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LA GLOBALIZZAZIONE SPIEGATA - YOUMANKIND E RAV LAITMAN

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"…stanno uscendo allo scoperto ora, amano annunciare cosa stanno per fare, adorano la paura che esso può creare. E’ come la bassa modulazione nel ruggito di una tigre che paralizza la vittima prima del colpo. Inoltre, la paura nei cuori delle masse risuona come un dolce inno per il loro signore". (Capire la propaganda, R. Winfield)

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Il nuovo liberismo e la distruzione del pianeta

By Cristina Bassi - Posted on 26 aprile 2011

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http://www.ecplanet.com/node/2450

Da almeno 20 anni a questa parte ci è stato detto che non ci sono alternative alla globalizzazione neoliberale e che, di fatto, non è necessaria un’alternativa a questo. La “lady di ferro”, Margaret Thatcher, fu una di quelle che affermò questo concetto ripetutamente: non ha senso analizzare e discutere il neoliberalismo e il liberalismo globalizzato, perché sono inevitabili. Non ha senso mettersi a comprendere, quindi… avanti! Uccidi se non vuoi essere ucciso!

Altri affermano che la globalizzazione - ossia un sistema economico che si è sviluppato in specifiche condizioni sociali ed economiche – non è altro che una legge di natura. Di conseguenza, “la natura umana” si suppone sia riflessa dal carattere dei soggetti del sistema economico, ovvero egoistico, avido, freddo e spietato. Questo, ci viene detto, funziona a beneficio di ognuno.

Mentre una esigua minoranza raccoglie enormi benefici dall’odierno neoliberalismo (nessuno dei quali resterà ovviamente), l'ampia maggioranza della popolazione della terra soffre in grandi difficoltà e vede minacciata la propria sopravvivenza.

Ovunque nel mondo i media evitano di affrontare questo problema, con la scusa più frequente che non può essere spiegato.[1] Ma la vera ragione ovviamente è che le corporations controllano i media.

Cos’è il neoliberalismo?

Quale programma di economia politica, il neoliberalismo iniziò in Cile nel 1973, quando avvenne un colpo di stato organizzato dagli USA contro un presidente socialista eletto; si instaurò poi una cruenta dittatura militare, nota per le sue sistematiche torture

Il predecessore del modello neoliberale è il liberalismo economico del 18° e 19° secolo e la loro nozione di “mercato libero”. A quel tempo Goethe la pensava così: "mercato libero, pirateria e guerra: un inseparabile terzetto!"[2]

Cosa c’è nel cuore sia del vecchio che del nuovo liberalismo:

- interessi personali ed individualismo;

- separazione dei principi etici dagli affari economici, ovvero: un processo di dislocazione dell’economia dalla società;

- razionalità economica come puro calcolo costi-benefici e massimizzazione del profitto;

- competizione come forza trainante essenziale per la crescita e il progresso;

- esclusione dell’interferenza pubblica (lo stato) dalle forze di mercato.[3]

La “libertà dell’economia”, che si presume necessaria, paradossalmente significa solo la libertà delle multinazionali: la libertà dalla responsabilità e dall’impegno verso la società.

Gli interessi economici globali oggidì superano non solo le preoccupazioni extra—economiche, ma anche le considerazioni nazionali, poiché le multinazionali si considerano oltre sia la comunità che la nazione.[5] Gli interessi delle multinazionali, ovvero il loro massimo progresso e crescita, hanno totale priorità.

Anziché una competizione democratica e totale tra molte piccole imprese che godono della libertà di mercato, sono solo le grandi multinazionali che vincono. In cambio, creano nuove oligopoli di mercato e monopoli di dimensioni sconosciute prima d’ora.

Le leggi anti-trust hanno perso il loro potere poiché le multinazionali transnazionali stabiliscono le norme. Sono le multinazionali e non “il mercato” che determinano le regole del commercio, come prezzi e regolamentazioni.

Questo avviene al di fuori d ogni controllo politico.

