--------------------------
Occorre inoltre rilevare una vera e propria fantasia storica contenuta
nel Vangelo di Matteo,
la cui probabilità di rispondere al vero è zero virgola zero:
mi riferisco alla presenza delle guardie presso il sepolcro.
Unico tra i quattro (ma in compagnia degli apocrifi, tra cui il Vangelo di Pietro, il Vangelo di Nicodemo, il Vangelo di Gamaliele), Matteo sostiene che il giorno seguente alla morte di Gesù, il sabato di Pasqua, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei allo scopo di ottenere alcuni soldati da collocare di guardia al sepolcro, perché si erano ricordati di quanto in precedenza annunciato da Gesù.
Ecco le parole che le autorità ebraiche avrebbero rivolto a Pilato: Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti».
Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima (Mt 27,63-64). La risposta di Pilato non è del tutto chiara perché l'espressione greca messa sulla sua bocca dall'evangelista, «échete koustodían», può significare sia «avete la vostra guardia», quindi io non vi assegno i miei soldati, sia «vi è concessa una guardia», quindi eccovi i soldati richiesti.
Il dettaglio non è indifferente perché nel primo caso a sorvegliare la tomba di Gesù sarebbero state delle guardie ebree, nel secondo dei soldati romani... Rimane in ogni caso il punto che secondo Matteo le autorità ebraiche, o ricorrendo alle loro guardie, o avendo ottenuto alcuni soldati romani, «andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie» (Mt 27,66). Perché si tratta di un racconto del tutto inverosimile?
Per le incongruenze interne al testo e per alcune considerazioni sul rapporto tra questo brano e il resto del Nuovo Testamento. Quanto alle incongruenze, già il fatto che i farisei si accompagnino ai sadducei non è per nulla credibile; ancor meno lo è l'affermazione secondo cui essi conoscono il detto di Gesù sul suo risorgere il terzo giorno e lo interpretano esattamente, mentre i discepoli, che pure erano stati i diretti destinatari di quelle parole ben più di una volta nei cosiddetti «annunci della passione», non avevano capito nulla e si erano nascosti chissà dove, invece di attendere trepidanti la risurrezione del maestro accanto al sepolcro.
Ma ciò che risulta davvero incredibile nel racconto evangelico è che invece di osservare il riposo sabbatico, tanto più sacro in quel giorno perché si trattava del sabato di Pasqua, i capi dei sacerdoti e i farisei decidono di recarsi di persona da Pilato infrangendo pubblicamente quanto prescritto dalla Torah e rendendosi così impuri (secondo quanto la loro legge li portava a credere) per il contatto con i pagani.
E non è ancora tutto, perché, una volta ottenuti i soldati, essi si sarebbero addirittura recati di persona al sepolcro e avrebbero sigillato la tomba, facendo quanto un sacerdote e un fariseo avrebbero evitato in tutti i modi di fare per tutelare la loro purità rituale che, secondo la legge ebraica, sarebbe stata inevitabilmente compromessa dal solo entrare in un'area cimiteriale, e tanto più dal contatto fisico con la tomba di un trasgressore della legge.
Alla luce di tutto ciò, è evidente che tra questo passo evangelico e la verità storica intercorre una distanza incolmabile. Occorre poi considerare il fatto narrato da Matteo in relazione agli altri scritti neotestamentari, che lo ignorano completamente. Se fosse stato vero, sarebbe risultato talmente importante da rivelarsi risolutivo per provare la verità della risurrezione di Cristo: è quindi inimmaginabile che gli altri evangelisti, conoscendolo, lo abbiano tralasciato.
Se infatti le cose fossero andate come descrive Matteo, gli apostoli avrebbero avuto un elemento decisivo di fronte al sinedrio ebraico, quando, dopo la risurrezione, vennero più volte arrestati e convocati alla sua presenza e furono ammoniti di non annunciare più la risurrezione di Gesù. Pietro infatti avrebbe potuto fissare negli occhi il sommo sacerdote Caifa e dirgli più o meno così:
«Ma come, egregio sommo sacerdote? Non è forse andato Lei di persona, insieme a molti altri membri di questa nobile assemblea, farisei compresi, a chiedere a Pilato dei soldati per custodire quel sabato la tomba? Avendoli ottenuti, non è andato insieme a loro a ispezionare la tomba e a posizionare i soldati? E non ha ordinato loro di sigillare la tomba?
E non ha visto i soldati ritornare il giorno dopo pieni di paura? E adesso Lei, avendo visto tutto ciò, ci ordina di tacere? Noi non possiamo non proclamare ciò che Lei stesso sa in base a quanto le hanno riferito i soldati, cioè che il nostro Maestro non è più in quella tomba».
