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 Oggetto del messaggio: Re: ATTIS E LA PASQUA CRISTIANA
MessaggioInviato: 09/04/2025, 13:20 


DEI CHE MUOIONO E RISORGONO di Richard Carrier



https://originidellereligioni.forumfree ... y619963129

Consiglio di scaricare e stampare questo testo :

QUANDO UN DIO MUORE di Paolo Xella

https://www.academia.edu/42773033/Quand ... diterranee

anche qui

https://originidellereligioni.forumfree ... y614159361




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 Oggetto del messaggio: Re: ATTIS E LA PASQUA CRISTIANA
MessaggioInviato: 04/02/2026, 14:27 
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da

https://originidellereligioni.forumfree ... 98#newpost


( TRADUZIONE DI ROXI )


Jérôme Carcopino

Mélanges de l'école française de Rome Année 1923 40 pp. 135-159





Sulla data dell'introduzione ufficiale a Roma del culto di Attis







Quando nel 204 a.C. i Romani [1] decisero di introdurre nella città il culto di Cibele, ebbero cura di eliminarne gli elementi orgiastici troppo palesemente contrari alle tendenze serene della loro religione tradizionale. La Grande Madre degli Dei fu insediata sul Palatino, ma il suo turbolento compagno, il bell’Attis mutilato, i cui seguaci orientali imitavano gli eccessi e ne portavano le ferite, fu relegato alla porta del santuario. Un sacerdote e una sacerdotessa presi in prestito dalla Frigia si incaricarono di compiere nell'ombra i riti a cui la dignità romana non voleva affatto abbassarsi; e le uniche feste riconosciute dallo Stato e organizzate da esso venivano celebrate more romano e graeco ritu, sotto la supervisione del Senato e con la collaborazione delle corporazioni aristocratiche, dalle quali la folla impressionabile della gente comune era gelosamente tenuta lontana. Infatti, né i giochi di cui consistevano, le Megalensia, che duravano dal 4 al 10 aprile e ai quali Terenzio dedicò la maggior parte delle sue commedie, né i sacrifici che aprivano e chiudevano il ciclo solenne e in cui gli officianti, con la testa cinta da una corona di alloro, offrivano una giovenca alla dea, mentre un edile curule veniva a deporre

[1] A questo proposito, si veda il libro molto completo di Graillot, Le culte de Cybèle Mère des Dieux à Rome et dans l'Empire romain, Parigi, 1912. La pagina seguente riassume le idee sviluppate nei primi due capitoli.


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sulle sue ginocchia i primi frutti del prossimo raccolto, né tantomeno la cerimonia della lavatio, che Ovidio fissa al 4 aprile, e durante la quale l'idolo e i suoi accessori venivano immersi nell'Almo, più o meno come Era Argiva veniva purificata nella sorgente Kanathos e Maia nell'acqua del mare a Ostia,[1], avevano di che spaventare la pietà romana, sempre in guardia contro le effusioni che possono turbare le anime degli uomini [2], o addirittura sconvolgere le sue abitudini. Sembrava che, entrando nel Pantheon della Repubblica, l'Idiaca si fosse trasformata seguendo il suo esempio e che avesse spogliato i caratteri essenziali della sua religione orientale. Ma era solo un'apparenza, o meglio, era solo una tappa della sua carriera romana. Il compromettente seguito, da cui era stata separata dalla prudenza dei Patres, doveva alla fine raggiungerla.
Sotto l'Impero, Attis venne a condividere la sua apoteosi ufficiale, e i miti e i riti che, in Asia Minore, accompagnavano le loro divinità associate ottennero a loro volta diritto di cittadinanza e si svolsero pubblicamente nel corso delle feste del mese di marzo, attraverso i lamenti del “giorno del sangue” e l'allegria delle Hilaria. È qui, del resto, che gli storici smettono di essere d'accordo; e la data che assegnano a questa rivoluzionaria diffusione del culto della Madre degli Dei varia, secondo i loro calcoli, dalla prima metà del I secolo d.C. all'ultimo terzo del III secolo. Secondo il signor Cumont [3], seguito dal signor Graillot [4], l'intronizzazione di Attis nel feriale romano fu opera di Claudio; secondo il signor Wissowa, che conosceva queste conclusioni,

[1] Cfr. J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, Parigi, 1919, pp. 140 e 146.
[2] Paul, Sent., V, 21, 2: Qui novas seetas vel ratione incognitas religiones inducunt, ex quibus animi hominum moveantur, honestiores deportantur, humiliores capite puniuntur.
[3] Franz Cumont, Les religions orientales dans le Paganisme romain 2, Parigi, 1909, p. 83. Anche M. Hepding, Attis, Gieszen, 1903, p. 147, aveva sostenuto questa opinione.
[4] Graillot, op. cit.. p. 1. Id.

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ma che non vi si è unito [1], è impossibile che risalga a prima della metà del II secolo; infine, secondo von Domaszewski, sarebbe ancora più tardiva e non risalirebbe oltre il principato di Claudio II (268-270) [2]. Vorrei avvalorare l'opinione di Cumont con alcuni documenti che, finora tralasciati in questa questione cronologica, potrebbero forse essere determinanti per risolverla definitivamente.
* * *
Un testo domina il dibattito; purtroppo è di epoca tarda e poco esplicito: si tratta del passaggio del De Mensibus del bizantino Giovanni Lorenzo Lido, al quale i moderni, indipendentemente dall'importanza e dall'interpretazione che gli attribuiscono, devono fare riferimento in primo luogo:

τῇ πρὸ Καλενδῶν Ἀπριλὶων δὲνδρον πίτυς παρὰ τῶν δενδροφόρων ἐφέρετο ὲν τῷ Παλατίο τὴν δεἐορτὴν Χλαῦδιος ὀ Βασιλεὺς κατεστὴσατο (Lido, De Mensibus, IV, 59, p. 113 Wuensch).

Non c'è dubbio che l'ἐορτὴ citata in queste righe coincida con l'Arbor intrat del calendario di Filocalo [3]. Stessa data, l'11 delle calende di aprile o il 22 marzo, stessa processione del pino sacro, scortata dai dendrofori. Non c'è dubbio, inoltre, che per l'autore questa aggiunta al calendario religioso della città romana abbia richiesto l'intervento del Principe e che questa iniziativa abbia non solo comportato il riconoscimento da parte dello Stato del collegio religioso dei dendrofori, ma abbia anche determinato l'inserimento nei Fasti della Città dell'intero ciclo cultuale che la Repubblica aveva ignorato e che da allora gravitava attorno alla morte

[1] Wissowa, Religion u. Kultus der Romer 2, Munich, 1912, p. 321-322.
[2] Von Domaszewski, Magna Mater in Roman inscriptions, nel Journal of Roman Studies, 1911, p. 56.
[3] C. T. L., F, p. 260.


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e alla resurrezione di Attis. È quindi ancora più interessante sapere a quale imperatore — Κλαύδιος ὁ Βασιλεύς — dobbiamo riferirlo.

Nel suo articolo pubblicato nel 1911 sul Journal of Roman Studies, von Domaszewski ha sostenuto che si trattasse di Claudio II, e qui di seguito riassumiamo brevemente la sua argomentazione speciosa. Nella Historia Augusta si racconta che la notizia dell'elevazione di Claudio II al trono imperiale da parte delle legioni riunite nella sede di Milano fu annunciata a Roma, nel santuario palatino della Magna Mater, il giorno del sangue, il 24 marzo: nam cum nuntiatum esset VIII Kal(endas) aprilis ipso in sacrario Matris, sanguinis die, Claudium imperatorem factum... [1]. Tuttavia, un papiro di Strasburgo fissa al 28 agosto 268 l'inizio del regno di Claudio II [2]. Di conseguenza, l'informazione contenuta nella Historia Augusta che lo anticipa al 24 marzo dello stesso anno è priva di fondamento. Il biografo, che sapeva che Claudio II aveva autorizzato a Roma le feste di Attis, si sarebbe divertito, se crediamo a von Domaszewski, ad associare il ricordo della sua ascesa al trono a quello della loro istituzione; E se, con questa digressione, la veridicità della Historia Augusta viene messa in discussione ancora una volta, almeno questa ulteriore finzione di cui si carica la memoria dei suoi autori ci offre il vantaggio di chiarire e corroborare l'affermazione di Lido. Non è più l'unica e tardiva testimonianza che il suo isolamento e la sua lontananza rendevano legittimamente sospetta, e la personalità di Claudio II di cui parla Lido è confermata dalla leggenda che si è innestata su uno dei suoi atti autentici [3]. A questa ingegnosa ma fragile costruzione si potrebbero opporre, innanzitutto, le iscrizioni che hanno permesso a Wissowa di far risalire a cento anni prima l'introduzione a Roma del culto di Attis [4],

[1] Vita Claudii, 4, 2.
[2] Pap. Str., I, 32.
[3] Cfr. il citato articolo di M. von Domaszewski, p. 56.
[4] Wissowa, op. cit., p. 322.


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ovvero i testi letterari che attribuiscono alle feste di Attis un'origine sensibilmente più antica, in particolare quello dell'Historia Augusta che ci mostra Alessandro Severo disposto ad arricchire la consueta frugalità dei suoi menù in occasione delle grandi festività dell'anno, come il giorno delle Hilaria [1], sia quello di Tertulliano che deride l'archigallo romano per aver versato il proprio sangue per la salvezza di Marco Aurelio, nella data rituale del dieci delle calende di aprile, esattamente sei giorni dopo la morte dell'imperatore, avvenuta il 17 marzo ai confini dell'impero, ma resa nota a Roma solo dopo il 24 [2].
Ma non è necessario uscire dai testi citati da von Domaszewski per respingere le conclusioni che egli ne ha tratto: quello dell'Historia Augusta non contiene affatto la contraddizione che egli gli attribuisce; quanto a quello di Giovanni Lorenzo Lido, esso esclude formalmente l'interpretazione che egli ne dà.

Certamente, il papiro di Strasburgo a cui fa riferimento von Domaszewski fa risalire il primo anno del principato di Claudio al 268, non al dies sanguinis, il 24 marzo, ma al 22 agosto, cinque mesi dopo. Tuttavia, da uno studio approfondito dei papiri risulta che la cronologia imperiale era essenzialmente variabile in Egitto e che ciò dà luogo a difficoltà non comuni: recentemente, Arthur Stein, nell'Archiv für Papyrusforschung, ha elencato diversi sistemi concorrenti, quello di Alessandria, di cui le monete ci forniscono gli elementi, e quelli della χώρα, che i papiri consentono di ricostruire e che, in costante ritardo rispetto al precedente, non sempre concordano tra loro.

[1] Vita Severi Alexandri, 37, 6: Adhibébatur amer diebus festis kalendis autem ianuariis et hilariis ...
[2] Tertulliano, Αρ., 25: Itaque maiestafis suae in Urbem conlatae grande documentum nostrae etiam aetati proposuit, cum Marco Aurelio apud Sirmium reipublicae exempto, die decimo sexto kalendarum aprilium, archigallus ille sanctissimus die nono Kalend. earumdem, quo sanguinem . . . libabat, pro salute imperatori Marci iam intercepti, solita aeque imperia mandavit.




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È così, ad esempio, che numerosi papiri collocano l'avvento di Claudio II nel corso del sedicesimo anno del principato di Gallieno, mentre le monete alessandrine lo assegnano al quindicesimo, e un papiro di Tebtynis, aggiungendo ulteriori precisazioni a quelle del papiro di Strasburgo, prolunga il principato di Gallieno fino al 28 ottobre 268 [1]. Cosa significa questo, se non che il punto di partenza degli anni di regno, lungi dall'essere fisso in Egitto, si spostava a seconda della maggiore o minore rapidità con cui la notizia dei cambiamenti politici avvenuti in quel periodo convulso si diffondeva da Roma fino agli estremi confini della χώρα? Le divergenze che permangono tra il computo alessandrino e quello delle nostre fonti letterarie, e poi tra il computo dei papiri e quello alessandrino, esprimono a turno il tempo trascorso tra l'avvento teorico di Claudio II a Roma e il suo successivo riconoscimento ad Alessandria, poi nei vari nomi egiziani. Così l'aneddoto della Historia Augusta, relativo alle circostanze della proclamazione di Claudio II a Roma, che peraltro coincide con le indicazioni di Eusebio [2], si concilia perfettamente con i dati papirologici che erroneamente gli vengono opposti. Le cronologie a cui si riferiscono rispettivamente questi dati e l'aneddoto non si svolgono sullo stesso piano, e non c'è nulla da dedurre da una contraddizione che, in verità, non potrebbe esistere tra loro [3]. Inoltre, è impossibile rafforzare con qualche ragionamento un'identificazione che non è presente in Lido. Infatti il contesto di questo autore, e questo è un aspetto che non è stato ancora notato, esclude formalmente quello che gli ha attribuito von Domaszewski. L'unico Claudio che Lido abbia conosciuto, l'unico, in ogni caso, di cui abbia parlato nel De Mensibus, è il terzo successore di Augusto, Ti.[berio] Claudio Nerone.


[1] Pap. Tébt., II, 581. Cfr. Arthur Stein, Archiv für Papyrus forschung, VIT, 1923, p. 30 e seguenti.
[2] Eusebio, ap. Hieron., p. 182 Sch.
[3] Stein, op. cit., loc. cit., p. 45.


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Oltre al passaggio che ci ha colpito, Lido ha citato, in effetti, un'altra volta Claudio con parole che meritano la nostra attenzione. Lido ci ha appena parlato delle crisi epilettiche di cui soffriva Giulio Cesare e, con una credulità che ci fa sorridere, chiede quali siano i rimedi adatti a curare questa terribile malattia. Racconta:
Άρέτας δε ô των Σκηνιτων 'Αράβων φύλαρχος Κλαυδίω Καίσαρι γράφων έπιστολὴν περί τής δι’ όρνέων θεραπείας φησίν, ήπαρ γυπός συν τω αὶματι οπτον μέλιτος διδόμενον επί έβδομάδας τρεις άπαλλάττειν επιληψίας, ομὸιως δε καί την καρδίαν του γυπός, ότε ξηρανθᾖ, έν υδαπι διδομένην τω ίσω τρόπω ίσχύειν (Lido, De Mensibus, IV, 104, p. 143 Wuensch).

Naturalmente, lasciamo a Lido la strana farmacopea a base di fegato di avvoltoio arrosto al miele e cuore di avvoltoio essiccato e ridotto in polvere, di cui ci garantisce l'efficacia. Ma quando si vanta di averla presa in prestito da una lettera indirizzata a Κλαύδιος Καίσαρ da Areta, filarca degli Arabi, siamo costretti a riconoscere la verosimiglianza e l'attendibilità delle sue informazioni. Conosciamo diversi “Caid” arabi di nome Areta: l'Άρέτας ὁ των Άράβων τύραννος di cui si parla nel libro II dei Maccabei e presso il quale, nel 169 a.C., il sommo sacerdote di Gerusalemme, Giasone, aveva sperato di trovare un rifugio che gli mancò [1]; l'Άretas ὁ Άράβων βασιλεύς che Giuseppe Flavio ci mostra fallire, nel 96 a.C., nel suo progetto di liberare Gaza allora assediata da Alessandro Janneo [2]; l'Areta le cui monete ripetono questo titolo di Βασιλεύς e che combatté contro Pompeo e i suoi luogotenenti nel 62 a.C. [3]. Ma sotto l'Impero, solo uno è rimasto nella memoria: Areta IV, che governò i Nabatei a partire dal 9 a.C. e le cui monete si fermano qui al quarantottesimo anno

[1] Macc.,II, 5, 8. Cfr. P.-W., II, c. 673.
[2] Giuseppe Flavio, Ant, XIII, 360 et suiv. Cfr. P.-W., ibid.
[3] Giuseppe Flavio, Bell. lud., I, 8, 1. Cfr. P.-W., II, c. 674.


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del suo regno, ovvero nel 39 d.C.[1]. Era da lui che dipendeva Damasco, quando San Paolo dovette fuggire da quella città [2], probabilmente alla fine del 39. È possibile che il suo governo sia proseguito ancora per qualche tempo, oltre il 25 gennaio del 41, dies imperii di Claudio; è possibile che quest'ultimo non abbia aspettato di diventare imperatore per migliorare una salute che era stata precaria soprattutto durante la sua giovinezza: per omne fere pueritiae atque adulescentiae tempiis variis et tenacibus morbis conflictatus est [3]. Sebbene né Svetonio né Dione Cassio descrivano Claudio come epilettico, ne tracciano un ritratto che non è molto migliore. Era affetto da un tremore perpetuo alla testa e alle mani: το δε δή σώμα νοσώδης ώστε και ταἷς κεφαλή και ταΐς χέρσιν ὑποτρέμειν [4]; e, nell'imperatore che era diventato, la bocca sbavante, le narici umide, il balbettio e un'agitazione incontrollabile non cessavano di denunciare la deplorevole debolezza nervosa di un anormale: risus indecens, ira turpior, spumante rictu, umentibus naribus, praeterea linguae titubantia, caputque eum semper tum in quantulocumque actu rei maxime tremulum [5].
È del tutto plausibile che Claudio, con quella curiosità erudita che è uno dei tratti simpatici del suo carattere, abbia cercato sollievo ai suoi mali proprio presso gli Arabi. È certo, in ogni caso, che tra lui e Areta non mancavano gli intermediari, poiché Areta era il suocero del tetrarca Antipa [6] e nessuno ignora i rapporti di intima fiducia che legavano Claudio, prima e dopo la sua ascesa al trono, ai principi della dinastia ebraica di Erode [7]. Le coincidenze ci impediscono di respingere, come apocrifo,

[1] Cfr. Wilcken, s. v. Aretas, P.-W., II, c. 674.
[2] II Cor., 11, 32.
[3] Svet., Claud., 2.
[4] Cass. Dio, LX, 2, 2.
[5] Svet., Claud., 30.
[6] Clermont-Ganneau, Rec. Arch, or., II, p. 378.
[7] Groag, s. v. Claudius, P.W., III, c. 2783.



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l'insignificante nota di Lido. Quest'ultimo ci ha tramandato il ricordo di un piccolo fatto che le fonti a noi pervenute tacciono, ma che egli non ha inventato; e il Κλαύδιος Καίσαρ a cui lo riferisce è sicuramente Ti. Claudio Nerone.
Se ora rileggiamo le poche righe di Lido sull'ἐορτή del 22 marzo, ci rendiamo conto che il Κλαύδιος ὁ βασιλεὺς che menzionano coincide con questo imperatore. Lido lo indica chiaramente con le parole che accompagnano, come una scheda segnaletica, l'autore della riforma cultuale che ha appena registrato:
μητέρα τὸν ἑαυτῆς παῖδα ἀρνουμένην κελεῦσαι ὡσανεὶ ξένην γαμηϑῆναι αὐτῷ, τὴν δὲ ἀπειποῦσαν κρῖναι μητέρα. (Lydus, De Mensibus, IV, 59, p. 113 Wuensch).

Il tratto è sorprendente e senza replica. Se, infatti, Claudio non è stato l'uomo giusto che Lido qui elogia, è stato, per così dire, il giudice fatto uomo, in cui la passione per il tribunale si trasformava in mania. Svetonio, che insiste su questo aspetto del suo carattere, ha notato con compiacenza la leggerezza e la solidità alternata della sua giurisprudenza. Ma quale esempio, tra gli altri, ci fornisce lo storico dei Dodici Cesari della sua pertinenza? Proprio la stessa narrata da Lido e che, raffigurando Claudio come una specie di Salomone gioioso, lo pone di fronte a una difficoltà di attribuzione dei figli, più o meno analoga a quella che la Bibbia pone al re di Gerusalemme, e gliela fa risolvere con un trucco comico, costringendo una madre a riconoscere il figlio che rifiuta di sposare: feminam non agnoscentem filium suum, dubia utrimque argumentorum fine, ad confessionem compulit indicto matrimonio iuvenis [l]. Dal confronto tra i due testi emerge, riabilitata, la cultura di Lido. Questo compilatore era uno spirito povero, fantasioso e ottuso, invaso da pregiudizi inetti e curiosità ridicole.

[1] Svet., Claud., Ι5.


