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Pleiadiano
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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 24/02/2015, 18:30 
Cita:
L’origine ignota dei “Popoli del Mare”. I veri discendenti di Atlantide?
Secondo le fonti egiziane risalenti alla 19° dinastia, un tempo remoto esisteva una confederazione di “Popoli del Mare” che, navigando verso il Mar Mediterraneo orientale, sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Palestina, Cipro e l'Egitto. In realtà, non si sa molto su di loro, né quale fosse il luogo di provenienza. Le fonti egiziane descrivono queste popolazioni solo dal punto di vista militare: “Sono venuti dal mare sulle loro navi da guerra, e nessuno poteva andare contro di loro”!

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I “Popoli del Mare” sono oggetto di un infinito dibattito tutt’ora in corso tra gli studiosi di storia antica.

Si tratta, infatti, di un gruppo umano di cui si sa molto poco, la cui scarsità di notizie ha favorito il fiorire di numerose di teorie ed ipotesi.

Non si sa chi fossero, nè il loro luogo di origine e nemmeno che fine abbiano fatto. Dunque, la precisa identità di queste “popolazioni del mare” è ancora un enigma per gli studiosi.

Alcuni indizi suggeriscono invece che per gli antichi egizi l’identità e le motivazioni di queste popolazioni erano note. Le poche informazioni che abbiamo, infatti, ci vengono da fonti dell’antico Egitto risalenti alla 19° dinastia.

In realtà, le fonti egizie descrivono tali popoli solo dal punto di vista militare. Sulla stele di Tanis si legge un’iscrizione attribuita a Ramses II, nella quale si legge:

«I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli».

Il fatto che varie civiltà tra cui la civiltà Ittita, Micenea e il regno dei Mitanni scomparvero contemporaneamente attorno al 1175 a.C. ha fatto teorizzare agli studiosi, che ciò fu causato dalle incursioni dei Popoli del Mare.

I resoconti di Ramses sulle razzie dei Popoli del Mare nel mediterraneo orientale sono confermati dalla distruzione di Hatti, Ugarit, Ashkelon e Hazor.

È da notare che queste invasioni non erano soltanto della operazioni militari ma erano accompagnate da grandi movimenti di popolazioni per terra e mare, alla continua ricerca di nuove terre in cui insediarsi.


I Popoli del Mare

Il termine “Popoli del Mare” fa riferimento ad un gruppo composto da dieci popolazioni provenienti dall’Europa meridionale, una sorta di confederazione, che sul finire dell’Età del Bronzo, navigando verso il Mar Mediterraneo orientale, invasero l’Anatolia, la Siria, Palestina, Cipro e l’Egitto.

Le fonti antiche più importanti nelle quali vengono citati i Popoli del Mare sono l’Obelisco di Biblo, databile tra il 2000 e il 1700 a.C., le Lettere di Amarna, la Stele di Tanis e le iscrizioni del faraone Merenptah.

Tra le popolazioni citate nelle iscrizioni antiche, le più intriganti sono certamente i Lukka, gli Shardana, i Šekeleš e i Danuna.

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I Lukka

La prima menzione di queste genti compare nell’obelisco di Biblo, dove viene nominato Kwkwn figlio di Rwqq, transliterato Kukunnis figlio di Lukka.

Le terre di Lukka vengono spesso citate anche nei testi ittiti a partire dal II millennio a.C. Denotano una regione situata nella parte sud-occidentale dell’Anatolia. Le terre di Lukka non furono mai poste in modo permanente sotto il controllo ittita, e gli stessi Ittiti le consideravano ostili.

I soldati di Lukka combatterono alleati agli Ittiti nella famosa battaglia di Qadeš (ca. 1274 a.C.) contro il faraone egizio Ramesse II. Tuttavia, un secolo dopo, Lukka si rivolse contro gli Ittiti. Il re ittita Šuppiluliuma II tentò invano di sconfiggere Lukka, i quali contribuirono al collasso dell’impero ittita.


Gli Shardana

Gli Shardana compaiono per la prima volta nelle fonti egiziane nelle lettere di Amarna (1350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton. Vengono poi menzionati durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III con i quali ingaggiarono numerose battaglie navali.

Nella raffigurazione vengono dipinti con lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo. Il gonnellino è corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna.

Le similitudini fra i guerrieri Shardana e quelli dei nuragici della Sardegna, nonché l’assonanza del nome Shardana con quello di Sardi-Sardegna, hanno fatto ipotizzare, ad alcuni, che gli Shardana fossero una popolazione proveniente dalla Sardegna o che si fosse insediata nell’isola in seguito alla tentata invasione dell’Egitto.


I Šekeleš

I Šekeleš, detti anche Sakalasa, vengono citati insieme ad altri otto componenti dei Popoli del Mare nelle iscrizioni commissionate dal faraone Merenptah (13° secolo a.C.).

Sono stati associati ai Siculi, popolazione indoeuropeea che si stanziò nella tarda età del bronzo in Sicilia orientale scacciando verso occidente i Sicani.

Non è escluso che la loro emigrazione in Sicilia possa essere stata precedente agli scontri con l’Egitto di Merenptah, se è affidabile l’alta cronologia della cultura Pantalica I (datata a partire dal 1270 a.C.) e la testimonianza di Ellanico di Mitilene, riportata da Dionigi di Alicarnasso, secondo cui lo sbarco dei Siculi in Sicilia sarebbe avvenuto tre generazioni prima della guerra troiana, intorno al 1275 a.C.; Dionigi riporta anche la datazione fissata da Filisto (ventiquattro anni prima della Guerra di Troia) più o meno contemporanea al conflitto tra il faraone Merneptah e i Popoli del mare.

I Danuna

I Danuna, o Denyen, sono certamente i più enigmatici. Secondo la leggenda, i Danuna avrebbero lasciato il continente di Atlantide per stabilirsi sull’isola di Rodi.

Questo popolo adorava la dea Danu, una dea primordiale presente nella mitologia di molte culture (da quella celtica a quella indiana). Veniva rappresentata come una luna avvolta dal serpente e che si suppone era considerata la dea madre delle acque.

La mitologia greca tramanda che gli abitanti primordiali dell’isola di Rodi erano chiamati Telchini. Secondo lo storico greco Diodoro, questo popolo aveva il potere di guarire le malattie, di modificare le condizioni atmosferiche e assumere qualsiasi forma desiderassero. Ma non desideravano rivelare le proprie capacità, mostrandosene assai gelosi.

Erano rappresentati sotto forma di esseri anfibi, metà marini e metà terrestri. Avevano la parte inferiore del corpo a forma di pesce o di serpente, oppure i piedi con dita palmate.

Un po’ prima del Diluvio, ebbero il presentimento della catastrofe e lasciarono Rodi, la loro patria, per disperdersi nel mondo. È possibile che la mitologia e le leggende tramandino la storia di un popolo tecnologicamente avanzato, percepito dagli antichi come in possesso di poteri magici?

È possibile che ci sia un collegamento tra i Danuna e i Talchini? Potrebbero essere davvero i superstiti del continente di Atlantide?


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 25/02/2015, 02:18 
Cita:
«I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli».


Chissà perchè, non credo fosse una questione di numeri, chissà cosa fece la differenza.



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 Oggetto del messaggio: Re:
MessaggioInviato: 25/02/2015, 05:21 
bleffort ha scritto:

Che la lingua Basca deriva anche da popoli del Nord Africa,come anche nel Nord Africa specie nella regione dell'Atlante,vi è un'alta concentrazione di persone con gruppo sanguigno 0Rh-.


Però questo non è esatto, la lingua basca è considerata una lingua isolata. Invece in nordafrica, prima dell'arrivo dell'arabo, si parlavano e tuttora in forma minoritaria si parlano lingue berbere, quindi di famiglia camitica. Lo stesso antico egizio (ed il copto che ne deriva) era una lingua camitica. Il basco non è una lingua camitica e l'ipotesi attualmente più accreditata è che derivi dall'antico aquitano parlato nella Gallia meridionale; l'aquitano, sulla base di quanto ci è giunto finora, non era una lingua indoeuropea e la Gallia meridionale ancora ai tempi di Cesare possedeva una propria lingua non celtica (Omnia Gallia est divisa in partes tres quarum unam incolunt etc) di cui probabilmente il basco è il diretto erede. Il basco quindi è l'unico sopravvissuto di una tradizione linguistica europea molto antica precedente l'arrivo degli indoeuropei e distinta anche dalle lingue berbere parlate in nordafrica.
La lingua che si parlava nella Sardegna interna prima della romanizzazione dell'isola, escludendo quindi le coste meridionali in cui per via dell'influenza di Cartagine si parlava punico (ossia fenicio, una lingua semitica come l'arabo e l'ebraico) , era anch'essa una lingua non indoeuropea e con grande probabilità era imparentata con il basco, come appare dalla presenza nel sardo odierno (che deriva invece dal latino) di molte radici o addirittura di parole intere non solo non indoeuropee, ma di significato e di forma molto simile o identica a quella di analoghe parole basche. Quindi la tradizione linguistica di cui il basco oggi è l'unico erede un tempo era maggiormente diffusa in Europa.
Poi un conto sono il gruppo sanguigno e le caratteristiche fisiche, un altro conto è la lingua, sono due cose separate.



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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 19/03/2015, 19:03 
Cita:
Silbury Hill: un faro per i naviganti del neolitico?
Per lungo tempo si è creduto che la collina di Silbury fosse un antica tomba o una collina cerimoniale per riti religiosi. Ma, recentemente, uno studioso ha proposto che la struttura fosse qualcosa di molto simile ad un faro, costruito per guidare i naviganti nei corsi d'acqua formatisi con la fine dell'ultima era glaciale. L'ipotesi è che il sud dell'Inghilterra si presentava come una serie di isole collegate da corsi d'acqua, canali e fiumi in piena e che Stonehenge si trovasse lungo la costa!

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Sembra che negli ultimi tempi gli archeologi dediti allo studio delle antichità britanniche stiano rivedendo completamente le teorie finora avanzate.

Qualche giorno fa, uno studioso aveva proposto che le famose rocce circolari di Stonehenge avevano lo scopo di sostenere un antico altare, così che i nostri antenati potessero essere “più vicini al cielo”.

Adesso è la volta dell’antico tumulo di Silbury Hill. Fino ad oggi, i ricercatori hanno ritenuto la collina di Silbury un antico tumulo funerario oppure una collina cerimoniale per eseguire riti religiosi.

Ma Robert John Langdon, cartografo e storico locale, ha proposto una nuova rivoluzionaria teoria sulla natura e la funzione di Silbury. A suo avviso, il tumulo sarebbe ciò che rimane di un antico faro utilizzato in epoca neolitica, all’indomani della fine dell’ultima era glaciale.

Lo scioglimento dei ghiacciai avrebbe reso il sud dell’Inghilterra simile ad un arcipelago di isole collegate da corsi d’acqua, canali e fiumi. Il faro avrebbe aiutato i naviganti ad orientarsi nel dedalo di canali, fino a guidarli al “porto” di Silbury.

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L’indizio fondamentale sarebbe il viale di pietra scoperto da Langdon che collega Silbury Hill al noto cerchio di pietre di Avebury. «Le mappe che ho prodotto indicano che Avebury era un luogo di scambio merci per i nostri antenati», spiega Langdon. «La mia ipotesi è che il vicino monumento di Silbury Hill funzionasse come porto, mentre Avebury come mercato per gli scambi».

Recenti studi archeologici hanno effettivamente rivelato che il sito di Silbury Hill è stato costruito in più fasi, a partire da una struttura piccola, fino a diventare ciò che è visibile oggi.

«Se fosse stata solo una struttura simbolica, che bisogno c’era di modificarne le dimensioni?», si chiede Langdon. «L’altezza è stata modificata perché il faro divenisse visibile da navi e barche anche a lunga distanza».

Langodon immagina che alla fine dell’era glaciale l’Inghilterra meridionale si presentasse come un arcipelago composto da numerose isole separate da corsi d’acqua e fiumi in piena e che a quel tempo, anche Stonehenge si trovasse vicino alla zona costiera.


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 22/04/2015, 12:34 
Cita:
Ipotesi Barbiero: Atlantide si trova sotto i ghiacci del Polo Sud
Quella di Atlantide è la civiltà perduta per eccellenza, la “madre” di tutte le civiltà secondo alcuni, ed è considerata fin dai tempi antichi uno dei più impenetrabili misteri dell’archeologia. La sua ricerca vede impegnate da molti secoli generazioni di studiosi nel vano tentativo di dare una risposta credibile al problema della sua ubicazione.

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Nonostante le tante ipotesi avanzate sul misterioso continente perduto di Atlantide, finora non è ancora stato trovato nulla che possa confermarne la passata esistenza.

Non potrebbe essere allora, si sono chiesti alcuni, che Atlantide non sia finita sotto il mare, e che non possiamo vederla perché è nascosta da qualcos’altro?

La pensa così chi ritiene che in realtà l’Antartide fosse un tempo priva di ghiacci e proprio qui si trovasse l’antica civiltà perduta.

Tutto iniziò a metà degli anni ’50 con l’osservazione di uno studioso di mappe antiche, il capitano statunitense Arlington H. Mallery, che esaminandone una scoperta alcuni anni prima in Turchia ebbe un’illuminazione.

La carta, realizzata nel 1513 dall’ammiraglio turco Piri Ibn Haci Mehmet, meglio noto come Piri Re’is (“l’ammiraglio Piri”), fu disegnata su una pelle di gazzella colorata ad acquarello e perduta per oltre 400 anni.

Nel 1929, durante la trasformazione del vecchio Palazzo Imperiale di Istanbul nel museo archeologico Topkapi, la mappa ricomparve e destò sorpresa perché collocava l’America Meridionale nella corretta posizione longitudinale in rapporto all’Africa: un fatto insolito per le mappe del ’500.

Ciò che colpì Mallery, però, fu qualcos’altro. Egli si convinse che il lembo di terra raffigurato all’estremo sud della mappa rappresentasse la costa dell’Antartide libera dal ghiaccio.

Ma a far diventare esplosiva questa ipotesi furono le successive osservazioni dello studioso Charles H. Hapgood, secondo il quale la precisione della longitudine sulla mappa di Piri Re’is non si poteva spiegare sulla base della scienza cinquecentesca.

In particolare esisteva, a suo dire, «una concordanza sorprendente con il profilo della Terra della Regina Maud nell’Antartide» rilevato solo nel 1954 attraverso sondaggi sismici. Ne conseguiva che la mappa si doveva basare su carte più antiche realizzate da viaggiatori di una civiltà sconosciuta, ma progredita, esistita prima dell’Era glaciale.

Chi ipotizzò che questa civiltà sconosciuta fosse Atlantide non furono scrittori come i coniugi Rand e Rose Flem-Ath o Graham Hancock, che negli anni ’90 dedicarono a quest’idea libri molto venduti, bensì un ingegnere italiano, Flavio Barbiero, che per primo ne parlò nel 1974 nel libro Una civiltà sotto ghiaccio.

L’ipotesi di Flavio Barbiero

flavio-barbiero-una-civiltà-sotto-ghiaccioLa teoria di Barbiero prende avvio dall’ipotesi che circa 12 mila anni fa la Terra fosse inclinata diversamente da com’è oggi.

