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 Oggetto del messaggio: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 25/06/2009, 10:45 
Modelli Quantistici della Coscienza
Antonella Vannini1

Abstract
In questo articolo viene presentata una breve rassegna dei modelli quantistici della
coscienza rinvenuti in letteratura. Nella parte conclusiva vengono forniti due criteri
di classificazione dei modelli giungendo così a selezionare unicamente quei
modelli che nascono dall’unione della meccanica quantistica con la relatività
ristretta.

1. Premessa
Fino a pochi decenni fa, la sfera dei contenuti e degli stati coscienti non era reputata un
oggetto adeguato di indagine scientifica. Essa appariva troppo sfuggente, troppo imparentata
con concetti metafisici per poter essere ricondotta al modello naturalistico delle leggi
universali e al rigore dei metodi e delle procedure di controllo in uso nella scienza. A partire
dagli anni '80, tuttavia, il vertiginoso progresso delle neuroscienze ha portato conferme
sperimentali sempre più numerose sul legame esistente tra fenomeni cerebrali e processi
mentali. Acquisita in tal modo una solida base fisiologica di riferimento, l'indagine sulla mente
e sulla coscienza ha cessato di essere considerata un argomento di pura speculazione
filosofica, per entrare a pieno titolo nel campo della ricerca scientifica.
Gli autori - scienziati e filosofi - che attualmente si interessano al problema della coscienza e
degli stati mentali sono moltissimi, ed estremamente variegata è la gamma delle loro
posizioni. Le teorie sulla coscienza proposte negli ultimi decenni vanno dai modelli fondati
sulla fisica classica (ad esempio i modelli avanzati da Paul Churchland, Antonio Damasio,
Daniel Dennett, Gerald Edelman, Francisco Varela e John Searle) ai modelli di ultima
generazione che tentano di fondare una spiegazione delle dinamiche coscienti sui principi
della Meccanica Quantistica (MQ), quali i concetti fondamentali di dualismo onda-particella,
collasso della funzione d’onda, retrocausalità, non località e campo unificato (ad esempio i
modelli proposti da John Eccles, Stuart Hameroff, Roger Penrose e Chris King). Malgrado i
progressi finora ottenuti, una autentica comprensione dei fenomeni mentali appare ancor oggi
un traguardo piuttosto lontano.

2. I modelli quantistici della coscienza: una cronologia
Verranno descritti brevemente, in ordine cronologico a partire dall’anno 1924, i modelli quantistici della coscienza rinvenuti in letteratura.

2.1. Il modello di Alfred Lotka: la costante di Planck come linea di confine tra mondo
oggettivo e mondo soggettivo (1924).
Il modello di Lotka, proposto prima della scoperta del principio di indeterminazione di
Heisenberg e della formulazione dell’interpretazione di Copenhagen, può essere considerato
il primo modello quantistico della coscienza. Lotka ipotizza due tipi di coscienza. La prima, da
lui chiamata deterministica, corrisponde al mondo esterno dei fatti oggettivi. La seconda, da
lui chiamata soggettiva, corrisponde al mondo interiore (qualia). Secondo Lotka, la coscienza
del primo tipo (deterministica) è relativa a tutti quei fenomeni che si manifestano al di sopra
della costante di Planck. A questo livello si ipotizzava che vigessero le leggi deterministiche
della fisica newtoniana. La coscienza del secondo tipo (soggettiva) avrebbe invece luogo al di
sotto della costante di Planck, dove le leggi della fisica newtoniana non hanno più modo di
operare.

2.2. Il modello di Niels Bohr: la coscienza crea la realtà attraverso il collasso della funzione
d’onda (1930).
L’interpretazione di Copenhagen, proposta da Niels Bohr e Werner Heisenberg, ipotizza un
collegamento diretto tra coscienza e proprietà della Meccanica Quantistica. Infatti, la CI
riconosce esplicitamente alla coscienza (tramite l’esercizio dell’osservazione o misurazione
del sistema), la capacità di far collassare la funzione d’onda determinando, in questo modo, la
manifestazione della realtà stessa.
Secondo il modello proposto da Bohr e Heisenberg, la coscienza sarebbe una proprietà
immanente della realtà che precede e determina, attraverso l’osservazione ed il conseguente
collasso della funzione d’onda, tutta la realtà esistente.

2.3. Il modello di Lugi Fantappiè: onde anticipate e coscienza (1941).
Il punto di partenza del modello di Fantappiè è, dal punto di vista fisico-matematico,
l’operatore di d’Alembert. Tale operatore fu ottenuto da Klein e Gordon nel 1927, quando
riscrissero l’equazione d’onda di Schrödinger al fine di renderla compatibile con gli assunti
della relatività ristretta.
L’operatore di d’Alembert prevede due tipi di onde: onde ritardate che divergono dal passato
verso il futuro e onde anticipate che divergono a ritroso nel tempo, dal futuro al passato e
che, per noi che ci muoviamo avanti nel tempo, corrispondono ad onde convergenti.
Studiando le proprietà matematiche di queste onde Fantappiè scoprì che le onde divergenti
sono governate dalla legge dell’entropia, mentre le onde convergenti sono governate da una
legge simmetrica, che porta alla creazione di differenziazione e ordine, e che Fantappiè
chiamò la legge della sintropia. In particolare, Fantappiè identificò nell’organizzazione dei
sistemi viventi la manifestazione della sintropia, ossia delle onde anticipate. Partendo dalle
proprietà matematiche della sintropia e dell’entropia, Fantappiè giunse a formulare un
modello della coscienza articolato sui seguenti punti:
• Libero arbitrio: elemento costitutivo della coscienza, viene visto da Fantappiè come
conseguenza di uno stato costante di scelta tra informazioni provenienti dal passato e
sollecitazioni provenienti dal futuro.
• Sentimento di vita: altro elemento costitutivo della coscienza è, secondo Fantappiè, il
sentimento di vita, quale diretta conseguenza delle onde convergenti, che si muovono a
ritroso nel tempo, dal futuro verso il passato. Fantappiè sostiene questa affermazione
argomentando che, nel momento in cui i sensi del mondo esterno oggettivo si
affievoliscono, come negli stati di meditazione profonda, le persone sperimentano forme di
coscienza in cui passato, presente e futuro coesistono. La coesistenza di passato,
presente e futuro discende direttamente dai principi della relatività ristretta e dalla loro
applicazione nell’equazione di Klein-Gordon.
• Memoria non locale: Fantappiè ipotizza, come conseguenza del principio della sintropia,
l’esistenza di collegamenti non locali nell’universo. Ad esempio, la memoria dei sistemi
viventi potrebbe manifestarsi come collegamenti non locali con eventi passati che, in base
all’equazione di Klein-Gordon, sono tuttora presenti.
L’impostazione di Fantappiè può essere oggi ritrovata nell’Interpretazione Transazionale della
MQ (TI) e nel modello della coscienza proposto da Chris King.

2.4 Il modello di David Bohm: l’ordine implicato (1950).
Bohm introduce i concetti di ordine implicato e ordine esplicato. Nell’ordine implicato non vi è
differenza tra mente e materia, mentre nell’ordine esplicato la mente e la materia si separano.
Quando ci muoviamo all’interno della materia, ossia nel mondo quantistico del microcosmo,
l’ordine implicato emerge, mentre quando ci muoviamo al di sopra del livello di azione della
MQ, ossia nel macrocosmo, l’ordine esplicato prende il sopravvento. Secondo Bohm la
coscienza coincide con l’ordine implicato. Nell’ordine implicato le particelle prendono forma, si
“in-formano” attraverso il collasso della funzione d’onda, e quindi l’ordine implicato coincide
con il processo di in-formazione (prendere forma). Bohm era solito spiegare l’ordine implicato
riportando l’esempio della musica. Quando ascoltiamo un brano musicale, infatti, percepiamo
l’ordine implicato nel suono (cioè l’informazione associata al suono come esperienza
soggettiva dell’ascolto del brano musicale) e non solo l’ordine esplicato dal suono (parametri
fisici del suono, come la frequenza e l’ampiezza delle onde sonore). Secondo Bohm, ogni
particella materiale è dotata di una rudimentale qualità mentale. Il processo dell’informazione,
cioè del prendere forma da parte della materia, costituisce il ponte tra le qualità
mentali e le qualità materiali delle particelle. Al livello più basso della realtà, cioè al livello
della MQ, i processi mentali (coscienti) e quelli fisici sarebbero essenzialmente la stessa
cosa.

2.5 Il modello di Herbert Fröhlich: l’ordine dei condensati di Bose-Einstein (1968).
I condensati di Bose-Einstein sono uno stato della materia che si raggiunge a temperature
estremamente basse. Questi condensati si manifestano come strutture estremamente
“ordinate”, e l’ordine raggiunto è tale che tutte le particelle, che compongono il condensato, si
comportano come se fossero un’unica particella.
Nel 1960 Fröhlich mostrò che durante la digestione tutti i dipoli si allineano e oscillano in
modo perfettamente coordinato. Di conseguenza, Fröhlich ipotizzò che ciò potesse portare,
nelle membrane cellulari a temperatura ambiente, alla formazione di condensati di Bose-
Einstein. Una proprietà dei condensati di Bose-Einstein è che essi consentono di amplificare i
segnali e di codificare le informazioni, elementi che, secondo Fröhlich, sono alla base della
coscienza. Il lavoro di Fröhlich venne ripreso e ampliato nel modello QBD (Quantum Brain
Dynamics) della coscienza, proposto da Umezawa e Ricciardi.

2.6. Il modello di Evan Walker: il tunneling sinaptico (1970).
Nella meccanica quantistica, con il termine effetto tunneling si indica il fenomeno per cui una
particella viola i principi della meccanica classica oltrepassando una barriera (ad esempio una
differenza di potenziale) più forte dell’energia cinetica della particella stessa.
Secondo Walker, grazie all’effetto tunneling gli elettroni possono passare da una neurone
adiacente all’altro, creando così un network neurale “virtuale” (e parallelo a quello
macroscopico o “reale”) a cui sarebbe associata la coscienza. Il sistema nervoso reale opera
attraverso messaggi sinaptici, mentre il sistema nervoso virtuale opererebbe attraverso effetti
di tunneling quantico. Il sistema nervoso reale seguirebbe le leggi della fisica classica, mentre
il sistema nervoso virtuale seguirebbe le leggi della meccanica quantistica. La coscienza
sarebbe perciò il prodotto delle leggi della meccanica quantistica, anche se il comportamento
del cervello può essere descritto in base alle leggi della fisica classica.

