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MessaggioInviato: 26/12/2010, 23:27 
Platone e Diodoro: alla ricerca delle città di Atlantide
di Axel Famiglini

La ricerca di Atlantide ha coinvolto generazioni di studiosi e semplici appassionati. Platone colloca il continente perduto ‘al di là delle colonne d’Ercole’, ovvero oltre lo Stretto di Gibilterra. Si sono susseguite nel corso dei secoli numerose teorie che, cercando di forzare il racconto platonico, hanno tentato di posizionare l’isola di Atlantide nei punti più disparati del pianeta. In realtà, leggendo attentamente il Crizia ed il Timeo, non ci sono dubbi sul fatto che l’Atlantide di Platone sia da porsi di fronte alle coste atlantiche di Europa ed Africa[1].

In questo contesto non si può non richiamare alla memoria quanto lo storico greco Diodoro Siculo (vissuto nel primo secolo a.C.) narrava riguardo i miti e le leggende del popolo degli Atlantii, popolazione stanziata presumibilmente nei pressi della costa atlantica dell’Africa nord-occidentale non lontana dai monti dell’Atlante. Diodoro inizia la sua narrazione[2] introducendo la storia delle Amazzoni le quali, grazie alla brillante guida della regina Mirina, architettarono una folgorante guerra di conquista utilizzando come trampolino di lancio la propria terra d’origine, l’isola Espera posta sul lago Tritonide, non lontano dall’Oceano e dalle terre degli Atlantii. Sottomesse le città dell’isola e raccolto un ingente esercito, avrebbero immediatamente mosso guerra agli Atlantii che erano […] gli uomini più civili tra gli abitanti di quei luoghi, che occupavano una terra fertile e grandi città; e presso di loro dicono che si racconti come la nascita degli dèi sia avvenuta dalle parti dell'Oceano […][3].

Diodoro nella sua opera “Biblioteca storica” non collega esplicitamente gli Atlantii con gli abitanti di Atlantide poiché non fa mai menzione all’isola platonica. Ciononostante è facilmente deducibile il fatto che Platone e Diodoro, pur narrando miti diversi, provenienti da realtà diverse, stessero parlando della stessa civilizzazione in due momenti diversi della loro storia.

Possiamo già denotare il fatto che questi uomini erano considerati appartenenti alla civiltà più evoluta della regione. Diodoro stesso, nel seguito della sua opera, espone un breve compendio della mitologia del popolo degli Atlantii. Rilevante è il seguente passo: […] essi raccontano che il loro primo re fu Urano, il quale raccolse gli uomini che vivevano sparsi nella cinta di una città e fece cessare i suoi sudditi dall'illegalità e dalla vita ferina, inventando l'uso e la conservazione dei frutti coltivati e non poche altre cose utili, ed egli avrebbe anche conquistato la maggior parte della terra, in particolare i luoghi occidentali e settentrionali. Egli sarebbe stato un attento osservatore degli astri, e avrebbe predetto molte delle cose che stavano per avvenire nel cosmo[…][4].

E’ a dir poco sbalorditivo il parallelismo con il mito di Atlantide. “La cinta di una città” non richiama forse alla nostra memoria le famose cinte dell’isola di Atlantide? La presenza di un sovrano civilizzatore è il leit motiv di gran parte della mitologia delle origini propria delle maggiori civiltà antiche e di cui, fra l’altro, numerosi autori hanno scritto negli ultimi anni nei libri dedicati ai misteri dell’archeologia e della storia dell’umanità[5]. L’eroe viene divinizzato dalla popolazione per aver portato l’umanità da una condizione di estrema precarietà verso una situazione di maggiore benessere materiale e spirituale. Secondo l’interpretazione evemeristica[6] del mito, che vede in alcuni miti il ricordo ‘codificato’ di eventi storici realmente accaduti, potremmo trovarci di fronte al ricordo narrato di generazione in generazione, trascritto poi dal greco Diodoro, della storia della distruzione di Atlantide e della crisi di quegli atlantidei che, probabilmente da coloni, risiedevano nelle regioni della Libia fino all'Egitto e dell'Europa fino alla Tirrenia[7] un tempo dominate direttamente dall’impero atlantideo. Il popolo delle Amazzoni, descritto da Diodoro come fondamentalmente barbarico e dotato di costumi decisamente arretrati, venuta meno la potenza di Atlantide, prese ad un certo punto il sopravvento nei confronti degli Atlantidei che, oltre alla distruzione della nazione madre, avranno sicuramente subito gli effetti geotettonici dovuti all’inabissamento dell’isola.

Le Amazzoni, che potrebbero essere state semplicemente una popolazione di stampo matriarcale [8], avanzarono senza sosta in maniera rovinosa: […] “penetrate nel territorio degli Atlantii, avrebbero vinto gli abitanti della cosiddetta Cerne in battaglia, e piombate addosso ai fuggitivi dentro le mura si sarebbero impadronite della città; e volendo terrorizzare i popoli vicini avrebbero trattato crudelmente i prigionieri: gli uomini, a partire dai giovinetti, li avrebbero sterminati, i bambini e le donne li avrebbero invece resi schiavi, radendo poi al suolo la città”[9].

Per gli Atlantii/Atlantidei non ci fu nulla da fare. Diodoro continua raccontandoci che "[…] la notizia della disgrazia dei Cernei si sarebbe diffusa tra i popoli consanguinei: e si racconta che gli Atlantii, spaventati, consegnarono in seguito a un accordo le loro città, dichiarandosi disposti a fare tutto ciò che fosse loro ordinato; e che la regina Mirina li trattò con mitezza, concludendo un patto di amicizia e fondando, al posto di quella rasa al suolo, un'altra città con il suo nome; e in questa avrebbe stanziato i prigionieri e chi lo volesse tra gli abitanti del luogo. […] ”[10]

In questo contesto agli Atlantii non restò che prendere atto della propria inferiorità numerica e del fatto che avevano il coltello dalla parte del manico coloro che prima probabilmente dominavano. Il padrone diventò il servo ed il servo il padrone…

Le avventure delle Amazzoni continuano. E’interessante leggere che […] Mirina da parte sua dicono che invase la maggior parte della Libia, e giunta in Egitto concluse un patto di amicizia con Oro figlio di Iside, che era allora re dell'Egitto […][11]. Qui Diodoro ci narra di Horus, che fu re dell’Egitto ai tempi delle dinastie divine che avrebbero retto l’Egitto molte migliaia di anni prima dell’inizio ufficiale della storia. Il regno di Horus, figlio di Osiride ed Iside, secondo quanto affermato dallo stesso Diodoro nella sua opera[12] e secondo quanto è desumibile da altre fonti[13] come i frammenti dell’opera storica di Manetone[14], è collocabile all’incirca al tempo della distruzione di Atlantide, ovvero nel X-XI millennio a.C. Ciò ci permette di datare il mito narrato da Diodoro e di verificare ulteriormente la sinergia esistente con il racconto di Platone.

Ci potremmo chiedere che fine abbiano fatto gli Atlantii. Diodoro non è molto chiaro e non si spinge oltre il periodo cosiddetto “mitico”. Che storia hanno avuto gli Atlantii dall’epoca delle Amazzoni fino ai tempi storici? Un aiuto alla comprensione di questo mistero probabilmente ce lo fornisce il resoconto di viaggio di Annone di Cartagine.

Annone (VI-V secolo a.C.), uno dei più grandi navigatori cartaginesi, compì un periplo attorno alle coste dell'Africa nord-occidentale al fine di fondare delle colonie libico-fenicie. Partito da Cartagine con 60 navi e 30.000 uomini, Annone fondò prima la colonia di Thymiaterio, poi edificò un tempio a Poseidone ed infine stabilì nuove colonie di nome Muro, Carico, Gytta, Acra, Melitta e Arambe.
Nel frattempo Annone, dopo essere giunto al fiume Lixo, si imbatté in una popolazione locale che aveva per nome Lixiti. Questi erano dei pastori nomadi ed i Cartaginesi stettero presso di loro finché questi non impararono la loro lingua. Ripartiti, raggiunsero un'isola e lì fondarono l'ultima colonia di nome Cerne. Successivamente il viaggio continuò (forse fino al Gabon) finché la spedizione non fu costretta a tornare indietro per mancanza di viveri. Thymiaterio è identificabile con l'attuale Mahdiyya alla foce del Sebou. Muro, Carico, Gytta, Acra, Melitta e Arabe dovrebbero trovarsi tra Mogador e Agadir. Il fiume Lixo dovrebbe corrispondere all'oued Sous o all'oued Dra. L'isola di Cerne dovrebbe essere situata o davanti al Sahara spagnolo o dovrebbe corrispondere all'attuale Arguin in Mauritania.[15] Quello che a noi interessa, è il fatto che i Cartaginesi chiamarono Cerne l'isola, con lo stesso nome con cui era chiamata la città degli Atlantii. Forse era sopravvissuto qualche insediamento? Del resto sarebbe stato più conveniente fondare una colonia in un luogo nel quale fosse già presente un centro abitato piuttosto che in una località nella quale non ci fosse stata alcuna presenza umana. La parola Cerne deriva dal punico e significa "limite estremo" (Herne)[16]. Ovviamente il nome non è atlantideo, ma è successivo. Forse Cerne rimase una località importante per millenni ed effettivamente in epoca storica fu un centro di commercio dell'oro e dell'avorio[17]. Potremmo inoltre chiederci: come mai i Cartaginesi scelsero proprio i Lixiti? Forse erano il popolo più civilizzato della regione? Probabilmente. E forse i Lixiti erano proprio i discendenti degli Atlantidei che guidarono i Cartaginesi all'isola di Cerne, nella quale sapevano di poter ancora trovare resti di insediamenti. Forse le colonie cartaginesi sono state costruite su insediamenti precedenti, risalenti all'epoca atlantidea. In questo senso ritrovare il sito delle colonie cartaginesi potrebbe voler dire ritrovare, negli strati più profondi, i resti delle città degli Atlantii/Atlantidei. Il geografo Strabone, pur non credendola vera, riporta la notizia che vorrebbe che sulla costa atlantica nord-africana, dopo il cosiddetto “golfo degli empori”, fossero esistite non meno di trecento città fenicie fondate dalla città di Tiro e distrutte dai Farusii e dai Nigriti[18]. Queste trecento città, se sono state realmente edificate e popolate, erano forse poste su antichi insediamenti degli Atlantii? Sono in relazione con il viaggio di Annone? Molte domande devono essere poste a questo punto. Certamente, solo una massiccia campagna di scavi preceduta da un accurato studio delle fonti potrebbe svelare non solo il mistero delle città fenicie finora mai ritrovate, ma anche della civiltà degli Atlantii. In questo senso, il passo tra quanto esposto e l’Atlantide di Platone è davvero breve…[19]



[1] Un riferimento fra tutti: Platone, Timeo (III 24e)

[2] La storia delle Amazzoni e degli Atlantii è contenuta in: Diodoro Siculo, “Biblioteca storica”, libro III paragrafi 52-61, pp.167-175, Sellerio Editore, Palermo 1988

[3] Cfr. ibid., libro III paragrafo 54, p.168

[4] Cfr. ibid., libro III paragrafo 56, p.171

[5] Uno fra tutti il best seller “Impronte degli dei” di Graham Hancock

[6] Il cui iniziatore fu appunto il filosofo/storico Evemero di Messene (IV-III secolo a.C.)

[7] Platone, Timeo ( III 25b) in “Platone – Opere Complete” volume sesto, p.363, Editori Laterza, Bari 1993

[8] Non è poi detto che dall’unione di questi primitivi gruppi umani con i resti degli abitanti di Atlantide non siano poi sorte quelle culture che hanno magistralmente dipinto le pareti rocciose dei grandi massicci montuosi posti nel cuore del deserto del Sahara. Fra i tanti stili emersi dallo studio di questa immensa opera d’arte preistorica basti ricordare quello delle cosiddette “teste rotonde”.

[9] Cfr. Diodoro Siculo, op. cit., libro III paragrafo 54, p.169

[10] Cfr. ibid., libro III paragrafo 54, p. 169

[11] Cfr. ibid., libro III paragrafo 55, p. 169

[12] Cfr. ibid., libro I paragrafo 23, p. 22.

[13] Si veda ad esempio: Erodoto, “Storie”, libro II paragrafi 43, 142-145

[14] Si veda il libro: G.P. Verbrugghe, J.M. Wickersham, “Berossos and Manetho”, The University of Michigan Press

[15] Si veda: “Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti” alla voce “Annone”, Treccani ; G. Battista Ramusio, “Navigazioni e viaggi”, volume primo, Einaudi Editore

[16] Cfr. G. Battista Ramusio, op. cit., volume primo, p.548, nota 3

[17] Cfr. ibid.

[18] Strabone, “Geografia”, libro XVII paragrafo 3,3, Edizioni dal Sud, Modugno 1999

[19] A mio avviso, va tenuto in considerazione il fatto che probabilmente i coloni di Atlantide, ovvero il popolo degli Atlantii, furono costretti a ricostruire le proprie città a seguito del cataclisma che provocò la scomparsa di Atlantide. Quindi probabilmente ciò che è attualmente possibile ritrovare sono gli insediamenti successivi alla fine della civiltà descritta da Platone. A causa dell’innalzamento del livello del mare e delle catastrofi coeve al tempo della fine dell’ultima glaciazione, le rovine delle colonie originarie degli Atlantidei potrebbero attualmente trovarsi in gran parte sotto il fondo del mare al largo della costa nord-Africana. Non si può comunque escludere che ne esistessero pure all’interno e che esse, sopravvissute alle calamità, in realtà siano le stesse città di cui ci parla Diodoro.

Fonte
http://www.acam.it/atlantis_plato.htm


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MessaggioInviato: 02/01/2011, 18:05 
I Misteri sommersi del Canale di Sicilia

1957, 2010: due occasioni in cui sono state individuate misteriose rovine sommerse sui fondali del Canale di Sicilia, tra l'isola di Linosa ed il Golfo della Sirte. Il pensiero istintivamente corre alle cittadine sommerse individuate alcune decine di anni fa al largo delle coste israeliane e risalenti al 6000 a. C. circa. Le ricerche geologiche d'altra parte confermano che vaste aree tra la Tunisia e la Sicilia, oggi in fondo al mare, erano allora all'asciutto e dunque potevano ospitare anche centri abitati. Forse anche il misterioso Lago Tritonide, sede del Regno delle Amazzoni, citato da molti autori antichi e sommerso dal mare, poteva corrispondere ad un lago tunisino ora non più esistente.


Nell'estate del 1957 il capitano Raimondo Bucher, esperto subacqueo effettuò insieme al fratello alcune immersioni presso l'Isola di Linosa. Secondo il suo resoconto all'agenzia "Italia" â€" riportato poi dal "Corriere della Sera" del 1 settembre dello stesso anno â€" i due sommozzatori si imbatterono in una vera e propria muraglia sommersa lunga un centinaio di metri e costituita da massi regolarmente squadrati che strapiombavano fino ad una profondità di 55-60 metri. "L'assoluta assurdità di questa regolare muraglia mi ha un poco meravigliato" â€" dichiarò poi Bucher â€" "e mi sono subito reso conto che quella formazione che mi stava davanti, tanto regolarmente disposta, non poteva essere della medesima natura vulcanica di cui è costituito il restante fondale del luogo".

L'ultimo giorno di immersione il comandante s'imbattè in qualcosa di ancora più curioso: "Una forma grossolanamente umana mi si delineò davanti: ad un'osservazione più attenta potei constatare che si trattava di una specie di idolo di tipo faraonico, molto rozzamente modellato. Tutte queste osservazioni (a parte la presenza di una grande quantità di anfore, le quali però possono essere, e probabilmente sono, i resti di qualche naufragio) mi hanno persuaso â€" ha continuato il capitano Bucher â€" di trovarmi in presenza delle vestigia di una civiltà antichissima".

