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 Oggetto del messaggio: Re: Dal Blog di Beppe Grillo
MessaggioInviato: 11/03/2018, 02:09 
Metalli senza Miniere


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di Gunter Pauli
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Negli ultimi dieci anni solo gli Stati Uniti hanno smantellato circa tre miliardi di unità di dispositivi elettronici. Il volume è salito a 450 milioni di unità di rifiuti elettronici all’anno. I consumatori statunitensi scartano più di 110.000 computer al giorno. I rifiuti E-waste, cioè i rifiuti elettronoci, sono la categoria in più rapida crescita.

Purtroppo, però, in media meno del dieci per cento di questi rifiuti viene riciclato. Le vendite di computer in tutto il mondo nel 2012 raggiungono i 426 milioni di unità. La produzione di apparecchiature elettroniche consuma più energia, metalli e prodotti chimici di qualsiasi altro prodotto in un’abitazione moderna.

Ma a differenza della maggior parte degli elettrodomestici come frigoriferi e televisori, la maggior parte dell’energia dei dispositivi elettronici viene consumata nella produzione (81%) e non nell’uso delle apparecchiature (19%). Un tonnellata di rottami elettronici da computer contiene più oro di quello estratto da 17 tonnellate di minerale. Una tonnellata di telefoni cellulari usati, contiene 3,5 kg di argento, 340 grammi d’oro, 140 grammi di palladio e 130 kg di rame.

I consumatori giapponesi hanno già scartato oltre un miliardo di telefoni cellulari, e con esso 3.500 tonnellate di argento. Ogni cittadino dell’UE lascia 40 kg di rifiuti elettronici all’anno.

Come facciamo a riciclare tutto questo materiale?

I microbi hanno la capacità di chelare. In chimica si dice chelare quando una sostanza, che è ovviamente costituita da molecole, possiede due o più atomi in grado di legarsi a uno stesso atomo metallico formando complessi stabili.

In parole povere i microrganismi sono stati attivi per milioni di anni nella formazione di metalli provenienti da rocce, minerali e dal suolo. Le cellule viventi invece purificano e trasformano i metalli e li mettono a disposizione per produrre enzimi, vitamine e geni. Le cellule viventi hanno i mezzi per lavorare i metalli. Meglio, le cellule viventi possono riconoscere e legare metalli specifici e quindi se si ridicessero gli e-waste in polvere in particelle abbastanza piccole, si potrebbe creare un mezzo che lega i metalli e cosi ottenere metalli puri riciclando l’elettronica di scarto. In più senza ricorrere alla fusione.

I governi sono ansiosi di apprendere come si può ridurre la drammatica riserva di rifiuti elettronici ed evitare l’emissione di sostanze tossiche.

L’opportunità a lungo termine inizia con l’installazione di unità di separazione in ciascuna discarica, o meglio creando dei depositi di e-waste. Nel Nuovo Messico hanno creato una unità simile alla discarica di Albuquerque. Se tutto il lavoro di trasformazione viene fatto in discarica, possiamo vedere entrare rifiuti elettronici e uscire metalli utilizzabili come materie prime per diverse applicazioni.

Ciò prolunga la vita utile della discarica, riduce il rischio di contaminazione del suolo a causa delle tossine nelle acque sotterranee. Il costo del terreno nelle discariche e nei dintorni è basso, il metallo lavorato è garantito.

Si devono attuare delle riconversioni delle discariche. Da luoghi in cui abbandonare i rifiuti a centri per la produzione di materie prime. Il flusso di e-waste non vedrà alcuna riduzione, i metalli non possono essere inceneriti e devono essere rimossi in quanto le particelle metalliche trasportate dall’aria sono altamente tossiche.

Se prendiamo in considerazione la riduzione della domanda di acciaio e titanio grazie all’introduzione della seta (trovate l’articolo qui), e lo combiniamo con il recupero del 99,98% dei metalli puri, compresi quelli tossici, possiamo cominciare a vedere come la Blue Economy riduca i costi e aumenti i ricavi, generando posti di lavoro sani e costruendo capitale sociale.
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Il Verme mangia-plastica


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Ogni anno utilizziamo un trilione, cioè un miliardo di miliardi, di buste di plastica, di polietilene per l’esattezza. É una quantità enorme di materiale che intasa le discariche di tutto il mondo.

Ad oggi non esistono rimedi alternativi, ma una biologa italiana sembra aver trovato un sistema naturale per smaltire tutta la plastica. La soluzione è un verme che mangia letteralmente il polietilene, materiale che in natura viene smaltito dopo 400 anni. La plastica è altamente inquinante, dannose per gli animali, ma insostituibile in biomedicina, elettronica, industria alimentare.

La scoperta è avvenuta per caso, mentre la biologa, con l’hobby dell’apicoltura, ripuliva i suoi alveari di alcuni strani bachi che infestavano i contenitori. Raccogliendo i bachi in delle bustine di plastica si è accorta, dopo una mezz’oretta, che le buste erano piene di buchi e le larve erano fuggite.

La larva in questione è quella della Galleria Mellonella, che è stata notata per puro caso dalla biologa italiana, Federica Bertocchini.

Qual è il passo successivo? Naturalmente non possiamo allevare enormi quantità di larve, anche perché sono dannose per le api, già in declino a rischio in tutto il mondo, ma capire qual è l’enzima o il batterio che fa digerire la sostanza inquinante al verme mangia-plastica.

Cosa si potrebbe fare? Potremmo realizzare delle piccole discariche eco-sostenibili in ogni quartiere. Questa idea, insieme a piccole altre rivoluzioni, potrebbe cambiare per sempre il ruolo e l’aspetto delle discariche.

Ricordiamo che il polietilene rappresenta il 40% dei prodotti plastici usati in tutta Europa, e il 38% finisce direttamente in discarica.
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Un filtro di grafene trasforma l’acqua di mare in acqua potabile


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La Terra è coperta per il 70% da acqua, ma quella potabile è solo l’1%. Il 97% è salata, il 2% è congelata sotto forma di ghiacciai. La soluzione odierna è la depurazione attraverso impianti che sono enormemente costosi e non risolvono completamente la necessità di acqua.

Infatti, secondo il World Water Council, 923 milioni di persone non hanno accesso a fonti sicure di acqua potabile. Secondo un rapporto Unicef, 800 bambini sotto i 5 anni, muoiono ogni giorno per diarrea causata da acqua e servizi igienico sanitari non adeguati, un bambino su quattro (quasi 600 milioni) entro il 2040 vivranno in aree del pianeta con risorse idriche limitatissime.

Ancora oggi ci sono persone che impiegano 200 milioni di ore ogni giorno per raccogliere acqua.

E’ quindi fondamentale riciclare l’acqua e non sprecarla. É il nostro bene più prezioso.

