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 Oggetto del messaggio: IL BUCO STORICO
MessaggioInviato: 30/09/2009, 03:21 
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ANGELO FILIPPONI




C'è un buco storico nella Storia Romana che riguarda un tempo, breve, di circa quattro anni: riguarda il periodo che precede il regno di Gaio Caligola (37-41): non c'è illuminazione diretta degli storici ufficiali per gli anni 32-35 e c'è penombra per il 31 e per il 36-37.
Inoltre è strano che di Annales di Tacito manchi proprio tutto il regno di Gaio Caligola, oltre ai primi sei anni di Claudio
Perciò c'è quasi un quindicennio non ben illuminato o meglio lasciato come in ombra, volutament4e: ma chi aveva un interesse a non fare conoscere bene questo periodo?
E' ancor più strano che l'oscurità riguardi la provincia di Siria e la sottoprovincia di Giudea, abbandonate a se stesse, dopo la morte di Elio Seiano, il potente capo pretoriano tiberiano, il 18 ottobre del 31, poi mediocremente illuminate intorno al 36-7 fino alla morte di Caligola.
C'è un vuoto di potere in Oriente, che Tiberio non colma, perché impegnato nella repressione dei congiurati, seguaci del ministro ucciso: forse si stabilì (quando ? e da chi? e perché) di non far conoscere i fatti accaduti proprio per mancanza di potere romano, perché la storia che noi conosciamo di Gesù Cristo Signore fu del tutto diversa da come accadde?
Forse quanto rimasto di Tacito sull'impresa di Lucio Vitellio aumenta il mistero sulla condotta di Artabano e sui suoi alleati, specie Monobazo ed Izate di Adiabene, mentre se ci fosse stato il seguito, avremmo chiarito molti dubbi sull'antisemitismo di Seiano, sulla repressione di Tiberio e sul comportamento di Pilato, conosciuti superficialmente tramite Filone e tramite Giuseppe Flavio?
Anche le fonti giudaiche sono equivoche perchè si rifanno a situazioni note e a problemi conosciuti e quindi possono essere facilmente fraintese.
Non essendoci fatti certi e non conoscendosi effettivamente la politica antigiudaica di Seiano, si fanno congetture ed ipotesi, per cui viene fraintesa anche la successiva politica di Gaio Caligola.
E' facile quindi trovare nella pazzia dell'imperatore la spiegazione (semplicistica) di tante sofferenze ebraiche, del pogrom alessandrino e di ogni male romano nell'epoca e vedere nella pronoia divina la soluzione di ogni problema, seppure parziale e momentanea, considerato il giudizio negativo su Claudio e poi su Nerone, di una storiografia giudaica e Flavio-antonina.
La figura, comunque, del re di Giudea Giulio Erode Agrippa (37-41 a.C., tetrarca d'Iturea e di Galilea-Perea sotto Caligola e poi re di tutta la IOUDAEA sotto Claudio), ben conosciuta grazie ai dettagli di Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,143-309, XIX 236-359 ) e di Filone / In Flaccum 24-40; Legatio ad Gaium 261-337), nota da altri storici latini e greci, permette di intravvedere qualcosa del periodo precaligoliano e caligoliano.
La persecuzione di Tiberio (Seiano), di Caligola, di Claudio (pur dopo la ricostituzione del politeuma giudaico alessandrino e degli statuti giudaici in tutto l'ecumene ) è solo testimonianza ebraica: pochi cenni dell'odio di Caligola per i giudei sono in Svetonio (Caligola), nelle Storie di Tacito (V,9 :dein iussi a C. Caesare effigiem eius in templo locare arma potius sumpsere quem motum Caesaris mors diremit), nel( lacunoso) libro delle Storie di Dione Cassio (LIX).
Per il resto c'è un buco in Annales di Tacito (mancano i libri VII-XI il V è frammentario, il VI mutilo), e nell'opera di Plinio il Vecchio (non ci sono due libri di De vita Pomponii Secundi, i venti libri Bellorum Germaniae e i trentuno libri di A fine Aufidii Bassi), che doveva essere ben informato, date le testimonianze puntuali di Storia Naturale. Inoltre non ci sono state tramandate le Memorie di Agrippina Minor, anch'esse ricordate da Plinio il Vecchio (St. Nat., VIII,46) e parti di Storia romana (Libri 24) di Appiano Alessandrino (XVIII-XXI Storia egizia e XXII Hecatontaetia) in cui si poteva conoscere la situazione giudaico-alessandrina da parte di un procuratore imperiale, di stirpe alessandrina, di epoca antonina.
Lavorare su un buco così profondo ha comportato una ricostruzione incerta, comunque probabile, possibile, tanto meno precisa ed attendibile, però, quanto più marcato è il buio delle fonti, anche se squarciato da ricordi di Seneca e di altri (specie i satirici) che vedono in Tiberio, il sadico pervertito, il despota nausato dalla politica, in Caligola il pazzo, in Claudio il servo dei servi, il rimbambito per natura e per le donne, in Nerone l'istrione e il megalomane, in una condanna di tutta la famiglia Giulio-claudia.
Per me il buco non è un caso, ma è opera di una sapiente, lenta e progressiva cesura da parte di uomini tesi a cancellare la figura umana del Cristo, la sua vera storia, la sua biografia.
I tagli su questo periodo sono quelli di un potatore esperto, di epoca costantiniana, che vuol fare fruttificare l'albero della storia, in un unico senso: sono, davvero, tagli provvidenziali per una storia teleologica cristiana, basata su un Gesù figlio di Dio: è chiaro che senza il radicamentio in Dio non esiste storia umana di Gesù e che la sua figura è sbiadita, strana, esangue, insomma risulta un'immagine riflessa.
L'ipotesi del malkuth di Jehoshua mi sembra che colmi il vuoto e spieghi la condotta, strana di Tiberio verso la Siria, a detta di Svetonio (Tiberio ,41 ... lasciò la Spagna e la Siria senza legati consolari con grande vergogna e grande pericolo dell'impero, si disinteressò completamente del fatto che l'Armenia venisse occupata dai parti ... ).
Flavio (Ant.Giud.,XVIII,88-126) può essere facilmente integrato anche coi pochi dati superstiti di Tacito (in Annales VI,27: tratta di E. Lamia che non partì per la Siria, anche se nominato dopo la morte di Pomponio Flacco, nel 32-33, e dopo l'occupazione dell'Armenia da parte di Monobazo, re di Adiabene) e con quelli di Cassio Dione (Storie, LVIII,2)
Le ricostruzioni, fatte nel commento del XVIII libro di Antichità Giudaiche di Flavio (sulla spedizione di Lucio Vitellio, governatore di Siria, inviato da Tiberio nel 35 con un mandato antipartico ed antinabateo e sulle sue due entrate in Gerusalemme collegate con le notizie di Tacito e Dione) e in quello di In Flaccum e di Legatio di Filone (in relazione alla struttura di tutta la l'opera comprendente cinque libri, dal titolo, secondo Eusebio, -St. Eccles.II,6-7 - Peri areton) mi confortano in questa ipotesi del malkuth, in attesa di ritrovamenti probanti archeologici o epigrafici o numismatici.