Ruotava perpendicolare sul piano dell’eclittica per cui le stagioni coincidevano stabilmente con le fasce climatiche.

Alaska e Siberia, così come l’Antartide, erano prive di ghiacci, a differenza di Europa e America nord-occidentale ricoperte dai ghiacci eterni.

In Antartide, in particolare, fioriva una civiltà marinara molto evoluta, dove era stata inventata l’agricoltura, la metallurgia e dove fiorivano architettura, tecnologia, arte e scienza di alto livello mentre nel resto del mondo l’uomo era all’Età della pietra.

Circa 13 mila anni fa, dopo 2 mila anni di progressi, questa civiltà chiamata Atlantide subì una devastante catastrofe che la annientò quasi interamente.

Una cometa o un asteroide, del diametro di una decina di chilometri, colpì la Terra nei pressi della Florida provocando una serie di trasformazioni globali istantanee.

L’asse di rotazione della Terra cambiò, i poli cioè si spostarono di colpo di migliaia di chilometri, assumendo la posizione attuale. L’impatto sollevò una nube di polveri tale da innescare piogge torrenziali, con il conseguente abbassamento delle temperature e l’avvio della Grande glaciazione.

Il raffreddamento fu così veloce da cogliere di sorpresa i grandi mammut che pascolavano per la Siberia, come dimostrerebbe il fatto che nello stomaco di un esemplare ritrovato c’erano ancora i resti dell’ultimo pasto di erbe tipiche delle zone temperate: si era congelato senza avere avuto il tempo di decomporsi.

Ma l’effetto più devastante fu l’onda ciclopica provocata dall’impatto del bolide: un’onda che avrebbe travolto tutte le terre, compresa Atlantide-Antartide. Solo grazie alle sue flotte di imponenti navi, parte della popolazione riuscì a mettersi in salvo e a raggiungere l’America, l’Africa e l’Asia.

Sull’isola madre, intanto, prese a nevicare per settimane e forse mesi, finché una coltre gelata, spessa decine di metri, seppellì definitivamente Atlantide. I superstiti, sparpagliati per il mondo, iniziarono a interagire con gli uomini paleolitici, insegnando loro a coltivare i campi e dando una forte accelerazione allo sviluppo della civiltà, originando l’Età neolitica.

Indizi a sostegno della teoria

La teoria è molto suggestiva, ma ci si chiede: quali sono le prove?

Innanzitutto, risponde Barbiero, la scomparsa improvvisa di decine di specie animali che 13 mila anni fa popolavano l’emisfero settentrionale: mastodonti, mammut, rinoceronti lanosi, renne, bisonti antichi, cavalli, cammelli, tigri dai denti a sciabola e così via.

In secondo luogo, le importanti somiglianze tra i racconti dei popoli di tutto il mondo, dalla Bibbia alla Mesopotamia, dal mito dell’isola di Mu nel Nord America a quello di Lemuria) dove c’è sempre un diluvio che travolge il mondo e poi qualcuno che viene dal mare e insegna a coltivare la terra.

Tali leggende sarebbero la prova che il ricordo dei fenomeni seguiti al cambiamento di asse della Terra è rimasto profondamente radicato nella memoria dei popoli.

Altre leggende diffuse potrebbero svelare che il corpo celeste che colpì la Terra fu probabilmente una cometa. Basta pensare a quell’antica superstizione secondo cui le comete sarebbero messaggere o portatrici di gravi calamità.

E Atlantide deve corrispondere all’Antartide perché, dice Barbiero, «in nessun altro posto sono stati trovati resti archeologici. Una civiltà del genere, in Europa per esempio, li avrebbe lasciati per forza».

Inoltre è l’unica che rispecchi la descrizione che ne dà Platone: un’isola avente una superficie di milioni di km quadrati, circondata da un oceano a sua volta circondato da una fascia continua di continenti, ricca di metalli e favorita (prima del diluvio) da un clima mite.

A ulteriore riprova di ciò Barbiero sostiene che «tutti i planisferi anteriori alla scoperta dell’America, sono in realtà carte dell’Antartide: tutti i popoli antichi concepivano il mondo come una grande isola pressoché circolare, circondata dall’oceano, e questo a sua volta da terre irraggiungibili e misteriose».

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Osservando per esempio il planisfero tratto dalle Grandes Chroniques de Saint-Denis (1364-1372) Barbiero vi riconosce «il mare di Ross in alto a destra, la baia di Mackenzie a sinistra e il mare di Weddell in basso» oltre alla «fitta rete di canali analoga a quella descritta da Platone».

Per non parlare della carta di Piri Re’is che riprodurrebbe il profilo dell’Antartide scoperta dai ghiacci. Secondo Barbiero, tutte queste mappe medievali sarebbero riproduzioni di carte geografiche più antiche, provenienti magari dalla biblioteca di Alessandria prima che fosse distrutta.

Barbiero riconosce che questi possono essere considerati solo indizi, e che solo il ritrovamento di tracce archeologiche di Atlantide potrebbe trasformarli in prove. «Basterebbe trovare anche un solo mattone per dimostrarne l’esistenza e rivoluzionare tutta la storia antica e la geologia».

Tuttavia, il “mattone” di Atlantide ancora manca. Non solo non sono state mai trovate tracce di vita preistorica sull’Antartide, ma non ce ne sono nemmeno nei luoghi in cui gli atlantidei avrebbero riparato dopo il diluvio. Se davvero questi uomini così evoluti portarono la civiltà in America, Africa e Asia 10 mila anni fa, non ne esistono tracce.

Secondo l’archeologia classica, i primi segnali di civiltà superiore sono molto più recenti e risalgono a circa 4 mila anni prima di Cristo, con qualche rara eccezione.

La risposta di Barbiero è che gli atlantidei, essendo marinai, si stabilirono principalmente sulle coste dei vari Paesi: coste che, in seguito allo scioglimento dei ghiacci, finirono sommerse a 130 metri di profondità. Allo stesso modo, i resti delle città atlantidee create quando il Sahara era fertile sarebbero finiti sotto la sabbia del deserto.

La diffusione dell’agricoltura

Prima dell’avvento della datazione al radiocarbonio 14, ogni questione relativa all’origine ed alle caratteristiche di una qualsiasi cultura antica veniva risolta sulla base dello scenario diffusionista, che nella sua formulazione più essenziale era il seguente: l’agricoltura si è sviluppata per la prima volta nel Medio Oriente, in quella fascia di terra denominata Mezzaluna Fertile.

Qui sono sorte le prime culture neolitiche e, successivamente, tra il quinto ed il quarto millennio a.C., le prime civiltà superiori, che si sono diffuse poi in tutto il resto del mondo.

Campo obbligato di ricerca era allora lo studio comparato delle civiltà, delle loro mitologie, tradizioni, usi e costumi, conoscenze scientifiche e tecnologiche, che forniva ampio supporto alla teoria diffusionista, mostrando una sostanziale identità da un capo all’altro del pianeta.

Dopo l’introduzione delle datazioni al radiocarbonio 14, la teoria diffusionista è crollata. Si è scoperto, infatti, che l’agricoltura è nata contemporaneamente in almeno sei aree del mondo senza alcuna relazione apparente fra loro: il Centro e Sud America, la Mezzaluna Fertile, l’Africa Centrale, la Cina orientale ed il Sud Est asiatico.

Sono saltate anche la maggior parte delle relazioni temporali fra civiltà diverse, stabilite in base ai presupposti della teoria diffusionista. Nel Mediterraneo, ad esempio, le civiltà megalitiche di Malta e dell’Europa nord-occidentale si sono rivelate più antiche dei loro presunti modelli mesopotamici ed egizi.

Per reazione al diffusionismo si è venuto consolidando nel mondo scientifico uno scenario diametralmente opposto, secondo cui le culture antiche sarebbero nate e si sarebbero sviluppate contemporaneamente in più parti del mondo, senza contatti e influenze reciproche.

Nel nuovo contesto, quindi, l’esame comparato delle civiltà è divenuto anatema! Nell’uno e nell’altro scenario si inseriscono sottoscenari, che tentano di superare le difficoltà dei primi con ipotesi più o meno ortodosse. Per esempio nello scenario pre-carbonio 14 ha avuto credito l’ipotesi di Atlantide quale ponte di diffusione della civiltà dall’Eurasia all’America.

Nello scenario post-carbonio 14, invece, Atlantide non trova più un suo spazio definito, e tuttavia emergono tutta una serie di elementi che proverebbero l’esistenza di una civiltà molto avanzata in epoca preistorica.

Naturalmente questi elementi sono negati e “combattuti” dalla scienza ufficiale, perché destabilizzano il quadro generale, senza offrire in cambio scenari alternativi accettabili.

Cataclismi geologici ricorrenti

In effetti nessun archeologo, o storico antico, è mai stato capace di immaginare uno scenario in grado di risolvere le innumerevoli contraddizioni e semplificazioni cui gli scenari ufficiali danno luogo.

Va detto che questa incapacità non è colpa degli storici e degli archeologi, ma piuttosto di branche scientifiche quali la geologia e la climatologia, che a tutt’oggi non sono in grado di dare una risposta soddisfacente ad uno dei problemi fondamentali della storia geologica della Terra e delle specie viventi che vi si sono sviluppate.

Questa storia è caratterizzata da lunghissimi periodi di stabilità, inframmezzati da crisi brevissime e violente, durante le quali si hanno da un lato eruzioni vulcaniche imponenti, orogenesi, cambi climatici, inversioni del campo magnetico, variazioni del livello marino ecc.

Dall’altro estinzioni di massa, emergenza di nuove specie, cambio radicale degli equilibri ecologici. Nella storia della Terra si contano cinque grandi estinzioni animali, a livello planetario, ed innumerevoli altre minori, o anche totali ma a livello più o meno locale.

Le geologia non è ancora in grado di fornire una spiegazione di queste crisi ricorrenti. Negli ultimi anni si sta facendo strada l’ipotesi che siano dovute a catastrofici impatti con comete o asteroidi, perché per alcune di esse, come ad esempio quella del cretaceo superiore, che vide l’estinzione in massa dei dinosauri e preparò l’avvento dei mammiferi, si è potuto appurare la coincidenza con la caduta di un asteroide; il che lascia presupporre che fra i due fenomeni esista una relazione di causa ed effetto.

Ma innanzitutto non è affatto chiaro come corpi relativamente minuscoli, quali comete ed asteroidi, possano innescare fenomeni geologici ed estinzioni di massa a livello planetario; in secondo luogo la contemporaneità di un impatto è stata accertata soltanto in un numero limitato di crisi geologiche e ambientali.

A tutt’oggi, quindi, nessuno è in grado di dire quale ne sia la vera causa e che cosa accada in realtà nel loro breve svolgimento. Vale a dire che la scienza moderna non è ancora in grado di capire uno dei processi fondamentali dell’evoluzione delle specie viventi.

Il traumatico passaggio dal Pleistocene all’Olocene

Questo si verifica anche per quel che riguarda la storia dell’uomo. Essa, infatti è caratterizzata da almeno una crisi del tutto analoga, accaduta tra i 12 e 14 mila anni or sono.

Fu precisamente in questo periodo che le grandi culture paleolitiche, che avevano prosperato per più di trenta millenni, scomparvero improvvisamente, lasciando il posto ad una umanità nuova. Non sappiamo né perché, né come accadde.

L’unica cosa certa è che questa transizione è avvenuta in coincidenza di una delle solite crisi inspiegate, tanto grave da costituire lo spartiacque fra due ere geologiche, il Pleistocene e l’Olocene.

L’era pleistocenica giunge al suo termine, segnato da un imponente risveglio dell’attività vulcanica, da terremoti spaventosi, testimoniati dal crollo delle volte nella maggior parte delle caverne del mondo, e da immani alluvioni, che travolgono milioni di animali. In tutto il mondo ci sono testimonianze di ecatombi agghiaccianti.

Anche il campo magnetico attraversa un periodo di forti perturbazioni che portano quasi alla sua inversione. Per non parlare poi del regime climatico terrestre, che proprio allora subisce un rapido e radicale cambiamento. Decine di specie scompaiono.

Non è possibile capire cosa è accaduto all’uomo durante questa crisi e gli avvenimenti immediatamente seguenti, se non si riesce a scoprire cosa sia realmente successo in quell’occasione. Vediamo allora, in estrema sintesi, qual era la situazione nel mondo prima di quella data fatidica.

Tra i 50 e i 12 mila anni or sono una enorme calotta glaciale, spessa oltre tre chilometri, si era irradiata dall’area di Hudson, nel Canada orientale, fino a raggiungere verso sud l’attuale latitudine di New York e verso ovest i ghiacciai che scendevano dalle montagne rocciose, in Alaska.

Nello stesso periodo il Nord Europa era coperto da calotte glaciali che al culmine della loro espansione raggiunsero le latitudini di Londra e Berlino. La quantità di acqua congelata sulla terraferma era talmente grande, che il livello del mare era sceso di oltre 100 metri rispetto ad oggi.

Le teorie attuali, numerose e spesso in contrasto tra loro, cercano di spiegare l’esistenza di queste masse di ghiaccio, eccentriche rispetto ai poli odierni, con il fatto che il clima fosse allora assai più freddo su tutta la Terra.

L’ipotesi, però è contraddetta dall’assenza di calotte glaciali in Siberia, che anzi era popolata fin nelle sue regioni più settentrionali, ben addentro nel mare Artico, da una delle più imponenti comunità zoologiche mai esistite sulla Terra dal tempo dei dinosauri.

40 milioni di mammuth vagavano per le pianure della Siberia e dell’Alaska, ed insieme ad essi c’erano renne, rinoceronti, cavalli, ippopotami, orsi, leoni, leopardi, castori, bradipi giganti, cervi dalle grandi corna, cammelli, tigri dai denti a sciabola e molti altri ancora.

Prova certa che il clima siberiano era allora di gran lunga più mite e costante di quanto lo sia attualmente. Per contro, nell’altro emisfero il clima era più freddo in Australia ed in Nuova Zelanda, allora coperta da grandi ghiacciai. Ma ci sono prove che l’Antartide, oggi interamente coperta da una spessa coltre di ghiaccio, ne fosse parzialmente libera, almeno sul versante atlantico.


Spostamento dei Poli

C’è un’unica ipotesi in grado di spiegare in maniera coerente questa situazione, e cioè che i poli geografici si trovassero allora in posizione diversa da quella attuale e che l’inclinazione dell’asse terrestre fosse inferiore. Tra i 12 e i 14 mila anni fa l’asse terrestre si sarebbe improvvisamente inclinato ed i poli spostati nella posizione attuale.

Non si tratta di un’ipotesi fantasiosa. Nessuno mette più in dubbio il fatto che i poli abbiano cambiato sovente la loro posizione sulla superficie terrestre nel corso delle passate ere geologiche.

I segni lasciati dalle calotte glaciali in Africa e India, il magnetismo residuo nelle rocce, la distribuzione di antiche barriere coralline e dei depositi di carbone e così via, costituiscono nel loro insieme una prova assoluta che i poli hanno girovagato dall’equatore fino alla posizione attuale. Quelli che non sono affatto chiari, invece, sono i meccanismi e le modalità dello spostamento dei poli.