Un team di ricercatori, dell’Università di Manchester, ha creato un filtro basato sul grafene che potrebbe risolvere per sempre la carenza globale di acqua potabile.

Il funzionamento è molto semplice, simile ad un setaccio, filtra il sale dell’acqua di mare, attraverso membrane di ossido di grafene.

Il grafene è un materiale costituito da uno strato monoatomico di atomi di carbonio (avente cioè uno spessore equivalente alle dimensioni di un solo atomo). Ha la resistenza meccanica del diamante e la flessibilità della plastica.

Questo materiale ha dimostrato la capacità di trattenere i sali, fin nelle sue più piccole parti. Finora la tecnologia non permetteva di filtrare i sali comuni, perchè richiedevano filtri con fori molto piccoli. Ora le conoscenze permettono di separare anche le nanoparticelle.

Questa potrebbe essere l’invenzione che salverebbe dalla sete un numero di persone enorme, che nel 2025 aumenterà del 14%.
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MessaggioInviato: 22/03/2018, 02:32 
Il primo cuore artificiale eterno


Guarda su youtube.com



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Quasi 4.000 persone solo negli Stati Uniti sono in attesa di un trapianto di cuore. E in media, ci vogliono circa sei mesi per ottenerne uno, durante i quali molti pazienti muoiono.

I ricercatori hanno cercato per decenni di creare un cuore artificiale. Quelli che sono ora disponibili sono miracoli della tecnologia medica, ma non sono permanenti. Costruirne uno che imiti un cuore reale e che funzioni per un lungo periodo di tempo, senza rompersi o causare infezioni, è incredibilmente difficile.

Il primo cuore artificiale, AbioCor, ha ottenuto l’approvazione limitata dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti nel 2006. È stato impiantato in sole 15 persone e non è più disponibile. Ha circa le dimensioni di un pompelmo, ed era troppo grande per adattarsi ai bambini e a molte donne.

Solo un cuore artificiale, prodotto da SynCardia, è attualmente disponibile negli Stati Uniti. E’ pensato per essere una soluzione temporanea mentre i pazienti aspettano un trapianto di cuore. Richiede che le persone portino con sé un compressore d’aria esterno in uno zaino che pompa il cuore artificiale impiantato dall’esterno.

Anche altre aziende, come Cleveland Heart e la francese Carmat, hanno cercato di costruire un cuore completamente artificiale. L’anno scorso i ricercatori svizzeri hanno riferito di averne stampata una in 3D, che però ha iniziato a degradarsi dopo soli 45 minuti.

Ed è qui che arriva l’innovazione.

Sanjiv Kaul e il suo team dell’Oregon Health and Science University, stanno sviluppando un cuore artificiale dal design estremamente semplice. Contiene un unico pezzo in movimento senza valvole. Questo potrebbe essere il primo dispositivo a durare per il resto della vita di una persona.

Questo cuore artificiale crea un flusso sanguigno che imita un impulso naturale. Sostituisce due ventricoli del cuore umano con un tubo di titanio contenente un’asta cava che si muove avanti e indietro. Questo movimento di ritorno e di caduta spinge il sangue ai polmoni in modo da poter estrarre l’ossigeno e poi spostare il sangue ossigenato attraverso il resto del corpo.

Sembra incredibilmente semplice, e proprio questo sistema cosi banale può superare i limiti dei precedenti cuori artificiali.

Un primo prototipo del loro cuore artificiale è stato testato nelle vacche e non ha dato alcun problema o effetto collaterale. Ora è in fase di test una versione più piccola, abbastanza piccola da poter essere usata in bambini di appena 10 anni.

Se funzionerà, sarà impiantato nelle persone e sarà una rivoluzione.

Kaul pensa che il dispositivo potrebbe essere disponibile per i pazienti tra cinque anni o anche prima. Quando si fanno pronostici di questo tipo si sbaglia sempre. Fino a qualche anno fa non avevamo minimamente idea di come fare.

Ora è in fase di sperimentazione anche la batteria. Probabilmente dovrà essere caricato con un piccolo pacco batteria portatile all’esterno del corpo. Ma la speranza è che una batteria più piccola e più efficiente possa essere impiantata sotto la pelle e ricaricata dall’esterno. Anche qui c’è molta speranza. Qualche hanno fa la batteria necessaria era grande come un tavolino, ora entra in un piccolo zaino. Tra poco sarà possibile l’impossibile.
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 Oggetto del messaggio: Re: Dal Blog di Beppe Grillo
MessaggioInviato: 06/04/2018, 15:32 
5 nuove città pronte a scuotere il futuro


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n tutta l’Asia e l’Africa si stanno costruendo nuove città, mentre i mercati emergenti entrano sulla scena globale e sfidano i paradigmi di come funziona il mondo. Oltre 40 paesi stanno attualmente costruendo centinaia di nuove città che sono tentativi di voler ridefinire ciò che intere nazioni sono e il ruolo che svolgono nell’economia globale del futuro.

Il sito web “Forbes” ha pubblicato un report su 5 nuove città che stanno nascendo e che avranno un notevole impatto, nel bene e nel male, sul futuro che verrà.

Vediamole insieme:

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Forest City (Malesia)

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Con 100 miliardi di dollari di finanziamenti, Forest City è stata progettata per essere la risposta della Malesia a Singapore.
E’ idealizzata come una “città del futuro” un’eco-città quattro volte più grande di Central Park a New York, dove gli edifici saranno coperti di vegetazione e dove non circoleranno auto, in superfice. Gli edifici attualmente in costruzione saranno per 700.000 persone, e prevedono abitazioni, uffici, centri commerciali e alberghi, che stanno nascendo da terreni che sono stati recuperati dal mare.
Proprio così, Forest City è costruita su quattro isole artificiali che sporgono dalla punta della Malesia peninsulare e fiancheggiano l’angolo nord-occidentale di Singapore, che si trova a soli due chilometri di distanza.
Il progetto, che dovrebbe essere completato nel 2035, è concepito come un nuovo motore economico in grado di competere con Singapore e creare 220.000 posti di lavoro.



Xiong’an New District (Cina)

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Xiong’an potrebbe diventare “il terzo motore economico della Cina”. Creata da zero lo scorso aprile, la nuova zona di sviluppo si trova a 100 chilometri da Pechino, dovrebbe coprire un’area di 100 chilometri quadrati e poi crescere gradualmente fino a diventare un colosso di 2000 chilometri quadrati. La sua posizione è stata scelta per formare un triangolo equilatero quasi perfetto con Pechino e Tianjin, ma è abbastanza lontana da entrambi per inibire il pendolarismo. Lo scopo della nuova città è quello di essere tutto ciò che Pechino non vuole essere, e permetterà quindi a Pechino di rafforzare il suo scopo principale, ovvero essere il centro amministrativo nazionale. Xiong’an vuole diventare un nuovo hub per la “sperimentazione” economica del marchi cinesi, dove si sperimentano politiche e sistemi di libero mercato in un ambiente quasi da laboratorio, facilmente controllabile e adattabile. Il luogo è destinato a diventare un centro per la ricerca, l’istruzione e lo sviluppo di alta tecnologia.


