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Marziano
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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 11/04/2015, 00:15 
C'era un gran traffico anche nell' antichità, alla faccia dell' accademia [:54]

Signa inferre! [:264]



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 21/06/2015, 19:28 
Cita:
In libreria 'Quando i Romani andavano in America' di Elio Cadelo

Immagine

La provenienza di molte delle nostre raffinatezze agro-alimentari che orgogliosamente esibiremo all’Expo di Milano, e che sono alla base della moderna cucina italiana, viene da molto lontano: tante nostre tradizionali coltivazioni furono importate dagli antichi Romani, che trasformarono l’Italia da una terra povera e boscosa nel giardino d’Europa. Lo si scopre nell’ultima edizione del libro di Elio Cadelo, "Quando i Romani andavano in America – Conoscenze scientifiche e scoperte geografiche degli antichi navigatori", (Palombi Editori), appena arrivato nelle librerie e che conta la prefazione di Giovanni Bignami, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.

Frutti quali i limoni, le pesche e le arance furono trapiantati dalla Cina, l’albicocca dall’Asia centrale, le ciliegie dal Mar Nero, le mandorle dalla Mongolia, la noce, la nocciola e la castagna dall’Asia Minore. E si potrebbe continuare a lungo. Nel saggio è documentata anche la presenza del girasole come di altre piante di provenienza centro e sud-americana. "I Romani -afferma Cadelo- importarono queste produzioni agricole in Italia da territori lontani, conquistati o anche solo esplorati, e allestirono così il più rigoglioso giardino dell’Occidente".

"Quando Roma diventò la superpotenza del Mediterraneo, le sue navi -sottolinea ancora Cadelo- raggiunsero ogni angolo del mondo, anche l’America, da dove portarono indietro gli ananas e la mela di zucchero che troneggiano ben visibili sulle tavole imbandite affrescate a Pompei e in mosaici, statue e bassorilievi romani".


http://www.adnkronos.com/cultura/2015/0 ... refresh_ce


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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 22/08/2015, 11:58 
Articolo che conferma le tesi di Elio Cadelo...

ANTICHI ROMANI IN AMERICA?
L’ortodossia ha perso su un’altra storia importante?

Anche se gli archeologi ortodossi respingono qualsiasi possibilità che viaggiatori europei siano giunti in America dal Vecchio Mondo prima di Cristoforo Colombo, hanno parecchie difficoltà a spiegare la scoperta, solo quest’anno, di almeno diciannove antiche monete romane in due distinte località, nel Kentucky.

Poco tempo dopo che i primi europei moderni arrivarono sulle sponde del continente americano, essi cominciarono a raccogliere strani reperti nei campi appena arati dai contadini o sulle rive dei fiumi vicini. Secondo l’archeologo americano Gunnar Thompson, Ph.D., nel suo libro enciclopedico sugli arrivi precolombiani del Nuovo Mondo, American Discovery (WA: Misty Isles Press, 1989), "Due monete romane furono trovate vicino a Fayetteville, Tennessee, nel 1819. Una era di Antonino Pio (138–161 d.C.), l’altra era dell’imperatore Commodo (180–192 d.C.). Esse furono trovate a diversi metri in profondità, sotto alberi che erano ritenuti vecchi di diverse centinaia di anni. Gli archeologi hanno trovato una moneta romana del sec. IV in un tumulo a Round Rock, Texas. A Beachcombers vicino a Beverly, Massachusetts, hanno raccolto numerose monete in rilievo con i volti i imperatori romani che regnarono tra il 337 e il 383 d.C... Altre monete, databili tra il 50 a.C. e il 750 d.C., sono state trovate in North Carolina, Ohio, Georgia e Oklahoma".

David Wells compì la scoperta più recente alla fine dello scorso gennaio, quando scoprì accidentalmente nel Kentucky otto monete romane, alcune delle quali mostravano le sembianze dell’imperatore Claudio II. Ricordato anche come Claudio il Gotico per la sua splendida vittoria sui Goti invasori, il grande Cesare governò per meno di due anni, dal 268 al 270 d.C. Appena cinque mesi dopo tale scoperta, lo stesso Wells portò alla luce altre undici monete, analogamente datate al regno di Claudio II, lungo le rive del fiume Ohio vicino a Louisville. Sempre sul fiume Ohio, nei pressi della foce del fiume Tennessee, venuto alla luce una spada corta (gladio) romana, presso Paducah, nel 1999. Queste scoperte stupefacenti furono documentate da un realizzatore di film d’archeologia, Lee Pennington, nella sua presentazione, prima della quinta conferenza annuale della Ancient American Preservation Society a Marquette, nel Michigan, nel mese di settembre. Pennington descrisse le condizioni in cui Wells aveva trovato le monete, non lasciando alcun dubbio sulla loro origine antica.