Il capitano avrebbe anche scattato alcune fotografie subacquee â€" di cui per il momento si è persa traccia â€" non solo di una ma di ben due statue. Ciò che smorza l'istintivo atteggiamento di scetticismo adottato da chiunque prudentemente si sforzi di mantenere i piedi per terra di fronte a resoconti di questo genere è l'eccezionale personalità del protagonista. Raimondo Bucher, classe 1912, ungherese ma di padre italiano, iniziò come pilota aereonautico nell'aviazione italiana per poi cominciare ad interessarsi poco prima della Seconda Guerra Mondiale anche di attività subacquea. E' proprio in questo campo che fornì un gran numero di importanti contributi come inventore di nuovi dispositivi per le immersioni (un aliante subacqueo nel 1955, nuovi tipi di pinne nel 1957, erogatori "ad offerta" di ossigeno nel 1958, ecc.) e di custodie a tenuta stagna per macchine fotografiche e cinematografiche per le riprese in immersione (Arriflex 35 mm, Rectaflex 35 mm, Rolleifex 6ÃÂ#65533;6, Hasseblad 500 SW).

Nel 1952 esplorò il percorso sotterraneo del fiume Busento, nel 1956 scoprì la città sommersa di Baia nel Golfo di Napoli, mentre la scoperta e l'esplorazione di relitti sommersi sembravano quasi ordinaria amministrazione fino ad anni recenti: ancora nel 1995, alla rispettabile età di 84 anni, Bucher fece riprese video del relitto della famosa nave dei veleni, la Klearkos a 83 metri di profondità! Non è un caso che sia stato il primo a scendere a grande profondità in assenza di bombole e ad inventare la disciplina sportiva delle immersioni in apnea: nel 1950 scese a -30 metri nel Golfo di Napoli alla presenza di una commissione ufficiale, nel 1952 a -39 metri per poi subito dopo arrivare a -44 come risposta alle insinuazioni di irregolarità da parte di Jaques Ives Cousteau. Un personaggio straordinario non solo nel campo dell'attività subacquea, forse appartenente a tempi in cui tali personalità fuori dal comune erano meno rare di quanto non lo siano oggi, e che si è spento a Roma nel 2008.

E' veramente difficile dunque ritenere senza esitazione che Bucher e suo fratello avessero preso un abbaglio nelle acque di Linosa, e men che meno che si fossero inventati tutto per chissà quale scopo. In effetti i fondali di Linosa contengono anche alcune curiose formazioni sommerse dall'aspetto di muraglioni che da pochi metri di profondità precipitano a picco per diverse decine di metri, anche se vengono considerate di origine naturale. Non mancano neppure i resti di anfore greche e romane, frutto dei frequenti naufragi in quei tempi antichi. Tuttavia al momento non sembra vi siano tracce né di misteriose rovine, né tanto meno di statue o idoli faraonici.

Tutta questa storia dopo gli anni cinquanta sembrava essere stata dimenticata, ma proprio in questi ultimi tempi è tornata alla ribalta in seguito ad un'altra curiosa notizia.

Alla fine di gennaio del 2010 le agenzie di stampa hanno infatti battuto il seguente comunicato:

"Mezzi della Marina libica avrebbero scoperto, sui fondali al centro del Mar Mediterraneo, cospicue tracce d'interesse archeologico, tra cui anche i resti di diversi edifici di tipo urbano. Si tratta forse dei reperti dell'antica capitale di Atlantide?

Nei giorni scorsi, l'agenzia ufficiale di stampa della Jamahiriya ha pubblicato un comunicato dal quale, pur tra mille coperture, trapelava la notizia che resti di costruzioni di importanza notevole sarebbero stati individuati, nei mesi scorsi, a quasi 400 metri di profondità, sopra un fondale piuttosto basso. Il ritrovamento è avvenuto in alto mare, in una località che non viene esattamente rivelata, tra il Canale di Sicilia e le acque del Mediterraneo orientale. Frammenti di sculture, diversi oggetti metallici d'uso comune e la testa di Melqart (eroe semi-divino, assimilabile all'Eracle greco, dal quale discendeva la regalità nell'antico regno), sono stati portati a riva e sono ora allo studio presso i competenti uffici archeologici di Stato della Jamahiriya.

La località del ritrovamento è nota ai pescatori con il nomignolo di Deir ash Sheytan (la dimora di Satana) e anche, in lingua maltese, di Kadal Diawul, a causa delle notevoli perdite che il bassofondo ha sempre provocato alle reti ed ai bottini dei pescatori, poiché spesso le reti si strappano, dopo essersi impigliate in misteriosi oggetti sommersi.

La notizia appare di primaria importanza, perché la localizzazione sembra confermare alcuni studi su Atlantide, compiuti negli anni scorsi da un noto studioso italiano".

Lo studioso italiano in questione è Alberto Arecchi che localizza il sito della leggendaria isola platonica appunto nel Canale di Sicilia, mettendola in correlazione anche con le misteriose civiltà del Nord-Africa.

A distanza di quasi un anno le autorità archeologiche libiche non hanno ancora fornito ulteriori notizie in merito a questi ritrovamenti sommersi, che per la verità sulla base di quell'unico comunicato destano non poche perplessità. I frammenti di sculture, gli oggetti metallici di uso comune e la testa di una statua raffigurante il dio fenicio Melqart (che in virtù della sua precisa identificazione si intuisce debba presentarsi ancora in stato di buona conservazione) potrebbero in realtà appartenere ad un'antica nave punica affondata. Ma a destare molti dubbi sarebbero le presunte rovine sommerse ritrovate ad una così grande profondità (400 metri addirittura) e ad una certa distanza dalla costa, si presume nel Golfo della Sirte.

In tempi molto antichi, fino al VII â€" VI millennio a. C. il livello del Mar Mediterraneo era molto più basso rispetto ad oggi. Secondo le ricerche di esperti come ad es. Tjeerd van Andel, geologo dell'Università di Cambridge, superfici costiere oggi sommerse erano all'asciutto, molte attuali isole erano unite le une alle altre, ed alcune addirittura non lo erano ancora, poiché unite alla terraferma. Era questo il caso ad esempio delle attuali isole Egadi (al largo di Trapani) fuse in una vasta superficie asciutta del Canale di Sicilia a sua volta unita all'isola siciliana. Dall'altro versante anche le isole maltesi erano inglobate in un vasto promontorio unito alla parte meridionale sempre della Sicilia, mentre le coste tunisine erano molto più vicine al litorale siciliano incorporando anche le attuali Isole Pelagie: Pantelleria, Lampedusa, ed ovviamente anche Linosa. Anche la parte occidentale del Golfo della Sirte era in gran parte asciutto.

E' provato che in quei tempi remoti esisteva già la civiltà nelle regioni mediorientali : le rovine ed i numerosi reperti ad esempio della città anatolica di Catal-Uiuk, o di Gerico in Palestina risalenti anche all'VIII millennio a. C. stanno lì a dimostrarlo. Ed esistevano anche centri urbani costieri poi sommersi dall'innalzamento del mare. Al largo della città israeliana di Haifa ad una trentina di metri di profondità sono state infatti scoperte nel secolo scorso i resti di insediamenti grandi e piuttosto sofisticati risalenti al VII millennio a. C. Atlit-Yam, Neve-Yam, Megadim, ed altre ancora si dimostrano essere state cittadine costiere i cui abitanti erano dediti alla pesca oltre che al commercio di prodotti ittici, ed il cui livello di vita doveva essere tutt'altro che povero: le rovine presentano infatti edifici in muratura, magazzini ancora pieni di scorte, piazze lastricate, pozzi per l'acqua e luoghi di culto megalitici.

In teoria dunque anche nelle aree oggi sommerse, ma a quei tempi ancora all'asciutto, del Mediterraneo centrale ed occidentale, potevano esservi insediamenti di ogni dimensione ed importanza, ancora ovviamente tutti da scoprire. Ma è poco probabile che si trovino ad una profondità superiore a 90 â€" 100 metri, poiché come ci dicono le ricostruzioni geologiche tale è stata la portata dell'innalzamento dei mari in tutto il mondo in seguito allo scioglimento dei ghiacci alla fine dell'ultima era glaciale (e non è certo una misura di poco conto). In particolare le due sponde opposte del Canale di Sicilia â€" che doveva apparire più simile ad uno stretto, largo non più di 50 â€" 100 chilometri â€" certamente presentavano una geografia costiera ricca di golfi e approdi, favorevoli al sorgere di insediamenti urbani dediti alla pesca ed agli scambi, sia con le altre cittadine, sia con i gruppi di cacciatori/allevatori/coltivatori dell'entroterra. In conseguenza dello scioglimento dei ghiacci e della mutata situazione climatica, in quel remoto periodo anche le precipitazioni risultavano molto più abbondanti dovunque anche negli attuali territori desertici del Sahara. A sud di Tunisi si trovava un lago chiamato Ouargia dai geologi, e veniva alimentato da un fiume che dagli altopiani del Tassili â€" oggi assolutamente secchi e aridi â€" scorreva verso nord lungo un territorio allora molto più umido e fertile. In mezzo alle attuali sabbie ardenti dell'Algeria meridionale e del Mali settentrionale si stendevano grandi laghi azzurri chiamati dai geologi Taouat, Taoudenni, Azouak, ecc. Queste vaste zone umide, e le praterie che sostituivano l'attuale sabbia arida, richiamavano una gran quantità di specie animali cacciate dai numerosi gruppi umani presenti in tutto il Sahara, come testimoniato dai graffiti e dalle pitture rupestri che ci hanno lasciato in molte parti del grande deserto, come ad esempio proprio negli altopiani del Tassili.

Il fiume che nasceva da questi altopiani in pieno Sahara sfociava come si è detto in un grande lago nell'attuale Tunisia, l'Ouargia appunto. Questo poteva in realtà essere il misterioso Tritonide â€" lago o "palude" â€" di cui parlano molti scrittori antichi, da Apollonio di Rodi nelle "Argonautiche" a Scilace di Carianda, Erodoto e Diodoro Siculo. Quest'ultimo riporta sorprendenti notizie ricavate a sua volta da un testo perduto del II sec. a. C. di un certo Dioniso Scitobrachione di Alessandria, il quale affermava che il lago in questione era il regno delle Amazzoni della Libia (nel senso di Nord-Africa) molto più antiche e ben distinte (Diodoro ci tiene a sottolinearlo) dalle più famose Amazzoni incontrate dagli Argonati nel Ponto, l'attuale Turchia settentrionale. Il regno nordafricano delle Amazzoni era "un paese ad Occidente agli estremi confini della Terra, governato da donne che avevano uno stile di vita dissimile dal nostro. Infatti era costume di queste donne coltivare con impegno l'esercizio della guerra per conservarsi vergini. Poi passati gli anni dedicati all'attività militare, si univano agli uomini per procreare. Soltanto loro però governavano, comandavano ed esercitavano i pubblici uffici. Gli uomini, come le donne sposate da noi, conducevano una vita casalinga, eseguendo gli ordini delle loro spose e non curandosi né dell'attività militare né del governo del regno. Non appena i bambini nascevano le donne li consegnavano agli uomini affinchè li nutrissero con latte ed altri cibi adatti all'infanzia. Alle bambine bruciavano le mammelle affinchè non crescessero, convinte che fossero di impedimento nei combattimenti. Per questo venivano chiamate "Amazzoni", ovvero senza mammelle. Vivevano su di un'isola la quale per il fatto di trovarsi ad occidente era chiamata Esperia, ed era situata nella palude Tritonide, vicino all'Oceano [il Mar Mediterraneo?] che prende il nome dal fiume Tritone che in esso affluisce. Si dice che questa palude fosse ai confini dell'Etiopia [il Magreb?] vicino ad un monte, presso l'Oceano, chiamato dai Greci Atlante, che sorpassava in altezza tutti gli altri. L'isola appena citata era ben grande, e piena di alberi da frutto di vario genere, da cui la gente del paese si procurava cibo…" (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro III). Diodoro continua narrando di come le donne guerriere riuscirono a sottomettere le località vicine tranne una città sacra di nome Mene, vicina ad un grande vulcano attivo che forniva anche Ossidiana ed altri minerali. Poi dopo avere sconfitto anche i Libi e i nomadi dell'interno, fondarono anche una grande città di nome Cherroneso sempre nella loro isola all'interno del Lago Tritonide. Sempre secondo lo storico di Agira tuttavia, isola e città scomparvero successivamente insieme a tutto il lago sommersi dalle acque del Mediterraneo allorchè il mare irruppe nel bacino di acqua dolce in seguito ad un forte terremoto. Proprio sul racconto dello storico siciliano, tra l'altro, si basa la ricostruzione del prof. Alberto Arecchi.

Diodoro Siculo si rendeva perfettamente conto che una storia come questa poteva sembrare fantasiosa già ai lettori dei suoi tempi, ma â€" a parte donne guerriere e città sommerse â€" i più recenti studi geologici nel Canale di Sicilia sembrano dargli ragione, come abbiamo visto. Nonostante vi sia chi identifichi il regno delle Amazzoni con le Isole Canarie, se è vero che il Lago Tritonide corrispondeva con l'antico lago tunisino di Ouargia e si trovava nella parte un tempo emersa del Golfo della Sirte, sia terremoti che innalzamento del Mediterraneo provocarono dopo il 6000 a. C. anche il suo inabissamento, lasciando in superficie solo i picchi più alti come le attuali Isole Pelagie, ovvero Lampedusa, Linosa e Pantelleria, quest'ultima all'epoca un vulcano attivo che forniva anche Ossidiana lavorata ed esportata nei millenni successivi in tutto il Mediterraneo Occidentale.

Comunque sia, dalla parte opposta dell'attuale Tunisia, analoghe testimonianze di arte rupestre rinvenute nelle grotte siciliane dimostrano una similare attività di gruppi umani preistorici dell'entroterra dediti alla caccia e alla raccolta/coltivazione di piante commestibili. Nella Grotta dell'Uzzonella Riserva naturale dello Zingaro (fra Palermo e Trapani) ed in altre vicine, oltre ad interessanti graffiti sono state rinvenute chiare prove dell'arrivo delle nuove tecniche agricole da sud, ovvero dalla prospicente costa africana, anziché da oriente. Sulle pareti della Grotta del Genovese nell'Isola di Levanzo (Egadi), sono state rinvenute oltre a tre sagome umane impegnate in una danza, anche l'immagine pittorica di un tonno, segno che la pesca veniva praticata nella zona, anche se probabilmente non da chi frequentava abitualmente quelle grotte. Non è escluso infatti che lungo le antiche linee costiere della Sicilia vi fossero numerosi insediamenti, che oggi si trovano in fondo al mare. Quest'ultimo poi finì per invadere inesorabilmente i campi e le eventuali città spinto dallo scioglimento dei ghiacci polari, anche se certamente non solo per questo motivo, come possono dimostrare le rovine sommerse di un'altra città a noi molto più vicina nel tempo.