Nurkent (Kazakistan)

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Nelle profondità della steppa eurasiatica vi è una zona di sviluppo economico a due regioni, che cambierà la nostra visione del potenziale economico dell’entroterra eurasiatico.
Nurkent è una nuova città costruita appositamente per il settore dei trasporti e per progetti industriali nella regione di Khorgos. Entro il 2035, diventerà un centro economico e culturale in grado di ospitare 100.000 persone. Si tratta di un progetto guidato personalmente dal presidente kazako Nursultan Nazarbayev, che è parte integrante del nuovo piano economico della “Strada Luminosa”, che prevede investimenti per 9 miliardi di dollari. Il piano mira a diversificare l’economia del Kazakistan attraverso l’industria dei trasporti.


Colombo Port City (Sri Lanka)

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Colombo Port City è destinata a trasformare il litorale della capitale dello Sri Lanka.
La città si trova nel cuore dell’Oceano Indiano, vicino alla tratta di navigazione più trafficata del mondo, proprio alla giunzione tra Asia orientale, Medio Oriente e Africa. Un gran numero di nuovi porti cinesi sono stati costruiti lungo la Via della Seta Marittima dall’Asia all’Europa – conosciuta anche come la “linea di vita” della Cina per i fornitori di energia in Medio Oriente.
Una volta completata nel 2041, la città portuale di Colombo dovrebbe diventare una giurisdizione non permanente e avrà le proprie leggi di investimento e politiche speciali. Commercianti da tutto il mondo si incontreranno qui per fare affari. Si prevede di costruire un circuito di “Formula 1”, un gran numero di hotel di lusso, centri commerciali di fascia alta, uffici e tutto ciò di cui il distretto finanziario ha bisogno per competere con Singapore a est, e Dubai a ovest.


Duqm (Oman)

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L’Oman è un altro paese che cerca di diversificare la propria economia e di sbarazzarsi di un’economia dipendente dalle risorse. Sta scommettendo in modo aggressivo sui suoi settori emergenti dei trasporti e della produzione. A causa di una grande quantità di investimenti da parte di aziende cinesi, Duqm può effettivamente essere chiamata il China-Oman Industrial Park. Diventerà una nuova zona di sviluppo urbano con un investimento di 10,7 miliardi di dollari. La sua costruzione è affidata a un consorzio di imprese private cinesi, originarie della regione autonoma di Ningxia Hui, in gran parte popolata da musulmani cinesi. Queste aziende stanno fornendo il denaro, il know-how, per trasformare una distesa di deserto nella prossima città del boom della regione.
Lo sviluppo di 11 chilometri quadrati mira a trasformare un porto sottoutilizzato in un progetto su vasta scala che comprende una raffineria di petrolio e un impianto di metanolo. Un impianto di produzione di attrezzature a energia solare, fabbriche di automobili e strutture di vendita di materiali da costruzione, nonché alloggi per 25.000 persone e scuole, strutture mediche, edifici per uffici e centri di intrattenimento.
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 Oggetto del messaggio: Re: Dal Blog di Beppe Grillo
MessaggioInviato: 22/04/2018, 03:52 
Energia eolica senza Turbine


Guarda su vimeo.com



di Gunter Pauli
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Il mercato mondiale delle turbine e dei relativi prodotti, come motori e generatori, è stato valutato nel 2012 come un mercato di oltre 100 miliardi di dollari. La crescita della richiesta di energia elettrica stimola la domanda. Mentre il 70% del mercato mondiale è concentrato nel Nord America e in Europa, la Cina mostra la crescita più elevata.

Esistono tre grandi segmenti di mercato per le turbine: turbine per gli aeroplani, turbine per la produzione di energia elettrica e le turbine eoliche.

La crescita della domanda è certa, sono necessarie innovazioni fondamentali nel settore per superare il fattore limitativo dei metalli delle terre rare. Una turbina eolica su scala industriale utilizza più di una tonnellata di magneti, 35 per cento dei quali si basano sul neodimio. Oggi, la Cina produce il 95% di questo metallo di terre rare. Per estrarre i metalli dalle terre rare si utilizzano degli acidi molto aggressivi, che vengono pompati in fori nel terreno dove le sostanze chimiche sciolgono tutti i depositi. Il liquame viene poi pompato negli stagni con elevati rischi ambientali e di salute per chi ci lavora. Nuove fonti, nuovi processi e nuovi tipi di materiali saranno necessari man mano che il settore dell’energia eolica continuerà ad evolversi.

Cosa possiamo fare?

Numerose industrie verdi ad alta crescita si affidano ai metalli delle terre rare. E questi materiali fino ad ora sono assolutamente necessari.

Shawn Frayne, un laureato del MIT in fisica, ha fatto una scoperta incredibile. Ha invento trovato il modo per generare energia senza utilizzare metalli rari. Ha osservato come la pressione del vento genera vibrazioni. Queste vibrazioni generano un sorta di battito aerodinamico. Shawn ha applicato questa scoperta agli impianti eolici e funziona alla grande.

Questo generatore di elettricità potrebbe funzionare senza metalli, nemmeno rame o acciaio inossidabile.

Dopo una fredda accoglienza da parte degli Stati Uniti, Shawn si è stabilito in Cina, ha creato un team e infine ha trovato un metodo per generare elettricità senza movimenti di rotazione e alla fine anche senza metalli di terre rare. Mentre il mercato è ben consolidato sui prodotti standard, la sua conversione in applicazioni commerciali sta emergendo dopo tre anni di prove ed errori.

Questa è una grande opportunità. L’attuale costo dell’elettricità generata dalle odierne strutture mette già l’energia kilowatt/ora alla pari con tutte le fonti tradizionali, l’opportunità va oltre l’ ovvio. Un concetto energetico completamente nuovo potrebbe emergere con applicazioni speciali in tutto il Mondo.
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 Oggetto del messaggio: Re: Dal Blog di Beppe Grillo
MessaggioInviato: 26/04/2018, 01:39 
Panneli solari ibridi: energia anche quando piove


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Il sole è una immensa fonte di energia. Con il solare potremmo soddisfare di gran lunga ogni fabbisogno esitente e futuro. Servono però alcuni passi in avanti che per ora ci impediscono tutto questo.

Uno di questi è il mal tempo.

Sembra banale ma i pannelli solari funzionano quando c’è il sole. Quando è nuvoloso o piove continuano a immagazzinare energia (il sole c’è comunque) ma lo fanno in maniera irrisoria.

