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 Oggetto del messaggio: Il mondo prima del nostro
MessaggioInviato: 02/02/2020, 18:59 
IL MONDO PRIMA DEL NOSTRO

Nel maggio 2018, due scienziati di indubbia serieta hanno ammesso per la prima volta che potrebbero essere esistite sul nostro stesso pianeta civilta di decine o centinaia di milioni di anni anteriori alla comparsa dell’Homo Sapiens. Si sarebbe trattato, percio, di vere e proprie creature aliene, forse venute dallo spazio, forse indigene della Terra. Del loro aspetto non potremo mai sapere nulla: puo darsi che non fossero nemmeno basate sul carbonio e sull’acqua come noi, ma sul silicio e sull’ammoniaca. Gia un decennio fa, lo scrittore ed esperto di ritrovamenti archeologici insoliti Joseph R. Jochmans (di cui parlero estesamente negli articoli successivi) aveva scritto che «Se prendiamo come media la nostra stessa evoluzione fisica negli ultimi 18 milioni di anni, e la nostra fioritura culturale degli ultimi 10.000 anni come altra media, ci troviamo a contemplare la possibilità che 250 precedenti evoluzioni di esseri intelligenti abbiano prodotto 450.000 cicli di civiltà preesistenti, che si estendono fino in fondo agli attuali strati geologici». I due studiosi che hanno avallato questa ipotesi sono Adam Frank, astrofisico dell’Universita di Rochester, e Gavin Schmidt, direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA. In un saggio pubblicato sull’International Journal of Astrobiology, fanno notare come non sarebbe possibile trovare i loro fossili, allo stesso modo in cui sarebbe un’ardua impresa trovare i nostri, nonostante l’abbondanza di cimiteri e ossari. «La frazione di vita che resta fossilizzata è sempre estremamente piccola. Ad esempio, di tutti i dinosauri mai vissuti, ci restano solo poche migliaia di esemplari quasi completi, equivalenti a una manciata di singoli animali ogni 100.000 anni. È quindi chiaro che specie di breve durata (finora) come l’Homo Sapiens, potrebbero non essere rappresentate affatto nel campionario dei fossili esistenti».

La Grande Strada
In passato, simili speculazioni appartenevano al regno della fantascienza, e H. P. Lovecraft fu il primo narratore a immaginare l’esistenza nel remotissimo passato di veri alieni, i Grandi Antichi, totalmente estranei a ogni altra creatura. Nel racconto Il richiamo di Cthulhu (1928), Lovecraft scrisse che non erano composti di carne e sangue, e nemmeno fatti di comune materia. Chiaramente, esseri immateriali non lascerebbero fossili. Allo stesso modo, i resti di creature di silicio potrebbero apparire indistinguibili dalle comuni rocce! Se non fosse possibile nemmeno trovare dei fossili, tutto quanto resterebbe di civilta antiche di eoni sarebbero i loro manufatti, e Frank e Schmidt ritengono improbabile trovare anche quelli. Alcuni anni or sono, ando in onda una serie di documentari dal titolo italiano La Terra dopo l’Uomo, che mostrava quanto poco sarebbe rimasto di noi dopo la nostra scomparsa. La Statua della Liberta e l’Empire State Building si disintegrano, Los Angeles arde distrutta da un terremoto, Miami scompare tra i flutti dell’oceano, le sabbie seppelliscono Las Vegas. Gli animali tornerebbero selvatici, avviandosi su un nuovo cammino evolutivo, mentre gli impianti nucleari, petroliferi e gassosi esploderebbero spontaneamente in un olocausto planetario. Eppure, alcune testimonianze riuscirebbero a sopravvivere nel profondo del sottosuolo, sepolte da centinaia di metri o perfino chilometri di roccia, fuori dalla portata degli archeologi e raggiungibili solo dalle compagnie minerarie. Esiste perfino l’affascinante ipotesi che certe strutture artificiali, o perfino intere citta, siano state seppellite deliberatamente, come gli odierni bunker antiatomici o le fabbriche di armi scavate dai nazisti nei fianchi delle montagne. Una delle affermazioni certamente piu sorprendenti al riguardo e contenuta nel libro di Mary Sutherland In Search of Shambhala (disponibile, a quanto pare, solo sul Web), che asserisce: «Strumenti sonar sismici hanno individuato quella che adesso chiamiamo “La Grande Strada”, situata molte miglia sotto la superficie della Terra. Si tratta di un gigantesco “nastro” intorno al globo, formato da una serie di caverne. Largo migliaia di metri e spesso centinaia, questo nastro cinge la Terra orizzontalmente all’Equatore e verticalmente intorno ai Poli. Geologi della Mobil Oil hanno trovato ciclopiche città sotterranee alle due intersezioni, collocate sotto le giungle dell’Ecuador e in una fossa oceanica al largo della costa meridionale della Malesia. Queste città altamente avanzate, complete di geroglifici e pittogrammi, sono anteriori non solo ai dinosauri ma anche ai vertebrati». Questa storia va presa con beneficio d’inventario, poiché confesso di non essere riuscito a trovare altre informazioni in merito.