Un’ipotesi avanzata fin dal secolo scorso dal grande astronomo Giovanni Schiapparelli attribuisce questi spostamenti a movimenti superficiali di grandi quantità di materiali, dovuti ai processi di erosione e sedimentazione, che sarebbero in grado di produrre lentissimi spostamenti dei rigonfiamenti equatoriali; pochi centimetri all’anno al massimo, ma che in milioni di anni possono diventare migliaia di chilometri.

Schiapparelli, però, ignorava l’esistenza di una enorme quantità di testimonianze geologiche, che sembrano indicare invece che i poli si muovono per “salti” praticamente istantanei, almeno nella scala dei tempi geologica. Fu lo studioso americano Charles Hapgood a metterle in evidenza, ma il meccanismo da lui proposto per spiegare il fenomeno, lo “scorrimento” della crosta terrestre, oltre ad incontrare insormontabili difficoltà di carattere geologico, non è in grado di spiegare proprio la velocità con cui sembra si sia verificato lo spostamento dei poli: a giudicare dal rapidissimo processo di congelamento dei mammuth, conservati intatti con ancora cibo non digerito nello stomaco, si tratterebbe addirittura di giorni.

Questa possibilità, tuttavia, è decisamente rifiutata per una ragione del tutto analoga a quella che portò al rifiuto iniziale della teoria di Wegener sulla deriva dei continenti: non si conosce un meccanismo in grado di provocare un fenomeno del genere.

L’ipotesi che l’inclinazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e che la posizione dei poli rispetto alla Terra possano variare rapidamente è stata presa in considerazione fin dal secolo scorso da scienziati del calibro di J.C. Maxwell, ma è stata scartata sulla base di calcoli energetici circa l’effetto stabilizzante dei rigonfiamenti equatoriali terrestri. Solo una “collisione planetaria” sarebbe in grado di produrre un effetto del genere.




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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 22/04/2015, 13:14 
vimana131 ha scritto:
Spostamento dei Poli

C’è un’unica ipotesi in grado di spiegare in maniera coerente questa situazione, e cioè che i poli geografici si trovassero allora in posizione diversa da quella attuale e che l’inclinazione dell’asse terrestre fosse inferiore. Tra i 12 e i 14 mila anni fa l’asse terrestre si sarebbe improvvisamente inclinato ed i poli spostati nella posizione attuale.

Non si tratta di un’ipotesi fantasiosa.


Altro che fantasiosa, e' proprio una mink...ta, anche al netto delle considerazioni fatte sullo spostamento dell'asse terrestre.

Inoltre, anche volendo concedere ogni attenuante, la collocazione temporale e' semplicemente assurda.

L'antartico e' in glaciazione da almeno 12 milioni di anni:

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e le carote di ghiaccio sono state studiate nel dettaglio climatico fino ad almeno un milione di anni.



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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 16/11/2015, 00:55 
Cita:
Tracce di Atlantide a Venezia?

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C’è un Mistero molto intrigante su Venezia al quale sto lavorando da anni: nell’isola di Torcello c’è una pietra rotonda incisa (assicurata con ganci metallici a un muro dove sono esposti altri reperti antichi – alcuni di epoca romana, altri molto precedenti – sulla piazzetta dove si affaccia il museo di quest’isoletta che, come è noto, fu il primo insediamento dei popoli che avevano trovato rifugio nella laguna durante la fuga dai barbari. In quest’isola, dove oggi risiedono 24 persone (!), un tempo venivano fabbricate le navi della Serenissima, quando ancora l’Arsenale di Venezia (il più antico del mondo) non esisteva.

Torcello esisteva prima di Venezia, e infatti la Cattedrale di Torcello è la più antica d’Europa.
Ma torniamo alla pietra esposta.

Si tratta di un *tondo* (una trentina di cm di diametro) inciso in tal guisa da farmi sobbalzare appena lo vidi la prima volta: non potevo credere ai miei occhi! La planimetria di Atlantide!!! Per lo meno quella descritta da Erodoto e da Platone.
Incredibili scoperte sono scaturite dalle mie ricerche successive, che mi hanno portato a una probabile origine di Venezia, completamente diversa da quella ufficialmente nota. Tra l’atro, durante una conferenza (6 dicembre 1981) tenuta dal parroco della Chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, dopo il restauro grazie al Fondo Inglese e al Governo Italiano, ebbi modo di sentire con le mie orecchie che non ero l’unica a pensarla in modo non-ortodosso, per così dire… Il tema era: “Dalla Mendìgola all’approdo delle origini vere di Venezia”. Dagli appunti presi al tempo, dai colloqui col sacerdote (che dopo poco fu mandato altrove, c.v.d.), dai suoi studi e dai particolari citati nei suoi scritti e documentati da foto, emerge quanto segue:

“È molto diffusa l’ansia di conoscere le origini di Venezia: ricerche di Istituti Universitari nelle isole e ‘barene’ di Torcello, affermazioni di supposti agganci romani, studi di toponomastica, biblioteche intere di
volumi su Venezia e la sua storia non avrebbero dato la notizia che tutti desideriamo, cioè che Venezia è una città che – per determinati, precisi elementi – risale a precisa epoca.
Siamo infatti persuasi che tessuto edilizio, sociale, religioso, folkloristico e soprattutto artistico potrebbero offrire segni di precise collocazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
Ma sembrerebbe proprio che la ‘Venezia Storica’ sia un’altra, e che quella che tutti conoscono sia invece la ‘Venezia Cristiana’, così ristrutturata e battezzata dall’opera di fervorosi cristiani del secolo V e VI d.C., con la chiusura di tutte le opere mitologica, specialmente nei templi e luoghi sacri; opera, che protraendosi sino a tarda epoca e cioè sino a tutto il 1700, ha reso del tutto irriconoscibile la Venezia arcaica.
Venezia arcaica? Sì, certo!
Facciamo pure un brevissimo excursus toponomastico: Burano è nome iranico e significa Eufrate; Sile è nome che ripete quello di un fiume egiziano; Mendìgola nel significato di barca, si rifà a Minasse, dal quale derivano i vari mìnoa o porticcioli. E vari altri nomi che noi siamo soliti usare familiarmente come Medoàco, Mandracchio, ecc.

Ma prima di dare un’occhiata alla città, compreso San Marco con i suoi cavalli, è necessario analizzare prima questa chiesa. Per considerarla obiettivamente bisognerebbe però compiere il gesto che fanno coloro che si accingono a entrare in una moschea: quello cioè di toglierci certi schemi della storia dell’arte e accantonare per un momento anche gli stessi schemi di lettura religiosa; avverrà per i ricercatori quanto è capitato a qualcuno: la visione di un fatto nuovo di una autentica verità.
Questa chiesa, spogliata delle sue strutture lignee dorate come lo fu nel 1902 – data legata alla caduta del campanile di San Marco – come la presentano foto di archivio della Sovrintendenza, si rivela con i suoi
armoniosi eleganti archi ornati di fasce nei colori dell’ocra e del verde e di ampi motivi floreali.
Allora non pare plausibile che nel 1400 -1500 ci si fosse preso il lusso di coprire con archi di legno le splendide arcate originali.
Ed è qui che il discorso si ferma – per quanto riguarda la descrizione di una chiesa medioevale, di una iconografia che non corrisponde ai canoni di una lettura cristiana – per aprirsi invece a una lettura completamente diversa, che per essere confortata da troppi elementi emersi qui e altrove mi permetto per amore di chiarezza di presentare articolata nei seguenti tre grandi tempi:

1. Tempo antico (2000 a.C.?);
2. Tempo medio (dall’VIII sec. a.C.);
3. Tempo recente (dal VII sec. d.C.).

Quanto segue è semplicemente presente non solo in questa chiesa, ma anche in tutti quegli edifici di Venezia e isole, che stilisticamente sono attribuiti al romanico, o al gotico, o al rinascimento, o al classico o anche allo stesso stile barocco.

Innanzi tutto un contesto:
Pare che un’emigrazione dalle isole dell’Egeo e in particolare dalle Cicladi, che facevano capo a Creta, sia giunta nelle lagune venete a partire dal 2000 circa a.C.
Sono tempi in cui i faraoni d’Egitto (Regno medio, XI e XII dinastia, Sesostri, ecc.) tengono rapporti commerciali e culturali con l’impero minoico e quindi con Creta, la cui capitale è Knossos/Cnosso. Riferendoci a Creta, e quindi a un famoso popolo dei mari, appare facile capire come mai la Venezia sia costruita con quella tecnica consumata che ha permesso alla città di superare ogni fenomeno geodinamico e giungere intatta sino a noi.
Questa gente immigrata in massa, era organizzata nei clan o in piccole tribù. Così è facile vedere come ogni clan occupi la sua isola, costruendovi – secondo le esigenze comuni a questa gente – prima la residenza del Principe, poi quella del clan, quindi la torre di preghiera.
Caratteristiche costruttive comuni e quindi riscontrabili in ogni edificio da loro costruito sarebbero le seguenti:
Per la residenza del Principe – luogo anche d’incontro della Comunità, che poteva assistere anche ai sacrifici agli dèi – all’esterno la presenza di vestiboli, all’interno dispositivi per la separazione di sessi con
distinzione precisa per delle zone riservate alla Comunità; presenza di matronèi, abside e finestra di presentazione per il principe nel fondo abside, ove veniva a trovarsi anche la zona sacra agli dèi.
L’edificio orientato con l’abside a est e facciata a ovest; misurazioni sui multipli del tre, del cinque e del sette; arcate a tutto sesto e arcate acute (sarà interessante scoprire la funzione dell’arcata acuta, che sarà
poi recepita e usata in modo completamente diverso).
All’esterno inoltre ci sarebbero ornamenti che si riferiscono al culto del toro, e che quindi danno subito l’idea di edificio sacro: alludo a volute vagamente a semicerchio, che altro non sarebbero che stilizzazioni delle
corna taurine.
Per la residenza del clan, la costruzione si svolge amplissima, a pianta centrale, abbondanza di cortili, logge e passaggi coperti (chiostri), ecc.
Adiacente alla residenza del clan, vi è per lo più la residenza stessa del Principe.
Per la torre, la costruzione si snoda a campate interne alte di solito tre metri, con travi poggianti su mensole (barbacani) marmoree. All’esterno, il coronamento a cuspide – affiancata da quattro cuspidine agli angoli, oppure a doppio spiovente oppure a dado – permetteva forse di essere ben individuata da lontano dai naviganti che potevano senza incertezze imboccare il canale giusto che permetteva l’accostamento alla residenza rispettiva. È forse una neo-ziqqurat?
I minoici erano gente molto ricca (erano possessori di miniere d’oro), per cui avrebbero portato nelle lagune tesori immensi mantenendo con la madre patria non solo rapporti affettivi, ma anche commerciali; hanno potuto costruire qui con abbondanza di materiali pregiati come lapislazzuli, metalli, ecc.
La tecnica usata nelle rappresentazioni sarebbe quella dell’incavo o del castone, dell’incisione, della glittica. La finezza delle opere apparirebbe tale da non escludere l’uso di strumenti per l’ingrandimento ottico dell’
immagine.
Ma in una non ben precisata epoca, un fenomeno marino di enorme portata avrebbe messo in crisi l’esistenza di questo popolo; si tratterebbe infatti di un’alluvione alta non meno di sei metri sul livello medio.
Il fango e la creta avrebbero coperto ogni cosa penetrando in profondità in tutte le incisioni murarie fuori e dentro gli edifici, coprendo così i cicli narrativi che erano evidentemente i libri di scuola di quei popoli.
Fango e creta profondamente penetrati nelle pareti vi sarebbero rimasti così per secoli, concorrendo – a causa dei sali presenti – ad un processo chimico di trasformazione che fece sì che il materiale alluvionale, non solo si pietrificasse, ma prendesse anche l’aspetto decolorito del muro su cui poggiava.

Seconda immigrazione

Immagine

L’impero minoico – invaso dai Barbari ‘ante litteram’ (gli Elleni) – nel 1400 venne messo in ginocchio. Cnosso conquistata, reggia e palazzi incendiati: una vera distruzione.
Sorge nel continente Micene, espressione insieme e della forza ellenica, e della bellezza minoica.
Nel 1100 circa gli Elleni, ossia i Greci, vanno alla conquista di Troia e nell’VIII secolo iniziano quella colonizzazione al di là del Mare Egeo e Adriatico che li conduce a fondare la ‘Magna Grecia’, e a spingersi anche oltre le foci del Po.
Una di queste punte sarebbe giunta nelle lagune lasciando inconfondibili le impronte della loro presenza nelle colonne con capitelli ionici e corinzi e negli edifici che altrimenti non si potrebbero spiegare.
Sia i Minoici che i Micenèi sono popoli religiosamente legati ai culti che sono comuni a tutto il Medio Oriente: il culto dei morti, della barca, del serpente, della dèa madre, del toro e forse della Vergine nel cielo.
Particolarmente ricco il culto dei morti con relativi riti di esequie: i Minoici seppellivano i morti dopo aver usato anche l’imbalsamazione; i Micenèi, invece, li bruciavano, collocando le loro ceneri in vasi di vetro
che riponevano nei tabernacoli.
I Micenèi giunti nelle lagune non pensano affatto di disidratare i muri dal fango, ma stendono sulle stesse pareti – con la tecnica dell’affresco – gli stessi cicli rappresentativi delle loro credenze, che seguono l’impianto di quelli coperti.
Particolare interesse può suscitare il fatto che sarebbero proprio i minoici il popolo che accoglierà nelle proprie isole i terrafermieri fuggiaschi a partire almeno dal V secolo d.C. con un tocco ancora più generoso e più ampio nel secolo VII, quando giungono i cristiani con i loro Vescovi e con le Sante Reliquie.
Evidentemente, l’impatto tra cristiani e pagani è del tutto pacifico, sebbene il paganesimo fosse ormai in piena decadenza avendo cominciato forse a subire i primi colpi dai cristiani della prima ora, che erano molto
probabilmente i fervorosi nepoti dei cristiani istruiti e battezzati dagli stessi Apostoli SS. Pietro e Paolo.
Il cristianesimo nei confronti del paganesimo, ora visto come dottrina superiore e liberatoria dalle paure degli dèi adirati e dalle impressionanti favole, al punto che essi – pagani – si vergognavano di essere ancora
adoratori di animali e furono affascinati dal prestigio che alla religione cristiana avevano dato i martiri, e continuavano a dare i Vescovi con la loro sapiente dottrina.
Non dimentichiamo che nel IV secolo le regioni che vanno dal Piemonte alla Lombardia al Veneto, sono ormai cristiane; S. Andrea di Vercelli, S. Massimo di Torino, S. Ambrogio, S. Girolamo, saranno per sempre stelle fulgide per la Chiesa d’Occidente.
Allora sarà possibile che, proprio con entusiasmo di popolo, a partire almeno dal VII secolo, ci si dà a coprire ogni rappresentazione mitologica con l’uso di qualsiasi materiale cementizio: gesso, calce, marmorino, intarsio marmoreo, ecc.
Nella chiusura saranno interessate innanzitutto le immagini offensive della fede o giudicate non lecite, mentre si opterà per un riutilizzo – con significato diverso – di tutto ciò che sarà possibile conservare.
L’operazione, iniziata agli albori del Cristianesimo in Venezia, continuerà quasi a tappe sino a tutto il 1700; il che significa che non sempre si avevano a disposizione i materiali e artisti, e che la massa d’opere era
immensa al punto che moltissimo di queste che noi siamo soliti attribuire all’epoca classica del ‘500, altro non sarebbero che opere originali fortunosamente sfuggite all’azione dei mimetizzatori.