Ora tutto potrebbe cambiare grazie ad un gruppo di ricercatori della Soochow University (Cina) che hanno messo a punto dei pannelli fotovoltaici che funzionano bene anche quando il sole non c’è, e addirittura piove.

Si chiamano pannelli ibridi, che sarebbero in grado di sfruttare anche la potenza della pioggia per generare elettricità.

Il fotovoltaico ha il grande limite dell’intermittenza: ovvero produce elettricità a seconda del tempo atmosferico. Inoltre c’è il problema dell’accumulo di energia. Cioè non si sa dove stoccare l’energia in eccesso. Quindi va perduta. Diversi sistemi di accumulo dell’energia sono stati sviluppati ma queste batterie pongono poi dei problemi ambientali legati al loro smaltimento.

Ora il problema potrebbe essere risolto alla radice.

Questi pannelli sono sempre attivi grazie a un nano-generatore triboelettrico, ovvero un dispositivo costruito da polimeri in grado di produrre cariche elettriche dall’energia meccanica, cioè dall’attrito sviluppato dalle gocce di pioggia.

La tecnologia sfrutta dunque l’effetto triboelettrico, un fenomeno della fisica che consiste nel trasferimento di cariche elettriche quando vengono strofinati fra loro, o anche messi a contatto e allontanati. Il generatore quindi sviluppa energia dal contatto pioggia-pannello.

C’è però un limite.

Questi pannelli non funzionano nei rari casi in cui c’è il sole e piove.
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 Oggetto del messaggio: Re: Dal Blog di Beppe Grillo
MessaggioInviato: 26/04/2018, 09:43 
La soluzione potrebbe essere con larghe strisce di pannelli solari e messi con il sistema della vibrazione elettromagnetica per produrre energia elettrica sia con il Sole sia con Vento. [:296]


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MessaggioInviato: 20/05/2018, 01:32 
Bombardamento a tappeto sui fondali dei nostri mari, tra Adriatico e Ionio


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di Greenpeace
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La minaccia dei petrolieri ai mari italiani, mai venuta meno negli ultimi anni, si estende ora alle acque dello Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca.
Si tratta di un’area che, secondo la Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity – CBD), è classificata come EBSA, ovvero come particolarmente preziosa per l’ecosistema marino nel suo complesso.

È quanto denuncia Greenpeace Italia con un nuovo rapporto, “Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio”.

La ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili sotto i nostri fondali è il fattore che muove, in questo caso, la Edison S.p.A. (Permesso di Ricerca di Idrocarburi Liquidi e Gassosi “d 84F.R-EL”), e avverrebbe ancora una volta con la tecnica dell’air gun. Un dispositivo che, generando artificialmente onde d’urto e analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore. Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di air gun, disposti su due file a una profondità di 5-10 metri: producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi per settimane, continuativamente. Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet.

Gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi e in questo caso colpirebbero molte specie: tonni, pesci spada, squali, mobule, cetacei, tartarughe caretta. Nonché habitat di profondità con organismi come coralli e spugne che rappresentano importanti serbatoi di biodiversità, sono aree di riproduzione di numerose specie ittiche di importanza commerciale e contribuiscono al riciclaggio di materia organica nella catena trofica.

«Ci sono Paesi che hanno vietato la ricerca, e quindi l’estrazione, di nuovi giacimenti fossili nei loro mari. Ultima in tal senso la Nuova Zelanda, che sta rinunciando a riserve infinitamente più consistenti di quelle presenti sotto i nostri fondali, pur di proteggere questi ecosistemi, il clima e ogni altra attività economica legata al mare e potenzialmente danneggiata dal petrolio. Cosa aspetta l’Italia a darsi un indirizzo conseguente con gli impegni presi in sedi internazionali come l’Accordo di Parigi?», dichiara Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia.

Greenpeace ricorda nel suo rapporto che “la scoperta dei banchi di coralli di acque fredde (o di profondità, o “coralli bianchi”) al largo di Santa Maria di Leuca ha fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico. Si tratta di comunità dominate da Madrepora oculata e Lophelia pertusa. Questi banchi di coralli di profondità sono un hot spot di biodiversità. Ci sono non meno di 222 specie a profondità tra 280 e 1121 metri. Spugne (36 specie), molluschi (35), cnidari (o celenterati: coralli, anemoni…: 31 specie), anellidi (24 specie, di cui una trovata qui per la prima volta nel Mediterraneo), crostacei (23), briozoi (19) e 40 specie di pesci”. Secondo l’associazione ambientalista la richiesta di permesso presentata da Edison per sondare i fondali di questo tratto di mare è lacunosa ed omissiva, nel valutare i possibili impatti dell’air gun sull’ambiente. Per questo l’associazione presenterà le sue osservazioni nel merito al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, per chiedere il respingimento di questo ennesimo tentativo di oltraggio ai nostri mari.

Greenpeace auspica che le istituzioni locali si attivino per contrastare una prospettiva che minaccerebbe turismo, pesca e comunità costiere; e auspica inoltre che sulle attività di ricerca di nuovi giacimenti, che interessano l’intero Adriatico e alcune aree dello Ionio, si ascolti anche la voce della società civile di quei territori, da tempo e in larga misura contraria a questa prospettiva.
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Siamo per il 5% Alieni


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di Fabrizio Spagiari
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Negli ultimi anni, le ricerche sul DNA dei Neandertal hanno dimostrato che molti uomini moderni condividono una piccola percentuale di materiale genetico con questi primi esseri umani.

Ora i ricercatori, confrontando il nostro codice genetico con quello neandertaliano, vogliono individuare i geni che ci rendono effettivamente umani e quelli legati a qualche origine in comune con i nostri cugini preistorici. C’è stato un contatto. Quando?

I ricercatori hanno osservato che nei Neandertal i geni associati all’iperattività, al comportamento aggressivo e allo sviluppo di alcune sindromi, come l’autismo, sono assenti.

Nel periodo compreso tra un milione e 500 mila anni fa circa, il numero dei Neandertal si ridusse drasticamente, limitando la popolazione a un piccolo gruppo. Questo evento ebbe un impatto molto negativo sui Neandertal e in particolare sui loro geni.

Infatti la selezione naturale in popolazioni di piccole dimensioni ha meno capacità di eliminare le mutazioni genetiche negative.

Hanno esaminato i geni di due Neandertal, uno proveniente dalla Spagna e uno dalla Croazia. Poi hanno confrontato il DNA di questi individui con quello di un terzo Neandertal vissuto in Siberia e con quello di alcuni esseri umani moderni. Si è scoperto che i Neandertal hanno una variabilità genetica minore rispetto a quella degli uomini moderni. La diversità genetica tra i Neandertal, infatti, era un quarto di quella esistente oggi tra gli africani, e un terzo di quella che c’è tra gli europei o gli asiatici.