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ma possedeva un'eccellente biblioteca che abbiamo perso; e se non avessimo altre testimonianze che ci permettono di riferire a Ti. Claudio Nerone l'inserimento delle feste di Attis nel calendario romano, non avremmo più diritto di mettere in dubbio l'affermazione di Lido su questo punto, così come non siamo autorizzati a scartare gli aneddoti che ci racconta di sfuggita sulla lettera di Areta a Claudio, o sul modo ingegnoso con cui Claudio un giorno si è comportato per confondere una matrigna. A maggior ragione, siamo tenuti a credere a Lido, quando numerose testimonianze del culto romano di Attis sono state rinvenute in epoche non solo precedenti ai regni di Antonino e Marco Aurelio, ai quali Wissowa attribuisce l'inizio a Roma delle feste metroache del mese di marzo, ma anche così vicine al principato di Claudio che l'indicazione del De Mensibus, a priori inconfutabile, si troverà, in un certo senso, verificata dall'esperienza.
Certo – e Wissowa, fedele interprete di un materiale epigrafico che possiede e padroneggia magistralmente, non si è sbagliato - le iscrizioni metroache, da sole, non potrebbero condurci così in alto.
Si dividono essenzialmente in due gruppi: le iscrizioni relative ai dendrofori, i cui collegi religiosi erano necessariamente contemporanei al culto per il quale erano stati organizzati; le iscrizioni che commemorano il taurobolio, sacrificio la cui solenne offerta al Caianum, collocata dal calendario di Filocalo il 28 marzo, all'indomani della chiusura del ciclo festivo di Attis [1], ne presuppone l'istituzione.
Ora, bisogna ammettere che né le une né le altre compaiono prima del principato di Antonino Pio.

[1] Filocalo, ap. C. I. L., F, p. 260: V kal. apr., initium Caiani.


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Graillot, è vero, crede di intravedere il ricordo di un taurobolio in una dedica di Osilippo (Lisbona), datata al consolato di M. Atilio e Annio Gallo, nel 108 d.C. [1] Ma, oltre al fatto che proviene da una provincia lontana dell'Impero, il che ne indebolisce la portata, a mio avviso è ben lungi dal consentire una simile interpretazione. Il testo recita: Matri De \ um Mag(nae) Ide \ ac Phry(giae) Fl(avia) Tyche cerno \ phor(a) per M(arcum) Iul(ium) Cass(ium) et Cass(ium) Sev(erum) [2]. Poiché proviene da una cernofora e poiché il kernos, “piatto circolare che sostiene una serie di piccoli recipienti” [3], era utilizzato nei tauroboli, Graillot deduce che la dedica commemora un taurobolio. Dal fatto che Flavia Tyche non abbia consacrato personalmente la sua offerta e che spesso i tauroboli venissero celebrati per procura, Graillot trae una presunzione ancora più forte. Ma l'indizio è debole e la presunzione si ritorce contro la tesi. Innanzitutto, il kernos non ha nulla di specificamente taurobolico. Accessorio banale di tutti i culti, lo ritroviamo nei misteri di Eleusi, nei riti egizi, nella religione punica [4]. Nel culto metroaco, svolgeva funzioni troppo numerose e diverse perché possiamo concludere che il suo impiego fosse legato alla realtà di un taurobolio. Svolgeva un ruolo in tutte le processioni, in tutte le danze sacre in cui le ragazze lo tenevano in mano o lo portavano sulla testa. Secondo la definizione dello scoliasta, la cernofora è la sacerdotessa incaricata del piatto su cui di solito si collocano, non le vires del toro sgozzato, ma le lampade dove brilla la fiamma mistica [5]. Per quanto riguarda gli intermediari a cui Flavia Tyche si è affidata,

[1] Graillot, op. cit., p. 159.
[2] C. 1. L., II, 179.
[3] Graillot, op. cit., p. 178.
[4] Ibid., p. 178-179.
[5] Ibid., p. 253, n. 5.



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sarebbe contrario a tutti gli esempi che gli avrebbero prestato i loro buoni uffici per un taurobolio: questa forma di sacrificio richiede, di solito, un solo officiante: o il mistico stesso, o il sacerdote a cui il mistico si è rivolto e che ha la qualità di comunicare ai semplici fedeli le virtù inerenti a questo ripugnante battesimo: ma nella fossa dove si riversa a fiotti il sangue del toro, non vediamo mai scendere più di un taurobolato alla volta [1]. Flavia Tyche non ha necessariamente subito il taurobolio perché era cernofora; e se mai vi si è esposta, non è stato certamente per intermediazione dei due personaggi citati nella sua iscrizione e ai quali, con ogni probabilità, aveva semplicemente affidato il compito di erigere il piccolo monumento che ci ha conservato il suo nome. In qualunque modo la si guardi, non c'è davvero nulla da fare con la dedica di Lisbona.
Cumont, che giustamente disdegna di ricorrervi, ha citato a suo favore un'iscrizione di Pozzuoli del 134 d.C. che ricorda il secondo taurobolio di cui beneficiò quell'anno una certa Erennia Fortunata [2]. Ma non è ad Attis né alla Grande Madre che fu offerto questo sacrificio, bensì a Venere Celeste; non credo che si possa fare riferimento, per risolvere il problema che ci occupa, a un testo che non lo riguarda direttamente; e, dopo il 134, con le dediche tauroboliche, ritroviamo gli stessi esempi di cui si è avvalso Wissowa e che, provenienti da Lione e da Lectoure, risalgono al 160 e, gli altri, a qualche anno dopo [3].
Non saremo molto più soddisfatti con i dendrofori, che iniziano ad apparire nell'orizzonte epigrafico solo con le iscrizioni di Ostia, sotto Antonino Pio [4].

[1] Cfr. le iscrizioni raccolte da Graillot, op. cit.; pp. 159 e 160 e la descrizione, così precisa, di Prudence, Peristeph., X, 1016-1020.
[2] C. I. L., X, 1596 ; cfr. Cumont, s. v. Criobolium, in P.- ÎV., IV, c. 1719.
[3] C. I. L., XIII, 520 e 1751.
[4] C. 1. L., XIV, 97, 07, 33 t 280.


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In precedenza, Graillot aveva citato un'iscrizione romana pubblicata nella raccolta di Orelli e Henzen e riprodotta nel bellissimo libro di Waltzing su Les corporations professionnelles de l’Empire romain:
Dis manibus \ Eutycheti Caes(aris) n(ostri) \ liberto, qui reliquit | collegio suo dendroph(orum) \ (sestertium mille) n(ummum) ut ex reditu \ omnibus annis ei parentent \ cum rep(ublica) colleg(ii) dendroph(orum) \ aere collato bene \ merenti \ Sura et Senecione) co(n)s(ulibus) (Orelli, 4412 ; Waltzing, 1377).
Il consolato di L. Licinio Sura e Q. Sosio Senecio risale al 107; e questo testo sarebbe conclusivo, se fosse autentico. Purtroppo, lo conosciamo solo attraverso una copia di Gori [1], e sia le singolarità della sua redazione che la stranezza dei suoi acronimi [2] e la cifra ridicola della sua donazione giustificano gli editori del Corpus per non averlo accolto e Dessau di averlo formalmente accusato di falso [3].
Cumont, che ha avuto cura di tralasciarlo nel suo notevole articolo sui Dendrofori, nella Realencyclopaedie di Pauly-Wiesowa, ha tuttavia ritenuto di poter ricondurre al I secolo, prima al 79 e poi al 97, i riferimenti relativi all'attività di questa corporazione metroaca.
Il fatto è che un'iscrizione di Reggio Calabria, datata al 5 delle idi di aprile del nono consolato di Vespasiano e dell'ottavo di Tito, recava inciso " ob munificentiam earum \ quae dendrophoros \ honoraverunt " [4], e ne consegue che Rhegium, già nel 79 d.C., possedeva un collegio di dendrophores; ma, sebbene condivida l'opinione di Cumont, che deve trattarsi dei dendrofori di

[1] Con questa indicazione: Roraae in vinea Iohannis Bancherii; cfr. Gori, Symbolae litterariae, Oecas Romana, IX, p. 232 (Rome, 1754).
[2] Rep. = republica.
[3] Ap. Wissowa, op. cit., p. 322, n. S.
[4] C. I. L., X, 7.


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Cibele e Attis, e che il loro riconoscimento ufficiale nell'estremità meridionale dell'Italia implichi il loro riconoscimento a Roma, posso solo avanzare una doppia ipotesi. Allo stesso modo, l'altro testo, citato da Cumont, che risale al 97 e fu scoperto nella periferia di Roma «in vinea Bonelli», vicino alla porta Portese, consiste in una dedica a Silvano D. . . . dai cultores Silvani D [1], interessa i dendrofori solo se, rispetto alle dediche sicuramente posteriori [2] e rinvenute nella Basilica Hilariana sul Celio, si ammette in anticipo che il nome del Silvano a cui è dedicata debba essere restituito in Silvanus Dendrophorus e, inoltre, che i cultores che l'hanno redatta siano dendrofori, cosa che, temo, non è né dimostrata né dimostrabile, o, almeno, che intrattengano stretti rapporti con i dendrofori, cosa che è lecito ipotizzare, ma che acquista consistenza solo nella misura in cui la costituzione a Roma, e prima del 97, di un collegio metroaco dei dendrofori, è stata dimostrata altrove.
A maggior ragione, occorre formulare identiche riserve nei confronti della sottile e forte dimostrazione con cui Graillot ha cercato di ricavare da un'iscrizione romana datata 206 la prova indiretta che fu sotto Claudio, e verosimilmente per suo intervento, che il collegio dei dendrofori fu riconosciuto dal Senato come associazione legalmente autorizzata. In quell'anno 206, il collegio dei dendrofori di Roma, quibus ex s. c. coire licet, ricevette da un certo Ti. Claudio Cresimo, "ob hon(orem) quinquennalitatis", una somma di 10.000 sesterzi il cui reddito sarebbe stato ripartito ogni anno tra i suoi membri, nel giorno dell'anniversario della sua fondazione, il 1° agosto [3].

[1] C. I. L., VI, 642.
[2] Cfr. C. I. L., VI, 641 e 30973. Graillot data la basilica Hilariana al regno di Adriano {op. cii., p. 149); cfr. Huelsen, Rom. Mitt, VI, 1891, p. 110.
[3] C.I. L., VI, 29691.


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Ma fu proprio un 1° agosto — il 1° agosto del 10 a.C. — che Claudio nacque a Lione [1]. Non è certo il caso che ha fatto coincidere i due natalicia, quello del collegio e quello dell'Imperatore, ma piuttosto un'armonia prestabilita dalla benevolenza di Claudio nei confronti di questi dendrofori, ai quali ha conferito l'esistenza corporativa, e la gratitudine del collegio che Claudio ha fondato [2]. Ma questa deduzione, alla quale aderisco senza riserve, è valida solo se si è già convinti dell'organizzazione claudiana del collegio dei dendrofori. Quindi, se non avessimo accettato preventivamente la storicità del testo di Lido, tutte queste osservazioni, per quanto acute, tutti questi parallelismi, per quanto penetranti, perderebbero ogni valore probatorio contro le statistiche epigrafiche di Wissowa. Certamente, queste non possono essergli contestate, poiché è un errore comune, ma certo, trarre conclusioni dai primi esempi che abbiamo del funzionamento di un'istituzione alla data stessa di tale istituzione.; e, tutto sommato, non è più straordinario aprire tra la creazione dei dendrofori, che Lido attribuisce a Claudio, e i primi ricordi che i dendrofori ci hanno lasciato sotto Antonino Pio, un intervallo di un secolo, che constatare quasi un secolo e mezzo di distanza tra l'ultima menzione che l'epigrafia ci ha fornito della loro attività, nel 288 d.C. [3], e la costituzione imperiale che li ha definitivamente soppressi nel 415 [4]. D'altra parte, però, sarebbe illusorio


[1] C. I. L., I2, p. 240 et 248 ; Svet., Claud., 2, 10 etc.
[2] Graillot, op. cit., p. 143. Dopo molte ricerche, ho trovato solo un'iscrizione che, a rigor di termini, potrebbe attestare la celebrazione del culto di Attis a Roma fin dall'epoca flaviana: si tratta dell'epitaffio metrico C. I. L., VI, 10098 (Buecheler, 1110), che inizia con il verso Qui colitis Cybelea et qui Phryga plangitis Attia e termina con un appello a Domitilla. Ma bisognerebbe essere sicuri dell'identità di quest'ultima e del significato stesso della poesia.
[3] C. I. L., VIII, 8457.
[4] Cod. Teod., XVI, 10, 20, 2.


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cercare nelle iscrizioni precedenti alle statistiche di Wissowa una testimonianza a favore di Lido e una prova della veridicità presupposta dalle interpretazioni con cui ci si compiace di dimostrarla. In sintesi, l'epigrafia, lasciata a se stessa, rimane neutrale al dibattito, e spetta alle fonti letterarie fornirci le conferme che ci mancano. Nel capitolo 33 delle Taktika di Arriano si legge un meritato elogio della capacità di adattamento dei Romani, che non esitarono a prendere in prestito dai Barbari sia le armi che i metodi di combattimento che ritenevano utili. A rischio di apparire tributari dei popoli che avevano sottomesso, Iberi o Galli, assimilarono dalla loro scuola nuovi mezzi per vincere. Tale era, aggiunge Arriano, il loro amore appassionato per la patria che ne prendevano il bene ovunque credessero di scoprirlo e attiravano sulla città la protezione delle divinità straniere. Tra gli altri riti, compivano quelli della religione frigia — δρᾶται δέ εστίν ἄ καὶ Φρυγία.
A Roma non solo si venera la dea di Pessinunte, ma si piange la passione di Attis secondo l'usanza asiatica: καὶ γαρ ἡ Ῥέα αύτοϊς ή Φρυγία τιμᾶται εκ Πεσσινουτος έλθοΰσα καὶ τὸ πέντος Άττῃ Φρύγιον ἐν Ῥώμε πεντεῖται (Arriano, Taktika, 33, 4). Arriano era quindi a conoscenza della celebrazione pubblica del Sanguis a Roma il 24 marzo. Ne parla al presente, tra un'allusione ai culti greci e un'altra alla legislazione delle XII tavole, come di un'usanza abituale e da tempo radicata nei costumi [1]. Ora, Arriano compose il suo trattato nel

[1] Cfr. Graillot, op. cit., p. 137: «Nel 137, anno che precedette la morte del principe, il lutto per Attis e il bagno di Cibele erano già considerati grandi feste romane». In realtà, il testo di Arriano indica più l'antichità che l'importanza del culto di Attis.


151

ventesimo anno del regno di Adriano [1]. Nel 136-137, quindi, le feste del mese di marzo erano un'usanza già antica; e l'introduzione ufficiale del culto di Attis a Roma è così rinviata a diverse generazioni prima. Il racconto di Svetonio sulla fretta con cui, nel marzo del 69, Otone affrettò la sua partenza da Roma per quella campagna di Bedriaco contro i vitelliani che gli sarebbe stata fatale, ci costringe infatti a risalire alla dinastia giulio-claudia. Ecco la frase principale:

Expeditionem autem impigre atque etiam praepropere inchoavit (Otho), nulla ne réligionum cura, sed et motis necdum conditis ancilibus (quod antiquitus infaustum habetur) et die quo cultures deum Matris lamentari et plangere incipiunt (Svet., Otho, 8) [2].

Nella mente dei suoi contemporanei, Otone si espose all'ira divina per la sua sacrilega negligenza: nulla ne religionum cura. Il plurale religionum, usato da Svetonio, è significativo. Infatti, Otone tradì due religioni contemporaneamente: ha tradito la religione di Marte, quando l'imperatore non si è preoccupato di portare a termine il rito, obbligatorio in ogni stagione per il generale che si reca alle armate, imposto ogni anno, al di fuori di ogni spedizione militare, dal ritorno, tra gli Equirria del 27 febbraio e del 14 marzo, del Quinquatrus del 19 marzo e del Tubilustrium del 23 marzo, grandi feste dedicate al dio della guerra, e che consiste non solo nel portare solennemente gli scudi sacri da un altare all'altro — ancilia movere — ma anche nel riportarli con devozione nel loro tempio della regia — ancilia condere [3]. E, allo stesso modo, Otone ha tradito

[1] Arriano, Taktiha, ch. 44; e, su questo passaggio, e sulla composizione di questo trattato in generale, cfr. Wilhelm Christ, Geschichte der Gr. Literature, p. 672.
[2] Testo citato ma non utilizzato in questo senso, da Hepding,op. cit., p. 151.
[3] Cfr. Wissowa, op. cit., p. 144 e Habel, s. v. ancilia, in P.-W., I, c. 2113.


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la religione della Grande Madre quando, ignorando il carattere nefasto del Sanguis, scelse il 24 marzo, il lugubre giorno della morte di Attis, per uscire dalla città [1]. È evidente che agli occhi dei sudditi di Otone, così come secondo l'opinione di Svetonio, entrambi i riti erano ugualmente prescritti dalla religione di Stato. Quello relativo agli scudi di Marte ne faceva parte fin da tempi antichissimi. — quod antiquitus infaustum habetur. Quello che imponeva il culto metroaco non poteva vantare una tradizione altrettanto antica: alla luce della riflessione precedente, il silenzio che Svetonio osserva al riguardo assume tutto il suo significato. Ma è chiaro che nel 69 la religione di Attis aveva già avuto il tempo di imporsi su un'opinione pubblica che si impressionava e tremava al solo pensiero di vederla trasgredita.
Dobbiamo solo cercare: da quando?
Due indicazioni preziose e concordanti ci vengono fornite da Dionigi di Alicarnasso e da Ovidio. Nelle sue Antichità romane pubblicate nel 7 a.C. [2], Dionigi manifesta la sua ammirazione per la calma e solenne devozione del popolo romano, capace di dedicare alla Grande Madre degli Dei un culto che esclude le pratiche orgiastiche dei Frigi [3]. D'altra parte, nei suoi Fasti pubblicati all'indomani della morte del poeta, nel 18 d.C. [4], Ovidio, che descrive nel libro IV le feste di Cibele del mese di aprile, non fa alcun riferimento nel libro III alle feste di Attis del mese di marzo. È quindi certo,


[1] Sulla base di un passaggio di Tacito, Hist, I, 90, talvolta si fissa al 14 marzo la partenza di Otone per l'esercito. Ma la testimonianza di Svetonio è formale e precisa, confermata dal raffronto, sul calendario, tra il tubilustrium e il sanguis — perfettamente conciliabile con l'informazione di Tacito che gli si oppone e che riguarda, non l'effettiva partenza di Otone, ma l'annuncio che egli ne fece — pridie idus martias — al Senato e al popolo. Cfr. inoltre la testimonianza concordante fornita altrove, Hist., I, 89: fuere qui Othoni moras religionemque nondum conditorum ancilium adferrent.
[2] Cfr. Radennacher, s. v. .Dionysios, in P.-TF., V, c. 234.
[3] Den. Hal., Ant. rom., II, 19; cfr. Graillot, op. cit., p. 113.
[4] Cfr. Schanz, Gesch. der röm. Lit?, II, 1, p. 213.


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come oggi tutti concordano, che la riforma religiosa che aveva lo scopo di introdurre ufficialmente il ciclo di Attis nel calendario romano, posteriore in ogni caso al principato di Augusto, non era ancora stata realizzata all'inizio del regno di Tiberio; e il problema cronologico che ci proponiamo di chiarire si colloca interamente tra questi due termini: un terminus a quo determinato dal silenzio dei Fasti, nel 18 d.C.; e il terminus ad quem che abbiamo ricavato dal passo sopra citato di Svetonio, nel 69 d.C.
Tuttavia, un esame più attento dei versi di Ovidio ci consentirà di restringere ulteriormente questo intervallo cronologico. Per Ovidio, infatti, la lavatio della Magna Mater inaugura le Megalensia e viene celebrata nell'anniversario del suo trasferimento da Ostia a Roma nel 204 e del suo primo bagno sacro nelle acque dell'Almo, il 4 aprile [1]. Per Arriano, al contrario, e proprio nel capitolo che abbiamo citato in precedenza, il rito della lavatio conclude il ciclo delle feste di Attis: τὸ λοῦτρον ή Ῥέα ἀφ’ου τοῦ πένθους λὴγει Φρυγῶν νομῶ λοῦται [2]; ovvero, secondo le informazioni che dobbiamo ad altri autori, il sei delle calende di aprile — diem sextum Kalendas apriles [3] — il 27 marzo, di conseguenza. Ma c'è qualcosa di meglio della testimonianza di Arriano, contemporaneo dell'imperatore Adriano: il calendario rustico chiamato Menologium Colotianum [4], inciso verso la metà del I secolo d.C. [5], fissa già la lavatio al 27 marzo [6]. Poiché non vi è dubbio che il cambiamento della data della lavatio sia derivato dalla riforma del culto frigio, e che abbia accompagnato


[1] Ον., Fast., IV, 337 e seg.
[2] Arriano, Taktika, 33, 4.
[3] Cfr. Amm. Marc, XXIII, 3, 7 ; Vibius Sequester, De Flum., Geogr. Lat. min., ed. Riese, p. 146.
[4] C. I. L., VI, 2305 (oggi al Museo di Napoli).
[5] Huebner, Exempla, p. 342, n° 979 : saeculi primi circiter medii.
[6] Cfr. le Menologium Vallense, oggi scomparso, C. I. L., VI, 2306.