La presunta correlazione tra crescita economica e impiego sicuro è falsa. Quando la crescita economica si accompagna a fusioni di business, i posti di lavoro si perdono.[13]

Le multinazionali si insediano nel Sud (o Est) per usare forza lavoro a buon mercato – particolarmente femminile - e senza iscrizioni sindacali.

Il recente spostamento delle opportunità di business dai beni di consumo agli armamenti è uno sviluppo particolarmente preoccupante.[17]

Questi i risultati della cosiddetta Terza Rivoluzione Industriale, ovvero lo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione e informazione.

La combinazione dei principi di “high tech” e “basso salario”/“nessun salario” (sempre negati dagli entusiasti del progresso) garantisce un “vantaggio di costi comparativi” nel commercio estero.

Questo porterà probabilmente a “salari cinesi” in Occidente. Una perdita potenziale di consumatori occidentali non è vista come una minaccia. Una economia multinazionale non si preoccupa se i consumatori sono in Europei, Cinesi o Indiani.

La più parte delle persone hanno sempre meno accesso ai mezzi di produzione e quindi cresce la dipendenza da scarsità e dal lavoro sottopagato.

La distruzione dei sussidi di stato distrugge anche la nozione che gli individui possano fare riferimento sulla comunità perché questa si prenda cura di color in tempi di necessità.

La nostra esistenza si basa esclusivamente sui servizi privati, ovvero costosi, che spesso sono di peggiore qualità e meno affidabili di quelli pubblici (è un mito che i privato superi sempre il pubblico).

La vecchia pretesa che il sud si sviluppi in un nord si è dimostrata sbagliata. È il nord che si sviluppa sempre più in un sud. Siamo testimoni dell’ultima forma di “sviluppo”, ovvero un sistema mondiale di sottosviluppo.[22]

Non ultimo, le donne sono obbligate alla prostituzione, una delle industrie globali più grandi del presente.[26]

Questo illustra due cose:

- a) quanto poco la emancipazione delle donne porta effettivamente alla “parità” con gli uomini

- b) lo sviluppo capitalista non implica “libertà” nelle relazioni salariali, come la “sinistra” ha rivendicato per anni.[27]

Centinaia di milioni di semi-schiavi esistono oggidì nel “sistema-mondo”, come mai prima d’ora[28].Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato cosi ampio. La classe borghese sta scomparendo: questa è la situazione che abbiamo davanti.

È ovvio che il neoliberismo non segna la fine del colonialismo, ma al contrario la colonizzazione del Nord. Questa nuova “colonizzazione del mondo”[29] riporta agli inizi del “sistema mondiale moderno” nel lungo 16° sec, quando la conquista delle Americhe, il loro sfruttamento e trasformazione coloniale consentirono l’ascesa e lo sviluppo dell’Europa.[30]

Dove non c’è Sud, non c’è Nord; dove non c’è periferia, non c’è centro; dove non c’è colonia, non c’è – in nessun caso- la civiltà “occidentale”.[31]

Tutto sulla terra oggidì si trasforma in “merce”, ovvero tutto si trasforma in oggetto di “scambio e commercializzazione”. L’obbiettivo è trasformare tutto e tutti in “merce”, incluso la vita stessa.[35]

Le persone credono nel mercato come fosse un dio e questo sembra dare il senso che nulla possa capitare senza di esso. L’unico scopo della attività economica è diventata la totale accumulo di denaro/capitale, globalmente massimizzato, come un benessere astratto.

Una cosa però in genere non viene considerata: il benessere astratto creato per accumulo, implica la distruzione della natura come benessere concreto.

Il risultato è un “buco in terra” e li vicino una discarica con le merci consumate, macchinari obsoleti e denaro senza valore.[37]

La diversità viene soffocata a e milioni di persone sono li a pensare a come sopravvivere. E diciamocelo: come possiamo sopravvivere senza risorse, né mezzi di produzione, né denaro?

Il nichilismo del nostro sistema economico è evidente: tutto il mondo verrà trasformato in denaro e poi scomparirà. In fondo il denaro non può essere mangiato.

