Il Cristo storico di Giancarlo Tranfo
Inviato: 23/11/2009, 12:40
“Arpiolide” convinto e addirittura indicato come riferimento storico dell’omonima scuola insieme ai miei cari amici Cascioli e Salsi, voglio anch’io affacciarmi in questo forum con la “tela” sotto al braccio, pennelli e colori in mano e in mente il ritratto del mio Cristo Storico.
Nel farlo non posso nascondere una vena di sottile amarezza per gli usuali sgraditi toni che il dibattito anche qui a volte assume.
Caro Veritas, sai che stimo te e considero straordinario l’impegno da te profuso per la ricerca della verità storica che tristemente soggiace alla favola neotestamentaria. E’ tempo, infatti, che ti spingo a concretizzare i tuoi sforzi nell’annunciato libro che tutti noi saluteremo con soddisfazione.
La diversità è confronto e crescita ma non deve mai essere fonte di ira e nemmeno di semplice contrarietà.
Per questo non aggredisco le tue tesi che leggo con attenzione e che non sempre capisco. Potrei sempre raccoglierne un insegnamento, un suggerimento e per questo spesso dopo averle lette le rileggo. Qualche volta ho avuto ragione a farlo, altre, con tutto il rispetto, proprio non sono riuscito a condividerti.
In questa sede, nell’accingermi a dare forma alla mia idea sulla nascita del mito di Gesù di Nazareth, trovo utile farlo evidenziando i punti di contatto e quelli di divergenza delle nostre reciproche tesi.
Inizio col dire che il mio essere “arpiolide” non si esaurisce nel riferimento a Giovanni di Gamala come controfigura unica del mito gesuano: per molti versi, infatti, mi avvicino alla tua posizione, dicendomi certo dell’esistenza storica di un secondo personaggio di alto carisma messianico (sacerdotale) le cui caratteristiche andarono a confluire, insieme a quelle del primo, nel personaggio di Gesù di Nazareth, condito poi, a partire dalla fine del II secolo, con un’infinità di salse archetipali di matrice ellenistico/misterica (ed egizia).
Questa è una mia convinzione personale osteggiata dal mio amico Salsi (ricordo accese discussioni telefoniche sull’argomento) che ha destato invece un certo interesse in Luigi Cascioli il quale a suo tempo (presentazione del mio libro a Via Nazionale a Roma), pur dimostrando un certo scetticismo, mi chiese lumi (ancora devo andare a trovarlo…).
Invece la differenza sostanziale tra le nostre rispettive visioni (la mia e la tua) sta nel diverso peso riconosciuto ai due “ingredienti messianici”, in termini di incidenza, nella graduale costruzione del mito di Gesù.
Per te Giovanni di Gamala è, uso un termine a te caro, un “carattere storico” di dubbia esistenza (visto che continuamente sfidi gli “arpiolidi” ad indicarne le fonti) o, al massimo, assolutamente accessorio rispetto a Gesù di Nazareth.
Preferisco partire dal secondo per arrivare al primo.
Innanzitutto mi sembra di ricordare che tu riconosca all’appellativo “di Nazareth” il valore di un reale riferimento di provenienza. Se è così (se dunque ricordo bene) siamo in presenza di una convinzione che non condivido assolutamente.
Non esiste una straccio di reperto archeologico ascrivibile al I secolo (al di là di pochi frammenti ceramici di origine cimiteriale) che attesti in qualche modo l’esistenza di una struttura urbana di carattere municipale o di un semplice complesso abitativo (tipo le moderne frazioni).
I frati cappuccini hanno speso un capitale in scavi senza cavare un ragno dal buco e Giuseppe Flavio, che nomina circa 45 località al tempo esistenti, arriva a nominare Giaffa, minuscolo villaggio a due chilometri da Nazareth, senza nominare quest’ultima (proprio perché al tempo in cui scrisse non ancora esistente).
Perfino la sinagoga rinvenuta sotto i resti di altro edificio meno antico, risale al III secolo.
Tutto questo senza poi considerare quanti “piccioni” con una sola “fava” l’astuta invenzione ha potuto far cogliere… (giustificazione del titolo di nazareno ecc.).
Appoggio, invece, la convinzione che il nome di Gesù sia reale e sia riferita proprio a Yeshua ben Panthera.