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l'istituzione del ciclo festivo in onore di Attis, per designarne l'autore, tra il 18 e il 50 d.C., non possiamo che scegliere tra Tiberio (14-37), Caligola (3,7-41) e Claudio (41-54). Tiberio è fuori discussione: si è occupato delle religioni straniere solo per perseguitarle [1] . Anche l'intervento di Caligola è improbabile: nel suo breve regno, si è interessato solo a Iside e ai riti egizi [2] . Rimane Claudio, al quale un ultimo testo ci riporterà necessariamente.
Si tratta di un modesto paragrafo della raccolta giuridica scoperta nel 1821 dal cardinale Angelo Mai in un manoscritto palinsesto della Biblioteca Vaticana [3], noto ai giuristi con il nome di Frammenti Vaticani. Non ne conosciamo né il titolo originale né l'autore. Ma poiché la costituzione più recente a cui fa riferimento risale al 372, deve essere stata redatta nell'ultimo quarto del IV secolo. Sotto la voce De excusatione, raggruppa tutti i casi di esenzione dalla tutela che ha raccolto nelle leggi, nei rescritti e nei trattati precedenti. Molti di questi precedenti sono da essa attribuiti ad Adriano [4], alcuni altri ad Augusto [5]. Al paragrafo 148, senza datarlo, enuncia un caso singolare di esenzione che riguarda l'esercizio del culto metroaco: allo stesso modo, dice, è esentato dalla tutela chi, nel Porto, e per ordine profetico dell'archigallo, avrà sacrificato per la salvezza dell'imperatore: Item is qui in Portu pro salute imperatoris sacrum facit ex vaticinatione archigalli excusatur.
Con la sua consueta perspicacia, Cumont ha immediatamente compreso l'importanza e il significato di questa disposizione [6]. Il sacrum a cui essa

[1] Cfr. Bouché-Leclercq, L'intolérance religieuse et la politique, Paris, 1911, p. 77.
[2] Cfr. ibid., p. 88.
[3] Sotto una copia delle Collationes Aegypti anachoretarum di Cassiano.
[4] Cfr. § 141 et passim.
[5] Cfr. § 158 et passim.
[6] Cumont, s. v. Dendrophori, in P.-W., V, c. 219.



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fa riferimento consiste nel sacrificio taurobolico. L'excusatio di cui gode chi lo ha offerto conferisce ovviamente al taurobolio un carattere ufficiale; ma questo privilegio è acquisito solo a una doppia condizione: il taurobolio deve essere stato consumato pro salute imperatori; deve essere stato prescritto dall'archigallo; e queste due riserve sono sufficienti a mettere in luce l'ammirevole prudenza degli imperatori: acconsentono a introdurre il rito della religione di Attis, così contrario alla severa decenza del mos maiorum; allo stesso tempo, si sforzano di prevenirne l'abuso e di legarne l'adempimento alla devozione richiesta dalla loro stessa divinità. Ma, a mio avviso, il testo suggerisce una terza restrizione la cui portata è forse ancora maggiore: il sacrum da cui deriva l’excusatio non può essere offerto ovunque; la celebrazione è legata a un territorio strettamente definito; è valida solo in Portu.
La vitalità della religione di Cibele e Attis, a Ostia e al Porto, è attestata da troppi monumenti [1] perché una simile collocazione del taurobolio possa sorprenderci. Ma essa non può, da sola, rendere conto del monopolio di fatto che ancora sussisteva nel periodo tardo in cui fu elaborata la compilazione giuridica che ne ha conservato traccia. Credo sia impossibile non riconoscere in questo, e in un secolo in cui il taurobolio era comunemente praticato nella stessa Roma, nell'apposito santuario del Caianum, la sopravvivenza di una situazione precedente e diversa. Così come Roma aveva iniziato a nazionalizzare l'Idaica senza comprendere Attis nelle sue lettere di naturalizzazione, allo stesso modo dovette iniziare ad accogliere Attis all'interno delle sue mura senza aprirle ai riti di Attis che le ispiravano più repulsione. E nel momento in cui rese pubbliche le feste del dio e stabilì il cerimoniale della loro manifestazione pubblica, forse ne escluse temporaneamente il taurobolio; lo avrebbe

[1] Cfr. C. I. X., XIV, 35, 37, 38, 324 ecc.


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riconosciuto solo dove lo aveva incoraggiato, nella sua periferia, al Portus. Questa conclusione si delinea già nello studio di un calendario in cui l’initium Caiani, il 28 marzo, si giustappone e si aggiunge al programma ciclico delle feste del mese di marzo, invece di incorporarsi in esso [1]. Ora si rende più precisa grazie alla prescrizione contenuta nei Frammenti del Vaticano. L'imperatore che ha introdotto il culto di Attis nella città è lo stesso che ha trattenuto il taurobolio alle porte della città: in Portu. E questo imperatore, lo vedremo, non può che essere Ti. Claudio Nerone. Oggi nessuno pensa di contestare a Claudio la sua sollecitudine per l'annona del popolo romano [2], l'interesse che ha dimostrato per lo sviluppo di Ostia [3], e infine l'onore di aver realizzato, a nord del Tevere, la grandiosa creazione di un porto, le cui difficoltà, diventate proverbiali [4], avevano scoraggiato i più illustri dei suoi predecessori [5]. E da questa attività deriva già la presunzione che i privilegi legati al suolo ostiense fossero una concessione di Claudio, ma gli stessi termini che leggiamo nei Frammenti del Vaticano ne forniscono una prova decisiva.
In effetti, la locuzione in Portu che usano, porta l'impronta di questo regno e del suo tempo, a esclusione di altri. Nel IV secolo, secolo in cui si svilupparono, il Porto spezzò i legami che, fin dalla sua fondazione, ne avevano legato il destino a quello della colonia di Ostia; divenuto autonomo, si autodefinisce orgogliosamente Porto di Roma: Portus Romanus [6]. In precedenza,

[1] Cfr. supra, p. 144.
[2] Cfr. Svet., Claud., 18, 19; Tac, Ann., XII, 43.
[3] Cfr. J. Carcopino, Les inscriptions gamaliennes, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 1911, p. 209.
[4] Quintiano, Inst. or., III, 8, 16.
[5] Cesarer, forse ? (Cfr. Plut., Caes., 58); Augusto, certamente: cfr. N ultima istanza, J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, p. 738 et suiv.
[6] Chronogr. ann. 354, p. 646 Mommsen ; Hieron. Ep., LXVI, 11; LXXVII, etc. Cfr. Dessau, C. I. L., XIV, p. 7, n. 1 e 2.


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il porto, per volontà di Nerone, desideroso di privare la memoria del padre adottivo del giusto omaggio che gli spettava, aveva ricevuto e continuato a portare [1] il nome di Portus Augusti, in ricordo dei progetti che Augusto aveva realizzato e che Claudio ebbe il merito di riprendere e portare a termine [2]. Ma, sotto il regno di Claudio, bastava una sola parola per designare l'opera alla quale il Principe aveva dedicato le sue risorse e il suo lavoro: Era il porto per eccellenza, il porto κατ' ἐξοχήν: Portus. È proprio il porto, secondo la testimonianza di Svetonio, che Claudio fece costruire a Ostia: Portum Ostiae extruxit [3]. È dal Porto, senz’altro, che tutte le corporazioni istituite all'inizio per il suo servizio hanno preso il nome: le fabri navales Port(uenses) [4], i pelliones Port(uenses) [5], i pistores Port(uenses) [6]. Infine, è il Porto, senz’altro, che figura sulla magnifica iscrizione, magnifica per la bellezza della sua incisione e la sovrana pienezza della sua redazione imperiale, che i visitatori del Lago Traiano ammirano oggi passando sulla via Portuense: Ti(berius) Claudius, Drusi f(ilius) Caesar | . . . fossis ductis a Tiberi operis Portu[s] caussa emissisque in mare Urbem | inundationis periculo liberavit [7].
Scrivendo, a sua volta, semplicemente “il Porto”, l'autore dei Frammenti del Vaticano ha usato il linguaggio che era ufficiale sotto Claudio e cadde in disuso subito dopo la morte di Claudio, e l'excusatio giuridica che ci ha trasmesso più di trecento anni dopo deriva, testualmente, dal diritto promulgato da Claudio.

[1] Nel II secolo troviamo l'aggiunta et Traiani (C. I. L., XIV, 408).
[2] Cfr. su questa denominazione e sulla sua storia, J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, p. 742-743.
[3] Svet., Claud., 20.
[4] C. I. L ., XIV, 169.
[5] Ibid., 277.
[6] Ibid., 374.
[7] Ibid., 85 L'iscrizione è datata al 46.


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Torniamo così al nostro punto di partenza, dopo una digressione che non è stata priva di utilità. Infatti, non solo l'affermazione di Lido esce vittoriosa da tutte le obiezioni, ma i testi convergenti che la circondano consentono di apprezzare nella giusta misura la riforma religiosa che essa attribuisce in tutta verità a Ti. Claudio Nerone. Per la prima volta, Claudio inserì nel calendario della religione romana le feste di Attis. Ma, così facendo, ebbe cura di attenuarne il carattere e, se così si può dire, di romanizzarne lo spirito: innanzitutto, spostando, per formare il nuovo ciclo, una cerimonia a cui il popolo romano era da tempo abituato, quella della lavatio, che anticipò dal 4 aprile al 27 marzo [1]; e poi affidando questa celebrazione a una corporazione professionale appositamente convertita in corporazione religiosa, il collegio dei dendrofori [2] che dovette, per questo motivo, adottare Attis come patrono, ma che la fede in Attis non aveva accomunato, e non le impedì di datare il proprio natalicium, non dal rituale di cui era incaricata, ma dal natalicium del suo imperiale fondatore, e dove i tiepidi e gli indifferenti potevano stare fianco a fianco con gli entusiasti, neutralizzando tanto quanto subendo il contagio del loro ardore; infine, e soprattutto, respingendo fuori dal ciclo festivo e fino al Portus quel sacrificio del taurobolio che attirerà favori ai suoi officianti solo se lo offriranno in territorio ostiense, per ordine dell'archigallo e per la salvezza di Cesare [3].
Queste precauzioni, che la forza delle cose e il movimento delle anime renderanno presto superflue, fanno pensare che Claudio non abbia

[1] Cfr. supra, p. 152-153.
[2] Cfr. Lido. loc. cit., et supra, p. 137.
[3] Cfr. supra, p. 155.


159

limitato la sua azione a questo, e che forse essa si sia estesa alla riforma del sacerdozio metroaco. Ma questa è un'altra questione, che richiede, per la sua importanza e difficoltà, un esame approfondito. In attesa che venga affrontata a sua volta, i risultati di questa prima indagine sono sufficienti a restituire a Claudio l'iniziativa che gli attribuiva Lido e che rivela, ancora una volta, l'audace saggezza e l'ampiezza calcolata della sua politica di assimilazione.

Roma, 19 maggio1923.

Jérôme Carcopino.






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All' ottima traduzione di ROXI ,

accludo la traduzione delle numerose citazioni in Latino e Greco , fatte con l' aiuto di G.T.

le vedete in corsivo









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Jérôme Carcopino

Mélanges de l'école française de Rome

Année 1923 40 pp. 135-159



TRADUZIONE DI ROXI




Sulla data dell'introduzione ufficiale

a Roma

del culto di Attis



Quando nel 204 a.C. i Romani [1] decisero di introdurre nella città il culto di Cibele, ebbero cura di eliminarne gli elementi orgiastici troppo palesemente contrari alle tendenze serene della loro religione tradizionale. La Grande Madre degli Dei fu insediata sul Palatino, ma il suo turbolento compagno, il bell’Attis mutilato, i cui seguaci orientali imitavano gli eccessi e ne portavano le ferite, fu relegato alla porta del santuario.

Un sacerdote e una sacerdotessa presi in prestito dalla Frigia si incaricarono di compiere nell'ombra i riti a cui la dignità romana non voleva affatto abbassarsi; e le uniche feste riconosciute dallo Stato e organizzate da esso venivano celebrate more romano e graeco ritu, sotto la supervisione del Senato e con la collaborazione delle corporazioni aristocratiche, dalle quali la folla impressionabile della gente comune era gelosamente tenuta lontana.

Infatti, né i giochi di cui consistevano, le Megalensia, che duravano dal 4 al 10 aprile e ai quali Terenzio dedicò la maggior parte delle sue commedie, né i sacrifici che aprivano e chiudevano il ciclo solenne e in cui gli officianti, con la testa cinta da una corona di alloro, offrivano una giovenca alla dea, mentre un edile curule veniva a deporre


[1] A questo proposito, si veda il libro molto completo di Graillot, Le culte de Cybèle Mère des Dieux à Rome et dans l'Empire romain, Parigi, 1912. La pagina seguente riassume le idee sviluppate nei primi due capitoli.


136

sulle sue ginocchia i primi frutti del prossimo raccolto, né tantomeno la cerimonia della lavatio, che Ovidio fissa al 4 aprile, e durante la quale l'idolo e i suoi accessori venivano immersi nell'Almo, più o meno come Era Argiva veniva purificata nella sorgente Kanathos e Maia nell'acqua del mare a Ostia,[1], avevano di che spaventare la pietà romana, sempre in guardia contro le effusioni che possono turbare le anime degli uomini [2], o addirittura sconvolgere le sue abitudini.

Sembrava che, entrando nel Pantheon della Repubblica, l'Idiaca si fosse trasformata seguendo il suo esempio e che avesse spogliato i caratteri essenziali della sua religione orientale. Ma era solo un'apparenza, o meglio, era solo una tappa della sua carriera romana. Il compromettente seguito, da cui era stata separata dalla prudenza dei Patres, doveva alla fine raggiungerla.

Sotto l'Impero, Attis venne a condividere la sua apoteosi ufficiale, e i miti e i riti che, in Asia Minore, accompagnavano le loro divinità associate ottennero a loro volta diritto di cittadinanza e si svolsero pubblicamente nel corso delle feste del mese di marzo, attraverso i lamenti del “giorno del sangue” e l'allegria delle Hilaria. È qui, del resto, che gli storici smettono di essere d'accordo; e la data che assegnano a questa rivoluzionaria diffusione del culto della Madre degli Dei varia, secondo i loro calcoli, dalla prima metà del I secolo d.C. all'ultimo terzo del III secolo. Secondo il signor Cumont [3], seguito dal signor Graillot [4], l'intronizzazione di Attis nel feriale romano fu opera di Claudio; secondo il signor Wissowa, che conosceva queste conclusioni,

[1] Cfr. J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, Parigi, 1919, pp. 140 e 146.

[2] Paul, Sent., V, 21, 2: Qui novas seetas vel ratione incognitas religiones inducunt, ex quibus animi hominum moveantur, honestiores deportantur, humiliores capite puniuntur.

Quelli che introducono nuovi costumi o religioni sconosciuti alla ragione, da cui vengono mosse le menti degli uomini, i più onorevoli vengono deportati, i più umili vengono decapitati.


[3] Franz Cumont, Les religions orientales dans le Paganisme romain 2, Parigi, 1909, p. 83. Anche M. Hepding, Attis, Gieszen, 1903, p. 147, aveva sostenuto questa opinione.

[4] Graillot, op. cit.. p. 1. Id.




137

ma che non vi si è unito [1], è impossibile che risalga a prima della metà del II secolo; infine, secondo von Domaszewski, sarebbe ancora più tardiva e non risalirebbe oltre il principato di Claudio II (268-270) [2]. Vorrei avvalorare l'opinione di Cumont con alcuni documenti che, finora tralasciati in questa questione cronologica, potrebbero forse essere determinanti per risolverla definitivamente.
* * *
Un testo domina il dibattito; purtroppo è di epoca tarda e poco esplicito: si tratta del passaggio del De Mensibus del bizantino Giovanni Lorenzo Lido, al quale i moderni, indipendentemente dall'importanza e dall'interpretazione che gli attribuiscono, devono fare riferimento in primo luogo:

τῇ πρὸ Καλενδῶν Ἀπριλὶων δὲνδρον πίτυς παρὰ τῶν δενδροφόρων ἐφέρετο ὲν τῷ Παλατίο τὴν δεἐορτὴν Χλαῦδιος ὀ Βασιλεὺς κατεστὴσατο (Lido, De Mensibus, IV, 59, p. 113 Wuensch).

Il giorno prima delle calende di aprile, un pino fu portato dall'arboreto al palazzo in occasione della festa istituita dal re Claudio.


Non c'è dubbio che l'ἐορτὴ citata in queste righe coincida con l'Arbor intrat del calendario di Filocalo [3]. Stessa data, l'11 delle calende di aprile o il 22 marzo, stessa processione del pino sacro, scortata dai dendrofori. Non c'è dubbio, inoltre, che per l'autore questa aggiunta al calendario religioso della città romana abbia richiesto l'intervento del Principe e che questa iniziativa abbia non solo comportato il riconoscimento da parte dello Stato del collegio religioso dei dendrofori, ma abbia anche determinato l'inserimento nei Fasti della Città dell'intero ciclo cultuale che la Repubblica aveva ignorato e che da allora gravitava attorno alla morte

[1] Wissowa, Religion u. Kultus der Romer 2, Munich, 1912, p. 321-322.

[2] Von Domaszewski, Magna Mater in Roman inscriptions, nel Journal of Roman Studies, 1911, p. 56.

[3] C. T. L., F, p. 260.


138

e alla resurrezione di Attis. È quindi ancora più interessante sapere a quale imperatore — Κλαύδιος ὁ Βασιλεύς — dobbiamo riferirlo.

Nel suo articolo pubblicato nel 1911 sul Journal of Roman Studies, von Domaszewski ha sostenuto che si trattasse di Claudio II, e qui di seguito riassumiamo brevemente la sua argomentazione speciosa. Nella Historia Augusta si racconta che la notizia dell'elevazione di Claudio II al trono imperiale da parte delle legioni riunite nella sede di Milano fu annunciata a Roma, nel santuario palatino della Magna Mater, il giorno del sangue,

il 24 marzo: nam cum nuntiatum esset VIII Kal(endas) aprilis ipso in sacrario Matris, sanguinis die, Claudium imperatorem factum... [1].

Poiché quando fu annunciato l'ottava calende di aprile, proprio nel santuario della Madre, nel giorno del suo sangue, che Claudio era stato fatto imperatore... [1].


Tuttavia, un papiro di Strasburgo fissa al 28 agosto 268 l'inizio del regno di Claudio II [2]. Di conseguenza, l'informazione contenuta nella Historia Augusta che lo anticipa al 24 marzo dello stesso anno è priva di fondamento. Il biografo, che sapeva che Claudio II aveva autorizzato a Roma le feste di Attis, si sarebbe divertito, se crediamo a von Domaszewski, ad associare il ricordo della sua ascesa al trono a quello della loro istituzione;

E se, con questa digressione, la veridicità della Historia Augusta viene messa in discussione ancora una volta, almeno questa ulteriore finzione di cui si carica la memoria dei suoi autori ci offre il vantaggio di chiarire e corroborare l'affermazione di Lido. Non è più l'unica e tardiva testimonianza che il suo isolamento e la sua lontananza rendevano legittimamente sospetta, e la personalità di Claudio II di cui parla Lido è confermata dalla leggenda che si è innestata su uno dei suoi atti autentici [3]. A questa ingegnosa ma fragile costruzione si potrebbero opporre, innanzitutto, le iscrizioni che hanno permesso a Wissowa di far risalire a cento anni prima l'introduzione a Roma del culto di Attis [4],

[1] Vita Claudii, 4, 2.
[2] Pap. Str., I, 32.
[3] Cfr. il citato articolo di M. von Domaszewski, p. 56.
[4] Wissowa, op. cit., p. 322.


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ovvero i testi letterari che attribuiscono alle feste di Attis un'origine sensibilmente più antica, in particolare quello dell'Historia Augusta che ci mostra Alessandro Severo disposto ad arricchire la consueta frugalità dei suoi menù in occasione delle grandi festività dell'anno, come il giorno delle Hilaria [1], sia quello di Tertulliano che deride l'archigallo romano per aver versato il proprio sangue per la salvezza di Marco Aurelio, nella data rituale del dieci delle calende di aprile, esattamente sei giorni dopo la morte dell'imperatore, avvenuta il 17 marzo ai confini dell'impero, ma resa nota a Roma solo dopo il 24 [2].