Il concetto che il capitalismo e la democrazia siano unica cosa è dimostrato essere un mito del neoliberalismo e del suo totalitarismo monetario.[40]

Neoliberalismo e Guerra sono i due lati della stessa medaglia.[44]

Gli stati nazionali si stanno sviluppando in “stati periferici” in funzione del ruolo inferiore che svolgono nel Nuovo Ordine Mondiale.[51] La democrazia pare obsoleta. Dopotutto, “impedisce il business”.[52]

Il “Nuovo Ordine Mondiale” implica una nuova divisione di lavoro non che non distingue più tra nord e sud, tra est e ovest: ovunque è un sud. A nessuno è concesso interferire. Ironicamente, ci stiamo aspettando di fare affidamento su di loro per trovare una soluzione alla crisi in cui siamo.

Questo pone a rischio tutto il pianeta poiché la responsabilità è qualcosa che le multinazionali non hanno o conoscono. I tempi dei contratti sociali sono finiti.[55] Infatti, tutte le critiche saranno presto definite “terrore” e come tali saranno perseguite.[56]

Negli anni ’80, Ronald Reagan e Margaret Thatcher introdussero il neoliberalismo nell’Anglo-America. Nel 1989, si formulò il cosidetto “Washington Consensus”, che affermava di portare verso la libertà globale, la prosperità, e la crescita economica, attraverso la “deregulation, la liberalizzazione e la privatizzazione”.

Oggi sappiamo che quella promessa si è realizzata solo per le multinazionali, non per tutti.

Mel Medio Oriente, il sostegno occidentale a Saddam Hussein, nella Guerra tra Iraq e Iran negli anni ’80 e nella Guerra del Golfo dei primi anni 90, annunciò la presenza permanente degli USA nella regione petrolifera più contestata del mondo.

Nell’Europa continentale, il neoliberalismo iniziò con la crisi in Yugoslavia, causata dai Programmi di Aggiustamento Strutturale: Structural Adjustment Programs (SAPs) della Banca mondiale e dell’IMF. (fondo monetario internazionale). Il Paese fu pesantemente sfruttato, cadde a pezzi e infine fu assediato da una Guerra civile sulle sue ultime risorse rimaste.[58]

Dal tempo della Guerra NATO nel 1999, i Balcani sono frammentati, occupati e geopoliticamente sotto controllo neoliberale.[59] La ricostruzione dei Balcani è esclusivamente nelle mani delle multinazionali occidentali. Tutti i governi, siano essi di sinistra, destra, liberali o verdi, accettano.

Non c’è un’analisi sul collegamento tra le politiche del neoliberalismo, la sua storia, il suo background e i suoi effetti in Europa e altre parti del mondo. Allo stesso modo non c’è un’analisi del suo collegamento con il nuovo militarismo.

NOTE

[1] Maria Mies and Claudia von Werlhof (Hg), Lizenz zum Plündern. Das Multilaterale Abkommen über Investitionen MAI. Globalisierung der Konzernherrschaft – und was wir dagegen tun können, Hamburg, EVA, 2003 (1998), p. 23, 36.

[2] Johann Wolfgang von Goethe, Faust: Part Two, New York, Oxford University Press, 1999.

[3] Maria Mies, Krieg ohne Grenzen. Die neue Kolonisierung der Welt, Köln, PapyRossa, 2005, p. 34.

[5] Sassen Saskia, "Wohin führt die Globalisierung?," Machtbeben, 2000, Stuttgart-München, DVA.

[13] Maria Mies and Claudia von Werlhof (Hg), Lizenz zum Plündern. Das Multilaterale Abkommen über Investitionen MAI. Globalisierung der Konzernherrschaft – und was wir dagegen tun können, Hamburg, EVA, 2003 (1998), p. 7.

[17] Michel Chossudovsky, War and Globalization. The Truth Behind September 11th, Oro, Ontario, Global Outlook, 2003.

