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Stellare
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 Oggetto del messaggio: Il potere dei sette saggi
MessaggioInviato: 19/01/2020, 10:19 
IL POTERE DEI SETTE SAGGI

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Ci furono adepti che sopravvissero al mitico diluvio e si prodigarono per piantare i semi delle nuove civiltà che sarebbero poi sorte. La cultura egizia e i suoi templi, per esempio, ne sono la prova. Che infatti sia comparsa senza alcun precedente indica che i suoi fondatori possedevano già capacità, leggi e conoscenza in grado di mettere in atto un progetto preesistente. Proprio come nel mito di Ail-na-Mirenn di Gerusalemme (oggi chiamato il Monte del Tempio) gli onfalo d’Irlanda si trovavano in luoghi in cui le acque del grande diluvio arretrarono per prime, esattamente come nel deposito di Shiva di Arunachala e in tante altre primordiali terraformazioni del mondo. I Purana ci parlano di come sette saggi visitarono Arunachala dopo il diluvio, per raccogliere e diffondere la conoscenza; la tradizione dell’India del Nord ci dice che Manu e sette saggi trovarono rifugio sull’Himalaya e, dopo il diluvio, si misero a ricostruire la zona fra l’Indo e il Gange e contemporaneamente a insegnare i Veda. Le tradizioni andine descrivono i costruttori dei monumenti megalitici definendoli Huari, una razza di persone dalla carnagione chiara e barbe enormi, il più famoso dei quali era un tipo con barba, pelle bianca e rosso di capelli chiamato Viracocha, che saltò fuori da un’imbarcazione sul lago Titicaca. Insieme a “sette splendenti”, prese a costruire il complesso templare di Tiwanaku, che venne in seguito utilizzato come “luogo ombelicale” in cui si stabilirono per diffondere la conoscenza a tutte le Ande. Proprio come il Popol Vuh rappresenta la storia orale dei Maya K’iche, allo stesso modo il Codice Vaticanus registra fedelmente le tradizioni orali antichissime dell’America Centrale. In un passaggio curioso si afferma che «durante la Prima Era, i giganti esistevano in quel paese (il Messico)». Essi erano legati a uno dei sette che menzionano come «sopravvissuto al diluvio… e arrivato a Cholula dove iniziò a costruire una torre… in cui, se fosse di nuovo arrivato il diluvio, si sarebbe rifugiato». Di fatto, la piramide di Cholula ancora esiste, in parte perché sopra di essa si trova una chiesa spagnola, ma in particolare perché è la piramide più grande mai costruita al mondo; il suo volume è più vasto di quello della piramide di Giza. In lingua Nahuatl (azteca) è chiamata Tlachihualtepetl, cioè “la montagna artificiale”. In origine era chiamata Acholollan, che vuol dire “acqua che cade sul luogo del volo”.

Il Potere del Suono
Di certo, questi costruttori erano fisicamente e intellettualmente dotati, come testimoniano diversi racconti che parlano di tali individui in grado di ottenere quasi l’impossibile, utilizzando tecniche che superano le attuali leggi della fisica. Nel complesso templare di Uxmal, si dice che la Piramide del Mago sia stata tirata su solo in una notte da un uomo con poteri magici che «fischiava e faceva muovere pesanti rocce trasportandole sul posto». Lo stesso fatto compare nella tradizioni di Tiwanaku in cui si dice che: «le grandi pietre vennero mosse dalle cave al suono di una tromba… e presero posizione al loro posto». Simili capacità sono attributi comuni per i costruttori di Teotihuacan e Stonehenge, così come per gli originari templi egizi che vengono descritti come siti “della costruzione veloce”. Tutto ciò ricorda le qualità della magica Hekau egizia (che è forse la possibile origine dello spesso mal interpretato hex) (malocchio, maledizione, ndt) con cui i maghi muovevano pietre tramite «parole che uscivano dalla loro bocca», proprio come i maghi etiopi Hor trasportavano grandi pietre nell’aria. Storie identiche che riguardano i sopravvissuti al diluvio e che sbucano fuori dagli oceani e in grado di fare cose soprannaturali appaiono anche in tutta la Micronesia. Sull’isola di Pohnpei si trovano 100 isolotti artificiali, che comprendono la cittadella pentagonale di Nan Madol. All’interno di essa si trova il tempio di basalto di Nan Dowas e la sua piramide centrale, le cui fondamenta di pietra megalitica sembrano esser state erette da due Dèi antidiluviani che giunsero via imbarcazione da una terra sommersa dell’ovest, e «grazie ai loro incantesimi magici, a uno a uno, fecero volare i grandi massi di pietra nell’aria come uccelli, sistemandoli poi nei punti appropriati». Tradizionalmente chiamata Sounhleng, “scogliera del cielo”, è costruita come riflesso della sua controparte affondata, Kahnimweiso Namkhet (“Città dell’Orizzonte”). Di fatto, le rovine sommerse delle due città sono state scoperte proprio in quella zona, a grande profondità, con tanto di colonne erette su piedistalli alti 7 metri e 30.