Ora è più facile capire la cronaca là ove è scritto che attorno al 1.000 Venezia era tutta un cantiere: così il Galliciolli! Infatti i cristiani solo a tempi lunghi poterono avere a disposizione un alloggio decente.
Essi, venuti dalla terraferma, fuggiaschi, privi di tutto, avevano dovuto sistemarsi in case di tavola e paglia (i famosi casoni); poi, attorno al 1000 – appunto – riusciranno a costruire le loro casette familiari o a schiera, o in calle oppure a campiello. Nei grandi palazzi dei clan si erano forse sistemate le grandi famiglie patrizie come i Ca’ Giustinian, i Ca’ Roman, i Ca’ Vendramin, ecc.
Gli incendi, di cui tutte le cronache di Venezia riferiscono anche le date (1105, 1114), altro non sarebbero che roghi festosi con i quali si celebrava l’entrata ormai nei palazzi e ancor di più nelle chiese: sarebbero i fuochi celebrativi della Venezia rinata alla fede cristiana.
Si può quindi accettare il 25 Marzo del V secolo, come primo esercizio liturgico nella prima chiesa di San Giacometo, da pagana diventata cristiana.
La vita civile va assumendo una fisionomia sempre più consona alla Fede, cui concorre l’opera degli stessi dogi. Si continua l’attività commerciale con l’Oriente e Venezia si muoverà tra le isole dell’Egeo come sorella tra sorelle di palazzo.
In questo contesto mi pare che difficilmente si potrà dare ragionevole credito ad una storia dell’arte che per Venezia è fatta con una scadenza di stili poco più che centenaria.
Lo stile è frutto di esigenze di vita: ora ogni cambiamento di stile suppone una trasformazione o un trauma o una metamorfosi collettiva di un popolo, che solo a distanza di millenni si può riscontrare.
Detto tutto questo come impostazione generale, veniamo ora a vedere se questa chiesa e altri monumenti cittadini offrono prove dell’argomento.

La Chiesa di S. Nicolò, nella fase primitiva – ossia antica – appare tutta scolpita dentro e fuori. La costruzione ha riferimenti precisi alla ‘barca dei morti’, ossia alla ‘barca del Sole’, che va da Oriente a Occidente. Infatti, se vediamo la chiesa rovesciata, osserviamo che il tetto fa da chiglia, che le arcate con colonne sovrapposte sarebbero rappresentazioni del seno materno della Terra con tanto di monumento funebre sui morti rappresentati nella scultura delle pareti: si sa che attorno al 3000 a.C. veniva data ai morti sepoltura con collocazione fetale.
La chiesa presenta uno sghembo (inclinazione) ben visibile anche nella gondola; al tetto vi è una ruota piena in funzione di puleggia d’armamento; una delle arcate è sostituita da una soglia (architrave), probabile porta di entrata dei morti.
Dalle zone riservate alle donne e alle donne era possibile vedere – dipinta sopra una grande tavola – la barca del defunto, sostenuta da quattro colonne all’altezza o al posto dell’attuale iconostasi. Oltre queste colonne il mègaron o sala di accoglienza, chiusa da sedili di legno istoriati con la tecnica dell’incisione, a due metri dal mègaron vi è la zona sacra (attuale presbiterio) indicata da corna di consacrazione che affiancano l’altare.
Dietro l’altare, nel fondo dell’abside, la finestra di presentazione dalla quale il Principe assisteva ai sacrifici: la principessa vi assisteva dal matroneo nel fondo della chiesa (attuale cantoria).
Che gli uomini partecipassero da zona separata da quella delle donne, fa fede il fatto che la transenna di separazione era ancora in piedi nel 1580.
Tutta la chiesa aveva livelli diversi degli attuali: dai 50 cm nelle navi, si arrivava a 90 in crociera e a 1 metro e 20 all’abside sotto l’attuale pavimento.
La zona delle cappelle era segnata da stanze alternate a cortili-luce interni.
Vi era un altare per ogni settore di persone, ove si potevano porre resine ed incensi sino a coprire le immagini scolpite o incise sopra l’attuale mensa.

A Pellestrina, l’altare è anche affiancato da due rappresentazioni di faraone spiritualizzato. All’esterno vi erano due vestiboli: uno per gli uomini e uno per le donne. In facciata, le sale mensa e i servizi di cucina. L’alluvione preistorica è qui presente con il fango sino a quota superiore i cinque metri in presbiterio.

Nella seconda epoca, o epoca media, i Greco-Minoici vengono a Mendìgola. Notiamo che questa isola è la più a Ponente tra quelle del centro storico. A quanto pare si svuota la chiesa dal fango che si depositava appena fuori, in campo, così da formare quella montagnola che sarà lamentata dai Gastaldi del 1500 in Pregàdi. Le pareti vengono ornate di affreschi con la ripetizione delle rappresentazioni funebri o di vita in relazione all’uso di zona; per esempio, nel giro dell’abside è presente la scena dei sacrifici e della sepoltura.
Ci si accorge però ben presto della fragilità degli affreschi. Per rappresentare al vivo la barca, si ricorre allora all’uso del legno e si costruiranno le centine, che portano maschere di mummie o dignitari di corte
con tanto di vestiti a fiori in viaggio verso il Creatore, mentre le prefiche – con cenni – indicano l’Occidente come luogo di pace e di riposo, e lanciano per aria grida lugubri di lutto e di pianto.
Le centine – in legno e ornate di finissima trina d’oro – sono collocate in senso traverso a formare cinque campate, mentre il grande tavolone della barca viene tagliato ad arco per collocarvi al suo posto le statue del Principe defunto attorniato da persone in pianto. Vi è anche il barcaiolo, che con una lunga pertica scandaglia il fondo del canale.
Il rialzo dei pavimenti aveva necessariamente comportato la sopraelevazione della tribuna. La si rialza quindi di un metro e venti e la si affianca da quattro colonne corinzie sulle quali è steso un baldacchino sormontato da conchiglia fiorita su cui sovrasta la croce cretese dorata.
Anche nel mègaron, la sostituzione del tavolone aveva comportato la sostituzione delle due colonne centrali di supporto, che avrebbero costituito una disarmonia per il rialzo dei livelli.
La sostituzione si fa collocando a sostegno dell’iconostasi sei statue longilinee in funzione di cariatidi.

Tempo recente

Tutto il territorio veneto a partire dal V secolo d.C. è sotto pressione dei Barbari. Neppure Aquileia resiste e con essa sono travolte Oderzo, Jesolo, Equilio, Altino e tutte le cittadine e paesi di un territorio pieni di vita.
Nel secolo VII l’invasione fu tale che a decine di migliaia i terrafermieri scapparono rifugiandosi nelle isole assieme ai loro Vescovi e Santi.
Inizia nelle isole quella trasformazione cristiana che a Mendìgola è presente in modo più eloquente.
La prima trasformazione del monumento della ‘barca’ si fa trasformando le centine lignee adattandole alle arcate laterali. I dignitari di corte diventano gli Apostoli, le rispettive prefiche gli angeli, e perfino l’ iconostasi cambia la sua fisionomia quando al posto del grande capitano della barca dei morti si colloca un Crocifisso dipinto su tavola.
Evidentemente, l’operazione iconostasi si fa alquanto più tardi o forse verso il 1200, quando la statua del principe è adattata a fungere da statua di S. Nicolò. Le statue cariatidi vengono ricoperte dalle eleganti
colonnelle, mentre tutte le colonne delle navate vengono ricoperte di gesso e calce.
Si mimetizzano anche gli affreschi ricavando da figurine originarie le immagini di Santi come avviene all’abside, ove al centro si riesce a ricavare l’immagine del primo Patrono S. Lorenzo martire rinchiudendo due volti entro un’aureola.
Come già detto, anche per la povertà della gente che vive di pesca, di caccia e di ortaglie, l’operazione si svolge sui tempi lunghi. Coperte le pareti, intarsiati gli altari, messo nelle tolelle sopra le mense, si giunge al 1550 per rivestire la chiesa di quadri con le storie dell’Antico e Nuovo Testamento, ossia con la Bibbia dei poveri, al 1500 per la chiusura della ‘Porta di Presentazione’ per ricavarne una nicchia per la statua del
Patrono.
La loggia-matroneo diventa sede dell’organo e nel 1700 la cappella con l’ altare funebre della zona degli uomini diventerà altare del Sacramento.
All’esterno il vestibolo di facciata diventa fin dal mille la nuova sede o schola dei pescatori; il vestibolo laterale sarà demolito nel 1700 con un seguito di critiche che hanno dato al Tassini il motivo di ricamare la
leggenda delle tre statue di pietra tenera collocate in nicchie pagane da prè Zaniol.
La sala mensa era diventata – assieme alle altre stanze tra facciata e campanile – un desiderato rifugio di suor Sofia o suor Agnese un gara che intendevano vivere qui come in un romitaggio.
Contemporaneamente a quanto accadeva in S. Nicolò, si operava alla trasformazione della residenza del clan, il grande edificio cui andarono in possesso i padri riformati di S. Bonaventura. Questa imponente costruzione minoica sarà destinata a diventare in seguito il monastero di Carmelitane di Santa Teresa.
Anche la torre di preghiera cessa di rimanere tale. Servirà ben presto come torre campanaria, ove nel 1700 (per la collocazione delle campane e dell’orologio) si arriva ad abbattere ben cinque solai dei sette esistenti in pianta.
Altri monumenti insigni della città furono manipolati in modo simile.
In S. Marco il primo atto fu quello di smuovere la quadriga dalla sua secolare sede per condurre i cavalli in scuderia; la statua del Principe, dal sommo dell’arcata a ogiva, diventerà S. Marco in gloria; all’interno si
comincia la modifica dei mosaici e loro sostituzione con temi biblici. La stessa iconostasi cessa di essere struttura egea per diventare struttura liturgica con statue di Apostoli e Crocifisso dipinto su tavola.
In seguito, i Dalle Masegne copriranno con marmi a intarsio tutta l’iconostasi e sostituiranno con un Crocifisso grande quello dipinto, che viene collocato sopra l’altarino di navata laterale sinistra.
I dogi profondono tesori, per fare della reggia del principe defunto la Cappella di Palazzo Ducale. E toccherà al Dandolo, dopo la vittoria su Costantinopoli, riprendere i cavalli e ricollocarli sulla loggia, ma più in basso, e sopra umili rocchi.
Con la basilica, anche il palazzo del governo della polis greca subiva trasformazione di connotati per diventare palazzo del doge.
Le grandi basiliche con annessi conventi come i Frari, i Santi Giovanni e Paolo, le chiese con vaste case canoniche, altro non sono che adattamenti intelligenti di strutture già preesistenti.
In tutta questa opera di mascheramento, e quindi di adattamento per un cristiano riutilizzo, si vede l’intelligenza e lungimiranza degli Uomini di Chiesa.
Alla Mendìgola, giungevano infatti offerte pro reparatione et aptatione; si mettevano depositi nei banchi di Castello e in Montevecchio.
Leggiamo pure che nel 1592 il Patriarca Priuli, in visita pastorale, loda Gastaldi e clero, per aver ‘reduta la giesia’ secondo i piani prestabiliti.
Oggi persone responsabili sono tra loro divise per la questione se rimettere o no gli altari detti barocchi nella Chiesa di S. Donato. Pare che la questione posta al di fuori di questo contesto presenti difficoltà notevoli
per una soluzione storicamente valida.
Si sta ponendo mani al restauro della Basilica di Torcello. È tramandato che il grande mosaico dell’Apocalisse sarebbe stato rimaneggiato verso il 1.100. Si tratta di un rimaneggiamento cristiano di un’opera pagana di cui sarebbe rimasta intatta la rappresentazione demoniaca? E il cosiddetto battistero di facciata era forse un vestibolo, come lo poteva essere la chiesa laterale di Santa Fosca? Sono ancora al loro posto le serrande marmoree alle finestre della navata nord!
Evidentemente, non si usava ancora il vetro per le vetrate di una costruzione che ha tutti i segni indicativi di un potente clan qui residente!
Dalle basiliche delle isole e del litorale nord e sud, la considerazione che moltissime isole, già abbandonate dai religiosi a partire dall’800, diventate preda di ladri, distrutte le chiese e i monasteri, si fa non solo
amara, ma assume il carattere dello sdegno. Com’è mai possibile che proprio in quest’epoca sia stato permesso un simile degrado di un patrimonio archeologico di valore inestimabile?
Si veda S. Giorgio in Alga, si veda Santo Spirito (in quest’isola, non più di 20 anni fa, si potevano ancora ammirare le travature dorate della chiesa (già reggia del principe) e il pozzo stupendo!
Tutto scomparso, rubato. Non parliamo delle isole dell’estuario nord! Dai nomi ancora pieni di fascino! Ridotte a cumuli di macerie! Nutro speranza che una visione diversa della città – veramente unica, perché risparmiata da distruzioni telluriche, da flagelli bellici, ancora funzionante e funzionale – spinga i responsabili a rivedere tanti loro progetti, compresi quelli ritenuti di massima urgenza!
Un momento di sosta al letto di questa ammalata, che poi ammalata ancora proprio non sarebbe, ma solo desiderosa che le sue pietre siano disidratate dal fango plurimillenario in mezzo al quale e sopra il quale i veneziani mangiano, dormono e vivono, e che vengano ripasciute quelle isole e quelle lagune che da sempre l’hanno protetta, anche dalle più grandi alluvioni se si trova ancora in piedi dopo circa quattromila anni.
Dopo quanto detto, trovo scritto che l’architetto Mozzi, che ha toccato con mano la carne di Venezia in profondità, affermava che i materiali di silicati in occasione di scavi a Palazzo Papadopoli, a S. Michele di
Zampanigo (Burano) erano da attribuirsi a popoli dell’Asia, e secondo il Ghelthof l’ascia di cloromelanite – ritrovata a profondità sostenuta – è da attribuirsi a ‘popoli che abitarono la laguna circa 4000 anni fa’.
Un supporto anche letterario viene da quanto è stato affermato nella famosa lettera di Cassiodoro ai Tribuni dei Marittimi: ‘Voi – scrive – che abitate le isole che il mare ora copre ora discopre come fa nelle Cicladi’.
Il ministro del Re Longobardo di Ravenna – chiedendo le barche ai lagunari per fronteggiare i barbari – credeva, politicamente, di fare cosa gradita nominando loro le isole della Madrepatria.
Rimane male il Klotz quando afferma che i vasi minoici trovati a Torcello potrebbero essere soltanto oggetti smarriti da qualche mercante.
Forse è tutta da rivedere in chiave nuova, non solo la storia delle origini cristiane, ma anche la liturgia cosiddetta patriarchina presente fino al Concilio Vaticano II, con i suoi riti, canti, e suppellettile liturgica non
solo nel centro storico, ma anche nelle isole; la vicenda dei Santi e perché si andasse tanto in cerca di Reliquie. Credo che qualche cosa di concreto in quell’opuscolo già pronto che avrà per titolo: ‘Dalla Mendigola all’anno zero di Venezia’.

