trovarono rifugio i popoli in fuga… ecc. ecc.? Io che ho studiato la storia di Venezia per anni, mi sono sempre meravigliata di questa origine nebulosa, come del fatto che non si conoscesse con certezza l’autore della Chiesa di San Marco. Possibile che l’architetto (un improbabile frate) non abbia lasciato un’impronta? E pensando agli altri monumenti antichissimi di cui si ignora l’autore e che si sono voluti per forza attribuire a qualcuno per creare un alibi storico… non trovo nulla di strano nel pensare a tracce di Atlantide in laguna! Ma di certo è più comoda l’idea che Attila abbia soggiornato a Torcello e si sia fatto costruire un trono di marmo per sedersi. Anche se, in verità, c’è un impatto molto suggestivo per il turista, tanto che si siede sul ‘Trono di Attila’ per farsi fare la foto…

Una domanda potrebbe essere: ‘Da chi avevano imparato, i primi popoli della laguna, la tecnica dell’imbonimento delle barene e della costruzione fissa su palafitte (milioni di tronchi di larice conficcati uno vicino all’altro, tanto da formare una serie di piattaforme – da collegare con ponti – su cui edificare palazzi che sarebbero sopravvissuti per millenni)? Sarebbe ragionevole pensare all’esperienza di un popolo di mare! E poi, chi avrebbe mai pensato di costruire un arsenale? Non credo all’ipotesi dei popoli di terra scampati alle invasioni, ma piuttosto a gente che necessita di navi, perché conosce il mare e quindi ne ha bisogno per andare verso i luoghi che conosce…

Gli Egei e tutti i popoli del Mare Magnum, non abitavano forse quelle isole legate oggi a ritrovamenti archeologici imbarazzanti, tanto da far ipotizzare origini atlantidee, e formulare varie ipotesi al riguardo? Con questi presupposti, nell’ipotesi Atlantide = Razza Evoluta sopravvissuta in alcune zone del globo, Venezia potrebbe essere la fase finale di una di queste filiere, forse l’unica sopravvissuta!

Pochissimi conoscono il significato del nome Venezia. Dal latino veni etiam (torna di nuovo) sarebbe la prova che una città insolita come questa lascia al viaggiatore il desiderio di ritornare ad ammirarla. Tuttavia, se Giulio Lorenzetti interpreta l’etimologia in questo modo, io credo che ci potrebbe essere un’altra interpretazione: ‘tornai’ (sottintendendo un precedente esodo). Nella mia ipotesi, dopo una prima immigrazione di popoli egei scampati a un evento catastrofico (per esempio il terremoto e inabissamento di Tera) e rifugiatisi nella parte più interna e sicura della laguna (isola di Torcello), avrebbero iniziato – appena le condizioni lo avessero permesso – a progettare un viaggio per mare con l’obiettivo di controllare se fosse possibile un eventuale ritorno la patria di origine. Costruirono le navi, e mentre le paludi imbonite e le prime palafitte prendevano l’aspetto di isolette abitate, fecero rotta per la madre patria… che ritrovarono in condizioni di completo sfacelo e completamente saccheggiata. Fu probabilmente a quel punto che decisero di ritornare a nord, in quella laguna difesa naturalmente dalla sua posizione geografica: da quel ritorno definitivo, ebbe inizio una grande tradizione di navigatori, commercianti, ingegneri e architetti.


http://www.acam.it/tracce-di-atlantide-a-venezia/


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 04/01/2016, 13:33 
Cita:
INDIZI E TRACCE NEI DINTORNI DI PORTO TORRES


La domanda più frequente che tutti ci rivolgono, quando parliamo di questi argomenti, è: “Come mai di questa antica civiltà non esistono tracce sulla terraferma dei dintorni di Porto Torres?” La risposta anche se può sembrare una contraddizione è abbastanza ovvia.
L’uomo ha sempre avuto la tendenza irrefrenabile a distruggere tutto quanto fatto dai suoi predecessori.
Per fare solo alcuni esempi attinenti alla nostra zona diciamo che ad es. nella “Carta Archeologica della Nurra” pubblicata nel 1901, Giovanni Pinza aveva inserito 276 Nuraghi, dei quali ben 36 risultavano nei dintorni di Porto Torres che di conseguenza risultava essere una delle zone della Sardegna a più alta densità Nuragica.
Che fine hanno fatto tutti quei Nuraghi?
Avete mai provato a dare un’occhiata ai grossi massi che formano le scogliere frangiflutti dei vecchi moli del porto? (soprattutto il vecchio “Molo di Cattani” o Scogliera di Ponente ora rifatto quasi completamente).
Il Nuraghe Minciaredda, che si trovava all’interno degli attuali stabilimenti dell’ENI, è stato demolito negli anni ’60 dalla SIR per far posto ad una delle discariche più inquinanti e micidiali d’Europa.
La stessa Basilica di San Gavino è stata quasi interamente edificata utilizzando elementi di spoglio degli antichi monumenti di Turris Libisonis.
Che dire Poi della Vecchia Capitaneria addossata alla Torre Aragonese della quale sono state recentemente rinvenute le fondamenta durante i lavori di ristrutturazione del porto.
Il Vecchio Municipio poi doveva essere per forza abbattuto per costruire una banca, che sicuramente avrebbe potuto avere un’altra buona collocazione altrove?
E la Bellissima “Villa Sorcinelli” in Stile Liberty ed ancora più recentemente la Vecchia Dogana la cui costruzione risaliva alla seconda metà dell’800 anche se in seguito fu diverse volte restaurata in maniera molto impropria a partire dal 1946, in seguito ai gravi danneggiamenti dei bombardamenti della II guerra Mondiale e la cui originaria bellezza possiamo ancora ammirale attraverso il disegno di Simone Manca.
Durante le fasi di restauro dei rispettivi edifici abbiamo visto i grossi conci che formavano le antiche mura romane di Turris Lybissonis inglobati non solo nel “Palazzo del Marchese di San Saturnino” ma perfino nel Palazzo Ducale costruito alla fine del ‘700 da Don Antonio Manca Marchese di Mores, Signore di Usini e Duca dell’Asinara ora sede del Municipio di Sassari. Etc. etc..
Si preferiva smontarli semplicemente dalle antiche rovine e trasportarli ove occorrevano (in questo modo sudavano solo i buoi che tiravano i carri) piuttosto che cavarne dei nuovi.
A proposito di cave, è stato individuato in località “Ferrainaggiu” un grande Masso di circa 6X6X1,5 metri di lato, molto consunto dal tempo, che in origine quando fu estratto era sicuramente perfettamente squadrato e con le superfici piane e regolari, che si è salvato dall’essere ridotto a dimensioni minori, per rimanere uno degli indizi, ancora esistenti sulla terraferma, a favore dell’esistenza di questa antica civiltà, che era capace di spostare, con tecnologie a noi ignote, pesi molto significativi .


Immagine
Enorme masso di 6X6X1,5 metri in località “Ferrainaggiu” appoggiato al costone roccioso da dove presumibilmente fu estratto
Nonostante tutte le norme di salvaguardia in materia del patrimonio storico e archeologico tutto ciò continua fino ad ai giorni nostri.
È sempre stato più facile ed economicamente conveniente demolire piuttosto che ristrutturare.


Immagine
il monolito in località “Ferrainaggiu” visto di taglio
Qualcos’altro di simile potrebbero essere i grossi conci trovati durante lo scavo delle fondazioni dei palazzi costruiti nell’area dell’ex “Stabilimento Fara” troppo grossi per essere considerati di epoca romana.


Immagine
alcuni dei Grandi Massi in Trachite nella zona del'Ex Stabilimento Fara sono stati lasciati in vista dopo la costruzione delle due palazzine che hanno rimpiazzato lo stabilimento di inscatolamento delle sardine
In questo caso possiamo senz’altro dire, senza tema di smentita, che il mare, ha permesso di conservare delle vestigia che se fossero state nella terraferma sarebbero già state distrutte dalle mani dell’uomo.
RITROVAMENTI NELLE ACQUE DEL GOLFO DELL’ASINARA
Nonostante in tutto il Mondo vi siano stati questi ritrovamenti, l’Archeologia ufficiale è ancora scettica riguardo all’esistenza di civiltà antidiluviane.
Probabilmente toccherà al Golfo dell’Asinara, con le sue vestigia sommerse, squarciare definitivamente ogni dubbio sul mistero di queste genti che prosperarono durante una lunghissima era glaciale.
Il tutto è nato sia da nostre esperienze dirette risalenti a molti anni fa, sia da testimonianze di diverse persone fra le quali spiccano quelle di vecchi pescatori che in diverse occasioni ci hanno riferito di costruzioni regolari che si notano sul fondo del mare, chiaramente, solo quando le condizioni di visibilità sono ottimali.

Immagine
alcuni dei blocchi che formano le Mura Ciclopiche rinvenute nel Golfo dell'Asinara


Proprio questo è stato fin’ora il problema principale che fino ad oggi ha fatto arenare le ricerche, oltre che chiaramente alla cronica mancanza di fondi.
Quando si riesce a mettere insieme il volontario che ha una barca con un’adeguata strumentazione e gli esperti in immersioni, nel 99% dei casi ci si immerge nei punti segnalati ma non si riesce a vedere niente a causa della torbidità dei fondali.
Le rocce calcaree di questa zona, infatti, sia dei fondali stessi che delle parti costiere, con gli apporti fluviali e torrentizi, fanno depositare sul fondale delle microparticelle che con correnti marine anche minime vanno in sospensione, diminuendo drasticamente la visibilità.
Ciò non avviene, ad esempio, nella zona di Stintino dove vi è una diversa conformazione geologica delle rocce, meno solubili in acqua, ed è quindi più alta la percentuale di giornate con fondali perfettamente limpidi, anche con correnti sottomarine forti.
Al momento attuale tuttavia non ci sono ancora pervenute segnalazioni riguardo a strutture megalitiche sommerse in quella zona.
Questo non significa che nel mare prospiciente la Nostra Città non vi siano giornate in cui i fondali sono perfettamente limpidi, ma solo che disponendo solo di volontari è molto difficile far coincidere la disponibilità delle quattro cose necessarie:
1) i Mezzi Adeguati;
2) il Personale Competente:
3) le Condizioni Meteorologiche Buone;
4) la Visibilità dei Fondali Buona.
Si è deciso quindi di trovare dei finanziamenti e delle sponsorizzazioni pubbliche e private, in modo da poter acquistare e/o noleggiare mezzi e attrezzature più sofisticate, come ad esempio un sonar di ultima generazione, che da un’immagine tridimensionale dei fondali anche con visibilità zero, e che quindi, in collegamento ad un GPS permette di localizzare punti interessanti che potranno essere controllati meglio quando le condizioni meteomarine e di visibilità lo permetteranno.
Sarà inoltre necessario avere a disposizione un mezzo che consenta di fare agevolmente immersioni anche in periodo invernale, quando le temperature non sono delle più gradevoli ma le condizioni di visibilità sono eccellenti.

il mini-sommergibile UBOAT-WORK (3 posti)
A tal proposito è stato individuato un mini-sommergibile, che può trasportare massimo tre persone. Questo mezzo che è utilizzato ormai correntemente per escursioni da molti operatori del settore, ma anche per prospezioni e ricerche, perfettamente si adatta al nostro scopo.
Verrà chiaramente assunto anche del personale in modo da permettere il raggiungimento di un risultato apprezzabile in tempi relativamente brevi; pensiamo massimo due anni dall’acquisizione della somma prefissata necessaria al raggiungimento dello scopo.
I ritrovamenti dei quali abbiamo attualmente le coordinate sono finora situati a profondità variabili, fra i 5 e i 30 metri, che sono poi le profondità più sfruttabili economicamente per visite guidate.
Tuttavia siamo sicuri che vi sono vestigia molto interessanti, da un punto di vista storico, anche a profondità maggiori.
Le vestigia sono costituite da mura formate da blocchi megalitici di dimensioni variabili dai 2 ai 3 metri ma anche oltre posati ad OPUS QUADRATUM che spesso risultano spostati dalle loro posizioni originarie da una forza terrificante. Cosa è successo?