La realtà, però, è che né Pietro né nessun altro in tutto il Nuovo Testamento fece mai riferimento all'episodio riportato da Matteo, il quale appare definitivamente una palese invenzione.
Vito Mancuso
--------------------------
Nella Lettera agli ebrei, che dipende strettamente dal pensiero di Paolo, si legge, "Senza spargimento di sangue non esiste perdono". Gesù aveva sostenuto l'esatto contrario: che esiste perdono del tutto a prescindere dal sangue, e che perciò non è necessario nessun sacrificio cruento perché Dio è un padre disposto a perdonare chiunque gli si rivolga, come illustrò alla perfezione nella parabola tradizionalmente detta «del figliol prodigo» (cfr. Lc 15,11- 32) o in quella «<della pecora smarrita» (cfr. Mt 18,12-14).
Ben lontano dall'annunciare un Dio che per perdonare richiede il sangue di qualcuno, Gesù parlò di un Padre che si prende cura amorevolmente della vita in ogni sua forma, sia degli esseri umani sia degli altri viventi: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» (Mt 6,26). E ancora: «Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi?» (Mt 6,28-30). Di un Padre che descriveva così, e di cui diceva «è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda (Mt 18,14), Gesù poteva forse pensare che volesse la sua morte, inflitta per di più nella modalità straziante della crocifissione romana? Domanda retorica, la cui risposta è un evidentissimo no.
Perché allora l'autore della Lettera agli ebrei poté giungere ad affermare che «senza spargimento di sangue non esiste perdono»? Lo poté fare, anzi lo dovette fare, perché il sangue de facto era stato versato ed era quello di Gesù crocifisso su una croce romana, e occorreva trovare una teoria giustificativa. Tale teoria sulla necessità del sangue ai fini del perdono è uno dei punti che più nettamente differenzia gesuanesimo e cristianesimo.
Gesù infatti non voleva e non prevedeva di morire, pensava a Dio Padre come a colui che avrebbe fatto venire il suo regno («venga il tuo regno») e non come a colui che richiedeva il suo sacrificio sulla croce. Come ha scritto il biblista Xavier Léon-Dufour, padre gesuita: "È più sicuro ritenere che egli non abbia collocato la sua morte in una prospettiva sacrificale", Il che non toglie, naturalmente, che egli sia potuto gradualmente giungere a mettere in conto una morte violenta quale conseguenza della sua missione e che, ciononostante, abbia continuato a perseguirla senza fuggire.
Proprio questa è la prospettiva di Léon-Dufour, il quale, dopo aver detto che «abitualmente si proiettano su Gesù le interpretazioni posteriori della comunità primitiva, e persino quella di Paolo», aggiunge: «La morte non sembra essere stata da lui "voluta" e nemmeno "desiderata", però è guardata lucidamente come il cammino della fedeltà radicale».
Ma se questo è vero, occorre trarne le conseguenze anche dal punto di vista teologico perché in questo caso la salvezza non scaturisce più dalla morte redentrice e dal sangue, «versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28), ma è garantita dalla fedeltà alla propria missione profetica dimostrata da Gesù. Ciò che salva, in altri termini, non è il suo sacrificio, ma la libertà che si dona liberamente e consapevolmente; e non alla morte, ma all'azione per il bene e la giustizia.
Ne viene che tutto il mito cristiano allestito da Paolo che considera Gesù «strumento di espiazione», che ha portato l'evangelista Giovanni a definirlo «agnello» e la liturgia cattolica "vittima immolata", va completamente rivisto, o forse meglio demolito.
Vito Mancuso
-----------------
A questo punto però la domanda è: perché mai gli evangelisti trasformarono Gesù, che amava la vita, nel Cristo che doveva e voleva morire?
A tale questione non è difficile rispondere: la necessità della sua morte fu il modo che escogitarono per risolvere il problema della sua fine.
Per loro era infatti un grande problema la tragica fine di Gesù su una croce romana e il fatto che la venuta del regno di Dio tanto annunciata come imminente non si era realizzata. Certo, annunciavano che Gesù, dopo, era risorto, ma rimaneva da spiegare come mai il Messia inviato da Dio avesse dovuto subire la più dolorosa e umiliante delle sconfitte morendo in quel modo, e come mai il regno di Dio tardasse ancora ad arrivare.
La soluzione consistette in una duplice proclamazione: la necessità prestabilita della morte violenta di Gesù e l'annuncio della parusia, ovvero della prossima venuta del Risorto nella gloria per instaurare il suo regno. Gli evangelisti fecero così in modo che Gesù prevedesse di morire, facendogli affermare che questa sua morte era necessaria in quanto stabilita fin dall'inizio da Dio. In questo modo la sua fine, ben lungi dal rappresentare una sconfitta, apparve come compimento di un piano stabilito da Dio e preannunciato dai profeti.