Molto rimane da dire circa i campanili, partendo proprio dalla torre di S. Nicolò. Le ricerche evidentemente si faranno sempre più ampie e interessanti, se anche i mezzi e gli strumenti scientifici saranno messi a
disposizione. Comunque sia, facendo onore al suo nome, Mendigola, la barchetta dei morti, sarebbe approdata per prima alle sponde delle origini di questa meravigliosa città”.

Ma come? Non si era sempre detto che 15 secoli fa, Venezia ancora non esisteva, e c’erano solo paludi e isolette sparse nella laguna, nelle quali trovarono rifugio i popoli in fuga… ecc. ecc.? Io che ho studiato la storia di Venezia per anni, mi sono sempre meravigliata di questa origine nebulosa, come del fatto che non si conoscesse con certezza l’autore della Chiesa di San Marco. Possibile che l’architetto (un improbabile frate) non abbia lasciato un’impronta? E pensando agli altri monumenti antichissimi di cui si ignora l’autore e che si sono voluti per forza attribuire a qualcuno per creare un alibi storico… non trovo nulla di strano nel pensare a tracce di Atlantide in laguna! Ma di certo è più comoda l’idea che Attila abbia soggiornato a Torcello e si sia fatto costruire un trono di marmo per sedersi. Anche se, in verità, c’è un impatto molto suggestivo per il turista, tanto che si siede sul ‘Trono di Attila’ per farsi fare la foto…

Una domanda potrebbe essere: ‘Da chi avevano imparato, i primi popoli della laguna, la tecnica dell’imbonimento delle barene e della costruzione fissa su palafitte (milioni di tronchi di larice conficcati uno vicino all’altro, tanto da formare una serie di piattaforme – da collegare con ponti – su cui edificare palazzi che sarebbero sopravvissuti per millenni)? Sarebbe ragionevole pensare all’esperienza di un popolo di mare! E poi, chi avrebbe mai pensato di costruire un arsenale? Non credo all’ipotesi dei popoli di terra scampati alle invasioni, ma piuttosto a gente che necessita di navi, perché conosce il mare e quindi ne ha bisogno per andare verso i luoghi che conosce…

Gli Egei e tutti i popoli del Mare Magnum, non abitavano forse quelle isole legate oggi a ritrovamenti archeologici imbarazzanti, tanto da far ipotizzare origini atlantidee, e formulare varie ipotesi al riguardo? Con questi presupposti, nell’ipotesi Atlantide = Razza Evoluta sopravvissuta in alcune zone del globo, Venezia potrebbe essere la fase finale di una di queste filiere, forse l’unica sopravvissuta!

Pochissimi conoscono il significato del nome Venezia. Dal latino veni etiam (torna di nuovo) sarebbe la prova che una città insolita come questa lascia al viaggiatore il desiderio di ritornare ad ammirarla. Tuttavia, se Giulio Lorenzetti interpreta l’etimologia in questo modo, io credo che ci potrebbe essere un’altra interpretazione: ‘tornai’ (sottintendendo un precedente esodo). Nella mia ipotesi, dopo una prima immigrazione di popoli egei scampati a un evento catastrofico (per esempio il terremoto e inabissamento di Tera) e rifugiatisi nella parte più interna e sicura della laguna (isola di Torcello), avrebbero iniziato – appena le condizioni lo avessero permesso – a progettare un viaggio per mare con l’obiettivo di controllare se fosse possibile un eventuale ritorno la patria di origine. Costruirono le navi, e mentre le paludi imbonite e le prime palafitte prendevano l’aspetto di isolette abitate, fecero rotta per la madre patria… che ritrovarono in condizioni di completo sfacelo e completamente saccheggiata. Fu probabilmente a quel punto che decisero di ritornare a nord, in quella laguna difesa naturalmente dalla sua posizione geografica: da quel ritorno definitivo, ebbe inizio una grande tradizione di navigatori, commercianti, ingegneri e architetti.


http://www.acam.it/tracce-di-atlantide-a-venezia/


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 07/12/2015, 00:52 
Cita:
L’Alba della Civiltà

(c) di Filippo Bardotti, dottore di ricerca in Archeologia, ed autore del recente saggio L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà (Anguana Edizioni 2015)

Quando nelle scuole e nelle università di tutto il mondo si parla di antiche civiltà il riferimento corre sempre all’Egitto faraonico e alle grandi culture mesopotamiche sviluppatesi nel 4.000-3.000 a. C., nella stessa misura con la quale si identifica l’Africa quando leggiamo la frase “culla dell’Umanità” in riferimento alla nascita dell’uomo moderno.Fig. 1

Come dimostrato nel mio recente libro “L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà” (Anguana Edizioni 2015) (Immagine 1), nei tempi più recenti in alcune parti del mondo, in particolare in Indonesia e Turchia, sono emersi prepotentemente numerosi indizi archeologici, antropologici e geologici che, qualora confermati, obbligheranno anche gli studiosi più scettici a riconsiderare il concetto di “civilizzazione” ed a spostare sempre più indietro le lancette del tempo, anticipando così di molti millenni la nascita Civiltà, o per meglio dire la Prima Civiltà!
Una teoria controversa

Le più recenti prove geologiche a disposizione degli studiosi certificano come all’incirca nel 20.000 a.C., quando il livello del mare era inferiore nella misura di 120-130 metri, il Borneo, la Sumatra, Giava e le molte isole facenti oggi parte dell’arcipelago indonesiano erano un’unica grande penisola connessa all’Asia settentrionale e chiamata dagli scienziati Sundaland (Immagine 2).

Come vedremo nel corso di questo capitolo, le prove archeologiche più recenti lasciano pochi dubbi circa l’esistenza nella penisola di Sundaland di una civiltà tecnologicamente avanzata sviluppatasi prima del 10.000 a. C. e della quale solo nel corso degli ultimi anni stanno gradualmente riemergendo le tracce.

Per molti decenni gli archeologi indonesiani sono rimasti fermamente convinti come il popolamento dell’Indonesia risalga a 5.000-6.000 anni fa, momento in cui i primi gruppi di persone provenienti dall’entroterra cinese attraversarono il Taiwan giungendo infine nell’arcipelago indonesiano. Questa teoria, definita in inglese Out of Taiwan, fu proposta negli anni ’70 dall’antropologo americano Peter Bellwood il quale fonda le proprie ipotesi sulla diffusione delle lingue Austronesiane, la cui famiglia è composta da oltre 1200 idiomi, attualmente parlate nella maggior parte delle isole dall’Oceano Indiano al Pacifico, ossia praticamente dall’Africa (Madagascar) alla Nuova Zelanda al Perù (Isola di Pasqua), con al centro la Malesia, buona parte dell’arcipelago Indonesiano, le Filippine ed il Taiwan.

Se da un lato la presenza di fossili riconducibili all’Homo Erectus, la prima specie che emigrò dall’Africa e raggiunse l’Indonesia circa 1,7 milioni di anni orsono, fu considerata dagli studiosi molto importante per meglio comprendere le differenti tappe migratorie del genere Homo, dall’altro il recupero di alcuni fossili appartenenti all’Homo Sapiens, specie a cui noi apparteniamo e che secondo le più recenti analisi dell’mtDNA (DNA mitocondriale) condotte su alcuni campioni ossei comparve per la prima volta in Africa circa 150.000-200.000 anni fa, stabilì definitivamente come l’arcipelago indonesiano fu popolato intorno ai 50.000 anni.

Le nuove scoperte e la possibilità di applicare la scienza genetica all’archeologia aprivano le porte a nuove ipotesi circa la prima migrazione dell’uomo moderno (Homo Sapiens) nell’attuale arcipelago indonesiano ed in questo senso, al fine della nostra indagine, è di fondamentale importanza esaminare la teoria, definita in inglese Out of Sundaland (Teoria di Sundaland), proposta sul finire degli anni ’90 da Stephen Oppenheimer.
La Prima Civiltà?

Immagine

Sebbene la storia di Nusantura, termine con il quale i locali identificano l’arcipelago indonesiano, sia in parte ancora ignota, Oppenheimer, professore di pediatria tropicale nelle Università di Oxford e di Hong Kong, nel 1998 pubblicò un volume intitolato Eden in the East (L’Eden a Oriente) nel quale cercava di indagare i rapporti culturali tra l’emisfero occidentale ed orientale del globo, quest’ultimo considerato da sempre culturalmente arretrato. Coadiuvato nel suo lavoro da antropologi, genetisti e linguisti, Oppenheimer confrontò le analisi genetiche effettuate su un campione di abitanti dell’arcipelago con quelle ottenute dai fossili di Homo Sapiens recuperati in Indonesia e datati dagli studiosi a circa 50.000 anni fa. I risultati parlavano chiaro: l’Homo Sapiens era il progenitore degli attuali indonesiani. uesto riQQujQuesti dati erano in completo disaccordo con quanto avanzato da Belwood secondo cui il popolamento del sud-est asiatico avvenne in seguito alla migrazione di genti provenienti dai territori dell’Asia peninsulare intorno a 5.000-6.000 anni fa. In realtà questi territori furono popolati molti millenni prima di quanto fosse immaginabile!

Inoltre, secondo Oppenheimer, proprio nel sud-est asiatico si può individuare il ceppo d’origine delle lingue austronesiane, comprendenti oltre 1200 idiomi, che a partire dal 7.000-5.000 a.C. i nostri progenitori estesero nell’area compresa tra Madagascar, Isola di Pasqua, Nuova Zelanda e Taiwan. Parimenti, intorno ai 14.000-10.000 anni fa, comparve l’agricoltura, quindi molti millenni prima di quanto documentato in Taiwan ove le prime forme di coltivazioni si collocano intorno all’8.000-6.000 a.C., e le competenze necessarie alla costruzione di imbarcazioni adatte a navigare in mare aperto, quanto mai indispensabili per una popolazione residente in un territorio circondato dall’acqua.

D’altra parte all’incirca 22.000 anni fa, quando i ghiacci erano alla loro massima estensione, la penisola di Sundaland poteva definirsi un vero e proprio paradiso terrestre, o per usare le parole di Oppenheimer un Eden, poiché vi erano grandi vallate e pianure attraversate e rese fertili da imponenti corsi fluviali le cui sorgenti erano localizzate nelle vicine montagne di Giava a sud e del Borneo a nord. Parimenti l’area godeva di un clima temperato in quanto la temperatura si aggirava intorno ai 25°C, contro i 33°C odierni, e favorendo in tal modo la fioritura della flora e della fauna, in particolare nelle aree di pianura oggi sommerse e che sono lo stretto di Karimata ed il mare di Giava.

Insomma, sebbene negli scritti di Oppenheimer non vi siano mai espliciti riferimenti ai mitici continenti scomparsi di Lemuria e Atlantide, lo studioso sostiene come l’optimum ambientale e climatico della penisola di Sundaland favorì lo sviluppo di una prosperosa civiltà precedentemente il 10.000 a.C., momento in cui buona parte delle terre prima emerse si erano inabissate in seguito all’innalzamento del livello del mare plasmando l’arcipelago che ancora oggi contraddistingue quest’area.

Al pari di altre civiltà quali Sumeri, Assiri ed Egizi, anche a Sundaland vi era una società organizzata in contadini, il cui compito era procurare le risorse alimentari alla comunità e figure specializzate quali artigiani, commercianti, sacerdoti, funzionari ed architetti, questi ultimi con le conoscenze tecnologiche necessarie ad erigere imponenti strutture megalitiche che nulla avevano da invidiare alle monumentali piramidi egizie.

Per molti anni le teorie di Oppenheimer furono osteggiate dal mondo accademico poiché non vi erano le prove archeologiche necessarie a confermare la tesi che peraltro lo studioso difese con ogni forza. E i fatti più recenti sembrano dargli ragione poiché i dati archeologici che stanno gradualmente emergendo dall’oblio obbligheranno gli studiosi a riscrivere la storia sull’origine della civiltà.
Un sito megalitico antico di 22.000 anni

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Localizzato nella parte ovest di Giava, a circa 80 chilometri dalla capitale Giacarta, il sito fu riscoperto nel 1914 e registrato, senza peraltro degnarlo di molta importanza storica, dal Dipartimento per le Antichità dell’Ufficio Coloniale d’Olanda in una relazione riguardante le antichità dell’area. Da quel momento fu apparentemente dimenticato di nuovo sino al 1979 quando tre contadini riscoprirono le antiche vestigia che da quel momento divennero un importante sito turistico e meta di pellegrinaggio.

Il complesso megalitico di Gunung Padang si trova sulla cima del Monte Padang: costituito da una serie di terrazzamenti artificiali che disegnano un profilo piramidale, similmente a quanto visibile anche nell’isola micronesiana di Palau, la cima è raggiungibile dai visitatori più intraprendenti in 20 minuti circa, il tempo necessario a percorrere i 370 gradini che dal parcheggio conducono alla sommità del monte. Sebbene lo sforzo fisico sia notevole, una volta giunti in cima il visitatore si trova di fronte allo spettacolo suggerito da quanto ancora rimane dell’antico complesso megalitico.

Attualmente il complesso di Gunung Padang occupa circa 6.000 mq ed è costituito da cinque livelli o terrazze ascendenti da nord-ovest a sud-est disegnanti una sorta di piramide a gradoni definita in indonesiano punden berundak. Nel settore sud della terrazza I, ad un’altezza di circa 8-10 metri, si trova la terrazza II a sud della quale si sono sviluppate gradatamente, ovvero con un dislivello di pochi metri le une dalle altre, le terrazze III, IV e V. Le terrazza sono connesse le une con le altre da rampe di scale localizzate centralmente e costruite utilizzando i blocchi monolitici (Immagine 3).

La superficie di ogni terrazza è occupata da decine di blocchi monolitici di basalto plasmati in colonne poligonali di cinque, sei o otto lati in seguito ai numerosi processi geologici subiti nel corso dei millenni. Le colonne sono disposte verticalmente ed orizzontalmente e presentano dimensioni comprese tra 0,3×0,3×1,5 metri, in alcuni casi le colonne presentano una lunghezza sino a 2 metri, ed un peso variabile tra i 90 e i 600 Kg.

Sebbene ad un primo impatto la disposizione delle colonne basaltiche possa indurre l’osservatore ad interpretarle quale un semplice mucchio di pietre senza alcun senso, ad un attento esame emerge chiaramente come in molti casi la disposizione delinei le fondamenta, i pavimenti ed i perimetrali delle strutture dalle differenti dimensioni, forse abitazioni e/o luoghi di culto, e delle terrazze. Inoltre le colonne sono state utilizzate per la costruzione delle rampe di collegamento e dei muri di contenimento delle terrazze, questi ultimi realizzati molto abilmente poiché le pietre sono ben allineate a costituire singoli filari ottimamente definiti. Tra i blocchi lapidei delle murature sono state individuate alcune tracce di legante, una sorta di cemento, e nei filari più bassi tracce di sabbia deliberatamente incorporata dagli architetti preistorici, forse al fine di rendere più flessibile la struttura ed alleggerire la tensione causata dai frequenti terremoti che colpiscono quest’area ed impedendo il crollo delle murature.