Immagine
Sub fra i meandri delle Mura Sommerse del Golfo dell'Asinara
I tempi sono ormai maturi, soprattutto perché, dopo i rinvenimenti similari, alcuni dei quali abbiamo precedentemente riportato, avvenuti in diverse parti del Mondo, anche il nostro Golfo possa far sentire la sua voce. Quando parliamo di questi ritrovamenti, la gente ci ascolta con attenzione ed interesse senza farci passare per visionari, specie nelle famiglie dei pescatori, dove molte sono le testimonianze che hanno sentito dai loro congiunti.
Recentemente ad esempio siamo stati convocati dalla Facoltà di Geologia dell’Università di Sassari (Prof. Ginesu) che ha chiesto precisazioni sull’avanzamento delle ricerche.
Sempre più gente in tutto il mondo è affascinata da questi aspetti della nostra affascinante storia ancora poco chiara e quindi avvolti dal mistero.
Albert Eintein disse: “Il più bel sentimento che si può provare è il senso del mistero. È questa la fonte di ogni arte genuina, di ogni vera scienza. Colui che non ha mai conosciuto questa emozione, che non possiede il dono di meravigliarsi e di estasiarsi, tanto vorrebbe che fosse morto: i suoi ochhi sono già chiusi”.
BUDGET PREVISTO
La somma necessaria per portare avanti il progetto non è bassa (vedi Piano Economico Finanziario), ma è quasi irrisoria paragonata ai risultati che si otterranno.
Quando la ricerca sarà terminata si avrà a disposizione una mappatura del golfo con le coordinate precise di molte rovine sommerse che potranno essere meta di un interessante percorso di visite guidate diving. Mentre per i siti meno profondi potranno essere utilizzati i mezzi tipo SEA DISCOVERY costruiti a Porto Torres dal Cantiere Navale “Orsa Maggiore” che ha già evaso commesse, per questo tipo di mezzi semisommergibili, provenienti da tutto il Mondo.

Immagine
altra immagine delle Mura Sommerse del Golfo dell'Asinara
Quindi sarà possibile chiaramente effettuare ulteriori studi approfonditi da parte degli Enti e delle Autorità Preposte.
Ciò non attirerà solo migliaia di appassionati ma darà una Caratterizzazione Precisa al turismo della Città, oltre all’Isola dell’Asinara, dandole visibilità in tutto il mondo in seguito alle conferenze e ai servizi televisivi che verranno organizzati appositamente per divulgare i dati della ricerca.

Immagine
notare le notevoli dimensioni dei massi in relazione alla figura del sub


La Città con questo forse non risolverà tutti i problemi economici e occupazionali, ma sicuramente aggiungerà, contestualmente all’Isola dell’ Asinara, un tassello importante verso una crescita e uno sviluppo , secondo solo a quello del periodo dell’insediamento industriale, che tanta ricchezza ha portato in Città, a discapito però, di un’ immane inquinamento che molto è costato e costerà in termini di salute pubblica e vite umane.
Si inizierà così finalmente ad uscire dalla crisi che ha portato la nostra città ad essere soprannominata dai suoi stessi abitanti “MORTO TORRES”.
Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida.
Il nostro lontano passato, ci fornirà preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il nostro futuro, migliorando così le nostre condizioni di vita per mezzo di un
TURISMO ECOCOMPATIBILE
ALTAMENTE CARATTERIZZATO




http://www.porto-torres.info/tag/mura-sommerse


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 11/01/2016, 01:55 
Il missile dell'imperatore Augusto

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http://www.informareonline.it/ilmissiledell'im.html


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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 29/02/2016, 18:25 
Cita:
ETRUSCHI

DAL SEME DI ATLANTIDE A ROMA CAPUT MUNDI

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Come spesso è accaduto nella storia, le scoperte più interessanti e rivoluzionarie sono nate da semplici intuizioni. Anni di studio e di ricerca trascorsi tra intere notti su antichi testi da tradurre ed interpretare, sotto gli effetti di caffè e nicotina, e week end in esplorazione sul campo incuranti di freddo, pioggia o caldo afoso, per poi trovare l’illuminazione di un’idea in quella solitaria ed insignificante frase in un libro o piuttosto in una fotografia distrattamente scattata da turisti domenicali.

E’ da questa considerazione in apparenza così “profana” che scaturisce una delle più controverse visioni di una realtà forse creata ad arte da chi voleva celare ben altre verità, come nel caso degli Etruschi: un popolo vittima della “damnatio memoriae” dei Romani prima e del Cattolicesimo dopo.



La nostra intuizione, comunque suffragata da un estenuante lavoro di ricerca, nasce da semplici ed empirici quesiti:



- è accertato che nell’area italiana compresa tra Capua (antica Velthurna) e le attuali province di Roma, Viterbo, Frosinone, Lucca, Grosseto e Livorno, la popolazione etrusca raggiungesse i 3 milioni di abitanti, riuniti in una confederazione o lega, che gli stessi Etruschi chiamavano “Nazione”, come dedotto dall’Elogio Funebre di Laris Pulenas del 200 a.C.. Come è dunque possibile che la tradizione attribuisca ad Enea la fondazione di Roma, essendo sbarcato sulle coste laziali con (forse) poche centinaia di compagni?



- Le più antiche leggende narrano che Enea in fuga da Troia, appena sbarcato si diresse subito nell’Alto Lazio, nel porto di Regisvilla (nei pressi dell’attuale Tarquinia), come avesse conosciuto sin da principio la meta ultima del suo viaggio. La più nota Lavinio, fu infatti edificata solo successivamente dal figlio Ascanio. Perché l’eroe troiano giunse proprio in quel luogo alla corte del Re Etrusco Tarconte? Esistono prove di suoi approdi in Puglia, in Calabria, in Campania…. eppure, sceglie una città ben specifica.



- Analogamente ad altre storie raccontate, compresa quella di Gesù Cristo, esistono alcuni “buchi temporali” nella cronologia etrusca: si passa dalla cultura poco più che primitiva dei Villanoviani (abitanti autoctoni degli stessi territori) ad un’organizzazione federale assolutamente moderna ed evoluta come quella Etrusca, con un salto se non di tempo, certamente di cultura. Com’è avvenuto questo passaggio? I Villanoviani si evolsero nel giro di pochi decenni, furono assorbiti da una civiltà superiore e straniera, oppure rappresentarono una sorta di casta inferiore, come accadeva con gli autoctoni egiziani?

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Con il tempo, abbiamo imparato che le imprecisioni cronologiche, le molteplici versioni riportate della medesima vicenda e la confusione sui nomi dei relativi protagonisti, sono chiari sintomi di un artefatto storico atto a cancellare o modificare qualcosa di scomodo. La tradizione etrusca, ricchissima di manufatti, pitture ed incisioni, non poteva affidare la propria immensa cultura alla sola tradizione orale, come invece asseriscono alcuni archeologi contemporanei. Ma sappiamo bene che il terreno più fertile dove seminare una nuova versione dei fatti è rappresentato da una iniziale “tabula rasa” dei documenti scritti.

Plutarco, nella sua “Vita di Numa” descrisse le vere origini della cultura romana rivelate dalla ninfa Egeria ad un sacerdote della sabina Curi: in vista della morte, egli dispose che tali scritti fossero seppelliti per sempre accanto al suo corpo. Probabilmente questi testi dovettero rivelarsi particolarmente “eretici”, se i posteri decisero di disseppellirli e bruciarli definitivamente.

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Dionigi di Alicarnasso ci narra che il re etrusco Tarquinio il Superbo attorno al 520 a.C. introdusse a Roma i “Libri Sibyllini”, testi profetici, ritualistici, oracolari ed astrologici di origine greca (ma sono in molti a sostenere fossero antiche pergamene etrusche poi tradotte), rinchiudendoli nel tempio dedicato a Giove Capitolino (sulla sommità del Campidoglio).

La leggenda vuole che un’anziana donna li offrì al re Tarquinio sotto forma di 9 rotoli dietro il pagamento di una somma di denaro considerevole. Questi, diffidente nell’acquistare qualcosa di cui ignorasse il contenuto, tentennò. La donna bruciò 3 dei nove libri, offrendone 6 allo stesso prezzo; all’ennesimo rifiuto, bruciò altri 3 libri. Tarquinio il Superbo quindi comprò i soli tre libri rimasti al costo dei nove iniziali. L’anziana donna, dopo aver ceduto la parte restante di un sapere ancestrale, scomparve nel nulla, dando origine alle leggenda secondo la quale essa fosse proprio la Sibilla Cumana.



A prescindere il profondo significato simbolico della leggenda, i Libri Sibyllini furono da subito considerati “intoccabili”. Uno dei custodi (duumviri), Marco Aurelio, solo per averne ricopiato alcune profezie, venne giustiziato con una morte orribile: cucito in un sacco e gettato a mare.

Anche in questo caso, con l’avvento del Cristianesimo, quest’opera unica subì una sorte nefasta: Stilicone, nel 400 d.C. ne ordinò la distruzione.

Stessa sorte è toccata ai testi detti della “Disciplina Etrusca”, come i “Libri Hauruspicini”, i “Libri Fulguratores”, i “Libri Rituales”, i “Libri Acherontici” ed i “Libri Fatales” ed “Ostentaria”.



Quali segreti potevano giustificare un tale azzeramento culturale e la necessità di riscrivere la storia “a tavolino”? Certamente qualcosa di talmente sconvolgente secondo i canoni del tempo, da restare appannaggio di pochissimi eletti; qualcosa che poteva addirittura non limitarsi alle origini dell’Impero Romano, ma che avrebbe coinvolto il nascente Cristianesimo, se non addirittura le stessa genesi dell’Umanità conosciuta...

IL DILUVIO DI OGIGE, ATLANTIDE ED I PELASGI

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“Nulla ha di fisso e costante il mondo,

se i giri osserviamo delle cose;

La cieca e instabil Dea così dispone

E tutto va precipitato al fondo.

Tutto volge Fortuna sottosopra

e ognor fa nascer le vicende istesse,

né si dà ma che d’essa allegra cesse

dal crudo gioco e dall’ostil sua sopra.



Quel popol che fu visto al ciel la testa

superbo alzare un dì, del reo destino,

del tempo struggitore ora meschino,

sotto il fatal peso oppresso resta.



Puon soffrir solo, e disfare gli anni,

anzi i secoli ancor l’opre d’ingegno,

contro cui nulla puonno e il fiero sdegno

del veglio edace e di Fortuna i danni.

