Abortire l'aborto?
Inviato: 07/05/2013, 01:21
L’ “aborto post nascita” ad un convegno all’Università di Torino
Alberto Giubilini e Francesca Minerva, due giovani studiosi di filosofia, ricercatori all’Università di Melbourne in Australia e membri della Consulta di bioetica, hanno pubblicato nel 2012, sul secondo numero della rivista Journal of Medical Ethics un articolo dal titolo «After-birth abortion: why should the baby live?» (Aborto post-nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?).
La convinzione che sia “eticamente” plausibile dare la morte ai bambini già nati, non è purtroppo una novità. Hanno teorizzato questa raccapricciante ipotesi bioeticisti del calibro di Peter Singer e Hugo T. Engelhardt jr. Quest’ultimo ad esempio, nella seconda edizione del suo Manuale di bioetica, pubblicato in italiano nel 1996, non esclude la possibilità dell’infanticidio osservando che «il dovere di preservare la vita di un neonato generalmente viene meno con il diminuire delle possibilità di successo nonché della qualità e della quantità della vita, e con l’aumentare dei costi del conseguimento di tale qualità».
Nei Paesi Bassi l’eutanasia pediatrica non è soltanto una teoria, ma una drammatica realtà ammessa dal 2002 con il Protocollo di Groningen che concede a genitori e medici di sopprimere le vite di neonati portatori di una sofferenza ritenuta “insopportabile”.
La “novità”, se tale si può dire, dell’articolo sta nel fatto che gli estensori sono dell’avviso che l’eliminazione di un bambino dopo la nascita non dovrebbe essere definita “infanticidio” o “eutanasia” ma “aborto”. Esprimono la persuasione che il bambino appena nato, come il feto, non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso appunto l’aborto (disabilità, difficoltà psicologiche, economiche, …).
L’11 gennaio 2013, a un anno dalla pubblicazione dell’articolo che tanto ha fatto discutere, si è svolto presso l’Università di Torino un convegno di studio sul tema promosso dal Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione. Gli organizzatori l’hanno proposto come occasione opportuna per «tornare a riflettere in modo pacato e ragionato sulla proposta […] per valutarne la portata teorica e al contempo esaminare alcuni dei vari aspetti aperti dalla pubblicazione». Era loro opinione che «come istituto deputato alla ricerca intellettuale sviluppata attraverso la libera discussione delle idee, l’università non può sottrarsi al compito di sottoporre a vaglio critico anche tesi che suscitano clamore mediatico».
Al simposio sono stati invitati esperti di diverse correnti di pensiero. Dopo i saluti di rito, hanno esordito i due estensori dell’articolo. Giubilini ha ribadito che è doveroso sia eliminare il neonato che non ha alcuna disabilità ma costituisce un problema economico o psicologico per la famiglia, sia quello portatore di patologie gravi. Per spiegare la sua convinzione ha proposto la situazione di quanti nascono con la sindrome di Down. Anche se sono bimbi che non sentono disagio per la loro situazione e vivono felici, le loro vite non sono degne di essere vissute perché rappresentano un peso eccessivo per chi deve sobbarcarsi l’onere di crescerli e ingenti costi di assistenza per la società.
Il suo argomentare faceva tristemente tornare alla memoria idee e fatti che si sperava fossero ormai relegati a una lontana pagina di storia dell’umanità. Come non ricordare in questi frangenti il testo di A. Jost pubblicato nel 1895 in cui si sosteneva la legittimità di uccidere i malati terminali e psichici asserendo che la loro vita è di valore pari a zero, anzi negativo? Tornava anche alla mente l’Operazione T4 ideata dal regime nazista che portò a morte negli anni 1939-1941 circa 80.000 adulti e 5.000 bambini tedeschi perché malati mentali e handicappati definiti “vite senza valore, indegne di essere vissute”. Infine non si poteva non pensare allo sterminio di milioni di ebrei, polacchi, russi, rom, sinti e detenuti politici fatti perire nei campi di concentramento nazisti. Minerva ha invece deprecato la veemente e a tratti violenta reazione che l’articolo ha suscitato. Ha invitato ad accogliere con maggiore serenità testi supportati da una rigorosissima logica argomentativa (sic!).
Da cosa, nasce cosa. Ti abituano piano piano e ti fanno accettare, passo dopo passo le cose piu` indegne. ecco come la vedo io.
Cari Alberto e Minerva ne riparleremo quando diventerete senili e cosi sarete equiparati allo status di non persone come i nuovi nati. Meglio ancora in un futuro raggiante, come quello da voi proposto a causa di un incidente diverrete disabili, quindi indegni di vivere e giustamente soppressi.