Gli Splendenti
Il concetto di Dèi o saggi, che riemergono dal mare con vascelli e altri mezzi di salvataggio dopo una catastrofe globale, è un tema ricorrente nei miti e nelle tradizioni tenute vive da civiltà teoricamente mai venute a contatto. Eppure collegamenti ci sono e risultano ben intrecciati, come in un finissimo tappeto persiano. A partire dalla terraformazione primordiale di Eliopoli, gruppi di Dèi costruttori, anche chiamati “Sette Saggi”, iniziarono a individuare altre colline in località ben scelte che avrebbero avuto il ruolo di fondamenta di futuri templi, lo sviluppo dei quali avrebbe dovuto dar luogo alla «resurrezione dell’antico mondo degli Dèi», a seguito della distruzione causata da un diluvio universale. Questi Ahau egizi (“Dèi che si ergono”) erano i sopravvissuti di un’isola sopraffatta da una catastrofe che «inondò le antiche dimore degli Dèi». Inoltre, i suddetti Ahau venivano descritti come di altezza pari a 4metri e mezzo. Nel frattempo, nell’oceano Pacifico, il primo esploratore europeo a raggiungere l’isola di Te Pito o Te Henua (“Ombelico del Mondo”) fu Jacob Roggeveen, la domenica di Pasqua del 1722, da qui il suo nome attuale e anglicizzato di Isola di Pasqua. Egli registrò doviziosamente le esperienze avute con le comunità locali; in una di queste testimonianze si afferma che la popolazione di quell’isola era composta da due razze; gli Orecchi Corti e gli Orecchi Lunghi. I Corti erano i tipici Homo sapiens. Per quanto riguarda i Lunghi, Roggeveen e il suo equipaggio ebbero dirette esperienze con loro: «A dire il vero, potrei dire che questi selvaggi sono proporzionalmente alti e grossi, con una statura di circa tre metri e mezzo. Per quanto possa sembrare sorprendente, l’uomo più alto che abbiamo a bordo riusciva a passare in mezzo alle gambe di questi figli di Golia senza dover piegare la testa». Per caso abbiamo a che fare con gli stessi Ahau associati all’antico Egitto? Apparentemente, gli antenati degli Orecchi Lunghi furono i responsabili delle statue di pietra che punteggiano l’Isola di Pasqua, cioè gli enigmatici Moai (“immagine”), le cui facce monolitiche fissano un punto lontano nel cielo. Questi Dèi costruttori e magici erano chiamati Ma’ori, che vuol dire “Seguaci”, mentre il nome completo era Ma’ori-Ko-Hau-Rongorongo, “Signori della Conoscenza Speciale”. Secondo la tradizione orale essi spostarono questi colossi di pietra grazie al Mana, un tipo di energia psichica con cui si sottomette la materia agli scopi di una persona abile nel gestire le forze sottili. A più riprese essi potevano unire i loro mana mettendosi in circolo intorno a una serie di macigni rotondi chiamati Ahu Te Pito Kura, “l’Ombelico della Luce”, che tutt’oggi esistono su quell’isola (identiche pietre rotonde, di dimensioni più grandi, si possono trovare nei pressi dei siti sacri dell’America Centrale, così come nella South Island della Nuova Zelanda). Le leggende riportano che, per mezzo delle «parole che uscivano dalla loro bocca», le statue furono trasportate a comando nell’aria. Come per molti altri territori coi loro miti del diluvio, l’Isola di Pasqua si dice fosse parte di una massa territoriale più vasta prima che un gigantesco cataclisma e la susseguente crescita del livello del mare ne sommergessero una buona fetta. Le mappe oceaniche ne danno conferma. I nativi apparentemente diedero ospitalità ai sopravvissuti di una terra sommersa chiamata Hiva e poi Sette Saggi, «tutti uomini illuminati», perlustrarono l’isola prima di realizzare terraformazioni sacre trasformandole in luoghi particolari. Venne costruita una collinetta a gradoni chiamata Ahu nel luogo originario dove approdarono e su cui vennero susseguentemente eretti sette Moai a commemorazione di questi straordinari sette Dèi costruttori (i moai sono presenti anche a Teotihuacan e nelle isole Marchesi). Lo stile murario degli Ahu è identico a quello dei templi andini, come Tiwanaku e, proprio come essi, è costruito ben al di sopra di precedenti fondamenta megalitiche. Gli Ahu possono ritrovarsi anche sotto marae più antichi (“luoghi sacri”) di altre isole