Ma c’è altro, oltre le monete, a raccontare l’impatto della Roma imperiale sull’America precolombiana. Per più di cento anni, dopo che gli spagnoli arrivarono in Cile all’inizio del sec. XVI, correvano molte voci sull’esistenza de La Ciudad de los Césares. Questa "Città dei Cesari" era indicata anche come la "città della Patagonia", presumibilmente fondata da antichi marinai romani fuggiti a causa dei disordini civili, scoppiati dopo l’assassinio di Giulio Cesare, e poi naufragati presso lo Stretto di Magellano. La città perduta doveva essere stata piena d’oro, argento e diamanti donati dagli indiani, grati ai romani per la loro consulenza nella costruzione dell’ampia rete stradlae degli antenati degli Inca. A sostegno di questa leggenda, un acquedotto Inca in Rodadero, in Perù, utilizza ancora "due ordini di arcate in pietra, spesso chiamate ‘archi veri‘". Secondo il Dott. Thompson: "Questo stile di architettura è una caratteristica dell’antico Mediterraneo. Di conseguenza, l’acquedotto Rodadero costituisce un argomento forte a favore della diffusione culturale greco–romana".

Mentre La Ciudad de los Césares non è mai stata trovata, essa può avere però fatto eco ad altre scoperte di una presenza romana sulle coste orientali dell’America, come un relitto individuato da un archeologo subacqueo, Robert Marx, al largo di Rio de Janeiro, nel 1976. Le anfore recuperate dalla nave furono analizzate scientificamente da Elizabeth Will, professoressa di Storia greca classica presso l’Università del Massachusetts, che le identificò positivamente come parte di un carico partito dal porto nord africano di Zilis intorno al 250 d.C. Marx trovò persino una fibula di bronzo, per gli indumenti, in Brasile, nella Baia di Guanabarra. Più a nord, lungo la costa del Golfo del Messico, i mattoni usati per la costruzione della città Maya di Comalcalco furono stampati con i segni di muratori romani del II secolo, mentre le tubazioni di terracotta, uniche in tutta l’America Centrale, erano identiche ai tubi trovati in Israele, occupata in quegli stessi anni dai romani.

Questi ed altri reperti, come la raffigurazione in ceramica di un uomo barbuto dai lineamenti europei, con un taglio di capelli in stile romano, che indossa un berretto tipicamente romano, recuperata durante lo scavo di una piramide del secondo secolo a Caliztlahuaca, Messico, indicano che i racconti della "Città dei Cesari" possono avere avuto qualche fondamento, per quanto riguarda i contatti pre–colombiani.

Le scoperte di Marx erano così convincenti, che anche un paio archeologi ortodossi a malincuore dovettero ammettere che le prove sottomarine effettivamente dimostravano che i marinai fossero riusciti a compiere almeno una traversata transatlantica, da Roma imperiale sino in Brasile. Quegli studiosi convenzionali si affrettano ad aggiungere, però, che i marinai della metà del terzo secolo dovevano essere solo un paio di naufraghi, senza alcuna influenza sulla preistoria del Sud America, e non avrebbero potuto stabilire un importante collegamento con il mondo romano.

A contraddire questa ipotesi ortodossa c’è un umile artefatto, che ha raccolto più polvere che non attenzione nel corso dei decenni ed è stato esposto al pubblico in Missouri, nel Saint Louis Museum of Art. Esso è stato descritto nel numero 2007 di The Midwestern epigraphic Journal (volume 21), quando il dottor John White scrisse che "La figurina di guerriero–maiale dei Moche sembra piuttosto una volpe, dopo tutto". Con il termine "figurina" il Dr. White si riferisce all’effigie di un uomo–volpe, con la testa coperta da un elmo conico e le mani giunte sopra un disco. Una banda rossa che corre intorno al disco, come uno scudo, è punteggiata da quindici punti color crema, equidistanti, e circonda una croce rossa centrale, uncinata, su sfondo color crema.

Questi elementi fanno parte di un vaso di 29 centimetri di altezza con un manico vuoto curvo, semicircolare, sulla parte posteriore. Un tubo è collegato ad esso e sporge in un angolo dal manico ricurvo, per consentire a qualcuno di bere o inalare il contenuto della bottiglia.

Immagine

Nella scheda dell’artefatto si legge, "Bottiglia che raffigura una volpe con lo scudo, Perù, Costa settentrionale, cultura Mochica IV, Primo Periodo Intermedio, 200–500 d.C., dipinta con ocra in colori rosso e crema. Su questo recipiente a becco nave troviamo una volpe antropomorfa nella parte superiore di un grande scudo rotondo, dipinto sulla fronte. La volpe indossa un elmo conico con sotto–mento. Lo scudo ha una maniglia che circonda il recipiente di forma conica. Le zone dipinte sul retro sono separate da incisione scanalate".