Ma non è necessario uscire dai testi citati da von Domaszewski per respingere le conclusioni che egli ne ha tratto: quello dell'Historia Augusta non contiene affatto la contraddizione che egli gli attribuisce; quanto a quello di Giovanni Lorenzo Lido, esso esclude formalmente l'interpretazione che egli ne dà.

Certamente, il papiro di Strasburgo a cui fa riferimento von Domaszewski fa risalire il primo anno del principato di Claudio al 268, non al dies sanguinis, il 24 marzo, ma al 22 agosto, cinque mesi dopo. Tuttavia, da uno studio approfondito dei papiri risulta che la cronologia imperiale era essenzialmente variabile in Egitto e che ciò dà luogo a difficoltà non comuni: recentemente, Arthur Stein, nell'Archiv für Papyrusforschung, ha elencato diversi sistemi concorrenti, quello di Alessandria, di cui le monete ci forniscono gli elementi, e quelli della χώρα, che i papiri consentono di ricostruire e che, in costante ritardo rispetto al precedente, non sempre concordano tra loro.

[1] Vita Severi Alexandri, 37, 6:

Adhibébatur amer diebus festis kalendis autem ianuariis et hilariis ...



Veniva utilizzato nei giorni di festa, ma anche nelle calende di gennaio e nei giorni di festa... HILARIIS


[2] Tertulliano, Αρ., 25:

Itaque maiestafis suae in Urbem conlatae grande documentum nostrae etiam aetati proposuit, cum Marco Aurelio apud Sirmium reipublicae exempto, die decimo sexto kalendarum aprilium, archigallus ille sanctissimus die nono Kalend. earumdem, quo sanguinem . . . libabat, pro salute imperatori Marci iam intercepti, solita aeque imperia mandavit.


E così egli presentò una grande prova della sua maestà conferita alla città fino alla nostra epoca, quando, il sedicesimo giorno del calendario di aprile, Marco Aurelio fu esentato dalla repubblica a Sirmio, quel santissimo Archigallo, il nono giorno dello stesso calendario, in cui offrì il sangue, per la salvezza dell'imperatore Marco, che era già stato arrestato, emanò gli stessi ordini consueti.



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È così, ad esempio, che numerosi papiri collocano l'avvento di Claudio II nel corso del sedicesimo anno del principato di Gallieno, mentre le monete alessandrine lo assegnano al quindicesimo, e un papiro di Tebtynis, aggiungendo ulteriori precisazioni a quelle del papiro di Strasburgo, prolunga il principato di Gallieno fino al 28 ottobre 268 [1].

Cosa significa questo, se non che il punto di partenza degli anni di regno, lungi dall'essere fisso in Egitto, si spostava a seconda della maggiore o minore rapidità con cui la notizia dei cambiamenti politici avvenuti in quel periodo convulso si diffondeva da Roma fino agli estremi confini della χώρα? Le divergenze che permangono tra il computo alessandrino e quello delle nostre fonti letterarie, e poi tra il computo dei papiri e quello alessandrino, esprimono a turno il tempo trascorso tra l'avvento teorico di Claudio II a Roma e il suo successivo riconoscimento ad Alessandria, poi nei vari nomi egiziani.

Così l'aneddoto della Historia Augusta, relativo alle circostanze della proclamazione di Claudio II a Roma, che peraltro coincide con le indicazioni di Eusebio [2], si concilia perfettamente con i dati papirologici che erroneamente gli vengono opposti. Le cronologie a cui si riferiscono rispettivamente questi dati e l'aneddoto non si svolgono sullo stesso piano, e non c'è nulla da dedurre da una contraddizione che, in verità, non potrebbe esistere tra loro [3]. Inoltre, è impossibile rafforzare con qualche ragionamento un'identificazione che non è presente in Lido.

Infatti il contesto di questo autore, e questo è un aspetto che non è stato ancora notato, esclude formalmente quello che gli ha attribuito von Domaszewski. L'unico Claudio che Lido abbia conosciuto, l'unico, in ogni caso, di cui abbia parlato nel De Mensibus, è il terzo successore di Augusto, Ti.[berio] Claudio Nerone.


[1] Pap. Tébt., II, 581. Cfr. Arthur Stein, Archiv für Papyrus forschung, VIT, 1923, p. 30 e seguenti.
[2] Eusebio, ap. Hieron., p. 182 Sch.
[3] Stein, op. cit., loc. cit., p. 45.


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Oltre al passaggio che ci ha colpito, Lido ha citato, in effetti, un'altra volta Claudio con parole che meritano la nostra attenzione. Lido ci ha appena parlato delle crisi epilettiche di cui soffriva Giulio Cesare e, con una credulità che ci fa sorridere, chiede quali siano i rimedi adatti a curare questa terribile malattia.

Racconta:

Άρέτας δε ô των Σκηνιτων 'Αράβων φύλαρχος Κλαυδίω Καίσαρι γράφων έπιστολὴν περί τής δι’ όρνέων θεραπείας φησίν, ήπαρ γυπός συν τω αὶματι οπτον μέλιτος διδόμενον επί έβδομάδας τρεις άπαλλάττειν επιληψίας, ομὸιως δε καί την καρδίαν του γυπός, ότε ξηρανθᾖ, έν υδαπι διδομένην τω ίσω τρόπω ίσχύειν (Lido, De Mensibus, IV, 104, p. 143 Wuensch).

Areta, il capo degli Arabi Sciti, scrisse una lettera a Claudio Cesare sul trattamento degli avvoltoi. Disse che il fegato di un avvoltoio, mescolato con miele e sangue, somministrato per tre settimane, era efficace nel trattamento dell'epilessia. Allo stesso modo, il cuore di un avvoltoio, una volta essiccato, veniva somministrato in acqua secondo un metodo specifico.




Naturalmente, lasciamo a Lido la strana farmacopea a base di fegato di avvoltoio arrosto al miele e cuore di avvoltoio essiccato e ridotto in polvere, di cui ci garantisce l'efficacia.

Ma quando si vanta di averla presa in prestito da una lettera indirizzata a Κλαύδιος Καίσαρ da Areta, filarca degli Arabi, siamo costretti a riconoscere la verosimiglianza e l'attendibilità delle sue informazioni.

Conosciamo diversi “Caid” arabi di nome Areta: l'Άρέτας ὁ των Άράβων τύραννος

Areta, il tiranno degli arabi


di cui si parla nel libro II dei Maccabei e presso il quale, nel 169 a.C., il sommo sacerdote di Gerusalemme, Giasone, aveva sperato di trovare un rifugio che gli mancò [1]; l'Άretas ὁ Άράβων βασιλεύς che Giuseppe Flavio ci mostra fallire, nel 96 a.C., nel suo progetto di liberare Gaza allora assediata da Alessandro Janneo [2];

l'Areta le cui monete ripetono questo titolo di Βασιλεύς e che combatté contro Pompeo e i suoi luogotenenti nel 62 a.C. [3]. Ma sotto l'Impero, solo uno è rimasto nella memoria: Areta IV, che governò i Nabatei a partire dal 9 a.C. e le cui monete si fermano qui al quarantottesimo anno

[1] Macc.,II, 5, 8. Cfr. P.-W., II, c. 673.
[2] Giuseppe Flavio, Ant, XIII, 360 et suiv. Cfr. P.-W., ibid.
[3] Giuseppe Flavio, Bell. lud., I, 8, 1. Cfr. P.-W., II, c. 674.


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del suo regno, ovvero nel 39 d.C.[1]. Era da lui che dipendeva Damasco, quando San Paolo dovette fuggire da quella città [2], probabilmente alla fine del 39. È possibile che il suo governo sia proseguito ancora per qualche tempo, oltre il 25 gennaio del 41, dies imperii di Claudio; è possibile che quest'ultimo non abbia aspettato di diventare imperatore per migliorare una salute che era stata precaria soprattutto durante la sua giovinezza:

per omne fere pueritiae atque adulescentiae tempiis variis et tenacibus morbis conflictatus est [3].

Per quasi tutta la sua infanzia e adolescenza, ha lottato contro varie e persistenti malattie [3].

Sebbene né Svetonio né Dione Cassio descrivano Claudio come epilettico, ne tracciano un ritratto che non è molto migliore.

Era affetto da un tremore perpetuo alla testa e alle mani: το δε δή σώμα νοσώδης ώστε και ταἷς κεφαλή και ταΐς χέρσιν ὑποτρέμειν [4];

E il corpo è così malaticcio che tremano sia la testa che le mani.


e, nell'imperatore che era diventato, la bocca sbavante, le narici umide, il balbettio e un'agitazione incontrollabile non cessavano di denunciare la deplorevole debolezza nervosa di un anormale:

risus indecens, ira turpior, spumante rictu, umentibus naribus, praeterea linguae titubantia, caputque eum semper tum in quantulocumque actu rei maxime tremulum [5].

La sua risata era indecente, la sua rabbia più vergognosa, il suo sorriso schiumante, le sue narici umide, anche la sua lingua tremava e la sua testa tremava sempre molto, anche al più piccolo atto di fare qualcosa [5].




È del tutto plausibile che Claudio, con quella curiosità erudita che è uno dei tratti simpatici del suo carattere, abbia cercato sollievo ai suoi mali proprio presso gli Arabi. È certo, in ogni caso, che tra lui e Areta non mancavano gli intermediari, poiché Areta era il suocero del tetrarca Antipa [6] e nessuno ignora i rapporti di intima fiducia che legavano Claudio, prima e dopo la sua ascesa al trono, ai principi della dinastia ebraica di Erode [7]. Le coincidenze ci impediscono di respingere, come apocrifo,

[1] Cfr. Wilcken, s. v. Aretas, P.-W., II, c. 674.

[2] II Cor., 11, 32.

[3] Svet., Claud., 2.

[4] Cass. Dio, LX, 2, 2.

[5] Svet., Claud., 30.

[6] Clermont-Ganneau, Rec. Arch, or., II, p. 378.

[7] Groag, s. v. Claudius, P.W., III, c. 2783.



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l'insignificante nota di Lido. Quest'ultimo ci ha tramandato il ricordo di un piccolo fatto che le fonti a noi pervenute tacciono, ma che egli non ha inventato; e il Κλαύδιος Καίσαρ a cui lo riferisce è sicuramente Ti. Claudio Nerone.
Se ora rileggiamo le poche righe di Lido sull'ἐορτή del 22 marzo, ci rendiamo conto che il Κλαύδιος ὁ βασιλεὺς che menzionano coincide con questo imperatore.

Lido lo indica chiaramente con le parole che accompagnano, come una scheda segnaletica, l'autore della riforma cultuale che ha appena registrato:

μητέρα τὸν ἑαυτῆς παῖδα ἀρνουμένην κελεῦσαι ὡσανεὶ ξένην γαμηϑῆναι αὐτῷ, τὴν δὲ ἀπειποῦσαν κρῖναι μητέρα. (Lydus, De Mensibus, IV, 59, p. 113 Wuensch).

La madre del proprio figlio, rifiutandosi di mendicare come se fosse un'estranea, venne giudicata dalla madre.

Il tratto è sorprendente e senza replica. Se, infatti, Claudio non è stato l'uomo giusto che Lido qui elogia, è stato, per così dire, il giudice fatto uomo, in cui la passione per il tribunale si trasformava in mania. Svetonio, che insiste su questo aspetto del suo carattere, ha notato con compiacenza la leggerezza e la solidità alternata della sua giurisprudenza. Ma quale esempio, tra gli altri, ci fornisce lo storico dei Dodici Cesari della sua pertinenza? Proprio la stessa narrata da Lido e che, raffigurando Claudio come una specie di Salomone gioioso, lo pone di fronte a una difficoltà di attribuzione dei figli, più o meno analoga a quella che la Bibbia pone al re di Gerusalemme, e gliela fa risolvere con un trucco comico, costringendo una madre a riconoscere il figlio che rifiuta di sposare:

feminam non agnoscentem filium suum, dubia utrimque argumentorum fine, ad confessionem compulit indicto matrimonio iuvenis [l].

Il giovane costrinse la donna, che non riconosceva il figlio, a confessare, dopo aver annunciato il matrimonio, mettendo in dubbio la validità delle argomentazioni di entrambe le parti.



Dal confronto tra i due testi emerge, riabilitata, la cultura di Lido. Questo compilatore era uno spirito povero, fantasioso e ottuso, invaso da pregiudizi inetti e curiosità ridicole.

[1] Svet., Claud., Ι5.


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ma possedeva un'eccellente biblioteca che abbiamo perso; e se non avessimo altre testimonianze che ci permettono di riferire a Ti. Claudio Nerone l'inserimento delle feste di Attis nel calendario romano, non avremmo più diritto di mettere in dubbio l'affermazione di Lido su questo punto, così come non siamo autorizzati a scartare gli aneddoti che ci racconta di sfuggita sulla lettera di Areta a Claudio, o sul modo ingegnoso con cui Claudio un giorno si è comportato per confondere una matrigna. A maggior ragione, siamo tenuti a credere a Lido, quando numerose testimonianze del culto romano di Attis sono state rinvenute in epoche non solo precedenti ai regni di Antonino e Marco Aurelio, ai quali Wissowa attribuisce l'inizio a Roma delle feste metroache del mese di marzo, ma anche così vicine al principato di Claudio che l'indicazione del De Mensibus, a priori inconfutabile, si troverà, in un certo senso, verificata dall'esperienza.


Certo – e Wissowa, fedele interprete di un materiale epigrafico che possiede e padroneggia magistralmente, non si è sbagliato - le iscrizioni metroache, da sole, non potrebbero condurci così in alto.
Si dividono essenzialmente in due gruppi: le iscrizioni relative ai dendrofori, i cui collegi religiosi erano necessariamente contemporanei al culto per il quale erano stati organizzati; le iscrizioni che commemorano il taurobolio, sacrificio la cui solenne offerta al Caianum, collocata dal calendario di Filocalo il 28 marzo, all'indomani della chiusura del ciclo festivo di Attis [1], ne presuppone l'istituzione.
Ora, bisogna ammettere che né le une né le altre compaiono prima del principato di Antonino Pio.

[1] Filocalo, ap. C. I. L., F, p. 260: V kal. apr., initium Caiani.


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Graillot, è vero, crede di intravedere il ricordo di un taurobolio in una dedica di Osilippo (Lisbona), datata al consolato di M. Atilio e Annio Gallo, nel 108 d.C. [1] Ma, oltre al fatto che proviene da una provincia lontana dell'Impero, il che ne indebolisce la portata, a mio avviso è ben lungi dal consentire una simile interpretazione.

Il testo recita: Matri De \ um Mag(nae) Ide \ ac Phry(giae) Fl(avia) Tyche cerno \ phor(a) per M(arcum) Iul(ium) Cass(ium) et Cass(ium) Sev(erum) [2].

Vedo la madre del grande Ide e del frigio Flavio Tiche come un foro attraverso Marco Giulio Cassio e Cassio Severo [2].

Poiché proviene da una cernofora e poiché il kernos, “piatto circolare che sostiene una serie di piccoli recipienti” [3], era utilizzato nei tauroboli, Graillot deduce che la dedica commemora un taurobolio. Dal fatto che Flavia Tyche non abbia consacrato personalmente la sua offerta e che spesso i tauroboli venissero celebrati per procura, Graillot trae una presunzione ancora più forte

. Ma l'indizio è debole e la presunzione si ritorce contro la tesi. Innanzitutto, il kernos non ha nulla di specificamente taurobolico. Accessorio banale di tutti i culti, lo ritroviamo nei misteri di Eleusi, nei riti egizi, nella religione punica [4]. Nel culto metroaco, svolgeva funzioni troppo numerose e diverse perché possiamo concludere che il suo impiego fosse legato alla realtà di un taurobolio. Svolgeva un ruolo in tutte le processioni, in tutte le danze sacre in cui le ragazze lo tenevano in mano o lo portavano sulla testa. Secondo la definizione dello scoliasta, la cernofora è la sacerdotessa incaricata del piatto su cui di solito si collocano, non le vires del toro sgozzato, ma le lampade dove brilla la fiamma mistica [5]. Per quanto riguarda gli intermediari a cui Flavia Tyche si è affidata,

[1] Graillot, op. cit., p. 159.

[2] C. 1. L., II, 179.

[3] Graillot, op. cit., p. 178.

[4] Ibid., p. 178-179.

[5] Ibid., p. 253, n. 5.



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sarebbe contrario a tutti gli esempi che gli avrebbero prestato i loro buoni uffici per un taurobolio: questa forma di sacrificio richiede, di solito, un solo officiante: o il mistico stesso, o il sacerdote a cui il mistico si è rivolto e che ha la qualità di comunicare ai semplici fedeli le virtù inerenti a questo ripugnante battesimo: ma nella fossa dove si riversa a fiotti il sangue del toro, non vediamo mai scendere più di un taurobolato alla volta [1]. Flavia Tyche non ha necessariamente subito il taurobolio perché era cernofora; e se mai vi si è esposta, non è stato certamente per intermediazione dei due personaggi citati nella sua iscrizione e ai quali, con ogni probabilità, aveva semplicemente affidato il compito di erigere il piccolo monumento che ci ha conservato il suo nome. In qualunque modo la si guardi, non c'è davvero nulla da fare con la dedica di Lisbona.


Cumont, che giustamente disdegna di ricorrervi, ha citato a suo favore un'iscrizione di Pozzuoli del 134 d.C. che ricorda il secondo taurobolio di cui beneficiò quell'anno una certa Erennia Fortunata [2]. Ma non è ad Attis né alla Grande Madre che fu offerto questo sacrificio, bensì a Venere Celeste; non credo che si possa fare riferimento, per risolvere il problema che ci occupa, a un testo che non lo riguarda direttamente; e, dopo il 134, con le dediche tauroboliche, ritroviamo gli stessi esempi di cui si è avvalso Wissowa e che, provenienti da Lione e da Lectoure, risalgono al 160 e, gli altri, a qualche anno dopo [3].

Non saremo molto più soddisfatti con i dendrofori, che iniziano ad apparire nell'orizzonte epigrafico solo con le iscrizioni di Ostia, sotto Antonino Pio [4].

[1] Cfr. le iscrizioni raccolte da Graillot, op. cit.; pp. 159 e 160 e la descrizione, così precisa, di Prudence, Peristeph., X, 1016-1020.

[2] C. I. L., X, 1596 ; cfr. Cumont, s. v. Criobolium, in P.- ÎV., IV, c. 1719.

[3] C. I. L., XIII, 520 e 1751.

[4] C. 1. L., XIV, 97, 07, 33 t 280.


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In precedenza, Graillot aveva citato un'iscrizione romana pubblicata nella raccolta di Orelli e Henzen e riprodotta nel bellissimo libro di Waltzing su Les corporations professionnelles de l’Empire romain:

Dis manibus \ Eutycheti Caes(aris) n(ostri) \ liberto, qui reliquit | collegio suo dendroph(orum) \ (sestertium mille) n(ummum) ut ex reditu \ omnibus annis ei parentent \ cum rep(ublica) colleg(ii) dendroph(orum) \ aere collato bene \ merenti \ Sura et Senecione) co(n)s(ulibus) (Orelli, 4412 ; Waltzing, 1377).

Nelle mani del nostro Cesare Eutiche, liberto, che lasciò mille sesterzi ai suoi dendrofili, affinché fossero i suoi genitori per tutti i loro anni, insieme ai dendrofili repubblicani, che avevano donato una grande somma di denaro ai benemeriti consigli di Sura e Senecione (Orelli, 4412; Waltzing, 1377).


Il consolato di L. Licinio Sura e Q. Sosio Senecio risale al 107; e questo testo sarebbe conclusivo, se fosse autentico. Purtroppo, lo conosciamo solo attraverso una copia di Gori [1], e sia le singolarità della sua redazione che la stranezza dei suoi acronimi [2] e la cifra ridicola della sua donazione giustificano gli editori del Corpus per non averlo accolto e Dessau di averlo formalmente accusato di falso [3].

Cumont, che ha avuto cura di tralasciarlo nel suo notevole articolo sui Dendrofori, nella Realencyclopaedie di Pauly-Wiesowa, ha tuttavia ritenuto di poter ricondurre al I secolo, prima al 79 e poi al 97, i riferimenti relativi all'attività di questa corporazione metroaca.