2.7. Il modello di Umezawa e Ricciardi: Quantum Field Theory e Quantum Brain Dynamics
(1980).
Nel 1967 Luigi Maria Ricciardi e Horoomi Umezawa proposero un modello della coscienza
basato sulla Teoria Quantistica dei Campi (QFT, Quantum Field Theory). Questo modello è
un ampliamento del modello proposto da Fröhlich sui condensati di Bose-Einstein. Le funzioni
più elevate ed evolute del cervello vengono viste come conseguenza di fenomeni quantici di
ordine collettivo. In particolare, la memoria viene associata ai “vacuum states”. Nella QFT i
vacuum states sono i livelli più bassi di energia in cui, per definizione, non sono contenute
particelle. La stabilità dei vacuum states li rende ideali come unità di memoria. Umezawa e
Ricciardi sottolineano che una delle proprietà dei vacuum states è quella di consentire
correlazioni e forme di ordine che possono estendersi fino al livello macroscopico,
producendo campi che interagiscono con il sistema neurale. Secondo Umezawa, la
coscienza sarebbe il risultato della totalità dei processi fisici di tipo quantistico, mentre il
sistema nervoso sarebbe relegato alla sola funzione di trasmissione dei segnali macroscopici.
Il modello di Umezawa è stato ripreso e sviluppato ulteriormente da Giuseppe Vitiello.

2.8. Il modello di John Carew Eccles: gli psiconi (1986).
John Carew Eccles, premio Nobel per la fisiologia nel 1963, scoprì che in tutti i tipi di sinapsi
a trasmissione chimica gli impulsi che invadono un reticolo vescicolare presinaptico
determinano al massimo una sola esocitosi. Esiste un principio di conservazione al livello del
trasmettitore sinaptico, attraverso un processo ancora sconosciuto di complessità superiore.
L’esocitosi è l’attività unitaria fondamentale della corteccia cerebrale. Con i principi della
meccanica quantistica è possibile spiegare la bassa probabilità di emissioni quantiche
(esocitosi) in risposta agli impulsi nervosi. Eccles introduce gli psiconi, particelle di coscienza,
che ipotizza abbiano la capacità di connettersi insieme per offrire un’esperienza unificata.
Prove sempre più numerose, secondo Eccles, indicano che il complesso processo
dell’esocitosi e la sua natura probabilistica sono governati da transizioni quantistiche fra stati
molecolari metastabili. Per Eccles, la mente è un campo non-materiale; l’analogo più simile è
forse un campo di probabilità. La coscienza appartiene ed è evocata dall’attenzione che
agisce su aree selezionate della corteccia cerebrale determinandone l’eccitazione.

2.9. Il modello di Nick Herbert: la coscienza pervasiva (1987).
Secondo Herbert la coscienza è una proprietà che pervade tutta la natura, ed è una
componente fondamentale dell’universo come lo sono le forze e le particelle. Herbert giunge
a questa affermazione analizzando i principi di probabilità, di assenza di materia (gli oggetti si
formano solo quando vengono osservati) e di interconnessione (entenglement). Secondo
Herbert, questi tre principi sono direttamente collegati alle tre caratteristiche fondamentali
della coscienza: libero arbitrio, ambiguità di fondo e interconnessione psichica.

2.10. Il modello James Culbertson: lo psicospazio (1987).
Secondo Culbertson la memoria è alla base della coscienza, e nasce nel momento in cui la
materia cambia il suo stato nel tempo. In altre parole, la memoria non è altro che il risultato di
connessioni che si stabiliscono tra stati distinti dello spazio-tempo. La memoria non è quindi il
frutto di dati che vengono immagazzinati nel cervello, ma di collegamenti tra momenti distinti
dello spazio-tempo. Di conseguenza, Culberston afferma che la coscienza non risiede nel
cervello, ma nello spazio-tempo dove risiede la memoria stessa. Per descrivere questo
concetto, Culberston conia il termine di psico-spazio.
Dal momento che tutti gli oggetti della natura cambiano il proprio stato nel tempo, Culberston
arriva alla conclusione che tutti gli oggetti della natura potrebbero essere dotati di coscienza.

2.11. Il modello di Ian Marshall: Quantum Self Theory (1989).
Il lavoro di Marshall prende le mosse dalla proposta di Fröhlich e collega le proprietà olistiche
della coscienza con l’eccitazione dei condensati di Bose-Einstein. Quando i condensati
vengono eccitati da un campo elettrico, si ha un’esperienza cosciente. Marshall ipotizza che il
collasso della funzione d’onda vada sempre verso la formazione di condensati Bose-Einstein
e che vi sia quindi una tendenza universale verso la creazione di vita e coscienza (principio
antropico). Le mutazioni non avverrebbero quindi in modo casuale, ma tenderebbero verso la
formazione di vita e coscienza. Il mondo mentale (l’esperienza conscia) coinciderebbe con i
bosoni (particelle attrattive come i gravitoni e i gluoni che stabiliscono “relazioni” e possono
condividere gli stessi stati), mentre il mondo materiale coinciderebbe con i fermioni (elettroni,
protoni, neutroni) in cui non vi è condivisione degli stessi stati.

2.12. Il modello di Michael Lockwood: l’interpretazione “Many Minds” (1989).
Il modello di Lockwood si riferisce esplicitamente all’interpretazione della MQ denominata
“Many Worlds” (vedi sopra). Secondo Lockwood, le sensazioni sono attributi intrinsechi degli
stati fisici del cervello e sussisterebbero tutte contemporaneamente, creando un sistema a
tante “menti” quante sono le combinazioni di tutti gli stati mentali possibili. La coscienza
andrebbe poi a “selezionare” nel cervello le sensazioni, estraendole da tutte le possibili, ma
non le creerebbe.

2.13. Il modello di Roger Penrose e Stuart Hameroff: ORCH-OR, Orchestrated Objective
Reduction (1989).
Il modello di Hameroff e Penrose parte dal presupposto che la realtà sia composta da 3
mondi: il mondo platonico, il mondo fisico e il mondo mentale. Mentre nell’interpretazione di
Copenhagen il mondo fisico viene determinato dal mondo mentale (dall’osservazione)
attraverso il collasso della funzione d’onda, nel modello di Penrose e Hameroff questi mondi
sono separati e interagiscono tra loro attraverso il collasso della funzione d’onda.
Penrose e Hameroff suggeriscono che nei microtubuli, strutture di tubulina che formano il
citoscheletro dei neuroni, abbia luogo, ogni 25 msec, il collasso della funzione d’onda (OR),
producendo così un’esperienza cosciente, cioè portando il mondo mentale ad entrare in
contatto con il mondo fisico.
Secondo gli autori l’insieme dei collassi della funzione d’onda darebbe origine al flusso della
coscienza e ad una “orchestrazione”, cioè a processi di computazione quantica che si
autoorganizzano.

2.14. Il modello di Chris King: Supercausalità e coscienza (1989).
Il matematico Chris King propone un modello fondato sull’interpretazione transazionale (TI)
della MQ che, come abbiamo visto, prevede una duplice soluzione dell’equazione d’onda
relativizzata (equazione di Klein-Gordon).
Nel modello proposto, King afferma che gli oggetti quantici si trovano costantemente di fronte
a biforcazioni (sollecitazioni provenienti dal passato e sollecitazioni provenienti dal futuro) che
possono essere superate unicamente operando scelte. King ricorda i lavori di Eccles,
Penrose e Hameroff che dimostrano l’esistenza di strutture quantiche nei sistemi viventi e
giunge così ad ipotizzare che i sistemi viventi stessi siano influenzati non solo dalla causalità
ma anche dalla retrocausalità (supercausalità). Ciò porrebbe i sistemi viventi in uno stato
costante di scelta che, secondo King, è una caratteristica comune a tutti i livelli
dell’organizzazione biologica, dalle molecole fino alle macrostrutture. Dal momento che le
unità fondamentali di un organismo biologico agirebbero ognuna in base al libero arbitrio e,
dal momento che gli esiti di questo libero processo di scelta non sono determinabili a priori, il
sistema stesso dovrebbe manifestare costantemente dinamiche caotiche e sfuggire così ad
un approccio di studio puramente deterministico. King individua due livelli di spiegazione
della coscienza. Nel primo livello, l’informazione si trasferisce dalla mente al cervello,
attraverso le scelte operate esercitando il libero arbitrio; nel secondo livello, l’informazione
passa dal cervello alla mente, grazie alla selezione e all’amplificazione dei segnali (ad
esempio i segnali sensoriali ricevuti dai recettori periferici, ma anche i segnali interni) operata
dalle dinamiche caotiche (ad esempio le strutture frattali) del cervello.

2.15. Il modello di Matti Pitkänen: TGD, Topological Geometro Dynamics (1990).
Il modello TGD della coscienza si basa sull’ipotesi di salti quantici che coinvolgono momenti
diversi del tempo (quantum jumps between quantum histories) e sul concetto che tutto è
coscienza. In base a questo modello si parte da uno stadio iniziale di massima coscienza che
diminuisce progressivamente via via che le particelle sviluppano interconnessioni tra di loro
(entanglement). In altre parole, il Sé rimarrebbe cosciente finché non è entangled e la
coscienza può solo essere persa.

2.16. Il modello di Karl Pribram: Modello Olonomico della mente (1991).
Nel suo modello, Karl Pribram propone una ipotesi olografica della memoria e della mente.
Un ologramma è una fotografia tridimensionale prodotta con l'aiuto di un laser. Per creare
un ologramma, l'oggetto da fotografare è prima immerso nella luce di un raggio laser, poi un
secondo raggio viene fatto rimbalzare sulla luce riflessa del primo e lo schema risultante dalla
zona di interferenza dove i due raggi si incontrano viene impresso sulla
pellicola fotografica.
Quando la pellicola viene sviluppata risulta visibile solo un intrico di linee chiare e scure che,
illuminato da un altro raggio laser, lascia emergere il soggetto originale. La tridimensionalità di
tali immagini non è l'unica caratteristica interessante degli ologrammi; infatti, se ad esempio
l'ologramma di una rosa viene tagliato a metà e poi illuminato da un laser, si scoprirà che
ciascuna metà contiene ancora l'immagine intera della rosa. Anche continuando a dividere le
due metà, vedremo che ogni minuscolo frammento di pellicola conterrà sempre una versione
più piccola, ma intatta, della stessa immagine. Diversamente dalle normali fotografie, ogni
parte di un ologramma contiene tutte le informazioni possedute dall'ologramma integro.
Secondo la visione di Pribram, i ricordi non sono “immagazzinati” in qualche area del cervello,
ma si celano negli schemi degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il cervello,
proprio come gli schemi dei raggi laser che si intersecano su tutta l’area del frammento di
pellicola che contiene l’immagine olografica. Secondo questo modello, inoltre, ogni
sensazione viene trasformata dal cervello in un’onda, e tutte le onde interferiscono tra loro
generando così gli ologrammi. Le stesse equazioni utilizzate per analizzare gli ologrammi (le
trasformazioni di Fourier) sono utilizzate, secondo l’autore, dal cervello per analizzare i dati
sensoriali.