Il confronto ha anche mostrato che l’umanità moderna possiede dei geni legati alla salute del cuore e al metabolismo che erano invece assenti nei nostri antichi cugini. Possediamo anche dei geni legati al colore dei capelli e della pelle che i Neandertal non hanno e che probabilmente sono le mutazioni che potrebbero aver contribuito alle differenze nella pigmentazione presenti tra gli esseri umani di oggi.

Gli scienziati vogliono capire cosa ci separa realmente dai Neandertal e cosa abbiamo in comune, ma per farlo allora bisogna scoprire cosa abbiamo ereditato dai primi uomini cacciatori-raccoglitori e cosa proviene invece dal nostro più recente adattamento alla vita stanziale.

La cosa sicura è che nel nostro DNA c’è una sorpresa.

Infatti in comune con i Neandertal abbiamo più di quanto pensiamo. I moderni euro-asiatici possiedono infatti circa il 2% di geni neandertaliani, mentre negli attuali melanesiani la percentuale ereditata dai denisoviani arriva addirittura al 5%. Ma la storia non finisce qua, con la sola presenza di geni o mutazioni ereditate.

I Neandertal non erano meno evoluti degli esseri umani moderni. Hanno avuto anche loro una storia e un’evoluzione, che però ha preso una strada diversa. Ma il DNA neandertaliano che abbiamo ereditato è stato essenziale per la sopravvivenza della nostra specie.

Sessantamila anni fa, quando i primi uomini moderni lasciarono l’Africa, trovarono il continente auroasiatico già abitato da Neandertal. Sappiamo che almeno alcuni di quegli incontri produssero prole, perché il genoma di esseri umani che oggi vivono fuori dall’Africa è neadertaliano per l’1-4%. Alcune parti di genoma non africano sono totalmente prive di DNA neandertaliano, ma altre invece ne hanno in abbondanza, tra cui quelle che contengono i geni legati alla pelle e ai capelli. E ciò suggerisce che i geni neanderteliani abbiano comportato alcuni benefici, e che quindi si siano conservati nel processo evolutivo.

Sembra piuttosto evidente che quando Homo sapiens lasciò l’Africa e incontrò i Neandertal scambiando materiale genetico, finì per assumere alcune varianti genetiche adattative che gli offrirono un vantaggio per affrontare le diverse condizioni climatiche.

Il fatto che il DNA neandertaliano sia completamente assente in altre parti del genoma odierno non africano suggerisce che la loro versione dei geni in quelle regioni avrebbe invece rappresentato uno svantaggio evolutivo per H. sapiens, e quindi furono eliminati dalla selezione naturale.

La versione neandertaliana del gene della pelle POU2F3, ad esempio, si trova in circa il 66% degli asiatici orientali, mentre quella del gene BNC2, che incide tra l’altro sul colore della pelle, si trova ben nel 70%.

Incredibile. Queste versioni neandertaliane possono aver aiutato i nostri antenati a sopravvivere in aree geografiche a cui i Neandertal si erano già adattati, in quanto erano presenti in quelle zone da centinaia di migliaia di anni.

Quando pensiamo a come siamo fatti, immaginiamo che siamo sempre stati cosi come siamo oggi. Abbiamo studiato l’evoluzione sin dalle scuole, ma è difficile capirla veramente. Oggi sappiamo che il contributo genetico che i primi uomini ricevettero dai Neandertal è stato vitale per la nostra specie e alcune parti di quel materiale genetico ci accompagna ancora oggi.

Già solo queste nozioni sono sufficienti a far sparire ogni traccia di razzismo nell’epoca moderna.
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MessaggioInviato: 17/06/2018, 01:41 
Energia dalle bio-onde


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di Gunter Pauli
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Abbiamo necessità di energia. Tanta energia. Lo sappiamo ed è per questo che si sta puntando tutto sulle nuove ricerche. La tecnologia ora permette di produrre energia dalla natura, in primis dal sole, dal vento e dal mare.

Si stima che nei prossimi vent’anni circa 190 miliardi di dollari di investimenti saranno destinati alle tecnologie basate sulle maree e sul moto ondoso.

L’Agenzia Internazionale dell’energia stima che l’energia del mare potrebbe generare 200 TW all’anno, mentre l’energia del moto ondoso potrebbe produrre 80.000 TW. Insomma un bel po’ di energia e questo con le tecnologie attuali, che sono solo all’inizio.

Ad oggi questa opportunità non è molto sfruttata. L’unico paese che ha attuato con successo un sistema di energia dalle maree è la Francia, ma la stazione di La Rance in Bretagna produce ogni anno 240 MW di potenza e la sua costruzione risale al 1966.

Gli Stati Uniti invece sono stati pionieri nelle Hawaii di un’altra forma di energia oceanica: lo sfruttamento delle differenze di temperatura note come Ocean Thermal Energy Conversion.

Ma qualcosa sta per cambiare.

L’acqua è un’energia liquida, ondulatoria e contiene circa 1.000 volte più energia cinetica del vento. Questo permette ai dispositivi più piccoli di produrre più potenza. Inoltre, le onde marine sono prodotte 24 ore su 24. Non ci sono periodi dell’anno o della giornata in cui non c’è movimento delle maree. É una risorsa immensa.

Quale è la sfida a questo punto? Dobbiamo capire come progettare impianti migliori da un lato e ridurre l’impatto ambientale dall’altro.

La sfida ingegneristica non è da poco, in quanto le onde e le correnti hanno una forza molto forte ad una velocità lenta, mentre normalmente la produzione di energia elettrica richiede alte velocità.

Tim Finnigan, professore presso l’Università di Sydney di fluidodinamica ambientale, ha osservato come si muove il kelp gigante (una specie di alga) con il ritmo delle correnti e delle onde. Cresce fino a mezzo metro al giorno, raggiungendo a volte anche gli 80 metri.

Il kelp si muove con le correnti che portano una grande quantità di sostanze nutritive e quando una tempesta o uno tsunami la colpiscono, queste enormi foreste sottomarine si appiattiscono semplicemente sul fondo dell’oceano.

Così il Prof. Finnigan ha studiato la fluidodinamica dei movimenti del kelp e li ha convertiti in modelli matematici con cui ha progettato un generatore elettrico. Il suo approccio supera i concetti di velocità e potenza, perché si basano su geometrie mutuate da sistemi collaudati dalla natura.

I suoi dispositivi non hanno movimenti rotatori che assomigliano a ventilatori o mulini, né creano barriere che fermano il flusso di sostanze nutritive, quindi non c’è alcun pericolo per la vita acquatica.

Ma la grande innovazione non è questa. La caratteristica più importante è che i suoi generatori si muovono con il flusso delle correnti e delle onde imitando il comportamento del kelp. Quindi quando uno tsunami colpisce la zona, l’impianto si posa piatto sul fondo, proprio come fa il kelp. Mentre l’energia basata sulla corrente delle onde e del mare è stata a lungo considerata antieconomica in quanto non può resistere al rigido ambiente marino, il Prof. Finnigan ha imparato la sua lezione sul campo e ha preso in prestito l’intelligenza dalle più grandi specie di alghe dell’oceano.