Cuntent? Guarda te che devo leggere... M-A-N-I-C-O-M-I-O
edit: fonte http://www.bioeticanews.it/dev/2013/02/ ... di-torino/
Alberto Giubilini e Francesca Minerva, due giovani studiosi di filosofia, ricercatori all’Università di Melbourne in Australia e membri della Consulta di bioetica, hanno pubblicato nel 2012, sul secondo numero della rivista Journal of Medical Ethics un articolo dal titolo «After-birth abortion: why should the baby live?» (Aborto post-nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?).
La convinzione che sia “eticamente” plausibile dare la morte ai bambini già nati, non è purtroppo una novità. Hanno teorizzato questa raccapricciante ipotesi bioeticisti del calibro di Peter Singer e Hugo T. Engelhardt jr. Quest’ultimo ad esempio, nella seconda edizione del suo Manuale di bioetica, pubblicato in italiano nel 1996, non esclude la possibilità dell’infanticidio osservando che «il dovere di preservare la vita di un neonato generalmente viene meno con il diminuire delle possibilità di successo nonché della qualità e della quantità della vita, e con l’aumentare dei costi del conseguimento di tale qualità».
Nei Paesi Bassi l’eutanasia pediatrica non è soltanto una teoria, ma una drammatica realtà ammessa dal 2002 con il Protocollo di Groningen che concede a genitori e medici di sopprimere le vite di neonati portatori di una sofferenza ritenuta “insopportabile”.
La “novità”, se tale si può dire, dell’articolo sta nel fatto che gli estensori sono dell’avviso che l’eliminazione di un bambino dopo la nascita non dovrebbe essere definita “infanticidio” o “eutanasia” ma “aborto”. Esprimono la persuasione che il bambino appena nato, come il feto, non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso appunto l’aborto (disabilità, difficoltà psicologiche, economiche, …).
L’11 gennaio 2013, a un anno dalla pubblicazione dell’articolo che tanto ha fatto discutere, si è svolto presso l’Università di Torino un convegno di studio sul tema promosso dal Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione. Gli organizzatori l’hanno proposto come occasione opportuna per «tornare a riflettere in modo pacato e ragionato sulla proposta […] per valutarne la portata teorica e al contempo esaminare alcuni dei vari aspetti aperti dalla pubblicazione». Era loro opinione che «come istituto deputato alla ricerca intellettuale sviluppata attraverso la libera discussione delle idee, l’università non può sottrarsi al compito di sottoporre a vaglio critico anche tesi che suscitano clamore mediatico».
Al simposio sono stati invitati esperti di diverse correnti di pensiero. Dopo i saluti di rito, hanno esordito i due estensori dell’articolo. Giubilini ha ribadito che è doveroso sia eliminare il neonato che non ha alcuna disabilità ma costituisce un problema economico o psicologico per la famiglia, sia quello portatore di patologie gravi. Per spiegare la sua convinzione ha proposto la situazione di quanti nascono con la sindrome di Down. Anche se sono bimbi che non sentono disagio per la loro situazione e vivono felici, le loro vite non sono degne di essere vissute perché rappresentano un peso eccessivo per chi deve sobbarcarsi l’onere di crescerli e ingenti costi di assistenza per la società.
Il suo argomentare faceva tristemente tornare alla memoria idee e fatti che si sperava fossero ormai relegati a una lontana pagina di storia dell’umanità. Come non ricordare in questi frangenti il testo di A. Jost pubblicato nel 1895 in cui si sosteneva la legittimità di uccidere i malati terminali e psichici asserendo che la loro vita è di valore pari a zero, anzi negativo? Tornava anche alla mente l’Operazione T4 ideata dal regime nazista che portò a morte negli anni 1939-1941 circa 80.000 adulti e 5.000 bambini tedeschi perché malati mentali e handicappati definiti “vite senza valore, indegne di essere vissute”. Infine non si poteva non pensare allo sterminio di milioni di ebrei, polacchi, russi, rom, sinti e detenuti politici fatti perire nei campi di concentramento nazisti. Minerva ha invece deprecato la veemente e a tratti violenta reazione che l’articolo ha suscitato. Ha invitato ad accogliere con maggiore serenità testi supportati da una rigorosissima logica argomentativa (sic!).
Da cosa, nasce cosa. Ti abituano piano piano e ti fanno accettare, passo dopo passo le cose piu` indegne. ecco come la vedo io.
Cari Alberto e Minerva ne riparleremo quando diventerete senili e cosi sarete equiparati allo status di non persone come i nuovi nati. Meglio ancora in un futuro raggiante, come quello da voi proposto a causa di un incidente diverrete disabili, quindi indegni di vivere e giustamente soppressi.
Cuntent? Guarda te che devo leggere... M-A-N-I-C-O-M-I-O
edit: fonte http://www.bioeticanews.it/dev/2013/02/ ... di-torino/