[22] Andre Gunder Frank, Die Entwicklung der Unterentwicklung, in ders. u.a., Kritik des bürgerlichen Antiimperialismus, Berlin, Wagenbach, 1969.

[26] Ana Isla, "Women and Biodiversity as Capital Accumulation: An Eco-Feminist View," Socialist Bulletin, Vol. 69, Winter, 2003, p. 21-34; Ana Isla, The Tragedy of the Enclosures: An Eco-Feminist Perspective on Selling Oxygen and Prostitution in Costa Rica, Man., Brock Univ., Sociology Department, St. Catherines, Ontario, Canada, 2005.

[27] Immanuel Wallerstein, Aufstieg und künftiger Niedergang des kapitalistischen Weltsystems, in Senghaas, Dieter: Kapitalistische Weltökonomie. Kontroversen über ihren Ursprung und ihre Entwicklungsdynamik, Frankfurt, Suhrkamp, 1979.

[28] Kevin Bales, Die neue Sklaverei, München, Kunstmann, 2001.

[29] Maria Mies, Krieg ohne Grenzen, Die neue Kolonisierung der Welt, Köln, PapyRossa, 2005.

[30] Immanuel Wallerstein, Aufstieg und künftiger Niedergang des kapitalistischen Weltsystems, in Senghaas, Dieter: Kapitalistische Weltökonomie. Kontroversen über ihren Ursprung und ihre Entwicklungsdynamik, Frankfurt, Suhrkamp, 1979; Andre Gunder Frank, Orientierung im Weltsystem, Von der Neuen Welt zum Reich der Mitte, Wien, Promedia, 2005; Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale, Women in the International Division of Labour, London, Zed Books, 1986.

[31] Claudia von Werlhof, "Questions to Ramona," in Corinne Kumar (Ed.), Asking, We Walk. The South as New Political Imaginary, Vol. 2, Bangalore, Streelekha, 2007, p. 214-268.

[35] Immanuel Wallerstein, Aufstieg und künftiger Niedergang des kapitalistischen Weltsystems, in Senghaas, Dieter: Kapitalistische Weltökonomie. Kontroversen über ihren Ursprung und ihre Entwicklungsdynamik, Frankfurt, Suhrkamp, 1979.

[37] Johan Galtung, Eurotopia, Die Zukunft eines Kontinents, Wien, Promedia, 1993.

[40] Renate Genth, Die Bedrohung der Demokratie durch die Ökonomisierung der Politik, feature für den Saarländischen Rundfunk am 4.3., 2006.

[44] Altvater, Chossudovsky, Roy, Serfati, Globalisierung und Krieg, Sand im Getriebe 17, Internationaler deutschsprachiger Rundbrief der ATTAC – Bewegung, Sonderausgabe zu den Anti-Kriegs-Demonstrationen am 15.2., 2003; Maria Mies, Krieg ohne Grenzen, Die neue Kolonisierung der Welt, Köln, PapyRossa, 2005.

[51] Michael Hardt and Antonio Negri, Empire, Cambridge, Harvard Univ. Press, 2001; Noam Chomsky, Hybris. Die endgültige Sicherstellung der globalen –Vormachtstellung der USA, Hamburg-Wien, Europaverlag, 2003.

[52] Claudia von Werlhof, Speed Kills!, in Dimmel/Schmee, 2005, p. 284-292.

[55] Claudia von Werlhof, MAInopoly: Aus Spiel wird Ernst, in Mies/Werlhof, 2003, p. 148-192.

[56] Michel Chossudovsky, America’s "War on Terrorism," Montreal, Global Research, 2005.

[58] Michel Chossudovsky, Global Brutal. Der entfesselte Welthandel, die Armut, der Krieg, Frankfurt, Zweitausendeins, 2002.