Tutto rimane, e finchè sol lucente

il cielo schiarirà, la terra e l’onda,

rimarrà intetto ognor ciò che feconda.



Ai papiri affido l’umana mente.”

(Aurem Opus Antiquitatum Italicarum)





Occorre andare al 1788 per trovare le teorie più affascinanti circa un’origine “alternativa del Popolo Etrusco a firma del noto Don Gianrinaldo Conte Carli.

Parliamo prima di ogni altra vicenda o ipotesi, di un secondo –e molto più vicino- “Diluvio Universale”, detto “di Ogige”, avvenuto circa 4000 anni fà, particolare che ci costringerebbe a retrodatare molte delle teorie archeologiche e antropologiche oggi accettate.



I segni dell’ultima Grande Glaciazione (terminata 4.000 anni prima) erano ancora evidenti nelle aree polari. In un periodo presumibilmente compreso tra il 5000 ed il 4000 a.C. si verificò un disgelo improvviso e repentino, oppure uno straordinario innalzamento delle maree (entrambe causate forse dal passaggio di meteorite, come ci tramanda Diodoro…).

Consideriamo che è stato calcolato già nel XVIII secolo che un corpo celeste che si avvicinasse alla Terra ad una distanza di 72mila chilometri, alzerebbe il livello delle acque anche di 12mila piedi (3657 metri circa), con variabili dovute ovviamente alla massa.

La maggior parte delle terre emerse furono quindi inghiottite da una massa di acqua inimmaginabile nel volgere di poche settimane.

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La grande ondata di piena entrò attraverso lo Stretto di Gibilterra, sconvolgendo la geografia del bacino Mediterraneo. La datazione di fossili di crostacei e conchiglie nonché la presenza di ardesie sulle molte zone collinari italiane né confermerebbero la veridicità.



Il mare coprì per lungo tempo molte aree quindi, con il suo lento ritiro diede origine all’attuale fotografia geografica, comunque differente da quella primordiale. Molte alture restarono separate della terra continentale, divenendo isole ed arcipelaghi (“…la natura delle cose cangiò d’aspetto…”-Plinio).

L’evento apocalittico sterminò una gran parte delle popolazioni esistenti ma altre, dopo essere rimaste in mare per mesi, approdarono sulle alture che il loro procedere alla deriva via via gli poneva davanti.



In questo contesto si inserisce il mito di Gilgamesh, figura per molti versi identica al biblico Noè, al Noha dei Maya, al Topi azteco, all’Yima persiano ed al Nu-wah cinese.

Nel 1696 nelle campagne vicino Roma venne ritrovato un vaso, raffigurante proprio il diluvio di Ogige con uomini ed animali che riparavano in una nave, utilizzato per le celebrazioni delle “idroforie”, delle festività comuni a tutto il bacino Mediterraneo in cui si rievocava la grande inondazione.



Abbiamo quindi una situazione di neo-Genesi, individuabile attraverso un parallelo con la mitologia, all’epoca di Ercole Egizio, nel 4690 a.C, a cui vengono appunto attribuite le Colonne d’Ercole.: un quadro di civiltà primordiale (ma già piuttosto evoluta) con culti e tradizioni molto simili se non comuni, che si trova improvvisamente ad essere “rimescolato” e trapiantato in nuove terre da civilizzare, ripartendo da zero.

Queste genti riportarono comunque la propria cultura di origine (spesso incentrata sul culto di Saturno) che, con il passare dei secoli si modificò secondo le peculiarità delle aree geografiche colonizzate: con un po’ di fantasia potremmo vedere dietro a questi eventi l’interpretazione di una metafora come quella della “Torre di Babele”.



In Italia, questi popoli vennero classificati dalla storia come autoctoni, cosa giusta nella terminologia ma inesatta qualora volessimo analizzarne il passato remoto. Le difficoltà e le divergenze incontrate –ad esempio- per stabilire l’origine degli Etruschi, nascerebbero proprio da questa confusione iniziale. Essi erano autoctoni della penisola italica ma al contempo discendenti di altri popoli sparsi nel Mediterraneo: discendenti forse di un'unica stirpe comune ad altri ceppi culturali e linguistici.

Antioco Siracusano sostiene che la denominazione di “Pelasgi”, indichi proprio questi antichi esuli di altre civiltà che, attraverso il mare si diffusero in nuovi territori prendendone le caratteristiche (Umbri, Ausoni, Siculi, Liguri e Tirreni provenienti da Oriente e dall’Egeo; i Coni da Sud; Veneti, Cignei, Fetontei, Sardini –anche se Tacito li descrive consanguinei degli Etrusci- e Orobi da Nord).

Tra le coincidenze tese ad avvalorare questa ipotesi, c’è l’uso di tutte le popolazioni pelasgiche di dividere il territorio in 12 parti (città, aree, regioni o “città-stato”, come nel caso degli Etruschi).

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Il Carli, sulla base della coincidenza dei miti comuni a tutti i popoli antichi, pone il diluvio di Ogige all’origine dello stesso disastro di Atlantide, una delle terre da cui provenivano questi popoli erranti del mare; la terra da cui nasceva soprattutto la loro comune conoscenza di base, un sapere che forse aveva radici ancor più antiche della stessa Atlantide che ne era custode.

Molti popoli nel mondo raccontano di aver avuto origine da antichi avi provenienti dal mare e fuggiti dalla propria terra natale sconvolta da un cataclisma:



- gli Atzechi da Aztlan;

- gli Olmechi da Atlaintika;

- i Vichinghi da Atli;

- i Celti da Avalon;

- i Fenici ed i Cartaginesi da Antilla;

- i Berberi da Atarantes;

- gli Irlandesi da Atalland.



Platone sostenne, sulla base di quanto appreso da Solone in Egitto, che Saturno (una divinità comune a tutte le genti prima citate) “…condusse dall’Atlantide popoli e colonie…”. Nello stesso periodo, Giano Re accolse, nei territori ascrivibili all’attuale Lazio, “…i nuovi ospiti dall’Altantide…” o Saturnini. Le terre che videro la mescolanza di queste nuove culture, vennero chiamate proprio “Saturniae”.

Il Trogo sostenne che “…italiae cultores primi, Aborigenes fuere, quoram Rex Saturnes, inaque Italia regis nomina Saturnia appellata est…”. Platone, nel Timeo, sulle Memorie d’Egitto, scrive: “…Saturno… che tal nome aveva il fratello d’Atlante, il quale venne nella Tirrenia…”.

Quindi, il Saturno che guidò i superstiti del popolo atlantideo alla salvezza non era un dio, bensì un condottiero di stirpe reale, che poi venne confermato re nelle nuove terre.

Altra particolare coincidenza risiede nel fatto che tutti i primi invasori di Africa e Grecia, seppur appellati con nomi di dei ed eroi, erano comunemente chiamati “Figliuoli dell’Oceano”, come testimoniato da Omero, allo stesso modo con cui gli Atlantidei (o Titani) erano definiti “generati dal mare”.

Tutto ciò potrebbe farci azzardare l’affascinante ipotesi che le similitudini costruttive e culturali riscontrate in molteplici luoghi del Globo, America compresa, avessero veramente un’unica origine.



Infatti, nella moltitudine di popoli erranti per mare dopo il diluvio, quelli con le maggiori conoscenze avrebbero sicuramente imposto il proprio sapere agli indigeni incontrati.

La necessità di un ritorno alla normalità dopo il diluvio è testimoniata anche dalle imponenti strutture di scolo scavate da antichissimi popoli, con l’obiettivo di bonificare le aree pianeggianti. Molte aree della stessa Italia, per molti sono state caratterizzate da territori paludosi ed insalubri.



Dionigi di Alicarnasso, assicura che Oenotro, figlio di Licaone, giunse in Italia e trovò solamente un paese deserto ed incolto ed abitato esclusivamente sulle sommità dei monti.

Ci è stata data testimonianza che nella zona di Piacenza le paludi furono presenti fino all’epoca di Annibale (“…che nell’attraversarle perse un occhio…”).

Giustino, ai tempi della prima guerra con gli Sciti, descriveva una tale quantità di territori paludosi da impedire l’accesso all’Egitto.



Furono molte dunque le culture antiche a testimoniare questo grande cataclisma alla base della diffusione di una seconda civiltà, alcune anche rimarcando la propria origine antecedente (gli Arcadi, ad esempio, sostenevano che il loro popolo fosse più antico della Luna).

Ad avvalorare la tesi di un meteorite come causa scatenante del Diluvio di Ogige, intervengono alcune tradizioni scritte ed orali provenienti dalle medesime popolazioni. E’ comune infatti il parallelismo del fuoco con l’acqua, come nella favola di Fetonte o dell’egizia Fenice che si rigenera dalle ceneri.

Un corpo celeste avrebbe dunque sfiorato la Terra, lanciando frammenti infuocati e rivoluzionando l’equilibrio dell’asse terrestre? Innegabile è la contemporaneità storica e mitologica del rapido alternarsi di incendi ed inondazioni, proprio nel periodo attorno al 4000 a.C.. Horus Apoline ci fornisce il geroglifico di un leone sormontato da un uomo con in mano una fiamma ardente. Lo stesso leone è nell’atto di abbassare il capo in direzione di uno specchio d’acqua.

In molte zone del Globo, soprattutto nelle aree costiere caratterizzate da dirupi (anche nelle vicinanze di Roma si possono riscontrare), è possibile effettivamente riscontrare degli strati geologici piuttosto particolari. Partendo dal basso, troviamo conchiglie ed ammoniti per un’altezza spesso anche di metri; poi, un ampio strato di terra o rocce vulcaniche o sedimentarie. Speso questi strati sono tutt’oggi interrati o sommersi, ma la cosa che più incuriosisce è che nelle parti visibili (e quindi relativamente più recenti), abbiamo in rapido susseguirsi di uno strato di carboni e di conchiglie che spesso coincidono e si confondono.



William Whiston teorizzò queste “prove” come segue: “…per un passaggio di una cometa vicino alla Terra di otto volte più vicina della Luna, di circolare che era l’orbita di essa terra, divenne ellittica; e il sole che da prima era al centro d’un circolo, si ritrovò nel fuoco d’un ellissi corrispondente al luogo dell’attrazione della cometa, che discese appunto nel piano dell’eclittica verso il suo perielio, l’anno XII del toro. L’anno s’allungò per conseguenza di giorni 10 e ore 1,30 e venne il diluvio…”.



Scheletri ed ossa di animali tipici di ambienti caldi, ritrovati in Siberia, Ungheria e Francia, farebbe appunto supporre un vero e proprio capovolgimento delle fasce climatiche. Sopra il Volga, sul monte Bogda, sulle rive di un lago salmastro, vennero ritrovate conchiglie tropicali e coralli.

Sembrerebbero coinvolte anche note leggende metaforiche come quella egiziana di Iside ed Osiride. Diodoro narra che “…Osiride fu ucciso e lacerato da suo fratello Tifone… Iside, moglie e sorella lo vendicò ma nel ricercare le varie parti del corpo del marito, non riuscì a ritrovare la parte virile, istituendo le festività del Fallo come elemento di rigenerazione…”. Erodoto attribuì questi eventi ai tempi di Ercole Egizio, quindi al tempo dell’inondazione.