Un paio di mesi prima dell'annuncio da parte delle autorità libiche del ritrovamento delle rovine sommerse a grandi profondità, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana all'inizio del dicembre 2009 dava notizia della scoperta di un'antica città romana tardo-imperiale sommersa nei bassi fondali della Cirenaica, nel Golfo di Bomba. Un gruppo di archeologi italiani diretti da Sebastiano Tusa, mentre erano impegnati già da qualche anno in un progetto di ricognizione archeologica lungo le coste libiche â€" ArCoLibia (Archeologia Costiera della Libia) â€" si trovarono improvvisamente di fronte a resti di case, strade, tombe, sommersi ad una profondità di appena tre metri sotto la superficie marina. L'insediamento rimase vittima di un fenomeno geologico noto come bradisimo negativo, caratterizzato da un lento abbassamento della superficie costiera (proprio come ad esempio nel caso di Venezia). Ma segni di impatti violenti in alcuni muri di mattoni che risultano addirittura spostati fanno sospettare che la città prima di essere vinta dalle maree sempre più alte, venne devastata anche dallo tsunami che si abbattè in tutto il Mediterraneo centrale e orientale nel 365 d. C., recando danni anche ad esempio a diversi porti siciliani come Eraclea Minoa nei pressi dell'attuale Sciacca. Responsabile di quella catastrofe fu probabilmente un non meglio identificato terremoto sottomarino, ma qualche geologo avanza anche l'ipotesi di una violenta eruzione subacquea dell'Empedocle, il grande vulcano sommerso scoperto appena da pochi anni nelle profondità del Canale di Sicilia.

Innalzamento dei mari, bradisismi, terremoti, tsunami, contribuirono certamente a rendere estremamente difficile e precaria la vita di quelle antichissime città marittime probabilmente esistenti tra il 9000 ed 6000 a. C. nelle superfici oggi sommerse tra Sicilia e Africa. Senza contare che non passarono certamente indenni di fronte alla tremenda prova costituita dalla "catastrofe delle catastrofi": l'imponente e distruttivo megatsunami scatenato in tutto il Mediterraneo Centrale e Orientale dal crollo nel Mar Jonio del fianco est dell'Etna, proprio intorno al 6000 a. C. Le gigantesche ondate alte anche, secondo i calcoli dei ricercatori, più di 40 metri, si abbatterono anche lungo le coste africane del Golfo della Sirte e di riflesso â€" secondo quanto stabilito dalle simulazioni al computer â€" rimbalzarono verso le restanti coste siciliane e tunisine del Canale di Sicilia. Non è troppo fantasioso immaginare che quelle ipotetiche città subissero gravissimi lutti e danni soprattutto alla loro attività economica e commerciale, cadendo in rovina anche prima che l'inesorabile innalzamento del mare li ricoprisse.

In conclusione, c'è più di un motivo dunque per ritenere che il Capitano Bucher più di cinquant'anni fa abbia realmente scoperto una di queste antichissime città sommerse nei fondali di Linosa. E che analogamente anche i sommozzatori libici nel gennaio del 2010 ne abbiano localizzato un'altra nel Golfo della Sirte. Molto probabilmente tuttavia, non saranno le uniche presenti in fondo al Canale di Sicilia.

http://www.antikitera.net/news.asp?id=9711&T=2


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Gli Americani negli anni, hanno fatto man bassa di milioni di reperti Archeologici in fondo al mare in quest'area del Canale di Sicilia,con navi e sottomarini ben attrezzati.
http://www.divermac.it/id11.htm


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Cita:
bleffort ha scritto:

Gli Americani negli anni, hanno fatto man bassa di milioni di reperti Archeologici in fondo al mare in quest'area del Canale di Sicilia,con navi e sottomarini ben attrezzati.
http://www.divermac.it/id11.htm

In particolare:
Archeologia Subacquea e Diritto Internazionale

Attenti a quel sottomarino
Giustamente non accenna a placarsi l'eco della scandalosa vicenda del sommergibile americano che nel Canale di Sicila ha prelevato antichi reperti. Quanto è accaduto è offensivo dell'archeologia e della dignità degli stati mediterranei.
di Domenico Macaluso
articolo pubblicato sul numero 67 (gen.-feb. 1998) della rivista Archeologia Viva


La scorsa estate è accaduto un episodio che, per arroganza, superficialità e impudenza ha sconvolto molti di noi. Il 19 luglio il Tg1 annunciava che su Linea Blu sarebbero state mostrate, in esclusiva, immagini subacquee del Canale di Sicilia riprese da un sommergibile nucleare americano: protagonista Robert Ballard, il noto geologo americano, famoso per aver ritrovato la corazzata tedesca Bismark e il transatlantico Titanic. Le immagini "spettacolari" in realtà erano scioccanti: il pur sofisticato, ma sempre meccanico, braccio di un robot, stravolgendo ogni riferimento stratigrafico e contro ogni più elementare regola di scavo archeologico, prelevava anfore dal sito di un antico naufragio, per deporle in un cesto metallico dove giacevano altri reperti raccolti in precedenza.
IL SEMPLICE RECUPERO NON FA ARCHEOLOGIA. Un relitto non è soltanto un "dispenser" di anfore. Analizzando correttamente i resti di un'antica imbarcazione, si possono ottenere reperti e informazioni ancor più interessanti, come notizie sulla vita di bordo, sull'architettura navale e sulla tecnica di costruzione, sulla natura e destinazione delle merci trasportate, sulle tecniche e gli strumenti di navigazione e sull'eventuale armamento di bordo. Per ottenere questo bisogna ricorrere a procedure razionali, che prevedono il rilevamento del sito sommerso, la registrazione fotografica, l'eventuale elaborazione digitale e quindi, solo se necessario, visto che l'orientamento della moderna archeologia marina è di tipo conservativo, lo scavo.
L'archeologo che si accinge a tali operazioni ha un'enorme responsabilità, poiché lo scavo è una procedura traumatica e irreversibile. Tutto ciò può essere una novità per un profano, ma non può essere ignorato da uno scienziato quando si trova davanti un antico relitto: addirittura insieme a Ballard c'era uno staff di archeologi, diretti da Anna Marguerite Mac Cann, compreso l'archeologo inglese jonathan Adams, immortalato in una foto pubblicata da "The Times", mentre accanto a Ballard osserva attraverso i monitors l'abilità con cui il robot Jason (un veicolo teleguidato del tipo "rov") prende reperti dai relitti. Ecco perché è gravissimo quello che è successo nel Canale di Sicilia. Forse il tertnine "saccheggio" può risultare eccessivo, ma non trovo una definizione meno forte per lo scempio perpetrato ai danni non di uno, ma di circa otto relitti, mediante il braccio articolato del Jason, che annaspava tra delicatissimi sedimenti per recuperare morbosamente oltre cento reperti. Ma di chi erano quei reperti? Di chiunque avesse la capacità strumentale di accedervi?
IN BARBA ALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI - Nel corso della terza conferenza delle Nazioni unite sulla nuova regolamentazione del Diritto del mare, durante la quale nel 1982 veniva ratificata la cosiddetta Convenzione di Montego Bay, furono stabilite nuove regole. Il limite delle acque territoriali è stato fissato a 12 miglia dalla costa, ma a 24 miglia viene fissato un altro importante limite, quello della Zona contigua marittima, a cui la Convenzione estende il potere territoriale costiero di uno Stato per quanto riguarda il suo patrimonio culturale. La rimozione senza autorizzazione di reperti archeologici in quest'area costituisce una violazione del territorio dello Stato (art. 33). Tale Zona contigua marittima deve essere dichiarata unilateralmente dallo Stato interessato; purtroppo l'Italia, nonostante il grande patrimonio subacqueo da tutelare, non l'ha ancora fatto.
Accanto alle tradizionali Acque interne e territoriali, sottoposte al controllo e al potere dello Stato costiero, e al Mare libero, è stata definita una Area internazionale che inizia a duecento miglia dalla costa (art. 49). Nel pianificare una ricerca, anche sulla piattaforma continentale, bisogna avere il consenso dello Stato costiero, che non lo negherà, se la richiesta proviene da un organismo scientifico qualificato. Non bisogna infine trascurare che il Mediterraneo è considerato dalla Convenzione un "mare chiuso o semichiuso" (art. 122) cioè circondato da molti Stati costieri. Secondo l'art. 123, gli Stati che vi si affacciano dovrebbero coordinare le loro politiche di ricerca scientifica, mentre quelli estemi devono fare richiesta di ricerca motivata e precisa a uno stato costiero, che può partecipare alla spedizione con propri scienziati. Bastava dunque che gli organizzatori della spedizione Ballard avessero chiesto l'autorizzazione all'Italia o alla Tunisia e tutto sarebbe stato "regolare", almeno dal punto giuridico.
(nella foto il libro di G.Allotta e D.Macaluso Archeologia Marina e Diritto del Mare).



BALLARD DOVREBBE RESTITUIRE I REPERTI. Il fatto grave è che la missione, da quel che hanno mostrato le immagini televisive, non era di semplice mappatura dei siti, ma di prelievo di reperti e l'art. 253 defia Convenzione di Montego Bay recita che lo Stato costiero può chiedere la sospensione della ricerca, se il richiedente non adempie a quanto specificato nella richiesta. Non è dunque una giustificazione asserire che il tutto si sia svolto in acque intemazionali, poiché gli oggetti sommersi in quest'area, devono essere considerati patrimonio dell'umanità e sono sottoposti al controllo di un'Autorità intemazionale, che ha il compito di tutelarli. Per conto di quale autorità intemazionale Robert Ballard prelevava materiale archeologico? L'art. 149 della Convenzione recita: "Tutti gli oggetti di carattere archeologico o storico trovati entro le 200 miglia sono conservati o ceduti nell'interesse dell'umanità intera, tenuto conto in particolare dei diritti preferenziali dello Stato o del Paese d'origine, o dello Stato d'origine culturale, o ancora deflo Stato d'origine storica o archeologico".
Chi può bloccare questi atti di imperialismo archeologico? Probabilmente solo le Nazioni unite, che dovrebbero vigilare sul rispetto della Convenzione, ma soprattutto gli stati costieri del Mediterraneo, che dovrebbero attenersi al già citato articolo 123, coordinando le loro politiche di ricerca scientifica. La stampa americana, compiaciuta per una missione che arricchiva di reperti archeologici gli Usa, poveri sotto questo aspetto, ha osannato Robert Ballard, definendolo novello Indiana jones, l'eroe hollywoodiano che impersona un archeologo rampante a caccia di tesori.
Per favore, fermiamolo!


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MessaggioInviato: 09/01/2011, 23:53 
I MISTERI SOMMERSI DEL CANALE DI SICILIA

1957, 2010: due occasioni in cui sono state individuate misteriose rovine sommerse sui fondali del Canale di Sicilia, tra l'isola di Linosa ed il Golfo della Sirte. Il pensiero istintivamente corre alle cittadine sommerse individuate alcune decine di anni fa al largo delle coste israeliane e risalenti al 6000 a. C. circa. Le ricerche geologiche d'altra parte confermano che vaste aree tra la Tunisia e la Sicilia, oggi in fondo al mare, erano allora all'asciutto e dunque potevano ospitare anche centri abitati. Forse anche il misterioso Lago Tritonide, sede del Regno delle Amazzoni, citato da molti autori antichi e sommerso dal mare, poteva corrispondere ad un lago tunisino ora non più esistente.

Nell'estate del 1957 il capitano Raimondo Bucher, esperto subacqueo effettuò insieme al fratello alcune immersioni presso l'Isola di Linosa. Secondo il suo resoconto all'agenzia "Italia" - riportato poi dal "Corriere della Sera" del 1 settembre dello stesso anno â€" i due sommozzatori si imbatterono in una vera e propria muraglia sommersa lunga un centinaio di metri e costituita da massi regolarmente squadrati che strapiombavano fino ad una profondità di 55-60 metri. "L'assoluta assurdità di questa regolare muraglia mi ha un poco meravigliato" â€" dichiarò poi Bucher â€" "e mi sono subito reso conto che quella formazione che mi stava davanti, tanto regolarmente disposta, non poteva essere della medesima natura vulcanica di cui è costituito il restante fondale del luogo".

L'ultimo giorno di immersione il comandante s'imbattè in qualcosa di ancora più curioso: "Una forma grossolanamente umana mi si delineò davanti: ad un'osservazione più attenta potei constatare che si trattava di una specie di idolo di tipo faraonico, molto rozzamente modellato. Tutte queste osservazioni (a parte la presenza di una grande quantità di anfore, le quali però possono essere, e probabilmente sono, i resti di qualche naufragio) mi hanno persuaso â€" ha continuato il capitano Bucher â€" di trovarmi in presenza delle vestigia di una civiltà antichissima".

Il capitano avrebbe anche scattato alcune fotografie subacquee â€" di cui per il momento si è persa traccia - non solo di una ma di ben due statue. Ciò che smorza l'istintivo atteggiamento di scetticismo adottato da chiunque prudentemente si sforzi di mantenere i piedi per terra di fronte a resoconti di questo genere è l'eccezionale personalità del protagonista. Raimondo Bucher, classe 1912, ungherese ma di padre italiano, iniziò come pilota aereonautico nell'aviazione italiana per poi cominciare ad interessarsi poco prima della Seconda Guerra Mondiale anche di attività subacquea. E' proprio in questo campo che fornì un gran numero di importanti contributi come inventore di nuovi dispositivi per le immersioni (un aliante subacqueo nel 1955, nuovi tipi di pinne nel 1957, erogatori "ad offerta" di ossigeno nel 1958, ecc.) e di custodie a tenuta stagna per macchine fotografiche e cinematografiche per le riprese in immersione (Arriflex 35 mm, Rectaflex 35 mm, Rolleifex 6x6, Hasseblad 500 SW).

Nel 1952 esplorò il percorso sotterraneo del fiume Busento, nel 1956 scoprì la città sommersa di Baia nel Golfo di Napoli, mentre la scoperta e l'esplorazione di relitti sommersi sembravano quasi ordinaria amministrazione fino ad anni recenti: ancora nel 1995, alla rispettabile età di 84 anni, Bucher fece riprese video del relitto della famosa nave dei veleni, la Klearkos a 83 metri di profondità! Non è un caso che sia stato il primo a scendere a grande profondità in assenza di bombole e ad inventare la disciplina sportiva delle immersioni in apnea: nel 1950 scese a -30 metri nel Golfo di Napoli alla presenza di una commissione ufficiale, nel 1952 a -39 metri per poi subito dopo arrivare a -44 come risposta alle insinuazioni di irregolarità da parte di Jaques Ives Cousteau. Un personaggio straordinario non solo nel campo dell'attività subacquea, forse appartenente a tempi in cui tali personalità fuori dal comune erano meno rare di quanto non lo siano oggi, e che si è spento a Roma nel 2008.

E' veramente difficile dunque ritenere senza esitazione che Bucher e suo fratello avessero preso un abbaglio nelle acque di Linosa, e men che meno che si fossero inventati tutto per chissà quale scopo. In effetti i fondali di Linosa contengono anche alcune curiose formazioni sommerse dall'aspetto di muraglioni che da pochi metri di profondità precipitano a picco per diverse decine di metri, anche se vengono considerate di origine naturale. Non mancano neppure i resti di anfore greche e romane, frutto dei frequenti naufragi in quei tempi antichi. Tuttavia al momento non sembra vi siano tracce né di misteriose rovine, né tanto meno di statue o idoli faraonici.

Tutta questa storia dopo gli anni cinquanta sembrava essere stata dimenticata, ma proprio in questi ultimi tempi è tornata alla ribalta in seguito ad un'altra curiosa notizia.

Alla fine di gennaio del 2010 le agenzie di stampa hanno infatti battuto il seguente comunicato:

"Mezzi della Marina libica avrebbero scoperto, sui fondali al centro del Mar Mediterraneo, cospicue tracce d'interesse archeologico, tra cui anche i resti di diversi edifici di tipo urbano. Si tratta forse dei reperti dell'antica capitale di Atlantide?