I dati esposti sinora possono tuttavia lasciare più di un dubbio circa la possibilità che quanto emerso a Gunung Padang sia opera dell’uomo e non della natura. Dubbi che per molti anni impedirono lo svolgimento di ricerche approfondite ma che recentemente sono stati definitivamente sciolti da Robert Schoch, geologo dell’Università di Boston.

In seguito ad un approfondito studio in situ Schoch sottolinea come il Monte Padang sia un vulcano dormiente e pertanto la montagna è composta da rocce laviche di andesite ignea formatasi decine di milioni di anni fa. Quando la lava si raffreddò creò delle strutture a forma di colonne strettamente impilate insieme e di forma rozzamente poligonale. Un punto chiave è che queste colonne naturali si formano verticalmente e in tale posizione rimangono se non vi è l’intervento umano che le rimaneggia. In questo le parole del geologo statunitense non lasciano più dubbi sull’attività umana presente nel sito:

«A Gunung Padang le colonne sono state accuratamente separate l’una dall’altre per realizzare il complesso megalitico e quindi è molto significativo e, secondo la mia opinione, definitivamente dimostrativo che questa è una struttura realmente artificiale poiché nessuna delle colonne è stata rinvenuta nella sua posizione originale [verticale]».

Tuttavia le centinaia di colonne basaltiche presenti nel sito hanno spinto gli studiosi a chiedersi da dove provenissero. In questo senso vi sono due scuole di pensiero: secondo Schoch si formarono in situ e furono dapprima disassemblate e poi rassembrate nella posizione scelta per la costruzione degli edifici, mentre per Frank Joseph, stimato ricercatore statunitense, l’enorme quantità di monoliti richiese un approvvigionamento da una fonte esterna, una cava distante, che però al momento risulta sconosciuta agli studiosi.

Preso atto come il sito di Gunung Padang sia il risultato di uno o più interventi umani, diventa a questo punto di fondamentale importanza conoscere la cronologia del sito. In questo senso fino a pochi anni orsono la cronologia ufficiale, derivante dalla analisi al radiocarbonio effettuate sui materiali ritrovati in superficie, era compresa tra il 1.000-500 a.C. Quindi per gli studiosi era quindi evidente come il complesso megalitico fosse piuttosto recente e non presentasse nulla di anomalo.

Ma non tutti erano in accordo con la visione tradizione ed in particolare il Dr. Hilman Natawidjaja che nel 2012, coadiuvato da alcuni colleghi, condusse delle indagini geognostiche (radar per il terreno) e dei carotaggi (trivellazioni) al fine di individuare i diversi strati e prelevare alcuni campioni di materiale da sottoporre all’analisi al radiocarbonio. Basandosi sui dati geognostici – ovvero l’individuazione di colonne basaltiche disposte a creare strutture artificiali – e archeologici l’attività umana a Gunung Padang sembra evidente sino ad una profondità di circa 10-15 metri dove le indagini condotte dal Dr. Hilman Natawidjaia hanno individuato alcune strutture artificiali, quali grandi e piccole camere, scale, muri ed ingressi forse riconducibili ad abitazioni e luoghi di culto o spazi sacri, e convinto lo studioso ad ipotizzare l’esistenza di più livelli costruttivi cronologicamente distinti.

Ancora più straordinaria e stupefacente è la datazione scaturita dall’analisi al radiocarbonio effettuata sui materiali recuperati dai carotaggi: il sito presentava una cronologia compresa tra il 1.000-500 a.C. dello strato superficiale (strato 1) ed il 20.000 a.C. nei carotaggi oltre gli 11 metri (strato 5), quindi nel pieno dell’ultima Era glaciale quando i ghiacci erano alla loro massima estensione. In particolare i dati attualmente disponibili e oggetti di ulteriori analisi effettuate nei laboratori statunitensi hanno stabilito con certezza come le più antiche tracce di attività umana risalgano al 14.700 a.C. (strato 4). Lo strato 3, quello intermedio, è stato datato al periodo compreso tra il 10.000-9.500 a.C., momento in cui ebbero luogo importanti sconvolgimenti climatici.

A questo punto è necessario domandarsi quale fosse la funzione svolta dal sito in un’epoca così remota ed in questa direzione è necessario sottolineare come i dati archeologici siano del tutto insufficienti per poter formulare qualsiasi ipotesi. Questa condizione di estremo disagio ci obbliga a percorrere altre strade e nello specifico può tornare utile comprendere le origini etimologiche del nome del sito, Gunung Padang.

Il termine gunung nel linguaggio sondanese della provincia occidentale di Giava si traduce con “monte” mentre padang con “luminoso”: il monte Padang per i locali è quindi il Monte dell’Illuminazione. Inoltre la zona di Gunung Padang, ancora oggi meta di turisti e pellegrini, è comunemente chiamata dai nativi Sundapura, o talvolta Santuario del Sole, mentre la collina ove si trovano le rovine è tradizionalmente chiamata Parahyang Padang: “Dove dimorano gli antenati del Sole” o “Luogo degli antenati del Sole.

Evidentemente la sacralità del sito è sempre stata un elemento di fondamentale importanza e pertanto, sulla base delle considerazioni prima esposte, non mi sembra azzardato suggerire come sulla cima del monte Padang gli architetti preistorici costruirono un complesso religioso ove i sacerdoti-astronomi, forse riuniti in una comunità, erano dediti a qualche forma di culto del Sole ed all’osservazione del cielo. Oltre a garantire una visione completa della volta celeste e del movimento degli astri, la posizione sopraelevata del sito rivela anche l’intenzione dei costruttori di edificare un centro cultuale completamente isolata ove l’ascetismo (stile di vita orientato all’isolamento e alla contemplazione) fosse l’elemento dominante.

È quindi più che plausibile come lo scatenarsi di uno o più di questi fenomeni possa aver portato non soltanto alla distruzione di una o più città ma addirittura alla scomparsa di un’intera civiltà, l’antica ed avanzata cultura che costruì il misterioso sito di Gunung Padang.


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 11/07/2016, 01:11 
Cita:
Yw Titi: la misteriosa isola scomparsa degli Antenati

Dopo aver parlato degli enigmatici atipici individui predinastici trovati in terra Egizia voglio portare all’attenzione degli amici di Acam la misteriosa isola da cui, secondo i testi scritti sulle pareti del tempio di Edfu, giunsero gli Antenati che generarono gli dei primigeni egizi.

Argomento che mi darà anche l’occasione per parlare di una scoperta fatta nell’agosto 2015 che ha avuto un rilevante clamore mediatico ma, come sempre accade ogni qualvolta verrebbero rimesse in discussione radicate “certezze” derivate da preconcetti più che consolidati, anche una confutazione. Questo ritrovamento, infatti, non solo sarebbe molto conciliabile con l’oscuro mondo primordiale che graviterebbe intorno all’isola citata dai testi ma anche con la collocazione degli Antenati da me supposta nella prima metà del IX millennio a.C.[ii] e con gli antichi Dei Costruttori.

Immagine

Naturalmente per coloro che hanno opinioni ortodosse questa misteriosa isola è associabile a una delle tante isolette del Delta o del Nilo. Diverse, invece, le convinzioni dei ricercatori alternativi perché per alcuni è un palese riferimento alla mitica isola platonica di Atlantide; per altri alla leggendaria Thule (sede degli Iperborei conciliabili con i numerosi misteriosi individui predinastici alti, possenti e biondi rinvenuti in Egitto) e per altri ancora all’altrettanto leggendaria Esperia, l’isola delle Amazzoni nella palude libica Tritonide, di cui parla Diodoro Siculo[iii]. Come si avrà modo di vedere, però, questa “oscura” isola primordiale potrebbe far parte di un contesto molto più tangibile e, soprattutto, molto più vicino. Ma procediamo con ordine.

Tra gli studiosi è opinione assai diffusa che gli Egizi divennero improvvisamente una cultura megalitica all’inizio della III Dinastia (con la costruzione della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara) che avrebbe poi raggiunto l’apice nella IV Dinastia con le monumentali costruzioni di Giza. Questa convinzione, però, verrebbe smentita non solo dal fatto che la piramide di Djoser sembrerebbe non essere stata la prima struttura piramidale ad essere realizzata in Egitto (tanto è vero che oltre alle numerose raffigurazioni egizie di strutture similari anteriori di secoli al regno di Djoser[iv] pure Manetone attribuisce già al quarto re della I Dinastia la costruzione di piramidi[v]) ma anche dalle molte strutture realizzate con grandi massi presenti in Egitto. È molto difficile, perciò, non percepire agli albori della storia egizia la presenza di una cultura megalitica i cui discendenti ne avrebbero perpetuato le tradizioni per millenni. Probabilità di cui, volenti o nolenti, si deve tener conto perché ampiamente suffragata dai grandi monoliti di Nabta Playa e dagli Dei Costruttori primigeni citati nei testi del tempio di Edfu dedicato a Horus-Behudety.

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Due delle numerose raffigurazioni egizie anteriori di secoli al regno di Djoser. A sinistra mio schizzo a matita del particolare della Paletta di Narmer (la realizzazione di questo tipo di oggetti votivi scomparve con l’avvento dell’età storica e, quindi, secoli prima di Djoser) in cui è possibile vedere già una struttura piramidale all’interno di in recinto. A destra mio schizzo a china del riquadro di Den (I Dinastia) sulla Pietra di Palermo in cui appare una struttura piramidale a gradoni degradanti.

Soprattutto questi ultimi sono molto interessanti perché, non appartenendo al consueto pantheon egizio in quanto citati tra gli Antenati (tpyw‘) che originarono gli dei primigeni successivi, suggerirebbero che potessero ricollegarsi ad ancestrali tradizioni precedenti l’epoca mitica (Primo Tempo) che avrebbero visti protagonisti gli stessi Antenati. Nelle scene che illustrano i rituali di adorazione dedicati a questi misteriosi personaggi, infatti, l’egittologa Eva Reymond (già Jelinkova), specializzata in Edfu[vi], fa notare i molti parallelismi tra djdw-dei (che nelle tradizioni più tarde fu associato alla piccola Enneade) e tpyw‘-Antenati e il fatto che molte volte questi termini si alternino. Ciò la porta a suggerire che djdw debba riferirsi a divinità di un altro mondo sacro precedente che poteva eventualmente svanire e, visto che questi djdw rappresentavano gli Antenati del mondo sacro che era a seguire, è probabile che indicassero la forma spirituale degli dei del passato[vii].

Superfluo dire che per questioni di spazio è impossibile riassumere tutti i testi incisi sulle pareti del tempio (basti pensare che l’egittologo francese Emile Chassinat impiegò 40 anni per copiare e pubblicare tutte le iscrizioni che pubblicò in una monumentale opera composta da 14 volumi di cui otto con più di 3.000 pagine di testi geroglifici) per cui porterò brevemente all’attenzione degli amici di Acam solo alcuni punti molto intriganti. Alcuni di quelli, cioè, che per la loro problematica lettura per espressioni inusuali, per adattamenti successivi o perché incompleti o deteriorati continuano ancora ad avere un significato oscuro dando luogo soltanto a interpretazioni molto speculative e che, in base alle convinzioni (ortodosse o no) di chi li commenta, inevitabilmente prospettano scenari diversi e, a volte, anche molto distorti.

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In questi testi, che citano di essere tratti da un antichissimo libro sacro che riportava le parole dei saggi, vi sono riferimenti ad antichi esseri divini suddivisi in Anziani, Discendenti di Tjenen, Figli del Creatore, Gloriosi Spiriti dell’Età Primigenia, Figli dei Saggi, Dei Costruttori e Augusti Shebtiu; a una misteriosa isola in parte coperta di canne chiamata “Isola dei Calpestatori” (yw titi) che si trovava nell’oscurità al centro delle acque primordiali e anche a una distinzione tra i membri di questa società divina. In questo gruppo, infatti, vi erano due leaders, Wa (il Lontano) e ‘Aă (il Grande), ma soltanto loro erano i Signori dell’Isola dei Calpestatori e, a quanto pare, solo successivamente si sarebbero uniti agli Shebtiu (dopo che questi ultimi erano andati a far loro visita) perché nel pilone del tempio sono raffigurati senza Wa e ‘Aă.

E se i nomi degli Shebtiu sono molto coinvolgenti (il Lontano, il Grande, il Marinaio, il Sacro di Testa, il Creatore del Serpente della Terra, il Signore dei Due Cuori, il Signore della Vita e del Dominio e il Signore dal Torace Possente che fece il massacro-Anima che vive sul Sangue), maggiormente lo sono il “Luogo in cui i nemici furono annientati”, il “Territorio dell’Antenato”, il “Luogo del Ricongiungimento” della congrega di questi dei, l’Isola della Fiamma, l’Isola dell’Uovo in cui risiedevano le prime due generazioni dei Creatori (la prima era di Mesenty mentre la seconda è chiamata quelli di Kas, riferimenti tuttora indecifrabili), l’Isola delle due Fiamme e il laghetto dalle sponde primordiali vicino al quale vivevano gli artefici della creazione.

Ovviamente, poi, c’è il Falcone Horus, il posatoio su cui si posò e un enigmatico invito degli Shebtiu fatto al Falcone di andare a visitare il posto. Inoltre, tra le tante cose simboliche create a protezione del luogo, si viene anche sapere che furono create due divinità (Segemeh e Sekem-Her) simbolizzate da due bastoni o aste[viii] che avevano il compito di respingere il pericolo dall’isola (il nemico Serpente) e che fu portato anche il pilastro Djed (che i testi suggerirebbero anche restaurato dagli Shebtiu, il che attesterebbe che già gli Antenati avessero competenze nell’arte di lavorare la pietra, tra l’altro avvalorato proprio dalla presenza di Dei Costruttori).

Ciò che intriga maggiormente, però, è che la creazione interessò più possedimenti (pāy-lands chiamati anche Isole Benedette) e altri posti sacri perché il tutto parrebbe indicare che questo mondo primordiale alla fine includesse 10 territori di cui vengono citati anche i nomi: Tumulo del Raggiante, Isola di Ra, Pilastro-Died della Terra, Alta Collina, Albero dell’Olio, Colui che in Kas è ricco, Mesen, Colui che rese prosperi i posti, Behedet (che parrebbe avere anche il nome Primo dei Tumuli) e Luogo degli Spiriti.

Ovviamente i testi raccontando i vari stadi della creazione parlano di divinità, preghiere, incantesimi ed eventi loro correlati ma è chiaro che descrivano avvenimenti (trasformatisi poi con il passare del tempo in miti che in seguito avrebbero amalgamato più tradizioni) che videro protagonisti vere e proprie entità fisiche. E’ molto difficile, perciò, non ravvisare in questi misteriosi esseri divini possibili capi di fieri gruppi dall’indole bellicosa entrati in competizione (molto probabilmente per l’accaparramento di una risorsa importante) che alla fine avrebbero poi stretto un’alleanza. A supportare tutto ciò, infatti, parrebbe essere il termine titi perché letteralmente significa “calpestare i nemici”, il “Luogo del Ricongiungimento” e gli altri nomi con cui è citato il sacro mondo primordiale, tra cui Isola della Lotta e Isola della Pace. Inoltre, visto, che la creazione non fu un atto unico ma avrebbe progressivamente riguardato più luoghi si potrebbe anche arrivare a pensare che l’alleanza o la riunione di questi gruppi avesse rafforzato il loro potere portandoli a poco a poco a conquistare nuovi territori.

