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 Oggetto del messaggio: La CIA e Hollywood
MessaggioInviato: 09/12/2017, 12:13 
LA CIA E HOLLYWOOD

Non ci sono più i film di una volta, ma questo non ci impedisce di tornare indietro, alla ricerca di quella sensazione speciale che abbiamo inseguito sin dalla prima volta che siamo entrati in un cinema. È questo che ci porta al grande schermo: la promessa di suspense, emozioni e, se siamo davvero fortunati, magari un piccolo momento di illuminazione. Ci prepariamo a fare esperienza di qualsiasi cosa, e per questo motivo entriamo al cinema aperti alla suggestione e a uno stato indotto di sospensione dell’incredulità. Oggi, film e TV sono ancora due dei più potenti mezzi visivi. Anche se il potenziale di intrattenere, informare e ispirare è onnipresente, il rituale del cinema ci apre anche alla programmazione psicologica. È qui che Hollywood e l’industria dell’entertainment si estendono oltre il regno del mero intrattenimento, verso il regno della disinformazione, della propaganda e del condizionamento sociale – il timone della CIA. La CIA ha l’autorità di condurre operazioni psicologiche, compresa la censura e il controllo dell’informazione pubblica, su una serie di argomenti. Questo comporta la creazione e la disseminazione di tre classificazioni di propaganda - Bianco, Grigio e Nero - e i media sono stati tradizionalmente i partner chiave in questo processo. In seguito al grido di protesta in merito alle rivelazioni sulla sistematica manipolazione dei media da parte della CIA al Church Committee Earing nel 1975, l’agenzia creò l’Office of Public Affairs nel 1977, incaricato di aiutare l’immagine delle relazioni pubbliche dell’agenzia e fornire un approccio più aperto e trasparente alle sue relazioni coi media. Questo nuovo ufficio avrebbe gestito anche la copertura della stampa e la rappresentazione da parte dell’industria dell’entertainment delle questioni d’intelligence. Lo scrittore Nicholas Schou su The Atlantic spiega questo cambio d’immagine: «L’agenzia insiste nel dire di non mantenere più una scuderia di giornalisti americani favorevoli, e che i suoi tentativi di influenzare la stampa vanno molto al di sopra. Ma, in verità, i tentativi dell’impero dell’intelligence di fabbricare la verità e modellare l’opinione pubblica sono più vasti e variegati che mai. Una delle principali risorse? Hollywood». Ripulire l’immagine della CIA Sin dalla nascita della CIA alla fine degli anni ’40, sotto Allen Dulles, l’agenzia ha lavorato segretamente con gli studios hollywoodiani, ma non è stato fino agli anni ’90 che questo processo si è formalizzato, quasi corporativizzato. Quel che è seguito da allora è ben altro rispetto a thriller del 1975 I Tre Giorni del Condor, con Robert Redford nei panni di un analista della CIA. Durante l’amministrazione di Bill Clinton, la CIA usò un agente veterano, Chase Brandon, come collegamento con Hollywood. Brandon lavorò con molti studios e compagnie di produzione seguendo la direttiva principale dell’agenzia di ripulire l’immagine pubblica della CIA per gli americani e il pubblico internazionale. Ha detto Brandon a John Patterson del Guardian nel 2001, «Siamo sempre stati rappresentati erroneamente come malvagi e machiavellici », aggiungendo poi «Abbiamo passato molto tempo a sostenere progetti che ci rappresentino nella luce in cui vogliamo essere visti». È risaputo, inoltre, che la CIA coltivasse diverse narrative sull’immagine pubblica dell’agenzia in tempi diversi, a seconda di come tirava il vento, politicamente parlando. Scrive Patterson: «L’unico progetto filmografico diretto cui l’agenzia diede la sua approvazione non ufficiale e assistenza fu, prevedibilmente, The Sum of all Fears (2001, in italiano, Al vertice della tensione), dello sbruffone di destra Tom Clancy. Dovrete scusarmi se salto la versione autorizzata e vado direttamente a ciò che invece non si guadagnò l’approvazione di Brandon. Da ciò che si può stabilire da quanto sopra, l’imprimatur di approvazione da parte della CIA dipende soprattutto da una cosa: una raffigurazione completamente solidale degli affari della compagnia». Il genere alla Tom Clancy, guidato dal suo protagonista “Jack Ryan”, pervase un certo brand di patriottismo americano confezionato per il pubblico del momento, e divenne il tema da Box Office dominante dei thriller hollywoodiani negli anni ’90 e i primi anni 2000. Alcuni di questi titoli