Questi progetti sono in corso di sviluppo in Australia, Spagna e Stati Uniti e stanno trasformando questo approccio allo sfruttamento delle onde e delle correnti in una svolta tecnologica di grande rilevanza commerciale. Grazie alla sua modularità, il sistema consente di installare in azienda unità da 250, 500 e 1.000 MW, in prossimità della costa, senza alcun impatto visivo o con ricadute sull’ecosistema o per i fondali oceanici.

Lo sviluppo del mercato è appena iniziato. La propensione ad investire in questi impianti è elevata, soprattutto pensando alla complessità dei parchi eolici o solari. Sono invisibili e investendoci adeguatamene, la tecnologia renderà sempre più produttivi questi impianti.

L’approvvigionamento energetico di bio-onde è così sicuro che un solo impianto potrebbe togliere dalla rete 10.000 abitanti, senza che nessuno debba nemmeno installare un interruttore.
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Dalla Terra a Marte in 5 settimane


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La NASA sta ultimando il suo razzo VASIMR (Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket), un propulsore elettromagnetico capace di spingere un’astronave su Marte in tempi record.

Soli 39 giorni.

Il razzo viaggerà dieci volte più veloce dei razzi chimici di oggi, ma la vera rivoluzione riguarda il consumo. Un decimo della quantità di carburante utilizzata oggi.

Così invece di impiegare 6 mesi a raggiungere Marte, potremo farlo il poco meno di 6 settimane.

É una vera rivoluzione.

Il sistema VASIMR è un razzo al plasma molto particolare. Non è usato per lanciare razzi dalla Terra, ma può essere usato per cose già in orbita. Si tratta della cosiddetta “propulsione nello spazio”.

Ma come funziona? VASIMR riscalda il plasma, un gas caricato elettricamente, a temperature eccezionalmente elevate utilizzando le onde radio. Il sistema poi spinge in una specie di imbuto il plasma caldo fuori dalla parte posteriore del motore, scatenando una potenza incredibile a un decimo del carburante.
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MessaggioInviato: 06/11/2018, 00:41 
Una casa per tutti: costruire con il bambù


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di Gunter Pauli
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Nel mondo mancano alloggi a prezzi accessibili. Il problema è così grande che in tutto il mondo servirebbero 3.000 miliardi di dollari. Solo nel 2015 sono stati spesi tra i 300 e i 500 miliardi di dollari.

Poiché l’edilizia popolare beneficia sia di sovvenzioni che di garanzie statali, i suoi risultati finanziari hanno attirato gli investimenti privati.

I programmi di edilizia popolare in Brasile offrono un’idea dell’entità della domanda su scala globale. Dal 2010 al 2014 il Brasile ha costruito 2 milioni di case popolari ad un costo medio di 15.000 euro l’uno, a fronte di un’iniezione di liquidità da parte dello Stato per 30 miliardi di euro.

Tuttavia, la domanda in Brasile è di 5,6 milioni di unità abitative, e così anche con questo sforzo straordinario, oltre il 60% delle famiglie bisognose è ancora lasciato senza casa.

Ciò crea molto spazio per iniziative private che integrano l’azione del governo. Il Sudafrica, alla fine dell’Apartheid nel 1994, aveva l’obiettivo dichiarato di costruire un milione di case in più, soddisfacendo oggi solo il 14% di quelle esigenze abitative.

L’investimento nell’edilizia popolare è l’unico settore edilizio caratterizzato da una crescita a livello mondiale e da un interessante ritorno sugli investimenti.

Ma c’è un problema?

Mentre nel settore immobiliare tradizionale c’è un guadagno che va dal 25% al 35% di utile sul capitale investito, i programmi di edilizia residenziale sostenuti dallo Stato, in generale, offrono solo il 10% di ritorno. Tuttavia, sono investimenti a basso rischio e che attraggono chi è in cerca di rendimenti stabili e sicuri.

Ecco cosa si può fare.

Architetti e urbanisti hanno speso molto tempo e impegno nella progettazione di case a prezzi accessibili, concentrandosi principalmente sulla riduzione dei costi, in particolare eliminando la manodopera attraverso sistemi di costruzione prefabbricati. Le case popolari in Brasile costano ancora 15.000 euro per unità, mentre in India l’investimento di capitale in una casa può arrivare fino a 4.500 euro. Ovviamente non sono prezzi alti e, inoltre, si offrono case migliori delle baraccopoli, ma non consentono di avere case soddisfacenti.

Uno dei problemi principali è che l’edilizia popolare consuma enormi quantità di cemento e calcestruzzo e questo crea importanti emissioni di gas a effetto serra.

Da qui l’innovazione.

Simon Velez, architetto colombiano, e Marcelo Villegas, ingegnere di spicco, hanno beneficiato entrambi del grande lavoro pionieristico di Oscar Hidalgo, il maestro dell’architettura del bambù. Si resero conto che quando gli spagnoli colonizzarono gli altopiani andini della Colombia e dell’Ecuador, non incontrarono foreste pluviali, ma piuttosto scoprirono massicce foreste di bambù dominate dalla Guadua angustifolia, un’erba gigante che poteva produrre per settant’anni fino a sessanta pali da 25 metri all’anno.

Il bambù è un ottimo materiale da costruzione, e come testimonianza si trovano ancora centinaia di case coloniali di più di 200 anni. In Cina ce ne sono molte e quelle più antiche si dice abbiano 3.000 anni. Così Simon e Marcelo studiarono cosa si poteva fare per poter costruire case per tutti senza generare rifiuti e gas serra.

Simon capì che il bambù ha bisogno di essere protetto dal sole e dalla pioggia, mentre Marcelo progettò un’ingegnosa tecnica di giunzione.

Quando Klaus Steffens, dell’Università di Brema, ha eseguito le stesse prove, è rimasto così impressionato che si è impegnato a ottenere una licenza edilizia per questo materiale da costruzione naturale e per questa innovativa tecnica costruttiva. Il bambù non è solo un acciaio vegetale, ma è anche bello e, inoltre, contribuisce al problema dell’anidride carbonica.

Simon ha rapidamente convertito il successo dei suoi progetti in programmi di edilizia popolare in risposta al terremoto che ha colpito la regione Eje Cafetero, donando i disegni al governo locale per l’uso open source.