Privare aprioristicamente di legittimità storica le fonti ebraiche è un grave errore, soprattutto se lo si fa allo scopo di relegare il profeta Yeshua (che ha dato il nome al mio sito…) nel novero delle leggende.
E’ vero che le fonti rabbiniche scritte non sono antecedenti al IV secolo ma è altrettanto vero che riprendono antiche tradizioni orali risalenti ai secoli precedenti.
Attraverso shanedrin, passi talmudici, toledoth (dicerie) ecc. si arriva a mettere in coerenza tra loro alcuni “flash” ascrivibili al “mago” condannato e giustiziato a Lydda. Prima di tutto il nome e il patronimico, talvolta riferito al padre Panthera e talvolta alla madre come “colei che ha lasciato il marito”: frase che, come da te rilevato, in forma contratta si esprime con “Stada” (s’tat da).
In secondo luogo l’esperienza dell’Egitto (scimmiottata dai vangeli in fuga in fasce dai pericoli di una strage che non esistette…), poi l’effettuazione di prodigi quivi appresi (ritenuti imbrogli), la presentazione in qualità di “figlio di Dio”, il processo e la lapidazione (entrambi stavolta coerenti con la giurisdizione sinedrile e i capi d’accusa di apostasia e stregoneria). Infine l’ostentazione del corpo su una croce a pubblico monito.
Le accennate fonti non sono cronache stilate da uno storico ma da più mani, in diversi tempi e con riferimento a diverse remote e confuse vicende tramandate a voce. Inoltre, considerando anche i pericoli di censura da parte della nascente organizzazione criminale cristiana (leggi chiesa), non avrebbero potuto essere più chiare.
Fin qui si potrebbe sempre dire che Yeshua delle fonti rabbiniche, al pari di Gesù di Nazareth dei vangeli, non può avere “dignità storica” in quanto “non riscontrato” dai cronisti del tempo… ma così non è!
Le accennate vicende sono infatti riprese per filo e per segno sul finire del II secolo da Celso nel suo Discorso Veritiero (che conosciamo grazie alla “felice” idea di Origene che ce lo ha consentito…).
A tal proposito è bene considerare che quando Celso scrive (raccogliendo credenze e tradizioni di ebrei della diaspora romana) le fonti rabbiniche non hanno ancora assunto forma scritta.
Il figlio di Panthera (del quale esisterebbe anche l’epigrafe tombale) già nel II secolo è dunque presente con una propria fisionomia definita nelle tradizioni orali degli ebrei di tutto il mondo (a Roma come in patria) al punto da essere al centro delle narrazioni di uno storico romano e pagano che ne coglie gli aspetti poi mistificati nella costruzione del Soter neotestamentario (il capo di una banda di briganti oggetto di rimaneggiamenti e falsificazioni nella stesura dei “sacri testi”). Tutto questo fornisce al nostro personaggio una incontestabile patente di credibilità storica (senza poi menzionare l’accenno di Giuseppe Flavio o quello di Lattanzio).
Soltanto muovendoci su un terreno di ragionevoli supposizioni, possiamo intuire quanto tale personaggio abbia ceduto al Gesù neotestamentario.
Fu verosimilmente un mago con dignità profetica ed operò prodigi nei quali, come sovente avviene, giocò un ruolo essenziale la suggestione di massa. Probabilmente fu un abile oratore in grado di incantare le folle. Gran parte degli episodi miracolosi o dei discorsi riferiti narrati nei vangeli furono verosimilmente opera di detto personaggio mentre altra parte si presenta come mero riciclo di vicende occorse a semidei ed eroi dei culti preesistenti.
Ma allora Giovanni?
Giovanni è tutto il resto e nella commistione delle due individualità storiche assume a mio avviso il maggior peso.
In gran parte suo fu il processo, solo parzialmente mescolato nei vangeli con quello “religioso” di Yeshua con il risultato dell’improbabile “balletto” tra autorità romana e sinedrile.
Suo fu il martirio inscenato (da altri subito) e narrato, il “titulus” recante il capo di imputazione (re dei giudei), l’unzione, l’ingresso in Gerusalemme e la presa del tempio (banalizzata in cacciata dei mercanti) e della veste rossa (ridotta ad un beffardo regalo) in una città distratta dai preparativi della pasqua e priva di adeguati presidi militari, l’arresto sul Monte degli Ulivi dopo un modesto tentativo di reazione, e molte altre cose che sarebbe lungo elencare.