2.17. Il modello di Henry Stapp: Quantum State Reduction and Conscious Acts (1993)
Il modello di Stapp si basa sul concetto che la coscienza crea la realtà (interpretazione di
Copenhagen). Stapp parte dall’affermazione di Von Neumann secondo la quale l’universo è il
risultato oggettivo di atti soggettivi (di osservazione) per giungere all’affermazione che ciò che
esiste è l’esperienza soggettiva, e che l’unica cosa che possiamo conoscere sono le nostre
stesse percezioni. Il modello della coscienza di Stapp è tripartito:
1. La realtà è una sequenza di eventi finiti nel cervello.
2. Ogni evento si traduce in un aumento di conoscenza.
3. La conoscenza è la conseguenza di sistemi che osservano.

2.18. Il modello di Kunio Yasue: Quantum Brain Dynamics (1995).
Yasue Kunio e Jibu Mari partono dal modello di Umezawa per sviluppare una neurofisica
quantistica nella quale le onde cerebrali vengono rappresentate per mezzo dell’equazione di
Schrödinger. Il cervello diventa così un sistema quantistico macroscopico. Yasue ipotizza che
la coscienza emerga dall’interazione tra i campi elettromagnetici e i campi molecolari
dell’acqua nelle proteine. L’evoluzione della funzione d’onda neurale non sarebbe random
(probabilistica), ma sarebbe funzionale all’ottimizzazione dell’azione dei neuroni, giungendo
così ad un modello cibernetico della coscienza non basato su reti neurali fisiche, ma sul
concetto delle interazioni tra onde.

2.19. Il modello di Giuseppe Vitiello: modello dissipativo della coscienza (1995).
Il modello proposto da Vitiello si fonda sulla QFT (Quantum Field Theory) e riprende il lavoro
di Umezawa, nel quale i “vacuum states” erano considerati come unità di memoria. L’autore
parte dalla considerazione che un problema lasciato aperto da Umezawa è quello della
capacità di memoria. Infatti, nel modello di quest’ultimo, le nuove informazioni sovrascrivono
quelle precedenti. Nel tentativo di ovviare a questo limite, Vitiello propone un modello
dissipativo della coscienza, nel quale i sistemi viventi si comportano come sistemi dissipativi
proprio allo scopo di abbassare le temperature interne e permettere la formazione di vacuum
states (che richiedono temperature molto più basse di quelle corporee). Quando si considera
il cervello come un sistema dissipativo, è necessario tener presente, nel formalismo
matematico della QFT, l’ambiente, il cui ruolo è appunto quello di assorbire l’energia dissipata
dal sistema. Vitiello giunge, dal punto di vista del formalismo matematico della QFT, ad
affermare che l’ambiente, per poter espletare la propria funzione assorbitrice, debba avere il
verso del tempo orientato in direzione opposta rispetto al cervello. Poiché la funzione
cognitiva che Vitiello tenta di spiegare con la QFT è la memoria che, per definizione, è un
processo irreversibile che si muove dal passato verso il futuro, l’ambiente deve
necessariamente muoversi indietro nel tempo, dal futuro verso il passato.
Il modello di Vitiello consente di aumentare i gradi di libertà del sistema e, di conseguenza, le
dimensioni della memoria, risolvendo in questo modo il problema della sovrascrittura. Infine,
l’autore ipotizza che la coscienza nasca nel processo continuo di interazione del cervello con
il suo “doppio”, rappresentato dall’ambiente.

2.20. Il modello di Alex Kaivarainen: modello gerarchico della coscienza (1996).
Il modello gerarchico di Kaivarainen parte dal presupposto che l’eccitazione neurale dipenda
da un insieme di onde:
• termiche (onde di de Broglie – onde B)
• elettromagnetiche (onde IR)
• acustiche (onde tr)
• gravitazionali (onde lb).
A tal fine vengono inseriti 4 nuovi tipi di particelle:
1. Effectons (per le onde tr e lb);
2. Convertons (per l’interazione tra one tr e lb);
3. Transitons (per gli stati tr e lb);
4. Deformons (superposizioni di transitions e convertons).
Questo modello porterebbe, secondo l’autore, a giustificare condensati di materia nelle
cellule.

2.21. Il modello di Massimo Bondi: giunzioni sinaptiche e coscienza (1998).
Bondi parte dall’analisi delle situazioni in cui la coscienza svanisce, come ad esempio il
sonno, le anestesie e le situazioni patologiche. Questi tre momenti (fisiologici, farmacologici e
patologici), dimostrerebbero la natura globale della coscienza che si accende e spegne
quando le strutture neurali (giunzioni sinaptiche) perdono le loro proprietà computazionali di
natura quantica. Il modello proposto da Bondi prevede l’esistenza di canali a spirale che si
propagano nelle strutture labirintiche della corteccia cerebrale portando alla costituzione di
strutture anatomiche e istologiche nelle quali il flusso delle particelle determina uno stato
costante di coscienza.

2.22. Il modello di Hupping Hu: la coscienza mediata dallo spin (2002).
Hu sottolinea che lo spin sta emergendo come l’elemento fondamentale della meccanica
quantistica. Hu associa gli spin ai pixel, in questo caso pixel mentali. Il modello della
coscienza che ne consegue ha quindi proprietà non-locali e non-computabili.

3. Classificazione dei modelli quantistici della coscienza e prospettive per la ricerca
I modelli della coscienza fin qui rinvenuti in letteratura possono essere suddivisi in tre grandi
categorie:
1. modelli che collocano la coscienza nella posizione di un principio primo dal quale
discende la realtà;
2. modelli che fanno discendere la coscienza dalle proprietà indeterministiche e
probabilistiche del mondo quantistico;
3. modelli che individuano nella MQ un principio d’ordine dal quale discendono e si
organizzano le proprietà della coscienza.

[...]

Analizzando i modelli quantistici della coscienza qui descritti, è possibile rinvenire una tendenza alla “deriva mistica”
principalmente nei modelli che rientrano nella prima categoria e che si rifanno, in modo più o
meno esplicito, all’interpretazione di Copenhagen della MQ. Tali modelli sfuggono, per
definizione, alla verifica sperimentale, in quanto fanno discendere le loro assunzioni dal fatto
che la coscienza stessa si pone a monte della realtà osservata e la determina. In questo
senso, i modelli che rientrano nella prima categoria potrebbero essere considerati non tanto
dei modelli della coscienza, quanto piuttosto dei modelli che cercano di spiegare l’emergere
della realtà osservabile da processi panpsichisti. Non a caso, questi autori fanno esplicito
riferimento al concetto di panpsichismo.
Per quanto riguarda la seconda categoria di modelli, anch’essi si pongono al di là della
falsificabilità, in quanto partono dall’assunto che la coscienza risieda in un dominio non
osservabile con le attuali tecnologie della ricerca, come ad esempio i processi che avvengono
a scale di misura al di sotto della costante di Planck.

Infine, i modelli che rientrano nella terza categoria e che si basano sulla ricerca, in natura, di
un principio di ordine che possa giustificare le proprietà della coscienza, si richiamano
prevalentemente a principi e fenomeni che hanno già portato alla realizzazione di interessanti
applicazioni in campo fisico (come, ad esempio, i condensati di Bose-Einstein, i
superconduttori e il laser). Questo fa in modo che tali modelli possano essere più facilmente
tradotti in ipotesi operative da verificare in campo sperimentale.
Al criterio della falsificabilità scientifica, appena discusso, va aggiunto, però, un secondo
criterio relativo alla compatibilità del modello con le caratteristiche tipiche dei sistemi biologici.
Ciò in quanto i principi di ordine rinvenuti nella terza categoria propongono soluzioni spesso
palesemente incompatibili con le caratteristiche dei sistemi biologici, come, ad esempio, i
condensati di Bose-Einstein che richiedono, per manifestarsi, temperature prossime allo zero
assoluto (-273 C°). Applicando questo secondo criterio di selezione vengono
progressivamente esclusi tutti i modelli ad eccezione del modello di Luigi Fantappiè e di Chris
King. A tal proposito è necessario sottolineare che il modello proposto da Fantappiè ed il
modello di King possono essere considerati degli “ibridi” tra meccanica quantistica e relatività
ristretta, in quanto partono dall’unione dell’equazione di Schrödinger (meccanica quantistica)
con l’equazione energia, momento, massa (relatività ristretta).

Si giunge così alla conclusione che tutti i modelli della coscienza proposti nell’ambito della
meccanica quantistica non sono traducibili in proposte sperimentali perché sono o
incompatibili con il criterio della falsificabilità e/o incompatibili con le caratteristiche dei sistemi
biologici. Gli unici due modelli che superano il vaglio di questa prima rassegna sono quelli che
uniscono la meccanica quantistica con la relatività ristretta.

http://www.sintropia.it/italiano/2007-it-1-3.pdf



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Messaggio di Blissenobiarella

Modelli Quantistici della Coscienza


Davvero mooolto interessante Bliss.... [:X]



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"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

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MessaggioInviato: 28/06/2009, 00:21 
Pare anche a me TTE ^_^

Continuando a far farlare i fisici:
"La coscienza mi pare un fenomeno di tale importanza che, semplicemente, non posso credere che essa sia solo un prodotto secondario «accidentale» di un calcolo complicato. Essa è il fenomeno grazie al quale si conosce l'esistenza stessa dell'universo. Si può sostenere che un universo governato da leggi che non ammettono la coscienza non sia affatto un universo. Io direi addirittura che tutte le descrizioni matematiche di un universo che sono state date finora non soddisfino questo criterio. È solo il fenomeno della coscienza a poter conferire un'esistenza reale a un presunto universo «teorico»! "
Roger Penrose - La mente nuova dell'imperatore
http://www.tecalibri.info/P/PENROSE_mente.htm#fine



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MessaggioInviato: 28/06/2009, 09:05 
Probabilmente la coscienza cioè il pensiero e' l'unica cosa reale del nostro universo.