Non è un caso che il verbo «adempiere», in greco pleroun, ricorra ben ottantasette volte nel Nuovo Testamento. Così la morte di Gesù da sconfitta venne trasformata in vittoria.
Come ho già osservato, nei sinottici la teoria della necessità prestabilita della morte di Gesù voluta da Dio viene enunciata in modo particolare dai cosiddetti annunci della passione, presenti 3 volte in ognuno dei tre sinottici e consistenti in esplicite comunicazioni di Gesù ai discepoli di quanto gli sarebbe presto accaduto. Siccome Gesù non voleva morire ma Cristo sì, i vangeli non possono fare a meno di registrare un'evidente tensione.
Da un lato infatti vi sono scene che presentano Gesù in preda all'angoscia e alla paura di fronte alla morte, fino al grido di abbandono che secondo Marco e Matteo costituì le sue ultime parole e che è spiegabile solo alla luce del fatto che Gesù non sapeva di dover morire né tanto meno lo voleva, ma si aspettava piuttosto l'arrivo del Padre per salvarlo e per inaugurare finalmente il regno.
Dall'altro lato vi sono scene, nel terzo e ancor più nel quarto vangelo, che mostrano Gesù del tutto padrone della situazione, per nulla turbato, perché sapeva che stava adempiendo il piano previsto e che presto tutto sarebbe finito ed egli sarebbe entrato nella gloria del cielo. Il passo più significativo per quanto riguarda l'angoscia di Gesù è il seguente, ambientato al Getsèmani: "Andato un po' innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell'ora. E diceva: Abba! Padre!
Tutto è possibile a te allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu". Luca afferma persino che Gesù si mise a sudare sangue "Entrato in agonia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra."
Vito Mancuso
-----------------------------
I.A.
Nei vangeli in greco, il termine comunemente tradotto con "adempiere", "compiere" o "dare pieno compimento" (specialmente riferito alle Scritture) è
πληρόω (plêroô).
https://www.qumran2.net/parolenuove/com ... a_id=21659Ecco i dettagli principali:
πληρόω (plêroô): Significa riempire completamente, completare, realizzare, eseguire un compito o una profezia. È il verbo usato, ad esempio, in Matteo 5:17 quando Gesù dice di essere venuto a "dare compimento"
πληρῶσαι alla Legge o ai Profeti.
17 Μὴ νομίσητε ὅτι ἦλϑον καταλῦσαι τὸν νόμον ἢ τοὺς προϕήτας· οὐκ ἦλϑον καταλῦσαι ἀλλὰ
πληρῶσαι.Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento
Significato teologico: Non indica solo la conclusione cronologica di qualcosa, ma la realizzazione piena del suo significato, il portare a termine la volontà di Dio.
Altri termini: Sebbene plêroô sia il più frequente, in alcuni contesti di adempimento di ordini o comandi si trova anche τελέω (teleô), che significa "finire", "compiere", "portare a termine" (es. "È compiuto" in Giovanni 19:30).
Il verbo
πληρόω (plêroô) si trova spesso in forma infinita come πληρῶσαι (plêrôsai) o al passivo/medio
πληρωθῇ (plêrôthê), indicando il compimento delle promesse di Dio.
-------------------
Quanto alle apparizioni, tutte le testimonianze al riguardo sono di parte, perché i destinatari erano già discepoli di Gesù. La fede in lui era la condizione a priori: senza fede, nessuna apparizione. Tali testimonianze quindi, peraltro confuse e discordanti tra loro, non rappresentano una prova in senso stretto, perché, per averne, avremmo dovuto disporre di testimoni neutrali. Se Gesù Cristo avesse voluto fornire una prova storica della sua risurrezione, sarebbe dovuto apparire pubblicamente a coloro che l’avevano giustiziato: a Pilato che l’aveva fatto flagellare e poi crocifiggere, ai soldati che si erano spartiti le sue vesti, alla folla che gridava crucifige, e soprattutto a Hannan e Caifa che più di tutti avevano voluto la sua morte. Era quanto sosteneva già Celso, filosofo del II secolo di scuola platonica: «Se veramente Gesù aveva in animo di rendere manifesto il suo potere divino, avrebbe dovuto apparire a quegli stessi uomini che lo avevano oltraggiato, e a quello che lo aveva condannato, e a tutti quanti gli altri». Al contrario, la testimonianza di quelle venti persone che sostengono di aver visto il Risorto è pesantemente condizionata in partenza dalla loro fede personale. Le parole più sagge che io conosca al riguardo sono queste di "Piero Martinetti": Che i discepoli abbiano avuto delle apparizioni di Gesù dopo la sua morte non si può mettere in dubbio: senza di ciò la speranza e l’entusiasmo della prima comunità non sarebbero esplicabili. Che essi abbiano dato a queste visioni un’interpretazione fisica è pure indubitabile. E in questo solo stava la loro illusione: che essi consideravano le loro visioni come segni di un fenomeno dell'ordine fisico; mentre esse erano traduzioni di un ordine spirituale. Ciò che esse traducevano in un fenomeno fisico era la convinzione che con la morte di Gesù non era tutto finito, che la sua personalità spirituale doveva continuare a vivere e ad agire in una realtà spirituale superiore, sottratta al nostro senso." Probabilmente anche oggi è così: alla coscienza di coloro che sono cristiani e leggono i vangeli con fede, Cristo appare loro ed essi lo vedono e, come per i due discepoli di Emmaus, il loro cuore arde di gioia; alla coscienza di coloro che invece non sono cristiani, o non lo sono più, Cristo non appare e questi resoconti sulla sua risurrezione non suscitano in loro alcun ardore, anzi, semmai il contrario. Penso quindi che quanto scriveva Reimarus ormai quasi tre secoli fa conservi intatta la sua validità: «Soffrire e morire, lo possono anche gli altri uomini; ciò che essi non possono fare, è risorgere dalla morte; perché dunque egli mostra a tutto il mondo la prima cosa, ma non la seconda?