sono Patriot Games (Giochi di Potere), Clear and Present Danger (Sotto il segno del pericolo) e The Sum of All Fears (Al vertice della tensione). La storia secondo Hollywood Winston Churchill una volta disse, «La storia è scritta dai vincitori ». Questo poteva essere stato vero cent’anni fa, ma nella società di massa odierna, orientata dai media, il principale scriba degli eventi mondiali e politici è Hollywood. In America è addirittura un’ossessione nazionale. Alcuni hanno speculato se gli americani, avendone l’occasione, preferirebbero accettare la versione della storia di Hollywood oppure quella reale. La storia secondo Hollywood è al massimo in questi giorni, con film biografici di presidenti americani come Lincoln, con Daniel Day Lewis, Killing Kennedy, con Rob Lowe e The Iron Lady con Meryl Streep nel ruolo di Margaret Thatcher. Tutti questi film rappresentano ex leader politici secondo una certa luce e sono fondamentali nel plasmare la loro importantissima eredità. Poi ci sono infiniti film di guerra e terrorismo. Sono i tipici film progettati per suscitare tutta una serie di emozioni, non ultime paura, compassione e patriottismo. Ma questo brand di “storia secondo Hollywood” lo paghiamo al prezzo enorme del nostro senso della realtà. Hollywood cuce spesso delle storie perché si adattino a un paradigma politico prevalente. Sostanzialmente, retroadattano la storia a seconda delle esigenze della politica attuale. Questo tipo di propaganda da copione diventa poi storia ufficiale. Nessun film incarna meglio il trattamento storico hollywoodiano del tanto celebrato Zero Dark Thirty, diretto da Kathrine Bigelow. Il film è costruito attorno alla figura di un’agente donna della CIA, interpretata da Jessica Chastain, e la sua tenace determinazione di trovare l’elusiva mente dietro al 9/11, nonché rockstar del terrorismo di al-Qaeda, Osama Bin Laden. Il film colpisce perché vi troviamo sensazionali scene di tortura da parte della CIA: diversamente da precedentemente celebrati, ma più essenziali e intellettuali, tentativi cinematografici come Rendition (Detenzione illegale) e Lions of Lambs (Leoni per agnelli), la rappresentazione della tortura della CIA da parte della Bigelow è pura propaganda. Il film ha un solo, semplice, scopo: diffondere l’idea fallace che la tortura sia necessaria per tenere sicura l’America. Mai prima nella storia del cinema c’era stata una simile corsa a rotta di collo per completare e rilasciare un film a così breve distanza dall’evento reale, per serializzare la leggendaria “caccia a Bin Laden” e “la più grande caccia all’uomo della storia” da parte di un valoroso Seal Team 6, terminata con l’assedio del compound dove si nascondeva il re del terrore ad Abbottabad, Pakistan. Pare comunque che la produzione della Bigelow fosse già avviata nel maggio 2011, ma con una trama diversa. Il progetto originale, intitolato Tora Bora, doveva rappresentare l’operazione fallita del Pentagono di trovare Bin Laden nel 2001. Dopo la notizia del raid su Bin Laden dell’1 maggio 2001, la Bigelow venne persuasa, o decise lei stessa (non è chiaro quale delle due cose), di riscrivere la sceneggiatura del film per rappresentare il più grande risultato in politica estera del presidente Obama. Così nacque Zero Dark Thirty. Il fatto che il team di sceneggiatori della Bigelow abbia ricevuto informazioni riservate può essere interpretato come una lama a doppio taglio, poiché le cosiddette informazioni riservate sono affidabili tanto quanto le loro fonti (e quelle dell’’intelligence USA sono un po’ alterne ultimamente). Qui è quando la relazione tra il team del film e la CIA passa dall’essere confidenziale a scandalosa. Secondo documenti declassificati del 2013, la CIA lavorò con lo sceneggiatore Mark Boal dandogli accesso a documenti sulla presunta caccia a Bin Laden, ma dandogli anche dei feedback, incluse istruzioni di togliere certe scene che mettevano in cattiva luce la CIA. Lo stesso direttore della CIA sotto Obama, Leon Panetta, decise di aiutare personalmente Boal a ottenere informazioni riservate dalla CIA. Questa sarebbe stata una violazione della legge secondo molti statuti, se non fosse che fu lo stesso Dipartimento di Giustizia di Obama sotto Eric Holder a permettere la violazione, ignorandola. La cosa interessante di questa storia è la contro-narrativa divulgata dai media mainstream e dai finti organi mediatici alternativi come Vice News (semi