polinesiane. Accanto al primo Ahu e ai suoi sette moai, gli Dèi costruttori scavarono una grande cava rettangolare per contenere un’imbarcazione. Qui si può notare un riflesso del rituale egizio relativo alla santificazione della collina sacra, visto che accanto alla Grande Piramide di Giza, anch’essa eretta su una primordiale terraformazione sacra, si trova uno profondo scavo recintato che un tempo ospitava un’imbarcazione. Anche linguisticamente, entrambe le civiltà per riferirsi agli stessi procedimenti condividono le stesse parole: il sole per gli egiziani è Ra, per gli abitanti dell’Isola di Pasqua è Raa. In Egitto, Ahu è un termine che descrive uno spirito soprannaturale e la sua permutazione linguistica è Akh, Akhu, Ahu che significano “Essere di Luce”, “Splendente” o “Spirito Trasfigurato”. Sull’Isola di Pasqua, un “Grande Spirito” è Aku-Aku, l’essenza del quale è incorporata nel Moai, che rimane in eterno a fissare le stelle.

I sette magnifici giganti
Il dio creatore babilonese Oannes si dice sia emerso dal Golfo Persico e abbia dato vita a una civiltà avanzata. Viene raffigurato sia come un gigante che come un uomo con le sembianze di un pesce (un’analogia con le sue origini marittime) e che diede agli esseri umani la conoscenza delle «lettere e delle scienze e di ogni tipo di arte. Egli insegnò loro a costruire case, a fondare templi, a stilare leggi e spiegò loro i principi della conoscenza geometrica… li istruì su tutto ciò che serviva a moderare i comportamenti e a rendere umani. Da quel tempo, così universali furono i suoi insegnamenti, che nulla di concreto è stato aggiunto che potesse migliorarli». Che simili Dèi costruttori fossero descritti come giganti potrebbe essere un modo di indicare la loro levatura di carattere intellettuale e forse le loro capacità psichiche. Ciò sembrerebbe la logica interpretazione per la mente moderna riguardo leggende che parlano di strambi giganti che compiono gesta potenti. E se i Sette Saggi fossero stati anche giganti di statura? Anche il Vecchio Testamento ricorda come intorno al tempo del diluvio «sulla Terra c’erano i giganti… e dopo che i figli di Dio s’imbatterono nelle figlie dell’uomo e con esse si accoppiarono, i loro discendenti divennero uomini potenti; i rinomati eroi dell’antichità ». Anche i rotoli di Qumran definiscono questi uomini “giganti potenti”, discendenti di Dèi antidiluviani. Allo stesso modo il Corano si riferisce ai Gibborim (“Giganti”) che abitavano il Vicino Oriente, e spesso li descrive in un contesto di un’atmosfera magica e molto antica, persino collocando le loro abitazioni nella città di Gerico, “la Città dei Giganti”. Duecento anni di archeologia ci aiutano ancora di più. In Bolivia, dopo che il gigante Viracocha e i suoi “Splendenti” lasciarono Tiwanaku, essi giunsero in un luogo sulla costa chiamato Matarani, che era spesso utilizzato da loro come porto nell’oceano Pacifico. Le tradizioni affermano che da lì essi scomparvero, disperdendosi nell’oceano con la loro “imbarcazione magica”, subito dopo l’attacco di un gruppo di umani, apparentemente spaventati dalle loro fattezze. Successivamente, la leggenda è stata confermata quando, in alcune colline funerarie vicino Matarani, sono stati disseppelliti resti di scheletri giganteschi. Anche gli scavi in Messico e Perù hanno prodotto scheletri di un’altezza di circa 2mt e 80 sepolti in antiche collinette o sepolcri di pietra smaltata. Matarani è un nome ben presente nei significati reconditi della lingua egizia. Ma’at è la dea della Giustizia-Verità, Ra il Sole. Ancora più strano, il nome riappare in Nuova Zelanda in una qualche forma inversa, per esempio Marotini, la dea tutelare dell’antico tempio naturale di Kura Tawhiti, eretto dai mitici altissimi Dèi Waitaha che sopraggiunsero dall’oceano. Il folclore dei giganti è dominante soprattutto nelle isole britanniche, non solo sotto forma di astratte leggende, quanto con prove materiali sul territorio. Oggi, chiunque dal centro di Londra fino a Sligo nell’Irlanda dell’ovest può visitare centinaia di sepolcri dei giganti; lunghi tumuli fatti in alternanza da strati di pietra