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MessaggioInviato: 28/06/2009, 09:18 
non credo che la coscienza sia propriamente il pensiero..ilpensiero implica il nostro modo di ragionare sugli impulsi ricevuti sia dal mondo esteriore sia da quello interiore. forse Bless voleva farci ragionare o indurre a un effetto "spore" sule nostre risposte per vedere cosa saltava fuori ...


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MessaggioInviato: 28/06/2009, 14:36 
Cita:
CosmoSantel ha scritto:

non credo che la coscienza sia propriamente il pensiero..ilpensiero implica il nostro modo di ragionare sugli impulsi ricevuti sia dal mondo esteriore sia da quello interiore. forse Bless voleva farci ragionare o indurre a un effetto "spore" sule nostre risposte per vedere cosa saltava fuori ...


E' vero che i due termini non sono sinonimi, ma non possiamo scindere il pensiero dalla coscienza, sono una cosa indivisibile.

La coscienza e' propriamente un evoluzione del pensiero, un processo della mente che porta alla consapevolezza, cioè alla costatazione attiva della conoscenza, che non ne implica necessariamente la comprensione.

Noi comprendiamo solo in minima parte la realtà che ci circonda, ma secondo la meccanica quantistica la influenziamo diventando noi stessi creatori della nostra realtà.

In questa fase l'umanità ha aquisito nuova conoscenza scoprendo il micromondo dei quanti, quando riusciremo a comprendere cos'é la realtà e il pensiero che la genera, forse aquisiremo un nuovo livello di coscienza, quel salto quantico dell'uomo ipotizzato da alcuni fisici, che ci proietterà in un futuro nuovo.



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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 11/11/2017, 10:14 
Cita:
Ai confini della realtà percepita e immaginata

Roger Penrose: la realtà fisica, il cervello umano e la quantistica
di Guido Marenco

Roger Penrose è soprattutto uno scienziato ma, fa discutere nel mondo della filosofia per le singolari teorizzazioni su come funziona la mente umana in rapporto all'elettrodinamica quantistica, per la sua fiera opposizione alla versione forte dell'IA e a quella più sfumata alla versione debole sostenuta ad esempio da John Searle, il quale, a sua volta, sembra piuttosto vicino alle posizioni di Winograd e Flores, che di informatica si intendono davvero. Per Penrose il cervello non lavora solo su basi computazionali, nemmeno quando affronta questioni matematiche, mentre i computer, compresi i modelli paralleli, non possono fare altrimenti, e questo è argomento sufficiente per smontare aspettative suscitate da affermazioni del tipo "vedrete se non riusciremo a costruire macchine coscienti!"
Penrose distingue tra intelligenza e coscienza, e non vuole affatto negare che un computer disponga di una qualità simile all'intelligenza umana.; dice solo che una macchina non può avere consapevolezza di sé, anche se può eseguire compiti meglio e molto più rapidamente di un individuo molto intelligente. In questi giorni stavo ripensando all'articolo di Bill Gates pubblicato da "Le scienze" n° 461, gennaio 2007. Presto, in ogni casa dei cittadini del primo mondo ci sarà un robot, o persino più d'uno. L'evoluzione tecnologica marcia sempre più in fretta delle idee su di essa, comprese le idee di Penrose, ma ciò non vuol dire che il buon Roger abbia perso la sua battaglia se crediamo, ad esempio, che non c'è progresso tecnologico che tenga di fronte all'impossibilità del teletrasporto di individui viventi come nei film di Star Trek, o a quella di costruire un golem simile all'essere umano ma percorso da cavi elettrici invece che da vasi sanguigni e neuroni. Le due faccende stanno in rapporto e Penrose crede di averlo dimostrato descrivendo il teletrasporto come una distruzione dell'originale e il salvataggio di una copia da un'altra parte. Quindi, il teletrasporto non è un modo di viaggiare, ma un modo per duplicare, una sorta di clonazione proiettata a distanza che però non riesce a salvare l'originale. Sarebbe illusorio pensare che chi esce da un teletrasporto è lo stesso individuo demolito dalla macchina all'ingresso. Si possono aver dubbi in proposito? Io, qualcuno ce l'ho ma, se devo dire la verità, non solo non mi sottoporrei ad un esperimento, ma sconsiglierei vivamente chiunque dal cedere alla seduzione di sottoporvisi. L'idea che da qualche parte esista una mia copia, ma non io, non mi piace affatto!

L'idea del'IA non naviga a grande distanza da quella del teletrasporto: si possono costruire macchine capaci di clonare non la forma, ma il contenuto e le qualità intellettive dell'essere umano. Anzi, molto di più. Esse non sono una copia di un individuo particolare, ma il meglio di tutti gli individui e del loro logos, una sintesi perfetta, insuperabile da parte della natura. Penrose contesta queste affermazioni, ma poi si arresta di fronte ai prodigi di computer quantistici. E non sfugge alla tentazione di scrutare nelle più recondite profondità del sistema nervoso per trovare il livello quantistico della fisica nei microtubuli. Quello che succede "là dentro"è determinante, presenta strabilianti somiglianze con ciò che succede in un computer quantistico. Ed è deterministico. Non so se Penrose abbia cambiato idea, ma il suo determinismo ne La mente nuova dell'imperatore raggiunge livelli inaccettabili per chiunque abbia un pur minimo concetto di libero arbitrio. Rimane da capire come nel pensiero di uno stesso individuo possano convivere un'alta considerazione della coscienza e una bassissima credenza nella reale libertà di decisione.
Un simile determinismo, infine, si scontra e non può non farlo, con i concetti della selezione naturale. Per il determinista ideologico non ci può essere alcunché di casuale nella comparsa e nella scomparsa dei caratteri delle popolazioni. Penrose è talmente convinto di questo da rimanere tiepido nei confronti del principio antropico sia nella variante forte che in quella debole. «Questo principio ha molte forme... - scrive - Quella più chiaramente accettabile concerne semplicemente la localizzazione spazio-temporale della vita cosciente (o "intelligente") nell'universo. E' questo il principio antropico debole. Questo argomento può essere spiegato perché le condizioni fisiche si trovino ad essere esattamente quelle appropriate per l'esistenza della vita (intelligente) sulla Terra oggi.» (1) Quanto alla versione forte, Penrose pensa che esso consenta di considerare la nostra posizione spazio-temporale non solo nell'universo reale, ma rispetto a tutti i possibili. «In quest'ottica possiamo tentare di rispondere a domande come perché le costanti fisiche, o le leggi della fisica in generale, siano specificamente progettate in vista dell'esistenza della vita intelligente. Il ragionamento è che, se le costanti o le leggi fisiche fossero diverse, noi non saremmo in questo particolare universo bensì in qualche altro!» Dopo queste considerazioni, Penrose consiglia di usare il principio antropico debole con estrema cautela e confessa di non credere che «il principio antropico sia la vera ragione (o l'unica ragione) per l'evoluzione della coscienza.» Sostiene che ci sono molte altre prove per credere che la coscienza procuri un forte vantaggio selettivo. La più evidente, a questo punto, è che se essa è determinata a priori, non può che essere necessariamente quella che è attualmente. Un simile determinismo attacca frontalmente tutti i darwinismi, ma Penrose mette la questione in modo da rendere l'attacco invisibile e continua a parlare di selezione come se niente fosse. Ma non si tratta, forse, di una selezione predeterminata?

Prima di mettersi a formulare ipotesi su come funziona il cervello, Penrose si è occupato brillantemente di fisica e di matematica in modo che dire 'profondo' è dir poco. Il suo giovanile articolo sull'inversione delle matrici ha fatto il giro del mondo piazzandosi sulle scrivanie dei matematici puri più scafati. La teoria dei twistor, oggetti geometrici astratti che operano in uno spazio complesso con un numero superiore di dimensioni, costituisce un tentativo per esplorare un livello di realtà "più profondo" dei campi e delle particelle della meccanica quantistica. Ha anche lavorato sulle tassellature non periodiche dei quasi-cristalli. Di ciò si trova traccia nel suo libro più conosciuto, La mente nuova dell'imperatore. Tassellare vuol dire coprire sistematicamente uno spazio euclideo con figure geometriche che aderiscono l'una all'altra come in un puzzle. Significa pavimentare e piastrellare. L'importanza di questa faccenda, se devo dire la verità, mi era sfuggita fino a quando non cominciai a riflettere su frattali, simmetrie e asimmetrie nella natura, il rapporto tra destra e sinistra (in senso non politico!) e altre questioni di tal genere, non ultima la teoria autopoietica degli organismi di Varela e Maturana. Esercitare l'arte del vedere su stelle eptagonali e figure bislacche e fantasiose, che pure esistono in natura, e sono molte più frequenti di quelle regolari come quadrati o triangoli, sembra avere il potere di aprire la mente alla flessibilità e persino di liberarla da rigidità in ordine al problema delle forme, anche in una dimensione ontologica e quindi filosofica. Può diventare psichedelia senza LSD. Funziona con la musica californiana degli anni '70 e con certi dischi di Chet Baker.
Ciò porta inoltre a considerare insiemi aperiodici di vario tipo, non solo figurativo. E, soprattutto, introduce, anche se da una entrata secondaria, ad una delle questioni fondamentali del nostro tempo: la teoria della complessità. Posto che molti dei problemi che derivano dall'esistenza di insiemi aperiodici si possano inquadrare con un algoritmo, la teoria della complessità ci viene incontro non tanto per risolvere algoritmicamente singoli problemi, quanto dimostrandosi in grado di affrontare infinite famiglie di problemi, postulando che per ognuna di esse esistano soluzioni riconducibili ad un solo algoritmo generale.

Dopo questi passaggi, Penrose è passato armi e bagagli alla fisica ed in particolare alla relatività generale, convincendosi, in modo decisamente controtendenziale, che sarà la relatività generale a modificare la quantistica e non viceversa. «Ritengo infatti che, per riuscire a collegare con successo la meccanica quantistica alla teoria gravitazionale, occorra in primo luogo modificare le regole della teoria dei quanti.» (1)
Nei capitoli centrali de La mente nuova dell'imperatore, Penrose svolge alcune considerazioni in modo piacevolmente divulgativo. Muovendo dall'idea che nella fisica classica, compresi Maxwell e Einstein, in accordo col senso comune, esiste un mondo obiettivo esterno, afferma che tale «mondo si evolve in modo chiaro e deterministico, ed è governato da equazioni matematiche ben precise... Si ritiene che la realtà fisica esista indipendentemente da noi, e come sia esattamente il mondo fisico non dipende dal nostro criterio di osservazione. Inoltre, il nostro corpo e il nostro cervello fanno parte anch'essi di tale mondo. Anch'essi si evolverebbero secondo le stesse equazioni classiche precise e deterministiche. Tutte le nostre azioni devono essere fissate da queste equazioni, per quanto noi possiamo pensare che il nostro comportamento sia influenzato dalla nostra volontà cosciente.»