Chi ha detto poi che il personaggio di Giovanni non è attestato da nessuno?
E’ stato sicuramente ben ritagliato da tutte le fonti ma qualcosa è sfuggito e possiamo dire con soddisfazione di essere stati i primi ad accorgercene (anche se il mio libro è uscito prima, il merito va a Salsi).
Probabilmente nessuno mai si era reso conto che il Giovanni nominato da F.Giuseppe non poteva essere il suo omonimo di Giscala.
Caro Veritas, io forse non leggo tutto quello che tu scrivi ma anche tu non leggi tutto quello che scriviamo noi, altrimenti non avresti fatto valere la non contemporaneità dei due personaggi come argomentazione atta ad escludere l’attribuzione delle parole di F. Giuseppe a Giovanni di Gamala.
Giuseppe, infatti, nel VII libro di Guerra Giud., mentre narra della disperata resistenza di Eleazar a Masada (presentando di nuovo quest’ultimo come potente discendente della famiglia di Giuda), di colpo abbandona il filo cronologico degli eventi e percorre un ricordo che, per restare in tema, parte da Giuda, passa per i suoi figli (con Giovanni ben nominato) e si chiude rientrando su Eleazar (nipote). A dare ulteriore conferma bastino queste parole con le quali F. Giuseppe ritorna al presente (Eleazar a Masada): “ A esprimere degnamente il dovuto compianto per le vittime della loro ferocia non mi sembra questo il momento più adatto, e perciò ritorno al punto in cui avevo interrotto la narrazione.
Il comandante romano mosse alla testa delle sue truppe contro Eleazar e la sua banda di sicari che occupavano Masada, e ben presto si assicurò il controllo dell'intera regione, stabilendovi dei presidi nei luoghi più opportuni;” .
Sciolto ogni dubbio (spero) a Giovanni.
Ci sono una serie di pesanti indizi (che non sto qui ad elencare) che rendono evidente la similarità dello scenario neotestamenterio con la città patria di Giuda e del movimento zelota e
infine, a terminare l’identikit di Giovanni come indiziato n. 1 della cessione di identità a Gesù, ci sono i “fratelli apostoli” con i loro nomi pesanti come macigni!
Perché abbandonarsi a voli pindarici per giustificare l’”omonimia di fratellanza” di Yeshua e di Giovanni con due Simone e due Giacomo?
E chi sarebbe poi Teuda il ribelle giustiziato di cui parla Giuseppe se non il Teuda dei vangeli di Marco e Matteo o il Giuda di Luca?
E perché Luca lo chiamò Giuda di Giacomo? La verità è che per strafare c’ha svelato la magagna…!
Nei suoi “Atti” aveva già parlato di Teuda come di un ribelle (facendone narrare le gesta a Gamaliele come antecedenti a quelle del padre per meglio confondere le idee) e se lo avesse nominato come apostolo avrebbe messo al lettore una bella pulce nell’orecchio… ecco perché lo chiama Giuda di Giacomo, usando peraltro un diverso nome della medesima persona: Matteo e Marco lo chiamano Taddeo che è una variante di Teuda, a sua volta contrazione di Tommaso e Giuda e se qualcuno avesse ancora qualche dubbio su tale identità, potrebbe farselo togliere dal prologo del vangelo di Tommaso dov’è detto: “Queste sono le parole segrete che Gesù vivente ha pronunciato e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.” Tommaso, Taddeo/Teuda e Giuda sono dunque il medesimo “fratello apostolo”, in parte diversamente chiamato e in parte replicato!
Che fosse poi un figlio di Giuda lo dicono gli stessi vangeli a noi che abbiamo capito chi è Gesù…!
Il patronimico fu probabilmente stralciato dalle “pie mani” dagli scritti di Giuseppe ma ciò servì a poco. Considerando infatti che che il “Giuda” di Luca (Taddeo, Teuda o Tommaso che dir si voglia) è detto dallo stesso “fratello di Giacomo” e che Giacomo è il “Fratello del Signore”… si arriva alla conclusione che Tommaso (Teuda, Giuda Taddeo o Didimo che sia) è insieme a Giacomo e a Simone (come suggerito dallo stesso F. Giuseppe) fratello di Giovanni (Gesù) e figlio di Giuda.