Nei giorni scorsi, l'agenzia ufficiale di stampa della Jamahiriya ha pubblicato un comunicato dal quale, pur tra mille coperture, trapelava la notizia che resti di costruzioni di importanza notevole sarebbero stati individuati, nei mesi scorsi, a quasi 400 metri di profondità, sopra un fondale piuttosto basso. Il ritrovamento è avvenuto in alto mare, in una località che non viene esattamente rivelata, tra il Canale di Sicilia e le acque del Mediterraneo orientale. Frammenti di sculture, diversi oggetti metallici d'uso comune e la testa di Melqart (eroe semi-divino, assimilabile all'Eracle greco, dal quale discendeva la regalità nell'antico regno), sono stati portati a riva e sono ora allo studio presso i competenti uffici archeologici di Stato della Jamahiriya.

La località del ritrovamento è nota ai pescatori con il nomignolo di Deir ash Sheytan (la dimora di Satana) e anche, in lingua maltese, di Kadal Diawul, a causa delle notevoli perdite che il bassofondo ha sempre provocato alle reti ed ai bottini dei pescatori, poiché spesso le reti si strappano, dopo essersi impigliate in misteriosi oggetti sommersi.

La notizia appare di primaria importanza, perché la localizzazione sembra confermare alcuni studi su Atlantide, compiuti negli anni scorsi da un noto studioso italiano".

Lo studioso italiano in questione è Alberto Arecchi che localizza il sito della leggendaria isola platonica appunto nel Canale di Sicilia, mettendola in correlazione anche con le misteriose civiltà del Nord-Africa.

A distanza di quasi un anno le autorità archeologiche libiche non hanno ancora fornito ulteriori notizie in merito a questi ritrovamenti sommersi, che per la verità sulla base di quell'unico comunicato destano non poche perplessità. I frammenti di sculture, gli oggetti metallici di uso comune e la testa di una statua raffigurante il dio fenicio Melqart (che in virtù della sua precisa identificazione si intuisce debba presentarsi ancora in stato di buona conservazione) potrebbero in realtà appartenere ad un'antica nave punica affondata. Ma a destare molti dubbi sarebbero le presunte rovine sommerse ritrovate ad una così grande profondità (400 metri addirittura) e ad una certa distanza dalla costa, si presume nel Golfo della Sirte.In tempi molto antichi, fino al VII â€" VI millennio a. C. il livello del Mar Mediterraneo era molto più basso rispetto ad oggi. Secondo le ricerche di esperti come ad es. Tjeerd van Andel, geologo dell'Università di Cambridge, superfici costiere oggi sommerse erano all'asciutto, molte attuali isole erano unite le une alle altre, ed alcune addirittura non lo erano ancora, poiché unite alla terraferma. Era questo il caso ad esempio delle attuali isole Egadi (al largo di Trapani) fuse in una vasta superficie asciutta del Canale di Sicilia a sua volta unita all'isola siciliana. Dall'altro versante anche le isole maltesi erano inglobate in un vasto promontorio unito alla parte meridionale sempre della Sicilia, mentre le coste tunisine erano molto più vicine al litorale siciliano incorporando anche le attuali Isole Pelagie: Pantelleria, Lampedusa, ed ovviamente anche Linosa. Anche la parte occidentale del Golfo della Sirte era in gran parte asciutto.

E' provato che in quei tempi remoti esisteva già la civiltà nelle regioni mediorientali : le rovine ed i numerosi reperti ad esempio della città anatolica di Catal-Uiuk, o di Gerico in Palestina risalenti anche all'VIII millennio a. C. stanno lì a dimostrarlo. Ed esistevano anche centri urbani costieri poi sommersi dall'innalzamento del mare. Al largo della città israeliana di Haifa ad una trentina di metri di profondità sono state infatti scoperte nel secolo scorso i resti di insediamenti grandi e piuttosto sofisticati risalenti al VII millennio a. C. Atlit-Yam, Neve-Yam, Megadim, ed altre ancora si dimostrano essere state cittadine costiere i cui abitanti erano dediti alla pesca oltre che al commercio di prodotti ittici, ed il cui livello di vita doveva essere tutt'altro che povero: le rovine presentano infatti edifici in muratura, magazzini ancora pieni di scorte, piazze lastricate, pozzi per l'acqua e luoghi di culto megalitici.

In teoria dunque anche nelle aree oggi sommerse, ma a quei tempi ancora all'asciutto, del Mediterraneo centrale ed occidentale, potevano esservi insediamenti di ogni dimensione ed importanza, ancora ovviamente tutti da scoprire. Ma è poco probabile che si trovino ad una profondità superiore a 90 â€" 100 metri, poiché come ci dicono le ricostruzioni geologiche tale è stata la portata dell'innalzamento dei mari in tutto il mondo in seguito allo scioglimento dei ghiacci alla fine dell'ultima era glaciale (e non è certo una misura di poco conto). In particolare le due sponde opposte del Canale di Sicilia â€" che doveva apparire più simile ad uno stretto, largo non più di 50 â€" 100 chilometri â€" certamente presentavano una geografia costiera ricca di golfi e approdi, favorevoli al sorgere di insediamenti urbani dediti alla pesca ed agli scambi, sia con le altre cittadine, sia con i gruppi di cacciatori/allevatori/coltivatori dell'entroterra. In conseguenza dello scioglimento dei ghiacci e della mutata situazione climatica, in quel remoto periodo anche le precipitazioni risultavano molto più abbondanti dovunque anche negli attuali territori desertici del Sahara. A sud di Tunisi si trovava un lago chiamato Ouargia dai geologi, e veniva alimentato da un fiume che dagli altopiani del Tassili â€" oggi assolutamente secchi e aridi â€" scorreva verso nord lungo un territorio allora molto più umido e fertile. In mezzo alle attuali sabbie ardenti dell'Algeria meridionale e del Mali settentrionale si stendevano grandi laghi azzurri chiamati dai geologi Taouat, Taoudenni, Azouak, ecc. Queste vaste zone umide, e le praterie che sostituivano l'attuale sabbia arida, richiamavano una gran quantità di specie animali cacciate dai numerosi gruppi umani presenti in tutto il Sahara, come testimoniato dai graffiti e dalle pitture rupestri che ci hanno lasciato in molte parti del grande deserto, come ad esempio proprio negli altopiani del Tassili.

Il fiume che nasceva da questi altopiani in pieno Sahara sfociava come si è detto in un grande lago nell'attuale Tunisia, l'Ouargia appunto. Questo poteva in realtà essere il misterioso Tritonide â€" lago o "palude" - di cui parlano molti scrittori antichi, da Apollonio di Rodi nelle "Argonautiche" a Scilace di Carianda, Erodoto e Diodoro Siculo. Quest'ultimo riporta sorprendenti notizie ricavate a sua volta da un testo perduto del II sec. a. C. di un certo Dioniso Scitobrachione di Alessandria, il quale affermava che il lago in questione era il regno delle Amazzoni della Libia (nel senso di Nord-Africa) molto più antiche e ben distinte (Diodoro ci tiene a sottolinearlo) dalle più famose Amazzoni incontrate dagli Argonati nel Ponto, l'attuale Turchia settentrionale. Il regno nordafricano delle Amazzoni era "un paese ad Occidente agli estremi confini della Terra, governato da donne che avevano uno stile di vita dissimile dal nostro. Infatti era costume di queste donne coltivare con impegno l'esercizio della guerra per conservarsi vergini. Poi passati gli anni dedicati all'attività militare, si univano agli uomini per procreare. Soltanto loro però governavano, comandavano ed esercitavano i pubblici uffici. Gli uomini, come le donne sposate da noi, conducevano una vita casalinga, eseguendo gli ordini delle loro spose e non curandosi né dell'attività militare né del governo del regno. Non appena i bambini nascevano le donne li consegnavano agli uomini affinchè li nutrissero con latte ed altri cibi adatti all'infanzia. Alle bambine bruciavano le mammelle affinchè non crescessero, convinte che fossero di impedimento nei combattimenti. Per questo venivano chiamate "Amazzoni", ovvero senza mammelle. Vivevano su di un'isola la quale per il fatto di trovarsi ad occidente era chiamata Esperia, ed era situata nella palude Tritonide, vicino all'Oceano [il Mar Mediterraneo?] che prende il nome dal fiume Tritone che in esso affluisce. Si dice che questa palude fosse ai confini dell'Etiopia [il Magreb?] vicino ad un monte, presso l'Oceano, chiamato dai Greci Atlante, che sorpassava in altezza tutti gli altri. L'isola appena citata era ben grande, e piena di alberi da frutto di vario genere, da cui la gente del paese si procurava cibo..." (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro III). Diodoro continua narrando di come le donne guerriere riuscirono a sottomettere le località vicine tranne una città sacra di nome Mene, vicina ad un grande vulcano attivo che forniva anche Ossidiana ed altri minerali. Poi dopo avere sconfitto anche i Libi e i nomadi dell'interno, fondarono anche una grande città di nome Cherroneso sempre nella loro isola all'interno del Lago Tritonide. Sempre secondo lo storico di Agira tuttavia, isola e città scomparvero successivamente insieme a tutto il lago sommersi dalle acque del Mediterraneo allorchè il mare irruppe nel bacino di acqua dolce in seguito ad un forte terremoto. Proprio sul racconto dello storico siciliano, tra l'altro, si basa la ricostruzione del prof. Alberto Arecchi.

Diodoro Siculo si rendeva perfettamente conto che una storia come questa poteva sembrare fantasiosa già ai lettori dei suoi tempi, ma â€" a parte donne guerriere e città sommerse â€" i più recenti studi geologici nel Canale di Sicilia sembrano dargli ragione, come abbiamo visto. Nonostante vi sia chi identifichi il regno delle Amazzoni con le Isole Canarie, se è vero che il Lago Tritonide corrispondeva con l'antico lago tunisino di Ouargia e si trovava nella parte un tempo emersa del Golfo della Sirte, sia terremoti che innalzamento del Mediterraneo provocarono dopo il 6000 a. C. anche il suo inabissamento, lasciando in superficie solo i picchi più alti come le attuali Isole Pelagie, ovvero Lampedusa, Linosa e Pantelleria, quest'ultima all'epoca un vulcano attivo che forniva anche Ossidiana lavorata ed esportata nei millenni successivi in tutto il Mediterraneo Occidentale.Comunque sia, dalla parte opposta dell'attuale Tunisia, analoghe testimonianze di arte rupestre rinvenute nelle grotte siciliane dimostrano una similare attività di gruppi umani preistorici dell'entroterra dediti alla caccia e alla raccolta/coltivazione di piante commestibili. Nella Grotta dell'Uzzo nella Riserva naturale dello Zingaro (fra Palermo e Trapani) ed in altre vicine, oltre ad interessanti graffiti sono state rinvenute chiare prove dell'arrivo delle nuove tecniche agricole da sud, ovvero dalla prospicente costa africana, anziché da oriente. Sulle pareti della Grotta del Genovese nell'Isola di Levanzo (Egadi), sono state rinvenute oltre a tre sagome umane impegnate in una danza, anche l'immagine pittorica di un tonno, segno che la pesca veniva praticata nella zona, anche se probabilmente non da chi frequentava abitualmente quelle grotte. Non è escluso infatti che lungo le antiche linee costiere della Sicilia vi fossero numerosi insediamenti, che oggi si trovano in fondo al mare. Quest'ultimo poi finì per invadere inesorabilmente i campi e le eventuali città spinto dallo scioglimento dei ghiacci polari, anche se certamente non solo per questo motivo, come possono dimostrare le rovine sommerse di un'altra città a noi molto più vicina nel tempo.

Un paio di mesi prima dell'annuncio da parte delle autorità libiche del ritrovamento delle rovine sommerse a grandi profondità, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana all'inizio del dicembre 2009 dava notizia della scoperta di un'antica città romana tardo-imperiale sommersa nei bassi fondali della Cirenaica, nel Golfo di Bomba. Un gruppo di archeologi italiani diretti da Sebastiano Tusa, mentre erano impegnati già da qualche anno in un progetto di ricognizione archeologica lungo le coste libiche - ArCoLibia (Archeologia Costiera della Libia) â€" si trovarono improvvisamente di fronte a resti di case, strade, tombe, sommersi ad una profondità di appena tre metri sotto la superficie marina. L'insediamento rimase vittima di un fenomeno geologico noto come bradisimo negativo, caratterizzato da un lento abbassamento della superficie costiera (proprio come ad esempio nel caso di Venezia). Ma segni di impatti violenti in alcuni muri di mattoni che risultano addirittura spostati fanno sospettare che la città prima di essere vinta dalle maree sempre più alte, venne devastata anche dallo tsunami che si abbattè in tutto il Mediterraneo centrale e orientale nel 365 d. C., recando danni anche ad esempio a diversi porti siciliani come Eraclea Minoa nei pressi dell'attuale Sciacca. Responsabile di quella catastrofe fu probabilmente un non meglio identificato terremoto sottomarino, ma qualche geologo avanza anche l'ipotesi di una violenta eruzione subacquea dell'Empedocle, il grande vulcano sommerso scoperto appena da pochi anni nelle profondità del Canale di Sicilia.

Innalzamento dei mari, bradisismi, terremoti, tsunami, contribuirono certamente a rendere estremamente difficile e precaria la vita di quelle antichissime città marittime probabilmente esistenti tra il 9000 ed 6000 a. C. nelle superfici oggi sommerse tra Sicilia e Africa. Senza contare che non passarono certamente indenni di fronte alla tremenda prova costituita dalla "catastrofe delle catastrofi": l'imponente e distruttivo megatsunami scatenato in tutto il Mediterraneo Centrale e Orientale dal crollo nel Mar Jonio del fianco est dell'Etna, proprio intorno al 6000 a. C. Le gigantesche ondate alte anche, secondo i calcoli dei ricercatori, più di 40 metri, si abbatterono anche lungo le coste africane del Golfo della Sirte e di riflesso â€" secondo quanto stabilito dalle simulazioni al computer â€" rimbalzarono verso le restanti coste siciliane e tunisine del Canale di Sicilia. Non è troppo fantasioso immaginare che quelle ipotetiche città subissero gravissimi lutti e danni soprattutto alla loro attività economica e commerciale, cadendo in rovina anche prima che l'inesorabile innalzamento del mare li ricoprisse.

In conclusione, c'è più di un motivo dunque per ritenere che il Capitano Bucher più di cinquant'anni fa abbia realmente scoperto una di queste antichissime città sommerse nei fondali di Linosa. E che analogamente anche i sommozzatori libici nel gennaio del 2010 ne abbiano localizzato un'altra nel Golfo della Sirte. Molto probabilmente tuttavia, non saranno le uniche presenti in fondo al Canale di Sicilia.

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IMPOSSIBILITA' GEOGRAFICHE E LA SOLUZIONE DELL'ANTARTICO


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[align=right]Fonte: Tratto dal libro "Impronte degli Dei"[/align]


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ATLANTIDE NEL CANALE DI SICILIA

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La vera Atlantide.

Sulla base di lunghe ed accurate ricerche, esposte nel mio libro "Atlantide. Un mondo scomparso, un'ipotesi per ritrovarlo" (ed. Liutprand, 2001), l'Autore ritiene che l'Atlantide, il mitico regno descritto da Platone nei suoi Dialoghi, sia realmente esistita e si trovasse al centro del Mediterraneo.

Il dibattito su Atlantide inizia, ed è opportuno che rimanga legato, ai testi di Platone. Considerazioni fantastiche ed esoteriche vorrebbero collegare il "continente scomparso" a culture umane antichissime (di decine o addirittura centinaia di migliaia d'anni). È invece importante rivolgerci al periodo immediatamente anteriore alla storia scritta, in cui la memoria sfuma nelle nebbie dell'epica e dei miti dei popoli ellenici, che arrivarono al bacino del Mediterraneo in un'epoca compresa tra il 2000 ed il 1500 a.C. Armati di ferro, s'imposero alle culture del bronzo ed abolirono la società matriarcale, in nome di una nuova centralità maschile, nella famiglia e nella religione. Nelle epopee di dèi e semidèi, di giganti e di titani, è adombrato il processo di formazione delle antiche nazioni, ed in questa palude nebbiosa Platone colloca l'esistenza di Atlantide: in un'epoca i cui protagonisti si chiamavano Poseidone, Athena, Zeus, Atlante, Erakles, Minosse: antichi re, trasformati nel mito in dèi e titani.