Il muro nella miniera
Ma oltre alle multinazionali dell’industria estrattiva, anche i lavoratori di piccole miniere, assistiti dalla fortuna, potrebbero riuscire a imbattersi in reliquie di civilta ignote... e forse perfino macchinari ancora in efficienza. Nel libro Worlds Before Our Own (1978), lo scrittore del mistero Brad Steiger racconta che degli uomini scoprirono in una miniera di carbone, a ben due miglia sottoterra, una parete artificiale. Uno dei minatori lascio un giuramento scritto: «Nell’anno 1928, io, Atlas Almon Mathis, stavo lavorando nella miniera No. 5, situata 2 miglia a nord di Heavener, Oklahoma. Era un pozzo, e ci dissero che scendeva per 2 miglia. Ci calavano in un ascensore, e ci pompavano giù l’aria, tanto era profondo. La mattina dopo un’esplosione nella stanza 24, trovammo alcuni blocchi di cemento che giacevano per terra. Questi blocchi erano cubi di 30 centimetri, ed erano così lisci e lucidi all’esterno che tutti e sei i lati potevano servire come specchi. Eppure erano pieni di ghiaia, perché ne scheggiai uno col mio piccone, ed era normale cemento all’interno. Mentre cominciavo a puntellare la stanza, questa crollò; e me la cavai a malapena. Quando feci ritorno dopo il crollo, vidi che una solida parete di quei lustri blocchi era rimasta esposta. Circa 100 o 150 metri più in basso, lungo la nostra condotta d’aria, un altro minatore colpì quello stesso muro, o uno molto simile». Cosa ci fosse dietro il muro, non e dato saperlo. I proprietari della miniera ordinarono a tutti di tenere la bocca chiusa. Mathis apprese tuttavia che altri minatori avevano trovato un solido blocco d’argento a forma di botte. Disse pure che nell’area del muro si sentivano rombi furibondi, come se a pochi metri passasse un treno espresso, e che in quei momenti la parete risplendeva e diventava trasparente! Nello stesso anno, la miniera fu inspiegabilmente chiusa, completamente inondata, e oggi c’e costruito sopra un impianto di riciclaggio. Il gia citato Joseph R. Jochmans attribui al muro un’eta di 325 milioni di anni.

Il racconto del soldato
Atlas Mathis potrebbe non essere stato l’unico a imbattersi in enigmatiche architetture sepolte a enormi profondita. Nell’ottobre 1944, in piena II Guerra Mondiale, il soldato cecoslovacco Antonin D. Horak, rifugiatosi ferito in una caverna dei Monti Tatra, narro nel suo diario il ritrovamento di qualcos’altro che poteva benissimo risalire ai Grandi Antichi (e lo disegno)! Il suo racconto fu pubblicato per la prima volta negli USA, sul periodico National Speleological Society News, nel marzo 1965. La caverna, disse, era situata fra i villaggi di Plavince e Lubocna, in un’area circa a 49,2 gradi nord, 20,7 gradi est. Horak era un ingegnere minerario, laureato anche in filosofia, e marito di una geologa; aveva diretto alcune miniere e viaggiato in tutto il mondo. Era quindi la persona piu adatta per indagare sui misteri del sottosuolo. A trascinarlo nella caverna con altri feriti fu un pastore di nome Slavek, che aveva passato laggiu tutta la vita. «Sul punto di lasciarci, l’uomo ci pregò di non inoltrarci oltre nella sua spelonca. Lo accompagnai a raccogliere rami, e mi disse che solo lui era stato all’interno; c’era un enorme labirinto, pieno di pozzi che non aveva mai voluto sondare, sacche d’aria venefica, e perfino spettri». Ma i feriti avevano disperato bisogno di cibo. «Lo stesso pastore conosceva la caverna solo in parte. Poteva avere più di un’entrata, o contenere animali in letargo. Ruminai queste possibilità mentre un mio compagno masticava corteccia di pino, implorandomi di andare a cercare qualcosa. E io ero non solo