Se dunque per definizione Osiride rappresentava il sole ed Iside la Luna (quasi ad indicare un perfetto equilibrio iniziale) chi avrebbe dovuto rappresentare Tifone che ai tempi di Ercole Egizio causò tanta rovina? Sarà forse un caso che il primo Re d’Egitto diede ad una cometa proprio il nome di Tifone? Gli Egizi, secondo Plutarco, associavano il nome di Tifone alla sventura e detestavano il mare aperto. Mai è menzionato nella cultura egizia il nome di Nettuno o di suoi omologhi. Gli stessi Egizi che continuarono a perpetrare il numero 360 nel conteggio annuale (evidenziati dai 360 sacerdoti di Acaut o dai 360 vasi nel tempio di Osiride secondo le cerimonie quotidiane), privi cioè di quei 5 giorni in più presumibilmente causati dallo spostamento dell’asse terrestre.



E’ anche degno di curiosità sapere che il termine giapponese per indicare gli uragani è proprio “Tifone”.



LA (RI)COLONIZZAZIONE DEGLI ETRUSCHI FONDATORI DI TROYA



Ma tornando all’analisi storico-antropologica da cui eravamo partiti, il panorama che si sarebbe presentato nell’epoca post-diluviana poteva essere caratterizzato da retaggi culturali di una comune origine, da antiche conoscenze tramandate da chissà quale epoca e da un azzeramento dell’evoluzione tecnica e pratica. Si ripartì praticamente dalla pietra!

Il popolo Etrusco, sarebbe dunque una “cellula” di una precedente cultura, una sorta di seme impiantato in un nuovo contesto territoriale da cui gli storiografi e gli archeologi farebbero partire le vicende ufficiali. Ma la definizione stessa di “Etruschi” quale civiltà unitaria è in parte errata.



“Etrusca” era il nome dato ad una confederazione di popoli e città, spesso caratterizzati da etnie e culture differenti (o, come abbiamo visto, differenziate nel tempo e dall’abitat): Tirreni, Rasenna, Tusci, Falisci, Ceriti, Veienti, Capenati, Ruma, Umbri, Equi, Sabini, Aurunci e forse Volsci e Reti.



L’unione di ceppi provenienti dal mare e portatori di conoscenze più avanzate, tra cui la stessa scrittura, con alcuni popoli autoctoni (che spesso erano ancora arroccati sulle montagne, come gli Villanoviani, Ausoni e gli Enotri), determinò l’esigenza di condividere i medesimi territori attraverso un’organizzazione politico-amministrativa che né gestisse il rapporto. Dal punto di vista religioso, non vi era invece alcuna necessità di mediazione, riconoscendosi tutti nelle credenze “originarie” e comuni.

Analizzando più da vicino le stesse città che componevano l’area anticamente occupata dagli Etruschi, possiamo scorgere alcuni elementi caratteristici, quasi esclusivi, in ogni singolo agglomerato urbano.

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Tale rete cosmopolita è evidenziata dalle differenze palesi nell’edificazioni di strutture abitative e funerarie: la tradizione delle “tombe a tumulo” ad esempio sembrerebbe focalizzata nel territorio cerite (seppur utilizzata sporadicamente in altre aree dell’Etruria) e del tutto simile a tecniche costruttive rivenute a Gordion (nella regione Frigia, chiamata “Phyrgia”, con una curiosa assonanza con la nostrana Pyrgi), in India vicino Ceylon, in Corea a Gyeongju, in Irlanda presso Newgrange, in Danimarca a Klekkende Hoy ed a King Asger’s Moud, come nella Gran Bretagna nell’area circostante il più noto monumento di Stonehenge o nel Wiltshire (questi ultimi anche parte integrante di un Crop Circles).

Diviene facile supporre che la “tradizione” che introdusse tale tecnica di sepoltura appartenesse ad uno di quei ceppi provenienti dai “Figliuoli dell’Oceano” piuttosto che da gruppi autoctoni.





E’ possibile che proprio questa differenziazione culturale tra le varie città-stato, presente anche con una precisa simbologia sulle rispettive monete, sia all’origine delle difficoltà e delle discordanze (accese ancora oggi) nell’attribuire un’origine certa a questo popolo?

Non dovremmo forse cominciare ad analizzare la provenienza di ciascun componente della Federazione Etrusca?



Tra i più popolosi centri abitati del territorio Etrusco, alcuni noti per sanguinose battaglie con Roma, altri per la particolare sacralità delle vestigia, dopo anni di studi empirici e sul campo, focalizzai l’attenzione sulla città di Tarquinia (o Corneto, o Corito).

Questa possiede delle peculiarità che la differenziano da tutte le altre in modo piuttosto netto, sbilanciando su di essa il baricentro di tutta la cultura etrusca (differente dall’Omphalos sacro, individuato nel Lago di Bolsena).

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Ma per comprendere meglio l’importanza che Tarquinia rivestì occorre, anche in questo caso, fare un ulteriore passo indietro in quel limbo dove la storia si amalgama con il mito…

Erodoto e Tucidite, per primi, narrarono una storia diversa da quella assunta oggi dallo standard accademico: i Pelasgi, questo grande movimento di erranti marittimi, tra cui gli Etruschi, giunsero nelle terre del Mare Egeo portando la loro scrittura, i miti e rinnovando il culto religioso, esattamente come dovette accadere in Italia (partirono dalla fondazione della città di Spina e quindi si propagarono su tutta la Penisola). Tralasciando le ultime scoperte sull’origine e la diffusione della scrittura Etrusca (è ormai appurato che le forme di greco arcaico coincidessero quasi completamente con l’Etrusco, come dai ritrovamenti sull’Isola di Lemno), otteniamo un primo dato piuttosto sconcertante.



Fu la cultura pelasgica -e quindi anche etrusca- a fondare le basi della grande Grecia e dell’Ellenismo e non il contrario. I Popoli del Mare, si distribuirono in varie aree di questo territorio, incontrando gli autoctoni e ridividendosi secondo le rispettive origini risalenti all’epoca antecedente il diluvio di Ogigene.

Virgilio, nel narrare le peripezie dell’eroe Enea, mirate nell’ufficialità a concedere a Roma il lustro delle origini greche, sembra commettere dei grossolani errori di date, non lesinando di nascondere tra le righe alcune frasi apparentemente fuori contesto. Per un autore stimato ed in auge come P.Virgilio Marone, queste dissonanze non potevano essere frutto di errori o sviste, ma bensì di tracce finalizzate alla corretta (forse futura) comprensione della verità.

Ad esempio, risulta evidente che l’esistenza del Re Latino non potesse essere contemporanea alla venuta di Enea in Italia. Ma il “Latino” citato da Virgilio, poteva in realtà essere il “Latino” re degli Enotri, discendente di Saturno, vissuto all’epoca della guerra di Troia, come riportato da Esiodo. Gli Enotri autoctoni che in precedenza si erano fusi con i Tirreni? Qui la faccenda si complica.



Tucidite spiega bene che dopo la guerra di Troia, furono fondate le colonie greche in Italia, ma che molto prima di questa, già i popoli che si erano stabiliti sulla nostra penisola avessero fondato le loro città in Grecia. Un rocambolesco serpente che si morde la coda, ma lasciando sfogo alla libera intuizione, la situazione potrebbe apparire chiara: i Pelasgi (definiti da Dionigi, “vagabondi come Cicogne”) giunsero sulle coste italiche; qui si fusero con gli autoctoni, quindi, trasmessa l’arte della navigazione, colonizzarono le terre elleniche; con la guerra di Troia, i Greci fuggono e si dirigono verso l’Italia, considerata una sorta di patria d’origine. Fu un ritorno, non una colonizzazione.



Non è un segreto, ad esempio, che Dardano costruttore (oggi forse diremmo “fondatore”) di Troia fosse Etrusco, e nello specifico di Corito (inizialmente localizzata presso Cortona, ma in seguito identificata in Tarquinia, anche in virtù dell’attiguo porto.)

A sottolineare un profondo legame tra i Troiani ed i Tarquini, interviene Licofrone che addirittura narra di Ulisse ed Enea compagni di viaggio di Tarconte (Tarchun, fondatore della stessa Tarquinia, nobile re, condottiero e creatore delle dodici città-stato dell’Italia centrale e delle dodici città dell’Etruria Padana) e Tirreno in un lungo peregrinare per i mari.

Ma come ci ricorda il Palmucci, ben altre fonti, riguardanti soprattutto le Leggenda di Dardano, ci inducono a riflettere:

Virgilio nell’Eneide, per bocca del re Latino rivolto ai Troiani: “…Corito è il nome della città e del monte, cosiddetti da Corito, come alcuni ritengono, padre di Dardano, lì sepolto…”;

Alcimo Siculo, nel citare una leggenda etrusca, “…la moglie di Enea era una donna etrusca di nome Tirrenia (o Etruria): da lei nacque Romolo, e, da Romolo nacque Alba, e da Alba nacque Remo che fondò Roma…”; ancora Virgilio, in occasione dell’incontro di Enea con il re Etrusco Tarconte, elegge Tarquinia a “antiqua mater”, ispirandosi alla già mitizzata partenza dei Pelasgi dall’attiguo porto di Regisvilla (Gravisca), alla volta dell’Egeo.

Sempre nell’Eneide, ritroviamo il passo in cui i Troiani ascoltano a Delo l’oracolo di Apollo: “antiquam exquirite matrem! (cercate l’antica madre)”. Erroneamente il padre di Enea ritenne dovesse trattarsi di Creta ma ivi giunti, furono tutti colti da una grave pestilenza.



Una notte, i Penati apparvero in sogno all’eroe vaticinando: “Bisogna cambiare le sedi. Apollo non ti consigliò di venire in questi lidi, né ti comandò di fermarti a Creta. Vi è un luogo, i Greci lo chiamano con il nome di Esperia, terra antica, potente per le armi e per la fertilità del suolo. L'abitarono uomini Enotri. Ora è fama che i posteri abbiano chiamato Italia quella gente, dal nome del loro condottiero. Queste sono le nostre proprie sedi. Da qui venne Dardano e il padre Iasio, dal quale progenitore la nostra stirpe deriva. Orsù, alzati, e lieto riferisci al vecchio genitore queste parole di certezza: che egli cerchi Corito (oggi Tarquinia) e le terre di Ausonia (Corythum terrasque requirat Ausonias). Giove ti nega i campi di Creta! ”

Alessandra (detta anche Cassandra), figlia di Priamo, re di Troia, profetizza la rovina della città.