Pro-memoria sulle datazioni

Si pensa che Solone abbia compiuto il viaggio in Egitto, cui si riferisce Platone, verso il 570 a.C. I fatti raccontati dovrebbero risalire a 10.000 - 9.000 "anni" prima, ma i "novemila anni" di Platone devono corrispondere a un periodo lungo, sì, ma "a misura" della stirpe degli Achei e dei Greci, dopo che essi si insediarono nel bacino del Mediterraneo. Eudosso di Cnido (matematico, geografo ed astronomo greco), e dopo di lui anche Manetone e Diodoro Siculo, spiegano che occorre intendere "mesi" là dove Platone scrisse "anni". Ciò collocherebbe il periodo della grande espansione d'Atlantide, e la sua guerra contro gli antenati degli Ateniesi, tra il 1320 ed il1295 a.C., mentre la tremenda catastrofe che pose fine a quel regno sarebbe avvenuta mille mesi (circa 80 anni) dopo, ossia tra il 1240 ed il 1210 a.C.

La ricostruzione geografica

È naturale che i gruppi umani s'installino nelle zone di bassa pianura. Se oggi il livello medio dei mari dovesse repentinamente innalzarsi di 130-200 m, quasi nessuna traccia rimarrebbe dello sviluppo tecnologico e della civiltà attuali: scomparirebbero fonti d'energia e centrali... rimarrebbero solo tracce nel mito. Se ciò avvenisse nell'arco di decine o centinaia d'anni, consentirebbe le migrazioni sugli altipiani, ma se la prima ondata fosse improvvisa e violenta... sarebbe la fine per il cuore stesso delle società sviluppate. Appare perciò ovvia la possibilità di ritrovare tracce d'insediamenti umani, più o meno antichi, in ogni parte del mondo, su fondali marini, sino a qualche centinaio di metri di profondità.

La mia ricerca si è basata sull'esistenza di due bacini chiusi, l'uno più elevato e l'altro in depressione rispetto al livello generale dell'acqua degli Oceani, ed un terzo bacino (il Mediterraneo occidentale, in comunicazione con gli Oceani tramite il varco di Gibilterra). Una catastrofe tellurica avrebbe causato la scomparsa del bassopiano d'Atlantide, con una nuova conformazione delle coste e dei mari.

Nel Mediterraneo orientale, le quote d'affondamento sono ben superiori a quelle di altri mari. Una gran parte del fondo del Mediterraneo sembra costituita da rupi e vallate, come se non si trattasse di fondo marino, ma piuttosto di terraferma; infatti capita di continuo che i pescatori subacquei scoprano strade ed edifici molto più antichi e situati a maggiori profondità negli abissi marini. Appare significativo - ad esempio - il nome di "Banco Medina" (Medina, in arabo, significa città) dato al fondale che - nelle mie ipotesi - corrisponde alla giacitura dell'antica capitale di Atlantide… Sprofondamenti ancora più notevoli di edifici e di città preistoriche sono stati notati nei pressi di Thera e vicino a Milo.

Ritroviamo l'Atlantide di Platone

Appaiono chiari alcuni punti:

- la narrazione ripresa da Platone si colloca al tempo dei progenitori degli ateniesi e degli abitanti della città egizia di Sais; quindi non 10.000 anni prima, quando gli antenati di tali popoli vivevano in altre regioni;

- le caratteristiche di Atlantide sono quelle d'una società dedita alla navigazione ed all'agricoltura, con strutture sociali articolate e la conoscenza della metallurgia dell'oro, del rame, del bronzo.

Gli antenati dei greci erano presenti nel Mediterraneo orientale in un periodo compreso tra il 3000 ed il 1500-1200 a.C., corrispondente alle prime 20 dinastie di faraoni egizi. Della storia di quel periodo e delle culture mediterranee sembra di sapere tutto, ma in realtà conosciamo abbastanza poco, e la maggior parte della storia è avvolta dal mito: poemi omerici, leggende dei greci delle origini.

Secondo le mie ricerche, prima della catastrofe esisteva una vasta pianura fertile, come quella descritta da Platone, al largo delle attuali coste tunisine, compresa tra la Piccola Sirte, l'attuale Golfo di Gabès e - a nord - la penisola di Capo Bon e l'estremità occidentale della Sicilia. Essa avrebbe costituito "l'estremo occidente" del bacino Mediterraneo in cui navigavano i Pelasgi, i mitici abitatori dell'antico Mediterraneo, e sarebbe stata popolata di elefanti e altre fiere africane, con datteri e banane, come dice Platone, protetta dai venti freddi perché avvolta dai rilievi di Tunisia e Sicilia. In questa zona erano le "colonne d'Erakles" del mito greco, con i miti collegati con l'Aldilà e il regno dei morti, il Giardino delle Esperidi e il regno di Atlante.

Immaginiamo di ritornare indietro nel tempo, 3300 anni fa. L'attuale Mare Mediterraneo doveva essere distinto in due mari, posti a quote diverse e privi di comunicazioni reciproche.

Il Mediterraneo orientale, dalla Piccola Sirte alla costa siro-palestinese, comprendeva lo Ionio, il basso Adriatico e il Mar di Candia (mentre il territorio Egeo, tutto emerso, costituiva una vasta pianura costellata di rilievi montuosi di origine vulcanica). Al posto dello stretto di Messina esisteva un istmo roccioso e il canale di Sicilia era allora una fertile pianura, irrigata da fiumi e protetta da alte montagne, che scendeva dolcemente verso le sponde del mare inferiore.

Le acque di questo mare dovevano trovarsi ad una quota di circa 300 m sotto quella odierna.

Non lontano dall'isola di Malta, due strette imboccature davano accesso ad un grande golfo, profondo oltre mille metri. Intorno a quel golfo, protetto alla sua imboccatura da una vasta isola, era sorta una civiltà fiorente, fondata da una stirpe libica che era forse scesa sino a qui dalle alte montagne del sud.

Chi fosse provenuto da oriente, da Creta o dall'Egitto, avrebbe visto una costa rocciosa, piuttosto ripida, nella quale si aprivano due stretti, ai lati di un'ampia isola.

Dietro Pantelleria, in fondo al golfo, vi era l'altro mare, prossimo a debordare verso il golfo. Il Mediterraneo occidentale era - come oggi - in comunicazione con le acque dell'Oceano, attraverso lo stretto di Gibilterra, e le sue acque avevano un livello simile a quello odierno, grazie all'apporto costante di acque oceaniche. Questa era la vera maledizione pendente sul capo del popolo (Atlanti-Tjehenu) che abitava quelle terre, ma essi forse erano convinti che la situazione di precario equilibrio potesse durare in eterno, così come essi l'avevano sempre vissuta.

Ad ovest del golfo, tra i due mari, si stendeva un'ampia, fertile pianura irrigua, che poteva essere abbondantemente irrigata, grazie alle acque provenienti dall'ampio "mare" interno, le cui acque dovevano essere piuttosto dolci. Quell'estensione di pianura corrisponde, per misure e caratteristiche fisico-climatiche, al territorio descritto da Platone.

Dalla costa, la pianura saliva dolcemente verso ovest, in direzione di una cresta di colline d'origine vulcanica, ricche di giacimenti metalliferi. A circa 450 km dal Mediterraneo, si stendeva un enorme bacino d'acqua: un vero e proprio "terzo mare", ad una quota di circa 650 m superiore a quella del Mediterraneo. Quel mare raccoglieva le acque d'un vasto bacino pluviale, esteso a sud sino ai massicci del Tassili e dell'Ahaggar (il "monte Atlante", secondo Erodoto). Le sue acque irrigavano le terre della vasta pianura. Nel fondo di quel bacino oggi c'è un gran sedimento di sabbia, il Grand Erg orientale (Igharghar), uno dei deserti sabbiosi più estesi al mondo.

Il mondo che abbiamo descritto finì in ventiquattr'ore, tra il 1240 e il 1210 a.C. Una serie di violenti terremoti incrinò seriamente la consistenza degli sbarramenti rocciosi e aprì brecce, che ben presto cedettero di fronte alla pressione delle acque dei due grandi bacini posti alle quote superiori: il mare sahariano e il Mediterraneo occidentale, costantemente rifornito dalle acque dell'Oceano. Le acque si fecero strada con impeto in canaloni larghi decine di chilometri, con ondate di piena veramente immani. Atlantide rimase distrutta per sempre.

Viaggi e contatti tra i continenti

Gli studiosi diffusionisti ipotizzano l'esistenza in epoca antica di viaggiatori e di connessioni transatlantiche e transpacifiche, di contatti marittimi tra i continenti, prima degli sviluppi dell'epopea dei popoli mediterranei, da interpretarsi come un "medioevo barbarico", causato dalla supremazia dei guerrieri armati di ferro sui mercanti civilizzatori, che avevano scoperto come fondere ed usare l'oro, il rame e il bronzo.

Navigatori africani, polinesiani, cinesi, fenici. Chi erano i Fenici? Gli storici li descrivono come i primi grandi navigatori. Secondo Zapp ed Erikson, essi furono piuttosto "gli ultimi" grandi navigatori dell'antichità, insieme ai Celti (la cui flotta oceanica fu distrutta da Giulio Cesare, in un celebre battaglia navale). Si può supporre che i Fenici fossero grandi navigatori che dominavano i mari dell'est, rispetto al Mediterraneo, mentre Atlantide ed i Celti dominavano le rotte occidentali.

Erodoto scrive che i Fenici arrivarono nel Mediterraneo dal Mar Rosso, verso il 1200 a.C. Adottarono una scrittura di tipo alfabetico, modello per le successive lettere usate degli alfabeti europei, ma non è rimasta nessuna cronaca scritta delle loro imprese. La loro civiltà è descritta come sempre protesa sul mare, al commercio ed alla scoperta di terre lontane. Durante l'età del bronzo andavano a reperire il rame e lo stagno dalle zone minerarie, ma i generi di commercio includevano l'oro, le spezie, la porpora da cui - secondo la tradizione - deriva il loro nome che significa "gli uomini rossi". Dopo il 539 a.C., con la conquista delle coste orientali da parte della potenza persiana, il centro mediterraneo della cultura d'impronta fenicia divenne Cartagine. Secondo antichi racconti, i Fenici e poi i Cartaginesi conoscevano una lontana isola di Antilla, colma di ricchezze, e diedero corpo alla leggenda del continente perduto per garantirsi la conoscenza esclusiva delle rotte atlantiche. Nel sec. V a.C. molti Cartaginesi salparono verso la "nuova isola" verdeggiante e la città rischiò di spopolarsi, sì che i governanti dovettero proibire di passare le colonne d'Erakles. Gli studiosi diffusionisti ritengono che Fenici e Cartaginesi conoscessero bene le rotte degli alisei, che più tardi furono sfruttate dalla flotta di Colombo.

Malta, santuario della regalità

L'isola di Malta era l'antica roccaforte di Kalpe, ossia una delle originali colonne d'Erakles (e, ancor prima, sede degli altari di Cronos, di Melkart, di Atlante), e fu sottoposta all'enorme ondata che distrusse il cuore di Atlantide, proveniente dal golfo della Sirte. I blocchi dei monumenti, alti oltre tre metri, appaiono abbattuti da un'enorme ondata, proveniente da occidente, che li ha spinti sino a distanze dell'ordine di 5-10 m dalle loro posizioni originali. La sola spiegazione possibile è che un'immensa ondata d'acqua, diretta da ovest verso est, abbia causato l'incredibile distruzione.

Gli antichi miti dei Greci

Un dotto autore che si firma "Michele di Grecia" riporta tutto ad una serie di conflitti tra Greci e Cretesi. Chi furono gli eroi di quella guerra? Proviamo a ritrovare nel mito e nel racconto di Pausania i nomi dei re che compaiono nel racconto di Platone.

Cecrope (figlio del primo mitico re Ethos), aprì le ostilità - potremmo tradurre noi - col potere d'Atlantide, rappresentato dal culto di Poseidone e dai Titani. In altri miti, lo stesso episodio è presentato come se Athena, figlia naturale di Poseidone, avesse rinnegato il padre per proclamarsi figlia di Zeus. Fu la fine del matriarcato, come ricorda anche Sant'Agostino.

Lo stesso Proclo sospettava che nel conflitto tra Dèi e Titani si adombrassero le guerre sostenute dagli antichi Ateniesi contro il popolo d'Atlantide ed i suoi alleati. Gli Antichi fissavano anche la data più probabile della vittoria degli Dèi contro i Titani, corrispondente al 1505 a.C. Nella tradizione egizia, si narra che "i Giganti attaccarono Zeus ed Osiride, ma furono distrutti". Rileviamo l'assonanza di matrici sillabiche tra i nomi Atlanti-Titani e quello della grande madre Tanith.

La saga normanna dal titolo Oera Linda parla d'un popolo biondo, originario della Frisia, con tradizioni matriarcali, che, dopo un diluvio che distrusse la terra natale (chiamata Atland), migrò verso il Mediterraneo, al comando d'una principessa guerriera (la dea Athena dei greci), e fondò Atene. Secondo Oera Linda, Cecrope fu il figlio d'una donna frisona e d'un sacerdote egizio ed era "metà uomo e metà serpente". Questo mito di migrazione può riflettere l'arrivo di Achei e Dori nell'area del Mediterraneo orientale.

Cecrope fu il primo a nominare Zeus quale dio supremo e ad abolire i sacrifici di sangue, sia umani, sia di animali. Egli proveniva dalla città egiziana di Sais. Sotto il suo regno ebbe luogo la disputa tra Athena e Poseidone per il controllo sulla città di Atene, disputa che può riguardare il predominio dei Cretesi (Atlanti, o comunque loro alleati), devoti al culto eponimo di Poseidone.

Altri re che combatterono contro aggressori esterni (descritti sempre come popoli alleati con i Cretesi e - diremo noi - dello schieramento atlantide) furono i successori di Cecrope: il suo diretto successore Erisicto (Erysichton), e - tre generazioni dopo - Erictonio (Erichtonios, definito come un "usurpatore", figlio di Efesto e della Terra-Gea): forse è l'indicazione di un'altra invasione?

Infine, suo nipote Erecteo. Sono tutti re ed eroi anteriori a Teseo, il quale apparirebbe come pronipote dell'ultimo, Erecteo.

Erictonio istituì le feste panatenee, in onore d'Athena, ma il suo successore, il figlio Pandione, era probabilmente un cretese. Il figlio di Pandione, Lico, è tramandato da Erodoto come il fondatore del regno di Licia. Ritroviamo i Lici tra i Popoli del Mare, che tentarono d'invadere l'Egitto poco prima del 1200 a.C. Apollodoro ricorda che, sotto il regno di Pandione, "Demetra e Dioniso vennero in Attica". La prima era certamente una divinità originaria di Creta.

Anche sotto il regno di Pandione, troviamo menzione di guerre. Uno dei successori, Erecteo, dovette subire l'attacco di un "devoto di Poseidone": Eumolpo, re di Eleusi (città alleata di Creta). Gli Ateniesi dovettero difendersi, con l'aiuto di truppe mercenarie. Secondo Apollodoro la fortuna aiutò gli Ateniesi, ma Poseidone, adirato, distrusse la casa di Erecteo, sull'Acropoli, e l'uccise con tutta la sua famiglia.