Perché gli uomini devono avere più certezza del fatto che egli è come tutti i comuni mortali, che non del fatto su cui dovrebbe essere fondata la loro fede, che egli sia cioè il liberatore degli uomini dalla morte?». Si tratta di una domanda intelligente a cui un pensiero teologico responsabile deve essere in grado di rispondere.
Vito Mancuso
------------------
"Tra i dodici e i tredici anni (l'età in cui all'epoca le donne andavano in sposa) Maria concepisce Gesù a seguito di un'unione illegittima con uno sconosciuto, forse perché ingannata, forse più probabilmente perché violentata, e dico più probabilmente perché altrimenti Giuseppe non l'avrebbe accolta in casa sua come invece fece accettando di diventare il padre legale di Gesù.
Chi commise violenza su Maria non ha qui nessuna importanza, fu uno dei tanti orchi che il genere umano di sesso maschile purtroppo regolarmente produce. Giuseppe sa che quel bambino non è suo. Meditando e pregando, però, giunge a considerare che sua moglie è senza colpa, che non è un'adultera, che è sincera quando gli dice di essere innocente. Giuseppe, che è giusto, crede nella giustizia di Maria e giunge a considerare che quel bambino non è frutto della forza vitale impura di sua moglie, ma della sua forza vitale santa. Giuseppe ha una giustizia interiore che gli permette di giudicare rettamente le cose fuori di sé, e vede che nella sua giovane sposa, incinta non per opera sua, non c'è ingiustizia né malizia: la sua anima è vergine, lei è immacolata. Lui la ama, si sa amato, e lo capisce dai suoi occhi e dalla sua voce. Quindi accoglie Maria in casa sua e legittima il bambino. È blasfema tale prospettiva? Per me no. Nel proporre queste considerazioni non penso di aver commesso blasfemia verso le anime sante di Gesù, della sua giovane madre e del suo nobilissimo padre putativo, le quali io credo vivano nell'eterna dimensione dell'essere detta «gloria di Dio». Gesù amava presentarsi con il titolo di Figlio dell'uomo, che, come ho mostrato in precedenza, aveva sia il significato immediato di semplice uomo, sia quello apocalittico di essere celeste assai prossimo a Dio. Non è da escludere però che tale titolo fosse in realtà la trasformazione di un'originaria autopresentazione di Gesù che si definiva «figlio di un uomo», avendo preso coscienza di non conoscere la vera identità del suo padre biologico. Quando Gesù dava così tanto valore alle prostitute, era forse perché qualcuno aveva parlato di sua madre in questi termini a causa dell'unione illegittima con cui giovanissima l'aveva concepito? In ogni caso questo suo detto: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31) fa riflettere. Ancora più radicale è questo passo del Vangelo di Tommaso: «Colui che conosce il padre e la madre sarà detto "figlio di una prostituta". Nessuno, che io sappia, tra i maestri di spiritualità prima e dopo di lui ha mai parlato delle prostitute in questi termini. Anche il fatto assai strano che egli non chiamasse mai sua madre «madre», e meno che mai «mamma», ma le si rivolgesse solo freddamente dicendo «donna», come faceva con tutte le altre figure femminili (a eccezione della Maddalena, l'unica nei vangeli che chiamò per nome), penso si possa ricondurre alla consapevolezza della modalità con cui lei l'aveva concepito.
E forse anche il suo parlare insistentemente del «Padre» nella sua predicazione è da ricondurre a questa assenza di paternità reale dalla sua vita di bambino."
Vito Mancuso
------------------------