e terra, con sentieri di pietra sul davanti e un profilo che forma un triangolo pitagorico. In molte occasioni durante l’era vittoriana in queste collinette vennero fatti scavi con riesumazioni di scheletri di una lunghezza che andava dai 2mt e 70 ai 3mt e 60. La maggior parte delle descrizioni di questi scavi sono accompagnate da testimonianze visive e racconti, che parlano di improvvisi cambiamenti di condizioni atmosferiche, in particolare violenti temporali, non appena gli operai iniziavano a dissotterrare i corpi. Sembra evidente che alcune cose sacre debbano essere lasciate lì dove sono. Nella contea di Antrim, in Irlanda, uno di questi riesumati cadaveri di gigante venne trovato fossilizzato a tal punto che, in una fotografia del dicembre 1885 sulla rivista Strand, la pelle era ancora ben visibile. Insieme ai resti di tali corpi, sono state ritrovate, in un altro cimitero di giganti vicino Glastonbury e ottimamente conservate nella torba, anche armature arrugginite, accette e un arco lungo più di due metri. Quest’ultimo oggi si trova nel vicino museo Taunton. Esistono centinaia di casi simili documentati nelle sole isole britanniche e, ogni volta che vengono ritrovate ossa di questo tipo, si ha l’abitudine persistente di inviarle nei luoghi del sapere, come il British Museum; peccato che, per mera convenienza, esse svaniscano come prova dagli occhi dell’opinione pubblica.

Le leggende Cherokee
Anche le tribù dei nativi del Nord America, in particolare la nazione dei Creek, hanno simili racconti con razze di giganti. Essi descrivono l’incontro con i superstiti di questi giganti, scappati da una terra sommersa nell’Atlantico. I Cherokee si spingono a dire che molte delle loro tradizioni hanno un legame con una razza estinta di giganti, che hanno incontrato durante la migrazione dalle montagne Allegheny fino in pianura. Essi attribuivano a quella gente la costruzione dei tanti terrapieni sparsi nella valli dell’Ohio, compresa la sinuosa Serpent Mound. Di fatto, il nome Allegheny è una derivazione del loro nome, Allegewi. I Cherokee dicono che ai primordi della loro storia, gli Allegewi erano già un po’ abbrutiti, un brandello residuale di una civiltà molto più evoluta e antica. Questo fatto è confermato dalle leggende Sioux, che raccontano di attacchi sulle pianure centrali da parte di isolate tribù di giganti, che si spostavano dalle montagne dell’est. Sembra che queste tribù nomadi fossero testimoni della fine di una razza in via d’estinzione, troppo pochi per accoppiarsi fra loro e fisicamente troppo grossi per potersi accoppiare con le donne umane, con un conseguente senso di impotenza e abbandono a un comportamento non più civilizzato. Da un racconto del 1833, sembra poi certo che gli ultimi di loro abbiano raggiunto la California. Alcuni soldati in procinto di fare scavi per le fondamenta di un deposito di polveri da sparo a Lompock Rancho s’imbatterono in un sarcofago di pietra contenente uno scheletro umano di altezza pari a 3mt e 60 circa, coperto di sottili blocchetti di porfido; un minerale color porpora tempestato di quarzo, su cui era incisa una serie di simboli come di un’antica lingua perduta. Dopo un’insolita serie di eventi, i soldati in cerca di informazioni sull’origine dello scheletro consultarono lo sciamano locale della tribù di nativi. Questo, durante una trance, affermò che il corpo apparteneva a un Allegewi, i cui antenati erano stati combattuti proprio dalla sua tribù nel primo periodo di insediamento in California. Come poi avvenne nel caso dei ritrovamenti europei del 1960, al dissotterramento di questi anonimi scheletri sarebbe regolarmente seguita la procedura d’invio per le analisi allo Smithsonian Institute, per poi perderne le tracce. Eppure ci sono molte prove rese pubbliche a supporto di tali storie. Sia che fossero i babilonesi Apkallu, i Sette Rishi indiani, o i Sette Saggi egizi, una fratellanza di gente illuminata, spesso di statura enorme, è sopravvissuta a un cataclisma inimmaginabile e, alimentati da alti ideali, si è avventurata in ogni angolo del mondo per ricostruire l’antico mondo degli Dèi.