Questa buffa descrizione può solo servire ad innescare qualcosa di meno della passione nei visitatori della Galleria di Archeologia americana, in cui è esposto l’oggetto. Essi non sono informati del fatto che si tratta di qualcosa di più di un artefatto piuttosto curioso, realizzato da alcune culture sconosciute che precedettero di tredici secoli l’ascesa dell’Impero Inca. Invece, è trascurata l’evidenza fisica dell’arrivo di viaggiatori indoeuropei in Sud America dal Vecchio Mondo nell’antichità, più di mille anni prima che Cristoforo Colombo sbarcasse sulla spiaggia di Hispaniola. Il vaso con l’uomo–volpe fu fatto dai Mochica, più comunemente chiamati Moche, un popolo marinaro che abitava nella pianura costiera del nord del Perù. Verso l’anno 100 d.C., essi stabilirono una rete commerciale fiorente che alla fine si trasformò in una civiltà potente, grazie in larga misura alle loro flotte d’ampio raggio fatte di zattere in legno di balsa e barche. Anche se nessuna di queste imbarcazioni è rimasta, esse sono comunemente raffigurate sulle ceramiche contemporanee. I Moche erano anche abili orafi e crearonoo una vasta gamma di articoli con raffigurazioni, ritraendo su ogni cosa dèi e demoni impegnati in guerre, il lavoro, l’attività sessuale, la navigazione per mare, l’ubriachezza e i sacrifici umani.

Esperti di gestione delle acque su larga scala, essi fecero fiorire il deserto peruviano con le loro vaste reti d’irrigazione. Nel cuore della loro capitale si trovava la Huaca del Sol, la Piramide del Sole, composta da oltre 130 milioni di mattoni, disposti a formare la più grande struttura precolombiana del genere costruita in tutte le Americhe. Originariamente essa dominava da un’altezza di 50 metri il Rio Moche, e serviva come un tempio per i drammi rituali e come residenza imperiale che conteneva camere di sepoltura reale piene di tesori d’oro. Questi furono rapinati nel XVII secolo dagli Spagnoli, che deviarono il fiume contro la piramide.
È interessante notare che il vaso con l’uomo–volpe del Saint Louis Museum è stato datato al primo periodo intermedio, un momento di grande espansione per i Moche. Essi erano anche ricettivi alle influenze esterne, e ne conseguì un periodo intermedio (300–600 d.C.) di fioritura culturale. Non doveva durare, tuttavia, e cedette in gran parte agli effetti di un super El Niño.

Trent’anni di piogge intense, e le inondazioni furono seguite da altri tre decenni di siccità. Prima di questa serie di eventi calamitosi, da cui i Moche non erano in grado di risollevarsi, un primo Periodo Intermedio di ampliamento delle interazioni con il mondo esterno coincise con la creazione del vaso in oggetto, con l’uomo–volpe.

Secondo il sito internet del Museo dell’Oro precolombiano: "I Moche consideravano la volpe un simbolo lunare, a causa delle sue abitudini notturne".

Presso la piramide più piccola di quella del Sole, meglio conservata, la Huaca de la Luna, la Piramide della Luna, gli archeologi hanno trovato una maschera cerimoniale di lega di rame–oro, configurata in modo da simulare una testa di volpe, decorata con simboli lunari. Questa maschera era indossata da un sacerdote o sciamano che personalmente si sforzava di fondersi con l’identità o anima dell’animale, assumendo in tal modo i suoi poteri. Tra queste la guarigione e una vasta gamma di abilità psichiche – in particolare profezia e la chiaroveggenza – legate all’energia lunare.

Immagine

A pag. 65 del suo libro autorevole sulla Civiltà delle Ande, Pre–Inca Art and Culture (NY: The Press Orion, 1960 traduzione di Mervyn Savill), il professore svizzero Hermann Leicht (Università di Zurigo) ha riprodotto un’illustrazione d’un vaso proveniente dalla costa settentrionale del Perù, raffigurante la divinità della luna seduta su una lettiga portata da due uomini che indossano maschere e code di volpe. Questi erano gli uomini–volpe, preti in servizio alla divinità lunare, il cui avatar sulla Terra i Moche credevano fosse la volpe". Perché non avrebbero poi dovuto guardarlo come un servo della luna", Leicht si è chiesto, "visto che osservavano abbastanza spesso come la bestia tenesse colloqui con essa in lunghi ululati?"

Noi non conosciamo né il nome della divinità lunare Moche, né la sostanza del suo culto. Ma durante lo stesso periodo, dall’altra parte del mondo, la dea della luna era venerata a Roma come Diana, divina signora della caccia, che allo stesso tempo proteggeva gli animali selvatici, un’apparente contraddizione resa chiara dal suo precetto: Gli uomini devono esercitare il gioco della caccia per uccidere e alimentarsi, ma con moderazione. Diana era sinonimo di Artemide greca, patrona nell’Olimpo delle donne che lavorano e dei bambini. Nell’arte greco–romana, entrambe le versioni erano in genere ritratte in compagnia di una volpe, che di solito seguiva la dea, in tal modo indicando i suoi "fedeli", cioè i sacerdoti, sacerdotesse e / o iniziati del suo culto lunare. Ma questo animale non è l’unico collegamento convincente tra l’antico Vecchio Mondo e il Sud America pre–Incaico.