Sessantacinque pali di bambù bastano esattamente per costruire una casa di 65 metri quadrati a due piani con un grande balcone. Questo edificio costa meno di 15.000 dollari, e mentre la maggior parte della popolazione considera il bambù un simbolo di povertà, questa casa con un balcone (simbolo della classe media superiore) ha trasformato la costruzione in una casa molto desiderata. A dieci anni di distanza da questi edifici pionieristici sparsi in tutta l’America Latina, gli alloggi in bambù si sono affermati come una delle più promettenti innovazioni nella progettazione di edifici a emissioni zero sia per i ricchi che per i poveri.

Ma c’è qualcosa di più.

Simon e Marcelo non si sono mai preoccupati di brevettare nessuna delle loro invenzioni, ma hanno condiviso liberamente le loro intuizioni, trascorrendo molto tempo con i lavoratori che spesso non sanno leggere o scrivere, per trasferire le loro intuizioni sulle tecniche su come costruire. Migliaia di edifici sono emersi in tutto il mondo utilizzando questa tecnica open source, riassunte nel libro “Crescere la propria casa”.

Oggi oltre un miliardo di persone vivono in case di bambù, sono nati posti di lavoro, si è risparmiato CO2, ma pochi si rendono conto che le foreste di bambù temperano l’effetto isola di calore, con fino a dieci gradi in meno.

Abbiamo di fronte un programma di edilizia popolare che fornisce acqua potabile supplementare e abbassa la temperatura della Terra. Mettiamolo in atto.
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MessaggioInviato: 18/12/2018, 00:43 
L’elevata domanda di Soia sta distruggendo l’Amazzonia


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Nella regione del Cerrado, in Brasile, è in atto una distruzione degli habitat e dei sistemi idrici del luogo, a causa della continua richiesta di soia, poiché questo luogo copre il 20% della produzione di soia del mondo.

È una storia fin troppo familiare. Poco più di un decennio fa, l’espansione rapida della soia in Amazzonia ha minacciato di distruggere molte delle foreste tropicali rimanenti della regione. La domanda globale di soia continua ad aumentare e molti produttori si rivolgono al Cerrado.

Un recente rapporto di Chain Reaction Research (CRR) evidenzia l’impatto della coltivazione della soia sulla vegetazione del Cerrado. La superficie coltivata a soia è aumentata di 9,54 milioni di ettari tra il 2000 e il 2017, spogliando 2,83 milioni di ettari della sua flora nativa. La maggior parte di questa espansione si è verificata a Matopiba, l ‘”ultima frontiera della soia” in Brasile, che da sola subisce 1,9 milioni di ettari di deforestazione.

Oltre agli impatti ben conosciuti della deforestazione – tra cui l’aumento delle emissioni di anidride carbonica, la distruzione della biodiversità e lo sconvolgimento delle comunità locali – l’impatto sulla disponibilità di acqua è particolarmente preoccupante. Il sistema di radici profonde della vegetazione nativa di Cerrado, a volte descritto come una foresta rovesciata, assorbe l’acqua e la alimenta lentamente in fiumi e falde acquifere che forniscono acqua fresca a molte comunità. Durante gli anni di siccità, la vegetazione funge anche da riserva naturale di acqua, sostenendo le precipitazioni all’interno del Cerrado e nella parte centro-occidentale e sud-orientale del paese.

Stravolgendo quindi il paesaggio si rompe questo ciclo naturale dell’acqua.

Uno studio dell’Università di Brasilia ha collegato la deforestazione a un calo dell’8,4% delle precipitazioni annuali nel Cerrado negli ultimi 30 anni, e la regione nord-orientale ha registrato un numero eccezionalmente elevato di anni consecutivi di siccità, nonché un aumento di inondazioni dovuto all’eradicazione della vegetazione.

Secondo Tim Steinweg, autore principale del rapporto del CRR, è necessaria un’azione urgente per mitigare l’ulteriore deforestazione nel Cerrado da parte dell’industria della soia. Ma il cambiamento potrebbe non arrivare presto.

“La combinazione dei recenti risultati elettorali in Brasile e di conseguenza i cambiamenti nel commercio internazionale comportano rischi significativi che la deforestazione peggiorerà prima di migliorare”, afferma Steinweg.

Fino ad ora, il governo brasiliano ha agito in modo modesto per affrontare la deforestazione, compresa l’attuazione di sanzioni contro la deforestazione illegale. Ma con la recente elezione di Jair Bolsonaro è probabile che le misure di protezione saranno seriamente ridotte”, secondo Steinweg.

A questa situazione si aggiunge anche l’attuale guerra commerciale USA-Cina: la soia brasiliana sta trovando mercati in Cina, dove gli acquirenti sono meno preoccupati per la sostenibilità della provenienza del prodotto.

Se non si fa nulla per frenare la deforestazione il terreno adatta alla produzione di soia potrebbe diminuire fino al 39% entro il 2040. Questo probabilmente dissuaderà i nuovi investimenti di soia nella regione, ma i produttori esistenti, molti dei quali ctroppo indebitati per abbandonare le loro operazioni – saranno costretti a continuare a produrre di fronte a condizioni di crescita instabili. Nel frattempo, gli effetti della deforestazione comprometteranno la disponibilità di acqua per gli esseri umani, le piante e gli animali nella regione e minacceranno la vita in una delle savane tropicali più biodiverse del mondo.
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MessaggioInviato: 27/12/2018, 16:21 
Energia del sole e acqua di mare per dissetarsi


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Secondo stime della FAO, entro il 2025 quasi 2 miliardi di persone potrebbero non avere abbastanza acqua potabile per le proprie necessità quotidiane. Una delle possibili soluzioni a questo problema è la dissalazione, ossia il trattamento dell’acqua di mare per renderla potabile. Tuttavia, rimuovere il sale dall’acqua di mare richiede una quantità di energia da 10 a 1000 volte maggiore rispetto ai tradizionali metodi per rifornirsi di acqua dolce, ossia deviare l’acqua dei fiumi o pompare quella dei pozzi.
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 Oggetto del messaggio: Re: Dal Blog di Beppe Grillo
MessaggioInviato: 04/01/2019, 00:28 
Un bracciale che regola la temperatura del corpo


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Durante una data del mio Tour Insomnia, come spesso capita, ospito alcuni tra i “cervelli” più pazzeschi del nostro paese. A Pescara ho voluto far salire sul palco (vedi video) Luca Amicone, che, insieme ad Antonio Sese, ha ideato Termotag: un’idea innovativa nata dal concetto che ognuno dovrebbe regolare la propria temperatura corporea in maniera autonoma, senza disturbare le altre persone.

In concreto si tratta di un bracciale termico che, tramite una piastra ceramica localizzata al suo interno e messa a contatto con la parte interna del polso, è in grado di modificare la temperatura corporea di chi lo indossa. L’effetto localizzato si percepisce fin da subito, ed in soli 5 minuti di utilizzo è in grado di estendere la variazione di temperatura in tutto il corpo.