In sostanza - conclude Michele di Grecia - in questi miti non si parla esplicitamente d'una guerra tra Atene e Creta, né tra Atene ed Atlantide, ma Poseidone viene scacciato dal culto degli Ateniesi, viene estirpato il matriarcato ed una serie di aspri conflitti (Dèi e Titani) corrisponde con la narrazione della guerra tra Atlantide e l'antica Atene.

La filiazione mitica

Secondo il mito, Atlante e Cronos erano fratelli, figli di Urano. Atlante ricevette in eredità il regno dell'occidente, Cronos quello d'Oriente. Entrambi furono progenitori di stirpi regali. Ricordiamo che nel mito Erakles e Atlante si scambiano per un momento il compito di sorreggere il peso del mondo, mentre Atlante raccoglie per l'eroe semidio i pomi delle Esperidi… scambio di ruoli nella progenitura di stirpi regali? Qualcuno ritiene fosse fratello d'Atlante anche Prometeo, ma sappiamo che spesso i miti s'intrecciano e diventano complicati.

Secondo i Fenici, Cronos cominciò a sospettare del fratello e lo seppellì sottoterra. Secondo i Greci avvenne piuttosto il contrario. Atlante prese il posto di Cronos e condusse i Titani in guerra contro gli Dèi (iniziò quindi - detto in termini più terra-terra - il conflitto tra i regni alleati di Atlantide e gli Ateniesi e gli Egizi del Delta).

Conclusioni

Si può ipotizzare la formazione, nel terzo millennio a.C., d'una potenza marittima nella zona del canale di Sicilia, gestita da un popolo (gli Atlanti di Platone, di Erodoto e di Diodoro Siculo, i Tjehenu delle cronache egizie) proveniente dalla regione dell'Ahaggar, nel cuore dell'attuale Sahara, là ove ancora oggi gli "uomini blu" riconoscono la culla della propria nazione e ricordano l'antenata mitica Tin Hinan (nome che rievoca "Tjehenu").

Una civiltà protesa sui mari: verso ovest alla conquista degli oceani (erano i soli del bacino mediterraneo a poterlo fare, oltre i Celti, poiché la loro terra sbarrava la via ai popoli del Mediterraneo orientale). Ad est, nelle colonie di Creta e di Thera, rimangono le tracce del loro influsso, ma la distruzione del primitivo focolaio di diffusione fa sì che venga qualificato come "cretese" anche tutto ciò che si ritrova in aree occidentali (penisola iberica, isole britanniche ed oltre, sino ad alcuni elementi delle culture pre-maya in Centro America). Diverse dovevano essere le lingue, nel grande impero d'Atlantide, e diversi i tipi di scrittura.

Dopo il 2000 a.C., i popoli antenati dei Greci (indoeuropei armati di ferro, probabilmente imparentati coi vichinghi, come vuole anche il libro Oera Linda) raggiungono il Mediterraneo orientale, portando con sé i loro miti, da cui nascono i poemi omerici, e vivendo direttamente altre vicende che si tramandano oralmente come miti delle origini. La lotta tra i Titani e gli Dèi sarebbe la traduzione mitica della guerra tra i popoli dell'Attica, alleati con gli Egizi del Delta, e gli Atlanti che volevano sottometterli. Non a caso è il periodo di massima espansione apparente della cultura cretese.

L'eruzione dell'isola di Thera (tra il 1480 e il 1440 a.C.) diede un decisivo colpo alla potenza cretese e facilitò la rivincita dei micenei. Il Mediterraneo orientale rimaneva un bacino chiuso, con un pelo d'acqua inferiore di circa 300 m a quello attuale, per cui i porti, le fortificazioni e gran parte delle città commerciali non sono stati trovati: dovevano trovarsi a quella quota, sugli attuali fondali.

Verso il 1200, la catastrofe finale. I "popoli del mare" sciamano alla ricerca di nuove patrie, i Filistei vanno a stabilirsi in Palestina e più a nord arrivano gli "uomini rossi" (Fenici), che sarebbero divenuti celebri come eredi dei segreti della grande navigazione.

Tutta questa storia appare mediterranea, nei miti, nelle catastrofi descritte, nelle guerre sanguinose e nelle lotte tra l'antico culto matriarcale, con le sacre isole di Malta e di Creta, ed i nuovi riti d'un Pantheon retto da figure maschili. Tanto mediterranea, da non richiedere alcuna proiezione "auto-giustificativa" lungo lontane rotte oceaniche.

Atlanti e Fenici ritornano prepotentemente in iscrizioni ritrovate sul Nuovo Continente e nelle isole del Pacifico, che narrano in caratteri e lingua libica le cronache d'antichi viaggi, di navigatori chiamati Rata e Maui ("l'uomo dell'acqua") che divennero i geni tutelari di tanti popoli della Polinesia. Conturbante: gli stessi decifratori si sono arrampicati sugli specchi, per spiegare come mai quei navigatori si potessero esprimere in libico. Nessuno di loro pensava che l'impero d'Atlantide, proteso a navigare fuori del Mediterraneo, fosse stato proprio la culla dei popoli libici e berberi. Come potremmo dunque parlare d'un "falso", quando si trattava d'una scoperta difficile da spiegare proprio per chi se la trovava tra le mani? Sarebbe stato più facile - per loro - creare un falso in caratteri egizi, oppure in greco. Se gli studiosi diffusionisti non l'hanno fatto, non potevano certo aver falsificato il materiale a loro disposizione.

http://www.antikitera.net/news.asp?id=9728&T=5


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MessaggioInviato: 29/01/2011, 15:12 
considerazioni atlantide/aztechi collocazione temporale delle civilta'prediluviane
"La civiltà Azteca e la propria capitale, Tenochtitlan, vengono descritte come una gemma nell'antichità; a detta di Brennan, che cita uno scrittore come Tompkins, Tenochtitlan poteva essere paragonata ad "una Venezia esotica, con strade lastricate e oltre 500 palazzi e piramidi orlati con merlature e serpenti". La popolazione contava più di 300.000 abitanti e vi erano numerosi canali navigabili, preposti alla raccolta di acque limpide finalizzate all'irrigazione. La progettazione prevedeva una city e una porzione per la media e bassa borghesia mercantile e commerciale. Il mercato richiamava una fiorente attività testimoniata da un afflusso di 60.000 persone medie giornaliere. Nel 1519, con l'arrivo dei Conquistadores, l'impero azteco arresta per sempre la sua espansione.
Le origini degli aztechi sono oscure. L'ortodossia parla di una migrazione dal Messico settentrionale intorno al XIV secolo, ma gli Aztechi stessi raccontano una storia diversa: essi provenivano da Oriente, da una terra misteriosa chiamata Aztlan. Platone, nel Crizia, descrive l'espansione coloniale di Atlantide su di un "continente aldilà dell'Atlantico"; come Platone conoscesse la presenza di terre oltre l'Oceano è ancora da spiegare. Nel 1920, accompagnato e foraggiato da una spedizione americana, Byron S. Cummins scopre una piramide alle porte di Tenochtitlan antecedente agli stessi Aztechi, la piramide di Cuicuilco; essa era coperta da numerosi strati eruttivi provenienti dal vicino vulcano Xitli. La datazione effettuata sugli strati attornianti la piramide la fecero considerare come un monumento antecedente ad uno degli strati più antichi, ovvero al 8.500 a.C.
Ma non è l'unica in sud America ad avere caratteristiche misteriose.
Tiahuanaco è una città a tutti gli effetti porto, dotata di banchine e moli, bacini di contenimento e quant'altro: solo che è posizionata a 3.900 metri di altezza. Accanto a questa anomalia, la cronologia ancora una volta è contraddittoria.
Kalasasaya è un osservatorio astronomico, recinzione megalitica comprendente una grande piramide a gradini di terra ricoperta di andesite (Akapana) facente parte del complesso achitettonico di Tiahuanaco, unanimemente riconosciuto come tale; datazioni della città spostano indietro nel tempo fino al 150 a.C. le sue origini.
Muller e Posnansky, astronomo l'uno, archeologo l'altro, sono convinti sostenitori di una cronologia fortemente anteriore a quella ipotizzata. Analisi astronomiche del sito di Kalasasaya datano la sua realizzazione tra il 15.000 e il 9.600 a.C. Se il paradigma della fine dell'Era Glaciale è vero, allora Tiahuanaco, al tempo della sua costruzione, era al livello del mare e quindi un perfetto porto funzionante. Una sofisticata città marittima contemporanea alla perduta Atlantide del racconto platonico.
Vi sono esempi di scoperte relative a monumenti preesistenti alle grandi civiltà del passato che oserei definire iconoclaste nei confronti dei dogmi storici convenzionali: Abydo e l'Osireion in Egitto ne sono un esempio. John Antony West ha dimostrato che il basamento su cui fu eretto l'Osireion in realtà è limo del Nilo calcificato e condensato. Simili inondazioni possono essere avvenute, in quella zona, esclusivamente in periodi antecedenti al 9.000 a.C. e più precisamente intorno al 10.000; è presumibile che detto monumento possa avere un'età più antica, 12.000, 11.000 a.C.
Tutta la storia dell'Egitto è peculiare e gli studiosi più ortodossi non potrebbero negare che la civiltà del Nilo è come se fosse nata già estremamente sviluppata. È Platone a riportare una datazione dello Stato sostenuta dai sacerdoti egizi risalente a 1.000 anni prima della fondazione di Atene, ovvero intorno al 9.000 a.C.
Ma alcuni testi scoperti in Egitto riportano un lignaggio ancora più antico.
Il Papiro di Torino (1.400 a.C.) riporta una suddivisione dell'Egitto in 3 periodi di cui uno facente capo ad una stirpe di faraoni predinastici che regnò per 13.420 anni; il secondo fa riferimento ad una stirpe di Re Horus con ben 23.200 anni di governo ed il terzo parla di un regno di semidei a cui non possiamo risalire poiché il papiro, in quel punto, risulta danneggiato. Maneto, sacerdote vissuto intorno al 300 a.C., combina le date del regno dei semidei con le date dei regnanti Re Horus; la fondazione risulta quindi posta tra il 9.000 ed il 37.000 a.C.
Non si spiega la contraddizione con l'Era Glaciale; a meno di non considerare il periodo come un falso
da edicolaweb


Ultima modifica di ubatuba il 29/01/2011, 15:21, modificato 1 volta in totale.

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se consideriamo l'ortodossia classica gli aztechi sarebbero migrati dal nord del messico,ma la loro tradizione parla in modo diverso cioe provenienti da oriente,dato che anke platone nel krizia parla dell'espansione ad occiddente,possiamo quindi capire la datazione della piramide di cuicuilco:
" Tutti li esperti concordano sul fatto che la piramide di Cuicuilco sia la struttura più antica presente nella valle di Anahuac, dove si trova anche Città dei Messico; probabilmente, è la prima costruzione monumentale di tutte le Americhe. Ma la sua datazione esatta è oggetto di controversie. L'archeologia uffìciale la dà per costruita intorno al 600 a.C., mentre i "revisionisti" riportano radicalmente indietro questa data, parlando di ottomila o diecimila anni or sono. In pratica, sarebbe altrettanto antica dei cosiddetto "uomo di Tepexpan", il più antico esemplare umano ritrovato nell'America centrale. I revisionisti si fanno forti delle osservazioni dei geologi, secondo i quali la piramide venne costruita prima dell'eruzione dei vulcano Ajusco, che sarebbe avvenuta circa ottomila anni fa. Un angolo dei monumento appare ancora inglobato nella lava a suo tempo fuoruscita. Per gli archeologi, l'eruzìone non può essere avvenuta che fra il 500 e il 200 a.C. Il monumento è alto circa 17 metri, ed è largo alla base 115 metri. Una serie di rampe di scale porta alla piattaforma superiore, che ospita un tempio con la statua di Huehueteoti, il "Dio dei Fuoco Ancestrale", la prima divinità adorata sul continente americano. All'epoca della "conquista", il medico spagnolo Hernandez visitò la piramide e scrisse al sovrano Filippo Il di aver trovato le ossa di animali enormi (dalle descrizioni sembrerebbero quelle di un dinosauro chiamato Toxodonte) e di "uomini che apparivano alti più di cinque metri". Un tradizione locale afferma che il monumento venne costruito da "giganti". La prima ricerca archeologica seria si ebbe soltanto nel 1922, quando un gruppo guidato dal professor Byron Cummings dell'università dell'Arizona cominciò una campagna di scavi, turbata più volte dall'apparizione in cielo di misteriose formazioni di luci che si fermavano a lungo sopra le rovine"
fonte:i misteri

tutto cio'porta a considerare atlantide ancora piu' antica di quel che magari fino ad ora era convenuto in base alle ns conoscenze basate principalmente sugli scritti di platone


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Ubatuba ,mi è parso giusto inserirla quà [;)]
Caro ubatuba,se rileggi i miei post questo dilemma l'ho già esposto,in quanto
prendendo come riferimento il validissimo libro di Alberto Arecchi,l'unico cosa
che ho trovato secondo me fuori "luogo " è il tempo dell'Esistenza di Atlantide
in cui lui la colloca verso i 1200 anni prima della venuta di Cristo.
Invece io mi son fatto l'idea che Atlantide è esistita molto più indietro nel
tempo rispetto a 1200 anni,in quanto lui si riferisce al calcolo degli anni
Egizi come fossero Mesi.
Nei 1200 anni avanti Cristo già i Faraoni scrivevano la storia nei loro
Geroglifici e i popoli che hanno tentato di invaderli,erano già da tempo
diventati come Nomadi,agglomerandosi con altri popoli marinareschi hai quali
gli Egizi gli attribuirono un nome ben preciso "" I popoli del Mare".
Ciao
(bleffort)


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ANTICO BORGO SOMMERSO NEL MARE DI SOLENT, PRESSO L'ISOLA DI WIGHT

Nell'estate del 2000, gli archeologi hanno scoperto un villaggio di 8000 anni fa vicino a Solent, sul letto del mare vicino all'isola di Wight (Inghilterra). L'insediamento è il più antico sito di occupazione umana mai trovato sotto il livello del mare in acque britanniche. Una volta, questo fu sede di una comunità costiera di cacciatori-raccoglitori, un modo di vita che aveva appena cambiato per migliaia di anni di vita.

"La cosa che effettivamente sto trovando il più sorprendente di tutto, è il fatto che siamo trenta metri (9) sotto l'acqua, dove persone una volta camminato e visse e forse è rimasto per un istante. Questi grandi pezzi di legno, qui, sono tutti lavoravano. Che grande po possibilmente è parte di una vecchio registro barca, "ha detto un giornalista della BBC che ha recentemente visitato quel sito sommerso.

Che cosa è stato scoperto qui è più di un campo di caccia antica. È la più antico barca-cantiere in tutto il mondo, e contiene prove fragili della sofisticazione delle persone che una volta ha vissuto qui.

"Questo pezzo di legno, è oltre 8000 anni fa. Vedere quei grooves - come chiaramente definiti sono? Si tratta di falegnameria. Così qualcuno 8000 anni fa lavorava con uno strumento per creare queste scanalature di pietra. Come regola generale, se non vedi solo materiale organico che esce di siti mesolitici. Ottenete gli strumenti di pietra, ma per vedere che cosa questi strumenti in pietra sono stati usati per è l'altra metà dell'equazione, "ha aggiunto il giornalista.

Gli archeologi recuperati lavorato pietre focaie, inclusi strumenti e lame e sezioni delle querce. Test, tra cui il carbonio â€" 14 datazione e albero-anello datazione, hanno stabilito che l'insediamento risale al tra 6615 ed 6395 A.C..

http://www.antikitera.net/news.asp?id=10017&T=2


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MessaggioInviato: 20/03/2011, 18:24 
SCOPERTA ATLANTIDE NEL SUD DELLA SPAGNA !???