Il fratello di Artemide–Diana era Febo–Apollo, il dio–sole, il cui simbolo era una croce uncinata orientata verso sinistra, la svastica. Il nome è sanscrito e significa "segno buona fortuna", ed essa è emblematica di tutte le divinità solare – invariabilmente maschili – note a tutti i popoli indo–ariani, di cui i romani facevano parte. La sua inversa, la Sauvastika orientata verso destra, era anche associata con la sorella gemella del dio–sole, la dea della luna. Le pitture vascolari dell’Era Classica e le statue di Artemide e Diana erano generalmente ornate con la Sauvastika. La comparsa di questo simbolo nell’effigie di un vaso Moche, che raffigura lo stesso animale identificato con un’antica divinità lunare europea, è sottolineata dai quindici punti intorno alla croce uncinata, che corrispondono alla metà del numero di giorni in un mese lunare.

Inoltre, la fabbricazione di questo vaso durante il primo periodo intermedio si è verificata tra il 200 e il 500 d.C., proprio quando l’imperialismo romano si espandeva nella sua massima estensione, proprio quando furono coniate la maggior parte delle monete romane trovate in Nord America. I romani eccellevano nella costruzione di strade, nell’irrigazione e nella scienza militare, le virtù civili che parimenti principalmente caratterizzarono i Moche.

Questo non per sostenere che essi stessi fossero antichi romani. Erano più probabilmente un popolo nativo del Sud America, il cui sviluppo sociale fu fondamentalmente influenzata da visitatori provenienti dal mondo mediterraneo, sia come naufraghi, sia membri di spedizioni agli ordini del loro Imperatore, per riportare qualcosa di valore da Cattigara, il nome romano per il Sud America, secondo il Dott. Thompson, l’antropologo argentino Dick Ibarra–Grasso, e altri studiosi indipendenti.

L’impatto di stranieri potenti influenzò non solo la cultura materiale Moche, ma lasciò un’impronta durevole sulla metafisica andina, come dimostra il vaso con l’effigie dell’uomo–volpe. Fu quasi certamente, all’inizio, proprietà di un sacerdote della dea lunare, e potrebbe essere stato usato come contenitore per qualche pozione allucinogena o droga, che gli permettesse di entrare in uno stato alterato di coscienza, nell’esercizio delle sue funzioni rituali. In ogni caso, il piccolo artefatto del Saint Louis Museum comporta una sorta di prova fisica per l’arrivo nell’antico Perù di portatori della cultura romana, che lasciarono un loro identificabile, duraturo segno sulle prime civiltà sudamericane.

Da Atlantis Rising Magazine, gennaio 2010.

http://www.liutprand.it/articoliMondo.asp?id=328



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 11/10/2015, 22:45 
Questo caso della raffigurazione di un ananas è ben trattato nel bel saggio di Lucio Russo, "L'America Dimenticata". Egli propone l'ipotesi che siano stati i Fenici i primi nel mondo mediterraneo a raggiungere la Mesoamerica per motivi commerciali, attraverso le loro colonie occidentali, come Cartagine e Cadice, dove influenzarono grandemente la civiltà Maya, introducendo l'uso dell'alfabeto e dello zero, e che poi altri popoli li abbiano seguiti in questi traffici.
Quando Cartagine fu distrutta e la Grecia conquistata dai Romani, ci fu un tracollo culturale, un regresso dovuto al fatto che, siccome i Romani erano molto meno progrediti della civiltà ellenica e delle altre civiltà mediterranee, molte conoscenze scientifiche andarono perdute.
Però i porti che un tempo erano stati dei Fenici, come appunto Cadice, sulle rive dell'Atlantico, probabilmente continuarono ad avere segreti contatti commerciali con la Mesoamerica, da cui continuarono ad importare prodotti di quei paesi, che poi finivano sui mercati romani, ignari della loro vera provenienza.
I Fenici stessi tenevano segrete molte delle loro rotte commerciali, per evitare la concorrenza.
Nel libro di Russo ci sono poi molte interessanti prove di tali contatti, fra cui anche quella genetica: i Maya avrebbero legami genetici sia con europei che con africani, e in particolare, per quanto riguarda con gli europei, proprio con.... gli Etruschi!