La quantistica ci pone di fronte ad un'altra realtà fisica. Molti credono semplicemente nella "vaga idea" che il principio di indeterminazione al livello di particelle inibisca la "precisione" delle descrizioni ed offra solo la chiave di un atteggiamento probabilistico. «In realtà - osserva Penrose - le descrizioni quantistiche sono molto precise, anche se radicalmente diverse da quelle familiari della fisica classica. Troveremo inoltre che, nonostante la diffusione di un'opinione contraria, le probabilità non hanno origine al livello delle particelle, degli atomi o delle molecole - che si evolvono in modo deterministico - bensì, a quanto pare, attraverso una qualche misteriosa azione su scala maggiore connessa con l'emergere di un mondo classico che noi possiamo percepire in modo cosciente. Noi dobbiamo tentare di capire questo fatto, e come la teoria quantistica ci costringa a modificare la nostra concezione della realtà fisica.»
In realtà, senza quantistica non andremmo oggi molto lontano nel trovare spiegazioni ai fenomeni. La stessa coscienza potrebbe rivelarsi incomprensibile alla sola mentalità classica. «La nostra mente - continua Penrose - potrebbe essere in effetti una qualità radicata in qualche carattere strano e mirabile di quelle leggi fisiche che governano effettivamente il mondo in cui viviamo, anziché essere solo un carattere di un qualche algoritmo tradotto in pratica dai cosiddetti "oggetti" di una struttura fisica classica.» Ovviamente Penrose entra dettagliamente in tema, cosa che non ci possiamo permettere qui. Basterà ricordare che prende le distanze da Niels Bohr e da quella tendenza fisico-filosofica tendente ad estendere l'indeterminabile ad ogni livello di realtà, fino a farne una filosofia di scetticismo estremo. Penrose crede nell'esistenza di una realtà esterna. Ma una certa versione della quantistica, piuttosto diffusa, nega sia possibile costruire un'immagine che corrisponda al reale. E, al livello quantistico, non esiste una realtà esterna. «In qualche modo, la realtà emerge solo in relazione ai risultati di "misurazioni". La teoria quantistica, secondo quest'opinione, fornirebbe solo un procedimento di calcolo, e non tenterebbe di descrivere il mondo com'è realmente. Questo atteggiamento verso la teoria mi sembra troppo disfattista e io seguirò la linea più positiva che attribuisce alla descrizione quantistica una realtà fisica obiettiva: lo stato quantico.»

Chiarito l'atteggiamento fondamentale di Penrose nei confronti della fisica, siamo ora in grado di vedere come egli abbia messo in rapporto fisica e mente, senza peraltro "saltare" del tutto il momento biologico e fisiologico, come insinuato da Francisco Varela, il quale ha comunque buone ragioni per essere incazzato con Penrose. Il capitolo 10 di La mente nuova dell'imperatore, intitolato Dov'è la fisica della mente, viene dopo un'esposizione dettagliata del sistema nervoso e dopo un confronto tra i sistemi biologici e quelli dell'IA. Se consideriamo che la trasmissione nervosa si svolge secondo lo schema "tutto o nulla", esiste un forte punto di somiglianza tra natura e artificio: «L'intensità del segnale non varia: un segnale c'è o non c'è. Questo fatto dà all'azione del sistema nervoso un aspetto simile a quello di un computer. In effetti fra l'azione di un gran numero neuroni interconnessi e il funzionamento interno di un computer digitale, con i suoi fili che trasportano corrente e le sue porte logiche... ci sono molte somiglianze. Non sarebbe difficile, in linea di principio, istituire una simulazione al computer dell'azione di un sistema dato di neuroni.» Ma la realtà del cervello umano è più complessa. Il "tutto o nulla" è una semplificazione eccessiva. Un neurite, quando scarica l'impulso, in realtà ne emette molti in successione. E anche quando non è attivo, un neurone emette impulsi a ritmo lento. Quando "scarica", è la frequenza degli impulsi ad aumentare. Poi, bisogna tener conto che lo stesso stimolo non produce sempre e necessariamente lo stesso risultato. Il cervello non ha i tempi esatti della corrente elettrica di un circuito informatico artificiale. «Inoltre, diversamente dal precisissimo cablaggio di un computer, nel modo dettagliato in cui i neuroni sono connessi pare ci sia una grande misura di casualità e di ridondanza, anche se oggi sappiamo che nel modo in cui il cervello è "cablato" alla nascita c'è molta più precisione di quanto si pensasse una cinquantina d'anni fa.»
Le porte logiche di un computer hanno pochissimi cavi in ingresso, i neuroni possono collegarsi a un numero grandissimo di sinapsi e, per fare un solo esempio, i neuroni del cervelletto, le cellule di Purkyne, hanno circa 80000 terminazioni sinaptiche eccitatorie.
Il cervello umano è plastico. Non è legittimo considerare il cervello come una collezione fissa di neuroni collegati in uno schema complesso. «Le connessioni non sono fisse, come sarebbero nella simulazione al computer... ma cambiano di continuo. Non intendo dire che cambino le posizioni dei neuriti o dei dendriti. Gran parte della loro "cablatura" è stabilita a grandi linee dalla nascita. Mi riferisco alle giunzioni sinaptiche, dove ha luogo effettivamente la comunicazione fra i diversi neuroni. Spesso queste giunzioni sinaptiche si hanno in corrispondenza di spine dendritiche, le quali sono minuscole protuberanze su dendriti nelle quali si può stabilire il contatto con bottoni sinaptici. Qui non si ha un vero "contatto" fisico, ma fra spina e bottone rimane un piccolo spazio (la fessura sinaptica) della grandezza giusta: circa un quarantamillesimo di millimetro. Ora, in certe condizioni, queste spine dendritiche possono contrarsi e interrompere il contatto oppure ne possono crescere di nuove e ristabilire un nuovo contatto.» Insomma, per continuare l'analogia con l'IA, dovremmo essere in grado di costruire un computer in grado di cambiare continuamente per avere qualcosa di simile ad un modello umano di intelligenza e percezione.
Ora abbiamo a che fare con computer quantistici, cioè con macchine capaci di valutare vari e diversi eventi alternativi ed affrontare situazioni nelle quali se x è possibile e y è possibile, è certamente possibile qualsiasi combinazione di x e y. Ciò avvicina l'IA al modello umano di mente, ma non possiamo ancora dire il cervello funziona come un computer quantistico.
«Io non arrivo a questo estremo: secondo me le azioni quantistiche sono importanti per comprendere i processi cerebrali, ma le azioni non computazionali del cervello avvengono nel passaggio fra il livello quantistico e quello classico, che va oltre la comprensione della macchina odierna.» (2)
Penrose crede così di aver fatto la scoperta più promettente ed il passo più importante per localizzare la linea di confine tra fisica classica e quantistica volgendosi alle ricerche di Stuart Hameroff sui microtubuli. In ogni cellula eucariotica esiste una struttura detta citoscheletro, costituita in alcune parti da microtubuli, presenti anche nei neuroni cerebrali. Ma i microtubuli si trovano anche nei parameci e nelle amebe, organismi privi di neuroni, e che pure sono in grado di muoversi e svolgere funzioni complesse. Il che potrebbe confermare che il microtubulo è un'unità nervosa in grado di compiere qualcosa di simile ad un elementare atto di governo. Se ciò avviene in organismi unicellulari, perché non dovrebbe accadere anche all'interno di neuroni in organismi più complessi?

Il ruolo dei microtubuli, secondo Hameroff, sarebbe duplice: da un lato essi determinerebbero la lunghezza degli assoni e dei dendriti, dall'altro sarebbero i responsabili del controllo della forza di connessione fra neuroni. «Anche se l'attività dei neuroni del cervello sembra assomigliare a quella di un computer, si tratterebbe allora di un computer in cui i collegamenti tra i fili sono costantemente modificati da una struttura di controllo di livello più profondo: questa dovrebbe essere simile ai microtubuli...» L'azione consiste nel trasportare neurotrasmettitori. Le molecole trasportate sono d'importanza decisiva per le sinapsi. La qualità e la forza di una sinapsi può essere cambiata dall'azione dei microtubuli.
Penrose sostiene che ogni microtubulo è un computer quantistico, che agisce ad un livello molto più profondo di quello dei neuroni.
Finora, tuttavia, non mi è capitato di leggere con esattezza a quali livelli disciplinari sia riportabile e commensurabile l'attività quantistica nei microtubuli, e se ad esempio, vi sia ancora uno spazio per un contesto biochimico, che costituisce comunque una chiave di volta per avvicinare in modo diretto e non tortuoso il mistero del vivente.

Ne riparleremo.
Quasi tutte le citazioni sono tratte da R. Penrose - La mente nuova dell'imperatore - ora in Superbur Scienze - settembre 2000
Le altre? Andate a cercarle su La strada che porta alla realtà - BUR scienza 2006 oppure su J. Brockman - La terza cultura - Garzanti 1995
Fonte


Questo è l'articolo originale della teoria di Penrose e Hameroff...

Consciousness in the universe A review of the ‘Orch OR’ theory



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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 11/11/2017, 22:34 
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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 12/11/2017, 14:53 
Cita:
La coscienza è un effetto quantistico: Roger Penrose rilancia la sua teoria

Cosa ci rende degli esseri coscienti? Quello della natura della coscienza è uno dei più grandi enigmi scientifici ancora irrisolti, origine di un vasto e complesso dibattito. Una tra le principali questioni che dividono scienziati ed epistemologi è se la coscienza sia un semplice sottoprodotto dei processi di elaborazione dell'informazione, e quindi in linea di principio riproducibile anche su un computer o su altri supporti non biologici, o se invece derivi da caratteristiche specifiche del cervello.

Tra i propugnatori della seconda tesi c'è l'insigne matematico Roger Penrose, che nel suo libro del 1989 La mente nuova dell'imperatore sosteneva la tesi secondo cui la coscienza sarebbe il prodotto di effetti di tipo quantistico (e quindi di tipo probabilistico e non interamente determinato). La tesi di Penrose è stata criticata da varie parti, dal punto di vista filosofico, ma anche da quello scientifico, dato che il cervello era ritenuto inadatto al verificarsi di effetti quantistici. Quest'ultima critica, tuttavia, è stata superata dalla scoperta che vari meccanismi, dal senso dell'olfatto alla fotosintesi, sono influenzati dalla meccanica quantistica. Ora Penrose ha pubblicato un articolo su Physics of Life Reviews, in cui rilancia la propria teoria sulla base di nuove prove.