finanziato dall’impero Fox di Rupert Murdoch). Secondo loro, la CIA era preoccupata di alcune scene riguardanti l’uso della tortura per ottenere informazioni, ma se si guarda il film, è chiaro che vi viene glorificata la tortura come essenziale per ricavare informazioni che presumibilmente condussero la CIA fino a Bin Laden. Tutto il raid di Bin Laden deve essere considerato con scetticismo, dal momento che non esistono prove, al di là di qualche scena animata al computer e la parola di Barack Obama, che confermino davvero che l’icona del terrore fosse presente: niente foto, niente video, niente corpo (Obama dichiarò che il corpo di Bin Laden era stato buttato in mare 24 ore dopo che era stato ucciso dai Navy Seal). Alla luce di tutto questo, si cominciano a distinguere i vari strati di realtà probabilmente manipolati dalla CIA, dal mito del 9/11 alla costruzione del raid su Bin Laden e i film a riguardo e infine il cover-up su ogni stadio del processo. In questo caso, far sapere che la CIA stesse fornendo materiale riservato a Hollywood è servito come cortina fumogena per coprire la narrativa fraudolenta del raid stesso. Gran parte della gente è ansiosa di credere che almeno un po’ di questa storia sia vera e che le coraggiose forze speciali abbiano ucciso il colpevole del 9/11 – anche se c’è un’alta probabilità che nulla di tutto questo sia vero. Altri due film che fanno molto affidamento sulla licenza hollywoodiana sono Argo, sulla crisi degli ostaggi in Iran del 2001, con Ben Affleck e il comedydrama del 2007 Charlie Wilson’s War La guerra di Charlie Wilson), scritto da Aarn Sorkin. Molti analisti sono d’accordo che Argo sia stato infarcito di personaggi immaginari, storie e ostacoli inventati, tutto mescolato insieme per creare un film “interessante” e avvincente. Allo stesso modo, Charlie Wilson’s War con Tom Hanks è una gaia rappresentazione del traffico di armi della CIA nella guerra sovietico-afgana. Secondo Nichols Schou: «Argo si è preso molte libertà con la verità, tutte intese a far apparire più eroiche Langley e Hollywod. Ad esempio, l’importante ruolo giocato dall’ambasciata canadese nell’aiutare a far fuggire gli ostaggi è stato omesso per motivi di narrazione. E nonostante la drammatica conclusione del film, non ci furono Guardie Rivoluzionarie Iraniane armate che correvano nelle jeep sulla pista, inseguendo un aereo pieno di americani in fuga. Ma il film conquistò il pubblico con il suo stile Mission Impossible, rappresentando la CIA nel più fulgido modo possibile. Argo – che ha vinto tre Academy Awards e incassato oltre 230 milioni di dollari al botteghino – rappresenta quindi il migliori colpo di propaganda dell’agenzia a Hollywood ». Nonostante sia stata un’opera di candeggiatura della CIA, Argo si è persino aggiudicato un Oscar nel 2013. In questo modo, l’Oscar fornisce il timbro finale per convalidare la versione fiction della CIA e di Hollywood di un evento storico reale. Agenti sullo schermo e nella realtà Film a parte, ci sono attori a Hollywood la cui relazione con lo Stato Profondo fa sollevare qualche sopracciglio. Il fatto che Ben Affleck stesse occupandosi del progetto Argo, presumibilmente uno dei più grandi film di propaganda della CIA di tutti i tempi, significava che l’attore, fattosi regista, dovesse essere coinvolto con la CIA a un livello molto più profondo di quello della sceneggiatura. «La lunga relazione tra Affleck, una star liberal- hollywoodiana, e Langley lascia particolarmente perplessi». Secondo il Guardian, durante la produzione di The Sum of all Fears, il thriller del 2002 di Clancy con Affleck, «L’agenzia fu ben felice di portare i suoi creatori a Langley per un tour del quartiergenerale e di offrire (alla star) l’accesso agli analisti dell’agenzia. Quando cominciarono le riprese, Brandon (il collegamento CIA) era sul set come consulente» scrive Schou. L’ex agente CIA John Kiriakou ricorda che c’era una lista di celebrità come Ben Affleck e Harrison Ford a spasso per le strutture top-segret dell’agenzia a Langley. «Perché sta per interpretare un agente della CIA in un film? È questo il criterio ora? Si deve solo essere un amico dell’agenzia per poter andare avanti e indietro? Nel frattempo agenti sotto copertura devono passare con il volto coperto perché queste persone non hanno il nullaosta. È assurdo» commentò Kiriaou. È possibile, tuttavia, che alcuni attorni invece abbiano un livello di nullaosta. Mentre i