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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 12/10/2015, 16:07 
Interessante davvero, è un libro che aggiungo alla lista. [:264]



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 07/07/2019, 18:04 
La storia è ciclica


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Esotico Made in Italy


Con i cambiamenti climatici arrivano le prime coltivazioni di mango e avocado Made in Italy insieme a tante altre produzioni esotiche di largo consumo come le banane e specialità meno conosciute come lo zapote nero fino alla sapodilla. E’ quanto emerge dal primo studio Coldiretti “I tropicali italiani” presentato in occasione dell’apertura del Villaggio contadino della Coldiretti a Milano al Castello Sforzesco, da Piazza del Cannone a Piazza Castello con oltre diecimila agricoltori. Quello della frutta tropicale Made in Italy - sottolinea la Coldiretti - è un fenomeno esploso per gli effetti del surriscaldamento determinati dalle mutazioni del clima e destinato a modificare in maniera profonda i comportamenti di consumo nei prossimi anni, ma anche le scelte produttive delle stesse aziende agricole. Lo dimostra il fatto che si è passati da pochi ettari piantati con frutti tropicali a oltre 500 ettari con un incremento di 60 volte nel giro di appena cinque anni.

A far la parte del leone è la Sicilia – spiega Coldiretti - con coltivazioni ad avocado e mango di diverse varietà nelle campagne tra Messina, l’Etna e Acireale, ma anche a frutto della passione, zapote nero (simile al cachi, di origine messicana), sapodilla (dal quale si ottiene anche lattice), litchi, il piccolo frutto cinese che ricorda l’uva moscato. Il tutto grazie all’impegno di giovani agricoltori – ricorda la Coldiretti - che hanno scelto questo tipo di coltivazione, spesso recuperando e rivitalizzando terreni abbandonati proprio a causa dei mutamenti climatici, in precedenza destinati alla produzione di arance e limoni. Tropicali italiani anche in Calabria dove alle coltivazioni di mango, avocado e frutto della passione si aggiungono melanzana thay (variante thailandese della nostra melanzana), macadamia (frutta secca a metà tra mandorla e nocciola) e addirittura la canna da zucchero, mentre l’annona, altro frutto tipico dei paesi del Sudamerica è ormai diffuso lungo le coste tanto da essere usato anche per produrre marmellata.

Un segmento di mercato che sta crescendo vertiginosamente considerato che oltre sei italiani su 10 (61%) acquisterebbero banane, manghi, avocado italiani se li avessero a disposizione invece di quelli stranieri, secondo un sondaggio Coldiretti-Ixè diffuso per l’occasione. Il 71% dei cittadini sarebbe inoltre disposto a pagare di più per avere la garanzia dell’origine nazionale dei tropicali. Una scelta motivata dal maggiore grado freschezza ma anche dal fatto che l’Italia – precisa la Coldiretti – è al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,8%), quota inferiore di 1,6 volte alla media dell’Unione Europea (1,3%) e ben 7 volte a quella dei Paesi extracomunitari (5,5%). "Il fenomeno della frutta esotica italiana, spinto dall’impegno di tanti giovani agricoltori, è un esempio della capacità di innovazione delle imprese agricole italiane nel settore ortofrutticolo che troppo spesso viene però ostacolata da un ritardo organizzativo, infrastrutturale e diplomatico che ha impedito all’Italia di agganciare la ripresa della domanda all’estero, con un crollo nell’ortofrutta fresca esportata nel 2018 dell’11% in quantità e del 7% in valore, rispetto all’anno precedente", ha sottolineato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’esigenza di garantire "trasporti efficienti sulla linea ferroviaria e snodi aeroportuali per le merci che ci permettano di portare i nostri prodotti rapidamente da nord a sud del Paese e poi in ogni angolo d’Europa e del mondo".




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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 25/08/2019, 19:30 
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Scoperte sepolture rituali nella necropoli di Comalcalco Tra gli antichi Maya una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo E' l'ipotesi emersa dopo la scoperta di corpi in giara. Va ad avvalorare la tesi dell'antica frequentazione commerciale delle rotte trans-atlantiche

Un rituale funerario tipico di antiche culture mediterranee, ma sconosciuto nelle civiltà americane pre-colombiane, è stato scoperto nella necropoli di Comalcalco, città maya sulla costa del golfo del Messico: sepolture di corpi in giara (la cui simbologia potrebbe significare il ritorno nel ventre della madre terra all'interno dell'utero, rappresentato dal vaso contenitore) sono state portate alla luce numerose nel complesso cimiteriale della città e, insieme ad altri forti indizi emersi in scavi recenti, autorizzano l'ipotesi (da verificare) dell'insediamento di una comunità di navigatori giunti dal Mediterraneo.

E' viva l'attesa dell'esito degli scavi, tutt'ora in corso. "La recentissima scoperta della necropoli di Comalcalco - spiega l'archeologa americanista italiana Maria Longhena - ha restituito numerose sepolture in giara: questo tipo di rituale funerario, molto in uso presso antiche culture del Mediterraneo, non trova corrispondenze nei contesti americani".