affamato, ma anche curioso di scoprire cosa spaventasse Slavek. Iniziai il mio viaggio con fucile, lanterna, torce, piccozza. Dopo circa 1 ora e 1/2 trascorsa a percorrere un lungo cunicolo, strisciai in un foro largo quanto un barile. Ancora in ginocchio, restai di sasso per lo stupore... c’era qualcosa di simile a un enorme proiettile nero, incastonato in bianche formazioni di calcare. Riprendendo fiato, pensai che fosse un bizzarro muro o cortina naturale di sale nero, o ghiaccio, o lava. Ma rimasi sbigottito quando vidi che si trattava del fianco, liscio come vetro, di una struttura in apparenza artificiale, incastonata nelle rocce da tutti i lati. La sua bella curvatura cilindrica indicava che si trattava di un corpo enorme, del diametro di circa 25 metri. Dove quella struttura e le rocce s’incontravano, grandi stalagmiti e stalattiti formavano una cornice luccicante. La parete era di un nero-bluastro uniforme, il suo materiale sembrava combinare le proprietà dell’acciaio e della gomma... la piccozza non lasciò segni e rimbalzò con vigore. Il semplice pensiero di aver scoperto un artefatto grande quanto una torre, infitto nella roccia nel mezzo di un’oscura montagna, in una regione selvaggia dove non esistevano nemmeno leggende su rovine, miniere, industrie, e coperto di antichissimi depositi rocciosi... era sufficiente a lasciare sgomenti. Non immediatamente distinguibile nella parete spessa da 2 a 5 cm, dal basso appariva una fenditura larga da 20 a 25 centimetri, che s’assottigliava e scompariva nel soffitto della caverna. I suoi bordi, a destra e a sinistra, erano neri come la pece e avevano aguzze dentellature delle dimensioni di un pugno. Vi gettai dentro una torcia accesa; cadde e si spense con forti scoppiettii e sibili. Una volta uscito e ripreso fiato, ero affascinato dall’intero enigma e deciso ad andare a fondo. Per quel giorno ne avevo avuto abbastanza, e dovevo pensare a nuove tattiche ». Non trovo nulla di commestibile, ma per fortuna il pastore torno con delle provviste. In seguito, spogliandosi e spalmandosi di grasso, attraverso la crepa Horak riusci a introdursi all’interno dell’oggetto. «Me la cavai solo con qualche taglio, rotolai giù in discesa e fui fermato da una parete che sentii familiare, perfettamente liscia e serica come quella esterna. La mia lampada mi bruciava ancora accanto, ma s’udivano suoni confusi. Accese alcune torce, vidi che mi trovavo un uno spazioso, curvo, nero antro formato da pareti alte come rupi che s’intersecavano a formare un tunnel, o meglio pozzo, quasi verticale, a forma di mezzaluna. Non posso descrivere quanto fosse fosco e lugubre quel luogo, e gli infiniti sussurri, e i suoni ruggenti, gli abnormi echi del mio fiato e dei miei movimenti. Il pavimento in discesa su cui ero rotolato era fatto di solida calce. Tutte quelle luci assieme non raggiungevano il punto in cui quelle pareti finivano o s’incontravano. La distanza orizzontale fra gli apici della concava parete anteriore e la convessa parete posteriore era di circa 8 metri; la curva del muro posteriore misurava circa 25 metri. Per proseguire l’esplorazione mi occorrevano più luce e la piccozza. Me ne andai giubilante, in una sorta di incantesimo misto alla determinazione di esplorare quella grande, unica, singolare struttura». Tornato all’interno il giorno dopo, Horak lascio scritto: «Andai direttamente verso la parete, e feci scivolare le mie cose oltre la fenditura. Tendendo la lampada sopra un palo, con quattro torce che ardevano, le estremità superiori della struttura restarono ugualmente al buio. Sparai due pallottole in su, parallele alle pareti. Le detonazioni