[59] Wolfgang Richter, Elmar Schmähling, and Eckart Spoo (Hg), Die Wahrheit über den NATO-Krieg gegen Jugoslawien, Schkeuditz, Schkeuditzer Buchverlag, 2000; Wolfgang Richter, Elmar Schmähling, and Eckart Spoo (Hg), Die deutsche Verantwortung für den NATO-Krieg gegen Jugoslawien, Schkeuditz, Schkeuditzer Buchverlag, 2000.

Autore: Prof. Claudia von Werlhof / Fonte originale: globalresearch.ca / Traduzione a cura di: Cristina Bassi / Fonte: thelivingspirits.net



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La cruda realtà dietro la pubblicità

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Un documentario sulla globalizzazione che in particolare si concentra sull'Indonesia



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Ascoltate che si dice in conclusione del video qui sopra cliccando sul seguente link

Immagine Bella porcheria

http://www.youtube.com/watch?feature=pl ... Drw#t=3162



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Generale Russo parla della "Mafia Globale" e dell' Elite dietro i Governi - Lezione prima - (video)

Traduzione del video apparso su Youtube di un Generale Russo che traccia i primi passi verso la comprensione di quella che lui chiamerà per tutto il video come: " Mafia Globale".
L' Elite occulta e comune che sta dietro i Governi di tutto il Mondo, che prescinde dal dualismo ideologico in cui le masse sono a ancora prigioniere.

Guarda su youtube.com


Source: °HACK YOUR MIND°: Generale R...erni - Lezione prima - (video)


LEGGI ANCHE:
Phelps: CONNESSIONI FRA OPPOSIZIONI
http://lagrandeopera.blogspot.it/2010/0 ... oni-e.html

A.Jones: IL POTERE FINANZIA L'ANTI POTERE:
http://lagrandeopera.blogspot.it/2013/0 ... lanti.html



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Cita:
Wolframio ha scritto:

Ascoltate che si dice in conclusione del video qui sopra cliccando sul seguente link

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Come possiamo fermarli? [8]
Non consumando? Ormai hanno rastrellato tutto quello che c'era da rastrellare, siamo divenuti troppo piccoli, impotenti e insignificanti a loro confronto; giusto un miracolo ci vorrebbe!



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 Oggetto del messaggio: Re: 7.000.000.000 - La Globalizzazione spiegata
MessaggioInviato: 18/12/2016, 12:45 
Cita:
L’impossibile trinità della globalizzazione

Democrazia, sovranità e globalizzazione economica sono reciprocamente incompatibili. Lo sapevamo in molti, e da tempo. Adesso ci arrivano, con il consueto ritardo, anche alcuni economisti di primo piano. Uno di loro è il turco, ebreo sefardita con cattedra ad Harvard, Dani Rodrik. Il professorone passa per un rivoluzionario, nel mondo accademico dell’economia e della finanza, per avere enunciato un principio, anzi un trilemma dell’impossibilità che il senso comune aveva elaborato da tempo.

Non si possono avere tutti insieme, teorizza Rodrik, tre “benefici”: l’integrazione economica globale, un sistema politico in cui il popolo conti e decida e la sovranità nazionale. Forme diverse di combinazione possono funzionare per due dei tre elementi del trilemma, ma tertium non datur. La prima reazione, dinanzi alle idee di Rodrik, è di fastidio. Come tutta la corporazione degli economisti, sta bene attento a non uscire dal filone vincente, mainstream; per lui, la globalizzazione economica è comunque un bene ed ha portato grandi vantaggi a tutto il mondo. Ci permettiamo di dissentire, in ottima e numerosa, pur se non accademicamente corretta compagnia.

Ma veniamo alla polpa, a quello che nel discorso di Dani Rodrik è invece coraggioso ed interessante. Innanzitutto, l’onesta ammissione di essersi sbagliato, caso raro tra i membri della sua professione. Come gli scienziati della natura, fisici, biologi, chimici, che nel loro campo, peraltro, conseguono risultati tangibili, gli economisti sono usi a discutere da pari a pari con Dio, anzi ad istruire il Padreterno con i loro istogrammi fallimentari, i modelli matematici e le teorizzazioni nel chiuso di una stanza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, a meno di non far parte dell’1 per cento dei super ricchi e del 10 per cento dei privilegiati loro maggiordomi nei vari settori.