La città di Comalcalco, nell'attuale stato messicano del Tabasco, fiorì nel periodo classico Maya (circa 250-980 d.C.), ma la sua fondazione, rivela Longhena, "affonda le sue radici già nel periodo pre-classico. Il sito presenta caratteristiche singolari e avulse dal contesto culturale maya e comunque amerindio, che da molti decenni sono oggetto di discussione tra gli studiosi. In particolare, l'uso dei mattoni di argilla cotti in forno per la costruzione delle piramidi, e il sistema di condutture idriche sempre in argilla cotta: entrambi gli elementi rappresentano un unicum nel Nuovo Continente", ma costituiscono elementi architettonici comuni nell'antico Mediterraneo.

Si tratta, sempre secondo l'archeologa americanista, di "ulteriori prove di antichissimi contatti tra il continente americano e il vecchio mondo", che, insieme ad altre ancora oggetto di studio, vanno ad arricchire il filone di ricerche varato già dieci anni fa da Elio Cadelo, con il suo "scandaloso" testo innovativo "Quando i Romani andavano in America", che tira le somme di una nutritissima serie di indizi archeologici e letterari classici a dimostrare l'antica frequentazione commerciale delle rotte trans-atlantiche. Le ultime scoperte e relative discussioni sono ora raccolte nel nuovo libro di Cadelo "l'Oceano degli Antichi".




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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 25/08/2019, 20:22 
Come quasi tutto mi sa che pure la globalizzaizone è una "riscoperta" più che una conquista moderna.



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 03/12/2022, 19:28 
vimana131 ha scritto:
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Cita:

Esotico Made in Italy


Con i cambiamenti climatici arrivano le prime coltivazioni di mango e avocado Made in Italy insieme a tante altre produzioni esotiche di largo consumo come le banane e specialità meno conosciute come lo zapote nero fino alla sapodilla. E’ quanto emerge dal primo studio Coldiretti “I tropicali italiani” presentato in occasione dell’apertura del Villaggio contadino della Coldiretti a Milano al Castello Sforzesco, da Piazza del Cannone a Piazza Castello con oltre diecimila agricoltori. Quello della frutta tropicale Made in Italy - sottolinea la Coldiretti - è un fenomeno esploso per gli effetti del surriscaldamento determinati dalle mutazioni del clima e destinato a modificare in maniera profonda i comportamenti di consumo nei prossimi anni, ma anche le scelte produttive delle stesse aziende agricole. Lo dimostra il fatto che si è passati da pochi ettari piantati con frutti tropicali a oltre 500 ettari con un incremento di 60 volte nel giro di appena cinque anni.

A far la parte del leone è la Sicilia – spiega Coldiretti - con coltivazioni ad avocado e mango di diverse varietà nelle campagne tra Messina, l’Etna e Acireale, ma anche a frutto della passione, zapote nero (simile al cachi, di origine messicana), sapodilla (dal quale si ottiene anche lattice), litchi, il piccolo frutto cinese che ricorda l’uva moscato. Il tutto grazie all’impegno di giovani agricoltori – ricorda la Coldiretti - che hanno scelto questo tipo di coltivazione, spesso recuperando e rivitalizzando terreni abbandonati proprio a causa dei mutamenti climatici, in precedenza destinati alla produzione di arance e limoni. Tropicali italiani anche in Calabria dove alle coltivazioni di mango, avocado e frutto della passione si aggiungono melanzana thay (variante thailandese della nostra melanzana), macadamia (frutta secca a metà tra mandorla e nocciola) e addirittura la canna da zucchero, mentre l’annona, altro frutto tipico dei paesi del Sudamerica è ormai diffuso lungo le coste tanto da essere usato anche per produrre marmellata.

Un segmento di mercato che sta crescendo vertiginosamente considerato che oltre sei italiani su 10 (61%) acquisterebbero banane, manghi, avocado italiani se li avessero a disposizione invece di quelli stranieri, secondo un sondaggio Coldiretti-Ixè diffuso per l’occasione. Il 71% dei cittadini sarebbe inoltre disposto a pagare di più per avere la garanzia dell’origine nazionale dei tropicali. Una scelta motivata dal maggiore grado freschezza ma anche dal fatto che l’Italia – precisa la Coldiretti – è al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,8%), quota inferiore di 1,6 volte alla media dell’Unione Europea (1,3%) e ben 7 volte a quella dei Paesi extracomunitari (5,5%). "Il fenomeno della frutta esotica italiana, spinto dall’impegno di tanti giovani agricoltori, è un esempio della capacità di innovazione delle imprese agricole italiane nel settore ortofrutticolo che troppo spesso viene però ostacolata da un ritardo organizzativo, infrastrutturale e diplomatico che ha impedito all’Italia di agganciare la ripresa della domanda all’estero, con un crollo nell’ortofrutta fresca esportata nel 2018 dell’11% in quantità e del 7% in valore, rispetto all’anno precedente", ha sottolineato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’esigenza di garantire "trasporti efficienti sulla linea ferroviaria e snodi aeroportuali per le merci che ci permettano di portare i nostri prodotti rapidamente da nord a sud del Paese e poi in ogni angolo d’Europa e del mondo".