Scritto insieme a Stuart Hameroff, l'articolo rilancia l'ipotesi secondo cui la coscienza sarebbe basata su vibrazioni quantistiche nei microtubuli all'interno dei neuroni cerebrali. Tali vibrazioni non sono più solo un'ipotesi, ma sono state effettivamente osservate nel cervello. Penrose procede anche a contrastare i suoi critici, sostenendo che tutte le previsioni fatte in base alla sua teoria sono state confermate dalle osservazioni. I due scienziati osservano inoltre che le vibrazioni quantistiche dei microtubuli possono essere messe in relazione con determinati ritmi elettroencefalografici finora non spiegati, a dimostrazione della loro influenza sui processi cerebrali.

Penrose sottolinea che la sua teoria può essere in accordo sia con coloro che ritengono che la conoscenza sia un prodotto dell'evoluzione, sia con chi pensa invece che la coscienza sia una proprietà dell'Universo e preesista alla coscienza umana.
http://www.ilsole24ore.com/art/tecnolog ... fresh_ce=1


Se fosse il prodotto dell'evoluzione si potrebbe dire che la coscienza è il risultato della volontà dell'uomo di non morire
Come accade per ogni salto evolutivo la "natura" ha premiato questa "modifica" poichè ritenuta vincente.
Potrebbe quindi essere una sorta di volontà energetica che passa da un essere umano all'altro parassitandolo secondo una logica di sopravvivenza?
Tuttavia sulla base di questa logica la coscienza dovrebbe conservare la propria identità in termini di memoria delle vite passate altrimenti non è diverso dal "morire"

Se, invece, la coscienza è persistente dovremmo supporre che esiste una realtà là fuori totalmente sconosciuta, alla quale apparteniamo, che interagisce con la realtà materiale.


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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 12/11/2017, 15:45 
Non capisco perchè si debba sempre associare la coscienza al solo uomo. Secondo me ogni essere vivente è dotato a suo modo di coscienza. L'universo stesso potrebbe essere cosciente visto che ha la medesima struttura di una rete neurale.

Penso che la coscienza sia caratteristica immanente della vita, oserei dire della materia.



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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 12/11/2017, 16:35 
gippo ha scritto:

Se fosse il prodotto dell'evoluzione si potrebbe dire che la coscienza è il risultato della volontà dell'uomo di non morire
Come accade per ogni salto evolutivo la "natura" ha premiato questa "modifica" poichè ritenuta vincente.
Potrebbe quindi essere una sorta di volontà energetica che passa da un essere umano all'altro parassitandolo secondo una logica di sopravvivenza?
Tuttavia sulla base di questa logica la coscienza dovrebbe conservare la propria identità in termini di memoria delle vite passate altrimenti non è diverso dal "morire"

Se, invece, la coscienza è persistente dovremmo supporre che esiste una realtà là fuori totalmente sconosciuta, alla quale apparteniamo, che interagisce con la realtà materiale.


Le tue considerazioni sono molto interessanti...quindi ti segnalerò la pagina 566 del libro di Penrose del 1989 "La mente nuova dell'Imperatore"...si tratta dell'ultima pagina e contiene quesiti fondamentali per la ricerca...

Cita:
Quando le preoccupazioni delle attività del << mondo reale>> cominciano ad
accumularsi sulle nostre spalle, noi spesso dimentichiamo la mera­viglia che abbiamo provato da bambini. I bambini non hanno alcun timore a porre domande fondamentali che noi adulti saremmo imbarazzati a porre .
Che cosa accade al nostro flusso di coscienza quando saremo morti?
Dov'era esso prima della nostra nascita?
Noi potremmo diventare , o essere stati, qualcun altro?
Perché perçepiamo in generale?
Perché esistiamo?
Perché c'è in generale un universo in cui noi possiamo esistere?
Queste sono domande che tendono a emergere con l'albeggiare della coscienza
in ognuno di noi, e senza dubbio con l'emergere della genuina autoconsapevolezza, in qualsiasi creatura o altra entità che abbia raggiunto questo livello.
Io stesso ricordo di essere stato turbato, da bambino, da molti
interrogativi del genere.
Non poteva capitare che la mia coscienza potesse scambiarsi improvvisamente con quella di qualcun altro?
Come potevo sapere che una cosa del genere non mi fosse mai capitata prima, supponendo che con lo scambio di coscienza si posseggano solo i ricordi della coscienza nuova?

Come potevo spiegare una tale esperienza di <<scambio>> a qualcun altro?
Ciò significa veramente qualcosa?
Forse sto vivendo solo esperienze di dieci minuti ripetute all'infinito, ogni volta con le stesse percezio­ni.
Forse <<esiste>> per me solo l'istante presente .
Forse il << me>> di domani, o di ieri, è in realtà una persona del tutto diversa, con una
coscienza indipendente.

Forse sto vivendo a ritroso nel tempo, col mio flusso di coscienza in movimento verso il passato, cosicché la mia memoria mi dice in realtà che cosa mi accadrà e non ciò che mi è già accaduto, e l'esperienza sgradevole che ho avuto a scuola è qualcosa che in realtà è ancora in serbo per me e che, purtrop­po, presto dovrò realmente affrontare.
La distinzione fra tutto que­sto e il progresso temporale normalmente sperimentato <<significa>> davvero qualcosa, così che l'una cosa è <<Sbagliata>> e l'altra è
<<giusta>>?
Per potersi rispondere in linea di principio a queste domande, occorrerebbe possedere una teoria della coscienza.
Ma come si potrebbe anche solo cominciare a spiegare la sostanza di tali problemi a un'entità che non fosse essa stessa cosciente?

Tratto da "La mente nuova dell'Imperatore" di Roger Penrose - pag. 566

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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 12/11/2017, 17:42 
Angel_ ha scritto:
Una cara amica con la quale speculo periodicamente al telefono mi disse qualche giorno fa..."ma allora siamo avatar?"
Forse si...


Questa teoria spiegherebbe alcune cose, ma quello che continua a sfuggirmi e' il perche' non abbiamo consapevolezza di questo.



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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 12/11/2017, 19:38 
zakmck ha scritto:
Angel_ ha scritto:
Una cara amica con la quale speculo periodicamente al telefono mi disse qualche giorno fa..."ma allora siamo avatar?"
Forse si...


Questa teoria spiegherebbe alcune cose, ma quello che continua a sfuggirmi e' il perche' non abbiamo consapevolezza di questo.


Sfugge a te, a me e a tutti coloro che non hanno ancora compreso chi sono per davvero...l'acquisizione della consapevolezza è illuminazione e liberazione da questo mondo illusorio e dal ruolo che abbiamo rivestito in esso discendendoci...(avatar vuol dire "disceso")
A questo punto credo che vada segnalato il sermone di Benares del Buddha...

Cita:
IL SERMONE DI BENARES (TESTO INTEGRALE)
Pubblicato il 07/06/2015 di giuseppemerlino

Riportiamo in questa nota il “Discorso di Benares” nel quale il Buddha espose per la prima volta la via per la liberazione dell’uomo dall’illusione del mondo sensibile.
Fiumi d’inchiostro e migliaia di libri sono stati scritti su queste poche parole, per cui le proponiamo ai lettori nella loro versione originale, senza commenti.
Quando il principe Siddharta Gautama, nella località di Bodh Gaia, sotto l’albero di Bodhi, raggiunse lìlluminazione e divenne un Buddha, esclamò:
“Ho corso lungo innumerevoli esistenze, sperimentando la vita quale dolore che si rinnova, alla ricerca di chi ha costruito la casa, senza trovarlo.
O artefice! Ora ti ho scoperto, non costruirai più una nuova casa !
Sono infrante le tue travi, quella di colmo e’ crollata: liberata dal ciclo degli impulsi indisciplinati, la mente ha finalmente estinto ogni attaccamento”.

Dice la Tradizione che, raggiunta l’illuminazione, il Buddha si interrogò se dovesse diffondere la Dottrina o se dovesse mantenerla solo per sé, essendo “difficile da comprendere, al di là della ragione, comprensibile solo ai saggi”.
Allora Brahma, il Signore del Mondo, giunse di fronte al Buddha e, inginocchiatosi, lo implorò di diffondere la sua dottrina “per aprire i cancelli dell’immortalità” e permettere al mondo di conoscere la via verso la Liberazione.
In ordine a questo racconto, dobbiamo necessariamente evidenziare che il Mondo divino, pur di ordine superiore a quello umano, è pur sempre parte della manifestazione illusoria dalla quale si è liberato colui che ha raggiunto l’illuminazione, che ormai ne è al di fuori ed al di sopra, da qui l’omaggio e la riverenza del Dio Supremo Brahma nei confronti dell’Illuminato.
Il Buddha umano, mosso a pietà, acconsente ed espone l’Insegnamento a cinque asceti nel famoso “Sermone di Benares”.
Le frequenti ripetizioni presenti in questo testo hanno lo scopo preciso di superarne e trascenderne il significato letterale, così da giungere direttamente al cuore di chi ascolta questo messaggio.
Riportiamo il testo senza commenti, rimandando il lettore ai numerosi articoli che abbiamo scritto sul Buddhismo:

“Due sono a mio avviso, o monaci, i fini estremi della vita ascetica da non perseguire.
Quali sono?
L’uno è ricercare e desiderare il piacere. Questo viene dall’attaccamento, è volgare, non è nobile, non porta alcun profitto.
L’altro estremo è la ricerca dell’ascetismo, dello spiacevole, della sofferenza, della rinuncia, ed è ugualmente penoso e non porta alcun profitto.
Non praticando alcuno dei due estremi, o monaci, l’Illuminato ha realizzato la via di mezzo, che genera la visione, che genera la saggezza, porta la calma, porta la sapienza, porta l’illuminazione, porta il Nirvana.
E qual è, o monaci, questa via di mezzo che porta alla pace, alla conoscenza, al risveglio, al Nirvana? È questa o monaci la via di mezzo, giusta, media che l’Illuminato ha scoperto, questo è iI nobile ottuplice sentiero:

Saggezza:
Retta Opinione
Retto Pensiero

Moralitá:
Retta Parola
Retta Azione
Retta Vita

Meditazione:
Retta Volontá
Retta Attenzione
Retta Concentrazione

Questa, o monaci, è la linea di condotta giusta, media, che l’Illuminato ha scoperto e che genera la visione, genera la saggezza, porta la pace, porta la sapienza, porta l’illuminazione, porta il Nirvana.