causarono rombi come quelli di un treno espresso, ma nessun impatto fu visibile. Poi sparai un proiettile su ogni parete, mirando circa 15 metri più in alto, e feci scaturire grosse scintille verdi-azzurre e scoppi tali che dovetti tenermi le orecchie fra le ginocchia, mentre delle fiamme danzavano sfrenatamente. Sondai il “pavimento” con la piccozza, e iniziai a scavare dove il calcare era più sottile, nelle corna della mezzaluna. A destra c’era argilla secca; a sinistra mi imbattei nei denti di qualche grosso animale; presi un canino e un molare, e rimisi a posto il resto. Scavando nei pressi, trovai che la parete posteriore aveva, circa 1,5 metri sotto il pavimento, una struttura verticale, finemente scanalata, ondulata. Sembrava più calda della superficie liscia. Appoggiai le labbra e l’orecchio, e l’impressione mi parve giusta. Potei sentire una lieve, distante pulsazione, come quella di un pistone gigantesco. Nel mezzo, il pavimento era troppo spesso per la mia piccozza». Ancora il giorno seguente, «Entrai nell’artefatto per proseguire gli esperimenti. Neanche unendo un palo all’altro, la lampada riuscì a far luce sull’estremità superiore di quelle pareti. Sparai sopra le aree illuminate; ancora una volta, i proiettili fecero sprizzare enormi scintille, con echi assordanti. Sparai alla parete posteriore con effetti simili... scintille, rombi, niente schegge, ma una cicatrice lunga mezzo dito, che emanava un odore pungente. Dopodiché continuai a scavare nel corno di luna sinistro e vidi che la struttura ondulata s’estendeva in basso; ma nel corno destro non trovai alcuna superficie del genere. Lasciai il pozzo per esaminare la parete anteriore e i suoi dintorni. Accanto alle stalattiti c’erano alcune chiazze simili a smalto che, grattate, davano una polvere troppo fine per raccoglierla senza colla. Volli ottenere un campione del materiale delle pareti, ma anche sparando due pallottole nella crepa, sulle indentature, e colpendole, ottenni solo rimbalzi, un fragore di tuono, cicatrici, e lo stesso odore pungente». Il giorno dopo, «Mi sedetti accanto al fuoco a meditare. Cos’era quella struttura, con pareti spesse due metri e una forma che non si adattava ad alcuno scopo oggi noto? Quanto sprofondava nella roccia? C’era dell’altro dietro il pozzo? Cosa o chi l’aveva collocato nella montagna? C’era verità nelle leggende su civiltà con magiche tecnologie che la razionalità non riusciva ad afferrare? Io ero una persona concreta, con un’istruzione accademica, ma dovetti ammettere che laggiù, tra quelle nere e vellutate rupi dalle curve matematiche, mi sentivo nella morsa di un potere strano e sinistro. Potevo capire che uomini semplici, ma intelligenti e pratici come Slavek, vi percepissero della stregoneria, la celassero, e temessero che se l’esistenza di quella cosa fosse mai stata resa nota, avrebbe attratto eserciti di turisti, e tutto il trambusto, le gallerie e le esplosioni, gli alberghi e i commerci, avrebbero probabilmente rovinato la loro onesta vita nella natura». L’ultimo giorno nella caverna, «Incisi il mio nome su una striscia di cuoio, la arrotolai sulla cassa d’oro del mio orologio, e le inserii entrambe in una bottiglia di vetro. La otturai con un sasso e dell’argilla e depositai la testimonianza nell’artefatto. Sarebbe potuta restar lì per lungo tempo, forse finché la struttura non fosse rimasta completamente nascosta dietro la cortina di stalattiti e stalagmiti. Slavek non aveva figli cui narrare del mistero della sua caverna. Entro pochi decenni nessuno avrebbe più saputo, se non fossi tornato a esplorare la struttura. In tal caso, avrei portato un gruppo di