https://www.adnkronos.com/soldi/economi ... EcPGN.html



Boom di frutta tropicale Made in Italy, coltivazioni triplicate
Boom consumi, 7 consumatori su 10 cercano avocado e mango tricolori


La frutta tropicale Made in Italy al villaggio contadino di Palermo

I cambiamenti climatici spingono la frutta tropicale Made in Italy con le coltivazioni di banane, avocado, mango & c. che nel giro di cinque anni sono praticamente triplicate arrivando a sfiorare i 1200 ettari fra Puglia, Sicilia e Calabria. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti diffusa in occasione dell’apertura del Villaggio Coldiretti di Palermo, da Piazza del Teatro Politeama a Piazza Castelnuovo, con migliaia di agricoltori dalle diverse regioni, assieme al presidente di Coldiretti Ettore Prandini, dove è stata allestita la prima esposizione di produzioni tropicali coltivate in Italia e preparata la macedonia tropicale Made in Italy per il Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida. Un’iniziativa organizzata in Sicilia dove con la temperatura sopra i venti gradi alla vigilia dell’inverno si raccolgono banane e avocado per gli effetti della tropicalizzazione del clima che sta rivoluzionando l’agricoltura con il moltiplicarsi di eventi estremi e danni ma anche con l’arrivo di nuove colture, mai viste nel passato in Italia.

A far la parte del leone – secondo la Coldiretti – è proprio la Trinacria con coltivazioni ad avocado e mango di diverse varietà nelle campagne tra Messina, l’Etna e Acireale, ma anche a frutto della passione, zapote nero (simile al cachi, di origine messicana), sapodilla (dal quale si ottiene anche lattice), litchi, il piccolo frutto cinese che ricorda l’uva moscato. Il tutto grazie all’impegno di giovani agricoltori che hanno scelto questo tipo di coltivazione, spesso recuperando e rivitalizzando terreni abbandonati proprio a causa dei mutamenti climatici.

Ma anche in Puglia i tropicali sono ormai una realtà consolidata, spinta dagli effetti della siccità con una impennata delle coltivazioni di avocado, mango e bacche di Goji Made in Puglia insieme a tante altre produzioni esotiche come le bacche di aronia, le banane e il lime. A Castellaneta – continua la Coldiretti – sono state piantumate altre 32mila piante di avocado, mentre in Salento si stimano 100mila piante di avocado e 8mila piante di mango e altrettante piante di lime, mentre fanno capolino timidamente le coltivazioni di banane 100% made in Puglia. Tropicali italiani – precisa la Coldiretti – anche in Calabria dove alle coltivazioni di mango, avocado e frutto della passione si aggiungono melanzana thay (variante thailandese della nostra melanzana), macadamia (frutta secca a metà tra mandorla e nocciola) e addirittura la canna da zucchero, mentre l’annona, altro frutto tipico dei paesi del Sudamerica è ormai diffuso lungo le coste tanto da essere usato anche per produrre marmellata.

Il tutto grazie soprattutto all’impegno di giovani agricoltori che – ricorda la Coldiretti – hanno scelto questo tipo di coltivazione, spesso recuperando e rivitalizzando terreni abbandonati proprio a causa dei mutamenti climatici e in precedenza destinati alla produzione di arance e limoni.

Da curiosità confinata a pochi ettari coltivati la produzione di tropicali italiani è dunque diventata un vero e proprio fenomeno di mercato, tanto che ben sette italiani su dieci (70%) cercano sugli scaffali mango, avocado, banane, ecc. coltivati in Italia, secondo l’indagine 2022 Coldiretti/Ixe’. Una tendenza motivata dal maggiore grado freschezza ma anche dalle preoccupazioni sulle garanzie di sicurezza del prodotto importato.

Quello delle piante tropicali Made in Italy è dunque un fattore destinato a modificare in maniera profonda i comportamenti di consumo nei prossimi anni, ma anche le scelte produttive delle stesse aziende agricole per gli effetti del surriscaldamento determinati dalle mutazioni del clima.

“Il fenomeno degli alberi esotici Made in Italy, spinto dall’impegno di tanti giovani agricoltori, è un esempio della capacità di innovazione delle imprese agricole italiane nell’affrontare in maniera costruttiva i cambiamenti climatici nonostante le difficoltà e i danni causati da eventi meteo sempre più estremi che negli ultimi dieci anni hanno provocato oltre 14miliardi di euro di danni al nostro sistema agroalimentare” conclude il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.


https://www.meteoweb.eu/2022/12/frutta- ... 001176006/


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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 04/12/2022, 09:49 
Non ho capito, l'ananas non poteva provenire dal Maghreb?
Sul mais della chiesa del dodicesimo secolo, ovviamente gli storici non dicono nulla altrimenti perdono il posto...
I negri toltechi anche sono un mistero.