ruoli interpretati da Affleck appaiono più convenzionali nel contesto di un “facilitatore di pubbliche relazioni”, altri personaggi di Hollywood sono molto più coinvolti e si possono persino vedere al livello del Dipartimento di Stato USA. Ad esempio, attori come George Clooney. La sua incursione nel mondo delle spie e dei progetti clandestini sembra cominciare con la sua partecipazione al film Syriana del 2005. La storia si dice sia liberamente ispirata alle imprese in medio oriente di Bob Baer, un ex operativo della CIA nonché consulente per Hollywood e TV. Oggi è un luogo comune che “ex” agenti come Baer vengano assunti come consulenti per dei film, ma il totale coinvolgimento dell’agenzia non finisce con l’alterazione della sceneggiatura. Può significare anche il finanziamento dei film. In Syriana, Clooney interpreta un agente della CIA in parte ispirato a Baer. Questo è stato probabilmente il momento principale in cui Clooney è entrato negli intrighi reali delle operazioni d’intelligence e dello Stato Profondo. Poco dopo, Clooney venne invitato a far parte del think tank globalista, il Council of Foreign Relations, i cui membri includono Dick Cheney, Henry Kissinger e Hillary Rodham Clinton. Nel settembre 2006, Clooney ottenne un incontro con il segretario di Stato John Kerry e il Dipartimento di Stato per promuovere la sua nuova ONG anti corruzione, “The Sentry”. Clooney sostiene che la sua ONG riguardi unicamente il “contrasto alla corruzione nel Sudan del Sud”, ma il modus operandi mostra tutti i segni di una facciata della CIA, progettata per portare avanti un’agenda coperta per conto di qualche grosso giocatore transnazionale. Clooney demonizza il governo del Sudan del Sud perché completamente corrotto e redimibile solo tramite la “comunità internazionale”, presumibilmente la Corte Internazionale di Giustizia dell’AIA. Ma Clooney non parla al suo pubblico sbalordito del ruolo della CIA nel fomentare disordini in Sudan prima della sua conveniente ripartizione nel 2010. Clooney giocò un ruolo di supporto nella divisione del Sudan in due parti attraverso la demonizzazione del governo del Sudan riguardo al conflitto nel Darfur. Proteste occidentali ben orchestrate contro il “genocidio” nel Darfur spianarono la strada al tentativo guidato dagli USA di strappare il sud, ricco di petrolio, al Sudan. In questo modo gli USA resero possibile, per il nuovo Sudan del Sud, mettere il proprio petrolio sul mercato, creando una difficoltà che contribuì al nuovo conflitto tra nord e sud (il Darfur, fra l’altro, è stato un’altra emergenza esagerata sui diritti umani, spinta da Israele e dall’Occidente per fare a pezzi il paese. Ironia della sorte, ora ha fatto emergere un’altra catastrofe umanitaria nel Sudan del Sud e riflette quanti danni possano fare questi “benefattori”). Clooney è semplicemente un affascinante strumento che permette alla CIA di portare avanti le proprie strategie o è un agente operativo in buona fede? Una cosa sembra certa: la celebrata “crociata” di Clooney contro la corruzione fa molto probabilmente parte di una cortina fumogena di relazioni pubbliche per nascondere i tentativi clandestini degli USA di isolare gli interessi cinesi in Sudan, dando una spintarella alla politica corporativa USA e transnazionale nel Sudan del Sud, con il fine ultimo di cambiare regime nel paese. Recentemente, l’ONG clandestina, supportata dagli occidentali, in Siria, nota come Caschi Bianchi, si è portata a casa un Oscar nel 2017 come miglior documentario breve (White Helmets, prodotto da Netfilx). Non sorprende che George Clooney fosse coinvolto nella promozione del documentario, anche dopo che questa falsa ONG è stata smascherata per aver intrattenuto strette relazioni con i terroristi di al-Qaeda in Siria. Naturalmente, ora i Jihadisti dovranno far posto all’ultima sfornata di “cattivi” hollywoodiani, i russi. Sembra che l’effetto cumulativo dei tanti film e telefilm sia stato un progetto di ingegneria sociale coronato dal successo, che non solo ha fornito immagini positive delle agenzie dello Stato Profondo come la CIA, ma ha anche temperato l’opinione pubblica riguardo l’emergete stato di polizia in patria, come anche le politiche estere e le operazioni militari oltreoceano. Per lo più, però, si è trattato di sopprimere la verità, ma soprattutto, si è riscritto la storia.

Articolo di Patrick Henningsen


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