Manca all’appello Menahem da parte di Giuseppe… e Ioses (Giuseppe) da parte di Matteo e Marco.
Condivido a tal proposito la ricostruzione proposta nelle pagine di questo forum non ricordo da chi (forse Giovanni della Teva?) sull’identità dei due personaggi e sulla sovrapponibilità con Giuseppe d’Arimatea. Aggiungo tuttavia un’ulteriore argomentazione (valorizzata nel mio libro).
Innanzitutto se il vero primogenito di Giuda fosse il Giuseppe nominato nei versi di Matteo e Marco dove si tirano in ballo i fratelli, come ritenuto da Veritas (mi sembra) e da R.H. Eisenman che si apre a tale ipotesi sulla base degli accennati versi nonché di un frammento di Papia, non si capirebbe perché un’antica versione di Matteo 13, 55, al posto di Giuseppe, nomini Giovanni.
C’è poi un altro pesante indizio che passa attraverso Eleazar (il Lazzaro resuscitato nei Vangeli che corrisponde in realtà al capo della resistenza zelota di Masada… ultima spiaggia). Giuseppe ci dice che era legato a vincoli di parentela con Menahem e, guarda caso, molti di noi identificano una parentela così stretta con il Gesù dei Vangeli dall’indurci nel sospetto che egli fosse “colui che Gesù amava”.
C’è poi un’altra cosa: se Giuseppe avesse chiamato con il suo stesso nome l’ultimo figlio di Giuda (famiglia peraltro da lui stesso disprezzata anche se lontanamente sua parente) avrebbe ingenerato confusione e dubbi nel lettore.
Infine chi se non un rampollo (come lo fu Giovanni) dell’ambiziosa ed irrequieta dinastia, avrebbe inscenato lo stesso copione recitato (con epilogo infelice) circa 20 anni prima dal primo dei suoi fratelli (presa del tempio, veste rossa ecc.)?
Insomma, a mio avviso il complesso di indizi è talmente significativo da non lasciar adito a dubbi; il Giuseppe di Matteo e Marco e il Menahem di Giuseppe sono la stessa persona. Gli altri fratelli di Giovanni sono Simone, Giacomo e Teuda (Taddeo- Tommaso- Giuda- Didimo).
Credo basti così per ora. Il ritratto è appena abbozzato ma come primo post direi che mi sono anche dilungato troppo….
Nel farlo non posso nascondere una vena di sottile amarezza per gli usuali sgraditi toni che il dibattito anche qui a volte assume.
Caro Veritas, sai che stimo te e considero straordinario l’impegno da te profuso per la ricerca della verità storica che tristemente soggiace alla favola neotestamentaria. E’ tempo, infatti, che ti spingo a concretizzare i tuoi sforzi nell’annunciato libro che tutti noi saluteremo con soddisfazione.
La diversità è confronto e crescita ma non deve mai essere fonte di ira e nemmeno di semplice contrarietà.
Per questo non aggredisco le tue tesi che leggo con attenzione e che non sempre capisco. Potrei sempre raccoglierne un insegnamento, un suggerimento e per questo spesso dopo averle lette le rileggo. Qualche volta ho avuto ragione a farlo, altre, con tutto il rispetto, proprio non sono riuscito a condividerti.
In questa sede, nell’accingermi a dare forma alla mia idea sulla nascita del mito di Gesù di Nazareth, trovo utile farlo evidenziando i punti di contatto e quelli di divergenza delle nostre reciproche tesi.
Inizio col dire che il mio essere “arpiolide” non si esaurisce nel riferimento a Giovanni di Gamala come controfigura unica del mito gesuano: per molti versi, infatti, mi avvicino alla tua posizione, dicendomi certo dell’esistenza storica di un secondo personaggio di alto carisma messianico (sacerdotale) le cui caratteristiche andarono a confluire, insieme a quelle del primo, nel personaggio di Gesù di Nazareth, condito poi, a partire dalla fine del II secolo, con un’infinità di salse archetipali di matrice ellenistico/misterica (ed egizia).
Questa è una mia convinzione personale osteggiata dal mio amico Salsi (ricordo accese discussioni telefoniche sull’argomento) che ha destato invece un certo interesse in Luigi Cascioli il quale a suo tempo (presentazione del mio libro a Via Nazionale a Roma), pur dimostrando un certo scetticismo, mi chiese lumi (ancora devo andare a trovarlo…).