Il fatto è che un'iscrizione di Reggio Calabria, datata al 5 delle idi di aprile del nono consolato di Vespasiano e dell'ottavo di Tito, recava inciso " ob munificentiam earum \ quae dendrophoros \ honoraverunt " [4]

per la generosità di coloro che hanno onorato i dendrofori

, e ne consegue che Rhegium, già nel 79 d.C., possedeva un collegio di dendrophores; ma, sebbene condivida l'opinione di Cumont, che deve trattarsi dei dendrofori di

[1] Con questa indicazione: Roraae in vinea Iohannis Bancherii; cfr. Gori, Symbolae litterariae, Oecas Romana, IX, p. 232 (Rome, 1754).
[2] Rep. = republica.
[3] Ap. Wissowa, op. cit., p. 322, n. S.
[4] C. I. L., X, 7.


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Cibele e Attis, e che il loro riconoscimento ufficiale nell'estremità meridionale dell'Italia implichi il loro riconoscimento a Roma, posso solo avanzare una doppia ipotesi.

Allo stesso modo, l'altro testo, citato da Cumont, che risale al 97 e fu scoperto nella periferia di Roma «in vinea Bonelli», vicino alla porta Portese, consiste in una dedica a Silvano D. . . . dai cultores Silvani D [1],

interessa i dendrofori solo se, rispetto alle dediche sicuramente posteriori [2] e rinvenute nella Basilica Hilariana sul Celio, si ammette in anticipo che il nome del Silvano a cui è dedicata debba essere restituito in Silvanus Dendrophorus e, inoltre, che i cultores che l'hanno redatta siano dendrofori, cosa che, temo, non è né dimostrata né dimostrabile, o, almeno, che intrattengano stretti rapporti con i dendrofori, cosa che è lecito ipotizzare, ma che acquista consistenza solo nella misura in cui la costituzione a Roma, e prima del 97, di un collegio metroaco dei dendrofori, è stata dimostrata altrove.


A maggior ragione, occorre formulare identiche riserve nei confronti della sottile e forte dimostrazione con cui Graillot ha cercato di ricavare da un'iscrizione romana datata 206 la prova indiretta che fu sotto Claudio, e verosimilmente per suo intervento, che il collegio dei dendrofori fu riconosciuto dal Senato come associazione legalmente autorizzata. In quell'anno 206, il collegio dei dendrofori di Roma, quibus ex s. c. coire licet, ricevette da un certo Ti. Claudio Cresimo, "ob hon(orem) quinquennalitatis", una somma di 10.000 sesterzi il cui reddito sarebbe stato ripartito ogni anno tra i suoi membri, nel giorno dell'anniversario della sua fondazione, il 1° agosto [3].

[1] C. I. L., VI, 642.
[2] Cfr. C. I. L., VI, 641 e 30973. Graillot data la basilica Hilariana al regno di Adriano {op. cii., p. 149); cfr. Huelsen, Rom. Mitt, VI, 1891, p. 110.
[3] C.I. L., VI, 29691.


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Ma fu proprio un 1° agosto — il 1° agosto del 10 a.C. — che Claudio nacque a Lione [1]. Non è certo il caso che ha fatto coincidere i due natalicia, quello del collegio e quello dell'Imperatore, ma piuttosto un'armonia prestabilita dalla benevolenza di Claudio nei confronti di questi dendrofori, ai quali ha conferito l'esistenza corporativa, e la gratitudine del collegio che Claudio ha fondato [2]. Ma questa deduzione, alla quale aderisco senza riserve, è valida solo se si è già convinti dell'organizzazione claudiana del collegio dei dendrofori. Quindi, se non avessimo accettato preventivamente la storicità del testo di Lido, tutte queste osservazioni, per quanto acute, tutti questi parallelismi, per quanto penetranti, perderebbero ogni valore probatorio contro le statistiche epigrafiche di Wissowa.

Certamente, queste non possono essergli contestate, poiché è un errore comune, ma certo, trarre conclusioni dai primi esempi che abbiamo del funzionamento di un'istituzione alla data stessa di tale istituzione.; e, tutto sommato, non è più straordinario aprire tra la creazione dei dendrofori, che Lido attribuisce a Claudio, e i primi ricordi che i dendrofori ci hanno lasciato sotto Antonino Pio, un intervallo di un secolo, che constatare quasi un secolo e mezzo di distanza tra l'ultima menzione che l'epigrafia ci ha fornito della loro attività, nel 288 d.C. [3], e la costituzione imperiale che li ha definitivamente soppressi nel 415 [4]. D'altra parte, però, sarebbe illusorio


[1] C. I. L., I2, p. 240 et 248 ; Svet., Claud., 2, 10 etc.

[2] Graillot, op. cit., p. 143. Dopo molte ricerche, ho trovato solo un'iscrizione che, a rigor di termini, potrebbe attestare la celebrazione del culto di Attis a Roma fin dall'epoca flaviana: si tratta dell'epitaffio metrico C. I. L., VI, 10098 (Buecheler, 1110), che inizia con il verso Qui colitis Cybelea et qui Phryga plangitis Attia e termina con un appello a Domitilla. Ma bisognerebbe essere sicuri dell'identità di quest'ultima e del significato stesso della poesia.

[3] C. I. L., VIII, 8457.

[4] Cod. Teod., XVI, 10, 20, 2.


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cercare nelle iscrizioni precedenti alle statistiche di Wissowa una testimonianza a favore di Lido e una prova della veridicità presupposta dalle interpretazioni con cui ci si compiace di dimostrarla. In sintesi, l'epigrafia, lasciata a se stessa, rimane neutrale al dibattito, e spetta alle fonti letterarie fornirci le conferme che ci mancano. Nel capitolo 33 delle Taktika di Arriano si legge un meritato elogio della capacità di adattamento dei Romani, che non esitarono a prendere in prestito dai Barbari sia le armi che i metodi di combattimento che ritenevano utili.

A rischio di apparire tributari dei popoli che avevano sottomesso, Iberi o Galli, assimilarono dalla loro scuola nuovi mezzi per vincere. Tale era, aggiunge Arriano, il loro amore appassionato per la patria che ne prendevano il bene ovunque credessero di scoprirlo e attiravano sulla città la protezione delle divinità straniere. Tra gli altri riti, compivano quelli della religione frigia — δρᾶται δέ εστίν ἄ καὶ Φρυγία.


A Roma non solo si venera la dea di Pessinunte, ma si piange la passione di Attis secondo l'usanza asiatica:

καὶ γαρ ἡ Ῥέα αύτοϊς ή Φρυγία τιμᾶται εκ Πεσσινουτος έλθοΰσα καὶ τὸ πέντος Άττῃ Φρύγιον ἐν Ῥώμε πεντεῖται (Arriano, Taktika, 33, 4).

E per Rea stessa, Frigia, è onorata, proveniente da Pessinouto, e il quinto Attis Frigio è celebrato a Roma (Arriano, Taktika, 33, 4).

Arriano era quindi a conoscenza della celebrazione pubblica del Sanguis a Roma il 24 marzo. Ne parla al presente, tra un'allusione ai culti greci e un'altra alla legislazione delle XII tavole, come di un'usanza abituale e da tempo radicata nei costumi [1]. Ora, Arriano compose il suo trattato nel

[1] Cfr. Graillot, op. cit., p. 137: «Nel 137, anno che precedette la morte del principe, il lutto per Attis e il bagno di Cibele erano già considerati grandi feste romane». In realtà, il testo di Arriano indica più l'antichità che l'importanza del culto di Attis.


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ventesimo anno del regno di Adriano [1]. Nel 136-137, quindi, le feste del mese di marzo erano un'usanza già antica; e l'introduzione ufficiale del culto di Attis a Roma è così rinviata a diverse generazioni prima. Il racconto di Svetonio sulla fretta con cui, nel marzo del 69, Otone affrettò la sua partenza da Roma per quella campagna di Bedriaco contro i vitelliani che gli sarebbe stata fatale, ci costringe infatti a risalire alla dinastia giulio-claudia. Ecco la frase principale:

Expeditionem autem impigre atque etiam praepropere inchoavit (Otho), nulla ne réligionum cura, sed et motis necdum conditis ancilibus (quod antiquitus infaustum habetur) et die quo cultures deum Matris lamentari et plangere incipiunt (Svet., Otho, 8) [2].

Ma egli iniziò la spedizione energicamente e perfino frettolosamente (Otone), non curandosi delle religioni, ma anche dei movimenti degli schiavi non ancora nati (cosa che era considerata infausta nell'antichità) e del giorno in cui i culti cominciano a lamentarsi e a piangere la Dea Madre (Svet., Otone, 8) [2].



Nella mente dei suoi contemporanei, Otone si espose all'ira divina per la sua sacrilega negligenza: nulla ne religionum cura. Il plurale religionum, usato da Svetonio, è significativo. Infatti, Otone tradì due religioni contemporaneamente: ha tradito la religione di Marte, quando l'imperatore non si è preoccupato di portare a termine il rito, obbligatorio in ogni stagione per il generale che si reca alle armate, imposto ogni anno, al di fuori di ogni spedizione militare, dal ritorno, tra gli Equirria del 27 febbraio e del 14 marzo, del Quinquatrus del 19 marzo e del Tubilustrium del 23 marzo, grandi feste dedicate al dio della guerra, e che consiste non solo nel portare solennemente gli scudi sacri da un altare all'altro — ancilia movere — ma anche nel riportarli con devozione nel loro tempio della regia — ancilia condere [3]. E, allo stesso modo, Otone ha tradito

[1] Arriano, Taktiha, ch. 44; e, su questo passaggio, e sulla composizione di questo trattato in generale, cfr. Wilhelm Christ, Geschichte der Gr. Literature, p. 672.

[2] Testo citato ma non utilizzato in questo senso, da Hepding,op. cit., p. 151.

[3] Cfr. Wissowa, op. cit., p. 144 e Habel, s. v. ancilia, in P.-W., I, c. 2113.


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la religione della Grande Madre quando, ignorando il carattere nefasto del Sanguis, scelse il 24 marzo, il lugubre giorno della morte di Attis, per uscire dalla città [1]. È evidente che agli occhi dei sudditi di Otone, così come secondo l'opinione di Svetonio, entrambi i riti erano ugualmente prescritti dalla religione di Stato. Quello relativo agli scudi di Marte ne faceva parte fin da tempi antichissimi. — quod antiquitus infaustum habetur.

il che era considerato infausto nei tempi antichi

Quello che imponeva il culto metroaco non poteva vantare una tradizione altrettanto antica: alla luce della riflessione precedente, il silenzio che Svetonio osserva al riguardo assume tutto il suo significato. Ma è chiaro che nel 69 la religione di Attis aveva già avuto il tempo di imporsi su un'opinione pubblica che si impressionava e tremava al solo pensiero di vederla trasgredita.


Dobbiamo solo cercare: da quando?

Due indicazioni preziose e concordanti ci vengono fornite da Dionigi di Alicarnasso e da Ovidio. Nelle sue Antichità romane pubblicate nel 7 a.C. [2], Dionigi manifesta la sua ammirazione per la calma e solenne devozione del popolo romano, capace di dedicare alla Grande Madre degli Dei un culto che esclude le pratiche orgiastiche dei Frigi [3]. D'altra parte, nei suoi Fasti pubblicati all'indomani della morte del poeta, nel 18 d.C. [4], Ovidio, che descrive nel libro IV le feste di Cibele del mese di aprile, non fa alcun riferimento nel libro III alle feste di Attis del mese di marzo. È quindi certo,


[1] Sulla base di un passaggio di Tacito, Hist, I, 90, talvolta si fissa al 14 marzo la partenza di Otone per l'esercito. Ma la testimonianza di Svetonio è formale e precisa, confermata dal raffronto, sul calendario, tra il tubilustrium e il sanguis — perfettamente conciliabile con l'informazione di Tacito che gli si oppone e che riguarda, non l'effettiva partenza di Otone, ma l'annuncio che egli ne fece — pridie idus martias — al Senato e al popolo. Cfr. inoltre la testimonianza concordante fornita altrove, Hist., I, 89:

fuere qui Othoni moras religionemque nondum conditorum ancilium adferrent.

C'erano coloro che portarono a Ottone ritardi e l'istituzione di una religione che non era ancora stata stabilita.



[2] Cfr. Radennacher, s. v. .Dionysios, in P.-TF., V, c. 234.

[3] Den. Hal., Ant. rom., II, 19; cfr. Graillot, op. cit., p. 113.

[4] Cfr. Schanz, Gesch. der röm. Lit?, II, 1, p. 213.




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come oggi tutti concordano, che la riforma religiosa che aveva lo scopo di introdurre ufficialmente il ciclo di Attis nel calendario romano, posteriore in ogni caso al principato di Augusto, non era ancora stata realizzata all'inizio del regno di Tiberio; e il problema cronologico che ci proponiamo di chiarire si colloca interamente tra questi due termini: un terminus a quo determinato dal silenzio dei Fasti, nel 18 d.C.; e il terminus ad quem che abbiamo ricavato dal passo sopra citato di Svetonio, nel 69 d.C.


Tuttavia, un esame più attento dei versi di Ovidio ci consentirà di restringere ulteriormente questo intervallo cronologico. Per Ovidio, infatti, la lavatio della Magna Mater inaugura le Megalensia e viene celebrata nell'anniversario del suo trasferimento da Ostia a Roma nel 204 e del suo primo bagno sacro nelle acque dell'Almo, il 4 aprile [1].

Per Arriano, al contrario, e proprio nel capitolo che abbiamo citato in precedenza, il rito della lavatio conclude il ciclo delle feste di Attis:

τὸ λοῦτρον ή Ῥέα ἀφ’ου τοῦ πένθους λὴγει Φρυγῶν νομῶ λοῦται [2];

C'erano coloro che portarono a Ottone ritardi e l'istituzione di una religione che non era ancora stata stabilita.



ovvero, secondo le informazioni che dobbiamo ad altri autori, il sei delle calende di aprile — diem sextum Kalendas apriles [3] — il 27 marzo, di conseguenza. Ma c'è qualcosa di meglio della testimonianza di Arriano, contemporaneo dell'imperatore Adriano: il calendario rustico chiamato Menologium Colotianum [4], inciso verso la metà del I secolo d.C. [5], fissa già la lavatio al 27 marzo [6]. Poiché non vi è dubbio che il cambiamento della data della lavatio sia derivato dalla riforma del culto frigio, e che abbia accompagnato


[1] Ον., Fast., IV, 337 e seg.
[2] Arriano, Taktika, 33, 4.
[3] Cfr. Amm. Marc, XXIII, 3, 7 ; Vibius Sequester, De Flum., Geogr. Lat. min., ed. Riese, p. 146.
[4] C. I. L., VI, 2305 (oggi al Museo di Napoli).
[5] Huebner, Exempla, p. 342, n° 979 : saeculi primi circiter medii.
[6] Cfr. le Menologium Vallense, oggi scomparso, C. I. L., VI, 2306.


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l'istituzione del ciclo festivo in onore di Attis, per designarne l'autore, tra il 18 e il 50 d.C., non possiamo che scegliere tra Tiberio (14-37), Caligola (3,7-41) e Claudio (41-54). Tiberio è fuori discussione: si è occupato delle religioni straniere solo per perseguitarle [1] . Anche l'intervento di Caligola è improbabile: nel suo breve regno, si è interessato solo a Iside e ai riti egizi [2] . Rimane Claudio, al quale un ultimo testo ci riporterà necessariamente.
Si tratta di un modesto paragrafo della raccolta giuridica scoperta nel 1821 dal cardinale Angelo Mai in un manoscritto palinsesto della Biblioteca Vaticana [3], noto ai giuristi con il nome di Frammenti Vaticani.

Non ne conosciamo né il titolo originale né l'autore. Ma poiché la costituzione più recente a cui fa riferimento risale al 372, deve essere stata redatta nell'ultimo quarto del IV secolo. Sotto la voce De excusatione, raggruppa tutti i casi di esenzione dalla tutela che ha raccolto nelle leggi, nei rescritti e nei trattati precedenti. Molti di questi precedenti sono da essa attribuiti ad Adriano [4], alcuni altri ad Augusto [5]. Al paragrafo 148, senza datarlo, enuncia un caso singolare di esenzione che riguarda l'esercizio del culto metroaco: allo stesso modo, dice, è esentato dalla tutela chi, nel Porto, e per ordine profetico dell'archigallo, avrà sacrificato per la salvezza dell'imperatore:

Item is qui in Portu pro salute imperatoris sacrum facit ex vaticinatione archigalli excusatur.

Con la sua consueta perspicacia, Cumont ha immediatamente compreso l'importanza e il significato di questa disposizione [6]. Il sacrum a cui essa

[1] Cfr. Bouché-Leclercq, L'intolérance religieuse et la politique, Paris, 1911, p. 77.
[2] Cfr. ibid., p. 88.
[3] Sotto una copia delle Collationes Aegypti anachoretarum di Cassiano.
[4] Cfr. § 141 et passim.
[5] Cfr. § 158 et passim.
[6] Cumont, s. v. Dendrophori, in P.-W., V, c. 219.



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fa riferimento consiste nel sacrificio taurobolico. L'excusatio di cui gode chi lo ha offerto conferisce ovviamente al taurobolio un carattere ufficiale; ma questo privilegio è acquisito solo a una doppia condizione: il taurobolio deve essere stato consumato pro salute imperatori; deve essere stato prescritto dall'archigallo; e queste due riserve sono sufficienti a mettere in luce l'ammirevole prudenza degli imperatori: acconsentono a introdurre il rito della religione di Attis, così contrario alla severa decenza del mos maiorum; allo stesso tempo, si sforzano di prevenirne l'abuso e di legarne l'adempimento alla devozione richiesta dalla loro stessa divinità. Ma, a mio avviso, il testo suggerisce una terza restrizione la cui portata è forse ancora maggiore: il sacrum da cui deriva l’excusatio non può essere offerto ovunque; la celebrazione è legata a un territorio strettamente definito; è valida solo in Portu.


La vitalità della religione di Cibele e Attis, a Ostia e al Porto, è attestata da troppi monumenti [1] perché una simile collocazione del taurobolio possa sorprenderci. Ma essa non può, da sola, rendere conto del monopolio di fatto che ancora sussisteva nel periodo tardo in cui fu elaborata la compilazione giuridica che ne ha conservato traccia. Credo sia impossibile non riconoscere in questo, e in un secolo in cui il taurobolio era comunemente praticato nella stessa Roma, nell'apposito santuario del Caianum, la sopravvivenza di una situazione precedente e diversa. Così come Roma aveva iniziato a nazionalizzare l'Idaica senza comprendere Attis nelle sue lettere di naturalizzazione, allo stesso modo dovette iniziare ad accogliere Attis all'interno delle sue mura senza aprirle ai riti di Attis che le ispiravano più repulsione. E nel momento in cui rese pubbliche le feste del dio e stabilì il cerimoniale della loro manifestazione pubblica, forse ne escluse temporaneamente il taurobolio; lo avrebbe

[1] Cfr. C. I. X., XIV, 35, 37, 38, 324 ecc.


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riconosciuto solo dove lo aveva incoraggiato, nella sua periferia, al Portus. Questa conclusione si delinea già nello studio di un calendario in cui l’initium Caiani, il 28 marzo, si giustappone e si aggiunge al programma ciclico delle feste del mese di marzo, invece di incorporarsi in esso [1]. Ora si rende più precisa grazie alla prescrizione contenuta nei Frammenti del Vaticano. L'imperatore che ha introdotto il culto di Attis nella città è lo stesso che ha trattenuto il taurobolio alle porte della città: in Portu. E questo imperatore, lo vedremo, non può che essere Ti. Claudio Nerone.

Oggi nessuno pensa di contestare a Claudio la sua sollecitudine per l'annona del popolo romano [2], l'interesse che ha dimostrato per lo sviluppo di Ostia [3], e infine l'onore di aver realizzato, a nord del Tevere, la grandiosa creazione di un porto, le cui difficoltà, diventate proverbiali [4], avevano scoraggiato i più illustri dei suoi predecessori [5]. E da questa attività deriva già la presunzione che i privilegi legati al suolo ostiense fossero una concessione di Claudio, ma gli stessi termini che leggiamo nei Frammenti del Vaticano ne forniscono una prova decisiva.