Rodrik, al contrario, afferma di avere sottovalutato l’Unione Europea, che, riconosce, è fallita proprio nel tentativo di combinare l’iper globalizzazione (il mercato unico continentale) con un ordinamento democratico, dunque fondato sul potere dei popoli. Ricade anch’egli, peraltro, nella sindrome di onnipotenza, asserendo che l’UE intendeva creare “un demos ed un ordinamento politico”. Premesso che il demos, il popolo, non si crea, semmai lo si può distruggere, e che non esiste un popolo europeo, ma una civiltà plurale del nostro piccolo continente, l’ordinamento europoide si è dimostrato dittatoriale, nemico della volontà popolare non meno che della partecipazione. La sovranità, ce l’ha sottratta senza chiedere permesso alcuno e – motivo della sua crescente impopolarità – senza offrire in cambio né maggiore ricchezza, né, tanto meno, sicurezza. Quanto ad un progetto alto e generale per cui lavorare ed eventualmente sacrificarsi, morire per Maastricht – titolo autentico di un libro di Enricostaisereno Letta – non è l’aspirazione di nessuno. E’, piuttosto, incubo quotidiano per milioni di persone.

Creare un popolo, poi, non è davvero cosa per economisti, specialisti di quella scienza triste, come la chiamò Thomas Carlyle, cui è arduo attribuire lo statuto stesso di scienza, a meno di non prendere per oro colato l’ipotesi di Popper – un liberale a ventiquattro carati – sul criterio di falsificabilità. La sincera ammissione di uno del gruppo- Rodrik è un cattedratico di quelli che contano- sul fatto che volessero/vogliano creare un popolo europeo e sottometterlo ad un unico ordinamento è di quelle che pesano, ma dimostra anche l’indifferenza, se non l’ostilità manifesta di questi signori a due punti del trilemma. Non hanno alcuna simpatia per la democrazia, intesa come partecipazione del popolo al proprio destino (Moeller Van den Bruck) né tanto meno per la sovranità dei popoli e delle nazioni.

Diciamola tutta: odiano i popoli e lavorano per abolirli, ecco perché il trilemma è in realtà un semplice dilemma: o globalizzazione, o sovranità, qualunque sia l’ordinamento politico concreto con cui ogni popolo esercita il proprio diritto su se stesso. Del resto, agli economisti, e soprattutto ai loro mandanti e padroni, un elemento costitutivo della sovranità giuridica proprio non va giù, ed è il territorio. Abbattono le frontiere, con l’aiuto determinante della tecnica e della tecnologia informatica, non possono che lavorare per fiaccare i popoli e l’istintivo desiderio di ciascuno di comandare nella propria casa e godere dei frutti del lavoro svolto.

Nella costruzione teorica di Rodrik si ravvisa un’autocritica che non va oltre un tremulo riformismo. Come una volta la Chiesa faceva due passi avanti ed uno indietro, per prudenza e per assorbire le spinte e controspinte del tempo, il professore di Harvard e Princeton rimprovera alla globalizzazione non di esistere o di fare il male che fa, ma di essere semplicemente troppo veloce. Anche per lui gli Stati nazione sono un problema, forse devono scomparire, ma con calma, senza fretta, sciogliersi lentamente in una sorta di non meglio definito federalismo globale. Essi infatti, insiste, generano rischio sovrano, ed il malfunzionamento del sistema finanziario globale è legato proprio ai “costi di transazione”, così li definisce, indotti dai diversi ordinamenti e dalla fastidiosa sovranità pretesa da nazioni, governi e popolazioni. Insomma, una critica onesta e sicuramente animata da buone intenzioni, ma profondamente interna al sistema.