E adesso, o monaci, questa è la Nobile Verità del dolore:
La nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che non è gradevole è dolore, la separazione da ciò che è gradevole è dolore. Il non ottenere ciò che si desidera è dolore.
I cinque aggregati che rappresentano la base dell’attaccamento all’esistenza sono dolore.

E adesso, o monaci, questa è la Nobile Veritá dell’Origine del Dolore:
È la brama, il desiderio, che produce nuove rinascite, che assieme al piacere ed alla passione, cerca sempre godimento ora qua, ora lá. E’ la brama per il godimento degli oggetti dei sensi, la brama per l’esistenza e la brama per la non esistenza.

E adesso, o monaci, questa è la Nobile Veritá della Cessazione del Dolore:
É la totale estinzione e cessazione di questo medesimo desiderio e il suo abbandono, la sua rinuncia, il liberarsi da questo medesimo attaccamento, la sua avversione.

E adesso, o monaci, questa è la Nobile Veritá del Sentiero che Conduce alla Cessazione del Dolore: essa è il Nobile Ottuplice Sentiero, proprio questo:

Retta Opinione
Retto Pensiero,
Retta Parola,
Retta Azione,
Retta Vita,
Retta Volontá,
Retta Attenzione
Retta Concentrazione

Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá del Dolore deve essere intesa. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá del Dolore é stata intesa. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá dell’Origine del Dolore deve essere sradicata. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá dell’Origine del Dolore é stata sradicata. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá della Cessazione del Dolore deve essere realizzata. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá della Cessazione del Dolore é stata realizzata. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá che Conduce alla Cessazione del Dolore deve essere praticata. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Questa Nobile Veritá che Conduce alla Cessazione del Dolore é stata praticata. Proprio cosí, o monaci, in relazione a cose anteriormente a me sconosciute, sorse la visione, si originó la conoscenza, sorse la saggezza, si originó la sapienza e venne la luce.

Finchè, o monaci, la conoscenza e la visione profonda rispetto a queste Quatro Nobili Veritá nella loro realtá dei tre modi e dodici aspetti non mi furono totalmente manifeste, non rivelai a tutto il Mondo Divino ed a tutto il mondo umano che avevo realizzato correttamente in me la incomparabile illuminazione.

Quando, o monaci, la conoscenza e la visione profonda rispetto a queste Quattro Nobili Veritá nella loro realtá dei tre modi e dodici aspetti mi fu totalmente manifesta, allora rivelai a tutto il Mondo Divino ed a tutto il mondo umano che avevo realizzato correttamente in me la incomparabile illuminazione.

E sorse in me la conoscenza e la profonda visione: Irreversibile é la liberazione della mia mente.
Questo é la mia ultima nascita. Non c’é una nuova esistenza.”


Una corretta meditazione sul Discorso di Benares ci potrà ora far comprendere nel suo profondo significato quanto, più tardi, disse il Buddha:

“Esiste, o monaci, un non nato, non evoluto, non fatto, non condizionato. Se non ci fosse questo non nato, non evoluto, non fatto, non condizionato, non si potrebbe scorgere via di scampo dal nato, evoluto, fatto, condizionato. Ma poiché, invece, c’è un non nato, non evoluto, non fatto, non condizionato, si scorge una via di scampo dal nato, evoluto, fatto, condizionato”.
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 Oggetto del messaggio: Re: Modelli Quantistici della Coscienza
MessaggioInviato: 12/11/2017, 20:59 
Cita:
Quando le preoccupazioni delle attività del << mondo reale>> cominciano ad
accumularsi sulle nostre spalle, noi spesso dimentichiamo la mera­viglia che abbiamo provato da bambini. I bambini non hanno alcun timore a porre domande fondamentali che noi adulti saremmo imbarazzati a porre .
Che cosa accade al nostro flusso di coscienza quando saremo morti?
Dov'era esso prima della nostra nascita?
Noi potremmo diventare , o essere stati, qualcun altro?
Perché perçepiamo in generale?
Perché esistiamo?
Perché c'è in generale un universo in cui noi possiamo esistere?
Queste sono domande che tendono a emergere con l'albeggiare della coscienza
in ognuno di noi, e senza dubbio con l'emergere della genuina autoconsapevolezza, in qualsiasi creatura o altra entità che abbia raggiunto questo livello.
Io stesso ricordo di essere stato turbato, da bambino, da molti
interrogativi del genere.
Non poteva capitare che la mia coscienza potesse scambiarsi improvvisamente con quella di qualcun altro?
Come potevo sapere che una cosa del genere non mi fosse mai capitata prima, supponendo che con lo scambio di coscienza si posseggano solo i ricordi della coscienza nuova?

Come potevo spiegare una tale esperienza di <<scambio>> a qualcun altro?
Ciò significa veramente qualcosa?
Forse sto vivendo solo esperienze di dieci minuti ripetute all'infinito, ogni volta con le stesse percezio­ni.
Forse <<esiste>> per me solo l'istante presente .
Forse il << me>> di domani, o di ieri, è in realtà una persona del tutto diversa, con una
coscienza indipendente.

Forse sto vivendo a ritroso nel tempo, col mio flusso di coscienza in movimento verso il passato, cosicché la mia memoria mi dice in realtà che cosa mi accadrà e non ciò che mi è già accaduto, e l'esperienza sgradevole che ho avuto a scuola è qualcosa che in realtà è ancora in serbo per me e che, purtrop­po, presto dovrò realmente affrontare.
La distinzione fra tutto que­sto e il progresso temporale normalmente sperimentato <<significa>> davvero qualcosa, così che l'una cosa è <<Sbagliata>> e l'altra è
<<giusta>>?
Per potersi rispondere in linea di principio a queste domande, occorrerebbe possedere una teoria della coscienza.
Ma come si potrebbe anche solo cominciare a spiegare la sostanza di tali problemi a un'entità che non fosse essa stessa cosciente?

Forse Penrose non ha una buona memoria ma io si, ricordo che ero l'unico a pormi quelle domande e lo sono tuttora, attorno a me solo occhi sgranati o annoiati ma il risultato era sempre lo stesso ... chissenefrega.
Quindi sostenere che tutti si fanno questo genere di domande direi che non è affatto vero ...
E non è nemmeno vero che con lo scambio di coscienza restano solo i ricordi della coscienza nuova, testimonianze dei bambini della ricerca Stevenson/Tucker che vengono resettate dall'amnesia infatile .... Senza considerare le ricerche Weiss/Newton, le NDE ...
Questi ricercatori dovrebbero togliersi i paraocchi e considerare le ricerche degli altri ...

zakmck ha scritto:
Questa teoria spiegherebbe alcune cose, ma quello che continua a sfuggirmi e' il perche' non abbiamo consapevolezza di questo.

Te lo lascio dire da angel ma direi che la risposta è sempre la stessa: qualcuno/qualcosa sta sopra di noi. Come dice Biglino: qualcuno che sta fra noi e Dio (che poi è la frase di Balducci)
Questi ricercatori dicono che esiste la coscienza e, come dice max, non è detto che sia una prerogativa dell'uomo. Personalmente non credo che nella piramide alimentare gli esseri che stanno sotto l'uomo siano forniti di coscienza (forse in rarissimi casi), penso anche che fra gli uomini non sia così scontata. Ma dobbiamo considerare gli scalini della piramide sopra l'uomo ...
Penso che la mancanza di consapevolezza, l'incapacità di comprendere la propria natura ed il destino della propria esistenza sia un'anomalia.
Esisto ma non so cosa sono ne se continuerò ad esistere ... più o meno è come nascere senza sapere come si respira
Sono migliaia di anni che cerchiamo di capirlo e non abbiamo fatto nessun passo avanti, non sappiamo nulla sulla cosa più importante ...
Ma abbiamo già tritato questi argomenti, personalmente ho trovato troppe stranezze, troppi dettagli che coincidono per non pensare che c'è qualcuno/qualcosa che decide sopra di noi.


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MessaggioInviato: 13/11/2017, 12:44 
MaxpoweR ha scritto:
Non capisco perchè si debba sempre associare la coscienza al solo uomo. Secondo me ogni essere vivente è dotato a suo modo di coscienza. L'universo stesso potrebbe essere cosciente visto che ha la medesima struttura di una rete neurale.

Penso che la coscienza sia caratteristica immanente della vita, oserei dire della materia.


Sono d'accordo, ma la speculazione di Penrose è centrata sull'essere che, acquistando un certo livello di consapevolezza, arriva a poter discutere dell'argomento "coscienza"...nel senso che, se anche una roccia possedesse un briciolo di coscienza primitiva, non potrebbe averne percezione...almeno per quello che possiamo intuire...

gippo ha scritto:

direi che la risposta è sempre la stessa: qualcuno/qualcosa sta sopra di noi.


Può essere, ma può anche essere che sia una percezione distorta...Jung afferma che esiste un io cosciente e un inconscio, quindi due unità che sono entrambi prerogativa dell'Uomo, ma è come se una agisse all'insaputa dell'altra...e qui la faccenda si fa ardua perchè andiamo a toccare l'argomento "libero arbitrio"...poi ci si mette anche Libet a confermare l' ipotesi che ti/ci preoccupa...

Cita:
L’esperimento di Libet: siamo veramente liberi?
21 novembre 2013 | Autore: Maurizio Furst


Il problema del libero arbitrio è, secondo Hume, «La più controversa questione della metafisica e della scienza» 1.

Non si tratta tuttavia di un problema solo, ma di una molteplicità di questioni, come ad esempio: la definizione stessa di libero arbitrio o di libertà, il rapporto tra libertà e responsabilità, la compatibilità o meno del determinismo 2 con la libertà umana, oppure la validità della visione opposta, l’indeterminismo 3. Al di là di queste controverse questioni, principalmente logico-concettuali, sulle quali da oltre due millenni i filosofi dibattono, vi sono oggi metodi empirici sempre più precisi per indagare concretamente il libero arbitrio. Quest’ultimo non è però totalmente valutabile o misurabile empiricamente mediante rilevazioni oggettive di dati. L’unico modo certo per sapere se un soggetto sia consapevole o meno di volere compiere una determinata azione, è in ultima analisi rivolgersi a lui direttamente; bisogna scontrarsi con la sua coscienza. Nel settore delle neuroscienze del libero arbitrio l’oggettività dei dati scientifici deve piegarsi e relazionarsi alla soggettività dei resoconti individuali.