Chissà se questa volta è la volta buona??!

E' stata data comunicazione da parte di alcuni ricercatori Usa cher è stata rinvenuta la leggendaria citta' sommersa di Atlantide in una delle aree "umide" del sud della Spagna.

La ricerca ha avuto inizio nel 2009 e dopo 2 anni di studi, i ricercatori statunitensi ritengono che questa città sia stata distrutta da uno Tsunami.

Il capo del team dell'Università di Hatford ( prof. Freud ) sostiene che questo Tsunami abbia colpito questa città distruggendo tutto quello che ha trovato sino a 60 Km nell'entroterra spagnolo.

Il team si è avvalso anche di varie foto satellitari con la tecnica del Penetrating - Radar e tecniche subacquee.

Questa scoperta sarà oggetto di uno speciale in onda su National Geographic dal titolo "alla ricerca di Atlantide".

Dalle foto satellitarie era emerso tracce di una città sommersa in alcune aree del sud della spagna ancora oggi piene d'acqua e paludose e si pensava potesse essere un villaggio a sud di Cadice situato nel parco Dona Ana.

Ma una ricerca sul posto ha fatto scoprire diversi manufatti e di pietre "erette" la cui disposizione rimandava direttamente alla descrizione di Atlantide fatta da Platone.

Il prof. Freud ha dichiarato : abbiamo trovato qualcosa che nessun altro ha visto prima, anche se ancora adesso siamo increduli.

Prima però di rallegrarci definitivamente aspettiamo che vengano resi noti il lavoro ed i reperti ritrovati ( N.D.R: )

[BBvideo]ycKF-bOGnUA&feature=player_embedded[/BBvideo]

http://www.antikitera.net/news.asp?id=10134&T=5




ALTRE NEWS SULLA PRESUNTA SCOPERTA DI ATLANTIDE: ??

Foto satellitare di atlantide. Atlantide sorgeva sul delta del Guadalquivir

Un gruppo di ricercatori internazionali ha annunciato di avere scoperto il punto in cui sorgeva la leggendaria città di Atlantide, identificandolo nelle remote paludi della Spagna sud-occidentale.

SONDE SOTTERRANEE - Paul Bauman, geofisico canadese dell'Alberta, insieme a due colleghi di WorleyParsons Canada, una società con sede a Galgary, hanno realizzato ispezioni sotterranee con alcune sonde come parte di un'indagine guidata dagli Stati Uniti, il cui scopo era risolvere uno dei misteri archeologici più antichi al mondo. Come scrive Randy Boswell, dell'agenzia di stampa Postmedia News, proprio nel momento in cui il mondo sta assistendo in diretta al devastante impatto del colossale tsunami in Giappone, arriva la notizia dell'identificazione di Atlantide sulla terraferma del continente europeo.

DESCRIZIONE DI PLATONE - A diffonderla per primo è stato uno speciale della televisione del National Geographic, a 2.400 anni dalla descrizione del filosofo greco Platone, che ha tramandato la memoria della grande civiltà distrutta dalle inondazioni seguite a un poderoso terremoto sottomarino. Per secoli ci si è chiesto se Atlantide sia realmente esistita o se sia stata semplicemente un'invenzione di Platone, che ha parlato di un mitico regno "inghiottito dal mare". E in tempi moderni sono state avanzate numerose teorie sul luogo in cui doveva sorgere la città sommersa, sia da parte di ricercatori autorevoli che da un manipolo di pseudo esperti.

LE "COLONNE D'ERCOLE" - Il più recente tentativo di scoprire la città scomparsa è iniziato nel 2004, quando il fisico tedesco Rainer Kuhne ha individuato delle caratteristiche anomale nelle foto scattate dal satellite della piana acquitrinosa vicino alla foce del fiume spagnolo Guadalquivir, a nord-ovest dell'attuale città di Cadice. L'area si trova vicino allo stretto di Gibilterra, che gli studiosi hanno generalmente identificato come le "Colonne di Ercole", citate da Platone nella sua descrizione del punto in cui sorgeva Atlantide. Le prove sul terreno nella località spagnola, condotte dall'archeologo dell'University of Hartford, Richard Freund, si sono svolte negli ultimi anni e sono state filmate dalla troupe dei documentari del National Geographic.

CITTA' INONDATA - L'area iberica è "il miglior candidato possibile mai scoperto con una quantità di prove così grande", ha dichiarato Freund al quotidiano americano Hartford Courant. L'archeologo ha anche indicato alcuni curiosi oggetti d'artigianato scoperti più lontano a nord nella Spagna, dove potrebbero essersi trasferiti i rifugiati da un insediamento costiero inondato. E alcuni manufatti dal valore "memoriale", forse per commemorare una città andata distrutta, sono stati dissotterrati. Bauman ha raccontato a Postmedia News di avere lavorato con Freund a circa 20 siti storici nel Medio Oriente e altrove, ma finora non aveva mai individuato nulla così "di alto profilo nell'assomigliare alla città scomparsa di Atlantide".

FORNO ANTICHISSIMO - Il lavoro del gruppo di Bauman è avvenuto con radar in grado di penetrare nel terreno, oltre che con magnetometri e scanner elettrici utilizzati per rintracciare le "firme" termiche o chimiche di oggetti costruiti dall'uomo e rimasti sepolti nei sedimenti. Gli antichi manufatti sono stati riportati alla luce nel delta del fiume infestato dalle zanzare, in condizioni estremamente calde e umide. I ricercatori canadesi inoltre, grazie a un sensore, hanno individuato un forno comunale ora sepolto nei sedimenti paludosi, lontano da ogni insediamento antico attualmente conosciuto.

ETA' DEL BRONZO - C'erano inoltre delle strutture estensive che potevano rappresentare canali, ha osservato sempre Bauman. Per l'archeologo, "il momento più eccitante è stato quello in cui hanno scoperto una statuetta che era evidentemente molto diversa dagli altri manufatti dell'area, ma simile agli altri stili di intaglio e di arte rappresentativa dell'Età del Bronzo. E' stata quindi trovata una seconda statuetta. Si possono avere tutte le prove indirette e le trace geofisiche, ma non c'è nulla come scoprire un manufatto che si può datare anche solo approssimativamente, e non ci sono dubbi sul fatto che la statuetta sia stata realizzata da mani umane".

(Pietro Vernizzi)

http://www.antikitera.net/news.asp?id=10137&T=5


Ultima modifica di vimana131 il 20/03/2011, 18:25, modificato 1 volta in totale.

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ATLANTIDE - LO TSUNAMI DELL'ANTICHITÀ

A pochi metri di profondità, di fronte alle coste della Cirenaica è stata scoperta, non molto tempo fa, una città sommersa. Il sito, di origine romana tardo imperiale, risulta ben conservato malgrado il lento abbassamento del suolo che l'ha affondato in mare, ma i muri degli edifici appaiono spostati: si suppone che l'antica città sia stata investita dall'impatto di un'onda anomala, una massa liquida messa in movimento da un fenomeno sismico: uno tsunami che nel 365 d.C. scosse le coste del Mediterraneo centrale. Una regione che nell'antichità è stata interessata da sommovimenti geologici di dimensioni enormi, a fronte dei quali i terremoti pur devastanti e tragici che hanno colpito nel XX secolo città come Messina, Reggio Calabria, Avellino, apparirebbero come fenomeni minori. Sono molteplici le segnalazioni di resti archeologici sepolti nel Canale di Sicilia: la più recente delle quali venne dalla marina libica, che nel gennaio dell'anno scorso fece sapere di aver reperito indizi di un possibile insediamento urbano in una località chiamata dai pescatori Deir ash Sheytan, ovvero la 'casa di satana', perché le reti spesso lì si lacerano impigliandosi in oggetti sottomarini. È noto che sino al VII millennio avanti Cristo la superficie del Mediterraneo si trovava a una quota molto più bassa di quella attuale, sicché quelle che oggi sono isole, come le Pelagie o le Egadi, tali non erano. E che in quelle più vaste pianure baciate dal sole ma fertili (come fertili dovevano essere i territori oggi assorbiti dal deserto del Sahara: a sud di Tunisi, per esempio, c'era un vasto lago chiamato Ourgiadai) abitassero floride comunità è tanto probabile che alcuni studiosi si sono avventurati a ipotizzare che proprio in questa zona sorgesse la mitica civiltà di Atlantide. Tra questi, Alberto Arecchi, col suo 'Atlantide, un mondo scomparso, un'ipotesi per ritrovarlo' di cui parlammo su queste pagine anni addietro. Poi circa 8000 anni fa avvenne un cataclisma, o un serie di cataclismi. Si parla di un maremoto con ondate che superavano i 40 metri di altezza, eruzioni vulcaniche, sommovimenti della crosta terrestre. La civiltà o le civiltà che albergavano in quella zona furono cancellate: ne restano i ricordi tramandati nel Crizia e in altri dialoghi platonici, oltre ai ritrovamenti archeologici. Di Atlantide si parla sempre come di una civiltà avanzatissima e ricca, per quell'epoca. Ma nulla poté contro la forza degli elementi scatenati. E se la storia ci racconta di come intere civiltà possano rivelarsi fragili, quanto accaduto in Giappone non fa che confermarlo anche oggi. Certo, la tecnologia aiuta a contenere i danni - grazie alle strutture antisismiche - ma a sua volta può aggiungere nuovi pericoli: da tempo campeggia il dibattito sulla sicurezza del nucleare. Forse la differenza maggiore di cui godiamo rispetto all'epoca di Atlantide sta in qualcos'altro: nella solidarietà che possiamo mettere in campo a livello internazionale. Nel sentirsi uniti nei cinque continenti, grazie al fatto che le barriere tra razze e lingue possono essere superate. Nel concetto che 'civiltà' non sia un insieme di caratteristiche che dividono i popoli, non una bandiera da contrapporre a un'altra bandiera - a dispetto di coloro che hanno parlato di guerre tra civiltà o di fine della civiltà - ma la capacità di riconoscersi fratelli in quanto esseri umani.

http://www.antikitera.net/news.asp?id=10177&T=2


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ATLANTIDE IN GROENLANDIA?
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Da tempo, ma non sono stato il primo a dirlo, si sostiene che, se esistita, Atlantide si trovasse nell'oceano Atlantico perché nel Timeo c'è scritto che quella potenza (Atlantide) proveniva dall'esterno, dall'Oceano Atlantico (ma il testo in greco riporta "Atlantikou pelagous" che si traduce "mare Atlantico") e che quell'Isola si trovava davanti alle colonne d'Ercole, che dicono, fossero nello stretto di Gibilterra.

Leggi l'articolo completo in:

http://www.archeomedia.net/images/arche ... tretto.pdf

http://www.antikitera.net/news.asp?id=10224&T=5




ALCUNE TEORIE SUL MISTERO DI ATLANTIDE

In questo articolo prenderemo in considerazione alcune teorie riguardanti il mistero di Atlantide che secondo alcuni sarebbe un continente inabissatosi migliaia di anni fa nell’Oceano Atlantico in seguito ad un cataclisma di proporzioni apocalittiche oppure secondo altri in seguito ad una serie di cataclismi che avrebbero provocato il graduale inabissarsi del continente perduto.

Per essere più precisi in tale articolo ci occuperemo di alcune teorie che riguardano due aspetti del mistero di Atlantide ovvero la collocazione geografica di Atlantide e delle sue colonie, fondate prima o dopo la distruzione e l’inabissamento del perduto continente e il possibile rapporto esistente tra il mistero di Atlantide ed il mistero del Triangolo delle Bermude. Prima di affrontare tali problematiche vogliamo mettere in evidenza che come abbiamo sostenuto in due nostri libri intitolati “Una lettura sociologica della realtà contemporanea” ed “I miti della società contemporanea” nella società del nostro tempo è riscontrabile un sempre crescente interesse per tutto ciò che fa parte della dimensione del mistero. Alcuni sociologi hanno definito tale fenomeno riguardante la dimensione del mistero con la suggestiva espressione “reincanto del mondo”. Nell’ambito di tale crescente interesse per l’universo del mistero occupa un posto di rilievo il mistero di Atlantide che sin dai tempi antichi ha fatto sempre molto discutere ma che a partire dalla seconda metà del XX secolo ha attirato sempre più l’interesse sia degli studiosi sia dell’opinione pubblica (secondo gli storici delle religioni tale forte e perdurante interesse per il mistero di Atlantide sarebbe in gran parte dovuto a quella che nel linguaggio della storia delle religioni prende il nome di “nostalgia delle origini”).

Dopo tale breve digressione torneremo ad occuparci dell’argomento del nostro articolo ovvero le teorie riguardanti la collocazione geografica di Atlantide ed il rapporto che potrebbe esistere tra il mistero di Atlantide ed il mistero del triangolo delle Bermude.

Per quanto riguarda le principali teorie riguardanti la collocazione geografica di Atlantide e delle sue colonie riteniamo opportuno citare innanzitutto le teorie elaborate da Ignatius Donnelly, uno studioso che ha senza dubbio giocato un ruolo molto importante nel tentativo senz’altro molto difficile di dare una risposta al problema di stabilire la collocazione geografica del sommerso continente di Atlantide ammesso che tale continente sia realmente esistito e non sia frutto solamente di una leggenda. Donnelly scrisse nel 1882 un libro sul mistero di Atlantide che ebbe un così grande successo che ancora negli ultimi anni del XX secolo è stato più volte ripubblicato.

Tale libro ha avuto un’influenza molto determinante sugli studi riguardanti Atlantide anche se dobbiamo dire che se da un lato sono innegabili i pregi di alcune teorie di Donnelly dall’altro lato bisogna ammettere per onestà intellettuale che in tale libro sono anche presenti alcune entusiastiche esagerazioni che ne limitano l’attendibilità sebbene i sostenitori di Donnelly ancora oggi moltissimi tendano a dare poca importanza a tali esagerazioni.

Secondo la teoria di Donnelly Atlantide fu la prima civiltà mondiale nonché la potenza colonizzatrice e civilizzatrice dell’intero litorale atlantico, del bacino del Mediterraneo, dell’America del sud e centrale, del Baltico e anche dell’India e di alcune regioni dell’Asia centrale. Inoltre secondo Donnelly Atlantide fu altresì la patria dell’alfabeto. Donnelly sostiene anche che i miti e le leggende dell’antichità non sono altro che versioni confuse ed annebbiate di fatti storicamente avvenuti nel perduto continente di Atlantide.

Nel tentativo di dare un peso scientifico alle sue teorie su Atlantide Donnelly studiò con grande attenzione il racconto di Platone riguardante Atlantide e cominciò poi a compiere ricerche su tutti i terremoti e tutti gli inabissamenti di proporzioni catastrofiche ed apocalittiche avvenuti in tutti i tempi storici. In particolare per provare che un cataclisma come quello che avrebbe provocato la sommersione del continente di Atlantide era scientificamente possibile Donnelly studiò tutti i terremoti ed i conseguenti maremoti che avevano causato la scomparsa di isole o di fasce costiere a Giava, a Sumatra, in Sicilia e anche al largo dell’Oceano Indiano dove si era inabissata una terra molto estesa.