Invece la differenza sostanziale tra le nostre rispettive visioni (la mia e la tua) sta nel diverso peso riconosciuto ai due “ingredienti messianici”, in termini di incidenza, nella graduale costruzione del mito di Gesù.
Per te Giovanni di Gamala è, uso un termine a te caro, un “carattere storico” di dubbia esistenza (visto che continuamente sfidi gli “arpiolidi” ad indicarne le fonti) o, al massimo, assolutamente accessorio rispetto a Gesù di Nazareth.
Preferisco partire dal secondo per arrivare al primo.
Innanzitutto mi sembra di ricordare che tu riconosca all’appellativo “di Nazareth” il valore di un reale riferimento di provenienza. Se è così (se dunque ricordo bene) siamo in presenza di una convinzione che non condivido assolutamente.
Non esiste una straccio di reperto archeologico ascrivibile al I secolo (al di là di pochi frammenti ceramici di origine cimiteriale) che attesti in qualche modo l’esistenza di una struttura urbana di carattere municipale o di un semplice complesso abitativo (tipo le moderne frazioni).
I frati cappuccini hanno speso un capitale in scavi senza cavare un ragno dal buco e Giuseppe Flavio, che nomina circa 45 località al tempo esistenti, arriva a nominare Giaffa, minuscolo villaggio a due chilometri da Nazareth, senza nominare quest’ultima (proprio perché al tempo in cui scrisse non ancora esistente).
Perfino la sinagoga rinvenuta sotto i resti di altro edificio meno antico, risale al III secolo.
Tutto questo senza poi considerare quanti “piccioni” con una sola “fava” l’astuta invenzione ha potuto far cogliere… (giustificazione del titolo di nazareno ecc.).
Appoggio, invece, la convinzione che il nome di Gesù sia reale e sia riferita proprio a Yeshua ben Panthera.
Privare aprioristicamente di legittimità storica le fonti ebraiche è un grave errore, soprattutto se lo si fa allo scopo di relegare il profeta Yeshua (che ha dato il nome al mio sito…) nel novero delle leggende.
E’ vero che le fonti rabbiniche scritte non sono antecedenti al IV secolo ma è altrettanto vero che riprendono antiche tradizioni orali risalenti ai secoli precedenti.
Attraverso shanedrin, passi talmudici, toledoth (dicerie) ecc. si arriva a mettere in coerenza tra loro alcuni “flash” ascrivibili al “mago” condannato e giustiziato a Lydda. Prima di tutto il nome e il patronimico, talvolta riferito al padre Panthera e talvolta alla madre come “colei che ha lasciato il marito”: frase che, come da te rilevato, in forma contratta si esprime con “Stada” (s’tat da).
In secondo luogo l’esperienza dell’Egitto (scimmiottata dai vangeli in fuga in fasce dai pericoli di una strage che non esistette…), poi l’effettuazione di prodigi quivi appresi (ritenuti imbrogli), la presentazione in qualità di “figlio di Dio”, il processo e la lapidazione (entrambi stavolta coerenti con la giurisdizione sinedrile e i capi d’accusa di apostasia e stregoneria). Infine l’ostentazione del corpo su una croce a pubblico monito.
Le accennate fonti non sono cronache stilate da uno storico ma da più mani, in diversi tempi e con riferimento a diverse remote e confuse vicende tramandate a voce. Inoltre, considerando anche i pericoli di censura da parte della nascente organizzazione criminale cristiana (leggi chiesa), non avrebbero potuto essere più chiare.
Fin qui si potrebbe sempre dire che Yeshua delle fonti rabbiniche, al pari di Gesù di Nazareth dei vangeli, non può avere “dignità storica” in quanto “non riscontrato” dai cronisti del tempo… ma così non è!
Le accennate vicende sono infatti riprese per filo e per segno sul finire del II secolo da Celso nel suo Discorso Veritiero (che conosciamo grazie alla “felice” idea di Origene che ce lo ha consentito…).
A tal proposito è bene considerare che quando Celso scrive (raccogliendo credenze e tradizioni di ebrei della diaspora romana) le fonti rabbiniche non hanno ancora assunto forma scritta.