Termotag funziona sia con il caldo che con il freddo e può essere utilizzato in tutte le stagioni; in sostanza si ha a disposizione un condizionatore o un termosifone al polso, senza disturbare il tuo vicino. Il bracciale ha un duplice effetto, uno “reale”, cioè in grado di modificare effettivamente la temperatura corporea di chi lo indossa ed un effetto “percettivo”, cioè di colpire l’aspetto cognitivo legato alla percezione di temperatura. Il primo effetto è stato testato nel laboratorio accreditato per la visione dell’infrarosso dell’Università d’Annunzio di Chieti, attraverso telecamere per le analisi termiche, mentre per il secondo effetto stiamo proseguendo con la ricerca scientifica per capire esattamente il punto di incontro cognitivo/percettivo.

Termotag ha notevoli risvolti positivi anche nei nei confronti dell’ambiente, visto che induce l’utilizzatore ad un uso più parsimonioso dei condizionatori e dei termosifoni, con notevole diminuzione degli agenti inquinanti immessi nell’atmosfera.

Termotag è già predisposto per l’internet delle cose, così da essere in grado di dialogare a distanza sia con gli split dei condizionatori che con i termostati dei termosifoni, per poter processare automaticamente la temperatura negli ambienti chiusi di chi lo indossa. Il dispositivo è dotato di batteria a lunga durata, ricaricabile tramite porta USB, di uno schermo touch a colori e di una piastra di alluminio di design.

Termotag si presta ad essere utilizzato negli ambienti chiusi, all’aperto e durante le attività sportive e comunque in tutte le situazioni in cui si desidera migliorare il proprio comfort termico.
Abbiamo intenzione di lanciare Termotag sul mercato entro il 2019, tramite una campagna di Crowdfunding.

Termotag è nato in Abruzzo dall’idea dei due soci fondatori Luca Amicone e Antonio Sese e tutta la ricerca scientifica e la tecnologia è stata sviluppata in Italia, compreso il suo Brevetto.
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MessaggioInviato: 04/01/2019, 00:47 
ArTisAll ha scritto:
5 nuove città pronte a scuotere il futuro



Sono tutte vicine al mare.
Se il livello medio dei mari sale: addio.



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Per ogni problema complesso c' è sempre una soluzione semplice.
Ed è sbagliata.
(George Bernard Shaw)
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MessaggioInviato: 25/02/2019, 00:38 
Il più grande parco solare del mondo sarà in Egitto


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Benban Solar Park è una centrale fotovoltaica in costruzione nella regione egiziana di Benban e grazie ad essa, le emissioni di carbonio del paese africano saranno ridotte di due milioni di tonnellate.

Situato a Benban, nella regione orientale del deserto del Sahara sarà l’impianto più grande del mondo. Il suo nome è dovuto a una città nelle vicinanze del fiume Nilo, vicina all’impianto solare, che è stato in funzionamento parziale dallo scorso dicembre 2017.

Grazie a questo impianto solare, l’Egitto sarà in grado di generare il 20% di energia pulita entro il 2022 e coprirà il 90% dell’energia attualmente prodotta dalla riserva di Aswan.

Il parco dispone di 41 appezzamenti di terreno collegati alla rete ad alta tensione egiziana, mediante quattro nuove sottostazioni, che a loro volta saranno collegate a una linea esistente di 220 Kb. A metà di quest’anno lo scopo è quello di raggiungere tra 1,6 e 2, 0 GW di energia solare.

Il deserto del Sahara è uno dei punti più privilegiati del pianeta per la cattura di energia solare a causa delle sue caratteristiche climatiche specifiche; le giornate sono soleggiate e molto calde – la temperatura media di solito supera i 50º, con rare precipitazioni e notti fresche.

In totale, il costo di costruzione ammonterà a 823 milioni di dollari. In termini di occupazione, questo impianto solare servirà a risolvere gli alti tassi di disoccupazione nell’area. Per aumentare le strutture ci hanno lavorato più di 10.000 persone e quando sarà a pieno regime si stima che darà lavoro diretto a 4.000 dipendenti.
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Energia dalle bio-onde


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di Gunter Pauli
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Si stima che nei prossimi vent’anni circa 190 miliardi di dollari di investimenti saranno destinati alle tecnologie basate sulle maree e sul moto ondoso.

L’Agenzia Internazionale dell’energia stima che l’energia del mare potrebbe generare 200 TW all’anno, mentre l’energia del moto ondoso potrebbe produrre 80.000 TW. Insomma un bel po’ di energia e questo con le tecnologie attuali, che sono solo all’inizio.

Ad oggi questa opportunità non è molto sfruttata. L’unico paese che ha attuato con successo un sistema di energia dalle maree è la Francia, ma la stazione di La Rance in Bretagna produce ogni anno 240 MW di potenza e la sua costruzione risale al 1966.

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Ma qualcosa sta per cambiare.

L’acqua è un’energia liquida, ondulatoria e contiene circa 1.000 volte più energia cinetica del vento. Questo permette ai dispositivi più piccoli di produrre più potenza. Inoltre, le onde marine sono prodotte 24 ore su 24. Non ci sono periodi dell’anno o della giornata in cui non c’è movimento delle maree. É una risorsa immensa.

Quale è la sfida a questo punto? Dobbiamo capire come progettare impianti migliori da un lato e ridurre l’impatto ambientale dall’altro.

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Così il Prof. Finnigan ha studiato la fluidodinamica dei movimenti del kelp e li ha convertiti in modelli matematici con cui ha progettato un generatore elettrico. Il suo approccio supera i concetti di velocità e potenza, perché si basano su geometrie mutuate da sistemi collaudati dalla natura.

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Ma la grande innovazione non è questa. La caratteristica più importante è che i suoi generatori si muovono con il flusso delle correnti e delle onde imitando il comportamento del kelp. Quindi quando uno tsunami colpisce la zona, l’impianto si posa piatto sul fondo, proprio come fa il kelp. Mentre l’energia basata sulla corrente delle onde e del mare è stata a lungo considerata antieconomica in quanto non può resistere al rigido ambiente marino, il Prof. Finnigan ha imparato la sua lezione sul campo e ha preso in prestito l’intelligenza dalle più grandi specie di alghe dell’oceano.

Questi progetti sono in corso di sviluppo in Australia, Spagna e Stati Uniti e stanno trasformando questo approccio allo sfruttamento delle onde e delle correnti in una svolta tecnologica di grande rilevanza commerciale. Grazie alla sua modularità, il sistema consente di installare in azienda unità da 250, 500 e 1.000 MW, in prossimità della costa, senza alcun impatto visivo o con ricadute sull’ecosistema o per i fondali oceanici.

Lo sviluppo del mercato è appena iniziato. La propensione ad investire in questi impianti è elevata, soprattutto pensando alla complessità dei parchi eolici o solari. Sono invisibili e investendoci adeguatamene, la tecnologia renderà sempre più produttivi questi impianti.

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