In effetti, la locuzione in Portu che usano, porta l'impronta di questo regno e del suo tempo, a esclusione di altri. Nel IV secolo, secolo in cui si svilupparono, il Porto spezzò i legami che, fin dalla sua fondazione, ne avevano legato il destino a quello della colonia di Ostia; divenuto autonomo, si autodefinisce orgogliosamente Porto di Roma: Portus Romanus [6]. In precedenza,

[1] Cfr. supra, p. 144.
[2] Cfr. Svet., Claud., 18, 19; Tac, Ann., XII, 43.
[3] Cfr. J. Carcopino, Les inscriptions gamaliennes, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 1911, p. 209.
[4] Quintiano, Inst. or., III, 8, 16.
[5] Cesarer, forse ? (Cfr. Plut., Caes., 58); Augusto, certamente: cfr. N ultima istanza, J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, p. 738 et suiv.
[6] Chronogr. ann. 354, p. 646 Mommsen ; Hieron. Ep., LXVI, 11; LXXVII, etc. Cfr. Dessau, C. I. L., XIV, p. 7, n. 1 e 2.


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il porto, per volontà di Nerone, desideroso di privare la memoria del padre adottivo del giusto omaggio che gli spettava, aveva ricevuto e continuato a portare [1] il nome di Portus Augusti, in ricordo dei progetti che Augusto aveva realizzato e che Claudio ebbe il merito di riprendere e portare a termine [2]. Ma, sotto il regno di Claudio, bastava una sola parola per designare l'opera alla quale il Principe aveva dedicato le sue risorse e il suo lavoro: Era il porto per eccellenza, il porto κατ' ἐξοχήν: Portus. È proprio il porto, secondo la testimonianza di Svetonio, che Claudio fece costruire a Ostia: Portum Ostiae extruxit [3].

È dal Porto, senz’altro, che tutte le corporazioni istituite all'inizio per il suo servizio hanno preso il nome:

le fabri navales Port(uenses) [4], i pelliones Port(uenses) [5], i pistores Port(uenses) [6].

i costruttori navali di Portu[uenses] [4], i carpentieri navali di Portu[uenses] [5], i fornai di Portu[uenses] [6].


Infine, è il Porto, senz’altro, che figura sulla magnifica iscrizione, magnifica per la bellezza della sua incisione e la sovrana pienezza della sua redazione imperiale, che i visitatori del Lago Traiano ammirano oggi passando sulla via Portuense:

Ti(berius) Claudius, Drusi f'(ilius) Caesar | . . . fossis ductis a Tiberi operis Portu[s] caussa emissisque in mare Urbem | inundationis periculo liberavit [7].

Tiberio Claudio, figlio di Druso Cesare | . . . scavando fossi dal Tevere per i lavori della causa Portu[uenses] e riversandoli in mare | liberò la città dal pericolo di inondazioni [7].


Scrivendo, a sua volta, semplicemente “il Porto”, l'autore dei Frammenti del Vaticano ha usato il linguaggio che era ufficiale sotto Claudio e cadde in disuso subito dopo la morte di Claudio, e l'excusatio giuridica che ci ha trasmesso più di trecento anni dopo deriva, testualmente, dal diritto promulgato da Claudio.

[1] Nel II secolo troviamo l'aggiunta et Traiani (C. I. L., XIV, 408).
[2] Cfr. su questa denominazione e sulla sua storia, J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, p. 742-743.
[3] Svet., Claud., 20.
[4] C. I. L ., XIV, 169.
[5] Ibid., 277.
[6] Ibid., 374.
[7] Ibid., 85 L'iscrizione è datata al 46.


158

Torniamo così al nostro punto di partenza, dopo una digressione che non è stata priva di utilità. Infatti, non solo l'affermazione di Lido esce vittoriosa da tutte le obiezioni, ma i testi convergenti che la circondano consentono di apprezzare nella giusta misura la riforma religiosa che essa attribuisce in tutta verità a Ti. Claudio Nerone. Per la prima volta, Claudio inserì nel calendario della religione romana le feste di Attis. Ma, così facendo, ebbe cura di attenuarne il carattere e, se così si può dire, di romanizzarne lo spirito: innanzitutto, spostando, per formare il nuovo ciclo, una cerimonia a cui il popolo romano era da tempo abituato, quella della lavatio, che anticipò dal 4 aprile al 27 marzo [1]

; e poi affidando questa celebrazione a una corporazione professionale appositamente convertita in corporazione religiosa, il collegio dei dendrofori [2] che dovette, per questo motivo, adottare Attis come patrono, ma che la fede in Attis non aveva accomunato, e non le impedì di datare il proprio natalicium, non dal rituale di cui era incaricata, ma dal natalicium del suo imperiale fondatore, e dove i tiepidi e gli indifferenti potevano stare fianco a fianco con gli entusiasti, neutralizzando tanto quanto subendo il contagio del loro ardore; infine, e soprattutto, respingendo fuori dal ciclo festivo e fino al Portus quel sacrificio del taurobolio che attirerà favori ai suoi officianti solo se lo offriranno in territorio ostiense, per ordine dell'archigallo e per la salvezza di Cesare [3].

Queste precauzioni, che la forza delle cose e il movimento delle anime renderanno presto superflue, fanno pensare che Claudio non abbia

[1] Cfr. supra, p. 152-153.
[2] Cfr. Lido. loc. cit., et supra, p. 137.
[3] Cfr. supra, p. 155.


159

limitato la sua azione a questo, e che forse essa si sia estesa alla riforma del sacerdozio metroaco. Ma questa è un'altra questione, che richiede, per la sua importanza e difficoltà, un esame approfondito. In attesa che venga affrontata a sua volta, i risultati di questa prima indagine sono sufficienti a restituire a Claudio l'iniziativa che gli attribuiva Lido e che rivela, ancora una volta, l'audace saggezza e l'ampiezza calcolata della sua politica di assimilazione.



Roma, 19 maggio1923.

Jérôme Carcopino.





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All' ottima traduzione di ROXI ,

accludo la traduzione delle numerose citazioni in Latino e Greco , fatte con l' aiuto di G.T.

le vedete in corsivo









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Jérôme Carcopino

Mélanges de l'école française de Rome

Année 1923 40 pp. 135-159




TRADUZIONE DI ROXI








Sulla data dell'introduzione ufficiale

a Roma

del culto di Attis




Quando nel 204 a.C. i Romani [1] decisero di introdurre nella città il culto di Cibele, ebbero cura di eliminarne gli elementi orgiastici troppo palesemente contrari alle tendenze serene della loro religione tradizionale. La Grande Madre degli Dei fu insediata sul Palatino, ma il suo turbolento compagno, il bell’Attis mutilato, i cui seguaci orientali imitavano gli eccessi e ne portavano le ferite, fu relegato alla porta del santuario.

Un sacerdote e una sacerdotessa presi in prestito dalla Frigia si incaricarono di compiere nell'ombra i riti a cui la dignità romana non voleva affatto abbassarsi; e le uniche feste riconosciute dallo Stato e organizzate da esso venivano celebrate more romano e graeco ritu, sotto la supervisione del Senato e con la collaborazione delle corporazioni aristocratiche, dalle quali la folla impressionabile della gente comune era gelosamente tenuta lontana.

Infatti, né i giochi di cui consistevano, le Megalensia, che duravano dal 4 al 10 aprile e ai quali Terenzio dedicò la maggior parte delle sue commedie, né i sacrifici che aprivano e chiudevano il ciclo solenne e in cui gli officianti, con la testa cinta da una corona di alloro, offrivano una giovenca alla dea, mentre un edile curule veniva a deporre


[1] A questo proposito, si veda il libro molto completo di Graillot, Le culte de Cybèle Mère des Dieux à Rome et dans l'Empire romain, Parigi, 1912. La pagina seguente riassume le idee sviluppate nei primi due capitoli.


136

sulle sue ginocchia i primi frutti del prossimo raccolto, né tantomeno la cerimonia della lavatio, che Ovidio fissa al 4 aprile, e durante la quale l'idolo e i suoi accessori venivano immersi nell'Almo, più o meno come Era Argiva veniva purificata nella sorgente Kanathos e Maia nell'acqua del mare a Ostia,[1], avevano di che spaventare la pietà romana, sempre in guardia contro le effusioni che possono turbare le anime degli uomini [2], o addirittura sconvolgere le sue abitudini.

Sembrava che, entrando nel Pantheon della Repubblica, l'Idiaca si fosse trasformata seguendo il suo esempio e che avesse spogliato i caratteri essenziali della sua religione orientale. Ma era solo un'apparenza, o meglio, era solo una tappa della sua carriera romana. Il compromettente seguito, da cui era stata separata dalla prudenza dei Patres, doveva alla fine raggiungerla.

Sotto l'Impero, Attis venne a condividere la sua apoteosi ufficiale, e i miti e i riti che, in Asia Minore, accompagnavano le loro divinità associate ottennero a loro volta diritto di cittadinanza e si svolsero pubblicamente nel corso delle feste del mese di marzo, attraverso i lamenti del “giorno del sangue” e l'allegria delle Hilaria.

È qui, del resto, che gli storici smettono di essere d'accordo; e la data che assegnano a questa rivoluzionaria diffusione del culto della Madre degli Dei varia, secondo i loro calcoli, dalla prima metà del I secolo d.C. all'ultimo terzo del III secolo. Secondo il signor Cumont [3], seguito dal signor Graillot [4], l'intronizzazione di Attis nel feriale romano fu opera di Claudio; secondo il signor Wissowa, che conosceva queste conclusioni,

[1] Cfr. J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, Parigi, 1919, pp. 140 e 146.

[2] Paul, Sent., V, 21, 2: Qui novas seetas vel ratione incognitas religiones inducunt, ex quibus animi hominum moveantur, honestiores deportantur, humiliores capite puniuntur.

Quelli che introducono nuovi costumi o religioni sconosciuti alla ragione, da cui vengono mosse le menti degli uomini, i più onorevoli vengono deportati, i più umili vengono decapitati.


[3] Franz Cumont, Les religions orientales dans le Paganisme romain 2, Parigi, 1909, p. 83. Anche M. Hepding, Attis, Gieszen, 1903, p. 147, aveva sostenuto questa opinione.

[4] Graillot, op. cit.. p. 1. Id.




137

ma che non vi si è unito [1], è impossibile che risalga a prima della metà del II secolo; infine, secondo von Domaszewski, sarebbe ancora più tardiva e non risalirebbe oltre il principato di Claudio II (268-270) [2]. Vorrei avvalorare l'opinione di Cumont con alcuni documenti che, finora tralasciati in questa questione cronologica, potrebbero forse essere determinanti per risolverla definitivamente.
* * *
Un testo domina il dibattito; purtroppo è di epoca tarda e poco esplicito: si tratta del passaggio del De Mensibus del bizantino Giovanni Lorenzo Lido, al quale i moderni, indipendentemente dall'importanza e dall'interpretazione che gli attribuiscono, devono fare riferimento in primo luogo:

τῇ πρὸ Καλενδῶν Ἀπριλὶων δὲνδρον πίτυς παρὰ τῶν δενδροφόρων ἐφέρετο ὲν τῷ Παλατίο τὴν δεἐορτὴν Χλαῦδιος ὀ Βασιλεὺς κατεστὴσατο (Lido, De Mensibus, IV, 59, p. 113 Wuensch).

Il giorno prima delle calende di aprile, un pino fu portato dall'arboreto al palazzo in occasione della festa istituita dal re Claudio.


Non c'è dubbio che l'ἐορτὴ citata in queste righe coincida con l'Arbor intrat del calendario di Filocalo [3]. Stessa data, l'11 delle calende di aprile o il 22 marzo, stessa processione del pino sacro, scortata dai dendrofori.

Non c'è dubbio, inoltre, che per l'autore questa aggiunta al calendario religioso della città romana abbia richiesto l'intervento del Principe e che questa iniziativa abbia non solo comportato il riconoscimento da parte dello Stato del collegio religioso dei dendrofori,

ma abbia anche determinato l'inserimento nei Fasti della Città dell'intero ciclo cultuale che la Repubblica aveva ignorato e che da allora gravitava attorno alla morte

[1] Wissowa, Religion u. Kultus der Romer 2, Munich, 1912, p. 321-322.

[2] Von Domaszewski, Magna Mater in Roman inscriptions, nel Journal of Roman Studies, 1911, p. 56.

[3] C. T. L., F, p. 260.



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e alla resurrezione di Attis.


È quindi ancora più interessante sapere a quale imperatore — Κλαύδιος ὁ Βασιλεύς — dobbiamo riferirlo.

Nel suo articolo pubblicato nel 1911 sul Journal of Roman Studies, von Domaszewski ha sostenuto che si trattasse di Claudio II, e qui di seguito riassumiamo brevemente la sua argomentazione speciosa. Nella Historia Augusta si racconta che la notizia dell'elevazione di Claudio II al trono imperiale da parte delle legioni riunite nella sede di Milano fu annunciata a Roma, nel santuario palatino della Magna Mater, il giorno del sangue,

il 24 marzo: nam cum nuntiatum esset VIII Kal(endas) aprilis ipso in sacrario Matris, sanguinis die, Claudium imperatorem factum... [1].

Poiché quando fu annunciato l'ottava calende di aprile, proprio nel santuario della Madre, nel giorno del suo sangue, che Claudio era stato fatto imperatore... [1].


Tuttavia, un papiro di Strasburgo fissa al 28 agosto 268 l'inizio del regno di Claudio II [2]. Di conseguenza, l'informazione contenuta nella Historia Augusta che lo anticipa al 24 marzo dello stesso anno è priva di fondamento. Il biografo, che sapeva che Claudio II aveva autorizzato a Roma le feste di Attis, si sarebbe divertito, se crediamo a von Domaszewski, ad associare il ricordo della sua ascesa al trono a quello della loro istituzione;

E se, con questa digressione, la veridicità della Historia Augusta viene messa in discussione ancora una volta, almeno questa ulteriore finzione di cui si carica la memoria dei suoi autori ci offre il vantaggio di chiarire e corroborare l'affermazione di Lido. Non è più l'unica e tardiva testimonianza che il suo isolamento e la sua lontananza rendevano legittimamente sospetta, e la personalità di Claudio II di cui parla Lido è confermata dalla leggenda che si è innestata su uno dei suoi atti autentici [3]. A questa ingegnosa ma fragile costruzione si potrebbero opporre, innanzitutto, le iscrizioni che hanno permesso a Wissowa di far risalire a cento anni prima l'introduzione a Roma del culto di Attis [4],

[1] Vita Claudii, 4, 2.

[2] Pap. Str., I, 32.

[3] Cfr. il citato articolo di M. von Domaszewski, p. 56.

[4] Wissowa, op. cit., p. 322.


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ovvero i testi letterari che attribuiscono alle feste di Attis un'origine sensibilmente più antica, in particolare quello dell'Historia Augusta che ci mostra Alessandro Severo disposto ad arricchire la consueta frugalità dei suoi menù in occasione delle grandi festività dell'anno, come il giorno delle Hilaria [1], sia quello di Tertulliano che deride l'archigallo romano per aver versato il proprio sangue per la salvezza di Marco Aurelio, nella data rituale del dieci delle calende di aprile, esattamente sei giorni dopo la morte dell'imperatore, avvenuta il 17 marzo ai confini dell'impero, ma resa nota a Roma solo dopo il 24 [2].

Ma non è necessario uscire dai testi citati da von Domaszewski per respingere le conclusioni che egli ne ha tratto: quello dell'Historia Augusta non contiene affatto la contraddizione che egli gli attribuisce; quanto a quello di Giovanni Lorenzo Lido, esso esclude formalmente l'interpretazione che egli ne dà.

Certamente, il papiro di Strasburgo a cui fa riferimento von Domaszewski fa risalire il primo anno del principato di Claudio al 268, non al dies sanguinis, il 24 marzo, ma al 22 agosto, cinque mesi dopo. Tuttavia, da uno studio approfondito dei papiri risulta che la cronologia imperiale era essenzialmente variabile in Egitto e che ciò dà luogo a difficoltà non comuni: recentemente, Arthur Stein, nell'Archiv für Papyrusforschung, ha elencato diversi sistemi concorrenti, quello di Alessandria, di cui le monete ci forniscono gli elementi, e quelli della χώρα, che i papiri consentono di ricostruire e che, in costante ritardo rispetto al precedente, non sempre concordano tra loro.

[1] Vita Severi Alexandri, 37, 6:

Adhibébatur amer diebus festis kalendis autem ianuariis et hilariis ...


Veniva utilizzato nei giorni di festa, ma anche nelle calende di gennaio e nei giorni di festa... HILARIIS



[2] Tertulliano, Αρ., 25:

Itaque maiestafis suae in Urbem conlatae grande documentum nostrae etiam aetati proposuit, cum Marco Aurelio apud Sirmium reipublicae exempto, die decimo sexto kalendarum aprilium, archigallus ille sanctissimus die nono Kalend. earumdem, quo sanguinem . . . libabat, pro salute imperatori Marci iam intercepti, solita aeque imperia mandavit.


E così egli presentò una grande prova della sua maestà conferita alla città fino alla nostra epoca, quando, il sedicesimo giorno del calendario di aprile, Marco Aurelio fu esentato dalla repubblica a Sirmio, quel santissimo Archigallo, il nono giorno dello stesso calendario, in cui offrì il sangue, per la salvezza dell'imperatore Marco, che era già stato arrestato, emanò gli stessi ordini consueti.





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È così, ad esempio, che numerosi papiri collocano l'avvento di Claudio II nel corso del sedicesimo anno del principato di Gallieno, mentre le monete alessandrine lo assegnano al quindicesimo, e un papiro di Tebtynis, aggiungendo ulteriori precisazioni a quelle del papiro di Strasburgo, prolunga il principato di Gallieno fino al 28 ottobre 268 [1].

Cosa significa questo, se non che il punto di partenza degli anni di regno, lungi dall'essere fisso in Egitto, si spostava a seconda della maggiore o minore rapidità con cui la notizia dei cambiamenti politici avvenuti in quel periodo convulso si diffondeva da Roma fino agli estremi confini della χώρα? Le divergenze che permangono tra il computo alessandrino e quello delle nostre fonti letterarie, e poi tra il computo dei papiri e quello alessandrino, esprimono a turno il tempo trascorso tra l'avvento teorico di Claudio II a Roma e il suo successivo riconoscimento ad Alessandria, poi nei vari nomi egiziani.

Così l'aneddoto della Historia Augusta, relativo alle circostanze della proclamazione di Claudio II a Roma, che peraltro coincide con le indicazioni di Eusebio [2], si concilia perfettamente con i dati papirologici che erroneamente gli vengono opposti. Le cronologie a cui si riferiscono rispettivamente questi dati e l'aneddoto non si svolgono sullo stesso piano, e non c'è nulla da dedurre da una contraddizione che, in verità, non potrebbe esistere tra loro [3]. Inoltre, è impossibile rafforzare con qualche ragionamento un'identificazione che non è presente in Lido.

Infatti il contesto di questo autore, e questo è un aspetto che non è stato ancora notato, esclude formalmente quello che gli ha attribuito von Domaszewski. L'unico Claudio che Lido abbia conosciuto, l'unico, in ogni caso, di cui abbia parlato nel De Mensibus, è il terzo successore di Augusto, Ti.[berio] Claudio Nerone.


[1] Pap. Tébt., II, 581. Cfr. Arthur Stein, Archiv für Papyrus forschung, VIT, 1923, p. 30 e seguenti.

[2] Eusebio, ap. Hieron., p. 182 Sch.

[3] Stein, op. cit., loc. cit., p. 45.





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Oltre al passaggio che ci ha colpito, Lido ha citato, in effetti, un'altra volta Claudio con parole che meritano la nostra attenzione. Lido ci ha appena parlato delle crisi epilettiche di cui soffriva Giulio Cesare e, con una credulità che ci fa sorridere, chiede quali siano i rimedi adatti a curare questa terribile malattia.

Racconta:

Άρέτας δε ô των Σκηνιτων 'Αράβων φύλαρχος Κλαυδίω Καίσαρι γράφων έπιστολὴν περί τής δι’ όρνέων θεραπείας φησίν, ήπαρ γυπός συν τω αὶματι οπτον μέλιτος διδόμενον επί έβδομάδας τρεις άπαλλάττειν επιληψίας, ομὸιως δε καί την καρδίαν του γυπός, ότε ξηρανθᾖ, έν υδαπι διδομένην τω ίσω τρόπω ίσχύειν (Lido, De Mensibus, IV, 104, p. 143 Wuensch).

Areta, il capo degli Arabi Sciti, scrisse una lettera a Claudio Cesare sul trattamento degli avvoltoi. Disse che il fegato di un avvoltoio, mescolato con miele e sangue, somministrato per tre settimane, era efficace nel trattamento dell'epilessia. Allo stesso modo, il cuore di un avvoltoio, una volta essiccato, veniva somministrato in acqua secondo un metodo specifico.