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MessaggioInviato: 30/09/2009, 07:19 
Cita:
Messaggio di barionu

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... ho cercato di contattarti ma sembri un capitone di quelli che non vogliono finire in padella a Natale



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MessaggioInviato: 30/09/2009, 07:24 
E' un caso di censura evidente. Guarda caso sono spariti tutti i libri che trattavano dello stesso argomento, la Giudea del periodo Caligoliano e dintorni.

E' evidente che qualcuno aveva interesse a far scomparire tutte le informazioni sul Gesù storico.

Chi più di Costantino era interessato a una tale manovra, a favore della nascente religione di stato cristiana?


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MessaggioInviato: 30/09/2009, 08:10 
È si...visto cosi parrebbe un caso di censura....


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MessaggioInviato: 30/09/2009, 08:41 
Molto, molto interessante; sopratutto la tesi della censura in età costantinea....direi che è molto probabile, a Nicea dopotutto non si toccarono solo tematiche squisitamente religiose o meglio teologiche, ma si gettarono le basi dell'affermazione politico-amministrativa della Chiesa...tutto ciò potesse indebolire o delegittimare il nuovo ordine stabilito doveva essere celato o, meglio, per dirla alla latina condannato alla "Damnatio Memoriae".
un saluto



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MessaggioInviato: 30/09/2009, 10:39 
Cit prof. Filipponi