”Ma tempo verrà, in cui i nipoti (i Romani) faranno ancor più grande la gloria del mio casato perché conseguiranno la gloria della vittoria nelle armi ed otterranno il dominio e la signoria della terra e del mare. Né, o patria infelice, la tua gloria che sta svanendo finirà per esser coperta dalle tenebre perché quel mio parente (Enea), che è figlio della dea Castnia e Coirade (Venere), uomo egregio per il senno e valente nelle armi, lascerà il seme di due gemelli (Romolo e Remo) simili a lioncelli, progenie insigne per gagliardia. Prima egli (Enea) andrà ad abitare a Recelo (città della Macedonia), presso le vette del Cisso (a nord della penisola Calcidica), dove le donne, in onore del dio Lafistio (Dioniso), si adornano di corna. Poi, dopo esser partito dalla Almopia (regione della Macedonia), errabondo lo accoglierà il paese dei Tirreni, dove il Linceo (il fiume Mignone presso Tarquinia) spinge la corrente delle acque calde, e Pisa e i campi di Agilla ricchi di ovini. Ed uno che gli era stato nemico unirà amichevolmente il proprio esercito al suo. Costui è l'Errante (Nanos = Errante, soprannome etrusco di Ulisse) che con il suo vagare aveva esplorato ogni angolo della terra. E gli si uniranno anche i due gemelli Tarconte e Tirreno, figli del re (Telefo) della Misia [...], discendenti dal sangue di Ercole, i quali nella lotta son fieri come lupi…”



LA CENTRALITA’ DI TARQUINIA

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Ora, tutta questa serie di indicazioni (qui ne ho riportato solo una minima parte), sembrerebbe ancor più confermare la discendenza dei Troiani dai Tarquiniesi. Si pensi che addirittura la più antica raffigurazione esistente (V sec. a.C.) sul mito di Troia, è su un vaso (di provenienza non identificata) raffigurante Enea che porta su una spalla il padre Anchise che sorregge una cesta con i Sacri Penati. Premetto che questo genere di iconografia era sempre rappresentata dai Greci con Anchise seduto su entrambe le spalle di Enea, mentre gli Etruschi preferivano l’immagine dell’anziano portato su una sola spalla dall’eroe. Inoltre, questa particolare decorazione risulta differente dagli standard greci, poiché Enea è statico, quasi inginocchiato in segno di riverenza, mentre il padre tiene ben in vista gli oggetti sacri, come nel segno di offrirli o di farli riconoscere.


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Secondo l’Alfoeldi, si tratta dunque non della fuga dalla città assediata, ma bensì dell’arrivo sulle coste tarquiniesi!



La piccola città laziale assume dunque un significato più profondo nello scenario storico e mitologico degli Etruschi. Lo stesso Tagete sceglie proprio quel luogo per manifestarsi!

Cicerone, nel “De divinazione” cita testualmente: “...Dicono che nell'agro Tarquiniese, mentre si lavorava la terra e un solco era impresso più profondamente, saltò fuori all'improvviso un certo Tages, e parlò a colui che arava. Questo Tages poi, come è (scritto) nei libri degli Etruschi, si dice si fosse manifestato d'aspetto fanciullesco, ma di saggezza da vecchio. Mentre il bifolco si sbalordì alla sua vista e mandò un forte grido di meraviglia, si fece un tumulto, e in breve tempo tutta l'Etruria si radunò in quel luogo,. allora egli parlò motto dinanzi a molti uditori, affinchè imparassero e affidassero alla scrittura tutte le sue parole; tutto poi il suo discorso fu quello, nel quale era contenuto l'insegnamento dell'aruspicina...”.



Marco Corsini, ricorda addirittura un rapporto diretto anche con gli storici nemici di Enea: “Attraverso la creazione del mito verisimile (ma mai realmente avvenuto) del Viaggio d’Odisseo, che era un racconto piacevole e non un’opera storica, è chiaro, Omero si riprometteva di far risalire ad età eroica la relazione di ospitalità fra Tarquiniati e Greci, quando già Ino Leucothea aveva salvato Odisseo dal naufragio prima in forma di folaga poi nelle vesti di Nausicaa figlia d’Alcinoo e Arete coppia reale di Tarquinia-Pyrgi che lo avevano fatto ricondurre in patria da una nave feacia. I mercanti greci erano così chiamati a commerciare con l’Etruria ponendo il controvalore sotto la protezione del santuario-banca pirgense di Ino Leucothea, di cui Odisseo aveva già sperimentato la protezione, come della casa regnante tarquiniate che lo aveva ricondotto in patria più carico di ricchezze di quante ne aveva prese a Troia e perdute in mare con nave e compagni.”

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In quest’area si percepisce ancora molto forte anche un culto che ci rimanda a quei Pelasgi erranti: quello del Toro.

La stessa radice di Tarchum (Tarconte) e di Tarch(u)na (Tarquinia), come sostenuto dal Feo, è originaria dell’Asia Minore: infatti “tark” ha il significato di forza rigenerativa o di toro. Tark era anche il nome di un dio-toro Hittita.

Sempre Giovanni Feo, presenta la tesi del ricercatore francese Jean Richer secondo la quale, proiettando uno scenario astrale centrato sul Lago di Bolsena (centro religioso e divinatorio etrusco), l’antico abitato di Tarquinia è perpendicolare proprio alla costellazione del Toro.

Ma i riferimenti al toro non si esauriscono qui.

A pochi chilometri dall’odierna Tarquinia, troviamo ancora esistenti le note “Terme Taurine” e nella necropoli principale, una tomba detta “dei Tori”. Lo stesso Tagete (da molti visto come l’Hermes etrusco), uscì da un solco di aratro (altro riferimento ai buoi/tori?) tracciato da Tarconte e lo stesso nome “italòs” significa “terra dei tori”.

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Non può dunque sorgere il sospetto di una coincidenza tra il segno zodiacale del Toro e l’inizio dell’era precessionaria omonima che, a sua volta, corrisponde quasi precisamente al termine del Diluvio di Ogige ed al successivo ripopolamento? Un toro virile e fecondatore, ma anche colui che tirando l’aratro, segna i confini della (ri)nascita di una città, uno stato, un popolo.

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Possibile che il 90% della mitologia etrusca, nasca in questo luogo?

Abbiamo già visto che sempre qui trovò sepoltura il corpo di Dardano, capostipite dei Troiani. Occorre precisare che secondo recenti studi, l’attuale Tarquinia sorge sulle vestigia di Corneto, mentre l’antica “Tarchuna” era collocata sulla collina antistante. In quest’ultima ancora oggi si possono individuare i resti dell”Ara della Regina”, nel punto esatto dove si dice ci manifestò Tagete.

In questo tempio nasce il culto della grande triade etrusca (“Megaloi Theoi”) con la madre Cibele-Uni, la figlia Persefone-Menerva ed il padre fecondatore Dioniso-Tinia.







Restai sorpreso quando nel 2006 Il Corriere della Sera riportò la notizia del ritrovamento del “Fanum Voltumnae” e della sua identificazione come luogo di riunione politica, amministrativa e religiosa dei capi delle dodici lucumonie, poiché Virgilio sostiene fosse in realtà nei pressi di Tarquinia. In effetti, osservando gli scavi orvietani, si notano strutture di superficie o addirittura in elevazione, come all’uso dei Romani. Sappiamo che gli Etruschi veneravano entità sotterranee e che sentissero l’esigenza di un contatto, se non una penetrazione, con la terra.



Le stesse “vie cave”, oltre ad assolvere a compiti di sicurezza, riparo e superamento dei dislivelli, avevano un forte significato simbolico, introducendo il viandante nelle viscere della terra.

Quindi, un “gran consiglio” delle città stato, vista la profonda spiritualità degli Etruschi, difficilmente poteva svolgersi in un contesto privo di quel principio ispiratore divino, trasudato dalla terra e veicolato dalle acque.



Con questo non voglio assolutamente negare che il “Fanum Voltumnae” non costituisse realmente un luogo di riunione della Federazione Etrusca (già influenzato dalle tecniche costruttive romane), ma ipotizzare che questo sostituì un originale e più antico sito che doveva trovarsi più vicino all’egemone Tarquinia, successivamente abbandonato (o destinato a diverso utilizzo) a seguito della fondazione di Roma, come vedremo più avanti.

Durante un sopralluogo esplorativo nel territorio che si estende tra il monte Cimino e Tarquinia (ininterrottamente costellato di necropoli, quasi ad indicare una delle vie più sacre), una struttura detta “Grotta Porcina” (per secoli è stata usata come porcile) ma conosciuta anticamente come “La Grande Ruota”, considerata ad oggi il più grande tumulo etrusco esistente.

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Questa è divisa in 3 distinti livelli dal sapore tutt’altro che cimiteriale: il fatto che sia contornata da tombe rupestri ha indotto gli studiosi a considerarla una struttura sepolcrale, ma all’interno –in grandissime sale- sono visibili degli intagli che fanno pensare a basi per scranni, non alloggiamenti di sarcofagi o salme.

Nell’avvallamento sottostante fu ritrovato un altare celebrativo ed alcuni contenitori atti (forse) a pigiare l’uva, elementi che ci riporterebbero più a rituali gioviali e di ospitalità, piuttosto che riti funebri. Ripeto che la presenza anche di tombe non deve trarre in inganno, poiché la cultura religiosa degli Etruschi era molto dipendente dal rapporto con gli antenati defunti.



Disseminare le principali arterie di comunicazione con tombe, costituiva un’ulteriore stato di protezione e (nuovamente) un modo per essere sempre vicini all’aldilà, senza contare che per un defunto etrusco, la peggior dannazione era l’essere dimenticato. Questo spiega perché difficilmente possiamo scorgere una via dichiaratamente etrusca, senza incontrare sepolcri. Essere sepolti presso un luogo che presumibilmente accentrava personalità politiche e religiose da tutta l’Etruria era quindi un grande onore, soprattutto per i discendenti.

L’area è delimitata da un corso d’acqua e sull’altura presente sulla sponda opposta, abbiamo trovato chiare tracce di strutture “ciclopiche” (gigantesche pietre da costruzione) completamente devastate e dalle planimetrie irriconoscibili, anche per la presenza di alberi ed arbusti.



Se a questo aggiungiamo che tale sito è ubicato a poche centinaia di metri dall’antico tracciato della Via Clodia (“Tarquiniese” ai tempi degli Etruschi), credo dovremmo porci delle domande.



Tutte le strade dell’Etruria non erano -come recentemente stabilito- dirette al Lago di Bolsena, ma a Tarquinia, come ci ricorda lo scrittore e studioso Alberto Palmucci.



Quanto fin qui descritto, ha tentato di stabilire alcuni azzardati punti chiave:



- un catastrofico evento devasta il mondo conosciuto e con le acque divide popoli che un tempo possedevano simili tradizioni e culti;



- i supersiti, in parte si rifugiano sulle alture, restando o divenendo “autoctoni”, altri errano per i mari, prendendo il nome di Pelasgi o “Figliuoli dell’Oceano”: tra questi sono annoverati gli “Atlantidei”, i “Titani” e molte genti provenienti dall’Egeo e dall’Asia Minore;



- l’incontro di così molteplici e variegate culture, favorisce l’evoluzione dei Pelasgi rispetto agli Autoctoni di fatto separati dal resto del mondo.



- la (ri)colonizzazione della penisola italiana ha due precisi punti focali di primo contatto: Spina al nord e Tarquinia al centro.



- i ceppi più evoluti dei Pelasgi trasmettono la scrittura, la conoscenza e rinnovano il culto religioso introducendo riti e simbologie anche tesi a non dimenticare il Diluvio di Ogige;



- nei paesi dove si stabiliscono i Pelasgi, il territorio viene diviso in dodici parti;



- l’eroe Enea, approdando a Tarquinia in cerca dell’aiuto di Tarconte, riconosce e ritrova i padri della sua stirpe e del suo popolo troiano probabilmente partiti ai tempi del Diluvio;



Ma se già questi elementi sarebbero sufficienti a cancellare la memoria di un popolo, per secoli sottovalutato, quale potrebbe essere stato l’elemento scatenante che né determinò la scomparsa culturale? Molti autori antichi e moderni ci pongono sulla buona strada, ma il sospetto che uno tra tutti, Virgilio, abbia lasciato delle tracce sull’Eneide ci obbliga a proseguire, entrando però nel puro campo delle ipotesi.