Potrebbe non essere azzardato, perciò, ravvisare in questi remoti personaggi, prima avversari e poi alleati, gli avi di quei gruppi ancora oscuri[ix] che a cavallo del VII/VI millennio a.C. per le loro maggiori conoscenze e la loro organizzazione sarebbero riusciti ad imporsi anche su aree sempre più estese del Delta Occidentale perché non bisogna dimenticare che per le tradizioni egizie i regni dei primi re divini furono caratterizzati da continue ribellioni degli uomini.

Ovviamente chi ha opinioni ortodosse identifica il luogo della creazione e i nomi citati con la città di Edfu e i territori limitrofi ma, poiché i sacerdoti dei più importanti centri di culto egizi lo associavano alla propria città, è presumibile che il tutto avesse un’unica remota origine che con il tempo sarebbe stato poi arricchito da altre antiche tradizioni correlate ai vari centri cultuali[x].

Si potrà notare poi che il posatoio su cui si posò Horus ricorda molto il germoglio primordiale uscito dalle acque nel primo mattino del mondo su cui si posò la mitica Fenice e Rundle Clark nel suo libro “Myth and Symbol in the Ancient Egypt” identifica la lontana terra ammantata di mistero e magia al di là del mondo da cui proveniva questo leggendario uccello con “l’Isola del Fuoco, il luogo della luce eterna oltre i confini del mondo dove erano nati o resuscitati gli dei e da dove venivano inviati nel mondo…”[xi]. Questa Isola del Fuoco ha forse un collegamento con l’Isola della Fiamma citata nei testi di Edfu? E lo ha anche con l’Isola della Fiamma citata innumerevoli volte nel Libro dei Morti?

Oltre all’Isola del Fuoco, della Fiamma o della Due Fiamme, anche altri indizi parrebbero suggerire la possibile localizzazione del misterioso mondo sacro primordiale correlato agli Antenati e sono l’attività vulcanica, alcuni nomi dei pāy-lands, il laghetto dalle sponde primordiali, il nemico Serpente, l’ossidiana, il falco, le due divinità Segemeh e Sekem-Her, le numerose raffigurazioni rupestri sahariane che immortalano remoti individui con testa di uccello[xii], le divinità egizie con testa di uccello (prima fra tutti il falcone Horus) e infine il pilastro Djed.

Isola del Fuoco, della Fiamma o delle Due Fiamme

Naturalmente un’Isola della Fiamma, del Fuoco o delle Due Fiamme riporta subito alla mente un’isola vulcanica e, tra i contesti conciliabili con un collocamento di questa misteriosa isola, la Sicilia ha un ruolo predominante non solo per la presenza dell’Etna, il vulcano più grande d’Europa, ma anche perché prima della risalita olocenica del livello dei mari il suo territorio sarebbe stato molto più esteso, come del resto quello del litorale tunisino, il che avrebbe potuto facilitare possibili migrazioni di remoti clan dalla nostra penisola verso il Nord-Africa e viceversa. Al tempo dell’ultimo maximum glaciale, inoltre, il Canale di Sicilia sarebbe apparso completamente diverso perché, oltre a Pantelleria, nel settore nord-occidentale vi sarebbero state molte altre isole e isolotti mentre l’arcipelago maltese sarebbe stato un tutt’uno con la Sicilia. Ciò quindi avrebbe permesso l’attraversamento di questo braccio di mare tra Tunisia e Sicilia non solo a vista ma anche in un tempo molto più breve di quello occorrente ai nostri giorni.

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Dall’immagine, inoltre, si potrà notare che, prima della risalita olocenica del livello del Mar Mediterraneo, nel Canale di Sicilia vi erano proprio 10 aree emerse isolate molto conciliabili con le 10 pāy-lands dei testi. Soltanto una fortuita coincidenza?

Probabilmente sì ma, come si vedrà, non solo tutti gli indizi sembrerebbero convergere proprio su questo antico tratto di mare ma nel mondo sacro primordiale degli Antenati l’isola di Pantelleria potrebbe aver avuto un ruolo determinante.

Sicuramente gli amici di Acam obietteranno che il picco dell’ultima era glaciale risalirebbe all’incirca a 18.000 anni fa ma è proprio in questa epoca che potrebbero collocarsi i lontani progenitori di coloro che sarebbero stati poi ricordati dalle tradizioni egizie come Antenati degli dei primigeni. Inoltre, la colonizzazione della Sicilia è fatta risalire proprio a tale periodo[xiii]. Poiché il Canale di Sicilia avrebbe iniziato a cambiare progressivamente aspetto per l’innalzamento del mare intorno ai 12.000 anni fa[xiv], questo braccio di mare avrebbe permesso un’agevole navigabilità per circa 6 millenni favorendo così per migliaia di anni non solo possibili migrazioni di clan tra le due sponde ma potrebbe essere stato anche un’importante direttrice per scambi di un bene molto significativo per l’epoca cioè dell’ossidiana che in epoca preistorica rappresentò uno dei beni più ricercati, tanto è vero che è chiamata anche l’oro della preistoria.

L’attività vulcanica

Pantelleria, chiamata anche Perla Nera del Mediterraneo per il nero diamantino delle sue pietre vulcaniche, è ricchissima di suggestive quanto uniche bellezze naturali tra cui scogliere alte più di 300 metri, baie incantevoli, colate laviche che solidificandosi hanno creato sorprendenti paesaggi, grotte, sorgenti termali e le famose “Favare”, getti di vapore acqueo che fuoriescono a intermittenza da spaccature delle rocce. E, proprio perché terra vulcanica, è anche un’isola fertilissima e quindi conciliabile con i pāy-lands Albero dell’olio e Colui che rese prosperi i posti.

La sua evoluzione geologica iniziò oltre 300.000 anni fa e nel corso dei millenni vide parecchi cicli di attività eruttiva. Tra i 44.000 e i 35.000 anni fa, nella parte sud-orientale della caldera dei Cinque Denti, emissioni di colate laviche e piroclastiche riempirono circa due terzi della caldera formando il vulcano di Monte Gibele mentre intorno ai 18.000 anni fa il sollevamento della porzione centro-settentrionale della caldera portò alla formazione della Montagna Grande, la cima più alta dell’isola (836 m). Tra i 18.000 e i 3.000 anni fa, inoltre, vi furono anche importanti eruzioni dai centri eruttivi pericalderici in corrispondenza di fratture radiali[xv].

Si noterà, quindi, che quando il Canale di Sicilia era ancora costellato di terre emerse l’isola di Pantelleria non solo sarebbe stata molto conciliabile con l’Isola del Fuoco o della Fiamma ma anche con quella delle Due Fiamme per possibili eruzioni contemporanee da due centri eruttivi e con l’oscurità, dovuta proprio alle eruzioni, che avrebbe avvolto l’isola.

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Lo Specchio di Venere

Non si deve dimenticare poi il suggestivo Specchio di Venere, un laghetto dalle acque turchesi e cristalline alimentato dalle piogge e da numerose polle di acqua sulfurea gorgoglianti a pelo d’acqua. Questo laghetto, infatti, si è formato in una conca di origine calderica ai piedi della contrada Bugeber nella parte settentrionale dell’isola e le polle e i fanghi gorgoglianti gli conferiscono un aspetto lunare che ben si concilierebbe con quello dello specchio d’acqua dalle sponde primordiali vicino al quale vivevano gli artefici della creazione. Ad accrescere maggiormente la conciliabilità di Pantelleria, inoltre, anche la Montagna Grande associabile al pāy-land Primo dei Tumuli (Behedet) mentre il pāy-land Alta Collina potrebbe associarsi ad uno dei rilievi dei crateri vulcanici minori già all’epoca inattivi (Cuddia Attalora, Cuddia Mida, etc.). Nel nemico Serpente, invece, si potrebbe facilmente ravvisare una fluida colata lavica per cui uno dei crateri dell’isola ben si accorderebbe con il Creatore del Serpente della Terra dei testi.

L’ossidiana

L’ossidiana è un vetro vulcanico che si forma per un raffreddamento assai rapido di lave viscose molto ricche di silicio (SiO2 > 65%) e, per la sua caratteristica di poter essere scheggiata in parti particolarmente affilate, fin dai tempi più remoti fu utilizzata dall’uomo per la realizzazione di strumenti taglienti, tanto è vero che il suo primo uso documentato (sulle coste del Mar Rosso), risale a 125 mila anni fa

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Nonostante ciò, però, si ritiene che la diffusione del suo utilizzo iniziò nel Neolitico ma già i magdaleniani (15000/10000 a.C.) ne facevano uso, soprattutto di quella proveniente dai Carpazi. Poiché manufatti di ossidiana sono stati trovati anche a molte centinaia di chilometri dai giacimenti e questo vetro lavico ha delle caratteristiche esclusive tipiche della colata di origine che fanno risalire al luogo di provenienza, si sono potute ricostruire le vie degli antichi scambi.

Per quanto riguarda il Mediterraneo occidentale tutta l’ossidiana trovata in insediamenti neolitici della Francia meridionale e italiani è originaria della Sardegna e di Palmarola (la più occidentale delle isole Pontine) mentre quella rinvenuta in insediamenti siciliani, maltesi e tunisini proviene dalle isole di Pantelleria e Lipari.

Inevitabilmente sorge spontanea una domanda: se l’ossidiana era usata fin dai tempi più remoti e già per i magdaleniani era un bene molto ricercato, perché nel Mediterraneo la sua diffusione sarebbe iniziata soltanto parecchi millenni dopo?

Inutile dire che la risposta univoca della maggioranza degli studiosi non è affatto convincente perché viziata da radicati preconcetti. Infatti, benché ci siano prove della colonizzazione via mare dell’Australia fin dal 50000 a.C. e tracce della presenza di solutreani (20000/16000 a.C.) nel Nuovo Mondo, non solo si ritiene che la navigazione nel Mediterraneo risalga soltanto al Neolitico ma anche che i navigatori neolitici non avessero ancora quell’esperienza e capacità necessarie per effettuare traversate in mare aperto. Come spiegare allora le tracce di pesca del tonno rinvenute a Mentone (Francia) risalenti al 15000 a.C.?

Fortunatamente, però, già da molto tempo ci sono anche voci fuori dal coro come ad esempio Louis-René Nougier (titolare della prima cattedra di Archeologia Preistorica istituita in Francia e scopritore dei graffiti e pitture della Grotta di Ruffignac) che scrive: “… ricordiamo che uomini e piroghe hanno raggiunto Maiorca nell’8736 a.C. come minimo, e che la Corsica è popolata almeno dal 6610 a.C. I collegamenti marittimi sono dunque attestati nel Mediterraneo occidentale già dal IX millennio a.C. con uomini, donne e bestiame…”[xvii]

Non si può escludere, perciò, che le vie marittime dell’ossidiana delle quattro isole del Mar Mediterraneo occidentale fossero più vecchie di millenni di quanto diffusamente ritenuto e che l’innalzamento del mare possa aver cancellato remoti insediamenti litoranei in cui si sarebbero già usati manufatti di questo vetro lavico proveniente dalla Sardegna, da Palmarola, da Pantelleria e da Lipari. Inoltre, poiché in Europa l’ossidiana era un bene tra i più ricercati fin dal magdaleniano, non si può neanche escludere che gli strumenti degli avi venissero conservati gelosamente di generazione in generazione per secoli e secoli il che spiegherebbe i ritrovamenti (almeno al momento) solo in successivi contesti neolitici. Forse le cruente lotte sottintese nei testi di Edfu erano dovute al controllo della via marittima dell’ossidiana del Canale di Sicilia?

E’ interessante notare, infatti, che a Pantelleria nonostante siano state individuate ben cinque colate di ossidiana sono stati trovati anche manufatti locali che non sarebbero attribuibili a nessuna delle colate note. Vista la lunghissima attività eruttiva nell’isola, perciò, potrebbe non essere troppo azzardato pensare che una o più colate di ossidiana potrebbero trovarsi ora molto sotto il livello del mare mentre all’epoca in cui il Canale di Sicilia era punteggiato di terre emerse sarebbero state in superficie permettendo un agevole sfruttamento. Se fosse davvero così, quindi, ben si inquadrerebbero lotte sanguinose tra remoti clan entrati in competizione per il controllo di quel tratto di mare che avrebbe permesso l’esportazione dell’ossidiana e una loro successiva alleanza.

Il falco

I falconidi sono uccelli le cui doti, fin dai tempi più remoti, non sarebbero certamente sfuggite agli antichi cacciatori perché modelli di perfezione venatoria per cui questi animali sarebbero stati da emulare e magnificare nelle loro tradizioni magico-religiose. Tradizioni che alcuni clan continuarono a perpetuare per millenni di generazione in generazione e che influenzarono anche quelle di gruppi incontrati nel corso delle loro millenarie migrazioni.

Chissà, infatti, quante volte questi attenti e scrupolosi osservatori dell’ambiente che dava loro sussistenza ammiravano la fierezza di questi rapaci, la loro vista acuta, i lunghi voli planati, le brusche virate e le picchiate per catturare le prede. E chissà quante volte, affascinati e incuriositi, si soffermavano ad osservare le loro migrazioni autunnali verso sud in attesa di vederli tornare quando il clima sarebbe tornato più mite.

Beh, non ci si crederà ma il punto più importante di partenza per la migrazione primaverile di parecchie migliaia di questi rapaci verso nord è Capo Bon (Tunisia) dal quale, proprio attraverso il Canale di Sicilia, raggiungono le coste occidentali siciliane da cui poi molte migliaia proseguiranno verso la dorsale appenninica per arrivare nei territori settentrionali.

Poiché Pantelleria è nota agli amanti del bird watching per l’enorme quantità di uccelli osservabili, tra cui proprio anche molte specie di rapaci che a primavera arrivano in grossi stormi da Capo Bon veleggiando sul mare sospinti dalle correnti ascensionali, sarebbe troppo cervellotico ravvisare nell’enigmatico invito al Falcone di andare a visitare il posto un possibile riferimento all’arrivo molto suggestivo e spettacolare di questi uccelli sull’isola?

Segemeh e Sekem-Her

Un ulteriore indizio che ricollegherebbe Pantelleria al mondo primordiale degli Antenati degli dei primigeni egizi sono le due divinità create Segemeh e Sekem-Her che nei testi erano simboleggiate da due bastoni o aste che dovevano respingere il pericolo dall’isola, il nemico Serpente. E se invece, vista la presenza nei testi di Dei Costruttori, fossero stati due simboli di pietra?

In località Serraglia, infatti, vi sono dei monoliti, di cui due affiancati, che parrebbero demarcare un’area sacra. Ciò che li rende molto interessanti è il fatto che il complesso è stato eretto proprio vicino alle Favare la località, cioè, caratterizzata dalle fumarole che fuoriescono ad intermittenza da fenditure delle rocce che remoti individui avrebbero potuto associare al respiro della Madre Terra, e quindi proprio di Tanen che nei testi creò Segemeh e Sekem-Her.