esperti votati al segreto: geologi, metallurgisti, speleologi. Sulla via del ritorno dai miei compagni, nascosi i cunicoli che conducevano alla parete; la caverna poteva avere ingressi che Slavek non conosceva, e qualche scopritore accidentale avrebbe potuto scavare in cerca di “tesori” prima che riuscisse a giungervi una spedizione scientifica. Senza lo schema dettagliato della caverna, nessuno ce l’avrebbe fatta a trovare il percorso fino alla struttura. Dopo la fine, portai i denti animali che avevo raccolto dall’artefatto a un paleontologo di Uzhorod, fra Slovacchia e Ucraina, e li classificò come appartenenti a un orso delle caverne adulto, Ursus speleus. Perciò ragionai... la fenditura era troppo piccola; quell’orso sembrava caduto nell’artefatto, che poteva quindi avere un collegamento con la superficie. Negli ultimissimi giorni della II Guerra Mondiale, in cammino per la Boemia, rivisitai il luogo per l’ultima volta. Esaminai il fianco della montagna sopra la caverna e non trovai né cunicoli né pozzi, i presunti collegamenti con l’artefatto. Ma su quei ripidissimi pendii dei Monti Tatra, le frane potevano aver colmato ogni passaggio». Dopo essere sfuggito ai nazisti, Horak scappo dai russi, rifugiandosi all’inizio a Parigi, e dal 1952 negli Stati Uniti, dove insieme alla moglie apri un ristorante e insegno musica e lingue. La sua fantastica storia fu presa maggiormente sul serio quando Horak si confido con un vicino di casa, appassionato di UFO, e questo si mise in contatto col piu famoso ufologo di allora, J. Allen Hynek. «Il Dr. Hynek ed io» racconta un altro ufologo e speleologo di nome Ted Phillips, «copiammo il diario di Horak del 1944. Conteneva schemi dell’artefatto, una mappa della caverna, uno schizzo dell’imboccatura, le montagne dove era situata l’entrata e un disegno dell’area di fronte all’ingresso della caverna, con punti di riferimento facilmente individuabili. Horak, ormai settantenne, ci diede perfino latitudine e longitudine della caverna, pur senza l’accuratezza delle letture del GPS». Nonostante un finanziamento dell’attore Jackie Gleason (che affermava, incidentalmente, di aver visto cadaveri di alieni in una base militare), le condizioni politiche di allora resero impossibile organizzare una spedizione di ricerca, anzi quattro cecoslovacchi assoldati come guide vennero fucilati dai russi come spie! Antonin Horak mori nel 1976. Finalmente, nel 1998, dopo la caduta del regime comunista, Phillips fu in grado di recarsi personalmente in Slovacchia e di incontrare l’ufologo locale Robert Lesniakiewicz, che gli racconto una storia altrettanto formidabile. «L’intera regione fra Cracovia e Zakopane, su quello che è ora il confine fra Polonia e Slovacchia, cadde nelle mani dei nazisti il 6 settembre 1939» narra Phillips. «Entro una settimana, per ragioni mai spiegate, l’area fu posta sotto il controllo diretto delle SS, che cercarono l’ingresso alla Caverna della Mezzaluna nei Tatra, ma non lo trovarono. La questione è: come sapevano le SS della Caverna della Mezzaluna, alcuni anni prima che Antonin Horak vi si nascondesse dentro? È interessante notare che anche i russi avviarono un tentativo di scoprire la caverna nel 1981». I nazisti erano noti per fidarsi di informatori “esoterici”: e possibile che qualche accenno fosse gia stato occultamente tramandato nel corso dei millenni? Comunque, nel 2001 Phillips sembrerebbe aver avuto miglior fortuna: ha affermato, dopo due spedizioni fallite, di aver localizzato la caverna ma di non essere riuscito a spingersi in profondita. Finché non giungeranno sul posto gli esperti auspicati da Horak, il mistero restera tale.