TARQUINIA ALL’ORIGINE DI ROMA

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La nostra abitudine nell’osservare ogni cosa a 360°, senza i limiti imposti dall’ufficialità e dagli standard assunti, sarà di grande aiuto, poiché chiuderemo questa disamina proprio tornando ad una delle empiriche domande iniziali: “Sapendo che il territorio Etrusco nel centro Italia si estendeva dall’Emilia a buona parte della Campania, con agglomerati che sfioravano già all’epoca i milioni di abitanti, come fece un drappello di Troiani (seppur aiutati) ad avviare la nascita di Roma e del suo futuro potente impero?

Sarebbe stato come recarsi a casa di un estraneo e, senza permesso, usare il suo giardino per piantare i nostri pomodori per poi decidere di prenderci anche un paio di sue stanze…

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La verità è che Roma fu fondata nel centro di una potente e radicata regione etrusca e che ciò non sarebbe stato in alcun modo possibile, senza l’aiuto, il coinvolgimento e la partecipazione degli stessi Etruschi.







E’ oramai appurato anche dall’archeologia accademica di come la leggenda di Romolo e Remo faccia acqua da ogni parte. Uno dei tanti ed ulteriori tentativi di inventare la storia per coprire la realtà degli accadimenti.

Il nome stesso “Roma” è stato forzatamente fatto risalire a Remo, quando invece era di chiara origine etrusca. Una delle prime denominazioni di quell’agglomerato di villaggi fu “Valentia”, traduzione latina dal greco Rhòmee (rwmh) termine indicante la potenza e la forza. Però c’è anche da constatare che il ceppo etrusco presente nell’area erano i “Ruma”…

Anche i nomi di Romolo e Remo potrebbero trovare la loro origine in note famiglie di rango tipicamente etrusche: i “Remni” ed i “Romylii”.

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Tutto il territorio a destra dal fiume Tevere (la cui riva era appunto denominata “Ripa Veiens”) era sotto il controllo politico di Vejo (nella foto) già ai tempi del Re Vel (753 a.C.), mentre l’area a sud (comprese le alture dei Castelli Romani) era legata ai Latini con ben 60 villaggi fino al promontorio del Circeo e “cuore amministrativo” in Alba Longa (confinante con la “Tusculum” di Telagono -re pelasgico- altro importante centro etrusco abitato dai Tusci, provenienti dall’aera tarquiniese). Tito Livio accenna ad una pacifica convivenza tra i due popoli ed a comuni interessi commerciali. Il fatto che per tradizione acquisita, la data della nascita di Roma sia fissata al 753 a.C. sembrerebbe più in relazione all’inizio del dominio di Veio su quei villaggi che su una vera e propria edificazione, che prove archeologiche collocherebbero attorno al 500 a.C. (anche perché fino a questa data si segnalano solo immense paludi…)

E’ risaputo che ogni mito, quando si scontra con la storia, pecca sempre da un punto di vista cronologico.



Non mi dilungherò sulle innumerevoli tracce della predominante presenza etrusca nelle simbologie religiose dalla Roma antica, forse oggetto di una pubblicazione specifica ed approfondita, saltando direttamente alla più ardita delle conclusioni.

Tracciamo uno scenario ipotetico, concedendoci qualche licenza deduttiva e romanzata (tanto la storia sembra essere composta solamente di tali licenze…).



Enea si rivolge a Tarconte per muovere contro i Latini (che il mito omerico vuole legati più ad una immigrazione “pelasgico-greca”, quindi in contrasto con quella troiana), facendo leva sulla comune assonanza di cultura ed origini. Si forma dunque un temibile esercito troiano-tarquiniese con il preciso intento di prendere il controllo dei territori dove sorgerà la futura Roma.

Inizialmente la città di Veio appoggia l’iniziativa, intravedendo la conquista del potere commerciale dei Latini. Il fatto che Enea stabilisca sul Gianicolo (territorio veientano) il proprio centro strategico, dimostrerebbe questa tesi.

La vittoria sui Latini, consumata a Cuma attorno al 338 a.C. fu compiuta grazie anche all’intervento dei Tusci di Tusculum (divenuto avamposto tarquiniese in territorio nemico e per questo premiato con una delle prime cittadinanze romane) ed al probabile approvvigionamento di truppe da parte dei Sanniti.



La città di Veio, già a quel tempo, forse delusa dal monopolio di Tarquinia sulla nuova città (da notare che i re di Roma di etnia etrusca, erano tutti provenienti da Tarquinia), era entrata in contrapposizione e quindi in conflitto con Roma, cadendo a seguito di un assedio (del tutto speculare a quello di Troia) per mano di Furio Camillo nel 396 a.C.



Su questa vicenda desidero evidenziare due curiosità.

La prima è che Veio si vede rifiutare l’aiuto della Confederazione Etrusca, convocata appositamente al Fanum Voltumnae di Orvieto (spostato in quel luogo perché Tarquinia era ormai divenuta una realtà a parte rispetto alle lucumonie?), probabilmente poiché alcun discendente “pelasgico” avrebbe mai osato aggredire la “antiqua mater”, tranne i nuovi aggregati (al tempo le città-stato erano divenute molte più di dodici).

La seconda, riguarda il personaggio di Furio Camillo, o meglio il suo cognome (gens).



Il già citato Giovanni Feo, nel suo “Miti, segni e simboli etruschi” nel tracciare un quadro inter-culturale sulle origini del mito di Tagete, scrive: “Uno dei nomi di Hermes nei Misteri di Samotracia era Cadmilos, in allusione alle remote origini fenicio-egizie del dio (…) Nel culto etrusco comparivano giovani sacerdoti, chiamati Cadmili, che in età romana furono detti Camilli. E’ lo sfuggente Hermes Cadmilos a dare il nome ai Cadmili etruschi, adepti destinati alle nozze sacre con la sacerdotessa che incarnava il potere della Grande Dea.” Un ennesimo dato che ci conferma la persistenza di metafore, invenzioni ed elementi criptici in tutta la vicenda etrusca.





L’OBLIO DI UN EPILOGO



Ora riusciamo anche a scorgere i vari motivi che decisero la “damnatio memoriae” di questo popolo, non a caso consumata sotto Costantino (con l’aiuto della madre Elena). Anzi, potremmo affermare che parte della storia dell’intera Umanità è stata riscritta proprio per volere dell’imperatore romano.

Costantino, promotore del Concilio di Nicea con cui si stabilirono i canoni del Cristianesimo, eliminando tutte le fonti dissimili, gnostiche ed apocrife, volle molto probabilmente eliminare la cultura religiosa di quel popolo che proprio grazie ad un credo pagano, aveva dato origine a Roma ed al più grande impero della storia.



Al contempo, favorendo la memoria degli Etruschi, si sarebbe giunti a conoscerne le radici e la Sapienza tramandata, dovendo ammettere un periodo ante-diluviano che avrebbe posto dubbi sull’inoppugnabilità dell’Antico Testamento e quindi sulla nascente fede cristiana.

Proprio il Diluvio di Ogige che con le sue immani inondazioni aveva coperto le tracce di un antico e fiorente passato, ponendo in ombra i fasti romani e greci. Ci siamo, ad esempio, mai chiesti quali conseguenze avrebbe avuto una massa apocalittica di acqua e fango su strutture megalitiche, templi ed in generale sulle possibile testimonianze di una “passata umanità”? Il fango avrebbe ricoperto ogni cosa, divenendo terra fertile. Ciò spiegherebbe i numerosi ritrovamenti di strutture spesso enormi (soprattutto piramidi) sparse in tutto il mondo e nascoste da metri di terra, bosco o prati?

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La “Piramide di Visoko”, in Bosnia, celata da un’intera collina;

- la “Piramide di Cahuachi in Perù;

- le “Piramidi di Montevecchia”, in provincia di Lecco;

- la piramide di “Cerumbelle” in provincia di Enna;

- la “Piramide di Ch'i She huang ti” ed altre 7 in Cina;

- la “Piramide di Cahal Pech” in Belize;

- la “Ziqqurat di Monte d’Accodi” in provincia di Sassari



Quante testimonianze di un lontano passato riusciremo a strappare dall’oblio imposto “a tavolino” per ragioni politiche, religiose ed economiche (cioè, in una parola, “di potere”)?

Da chi è a conoscenza delle mie ricerche, ricevo ogni giorno segnalazioni di gigantesche formazioni collinari a tumolo o a piramide in tutta Italia. La maggior parte sono dovute alla particolare conformazione del terreno, ma altre mi lasciano profondamente perplesso e divengono oggetto di approfondimento. Anche nelle vicinanze di Roma, potrebbero celarsi un’enorme struttura piramidale e vari tumuli grandi come intere colline.



Questo è dunque il “Grande Segreto Etrusco”? Lo stesso segreto che ritroviamo in ogni antica civiltà su tutto il globo. Segni di un pensiero ed una spiritualità apparentemente comuni oppure retaggi di una Conoscenza che non aveva confini, almeno non quelli attuali…



Angel Heart




http://www.ilportaledelmistero.net/Vede ... scans.html


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MessaggioInviato: 29/02/2016, 19:41 
vimana131 ha scritto:
(gli Arcadi, ad esempio, sostenevano che il loro popolo fosse più antico della Luna).


Magari è proprio "l'arrivo" della Luna il corpo celeste che ha sconvolto tutto...



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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 29/02/2016, 21:05 
MaxpoweR ha scritto:
vimana131 ha scritto:
(gli Arcadi, ad esempio, sostenevano che il loro popolo fosse più antico della Luna).


Magari è proprio "l'arrivo" della Luna il corpo celeste che ha sconvolto tutto...


Fu una teoria, quella dell'assenza della Luna in tempi remoti, di cui discutemmo anche con i miei collaboratori del podcast, soprattutto in riferimento alla apparente mancanza della stessa nelle pitture rupestri di decine di migliaia di anni fa.

Ma fu una ricerca che purtroppo non ebbe seguito né esito ragionevole...



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 Oggetto del messaggio: Re: Tirrenide
MessaggioInviato: 04/04/2016, 01:07 
Cita:
La tradizione della Città di Rama e il mito del Graal

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– Il mito celtico del Graal

Una vasta regione, che oggi si estende dal Piemonte alla Savoia e alla Provenza fino a raggiungere la Ligura la Valle d’Aosta, è stata testimone di eventi straordinari che rappresentano le radici culturali di queste stesse terre e di tutto il continente europeo.

Le leggende e le tradizioni di tutta Europa parlano della caduta dal cielo, nell’area della Valle di Susa, di un oggetto di origine divina, portatore di conoscenza sulla Terra, che avrebbe dato il via ad una tradizione iniziatica ancora esistente nel nostro tempo.

Queste leggende sembrano coincidere con il mito greco dei primi Dei che, come dice Platone, si divisero il nostro mondo in precise aree e le organizzarono per poter donare la loro conoscenza alle creature di allora. Mito che sembra riecheggiare quello aborigeno riguardante la venuta sulla Terra, in tempi antichi, dei Signori della fiamma che diedero vita al “Dreamtime”, la loro dimensione segreta di vita, modificando l’ambiente del pianeta per adattarlo ai bisogni degli esseri umani.