Il figlio di Panthera (del quale esisterebbe anche l’epigrafe tombale) già nel II secolo è dunque presente con una propria fisionomia definita nelle tradizioni orali degli ebrei di tutto il mondo (a Roma come in patria) al punto da essere al centro delle narrazioni di uno storico romano e pagano che ne coglie gli aspetti poi mistificati nella costruzione del Soter neotestamentario (il capo di una banda di briganti oggetto di rimaneggiamenti e falsificazioni nella stesura dei “sacri testi”). Tutto questo fornisce al nostro personaggio una incontestabile patente di credibilità storica (senza poi menzionare l’accenno di Giuseppe Flavio o quello di Lattanzio).
Soltanto muovendoci su un terreno di ragionevoli supposizioni, possiamo intuire quanto tale personaggio abbia ceduto al Gesù neotestamentario.
Fu verosimilmente un mago con dignità profetica ed operò prodigi nei quali, come sovente avviene, giocò un ruolo essenziale la suggestione di massa. Probabilmente fu un abile oratore in grado di incantare le folle. Gran parte degli episodi miracolosi o dei discorsi riferiti narrati nei vangeli furono verosimilmente opera di detto personaggio mentre altra parte si presenta come mero riciclo di vicende occorse a semidei ed eroi dei culti preesistenti.
Ma allora Giovanni?
Giovanni è tutto il resto e nella commistione delle due individualità storiche assume a mio avviso il maggior peso.
In gran parte suo fu il processo, solo parzialmente mescolato nei vangeli con quello “religioso” di Yeshua con il risultato dell’improbabile “balletto” tra autorità romana e sinedrile.
Suo fu il martirio inscenato (da altri subito) e narrato, il “titulus” recante il capo di imputazione (re dei giudei), l’unzione, l’ingresso in Gerusalemme e la presa del tempio (banalizzata in cacciata dei mercanti) e della veste rossa (ridotta ad un beffardo regalo) in una città distratta dai preparativi della pasqua e priva di adeguati presidi militari, l’arresto sul Monte degli Ulivi dopo un modesto tentativo di reazione, e molte altre cose che sarebbe lungo elencare.
Chi ha detto poi che il personaggio di Giovanni non è attestato da nessuno?
E’ stato sicuramente ben ritagliato da tutte le fonti ma qualcosa è sfuggito e possiamo dire con soddisfazione di essere stati i primi ad accorgercene (anche se il mio libro è uscito prima, il merito va a Salsi).
Probabilmente nessuno mai si era reso conto che il Giovanni nominato da F.Giuseppe non poteva essere il suo omonimo di Giscala.
Caro Veritas, io forse non leggo tutto quello che tu scrivi ma anche tu non leggi tutto quello che scriviamo noi, altrimenti non avresti fatto valere la non contemporaneità dei due personaggi come argomentazione atta ad escludere l’attribuzione delle parole di F. Giuseppe a Giovanni di Gamala.
Giuseppe, infatti, nel VII libro di Guerra Giud., mentre narra della disperata resistenza di Eleazar a Masada (presentando di nuovo quest’ultimo come potente discendente della famiglia di Giuda), di colpo abbandona il filo cronologico degli eventi e percorre un ricordo che, per restare in tema, parte da Giuda, passa per i suoi figli (con Giovanni ben nominato) e si chiude rientrando su Eleazar (nipote). A dare ulteriore conferma bastino queste parole con le quali F. Giuseppe ritorna al presente (Eleazar a Masada): “ A esprimere degnamente il dovuto compianto per le vittime della loro ferocia non mi sembra questo il momento più adatto, e perciò ritorno al punto in cui avevo interrotto la narrazione.
Il comandante romano mosse alla testa delle sue truppe contro Eleazar e la sua banda di sicari che occupavano Masada, e ben presto si assicurò il controllo dell'intera regione, stabilendovi dei presidi nei luoghi più opportuni;” .
Sciolto ogni dubbio (spero) a Giovanni.
Ci sono una serie di pesanti indizi (che non sto qui ad elencare) che rendono evidente la similarità dello scenario neotestamenterio con la città patria di Giuda e del movimento zelota e
infine, a terminare l’identikit di Giovanni come indiziato n. 1 della cessione di identità a Gesù, ci sono i “fratelli apostoli” con i loro nomi pesanti come macigni!
Perché abbandonarsi a voli pindarici per giustificare l’”omonimia di fratellanza” di Yeshua e di Giovanni con due Simone e due Giacomo?