I Seguaci di Horus
Nessuna discussione relativa a un arcaico sistema di conoscenza può avere luogo senza fare riferimento alla cultura egizia. È lì che dovremo rivolgerci per ulteriori indizi che ci portano ai sette saggi. Gli egizi credevano che in principio la loro terra fosse stata governata da una dinastia di grandi Dèi, di cui Horus, figlio di Iside e Osiride, era l’ultimo. A lui seguì una dinastia di esseri semi-divini conosciuti come “Seguaci di Horus” che, a turno, diedero vita ai famosi re d’Egitto. Parlando in termini cronologici, la terra che gli egizi un tempo chiamavano “Ta-Mery” venne agli inizi governata dai Neteru (“Dèi creatori”). Subito dopo il devastante diluvio universale, la loro eredità venne raccolta da coloro dal nome armonioso di Akhu Shemsu Hor, “Gli Splendenti, Coloro che seguono il cammino di Horus”. Furono essi a prendersi la responsabilità del regno fino al governo dei faraoni di razza umana, come Menes, che assunsero la leadership ammantati da un’aura di divinità. I testi di Edfu fanno costantemente riferimento ai Sette Saggi e a come essi fossero gli unici esseri divini che sapevano in che modo si costruissero i templi e i luoghi sacri. A volte chiamati i “Signori della Luce”, essi partirono dalla Terraformazione Primordiale, edificando una dimora di dio definita “costruzione rapida”. Una qualità attribuita anche ad altri templi, da Uxmal in Messico all’Isola di Pasqua. Varie tradizioni affermano che quella conoscenza e altre testimonianze importanti di «quegli uomini altamente istruiti» non solo sono sopravvissute al diluvio, ma sono state anche preservate in stanze speciali all’interno della costruzione posta in cima alla Terraformazione Primordiale, cioè alla Grande Piramide di Giza. L’informazione, depositata in quel luogo dal mitico Djehuti (Thot), sarebbe rimasta protetta da una specie di meccanismo magico a chiusura stagna, fino a che gli umani non fossero stati in grado di vedersela affidata. O quanto meno trasmessa a persone di altissima integrità.