A dire di Donnelly tuttavia l’Oceano Atlantico era la zona più instabile e mutevole tra tutte le aree del globo terrestre. Nel XVIII secolo vi furono in Islanda vari terremoti che fecero emergere un’isola la quale poi se ne tornò immediatamente in fondo al mare. Tale isola venne subito rivendicata dal re di Danimarca il quale tuttavia non ebbe il tempo di tentare di impadronirsi di tale isola in quanto essa si inabissò subito nelle acque dell’Oceano Atlantico. Inoltre Donnelly nel descrivere il disastroso terremoto che distrusse nel XVIII secolo Lisbona, causando la morte di sessantamila persone mise in evidenza che l’epicentro di tale terremoto si trovava con tutta probabilità nei fondali dell’Oceano Atlantico. Donnelly arrivò addirittura a sostenere che tale terremoto che distrusse Lisbona era il successore di quell’apocalittico terremoto che migliaia di anni prima aveva causato la distruzione e l’inabissamento del continente di Atlantide.

Donnelly mise anche in evidenza che durante tale terremoto moltissime persone si rifugiarono su un molo costruito da poco tempo, fatto interamente di marmo, che improvvisamente sprofondò nel mare con tutta la folla che vi stava sopra. Inoltre un gran numero di barche e di navi ancorate nel porto di Lisbona cariche di persone vennero inghiottite dal mare come in un gorgo e non ricomparvero mai più in superficie cadaveri, relitti o elementi di quel molo di marmo che attualmente è ricoperto da seicento piedi di acqua.
L’area in cui avvenne questo terremoto di apocalittiche dimensioni era molto estesa. Il famoso geografo Von Humboldt sostenne che tale terremoto interessò una porzione della superficie terrestre estesa quattro volte l’Europa.

Donnelly sostenne anche che nel periodo storico in cui esisteva Atlantide esistevano delle isole che formavano una specie di ponte di terraferma che collegava Atlantide con l’Europa da un lato e con l’America del centro dall’altro.

Un’altra teoria molto suggestiva formulata da Donnelly è quella che sostiene la diffusione della cultura del perduto continente di Atlantide sui due versanti dell’Oceano Atlantico ovvero sul versante europeo e su quello americano.

Un’altra teoria di Donnelly che ha avuto molta fortuna ed è stata accolta con molto entusiasmo è quella che sostiene che tutti i miti della religione greca sono versioni sbiadite e confuse di fatti storici avvenuti nel continente di Atlantide. Secondo Donnelly i fatti storici avvenuti ad Atlantide sono alla base della mitologia greca cosicché tutti i racconti mitologici che hanno come protagonisti gli dei e le dee della religione olimpica greca sono ricordi molto confusi delle imprese e degli avvenimenti storici che avvennero nel continente di Atlantide. Per dirla in altro modo utilizzando il linguaggio della storia delle religioni il carattere fortemente antropomorfico delle divinità olimpiche (tali divinità nascono, mangiano, bevono, hanno rapporti sessuali sia tra di loro sia con gli esseri umani, generano figli, si fanno coinvolgere nelle guerre che avvengono tra gli esseri umani, hanno i peggiori difetti ed i migliori pregi degli esseri umani) è dovuto solamente al fatto che tali divinità non erano altro che i re, le regine, i principi, i condottieri del perduto continente di Atlantide.

In definitiva quindi Donnelly sostiene che molte figure storiche del continente di Atlantide si siano trasformate negli dei e nelle dee della religione greca dando origine a tutta una serie di miti che costituiscono una parte di grande importanza della religione olimpica greca.

Prenderemo ora in considerazione alcune teorie che riguardano la collocazione geografica delle colonie atlantidee oppure di quelle città dove si sarebbero rifugiati gli abitanti di Atlantide dopo la distruzione del loro continente.

La prima di tali presunte colonie costruite dagli abitanti di Atlantide prima o dopo la distruzione e l’inabissamento del loro continente è considerata da alcuni autori Tartesso. Tali studiosi credono che questa città oggi sommersa fosse collocata sulle coste Atlantiche della Spagna nei pressi della foce del Guadalquivir. Essi sostengono altresì che tale città era un centro culturale fortemente progredito particolarmente ricco di minerali.

Alcuni archeologi tedeschi quali Herman e Henning nel 1905 iniziarono la ricerca di Tartesso da loro considerata la “Venezia dell’ovest”. Nonostante tali ricerche degli archeologi tedeschi Tartesso non è mai stata ritrovata sebbene si siano trovate tracce di grandi edifici negli scavi effettuati dagli archeologi tedeschi. Attualmente esistono due ipotesi formulate per spiegare la sparizione di Tartesso: la più accreditata sostiene che le rovine di Tartesso si troverebbero sott’acqua mentre la seconda ipotesi sostiene che le rovine di tale città si trovano sulla terraferma coperte dal fango.

Altri autori tra cui l’archeologo francese Godron sostengono che alcune colonie di Atlantide si troverebbero nel Sahara coperte dalla sabbia. Godron sostiene altresì che i berberi dei monti dell’Atlante i quali hanno spesso la pelle bianca, gli occhi azzurri e i capelli biondi sarebbero i discendenti degli abitanti di Atlantide sfuggiti alla distruzione del loro continente.

Uno studioso tedesco Borchard formulò un’interessante teoria nel 1926: tale teoria sosteneva che i berberi erano i discendenti dei superstiti di Atlantide. Borchard cercò di dare un supporto scientifico alla sua teoria cercando di collegare i nomi delle tribù berbere moderne con quelli dei dieci figli di Poseidone, cioè dei clan atlantidei. Egli trovò delle coincidenze abbastanza notevoli: innanzitutto una tribù berbera si chiamava Uneur, il che si adattava perfettamente al nome Evenore che era secondo Platone il primo abitante di Atlantide; inoltre le tribù berbere dello Sciott el ameinha in Tunisia venivano chiamate “Attala” nome che presenta la stessa radice del nome Atlantide.

Altri autori sostengono che alcune colonie di Atlantide fondate prima o dopo l’inabissamento del perduto continente si trovavano nell’isola di Thera che esplose e si inabissò nel Mediterraneo circa nel 1500 A. C.. Diversi autori considerano l’isola di Thera ed anche altre isole sprofondate nel mare Egeo insieme a Thera una colonia del perduto continente di Atlantide. Particolarmente interessanti sono le teorie su Thera formulate dall’archeologo e oceanografo americano James Mayor. Secondo tale autore il misterioso crollo dell’impero minoico di Creta e la distruzione della sua splendida capitale Cnosso furono dovuti ad una apocalittica eruzione vulcanica che fece sprofondare nel mare Egeo l’isola di Thera nel 1500 A. C., lasciando un profondo abisso marino nel luogo dove prima si trovava l’isola. Le conseguenti ondate di maremoto causate da questa eruzione e dall’inabissarsi dell’isola di Thera nel mare Egeo causarono la sommersione di molte città situate sulle coste e causarono tra l’altro anche la fine dell’impero minoico di Creta e la distruzione della sua capitale Cnosso, nonché la probabile sommersione di isolette situate vicino a Thera. Scavi effettuati nel XX secolo sembrano confermare tale teoria. Probabilmente futuri scavi in terra e in mare che saranno effettuati sia a Thera sia a Creta procureranno altri dati ed informazioni su questa terribile catastrofe naturale (una parte dell’isola di Thera è stata ritrovata in quanto è situata poco al di sotto del livello del mare).

Infine James Mayor sostiene che poiché il traffico mercantile egiziano si interruppe al momento del misterioso declino di Cnosso e dell’impero minoico cretese, è molto probabile che siano stati gli egiziani a dare origine ai racconti che riguardavano la scomparsa e l’affondamento dell’isola di Thera nonché di qualche altra isola situata nelle vicinanze di Thera. Mayor ritiene anche che i racconti di un’invasione dell’Egitto proveniente dal mare ad opera di popolazioni provenienti da nord siano stati originati da effettivi attacchi subiti dall’Egitto da popoli che a causa dell’eruzione e del conseguente terremoto e maremoto che avevano distrutto Thera ed altre isole dell’Egeo e che avevano anche messo fine all’impero cretese minoico cercavano di conquistare altre terre dal momento che i luoghi da loro abitati o erano stati sommersi dal mare o erano stati a tal punto devastati da terremoti e maremoti da non essere più abitabili per moltissimo tempo.

Prenderemo ora in considerazione alcune delle teorie che riguardano il secondo elemento del mistero di Atlantide che abbiamo intenzione di affrontare in tale articolo ovvero la possibile esistenza di un legame tra il mistero del triangolo delle Bermude e il mistero di Atlantide. A tale riguardo esporremo le tre principali teorie che sono state formulate nel tentativo di stabilire una connessione, uno stretto legame tra le numerose sparizioni di aerei e di navi che si sono verificate nel Triangolo delle Bermude e il sommerso continente di Atlantide.

La prima di tali teorie è stata formulata da David Zink e parte dal presupposto che le numerose sparizioni di aerei e di navi avvenute nel Triangolo delle Bermude siano state causate da un’arma ancora attiva situata nelle rovine sommerse di Atlantide. David Zink chiama quest’arma costruita dagli abitanti di Atlantide “fuoco di cristallo”: tale studioso sostiene che quest’arma ancora funzionante dopo molti millenni si attiverebbe in determinate condizioni che non è facile allo stato attuale determinare e causerebbe la sparizione di navi e aerei nel Triangolo delle Bermude.

Come abbiamo sostenuto nel nostro articolo intitolato “Il mistero del Triangolo delle Bermude” tale teoria di Zink presenta un evidentissimo punto debole in quanto non riesce a spiegare come mai in alcuni casi sono spariti solamente gli equipaggi di determinate navi e non le imbarcazioni in questione. Infatti se come sostiene Zink le navi e gli aerei spariti sono stati distrutti o addirittura disintegrati dai micidiali raggi generati da questa arma micidiale situata tra le rovine sommerse di Atlantide non si sarebbe mai dovuto verificare nessun caso di quelli che abbiamo citato caratterizzati dalla scomparsa degli equipaggi di alcune navi senza che queste siano state minimamente danneggiate dagli ipotetici micidiali raggi che secondo Zink partirebbero da quest’arma degli antichi atlantidei da lui denominata “fuoco di cristallo”. Quindi se proprio si vuole sostenere che esiste un legame tra le sparizioni di navi ed aerei che si verificano da moltissimo tempo nel Triangolo delle Bermude ed il continente sommerso di Atlantide non ci sembra che la teoria elaborata da David Zink sia particolarmente convincente.

Prenderemo ora in considerazione la seconda teoria elaborata da alcuni studiosi allo scopo di stabilire un legame tra il mistero di Atlantide e quello del Triangolo delle Bermude. Secondo tali studiosi la causa delle numerose sparizioni di aerei e di navi che si sono verificate nel triangolo delle Bermude sono state causate dalle perturbazioni elettromagnetiche e dalle anomalie gravitazionali che sono presenti in tale zona geografica. A detta di tali studiosi le suddette perturbazioni ed anomalie sarebbero state causate proprio dall’apocalittico cataclisma che determinò migliaia di anni fa la distruzione e l’inabissarsi del continente di Atlantide. A dire il vero le perturbazioni elettromagnetiche e le anomalie gravitazionali che sono state riscontrate nel Triangolo delle Bermude non sono state individuate in nessun altro punto geografico del globo terrestre fatta eccezione per un braccio di mare piuttosto esteso situato nell’Oceano Pacifico in vicinanza del continente asiatico. Se teniamo presente che si parla in alcune fonti dell’esistenza di un altro continente sommerso sprofondato negli abissi dell’Oceano Pacifico in seguito ad un altro apocalittico cataclisma (ci riferiamo all’ipotetico continente perduto di Mu conosciuto anche col nome di Lemuria) appare senza dubbio strano che le uniche due zone del globo nel quale sono state rilevate tali alterazioni elettromagnetiche e tali anomalie gravitazionali siano situate una nell’Oceano Atlantico e l’altra nell’Oceano Pacifico ovvero nelle due aree geografiche dove si sarebbero inabissati i due ipotetici continenti perduti di Atlantide e di Mu. Naturalmente si potrebbe trattare semplicemente di una coincidenza che non ha nessun legame con i due presunti continenti sommersi ma in ogni caso gli scienziati non sono ancora riusciti a spiegare perché tali anomalie gravitazionali e perturbazioni elettromagnetiche esistono solamente in questi due punti del globo terrestre.

Prenderemo ora in considerazione la terza ipotesi formulata per sostenere l’esistenza di un legame tra il mistero del Triangolo delle Bermude ed il mistero di Atlantide. Secondo tale ipotesi il continente di Atlantide non si sarebbe inabissato in un intervallo ristretto di tempo in seguito ad un unico ed apocalittico cataclisma ma al contrario si sarebbe inabissato in un lungo intervallo di tempo ed in maniera graduale in seguito ad una serie di eventi catastrofici. Secondo una parte dei sostenitori di tale ipotesi tali eventi catastrofici sarebbero stati dovuti solamente a cause naturali mentre secondo altri la causa scatenante di tali eventi catastrofici che avrebbero portato alla graduale sommersione del continente di Atlantide sarebbe stata una guerra scoppiata tra gli atlantidei che, avendo a disposizione armi addirittura superiori dal punto di vista tecnologico a quelle esistenti nel mondo contemporaneo avrebbero causato essi stessi la distruzione e la sommersione del loro continente.

Secondo i sostenitori di tale ipotesi gli atlantidei proprio perché in possesso di sofisticatissime conoscenze scientifiche si sarebbero resi conto che il loro continente era destinato ad essere completamente sommerso dalle acque dell’Oceano Atlantico cosicché nel tentativo di salvare almeno una piccola parte degli abitanti di Atlantide avrebbero costruito una città sottomarina nella quale si sarebbero trasferiti un certo numero di atlantidei prima della sommersione totale del continente sia che essa sia stata dovuta a cause esclusivamente naturali sia che al contrario sia stata dovuta ad una guerra scoppiata nel continente perduto. Secondo tale ipotesi tale città sommersa abitata dai discendenti degli atlantidei esisterebbe ancora e si troverebbe proprio nei fondali del Triangolo delle Bermude. Di conseguenza le sparizioni numerosissime di aerei e navi ed anche le sparizioni dei soli equipaggi sarebbero stati causati dai discendenti degli abitanti di Atlantide che avrebbero rapito tali esseri umani per motivi non ancora chiariti.

Come abbiamo sostenuto nel nostro libro intitolato “I credenti degli UFO” questa ipotesi, anche se ha il pregio di spiegare anche le sparizioni dei soli equipaggi di alcune navi ritrovate perfettamente integre nelle acque del Triangolo delle Bermude, ci sembra un’ipotesi molto fantascientifica e molto improbabile anche perché presenta almeno due grandi punti deboli che ora prenderemo in considerazione. In primo luogo non spiega il motivo che spingerebbe i discendenti degli abitanti del sommerso continente di Atlantide residenti nella città sommersa a rapire periodicamente un numero considerevole di esseri umani. In secondo luogo se esistesse negli abissi del Triangolo delle Bermude una città sommersa di notevoli dimensioni (appare evidente infatti che una città di tal tipo dovrebbe essere molto estesa sia perché gli abitanti del perduto ipotetico continente avrebbero avuto molto tempo per costruirla sia perché doveva servire a salvare il maggior numero di Atlantidei possibile e le principali conquiste della scienza e tecnologia atlantidee). Appare molto improbabile per non dire quasi impossibile che una città sommersa di tali dimensioni non sia stata mai rilevata da nessuno.

In conclusione a nostro avviso solamente la seconda delle tre ipotesi formulate per sostenere l’esistenza di un legame tra il mistero di Atlantide e il mistero del Triangolo delle Bermude può essere considerata degna di esser presa in considerazione o quanto meno può essere considerata un’ipotesi che almeno non va contro il buon senso e non cade nell’assurdo. A nostro avviso invece le altre due ipotesi sono del tutto insostenibili in quanto cadono proprio nell’assurdo.

http://www.nexusedizioni.it/apri/Argome ... ATLANTIDE/


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