Naturalmente, lasciamo a Lido la strana farmacopea a base di fegato di avvoltoio arrosto al miele e cuore di avvoltoio essiccato e ridotto in polvere, di cui ci garantisce l'efficacia.

Ma quando si vanta di averla presa in prestito da una lettera indirizzata a Κλαύδιος Καίσαρ da Areta, filarca degli Arabi, siamo costretti a riconoscere la verosimiglianza e l'attendibilità delle sue informazioni.

Conosciamo diversi “Caid” arabi di nome Areta: l'Άρέτας ὁ των Άράβων τύραννος

Areta, il tiranno degli arabi


di cui si parla nel libro II dei Maccabei e presso il quale, nel 169 a.C., il sommo sacerdote di Gerusalemme, Giasone, aveva sperato di trovare un rifugio che gli mancò [1]; l'Άretas ὁ Άράβων βασιλεύς che Giuseppe Flavio ci mostra fallire, nel 96 a.C., nel suo progetto di liberare Gaza allora assediata da Alessandro Janneo [2];

l'Areta le cui monete ripetono questo titolo di Βασιλεύς e che combatté contro Pompeo e i suoi luogotenenti nel 62 a.C. [3]. Ma sotto l'Impero, solo uno è rimasto nella memoria: Areta IV, che governò i Nabatei a partire dal 9 a.C. e le cui monete si fermano qui al quarantottesimo anno

[1] Macc.,II, 5, 8. Cfr. P.-W., II, c. 673.



[2] Giuseppe Flavio, Ant, XIII, 360 et suiv. Cfr. P.-W., ibid.
[3] Giuseppe Flavio, Bell. lud., I, 8, 1. Cfr. P.-W., II, c. 674.






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del suo regno, ovvero nel 39 d.C.[1]. Era da lui che dipendeva Damasco, quando San Paolo dovette fuggire da quella città [2], probabilmente alla fine del 39. È possibile che il suo governo sia proseguito ancora per qualche tempo, oltre il 25 gennaio del 41, dies imperii di Claudio; è possibile che quest'ultimo non abbia aspettato di diventare imperatore per migliorare una salute che era stata precaria soprattutto durante la sua giovinezza:

per omne fere pueritiae atque adulescentiae tempiis variis et tenacibus morbis conflictatus est [3].

Per quasi tutta la sua infanzia e adolescenza, ha lottato contro varie e persistenti malattie [3].

Sebbene né Svetonio né Dione Cassio descrivano Claudio come epilettico, ne tracciano un ritratto che non è molto migliore.

Era affetto da un tremore perpetuo alla testa e alle mani: το δε δή σώμα νοσώδης ώστε και ταἷς κεφαλή και ταΐς χέρσιν ὑποτρέμειν [4];

E il corpo è così malaticcio che tremano sia la testa che le mani.


e, nell'imperatore che era diventato, la bocca sbavante, le narici umide, il balbettio e un'agitazione incontrollabile non cessavano di denunciare la deplorevole debolezza nervosa di un anormale:

risus indecens, ira turpior, spumante rictu, umentibus naribus, praeterea linguae titubantia, caputque eum semper tum in quantulocumque actu rei maxime tremulum [5].

La sua risata era indecente, la sua rabbia più vergognosa, il suo sorriso schiumante, le sue narici umide, anche la sua lingua tremava e la sua testa tremava sempre molto, anche al più piccolo atto di fare qualcosa [5].




È del tutto plausibile che Claudio, con quella curiosità erudita che è uno dei tratti simpatici del suo carattere, abbia cercato sollievo ai suoi mali proprio presso gli Arabi. È certo, in ogni caso, che tra lui e Areta non mancavano gli intermediari, poiché Areta era il suocero del tetrarca Antipa [6] e nessuno ignora i rapporti di intima fiducia che legavano Claudio, prima e dopo la sua ascesa al trono, ai principi della dinastia ebraica di Erode [7]. Le coincidenze ci impediscono di respingere, come apocrifo,

[1] Cfr. Wilcken, s. v. Aretas, P.-W., II, c. 674.

[2] II Cor., 11, 32.

[3] Svet., Claud., 2.

[4] Cass. Dio, LX, 2, 2.

[5] Svet., Claud., 30.

[6] Clermont-Ganneau, Rec. Arch, or., II, p. 378.

[7] Groag, s. v. Claudius, P.W., III, c. 2783.





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l'insignificante nota di Lido. Quest'ultimo ci ha tramandato il ricordo di un piccolo fatto che le fonti a noi pervenute tacciono, ma che egli non ha inventato; e il Κλαύδιος Καίσαρ a cui lo riferisce è sicuramente Ti. Claudio Nerone.
Se ora rileggiamo le poche righe di Lido sull'ἐορτή del 22 marzo, ci rendiamo conto che il Κλαύδιος ὁ βασιλεὺς che menzionano coincide con questo imperatore.

Lido lo indica chiaramente con le parole che accompagnano, come una scheda segnaletica, l'autore della riforma cultuale che ha appena registrato:

μητέρα τὸν ἑαυτῆς παῖδα ἀρνουμένην κελεῦσαι ὡσανεὶ ξένην γαμηϑῆναι αὐτῷ, τὴν δὲ ἀπειποῦσαν κρῖναι μητέρα. (Lydus, De Mensibus, IV, 59, p. 113 Wuensch).

La madre del proprio figlio, rifiutandosi di mendicare come se fosse un'estranea, venne giudicata dalla madre.

Il tratto è sorprendente e senza replica. Se, infatti, Claudio non è stato l'uomo giusto che Lido qui elogia, è stato, per così dire, il giudice fatto uomo, in cui la passione per il tribunale si trasformava in mania. Svetonio, che insiste su questo aspetto del suo carattere, ha notato con compiacenza la leggerezza e la solidità alternata della sua giurisprudenza.

Ma quale esempio, tra gli altri, ci fornisce lo storico dei Dodici Cesari della sua pertinenza? Proprio la stessa narrata da Lido e che, raffigurando Claudio come una specie di Salomone gioioso, lo pone di fronte a una difficoltà di attribuzione dei figli, più o meno analoga a quella che la Bibbia pone al re di Gerusalemme, e gliela fa risolvere con un trucco comico, costringendo una madre a riconoscere il figlio che rifiuta di sposare:

feminam non agnoscentem filium suum, dubia utrimque argumentorum fine, ad confessionem compulit indicto matrimonio iuvenis [l].

Il giovane costrinse la donna, che non riconosceva il figlio, a confessare, dopo aver annunciato il matrimonio, mettendo in dubbio la validità delle argomentazioni di entrambe le parti.



Dal confronto tra i due testi emerge, riabilitata, la cultura di Lido. Questo compilatore era uno spirito povero, fantasioso e ottuso, invaso da pregiudizi inetti e curiosità ridicole.

[1] Svet., Claud., Ι5.




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ma possedeva un'eccellente biblioteca che abbiamo perso; e se non avessimo altre testimonianze che ci permettono di riferire a Ti. Claudio Nerone l'inserimento delle feste di Attis nel calendario romano, non avremmo più diritto di mettere in dubbio l'affermazione di Lido su questo punto, così come non siamo autorizzati a scartare gli aneddoti che ci racconta di sfuggita sulla lettera di Areta a Claudio, o sul modo ingegnoso con cui Claudio un giorno si è comportato per confondere una matrigna.

A maggior ragione, siamo tenuti a credere a Lido, quando numerose testimonianze del culto romano di Attis sono state rinvenute in epoche non solo precedenti ai regni di Antonino e Marco Aurelio, ai quali Wissowa attribuisce l'inizio a Roma delle feste metroache del mese di marzo, ma anche così vicine al principato di Claudio che l'indicazione del De Mensibus, a priori inconfutabile, si troverà, in un certo senso, verificata dall'esperienza.


Certo – e Wissowa, fedele interprete di un materiale epigrafico che possiede e padroneggia magistralmente, non si è sbagliato - le iscrizioni metroache, da sole, non potrebbero condurci così in alto.

Si dividono essenzialmente in due gruppi: le iscrizioni relative ai dendrofori, i cui collegi religiosi erano necessariamente contemporanei al culto per il quale erano stati organizzati; le iscrizioni che commemorano il taurobolio, sacrificio la cui solenne offerta al Caianum, collocata dal calendario di Filocalo il 28 marzo, all'indomani della chiusura del ciclo festivo di Attis [1], ne presuppone l'istituzione.
Ora, bisogna ammettere che né le une né le altre compaiono prima del principato di Antonino Pio.

[1] Filocalo, ap. C. I. L., F, p. 260: V kal. apr., initium Caiani.


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Graillot, è vero, crede di intravedere il ricordo di un taurobolio in una dedica di Osilippo (Lisbona), datata al consolato di M. Atilio e Annio Gallo, nel 108 d.C. [1] Ma, oltre al fatto che proviene da una provincia lontana dell'Impero, il che ne indebolisce la portata, a mio avviso è ben lungi dal consentire una simile interpretazione.

Il testo recita: Matri De \ um Mag(nae) Ide \ ac Phry(giae) Fl(avia) Tyche cerno \ phor(a) per M(arcum) Iul(ium) Cass(ium) et Cass(ium) Sev(erum) [2].

Vedo la madre del grande Ide e del frigio Flavio Tiche come un foro attraverso Marco Giulio Cassio e Cassio Severo [2].

Poiché proviene da una cernofora e poiché il kernos, “piatto circolare che sostiene una serie di piccoli recipienti” [3], era utilizzato nei tauroboli, Graillot deduce che la dedica commemora un taurobolio. Dal fatto che Flavia Tyche non abbia consacrato personalmente la sua offerta e che spesso i tauroboli venissero celebrati per procura, Graillot trae una presunzione ancora più forte

. Ma l'indizio è debole e la presunzione si ritorce contro la tesi. Innanzitutto, il kernos non ha nulla di specificamente taurobolico. Accessorio banale di tutti i culti, lo ritroviamo nei misteri di Eleusi, nei riti egizi, nella religione punica [4].

Nel culto metroaco, svolgeva funzioni troppo numerose e diverse perché possiamo concludere che il suo impiego fosse legato alla realtà di un taurobolio. Svolgeva un ruolo in tutte le processioni, in tutte le danze sacre in cui le ragazze lo tenevano in mano o lo portavano sulla testa. Secondo la definizione dello scoliasta, la cernofora è la sacerdotessa incaricata del piatto su cui di solito si collocano, non le vires del toro sgozzato, ma le lampade dove brilla la fiamma mistica [5]. Per quanto riguarda gli intermediari a cui Flavia Tyche si è affidata,

[1] Graillot, op. cit., p. 159.

[2] C. 1. L., II, 179.

[3] Graillot, op. cit., p. 178.

[4] Ibid., p. 178-179.

[5] Ibid., p. 253, n. 5.



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sarebbe contrario a tutti gli esempi che gli avrebbero prestato i loro buoni uffici per un taurobolio: questa forma di sacrificio richiede, di solito, un solo officiante: o il mistico stesso, o il sacerdote a cui il mistico si è rivolto e che ha la qualità di comunicare ai semplici fedeli le virtù inerenti a questo ripugnante battesimo: ma nella fossa dove si riversa a fiotti il sangue del toro, non vediamo mai scendere più di un taurobolato alla volta [1].

Flavia Tyche non ha necessariamente subito il taurobolio perché era cernofora; e se mai vi si è esposta, non è stato certamente per intermediazione dei due personaggi citati nella sua iscrizione e ai quali, con ogni probabilità, aveva semplicemente affidato il compito di erigere il piccolo monumento che ci ha conservato il suo nome. In qualunque modo la si guardi, non c'è davvero nulla da fare con la dedica di Lisbona.


Cumont, che giustamente disdegna di ricorrervi, ha citato a suo favore un'iscrizione di Pozzuoli del 134 d.C. che ricorda il secondo taurobolio di cui beneficiò quell'anno una certa Erennia Fortunata [2]. Ma non è ad Attis né alla Grande Madre che fu offerto questo sacrificio, bensì a Venere Celeste; non credo che si possa fare riferimento, per risolvere il problema che ci occupa, a un testo che non lo riguarda direttamente; e, dopo il 134, con le dediche tauroboliche, ritroviamo gli stessi esempi di cui si è avvalso Wissowa e che, provenienti da Lione e da Lectoure, risalgono al 160 e, gli altri, a qualche anno dopo [3].

Non saremo molto più soddisfatti con i dendrofori, che iniziano ad apparire nell'orizzonte epigrafico solo con le iscrizioni di Ostia, sotto Antonino Pio [4].

[1] Cfr. le iscrizioni raccolte da Graillot, op. cit.; pp. 159 e 160 e la descrizione, così precisa, di Prudence, Peristeph., X, 1016-1020.

[2] C. I. L., X, 1596 ; cfr. Cumont, s. v. Criobolium, in P.- ÎV., IV, c. 1719.

[3] C. I. L., XIII, 520 e 1751.

[4] C. 1. L., XIV, 97, 07, 33 t 280.


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In precedenza, Graillot aveva citato un'iscrizione romana pubblicata nella raccolta di Orelli e Henzen e riprodotta nel bellissimo libro di Waltzing su Les corporations professionnelles de l’Empire romain:

Dis manibus \ Eutycheti Caes(aris) n(ostri) \ liberto, qui reliquit | collegio suo dendroph(orum) \ (sestertium mille) n(ummum) ut ex reditu \ omnibus annis ei parentent \ cum rep(ublica) colleg(ii) dendroph(orum) \ aere collato bene \ merenti \ Sura et Senecione) co(n)s(ulibus) (Orelli, 4412 ; Waltzing, 1377).

Nelle mani del nostro Cesare Eutiche, liberto, che lasciò mille sesterzi ai suoi dendrofili, affinché fossero i suoi genitori per tutti i loro anni, insieme ai dendrofili repubblicani, che avevano donato una grande somma di denaro ai benemeriti consigli di Sura e Senecione (Orelli, 4412; Waltzing, 1377).


Il consolato di L. Licinio Sura e Q. Sosio Senecio risale al 107; e questo testo sarebbe conclusivo, se fosse autentico. Purtroppo, lo conosciamo solo attraverso una copia di Gori [1], e sia le singolarità della sua redazione che la stranezza dei suoi acronimi [2] e la cifra ridicola della sua donazione giustificano gli editori del Corpus per non averlo accolto e Dessau di averlo formalmente accusato di falso [3].

Cumont, che ha avuto cura di tralasciarlo nel suo notevole articolo sui Dendrofori, nella Realencyclopaedie di Pauly-Wiesowa, ha tuttavia ritenuto di poter ricondurre al I secolo, prima al 79 e poi al 97, i riferimenti relativi all'attività di questa corporazione metroaca.


Il fatto è che un'iscrizione di Reggio Calabria, datata al 5 delle idi di aprile del nono consolato di Vespasiano e dell'ottavo di Tito, recava inciso " ob munificentiam earum \ quae dendrophoros \ honoraverunt " [4]

per la generosità di coloro che hanno onorato i dendrofori

, e ne consegue che Rhegium, già nel 79 d.C., possedeva un collegio di dendrophores; ma, sebbene condivida l'opinione di Cumont, che deve trattarsi dei dendrofori di

[1] Con questa indicazione: Roraae in vinea Iohannis Bancherii; cfr. Gori, Symbolae litterariae, Oecas Romana, IX, p. 232 (Rome, 1754).

[2] Rep. = republica.

[3] Ap. Wissowa, op. cit., p. 322, n. S.

[4] C. I. L., X, 7.




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Cibele e Attis, e che il loro riconoscimento ufficiale nell'estremità meridionale dell'Italia implichi il loro riconoscimento a Roma, posso solo avanzare una doppia ipotesi.

Allo stesso modo, l'altro testo, citato da Cumont, che risale al 97 e fu scoperto nella periferia di Roma «in vinea Bonelli», vicino alla porta Portese, consiste in una dedica a Silvano D. . . . dai cultores Silvani D [1],

interessa i dendrofori solo se, rispetto alle dediche sicuramente posteriori [2] e rinvenute nella Basilica Hilariana sul Celio, si ammette in anticipo che il nome del Silvano a cui è dedicata debba essere restituito in Silvanus Dendrophorus e, inoltre, che i cultores che l'hanno redatta siano dendrofori, cosa che, temo, non è né dimostrata né dimostrabile, o, almeno, che intrattengano stretti rapporti con i dendrofori, cosa che è lecito ipotizzare, ma che acquista consistenza solo nella misura in cui la costituzione a Roma, e prima del 97, di un collegio metroaco dei dendrofori, è stata dimostrata altrove.


A maggior ragione, occorre formulare identiche riserve nei confronti della sottile e forte dimostrazione con cui Graillot ha cercato di ricavare da un'iscrizione romana datata 206 la prova indiretta che fu sotto Claudio, e verosimilmente per suo intervento, che il collegio dei dendrofori fu riconosciuto dal Senato come associazione legalmente autorizzata.

In quell'anno 206, il collegio dei dendrofori di Roma, quibus ex s. c. coire licet, ricevette da un certo Ti. Claudio Cresimo, "ob hon(orem) quinquennalitatis", una somma di 10.000 sesterzi il cui reddito sarebbe stato ripartito ogni anno tra i suoi membri, nel giorno dell'anniversario della sua fondazione, il 1° agosto [3].

[1] C. I. L., VI, 642.

[2] Cfr. C. I. L., VI, 641 e 30973. Graillot data la basilica Hilariana al regno di Adriano {op. cii., p. 149); cfr. Huelsen, Rom. Mitt, VI, 1891, p. 110.

[3] C.I. L., VI, 29691.


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Ma fu proprio un 1° agosto — il 1° agosto del 10 a.C. — che Claudio nacque a Lione [1]. Non è certo il caso che ha fatto coincidere i due natalicia, quello del collegio e quello dell'Imperatore, ma piuttosto un'armonia prestabilita dalla benevolenza di Claudio nei confronti di questi dendrofori, ai quali ha conferito l'esistenza corporativa, e la gratitudine del collegio che Claudio ha fondato [2].

Ma questa deduzione, alla quale aderisco senza riserve, è valida solo se si è già convinti dell'organizzazione claudiana del collegio dei dendrofori. Quindi, se non avessimo accettato preventivamente la storicità del testo di Lido, tutte queste osservazioni, per quanto acute, tutti questi parallelismi, per quanto penetranti, perderebbero ogni valore probatorio contro le statistiche epigrafiche di Wissowa.

Certamente, queste non possono essergli contestate, poiché è un errore comune, ma certo, trarre conclusioni dai primi esempi che abbiamo del funzionamento di un'istituzione alla data stessa di tale istituzione.;

e, tutto sommato, non è più straordinario aprire tra la creazione dei dendrofori, che Lido attribuisce a Claudio, e i primi ricordi che i dendrofori ci hanno lasciato sotto Antonino Pio, un intervallo di un secolo, che constatare quasi un secolo e mezzo di distanza tra l'ultima menzione che l'epigrafia ci ha fornito della loro attività, nel 288 d.C. [3], e la costituzione imperiale che li ha definitivamente soppressi nel 415 [4]. D'altra parte, però, sarebbe illusorio


[1] C. I. L., I2, p. 240 et 248 ; Svet., Claud., 2, 10 etc.

[2] Graillot, op. cit., p. 143. Dopo molte ricerche, ho trovato solo un'iscrizione che, a rigor di termini, potrebbe attestare la celebrazione del culto di Attis a Roma fin dall'epoca flaviana: si tratta dell'epitaffio metrico C. I. L., VI, 10098 (Buecheler, 1110), che inizia con il verso Qui colitis Cybelea et qui Phryga plangitis Attia e termina con un appello a Domitilla. Ma bisognerebbe essere sicuri dell'identità di quest'ultima e del significato stesso della poesia.

[3] C. I. L., VIII, 8457.

[4] Cod. Teod., XVI, 10, 20, 2.


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cercare nelle iscrizioni precedenti alle statistiche di Wissowa una testimonianza a favore di Lido e una prova della veridicità presupposta dalle interpretazioni con cui ci si compiace di dimostrarla. In sintesi, l'epigrafia, lasciata a se stessa, rimane neutrale al dibattito, e spetta alle fonti letterarie fornirci le conferme che ci mancano. Nel capitolo 33 delle Taktika di Arriano si legge un meritato elogio della capacità di adattamento dei Romani, che non esitarono a prendere in prestito dai Barbari sia le armi che i metodi di combattimento che ritenevano utili.