L’Arte della Memoria
In un modo o nell’altro, la vecchia conoscenza è comunque sopravvissuta. Probabilmente perché ci si è impegnati ad ancorarla alla memoria. Sia se si parla dei Veda, dei testi di Djehuti o della tradizione orale dei Maya Quechua, era pratica riconosciuta quella di imparare tutto a memoria. Infatti, se molta della letteratura e dei rituali arcaici indiani sopravvive ancora oggi è per via delle straordinarie capacità mnemoniche di gente come i Sadhu o altri saggi. Nella nostra epoca computerizzata tali capacità potrebbero sembrare inutili, ma all’epoca la memoria e la ripetizione erano sia ammirate che celebrate. Nei suoi scritti riguardanti i Druidi, Giulio Cesare sottolineò come fossero necessari almeno vent’anni di istruzione orale prima che coloro che frequentavano le Scuole Misteriche dei Druidi fossero pronti per la loro ultima iniziazione. Ci sembra una logica impeccabile: qualora infatti la conoscenza del tempio fosse andata distrutta, questa sarebbe rimasta ad appannaggio degli adepti. Tutto ciò che essi dovevano poi fare era sopravvivere. E tutti i miti del diluvio parlano degli Dèi che pre-allertano pochi saggi, per permettere loro di mettersi in salvo sulle alture o nelle arche. E poi, trascrivere informazioni ha anche i suoi lati negativi. Man mano che il tempo passa, le parole mutano, i significati stravolti e i simboli cadono nelle mani sbagliate (esempio su tutti, il riadattamento fatto dai nazisti della nobile svastica indù). Nel momento in cui la trascrizione degli antichi Testi delle Piramidi venne completata sulle pareti delle piramidi di Unas e Pepi I, intorno al 3.300 a.C., erano pochi gli scribi che, avendo di fronte gli scritti, riuscissero a comprenderli davvero. Lo stesso Djehuti venne reso edotto delle limitazioni della parola scritta. Subito dopo che scoprì l’arte delle lettere, egli cercò il consiglio di Amon riguardo quella “magia” che sentiva in grado di migliorare la memorizzazione della conoscenza. La risposta di Amon è la quintessenza dell’eloquenza: «…ora, siccome sei il padre della scrittura, il tuo amore per essa ti ha fatto descrivere i suoi effetti esattamente all’opposto di come realmente sono. Di fatto, essa darà inizio, all’interno dell’anima, al processo dell’oblio; l’uso della pratica della memoria cadrà, perché si affideranno alla scrittura, che è esterna e dipende dai segni che appartengono ad altri; e non cercheranno di ricordare dall’interno e in maniera totalmente autonoma. Tu non hai scoperto la pozione magica per ricordare, ma per farti ricordare da qualcosa. Tu darai ai tuoi studenti una saggezza apparente e non effettiva. La tua invenzione permetterà loro di sentire molte cose, senza ricevere reale istruzione da essa e al contempo immagineranno di essere arrivati a sapere tanto, anche se in gran parte non sapranno nulla». I Sette Saggi, allo scopo di ripromulgare la conoscenza sacra ereditata dai loro padri, sia in maniera diretta o tramite i loro successori, cioè i Seguaci di Horus, mantennero una continuità di generazione in generazione. Secondo il Matsya Purana: «Quello che i Sette Saggi hanno udito dai Saggi dell’era precedente, lo hanno raccontato di nuovo nella successiva». E man mano che la popolazione aumentava, allo stesso modo cresceva l’Ordine. Lo possiamo constatare in India dove i gruppi di Sette Saggi si sparpagliarono in diverse regioni, in maniera molto simile ai Cavalieri Templari che originariamente da nove si svilupparono in un Ordine europeo, che successivamente evolse in un movimento sovranazionale come la Massoneria o i Rosacrociani. Di fatto, l’associazione con le stelle rimase. Gruppi di saggi nell’India del sud vennero associati alle sette stelle che formano l’Orsa Maggiore, la costellazione della Grande Orsa. Un parallelo con Osiride che viene associato alle sette stelle principali di Orione. Come tali, queste tradizioni “separate” possono essere collegate con le fratellanze spirituali del nord Europa incentrate sulle leggende di Artù. Arthur in scozzese è “Arthwr”, cioè “grande orsa”, egli infatti veniva associato all’Orsa Maggiore. Sebbene nel tempo i numeri cambino, i principi base rimangono inalterati: i dodici cavalieri intorno a una tavola rotonda a cui è concesso il medesimo status e a cui è affidato il compito di riportare il Sacro Graal in un regno assediato è una metafora che descrive uno zelante gruppo di “cavalieri con armatura splendente” (gli splendenti), che cercano di ristabilire il giusto ordine su un territorio. Echi di un simile racconto abbondano in Gesù e i dodici apostoli, in Giasone e gli Argonauti (alla ricerca del Vello d’Oro) e in un certo modo anche in Robin Hood e nei suoi dodici uomini sposati (Robin è “l’uomo in verde”, il Green Man, simbolo del perenne dio della natura, Pan).

Articolo di Freddy Silva


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