Nel 1977 il neurofisiologo e psicologo statunitense Benjamin Libet (1916-2007), trovandosi a Bellagio sul lago di Como, a tentare di elaborare un metodo sperimentale per misurare il rapporto tra processi cerebrali e volontà, ebbe l’intuizione chiave per poter effettuare il suo esperimento.


Questo esperimento consiste nello studio del particolare momento in cui l’azione diventa consapevole. Il soggetto, guardando un orologio, deve riferire il tempo cronometrico della sua intenzione cosciente di agire. Gli viene chiesto di compiere un’azione semplice (ad esempio flettere un dito) senza decidere preventivamente quando agire, in modo da poter separare il processo di preparazione dell’azione da quello dello svolgimento dell’azione stessa 4. Durante l’esecuzione del compito, la sua attività elettrica cerebrale viene registrata tramite elettrodi posti sullo scalpo. Successivamente viene esaminato il suo elettroencefalogramma (EEG) per rilevare i cambiamenti di potenziale elettrico precedenti rispetto alla sua decisione di muovere il dito. L’inizio del cambiamento di potenziale che precede un movimento viene definito potenziale di prontezza motoria (o di preparazione, PPM, readiness potential).

Dai risultati del test, e da altri risultati raccolti in precedenza, risulta che il processo di volizione (il potenziale di prontezza motoria) comincia 550 ms prima dell’azione. Lo sconcertante risultato rivela che la consapevolezza inizia in media solo 200 ms prima dell’azione. Dunque noi cominciamo a volere prima di rendercene conto; come spiegare questi 350 ms di scarto tra il tempo soggettivo della decisione e il tempo neurale?

Quando, ad esempio, si sceglie di fare un clic con il mouse, si prende coscienza di toccare l’oggetto simultaneamente alla decisione di eseguire quel gesto. Tuttavia la realtà non è così semplice: al cervello occorre un tempo relativamente lungo (circa mezzo secondo) per diventare consapevole dell’evento. Com’è possibile allora che si avverta il tocco contemporaneamente alla decisione di toccare, invece che con mezzo secondo di scarto? Esiste un meccanismo cerebrale che ritarda l’effettiva consapevolezza di un evento, in modo da farla coincidere con l’evento stesso 5. In altre parole: viviamo in perenne ritardo sulla realtà, ed è proprio questo mezzo secondo a rendere possibile la coscienza. Se questa mancasse non avremmo il tempo di interpretare, modulare o inibire le sensazioni immediate che recepiamo, saremmo quindi schiavi degli eventi. Secondo Libet infatti:

Dovremmo modificare il punto di vista esistenziale dell’esperienza dell'”ora“: è un’esperienza perennemente in ritardo 6.

Forse è proprio in questo intervallo temporale che si inseriscono la nostra categorizzazione della realtà ed altri filtri consci o inconsci, con i quali conferiamo un senso alla realtà e ci proteggiamo da eventi psicologicamente dolorosi. Resta problematica l’interpretazione di Libet, secondo cui, a partire da questi dati, le nostre scelte (quelle immediate, che includono molte delle nostre azioni quotidiane come parlare e guidare) inizierebbero prima della nostra consapevolezza delle stesse. Questo pone un problema per il libero arbitrio: le nostre intenzioni coscienti non sarebbero la causa delle nostre azioni. Allora una scelta non consapevole, è veramente una scelta? Ed è davvero nostra? Scrive ancora Libet:

Il libero arbitrio se esiste, non inizia come azione volontaria
7

Detto ciò, il neurofisiologo non abbandona del tutto il libero arbitrio, in quanto a suo parere, avremmo ancora la possibilità di controllare le nostre azioni (benché esse comincino inconsciamente), tramite un meccanismo di veto. Tra il momento in cui diventiamo coscienti di volere eseguire un’azione, e il momento in cui la compiamo, avremmo il tempo sufficiente per inibirla. In altri termini, non possiamo controllare la nascita della nostra volontà di agire, ma possiamo ancora bloccare un’azione sul nascere. Questa posizione è stata aspramente criticata: si può ad esempio obiettare che il meccanismo di inibizione potrebbe a sua volta avere inizio inconsapevolmente.
Simili obiezioni sono state mosse anche contro gli esperimenti sopracitati: ci sarebbero molti elementi per mettere in questione la loro validità interna. In particolare, è risaputo che gli esseri umani hanno difficoltà a valutare cronologicamente oggetti in rapido movimento 8. Un’altra critica evidenzia il coinvolgimento di varie zone della corteccia nei processi di volizione, fattore che l’analisi dei soli potenziali di prontezza non consente di valutare.

John Dylan Haynes ha di recente rivisitato l’esperimento di Libet per renderlo immune a queste critiche. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) in luogo dell’EEG, e una sequenza di lettere continuamente aggiornata in luogo dell’orologio rotante, viene chiesto ai soggetti di scegliere tra due pulsanti e di ricordare la lettera della sequenza che appare al momento della scelta. I risultati della fMRI sono stati in seguito “decodificati” così da poter prevedere (con un accuratezza del 60%) quale pulsante il soggetto avrebbe premuto prima che egli ne divenisse cosciente 9.

Haynes e una macchina per la fMRI

Di certo questi esperimenti non possono dare risposte conclusive al problema della coscienza, del libero arbitrio né a quello della libertà umana in generale. Essi si basano su presupposti concettuali a volte molto ingenui da un punto di vista filosofico, come il far corrispondere coscienza e consapevolezza, o il dare per scontate le definizioni da sempre problematiche di termini come coscienza, libero arbitrio, volontà, che senza dubbio non possono essere definiti in modo univoco. Malgrado tutte le critiche, questi esperimenti dimostrano che le intenzioni non sono la causa delle nostre azioni (immediate e irragionate); secondo Spinoza infatti:

Gli uomini si ingannano nel ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni ma sono ignari delle cause da cui sono determinati. Questa è dunque la loro idea di libertà dal momento che non conoscono alcuna causa delle loro azioni. 10

Le conclusioni dei lavori di Libet e Haynes non vanno universalizzate: sono unicamente valide in quelle particolari ed immediate circostanze, ovvero durante test casuali e in un contesto in cui la scelta non ha alcuna implicazione o conseguenza pratica per l’individuo. Queste situazioni sono ben diverse dal mondo reale delle decisioni ragionate che prendiamo ogni giorno.

Gli esperimenti di Libet e Haynes possono essere interpretati in modi molto diversi, anche radicalmente opposti a quelli proposti dagli autori. Secondo un’interpretazione molto diffusa sarebbero incompatibili con l’idea di libero arbitrio; il nostro cervello decide ben prima che si inneschi la coscienza (Non si tiene conto del fatto che per molti scienziati e filosofi questa tesi non è sostenibile, in quanto una scelta “del nostro cervello”, benché non consapevole, è a tutti gli effetti una nostra scelta).

Secondo Hume la volontà non è affatto la causa delle nostre azioni, ma soltanto “un’impressione interna” che avvertiamo quando coscientemente diamo inizio ad un’azione 11. Le nostre intenzioni non causano le azioni, ma sarebbero soltanto delle ricostruzioni mentali successive all’azione stessa 12, oppure delle anteprime dell’azione che vengono innescate dagli stessi meccanismi cerebrali realmente responsabili dell’azione 13. Queste concezioni portano a sostenere, sulla scia dello psicologo di Harvard Daniel M. Wegner, che la volontà cosciente non sarebbe che un’illusione. Non potrebbe dunque esserlo anche il libero arbitrio? Ironizzano Einstein e Voltaire:

Un essere, dotato di superiori capacità di comprensione e di più perfetta intelligenza, che guardasse all’uomo e al suo agire, sorriderebbe dell’illusione umana di agire secondo libertà. […] Questa è la mia opinione, sebbene io sappia bene che non è pienamente dimostrabile. […] L’uomo rifiuta di essere considerato un oggetto impotente rispetto al corso dell’universo. Ma la legalità degli eventi […] dovrebbe forse interrompersi di fronte alle attività del nostro cervello? 14

In realtà sarebbe ben strano che tutta la natura, tutti gli astri obbedissero a leggi eterne, e che vi fosse un piccolo animale alto cinque piedi che, a dispetto di queste leggi, potesse agire come gli piace solo in funzione del suo capriccio. 15

Bibliografia:

– Mario De Caro, Il libero arbitrio. Una introduzione, Laterza, Roma-Bari, 2004
– Benjamin Libet, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Raffaello Cortina, Milano, 2007
– Mario De Caro, Andrea Lavazza, Giuseppe Sartori, Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice, Torino, 2010
– Neil Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, Apogeo, Milano, 2009
– John P.J. Pinel, Psicobiologia, il Mulino, Bologna, 2007
– Michael S. Gazzaniga, Richard B. Ivry, George R. Mangun, Neuroscienze Cognitive, Zanichelli, Bolgona, 2005

Note:

David Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui principi della morale, Laterza, Bari-Roma, 1971 , pp.145-7(1748) ↩
Il determinismo è la visione del mondo secondo cui ogni evento è causalmente determinato da eventi precedenti. ↩
M. De Caro, Il libero arbitrio. Una introduzione, Laterza, Roma-Bari, 2004, p.16 ↩
B. Libet, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Raffaello Cortina, Milano, 2007, p.130 ↩
Ivi, p. 71 ↩
Ivi, p. 75 ↩
Ivi, p. 141 ↩
J.D.Haynes, Posso prevedere quello che farai, in De Caro, Lavazza, Sartori, Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice, Torino, 2010, p.9 ↩
Bisogna osservare che un’accuratezza del 60% è di poco superiore al caso. ↩
B. Spinoza, Ethica Ordine Geometrico Demonstrata, 1991 (1677), p. 165 ↩
D. Hume Trattato sulla natura umana, in D. Hume, Opere filosofiche 1, 2a ed, Laterza, Roma-Bari, 1992 (1739) , p. 418 ↩
D. Rigoni, M. Brass, La libertà: da illusione a necessità, in De Caro, Lavazza, Sartori, Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice, Torino, 2010, p.73 ↩
D.M. Wegner, L’illusione della volontà cosciente, in De Caro, Lavazza, Sartori, Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice, Torino, 2010, p.40 ↩
Citato in Libet, Freeman, Sutherland (a cura di) , The Volitional Brain: Toward a Neuroscience of Free Will, 1999, p. XXII ↩
Voltaire, Le Philosophe ignorant, 1766 (Il Filosofo ignorante, Bompiani, 2000) , p.71 ↩
Fonte



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