Tocca accontentarsi, però, se il quotidiano di Confindustria e Bibbia liberista dello Stivale, Il Sole-24 Ore, ha attaccato i libri di Rodrik, in particolare La globalizzazione intelligente, chiedendosi con il sarcasmo e la superiorità insolente di chi tutto sa e conosce gli arcana imperii, se la ricetta da lui prescritta dopo la diagnosi del trilemma sia il semplice ritorno agli Stati nazionali. Rodrik, invero, si limita a constatare che sussiste il diritto per gli Stati di proteggere i loro sistemi sociali (noi aggiungiamo anche tutti gli altri fattori della comunità nazionale), ma tanto basta ai più allineati – embedded, incorporati, integrati, è il termine inglese inventato per definirli – per scandalizzarsi ed affidare una piccata replica ad una gentile economista ultraliberista come Rosa Maria Lastra. L’illustre cattedratica è docente a Londra, associata al comitato scientifico della London School of Economics (wow!), consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e della Federal Reserve americana. Insomma, una il cui curriculum vitae fa scorrere brividi di terrore lungo la schiena.

Questo è il virgolettato attribuito alla nuova lady di ferro del liberismo duro e puro: “ La dicotomia tra mercati internazionali e leggi nazionali può essere meglio affrontata proprio attraverso l’internazionalizzazione delle regole e delle istituzioni che governano i mercati mondiali. La risposta è quella di più leggi internazionali e meno nazionali. Il Fondo Monetario Internazionale, istituzione al centro del sistema monetario e finanziario internazionale (e che paga assai profumatamente la dolce signora, N.d R.) è nella migliore posizione per diventare uno sceriffo globale della stabilità”.

Sceriffo globale della stabilità, dice proprio così, e dobbiamo ringraziare la studiosa – Lastra è un cognome che evoca il cimitero – per la sincerità. Si scrive globalizzazione, si legge Nuovo Ordine Mondiale, governo mondiale, più Trattati Transatlantici (TTIP), più delocalizzazioni produttive, meno diritti sociali, una lastra di marmo cala sui popoli e sulle persone che vivono e vestono panni. Altro che democrazia o trilemmi impossibili.

Invero, già negli anni Sessanta del Novecento, due economisti che lavoravano separatamente, Robert Mundell e Marcus Fleming, elaborarono un primo trilemma, chiamato trinità impossibile o trio inconciliabile, rispetto alla possibilità della costruzione di un sistema finanziario “stabile”, magica parola che sembra possedere effetti erotici se a pronunciarla sono economisti o finanzieri embedded. I due dimostrarono che, dati tre obiettivi, un tasso fisso di cambio, l’indipendenza nazionale in materia monetaria e la mobilità dei capitali, un’ autonoma economia aperta non può conseguire che due soli traguardi, rinunciando al terzo. Vivevamo, all’epoca, nel pieno del sistema di cambi (semi)fissi di Bretton Woods, vigeva il gold standard, ovvero la teorica convertibilità in oro del dollaro dominante, e le banche centrali di molti Stati tra cui il nostro erano ancora controllate dal potere pubblico. I padroni globali, quelli che perseguono con tenacia il governo mondiale, hanno fatto tesoro della lezione dei due studiosi di mezzo secolo fa.

Il sistema è ora completamente saltato, la politica monetaria è saldamente e per legge in mano ai banchieri privati, quella economica è di pertinenza dei mercati dominati da poche decine di grandi attori globali e fondi giganteschi come Vanguard, Black Rock, il fondo sovrano del Qatar. Le leggi degli Stati valgono pochissimo e vengono continuamente bypassate dal sistema finanziario degli investimenti, che, dicono, vota tutti i giorni. Il grande padrone, il leviatano universale è il falso principio del debito “sovrano” degli Stati. Ecco che cosa è rimasto di sovrano, a tutti noi, il debito!