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 04/12/2022, 11:29 
andreacorazza ha scritto:
Non ho capito, l'ananas non poteva provenire dal Maghreb?
Sul mais della chiesa del dodicesimo secolo, ovviamente gli storici non dicono nulla altrimenti perdono il posto...
I negri toltechi anche sono un mistero.


L'Ananas Poteva venire anche dalla Sicilia,millenni fa la Sicilia aveva un clima e una piovosità un po diverso dall'attuale che si adattava a qualsiasi tipo di coltivazioni e i più importanti fiumi erano navigabili.
Nella mia zona fino a qualche secolo fa si coltivava Canna da zucchero ancora vi sono i resti semidiroccati di una grande struttura di trasformazione della Canna a succo di Zucchero e anche abbiamo avuto campi coltivati a Risaie.
Però sono convinto che proprio l'Ananas è stato introdotto dai Cartaginesi con navi molto più moderne e attrezzate per solcare gli Oceani molto più dei primi Fenici e dei Romani.


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MessaggioInviato: 04/12/2022, 16:19 
Ma si, poi si sa che i vikingi sono riusciti ad arrivare in America attraverso lo stretto ri Bering



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 04/12/2022, 16:57 
andreacorazza ha scritto:
Ma si, poi si sa che i vikingi sono riusciti ad arrivare in America attraverso lo stretto ri Bering

I non credo che i Vikinghi siano arrivati nei Tropici del Sud America con la loro navi non adatti a navigare gli Oceani e ritornare indietro con frutti Tropicali. I Cartaginesi (Fenici) avevano esperienza quasi millenaria a solcare i mari allora.


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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 05/12/2022, 11:08 
Perchè dare per scontato che i cartaginesi potessero navigare migliaia di KM per arrivare a prendere un'ananas, e i viking non potessero arrivare in Alaska? Cartaginesi fenici e Romani, lo stiamo categorizzando troppo


In poche parole, se si sapeva che i fenici erano bravissimi a navigare, cosa impediva i romani copiare navi, stile di navigazioni, tecniche ecc, anzi, chi li impediva di prendere a bordo qualche fenicio o cartegiense e prendere qualche lezione di navigazione? Per cui non possiamo dire: i fenici potevano essere sbarcati in america, i cartaginesi anche, i romani no, non avevano l'abilità

Gli africani potevano benissimo arrivare in Centro America (altro bel viaggio kilometrico) e farsi adorare come divinità tolteche (Conosci i Toltechi? nessuno sa chi erano e da dove provenssero)

Ho paura che la storia non è esattamente ciò che insegnano ai poveri bambini indottrinandoli come fa l'insegnante di religione



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 Oggetto del messaggio: Re: Ananas nel mosaico romano: le legioni arrivano in Americ
MessaggioInviato: 05/12/2022, 13:47 
andreacorazza ha scritto:
Perchè dare per scontato che i cartaginesi potessero navigare migliaia di KM per arrivare a prendere un'ananas, e i viking non potessero arrivare in Alaska? Cartaginesi fenici e Romani, lo stiamo categorizzando troppo


In poche parole, se si sapeva che i fenici erano bravissimi a navigare, cosa impediva i romani copiare navi, stile di navigazioni, tecniche ecc, anzi, chi li impediva di prendere a bordo qualche fenicio o cartegiense e prendere qualche lezione di navigazione? Per cui non possiamo dire: i fenici potevano essere sbarcati in america, i cartaginesi anche, i romani no, non avevano l'abilità

Gli africani potevano benissimo arrivare in Centro America (altro bel viaggio kilometrico) e farsi adorare come divinità tolteche (Conosci i Toltechi? nessuno sa chi erano e da dove provenssero)

Ho paura che la storia non è esattamente ciò che insegnano ai poveri bambini indottrinandoli come fa l'insegnante di religione

Quando fu trovata l'immagine dell'Ananas?, dico questo perchè vi è uno spazio temporale di almeno mille anni fra la Civiltà Cartaginese e i Vikinghi. Come potevano arrivare nel sud America con quelle Chiglie Piatte? e poi la differenza tecnologica tra le due navi dei due popoli non vi è confronto a favore di quelle Cartaginesi.
http://www.liceosciasciafermi.it/sitost ... %20htm.htm
http://cherchel-project.isma.cnr.it/ind ... 22&lang=it
https://anvomodelboats.com/articoli-dei ... vichinghe/
https://it.wikipedia.org/wiki/Vichinghi


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