Mito che si può anche riallacciare alle leggende nordiche relative alle vicende degli Asi, gli antichi Dei del nord, progenitori dell’umanità.

Queste leggende parlano della sconfitta, da parte degli Asi, dei giganti che dominavano la Terra ai primordi della storia. Gli Asi furono aiutati da Loki, il figlio ardente del tuono e della tempesta caduti come un colpo di martello sulla terra. Insieme liberarono il pianeta dai ghiacci e consentirono in seguito ad Odino, il loro re, di creare un mondo che risultasse adatto per l’umanità a cui egli stesso aveva dato vita e che fu posta in una sorta di eden, protetto da una muraglia circolare fatta di pietre.

Le leggende europee, confermando la narrazione di Platone circa gli Dei che si spartirono la Terra per allevare gli uomini, raccontano che in questa vasta zona la caduta dell’oggetto diede vita ad un “recinto”, un’area protetta, in cui gli esseri viventi dell’epoca poterono accedere a conoscenze profonde della scienza e dello spirito. Qui nacquero le scuole iniziatiche dei grandi saggi che diedero vita alle tradizioni che si diffusero poi in tutta Europa e che continuerebbero ancora nel nostro tempo.

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La raffigurazione della leggenda di Fetonte in una incisione del 1800

L’evento riguardante la caduta dell’oggetto di natura divina è riportato nella tradizione ellenica dalla leggenda di Fetonte, figlio del re Sole, il quale, non sapendo guidare il carro celeste del padre, sarebbe precipitato al suolo. Gli uomini, rinvenuti i resti del carro celeste, avrebbero tratto da essi la conoscenza divina che conteneva.

Nelle Metamorfosi di Ovidio, poeta latino di Sulmona vissuto intorno al 30 a.C., il testo cita l’avventura di Fetonte, figlio del dio Sole, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perdere il controllo del mezzo celeste. Così si avvicinò troppo alla Terra che cominciò ad incendiarsi. Zeus, il sommo dio dell’Olimpo, accortosi di ciò che stava accadendo, per salvare la Terra dalla distruzione provocata dal calore emanato dal carro solare lanciò un fulmine sul figlio. Fetonte fu così sbalzato dal carro celeste e cadde sulla Terra precipitando nel fiume Eridano, l’antico nome del Po.

La tradizione druidica vuole che il carro di Fetonte sia caduto in un luogo che si trovava all’incontro di due grandi fiumi, nella zona dove oggi si uniscono la Dora e il Po. Una zona identificabile nell’area che comprende l’attuale città di Torino e parte della Valle di Susa.

Fa eco al mito di Fetonte quello relativo alla discesa del Graal. Il mito narra in termini di allegoria antropomorfa la vicenda di una creatura semidivina che in tempi molto antichi precipitò dal cielo finendo per cadere sulla Terra. Nella caduta, lo smeraldo che adornava la sua fronte si staccò precipitando al suolo. Altre creature semidivine lo raccolsero modellandolo in forma di coppa e lo consegnarono ad Adamo nell’Eden, al fine che lo custodisse e se ne avvantaggiasse.

Quando Adamo dovette abbandonare l’Eden, portò la coppa con sè. Attraverso la sua discendenza, la coppa del Graal giunse nelle mani di Osiride, dio tutelare dell’Egitto. Quando Osiride fu ucciso a sua volta per mano di Set e il suo corpo venne da questi smembrato e disperso per tutta la terra, la coppa andò perduta. Così gli uomini persero la loro preziosa fonte di conoscenza.

Molti secoli più tardi, nella città di Camelot in Armorica, re Artù, aiutato dal druido Merlino, radunò dodici cavalieri, riunendoli in cerchio attorno alla nota Tavola Rotonda, con lo scopo di ritrovare la preziosa coppa del Graal. Riportata la coppa a Camelot, re Artù cercò di utilizzarla per ricostruire un nuovo Eden, ma non tutti i cavalieri erano capaci di sostenere la conoscenza che essa conteneva, tanto che il Graal appariva e scompariva nel centro vuoto della Tavola Rotonda. La ricerca moderna del Graal ha coinvolto organizzazioni iniziatiche di ogni genere, dai Templari sino ai gruppi esoterici più disparati.

Gli alchimisti di ogni tempo, nel segreto dei loro “athanor”, i fornelli alchemici in cui trasmutavano le qualità dello spirito, cercarono di riprodurre la pietra filosofale che avrebbe consentito di accedere al segreto della “lapis exillis”, la “pietra di conoscenza caduta dal cielo”.

Platone, il filosofo ateniese del 400 a.C., in merito alla leggenda di Fetonte, che si riallaccia a quella del Graal, sostiene che essa, come tutte le leggende, non è altro che una favola per bambini che nasconde un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti (potremmo identificarli come asteroidi) che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.

In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l’impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un’epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro inspiegabile scompasa.

Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell’accaduto?

Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?

C’è anche da chiedersi per quale motivo, trattandosi solo della caduta di un asteroide, l’antica tradizione abbia attribuito a quell’oggetto un significato riferito ad una fonte di conoscenza. Non va dimenticato che la parola Graal, secondo gli alchimisti medievali, è in realtà l’acronimo di “Gnosis recepita ab antiqua luce”, ovvero “conoscenza ricevuta da una antica luce”.

– Il mito del Graal e la citta’ ciclopica di Rama

E’ indubbio che questa zona dell’Europa fu teatro di un evento di portata significativa per le creature viventi di quei tempi ed esercitò un richiamo di interesse mistico per molte altre culture di tutti i tempi e di ogni luogo del continente. Alcuni autori riportano ad esempio che, molti secoli più tardi, giunse in visita addirittura un principe egizio. Racconto riportato anche in un testo del 1679, “Historia dell’Augusta Città di Torino”, ad opera del conte e cavaliere Emanuele Thesauro, dedicato al Reggente del Ducato sabaudo. In quest’opera si narra che un principe egizio, fratello di Osiride, detentore del segreto del Graal, venne in questi luoghi dall’Egitto con il suo esercito personale per impiantarvi una colonia.

Sempre secondo la leggenda fu proprio questo personaggio ad introdurre in zona il culto del dio Api, il toro divino dell’antico Egitto, da cui prese poi il nome la popolazione dei Taurini e la stessa città di Torino sorta secoli dopo. Sempre in quest’opera, al principe egizio, che morì annegato nel Po durante una corsa forsennata su una quadriga, fu dato il nome di Fetonte Eridano. Dopo la sua morte il suo nome venne dato al fiume dove era perito e che corrisponde all’attuale fiume Po.

Non si deve dimenticare che proprio nella Valle di Susa, subito dopo il diluvio ricordato in tutte le tradizioni del pianeta, e presumibilmente dopo la scomparsa della grande civiltà del bacino del Mar Nero, venne edificata la misteriosa città ciclopica di Rama.

Le antiche cronache della Valle di Susa, nel nord Italia, riportano l’esistenza, in epoche remote, di una città ciclopica chiamata Rama. La città, dalle descrizioni, potrebbe assomigliare alle fortezze megalitiche peruviane e dell’Oceania. Le leggende dei secoli successivi aggiungono che questa mitica città fu uno dei luoghi dove venne conservato per un certo periodo il Graal.

Il mito della città sopravvisse ai secoli a mezzo delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori di inizio secolo che raccolsero dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza.


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La cima del Roc Maol, in Val di Susa. In Epoca romana, ospitava sulla sua cima un tempio dedicato a Giove.


Secondo queste testimonianze, la città megalitica di Rama si ergeva sulle falde della montagna del Roc Maol, l’antico nome del Monte Rocciamelone, la cui vetta era stata sede di culti antichi tra cui per ultimo il culto di Giove. La città era stata costruita con l’uso di grandi blocchi di pietra. Le sue mura ciclopiche si snodavano per circa 27 chilometri e i suoi immensi portici in pietra si sviluppavano, per tutta la lunghezza della valle, sulla direttrice delle cittadine di Bruzolo, Chianocco e Foresto, sulle rive del fiume Dora.

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Una libera ricostruzione della città di Rama nella sua massima estensione urbana.


Rama non era l’unica grande costruzione in pietra, ma faceva parte di un immenso agglomerato urbano di costruzioni minori che si estendeva dalla città di Susa alle porte dell’attuale città di Torino. Rama era la vera e sola città esistente allora, la sede pacifica e intellettuale di un popolo misterioso.

Sulla sommità del Roc Maol, la montagna su cui si appoggiavano le mura della città, era posto l’osservatorio da cui i sacerdoti esploravano il cielo. Se di Rama si conosce ben poco, ancor meno si sa dei suoi edificatori.

Le leggende locali raccontano che anticamente, presumibilmente intorno al 3000 aC, un popolo di uomini di pelle scura, forse i Picti della Scozia, era giunto nella valle e vi si era stabilito. Dopo che questo popolo si unì con la gente del posto, venne edificata la città ciclopica. Secondo la leggenda, queste genti, provenienti da una terra scomparsa a seguito di una grande inondazione, si era fermate in quelle zone perchè vi avevano trovato un raro minerale che serviva a loro per motivi misteriosi.
Un’altra leggenda narra invece che gli edificatori di Rama provenivano dall’India, condotti lì da una guida spirituale di nome Ram, da cui la città prese il nome.

I racconti del folklore locale riportano che gli edificatori di Rama veneravano il sole e il fuoco come simboli spirituali. Erano abili metallurgici, forgiavano oggetti in metallo ed estraevano un particolare minerale dalle miniere del Bosco Nero, nella zona di Mompantero. Dagli studi dei ricercatori del secolo scorso risulterebbe che in seguito i romani, suggestionati dalle leggende su Rama, ne cercarono i pozzi minerari e li esplorarono per poter capire che cosa vi si estraesse. Sempre secondo questi racconti, gli abitanti di Rama erano considerati dei grandi maghi e degli alchimisti versatissimi nelle scienze esatte quanto in quelle occulte e possedevano macchine che facevano cose meravigliose.

Ai piedi del Bosco Nero c’era un immenso giardino che gli autori del secolo scorso definirono come il Giardino delle Esperidi, detto anche il Paradiso, dove si riunivano i grandi maghi di Rama e dove, molti secoli più tardi, si ritrovavano le streghe dell’antica religione. Le narrazioni locali raccolte dai ricercatori riportano che la città venne distrutta da un grande e improvviso diluvio. Altre ancora raccontano che la sua scomparsa fu dovuta ad una gigantesca slavina di ghiaccio e pietre che la spazzò via, seppellendola per sempre sotto i suoi detriti. Se quest’ultimo racconto si riferisce all’azione morenica dei ghiacci che slittavano lungo la valle c’è da pensare che la fine di Rama sia avvenuta in epoche molto remote.

Altre narrazioni ancora ricordano un assalto alla città per depredarla, da parte delle popolazioni locali guidate da Ram, la guida spirituale dal simbolo dell’Ariete giunta dall’Asia. Forse la città in principio aveva un altro nome che fu cambiato dopo la conquista di Ram, prima di scomparire. Altri autori riportano la cronaca di un improvviso terremoto distruttore nella valle, che rase al suolo la città e questa non venne più riedificata.

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Parte dei resti delle mura di Rama che si possono ancora osservare in Val di Susa. La loro struttura ricorda quella delle mura delle fortezze lasciate dai Pelasgi nell’area del Circeo nel Lazio


Oggi della ciclopica città di Rama rimangono le tradizioni che hanno alimentato la cultura druidica dell’area piemontese. Dopo la sua scomparsa, i druidi del luogo proseguirono la loro opera iniziatica continuandola in segreto nei secoli seguenti sino al nostro presente.