Karl Polanyi, nel fondamentale trattato La Grande Trasformazione, scrisse in piena Seconda Guerra Mondiale, era il 1944, che nessun sistema poteva reggersi sull’idea esclusiva di un mercato autoregolato. La prima globalizzazione, quella degli anni successivi al primo conflitto, la guerra civile europea che innescò il secolo americano, aveva stravolto in profondità le vite di milioni di persone, e la ricchezza enorme creata per pochi scatenò drammi terribili, degrado umano, miseria diffusa, fine della coesione sociale. Per la prima volta nella storia, il mercato era diventato il fondamento dei rapporti economico sociali. Esito, la moltiplicazione di quella società degli abissi, l’universo di dannati che all’inizio del Novecento indagò personalmente uno scrittore come Jack London, anticipando le ricerche sul campo che fecero poi la fortuna dei fondatori di una nuova scienza, l’antropologia culturale.

Lo sbocco finale fu una guerra tremenda, la seconda, le cui ferite ed i cui esiti ancora gravano sulle spalle di miliardi di esseri umani. Durante il primo conflitto mondiale, Georges Clémenceau, primo ministro francese, pronunciò una celebre frase, diventata aforisma: La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari. Aveva ragione, ma al termine di quella che Benedetto XV chiamò nel 1917 (l’ anno di Caporetto) inutile strage, fu tra i protagonisti di quel folle trattato di Versailles che, umiliando la Germania, gettò la basi per il secondo, successivo conflitto.

La vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati, nondimeno, è bene troppo prezioso per consentire che sia in mano a soggetti fittizi come i mercati, dietro i quali non si nasconde neanche più la peggiore genìa dell’umanità: i banchieri e gli usurai globali, quelli che promuovono guerre, alimentano conflitti, diffondono odio e povertà per i loro fini, che sono ormai chiari e riguardano il dominio globale sulle nostre vite e sul creato.

Ringraziamo Rodrik e i sempre meno rari uomini del sistema che mettono in guardia dalle degenerazioni della globalizzazione economica e finanziaria, c’è bisogno anche di loro, ma non sussiste alcun trilemma. Con la globalizzazione, crolla qualunque forma di democrazia, diretta, rappresentativa, partecipativa, nazionale, popolare e qualunque altro aggettivo possiamo inventare, e muore ogni sovranità dei popoli, delle nazioni e degli Stati. La posta in gioco è quella. O a favore, o contro la globalizzazione. A parte il gatto di Schroedinger, vivo e morto nello stesso momento, non vi è una terza possibilità tra la vita e la morte.

I popoli hanno riflessi di vita. Non possiamo affidare noi stessi, vita e natura, al tornaconto di una oligarchia profondamente antiumana, l’“inimica vis”, una forza brutale e nemica, come scrisse della massoneria Papa Leone XIII già nel 1892, l’anno dopo la Rerum Novarum, la grande enciclica che definì la dottrina sociale cattolica. I nemici si trattano da nemici, e si combattono.

Del resto, l’impossibile trinità della globalizzazione è così evidentemente contro tutti e contro ciascuno che il vero sbigottimento è dover gridare nel deserto, o quasi, per avvertire del pericolo. Ma questo è il tempo previsto da Gilbert Keith Chesterton in cui fuochi devono essere attizzati per dimostrare che due e due fanno quattro, e spade devono essere sguainate per dimostrare che l’erba è verde in estate.

ROBERTO PECCHIOLI




http://www.ereticamente.net/2016/12/lim ... hioli.html


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alcar ha scritto:
Guarda su youtube.com



Grazie Alcar, puntuale la tua carambola.

Come vedete, questo fondamentale topic di TTE ha riscosso solo 8 reply, e non perchè bastano i link a risolvere il problema, ma perchè nessuno ama parlare di cose che scottano, temono l'ira del signore Satana?
No, direi che tutti hanno la coda di paglia.

Aggiungo solo che il rimedio non sta certo nei neocons, nè in Russia, nè in Cina, la massa di destra e di sinistra esegue il loro progetto spendendo a piene mani, questo è il guaio. Chi si astiene è detto "svitato".
Non c'è quasi nessuno che rinuncia al GPS, al WhatsApp e ad ogni altra schifezza in voga, compagni socialisti in primis.



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