Nella Valle della Morte
Secondo quanto raccontato al Nexus Magazine del dicembre 2003-gennaio 2004 dal ricercatore russo Valery Uvarov, anche nella Yakutia siberiana sarebbero sparpagliate altre strutture metalliche semisepolte nel terreno ghiacciato, chiamate “calderoni”, che potrebbero essere collegate con ulteriori installazioni sotterranee. Il nome che gli indigeni hanno dato alla zona, di oltre 100.000 chilometri quadrati, e... Valle della Morte, proprio come quella degli USA. «Già nel 1853, l’esploratore R. Maak scrisse di “un gigantesco calderone fatto di rame. Le sue dimensioni sono ignote e solo il bordo è visibile sopra il terreno, ma degli alberi ci crescono dentro...” Nel 1936, un mercante di nome Savvinov scoprì un corridoio a spirale, che dava in un certo numero di camere metalliche in cui passò la notte. Anche nel gelo più rigido, nelle camere era caldo come d’estate. Nel 1996 un’altra persona che visitò la Valle della Morte, Mikhail Koretsky di Vladivostok, scrisse sul giornale Trud: “Sono stato lì tre volte, la prima nel 1933, e in tutto ho visto sette di questi calderoni. Tutti quanti mi hanno lasciato totalmente perplesso: innanzitutto, per le loro dimensioni... fra 6 e 9 metri di diametro. Secondariamente, erano fatti di qualche strano metallo. Tutti hanno scritto che erano fatti di rame, ma sono certo che non era rame. Il metallo non si spezza e non cede alle martellate, ed era coperto di uno strato di qualche materiale sconosciuto che somiglia alla carta smerigliata. Non ci imbattemmo in pozzi che scendevano in camere nel sottosuolo. Ma in uno dei calderoni, passammo anche noi la notte, in sei”. Koretsky notò anche che quando visitò un “calderone” una seconda volta, nei pochi anni intercorsi era percettibilmente sprofondato nel terreno». Secondo le leggende locali, i “calderoni” erano attorniati da una vegetazione strana e anormalmente rigogliosa. Chi restava troppo a lungo in un “calderone” perdeva i capelli e contraeva una malattia letale... tutti sintomi che oggi si direbbero causati dall’esposizione alla radioattivita. Finalmente, nel dicembre 2007, la rivista Fortean Times pubblico un articolo di un certo Ivan Mackerle, che, con alcuni compagni d’avventura, s’era recato personalmente sul luogo per indagare. A differenza dei suoi predecessori, Mackerle fece una ricognizione aerea, e affermo di avere effettivamente trovato qualcosa di insolito. «Nel mezzo di un paesaggio monotono c’era uno strano cerchio. Con l’aiuto di un computer e delle immagini di Google Earth, determinammo le esatte coordinate del bizzarro circolo. Non era il liscio emisfero sporgente che tanto ci aspettavamo, ma una rotonda laguna ampia circa 50 metri. Al suo centro stava una chiazza circolare di terreno, con un diametro approssimativo di 30 metri. Non sembrava naturale; era un anello con un’apertura centrale, anch’essa inondata dall’acqua. Sotto la neve e un sottile strato di melma, un’asta colpì qualcosa di solido. Poteva trattarsi di un enorme “calderone”, ormai quasi inabissatosi nel terreno gelato? La neve si sciolse e fummo fortunati ancora una volta. Pochi chilometri più a valle, trovammo un altro posto simile. In una pozza perfettamente circolare, stavolta di soli 10 metri di diametro, stava una cupola liscia, solida, gigantesca e leggermente curva, coperta da uno strato di fango. Sempre con l’aiuto di un’asta, ne sondammo la forma, ma ci mancavano le attrezzature per metterla a nudo. Avremmo dovuto prosciugare l’acqua e rimuovere il fango... e per questo ci sarebbe occorsa una spedizione meglio equipaggiata e finanziata. Poi, inaspettatamente, dopo aver passato la notte presso il “calderone” sommerso, fummo colpiti da inusuali problemi di salute. Il giorno dopo, venni improvvisamente sopraffatto da vertigini, senso di svenimento, completa perdita dell’equilibrio, tosse e brividi… proprio come ammonivano le vecchie leggende della Yakutia. Non riuscii a reggermi in piedi, la vista mi s’offuscò e divenni incapace di mangiare o bere qualsiasi cosa. Quando il giorno dopo le mie condizioni non migliorarono, fuggimmo dalla Valle della Morte più veloci che potevamo». A tutt’oggi, non si ha notizia di ulteriori ritrovamenti.

Articolo di Fabio Feminò


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 Oggetto del messaggio: Re: Il mondo prima del nostro
MessaggioInviato: 03/02/2020, 02:57 
chissà se ma si inizierà ad indagare seriamente in questo senso anche da punto di vista geologico ed archeologico, ma ne dubito; troppa gente csmpa su uno status Quo culturale ormai consolidato, oserei dire calcificato.



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 Oggetto del messaggio: Re: Il mondo prima del nostro
MessaggioInviato: 04/02/2020, 18:31 
Verrebbe sconvolto l'intero asse culturale, con grande imbarazzo del mondo accademico. Certe facoltà sarebbero costrette a chiudere per una lunga pausa di riflessione.


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