E chi sarebbe poi Teuda il ribelle giustiziato di cui parla Giuseppe se non il Teuda dei vangeli di Marco e Matteo o il Giuda di Luca?
E perché Luca lo chiamò Giuda di Giacomo? La verità è che per strafare c’ha svelato la magagna…!
Nei suoi “Atti” aveva già parlato di Teuda come di un ribelle (facendone narrare le gesta a Gamaliele come antecedenti a quelle del padre per meglio confondere le idee) e se lo avesse nominato come apostolo avrebbe messo al lettore una bella pulce nell’orecchio… ecco perché lo chiama Giuda di Giacomo, usando peraltro un diverso nome della medesima persona: Matteo e Marco lo chiamano Taddeo che è una variante di Teuda, a sua volta contrazione di Tommaso e Giuda e se qualcuno avesse ancora qualche dubbio su tale identità, potrebbe farselo togliere dal prologo del vangelo di Tommaso dov’è detto: “Queste sono le parole segrete che Gesù vivente ha pronunciato e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.” Tommaso, Taddeo/Teuda e Giuda sono dunque il medesimo “fratello apostolo”, in parte diversamente chiamato e in parte replicato!
Che fosse poi un figlio di Giuda lo dicono gli stessi vangeli a noi che abbiamo capito chi è Gesù…!
Il patronimico fu probabilmente stralciato dalle “pie mani” dagli scritti di Giuseppe ma ciò servì a poco. Considerando infatti che che il “Giuda” di Luca (Taddeo, Teuda o Tommaso che dir si voglia) è detto dallo stesso “fratello di Giacomo” e che Giacomo è il “Fratello del Signore”… si arriva alla conclusione che Tommaso (Teuda, Giuda Taddeo o Didimo che sia) è insieme a Giacomo e a Simone (come suggerito dallo stesso F. Giuseppe) fratello di Giovanni (Gesù) e figlio di Giuda.
Manca all’appello Menahem da parte di Giuseppe… e Ioses (Giuseppe) da parte di Matteo e Marco.
Condivido a tal proposito la ricostruzione proposta nelle pagine di questo forum non ricordo da chi (forse Giovanni della Teva?) sull’identità dei due personaggi e sulla sovrapponibilità con Giuseppe d’Arimatea. Aggiungo tuttavia un’ulteriore argomentazione (valorizzata nel mio libro).
Innanzitutto se il vero primogenito di Giuda fosse il Giuseppe nominato nei versi di Matteo e Marco dove si tirano in ballo i fratelli, come ritenuto da Veritas (mi sembra) e da R.H. Eisenman che si apre a tale ipotesi sulla base degli accennati versi nonché di un frammento di Papia, non si capirebbe perché un’antica versione di Matteo 13, 55, al posto di Giuseppe, nomini Giovanni.
C’è poi un altro pesante indizio che passa attraverso Eleazar (il Lazzaro resuscitato nei Vangeli che corrisponde in realtà al capo della resistenza zelota di Masada… ultima spiaggia). Giuseppe ci dice che era legato a vincoli di parentela con Menahem e, guarda caso, molti di noi identificano una parentela così stretta con il Gesù dei Vangeli dall’indurci nel sospetto che egli fosse “colui che Gesù amava”.
C’è poi un’altra cosa: se Giuseppe avesse chiamato con il suo stesso nome l’ultimo figlio di Giuda (famiglia peraltro da lui stesso disprezzata anche se lontanamente sua parente) avrebbe ingenerato confusione e dubbi nel lettore.
Infine chi se non un rampollo (come lo fu Giovanni) dell’ambiziosa ed irrequieta dinastia, avrebbe inscenato lo stesso copione recitato (con epilogo infelice) circa 20 anni prima dal primo dei suoi fratelli (presa del tempio, veste rossa ecc.)?
Insomma, a mio avviso il complesso di indizi è talmente significativo da non lasciar adito a dubbi; il Giuseppe di Matteo e Marco e il Menahem di Giuseppe sono la stessa persona. Gli altri fratelli di Giovanni sono Simone, Giacomo e Teuda (Taddeo- Tommaso- Giuda- Didimo).
Credo basti così per ora. Il ritratto è appena abbozzato ma come primo post direi che mi sono anche dilungato troppo….