A rischio di apparire tributari dei popoli che avevano sottomesso, Iberi o Galli, assimilarono dalla loro scuola nuovi mezzi per vincere. Tale era, aggiunge Arriano, il loro amore appassionato per la patria che ne prendevano il bene ovunque credessero di scoprirlo e attiravano sulla città la protezione delle divinità straniere. Tra gli altri riti, compivano quelli della religione frigia —

δρᾶται δέ εστίν ἄ καὶ Φρυγία.

È attivo anche in Frigia.



A Roma non solo si venera la dea di Pessinunte, ma si piange la passione di Attis secondo l'usanza asiatica:

καὶ γαρ ἡ Ῥέα αύτοϊς ή Φρυγία τιμᾶται εκ Πεσσινουτος έλθοΰσα καὶ τὸ πέντος Άττῃ Φρύγιον ἐν Ῥώμε πεντεῖται (Arriano, Taktika, 33, 4).

E per Rea stessa, Frigia, è onorata, proveniente da Pessinouto, e il quinto Attis Frigio è celebrato a Roma (Arriano, Taktika, 33, 4).

Arriano era quindi a conoscenza della celebrazione pubblica del Sanguis a Roma il 24 marzo. Ne parla al presente, tra un'allusione ai culti greci e un'altra alla legislazione delle XII tavole, come di un'usanza abituale e da tempo radicata nei costumi [1]. Ora, Arriano compose il suo trattato nel

[1] Cfr. Graillot, op. cit., p. 137: «Nel 137, anno che precedette la morte del principe, il lutto per Attis e il bagno di Cibele erano già considerati grandi feste romane». In realtà, il testo di Arriano indica più l'antichità che l'importanza del culto di Attis.


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ventesimo anno del regno di Adriano [1].

Nel 136-137, quindi, le feste del mese di marzo erano un'usanza già antica;

e l'introduzione ufficiale del culto di Attis a Roma è così rinviata a diverse generazioni prima. Il racconto di Svetonio sulla fretta con cui, nel marzo del 69, Otone affrettò la sua partenza da Roma per quella campagna di Bedriaco contro i vitelliani che gli sarebbe stata fatale, ci costringe infatti a risalire alla dinastia giulio-claudia. Ecco la frase principale:

Expeditionem autem impigre atque etiam praepropere inchoavit (Otho), nulla ne réligionum cura, sed et motis necdum conditis ancilibus (quod antiquitus infaustum habetur) et die quo cultures deum Matris lamentari et plangere incipiunt (Svet., Otho, 8) [2].

Ma egli iniziò la spedizione energicamente e perfino frettolosamente (Otone), non curandosi delle religioni, ma anche dei movimenti degli schiavi non ancora nati (cosa che era considerata infausta nell'antichità) e del giorno in cui i culti cominciano a lamentarsi e a piangere la Dea Madre (Svet., Otone, 8) [2].



Nella mente dei suoi contemporanei, Otone si espose all'ira divina per la sua sacrilega negligenza: nulla ne religionum cura. Il plurale religionum, usato da Svetonio, è significativo. Infatti, Otone tradì due religioni contemporaneamente:

ha tradito la religione di Marte, quando l'imperatore non si è preoccupato di portare a termine il rito, obbligatorio in ogni stagione per il generale che si reca alle armate, imposto ogni anno, al di fuori di ogni spedizione militare, dal ritorno, tra gli Equirria del 27 febbraio e del 14 marzo, del Quinquatrus del 19 marzo e del Tubilustrium del 23 marzo,

grandi feste dedicate al dio della guerra, e che consiste non solo nel portare solennemente gli scudi sacri da un altare all'altro — ancilia movere — ma anche nel riportarli con devozione nel loro tempio della regia — ancilia condere [3]. E, allo stesso modo, Otone ha tradito

[1] Arriano, Taktiha, ch. 44; e, su questo passaggio, e sulla composizione di questo trattato in generale, cfr. Wilhelm Christ, Geschichte der Gr. Literature, p. 672.

[2] Testo citato ma non utilizzato in questo senso, da Hepding,op. cit., p. 151.

[3] Cfr. Wissowa, op. cit., p. 144 e Habel, s. v. ancilia, in P.-W., I, c. 2113.


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la religione della Grande Madre quando, ignorando il carattere nefasto del Sanguis, scelse il 24 marzo, il lugubre giorno della morte di Attis, per uscire dalla città [1]. È evidente che agli occhi dei sudditi di Otone, così come secondo l'opinione di Svetonio, entrambi i riti erano ugualmente prescritti dalla religione di Stato. Quello relativo agli scudi di Marte ne faceva parte fin da tempi antichissimi. — quod antiquitus infaustum habetur.

il che era considerato infausto nei tempi antichi

Quello che imponeva il culto metroaco non poteva vantare una tradizione altrettanto antica: alla luce della riflessione precedente, il silenzio che Svetonio osserva al riguardo assume tutto il suo significato. Ma è chiaro che nel 69 la religione di Attis aveva già avuto il tempo di imporsi su un'opinione pubblica che si impressionava e tremava al solo pensiero di vederla trasgredita.


Dobbiamo solo cercare: da quando?

Due indicazioni preziose e concordanti ci vengono fornite da Dionigi di Alicarnasso e da Ovidio. Nelle sue Antichità romane pubblicate nel 7 a.C. [2],

Dionigi manifesta la sua ammirazione per la calma e solenne devozione del popolo romano, capace di dedicare alla Grande Madre degli Dei un culto che esclude le pratiche orgiastiche dei Frigi [3].

D'altra parte, nei suoi Fasti pubblicati all'indomani della morte del poeta, nel 18 d.C. [4], Ovidio, che descrive nel libro IV le feste di Cibele del mese di aprile, non fa alcun riferimento nel libro III alle feste di Attis del mese di marzo. È quindi certo,


[1] Sulla base di un passaggio di Tacito, Hist, I, 90, talvolta si fissa al 14 marzo la partenza di Otone per l'esercito. Ma la testimonianza di Svetonio è formale e precisa, confermata dal raffronto, sul calendario, tra il tubilustrium e il sanguis — perfettamente conciliabile con l'informazione di Tacito che gli si oppone e che riguarda, non l'effettiva partenza di Otone, ma l'annuncio che egli ne fece — pridie idus martias — al Senato e al popolo. Cfr. inoltre la testimonianza concordante fornita altrove, Hist., I, 89:

fuere qui Othoni moras religionemque nondum conditorum ancilium adferrent.

C'erano coloro che portarono a Ottone ritardi e l'istituzione di una religione che non era ancora stata stabilita.



[2] Cfr. Radennacher, s. v. .Dionysios, in P.-TF., V, c. 234.

[3] Den. Hal., Ant. rom., II, 19; cfr. Graillot, op. cit., p. 113.

[4] Cfr. Schanz, Gesch. der röm. Lit?, II, 1, p. 213.




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come oggi tutti concordano, che la riforma religiosa che aveva lo scopo di introdurre ufficialmente il ciclo di Attis nel calendario romano, posteriore in ogni caso al principato di Augusto, non era ancora stata realizzata all'inizio del regno di Tiberio;

e il problema cronologico che ci proponiamo di chiarire si colloca interamente tra questi due termini: un terminus a quo determinato dal silenzio dei Fasti, nel 18 d.C.; e il terminus ad quem che abbiamo ricavato dal passo sopra citato di Svetonio, nel 69 d.C.


Tuttavia, un esame più attento dei versi di Ovidio ci consentirà di restringere ulteriormente questo intervallo cronologico. Per Ovidio, infatti, la lavatio della Magna Mater inaugura le Megalensia e viene celebrata nell'anniversario del suo trasferimento da Ostia a Roma nel 204 e del suo primo bagno sacro nelle acque dell'Almo, il 4 aprile [1].

Per Arriano, al contrario, e proprio nel capitolo che abbiamo citato in precedenza, il rito della lavatio conclude il ciclo delle feste di Attis:

τὸ λοῦτρον ή Ῥέα ἀφ’ου τοῦ πένθους λὴγει Φρυγῶν νομῶ λοῦται [2];

Il bagno di Rea, dopo la fine del lutto, viene effettuato secondo la legge frigia.

C'erano coloro che portarono a Ottone ritardi e l'istituzione di una religione che non era ancora stata stabilita.



ovvero, secondo le informazioni che dobbiamo ad altri autori, il sei delle calende di aprile — diem sextum Kalendas apriles [3] — il 27 marzo, di conseguenza. Ma c'è qualcosa di meglio della testimonianza di Arriano, contemporaneo dell'imperatore Adriano: il calendario rustico chiamato Menologium Colotianum [4], inciso verso la metà del I secolo d.C. [5], fissa già la lavatio al 27 marzo [6]. Poiché non vi è dubbio che il cambiamento della data della lavatio sia derivato dalla riforma del culto frigio, e che abbia accompagnato


[1] Ον., Fast., IV, 337 e seg.

[2] Arriano, Taktika, 33, 4.

[3] Cfr. Amm. Marc, XXIII, 3, 7 ; Vibius Sequester, De Flum., Geogr. Lat. min., ed. Riese, p. 146.

[4] C. I. L., VI, 2305 (oggi al Museo di Napoli).

[5] Huebner, Exempla, p. 342, n° 979 : saeculi primi circiter medii.

[6] Cfr. le Menologium Vallense, oggi scomparso, C. I. L., VI, 2306.


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l'istituzione del ciclo festivo in onore di Attis, per designarne l'autore, tra il 18 e il 50 d.C., non possiamo che scegliere tra Tiberio (14-37), Caligola (3,7-41) e Claudio (41-54). Tiberio è fuori discussione: si è occupato delle religioni straniere solo per perseguitarle [1] . Anche l'intervento di Caligola è improbabile: nel suo breve regno, si è interessato solo a Iside e ai riti egizi [2] . Rimane Claudio, al quale un ultimo testo ci riporterà necessariamente.

Si tratta di un modesto paragrafo della raccolta giuridica scoperta nel 1821 dal cardinale Angelo Mai in un manoscritto palinsesto della Biblioteca Vaticana [3], noto ai giuristi con il nome di Frammenti Vaticani.

Non ne conosciamo né il titolo originale né l'autore. Ma poiché la costituzione più recente a cui fa riferimento risale al 372, deve essere stata redatta nell'ultimo quarto del IV secolo. Sotto la voce De excusatione, raggruppa tutti i casi di esenzione dalla tutela che ha raccolto nelle leggi, nei rescritti e nei trattati precedenti. Molti di questi precedenti sono da essa attribuiti ad Adriano [4], alcuni altri ad Augusto [5].

Al paragrafo 148, senza datarlo, enuncia un caso singolare di esenzione che riguarda l'esercizio del culto metroaco: allo stesso modo, dice, è esentato dalla tutela chi, nel Porto, e per ordine profetico dell'archigallo, avrà sacrificato per la salvezza dell'imperatore:

Item is qui in Portu pro salute imperatoris sacrum facit ex vaticinatione archigalli excusatur.

Allo stesso modo, chi compie un rituale a Porto per la salute dell'imperatore è scusato dalla profezia dell'arcigallo.

Con la sua consueta perspicacia, Cumont ha immediatamente compreso l'importanza e il significato di questa disposizione [6]. Il sacrum a cui essa

[1] Cfr. Bouché-Leclercq, L'intolérance religieuse et la politique, Paris, 1911, p. 77.

[2] Cfr. ibid., p. 88.

[3] Sotto una copia delle Collationes Aegypti anachoretarum di Cassiano.

[4] Cfr. § 141 et passim.

[5] Cfr. § 158 et passim.

[6] Cumont, s. v. Dendrophori, in P.-W., V, c. 219.



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fa riferimento consiste nel sacrificio taurobolico. L'excusatio di cui gode chi lo ha offerto conferisce ovviamente al taurobolio un carattere ufficiale; ma questo privilegio è acquisito solo a una doppia condizione: il taurobolio deve essere stato consumato pro salute imperatori; deve essere stato prescritto dall'archigallo;

e queste due riserve sono sufficienti a mettere in luce l'ammirevole prudenza degli imperatori: acconsentono a introdurre il rito della religione di Attis, così contrario alla severa decenza del mos maiorum; allo stesso tempo, si sforzano di prevenirne l'abuso e di legarne l'adempimento alla devozione richiesta dalla loro stessa divinità.

Ma, a mio avviso, il testo suggerisce una terza restrizione la cui portata è forse ancora maggiore: il sacrum da cui deriva l’excusatio non può essere offerto ovunque; la celebrazione è legata a un territorio strettamente definito; è valida solo in Portu.


La vitalità della religione di Cibele e Attis, a Ostia e al Porto, è attestata da troppi monumenti [1] perché una simile collocazione del taurobolio possa sorprenderci. Ma essa non può, da sola, rendere conto del monopolio di fatto che ancora sussisteva nel periodo tardo in cui fu elaborata la compilazione giuridica che ne ha conservato traccia.

Credo sia impossibile non riconoscere in questo, e in un secolo in cui il taurobolio era comunemente praticato nella stessa Roma, nell'apposito santuario del Caianum, la sopravvivenza di una situazione precedente e diversa.

Così come Roma aveva iniziato a nazionalizzare l'Idaica senza comprendere Attis nelle sue lettere di naturalizzazione, allo stesso modo dovette iniziare ad accogliere Attis all'interno delle sue mura senza aprirle ai riti di Attis che le ispiravano più repulsione.

E nel momento in cui rese pubbliche le feste del dio e stabilì il cerimoniale della loro manifestazione pubblica, forse ne escluse temporaneamente il taurobolio; lo avrebbe

[1] Cfr. C. I. X., XIV, 35, 37, 38, 324 ecc.


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riconosciuto solo dove lo aveva incoraggiato, nella sua periferia, al Portus. Questa conclusione si delinea già nello studio di un calendario in cui l’initium Caiani, il 28 marzo, si giustappone e si aggiunge al programma ciclico delle feste del mese di marzo, invece di incorporarsi in esso [1]. Ora si rende più precisa grazie alla prescrizione contenuta nei Frammenti del Vaticano. L'imperatore che ha introdotto il culto di Attis nella città è lo stesso che ha trattenuto il taurobolio alle porte della città: in Portu. E questo imperatore, lo vedremo, non può che essere Ti. Claudio Nerone.

Oggi nessuno pensa di contestare a Claudio la sua sollecitudine per l'annona del popolo romano [2], l'interesse che ha dimostrato per lo sviluppo di Ostia [3], e infine l'onore di aver realizzato, a nord del Tevere, la grandiosa creazione di un porto, le cui difficoltà, diventate proverbiali [4], avevano scoraggiato i più illustri dei suoi predecessori [5]. E da questa attività deriva già la presunzione che i privilegi legati al suolo ostiense fossero una concessione di Claudio, ma gli stessi termini che leggiamo nei Frammenti del Vaticano ne forniscono una prova decisiva.

In effetti, la locuzione in Portu che usano, porta l'impronta di questo regno e del suo tempo, a esclusione di altri. Nel IV secolo, secolo in cui si svilupparono, il Porto spezzò i legami che, fin dalla sua fondazione, ne avevano legato il destino a quello della colonia di Ostia; divenuto autonomo, si autodefinisce orgogliosamente Porto di Roma: Portus Romanus [6]. In precedenza,

[1] Cfr. supra, p. 144.

[2] Cfr. Svet., Claud., 18, 19; Tac, Ann., XII, 43.

[3] Cfr. J. Carcopino, Les inscriptions gamaliennes, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 1911, p. 209.

[4] Quintiano, Inst. or., III, 8, 16.
[5] Cesarer, forse ? (Cfr. Plut., Caes., 58); Augusto, certamente: cfr. N ultima istanza, J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, p. 738 et suiv.

[6] Chronogr. ann. 354, p. 646 Mommsen ; Hieron. Ep., LXVI, 11; LXXVII, etc. Cfr. Dessau, C. I. L., XIV, p. 7, n. 1 e 2.


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il porto, per volontà di Nerone, desideroso di privare la memoria del padre adottivo del giusto omaggio che gli spettava, aveva ricevuto e continuato a portare [1] il nome di Portus Augusti, in ricordo dei progetti che Augusto aveva realizzato e che Claudio ebbe il merito di riprendere e portare a termine [2].

Ma, sotto il regno di Claudio, bastava una sola parola per designare l'opera alla quale il Principe aveva dedicato le sue risorse e il suo lavoro: Era il porto per eccellenza, il porto κατ' ἐξοχήν: Portus. È proprio il porto, secondo la testimonianza di Svetonio, che Claudio fece costruire a Ostia: Portum Ostiae extruxit [3].

È dal Porto, senz’altro, che tutte le corporazioni istituite all'inizio per il suo servizio hanno preso il nome:

le fabri navales Port(uenses) [4], i pelliones Port(uenses) [5], i pistores Port(uenses) [6].

i costruttori navali di Portu[uenses] [4], i carpentieri navali di Portu[uenses] [5], i fornai di Portu[uenses] [6].



Infine, è il Porto, senz’altro, che figura sulla magnifica iscrizione, magnifica per la bellezza della sua incisione e la sovrana pienezza della sua redazione imperiale, che i visitatori del Lago Traiano ammirano oggi passando sulla via Portuense:

Ti(berius) Claudius, Drusi f'(ilius) Caesar | . . . fossis ductis a Tiberi operis Portu[s] caussa emissisque in mare Urbem | inundationis periculo liberavit [7].

Tiberio Claudio, figlio di Druso Cesare | . . . scavando fossi dal Tevere per i lavori della causa Portu[uenses] e riversandoli in mare | liberò la città dal pericolo di inondazioni [7].


Scrivendo, a sua volta, semplicemente “il Porto”, l'autore dei Frammenti del Vaticano ha usato il linguaggio che era ufficiale sotto Claudio e cadde in disuso subito dopo la morte di Claudio, e l'excusatio giuridica che ci ha trasmesso più di trecento anni dopo deriva, testualmente, dal diritto promulgato da Claudio.

[1] Nel II secolo troviamo l'aggiunta et Traiani (C. I. L., XIV, 408).

[2] Cfr. su questa denominazione e sulla sua storia, J. Carcopino, Virgile et les origines d'Ostie, p. 742-743.


[3] Svet., Claud., 20.

[4] C. I. L ., XIV, 169.

[5] Ibid., 277.

[6] Ibid., 374.

[7] Ibid., 85 L'iscrizione è datata al 46.




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Torniamo così al nostro punto di partenza, dopo una digressione che non è stata priva di utilità. Infatti, non solo l'affermazione di Lido esce vittoriosa da tutte le obiezioni, ma i testi convergenti che la circondano consentono di apprezzare nella giusta misura la riforma religiosa che essa attribuisce in tutta verità a Ti. Claudio Nerone. Per la prima volta, Claudio inserì nel calendario della religione romana le feste di Attis.

Ma, così facendo, ebbe cura di attenuarne il carattere e, se così si può dire, di romanizzarne lo spirito: innanzitutto, spostando, per formare il nuovo ciclo, una cerimonia a cui il popolo romano era da tempo abituato, quella della lavatio, che anticipò dal 4 aprile al 27 marzo [1]

; e poi affidando questa celebrazione a una corporazione professionale appositamente convertita in corporazione religiosa, il collegio dei dendrofori [2] che dovette, per questo motivo, adottare Attis come patrono, ma che la fede in Attis non aveva accomunato, e non le impedì di datare il proprio natalicium, non dal rituale di cui era incaricata,

ma dal natalicium del suo imperiale fondatore, e dove i tiepidi e gli indifferenti potevano stare fianco a fianco con gli entusiasti, neutralizzando tanto quanto subendo il contagio del loro ardore;

infine, e soprattutto, respingendo fuori dal ciclo festivo e fino al Portus quel sacrificio del taurobolio che attirerà favori ai suoi officianti solo se lo offriranno in territorio ostiense, per ordine dell'archigallo e per la salvezza di Cesare [3].

Queste precauzioni, che la forza delle cose e il movimento delle anime renderanno presto superflue, fanno pensare che Claudio non abbia

[1] Cfr. supra, p. 152-153.

[2] Cfr. Lido. loc. cit., et supra, p. 137.

[3] Cfr. supra, p. 155.




159


limitato la sua azione a questo, e che forse essa si sia estesa alla riforma del sacerdozio metroaco. Ma questa è un'altra questione, che richiede, per la sua importanza e difficoltà, un esame approfondito.

In attesa che venga affrontata a sua volta, i risultati di questa prima indagine sono sufficienti a restituire a Claudio l'iniziativa che gli attribuiva Lido e che rivela, ancora una volta, l'audace saggezza e l'ampiezza calcolata della sua politica di assimilazione.



Roma, 19 maggio1923.

Jérôme Carcopino.





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