Le tracce di questa città rimangono vive nelle molteplici leggende locali e nei nomi di vari luoghi dell’area su cui sorgeva Rama, come il “bosco di Rama” o il borgo di “Ramat”, e in molti cognomi di persone. Ancora oggi nell’area di Mompantero esistono leggende locali che narrano in maniera molto esplicita eventi relativi alla città di Rama e alla sua scomparsa. Secondo le leggende, non tutti i suoi abitanti scomparvero a causa della catastrofe che distrusse l’antica città, ma una parte di loro si salvò e costruì una città segreta nelle viscere rocciose del Roc Maol, dove i sopravvissuti si rifugiarono mantenendo nascosta la loro esistenza. Altre leggende asseriscono che all’interno del Roc Maol vi sarebbe un mago benevolo che veglia su un immenso tesoro fatto di monili preziosi e di strumenti magici. Altre leggende ancora affermano che in posti segreti, conosciuti solo a pochi valligiani, sono rimasti strumenti di scavo e varie strane macchine che furono usate dagli abitanti di Rama con le quali è possibile fare ancora oggi delle cose straordinarie.

Alla fine del secolo scorso, nel campo di un contadino del luogo, fu ritrovato un sarcofago in pietra di 3 metri della cui origine nessuno ha saputo dare una spiegazione e che potrebbe essere collegato alla mitica civiltà di Rama.

– Il mito del Graal nelle leggende del Piemonte

Le antiche leggende della Valle di Susa collegano la città di Rama al mito del Graal e sostengono che il mitico oggetto veniva custodito e protetto dai suoi misteriosi abitanti. Nello stesso modo in cui sopravvivono ancora oggi le leggende e i reperti storici legati al mito di Rama, in Piemonte sono ancora vive le testimonianze culturali e storiche della presenza locale del Graal.

Possiamo citare la leggenda di San Eldrado in cui si può intravvedere un evidente legame con la figura di Merlino e con il ciclo arturiano del Graal.

La leggenda si riferisce alle vicende di un nobile e ricco signore provenzale, divenuto monaco e responsabile dell’Abbazia di Novalesa, che si conquistò una fama di gran santità per le sue opere e per i suoi miracoli. Questa figura ricorda quella di alcuni santi bretoni, come Saint Cornely di Carnac, vescovo a tutti gli effetti, ma raffigurato in una statua con il falcetto d’oro dei druidi in una mano e il vischio nell’altra.

San Eldrado era noto per i suoi miracoli. Guariva con l’imposizione delle mani, specificità terapeutica dei druidi, ed era legato ad una particolare fontana che le successive tradizioni cristiane riportano come dispensatrice di olio benedetto. Nei suoi ritiri spirituali San Eldrado meditava con la musica che, si dice, avesse appreso dagli usignoli delle foreste. Come Merlino, il santo venne intrappolato in una foresta da un sonno che durò per 300 anni. La stessa leggenda racconta anche che fece addirittura un viaggio nel tempo con un salto di 100 anni nel futuro.

Possiamo ancora citare la leggenda della caverna del Mago, situata nel Musiné, una montagna ad ovest di Torino da cui si apre l’accesso alla valle di Susa, colma di simbolismi legati al mito del Graal.

Le tradizioni valligiane narrano che in una grotta posta nel cuore del Musiné vivrebbe un mago che si era nascosto per compiere indisturbato i suoi esperimenti con gli strumenti rimasti della scomparsa città di Rama.

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Una leggenda medievale della Valle di Susa narra che in una caverna segreta, celata in una delle montagne, un drago custodirebbe il Graal.


A difesa del luogo ci sarebbe un enorme dragone tutto d’oro pronto a distruggere con il suo fiato infuocato ogni intruso che tentasse di avventurarsi all’interno delle grande caverna.

In una piccola cripta esisterebbe uno smeraldo di immenso valore mistico, grande quanto un pugno di una mano d’adulto, da cui si diffonderebbe una intensa e limpidissima luce verde che illumina tutto intorno.

La leggenda riporta che un signorotto del luogo, un certo Gualtiero, cercò di penetrarvi con degli uomini armati per appropriarsi dei tesori che sarebbero stati nascosti in questa caverna.

Entrarono in una sala illuminata dove sembrava che la luce venisse emanata dalle pareti stesse. Trovarono il mago seduto davanti ad una fontana d’acqua che sgorgava dalla roccia.

Il mago invitò gli intrusi a guardare nell’acqua del laghetto che all’improvviso divenne lattea e mostrò delle immagini che andavano formandosi. Gualtiero e i suoi armati videro cosiì apparire in sequenza soldati con armature che si combattevano, soldati vestiti solo con abiti blu e cappelli a tricorno che sciamavano con archibugi in pugno, quindi grandi uccelli di metallo che lasciavano cadere oggetti che distruggevano una grande città e infine bruchi metallici che si muovevano tra le rovine della stessa città.

Gli intrusi, terrorizzati per quello che avevano visto, fuggirono dalla grotta. Ebbero modo di vedere dietro di loro il mago che saliva verso il cielo scortato da due grifoni tra un rumore assordante. Poi dei massi caddero dall’alto della montagna e chiusero l’ingresso della grotta che non verrà mai più ritrovata.

Nella Valle di Susa, della mitica città di Rama rimangono ancora molte testimonianze megalitiche tuttora visibili. Esistono dappertutto, dolmen e menhir di ogni dimensione, in valle e sulle pendici del Monte Musinè. A Villafocchiardo si può osservare una grande pietra coricata su cui sono state raffigurate le tre fasi della Luna. Nella stessa zona, a San Didero, esiste il complesso megalitico delle ruote solari. Sulle pendici del Musiné è stata trovata una stele di cospicue dimensioni raffigurante una dea madre.

Negli anni ’70, sul pianoro denominato Pian Focero, o anche “il piano dei fuochi”, è stato rinvenuto un tempio solare, dove i druidi andavano a osservare le stelle. Era un antico luogo di culto che comprendeva una collinetta e un pianoro, un’ampia area dove si riunivano i fedeli del culto.

La collinetta che domina il luogo ricorda molto il fronte di una piramide Maya. Vi si può trovare anche una scala intagliata nella pietra che sale sino alla cima, dove sono stati rinvenuti tre “mascheroni” di fattura tolteca. Sul fronte della collinetta sono stati rinvenuti numerosi bassorilievi intagliati nella pietra, raffiguranti il sole fiammeggiante.

Possiamo ricordare la sopravvivenza, per millenni e fino ai giorni nostri, della cultura druidica che aveva come fulcro il culto solare e quello del fuoco e che ancora viene celebrata da alcune comunità contadine della valle con riti segreti che riuniscono centinaia di persone di ogni villaggio della valle.

Sino al secolo scorso erano noti i riti eseguiti dai “calderai”, le corporazioni metallurgiche della valle, che in certi periodi dell’anno si riunivano a danzare freneticamente intorno a grandi fuochi accesi in onore delle energie del fuoco e in ricordo del potere del sole. La divinità solare era celebrata per aver donato il carro celeste da cui era stato ricavato il grande disco d’oro forato, fulcro della cultura spirituale della zona.

– Il mito del Graal e la citta’ di Torino

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Una riproduzione della ruota d’oro lasciata da Fetonte agli uomini per trasmettere la sua conoscenza segreta.

Le antiche tradizioni riportano infatti che in tempi immemorabili, dopo la caduta dell’oggetto celeste, fondendo il metallo di cui era fatto venne ricavata una grande ruota forata di due metri di diametro che costituì un riferimento di culto e di cultura iniziatica per le popolazioni di tutta l’area dove si era verificato il prodigioso evento.

Queste stesse popolazioni costruirono quindi un grande tempio sotterraneo strutturato sulla pianta di in immenso labirinto, simile al tempio che costruirono nell’antico Egitto sul Lago Moeris, costituito da migliaia di stanze collegate tra loro. Al centro di questo labirinto, in una enorme sala sotterranea, vi posero la ruota d’oro che divenne il centro delle attività iniziatiche.

Quando, nei secoli successivi, l’Impero romano estese la sua influenza militare sul Piemonte, sconfiggendo e sottomettendo le popolazioni locali dei celti-taurini, il culto antico legato alla ruota d’oro si trasferì decisamente nel labirinto del tempio sotterraneo le cui grotte si estendevano dall’ingresso della Valle di Susa fino a raggiungere il fiume Po. Secondo la leggenda, il culto druidico avrebbe quindi continuato ad esistere in queste grotte e sarebbe ancora presente ai giorni nostri.

L’ingresso principale del grande tempio sotterraneo venne nascosto seppellendolo, come già fecero i Pitti di Scozia per le loro pietre runiche, sotto una massa di terra e di pietre che cancellavano la sua ubicazione.

Al di sopra dell’area dove si trovava il tempio sotterraneo venne quindi edificato il primo villaggio celtico che si sarebbe poi trasformato in un castro romano adibito al ristoro e all’intrattenimento delle truppe imperiali che erano in transito verso le zone nord europee. Della ruota d’oro non si seppe più nulla e oggi, secondo le credenze popolari, sarebbe ancora nascosta nel suo luogo originario, nel complesso di caverne che ancora esisterebbero al di sotto degli edifici della città di Torino, edificata in tempi successivi agli antichi avvenimenti.

Nel valutare la narrazione del mito del Graal, del racconto della leggenda di Fetonte e dell’esistenza della città megalitica di Rama, si comprendono i motivi della sacralità che era attribuita dagli antichi druidi alla Valle di Susa. Evidentemente qualcosa di molto particolare segnò la storia delle antiche popolazioni che abitavano il Piemonte, un evento tanto importante da creare miti e leggende in grado di perpetuarne il ricordo e il significato che gli fu da allora attribuito.

Forse è proprio da tutti questi eventi straordinari del lontano passato che ha radici il mito che vuole Torino come una città particolare posta al centro di un grande segreto di natura storica e mistica e che apparentemente, di riflesso, ospita da secoli una fucina di libera cultura e di ricerca posta tra passato e futuro.

Molto probabilmente, dietro a questi miti arcaici relativi al Vara, “il grande recinto dello spirito”, vi sono anche le ragioni storiche e culturali che hanno contribuito alla nascita della convinzione che vede Torino come la città del Graal. Non c’è quindi da stupirsi che le credenze medievali indichino proprio il sottosuolo torinese come nascondiglio del Graal. Esistono in proposito cronache del settecento che riportano le testimonianze dirette dell’esistenza di una rete di gallerie segrete esistenti sotto la città. Questi stessi racconti citano anche l’esistenza di accessi segreti che sarebbero situati nelle cantine dei palazzi più antichi di Torino, accessi che conducono ai sotterranei dove sarebbe nascosto il Graal.

Esiste anche una credenza popolare secondo cui nelle statue che adornano la chiesa della Gran Madre di Torino, sul Po, sono celati elementi simbolici segreti la cui interpretazione consentirebbe di avere le indicazioni che rivelano il luogo esatto della città dove è nascosto il Graal.

Estratto da “La tradizione della Città di Rama e il mito del Graal”
di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero
Les Cahiers du Graal, Luglio 2005


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