Sicuramente gli amici di Acam obietteranno che il megalitismo è un fenomeno sviluppatosi in Europa solo dal Neolitico in poi non sapendo, invece, che è molto più antico. Nel sito francese di Regourdou (vicino Lascaux), infatti, fu trovata una sepoltura neanderthaliana e una fossa rettangolare con pietre allineate, anteriore alla sepoltura, con i resti di oltre venti orsi sotto

un lastrone del peso di circa una tonnellata[xviii]. A Saint Germain la-Riviere (sempre vicino Lascaux), invece, in una sepoltura magdaleniana fu trovato lo scheletro di una donna che per la complessità della tumulazione e la ricchezza del corredo funebre (composto anche da beni provenienti da territori molto lontani) fu chiamata la Dama di Saint Germain la-Riviere perché indicante manifestamente già una stratificazione sociale. La struttura funeraria era composta da 4 blocchi che sostenevano due lastre che sembravano proteggere la defunta e l’architrave più grande, sostenuta da 2 ulteriori piedritti infissi nel terreno, aveva un anello in corrispondenza della testa mentre quella più piccola proteggeva gli arti inferiori ripiegati. Datazione al C14 15780 +/- 200 BP[xix].

Anche in questo caso inevitabilmente sorge spontanea una domanda: se in Europa l’uso di grandi monoliti è già riscontrabile in contesti neanderthaliani e magdaleniani, perché il megalitismo sarebbe fiorito alla grande soltanto a partire dal Neolitico?

Si sa che la pietra non può essere datata per cui tutti i test al C14 vengono effettuati su resti organici trovati in contesti vicini. A differenza di quello di Saint Germain la-Riviere e di innumerevoli altri, però, i contesti da cui vengono presi materiali organici per le datazioni a volte potrebbero dare esiti ingannevoli a causa di stratigrafie inverse in caso di riseppellimenti di siti o per nuove frequentazioni di siti abbandonati millenni prima, possibilità quest’ultima molto frequente. Figuriamoci, poi, quanto possano essere aleatorie le datazioni di monoliti dalle cui vicinanze non è stato possibile estrapolare alcun contesto chiarificatore per cui le conclusioni sono state basate solo su consolidati preconcetti.

I menhir in località Serraglia, perciò, potrebbero anche essere molto più antichi perché non solo Pantelleria ha visto cicli di frequentazioni umane distanziate di secoli e secoli che avrebbero già potuto trovare in loco questi monoliti ma anche perché è proprio la mancanza di reperti a lasciare ampi spazi aperti a tutte le possibilità. Reperti molto più antichi in remoti siti una volta litoranei, infatti, potrebbero essere stati cancellati irrimediabilmente dall’innalzamento del mare o da frane sottomarine mentre in siti più alti, vista l’intensa attività eruttiva dai 18.000 ai 3.000 anni fa (culminata intorno al 7000 a.C.), da materiale eruttato.

Anche le osservazioni archeoastronomiche in situ fatte nel 2009 non hanno fornito informazioni per una loro possibile datazione perché, non essendo stato possibile estrapolare dal contesto alcun dato per il periodo reale della messa in loco dei monoliti, si sono limitate soltanto a posizioni solari e lunari in quanto non si è voluto azzardare nessun allineamento stellare per gli orientamenti non collimanti con i moti solari o lunari (al link della nota è possibile vedere foto di questi monoliti e scaricare il file PDF con gli esiti delle osservazioni)[xx].

Gli individui con testa di uccello

Parlando dei falconidi si è già accennato al fascino che avrebbero esercitato sugli antichi cacciatori per la loro perfezione venatoria e testimonianze di immedesimazioni con questi straordinari uccelli ci giungono da raffigurazioni parietali in grotte francesi, come ad esempio l’Uomo di Cougnac e quello di Pech-Merle riprodotti con testa di uccello, mentre ad Altamira (Spagna) incisioni profonde immortalano un uomo con volto di uccello e zampe di orso. L’esempio più noto, però, è senza dubbio quello della grotta di Lascaux (Francia) in cui nel Condotto dell’Uomo Morto sono stati raffigurati un antico cacciatore presumibilmente morto con testa d’uccello, un bisonte ferito che perde le interiora e un bastone sciamanico con all’estremità un volatile (incredibilmente simile al simbolo egizio dell’occidente), chiara rappresentazione di una caccia dall’esito drammatico.

Questa rappresentazione, inoltre, per Michael Rappengluëck (ricercatore dell’Università di Monaco) oltre ad avere un significato astronomico avrebbe anche un corrispondente nel mito egizio di Dewen-anwi (divinità egizia con testa di falco) che combatte il bovino Meskhetiu e chi ha letto il mio libro “La maledizione del Sole oscurato” ha visto quanto remote potrebbero essere le sue origini. Questo mito, di cui vi sono riferimenti sul soffitto della seconda tomba a Deir el-Bahri di Senenmut, della tomba di Seti I, della seconda sala ipostila del Ramesseum e su altri soffitti stellari, infatti, parrebbe ricollegarsi proprio agli Antenati degli dei primigeni egizi e ai numerosi individui sahariani immortalati con testa di uccello.

Probabilmente, però, molti amici di Acam non sapranno che nel contesto conciliabile con la localizzazione del sacro mondo primordiale degli Antenati vi è una mirabile incisione, continuazione dell’arte animalistica nel periodo degli ultimi cacciatori, di personaggi proprio con testa di uccello che potrebbe rappresentare il collegamento tra gli antichi individui sahariani effigiati con tali caratteristiche e la Sicilia attraverso l’antico Canale di Sicilia.

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Sto parlando delle Grotte dell’Addaura sul monte Pellegrino (Palermo) le cui raffigurazioni rupestri costituiscono una delle più realistiche espressioni dell’arte rupestre del paleolitico superiore connesse con l’arte della provincia franco-cantabrica e che la Bovio-Marconi nel Bullettino di paletnologia italiana (1953) paragonò ad analoghi spunti africani.

Si potrà notare che in queste incisioni dal tratto sicuro i personaggi hanno corpi imponenti e maestosi evidenzianti un’estetica elitaria che riportano subito alla mente gli enigmatici atipici individui dolicocefali predinastici egizi alti e possenti ma anche che uno dal capo allungato (dolicocefalo?) è contraddistinto da una peculiarità che avrebbe caratterizzato fin dai tempi più remoti proprio alcune tribù libiche e in seguito esponenti di culture predinastiche egizie: la distintiva coda (o treccia) di capelli raccolta in alto sulla testa. Soltanto una casualità?

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Questi misteriosi individui, inoltre, potrebbero già aver avuto una grande familiarità con il mare. Al centro di questa complessa scena, infatti, c’è un personaggio in atto di tuffarsi con capo e arti superiori associabili a testa e pinne di una foca sotto a un uomo con la schiena molto inarcata perché ha il collo legato da una fune alle sue caviglie per cui è davverof difficile non scorgervi un possibile rituale magico-propiziatorio sacrificale per la caccia a questo animale che, oltre alla costa, si sarebbe potuta estendere in mare aperto e a volte con esiti anche molto drammatici. Esiti a volte drammatici, infatti, verrebbero confermati dall’uomo morto effigiato con testa e baffi di foca e un arpione in mano nella grotta Cosquer, santuario paleolitico sommerso a – 37 metri (scoperto da un sub nel 1985 nei pressi di Marsiglia) ricco di riproduzioni di animali terrestri e marini arrivate fino a noi per la caratteristica ascendente della galleria di accesso che ha permesso l’intrappolamento dell’aria in una grande sala a circa 120 metri dall’ingresso.

Le investigazioni in questa grotta hanno evidenziato, a partire dai carboni residui dei focolari usati per le raffigurazioni nere a carboncino, due frequentazioni umane distanziate di circa 8.000 anni: la prima intorno al 25000 a.C. e la seconda dal 17200 al 16500 a.C. circa.

Il pilastro Djed

L’ultimo indizio, non certo però per importanza, a ricollegare il Canale di Sicilia al mondo sacro primordiale dei testi è il pilastro Djed, la colonna associata a Osiride, la cui origine è molto antica perché già nella necropoli predinastica di Helwan (circa 20 km a sud dell’odierno Cairo) sono stati trovati amuleti djed e tat (nodo o cintura di Iside) dimostrando quanto fosse antica l’usanza di seppellire questi amuleti con i defunti per allontanare le entità avverse.

Nei testi è citato che a protezione del luogo fu portato anche questo pilastro (che parrebbe fosse stato anche restaurato) e nell’agosto del 2015 è stato trovato un monolite lungo circa 12 metri adagiato sul fondale a 40 metri di profondità proprio in un’area che prima della risalita olocenica del Mediterraneo sarebbe stata un isolotto (Pantelleria Vecchia) del Canale di Sicilia.

A fare il ritrovamento, diffuso con un articolo a firma di Emanuele Lodolo e Zvi Ben-Avraham dal titolo “A submerged monolith in the Sicilian Channel (central Mediterranean Sea): Evidence for Mesolithic activity” pubblicato sul Journal of Archaeological Science 3 (2015), è stato un team internazionale capitanato da Emanuele Lodolo (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) e Zvi Ben-Avraham (Università di Tel Aviv) in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e un gruppo di sub professionisti della Global Underwater Explorers.

Il grosso blocco di pietra è caratterizzato da fori (uno che lo attraversa ad una estremità e due lateralmente) e per gli scopritori indicherebbe non solo che l’uomo avesse già occupato alcune isole che fino a circa 9500 anni fa costellavano il settore nord-occidentale del Canale di Sicilia ma anche che fosse già in possesso di evolute capacità tecniche perché la forma del monolite e i fori non possono essere addebitati a nessun processo naturale e perché, prima di essere innalzato, sarebbe stato trasportato per circa 300 metri dalla zona di estrazione

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Uno dei fori del monolite. (Image credit: E. Lodolo/ Z. Ben-Avraham)


A pochi giorni dalla pubblicazione dell’articolo sul Journal of Archaeological Science, però, è arrivata una confutazione. In un comunicato stampa a firma di tre eminenti esperti di antichità sommerse nei mari siciliani e mediterranei (Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Regione Siciliana nonché preistorico, paletnologo e archeologo subacqueo, Fabrizio Antonioli, geomorfologo dell’ENEA, e Marco Anzidei, geofisico dell’INGV), infatti, è stato controbattuto ogni punto delle teorie postulate da Lodolo e Ben-Avraham (tra cui anche la datazione al C14) per arrivare alla seguente conclusione: il monolite non è altro che una formazione naturale, cioè un beachrock, tipica degli ambienti litorali e che spesso, a causa dell’erosione costiera, si stacca dal bacino roccioso di origine depositandosi nel Mar Mediterraneo tra +1 e -5 metri rispetto alla linea di costa. In Sardegna, Turchia, Sicilia, Grecia, Croazia e Liguria queste formazioni naturali sono note e datate fino alla profondità di 60 metri e spesso si formano su coste sabbiose le quali, cedendo, ne favoriscono la frammentazione, anche nella forma di apparenti monoliti.

I tre studiosi siciliani, inoltre, pur ammettendo che quel fondale potesse non essere sommerso nel periodo ipotizzato dagli scopritori, ritengono che il “monolite” non sia attribuibile ad opera umana per le sue caratteristiche (forma arcuata, morfologia degli spigoli e contesto) e per il foro descritto nell’articolo come opera dell’uomo perché simili fori, effetto di erosione naturale, sono comuni in molteplici formazioni rocciose.

C’è da rilevare però che, tra le motivazioni addotte a dimostrazione di un’origine non umana del monolite, nel comunicato è presente anche il trito e ritrito preconcetto della grande arretratezza degli uomini del Mediterraneo occidentale in fatto di navigazione. Per corroborare maggiormente la non attribuzione ad opera umana del monolite, infatti, i tre studiosi scrivono: “Infine, osservando la posizione geografica del “monolite” nello Stretto di Sicilia, come descritto dagli Autori nel lavoro, si nota come il sito indagato fosse una sorta di isolotto (in un’area che oggi raggiunge i -130 metri). Nel periodo Mesolitico era quindi separata dalla terraferma e, nel caso fosse stato antropizzato, doveva essere raggiungibile con imbarcazioni. Si ricorda che i primi eventi di navigazione nel mediterraneo vengono fatti risalire solo al successivo periodo neolitico”[xxii].

Ad ogni modo il fatto che il monolite possa essere un beachrock e non un manufatto non invaliderebbe affatto una sua possibile associazione allo Djed citato nei testi perché, vista una sua possibile restaurazione da parte degli Shebtiu, nulla esclude che questi avessero potuto approfittare della presenza già in loco di questa formazione litica naturale che, dopo un intervento manipolatorio di adattamento, si sarebbe poi innalzata a protezione dell’isolotto. Quante testimonianze di megaliti naturali riadattati poi in loco dall’uomo nel corso dei svariati millenni sono giunte fino a noi?

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Alcuni dei ciclopici massi erratici di Colle Lungo (VT) scalpellati nell’antichità dall’uomo
(Image credit: ACE & GUALCO – Per gentile concessione del GRUPPO TREKKING TIBURZI di Civitavecchia, RM).

Non rimane, perciò, che attendere ulteriori investigazioni del monolite e del contesto in cui è stato trovato ma già fin da ora questa scoperta, naturale o manufatta che sia, potrebbe rappresentare proprio la ciliegina sulla torta per la possibile localizzazione del misterioso mondo sacro primordiale degli Antenati degli dei primigeni egizi e cioè nell’ambito siciliano, crocevia di popoli e culture fin dai tempi più remoti.



Fonte

http://www.acam.it/yw-titi-la-misterios ... -antenati/


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MessaggioInviato: 28/07/2016, 18:26 
Ok è "Adam Kadmon" :roll: però è interessante! Non potrebbe essere?

Mistero di Atlantide


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 28/07/2016, 22:15 
anunaki non vuol dire coloro che dal cielo scesero sulla terra :)



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MessaggioInviato: 28/07/2016, 22:52 
MaxpoweR ha scritto:
anunaki non vuol dire coloro che dal cielo scesero sulla terra :)


Boh! Infatti lui lo ha detto, però subito dopo ha detto che questi anunachi ci hanno avvisato che scenderanno esseri dal cielo che ruberano le nostre risorse!


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 28/07/2016, 23:13 
GiuseppeA ha scritto:
MaxpoweR ha scritto:
anunaki non vuol dire coloro che dal cielo scesero sulla terra :)


Boh! Infatti lui lo ha detto, però subito dopo ha detto che questi anunachi ci hanno avvisato che scenderanno esseri dal cielo che ruberano le nostre risorse!



Mah secondo me la gente farebbe bene a smetterla di ascoltare queste idiozie infarcite di luoghi comuni e falsi miti e affidare le proprie "ricerche" alternative ad altre fonti. Come questo forum ad esempio.



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MessaggioInviato: 29/07/2016, 09:35 
Già...
Poi che Atlantide fosse tonda perchè si ergeva sopra un disco volante sott'acqua, proprio non si può sentire [V]


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 Oggetto del messaggio: Re: Atlantide - La collocazione
MessaggioInviato: 30/07/2016, 01:01 
Solarys ha scritto:
Già...
Poi che Atlantide fosse tonda perchè si ergeva sopra un disco volante sott'acqua, proprio non si può sentire [V]


Già con tutto quello spazio a disposizione han costruito sopra la disco.
Al massimo Atlantide era il disco.



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Ed è sbagliata.
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