C'è un buco storico nella Storia Romana che riguarda un tempo, breve, di circa quattro anni: riguarda il periodo che precede il regno di Gaio Caligola (37-41): non c'è illuminazione diretta degli storici ufficiali per gli anni 32-35 e c'è penombra per il 31 e per il 36-37.
...ma chi aveva un interesse a non fare conoscere bene questo periodo?
E' ancor più strano che l'oscurità riguardi la provincia di Siria e la sottoprovincia di Giudea, abbandonate a se stesse, dopo la morte di Elio Seiano, il potente capo pretoriano tiberiano, il 18 ottobre del 31, poi mediocremente illuminate intorno al 36-7 fino alla morte di Caligola.


Cit prof.Filipponi

Per me il buco non è un caso, ma è opera di una sapiente, lenta e progressiva cesura da parte di uomini tesi a cancellare la figura umana del Cristo, la sua vera storia, la sua biografia.
I tagli su questo periodo sono quelli di un potatore esperto, di epoca costantiniana, che vuol fare fruttificare l'albero della storia, in un unico senso: sono, davvero, tagli provvidenziali per una storia teleologica cristiana, basata su un Gesù figlio di Dio: è chiaro che senza il radicamentio in Dio non esiste storia umana di Gesù e che la sua figura è sbiadita, strana, esangue, insomma risulta un'immagine riflessa.



Il buco storico individuato dal professor Filipponi riguarda la provincia di Siria e la sottoprovincia di Giudea in periodo compreso tra il 32 e il 35 A.D.
Ma c’è un altro buco storico, immediatamente antecedente a questo, e a mio modo di vedere ancora più grave perché ci priva del resoconto storico non solo della Giudea ma anche delle vicende Romane.
Il quindicesimo anno di Tiberio è l’unica data menzionata dai Vangeli, si tratta dell’anno 29 A.D.
Naturale dunque andare a vedere cosa riportano gli storici relativamente a quell’anno e a quelli immediatamente successivi , caratterizzati secondo i Vangeli dalla predicazione del Cristo in Giudea.
Negli Annales, alla fine del libro V, Tacito ci narra degli avvenimenti accaduti sotto il consolato dei due Gemini (A.D. 29). In quest’anno si colloca la morte della madre di Tiberio, Livia che provocò un forte cambiamento nel suo carattere e un incremento di potere da parte di Seiano.
Improvvisamente il testo presenta delle anomalie:

nec ultra deliberatum quo minus non quidem extrema decernerent id enim vetitum, sed paratos ad ultionem vi principis impediri testarentur [lacuna]

L'ultima decisione presa dal senato fu che, se non deliberavano pene estreme, era per il divieto posto dall'imperatore, ma attestavano la loro disponibilità alla vendetta, da cui si sentivano impediti solo dall'autorità vincolante del principe[lacuna]

Dopo questa frase troncata, il testo riprende con :

Quattuor et quadraginta orationes super ea re habitae, ex quis ob metum paucae, plures adsuetudine [lacuna]


Furono pronunciati ben quarantaquattro discorsi sull'argomento, di cui pochi dettati da serie preoccupazioni e i più dall'abitudine all'adulazione[lacuna]

Ancora una lacuna e poi il testo riprende con un discorso diretto:

'mihi pudorem aut Seiano invidiam adlaturum censui'

ho pensato che ciò significasse attirare vergogna su di me e odio addosso a Seiano.”

E come per magia ci ritroviamo in un discorso che si riferisce alle conseguenze del complotto di Seiano, il quale fu giustiziato nell’ottobre del 31 A.D.
La lacuna degli Annales interessa dunque la fine dell’anno 29, tutto l’anno 30, e quasi tutto l’anno 31 A.D.
Inutile dire che si trattava di anni cruciali per la comprensione delle vicende cristiane.
Quello che mi preme sottolineare è che nel Mediceus Prior (datato IX secolo) , conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, non risultano anomalie visibili nel testo. La grande lacuna che ha interessato i tre anni suddetti non ha lasciato tracce nel manoscritto archetipo.
Lo scriba ha ricopiato un manoscritto già incompleto e il suo testo è diventato l’archetipo per tutte le altre copie degli Annales in nostro possesso.
Resta da chiedersi se qualche altro storico romano avrebbe potuto darci notizie su questi anni.
In effetti Velleius Paterculus, scrisse in quegli anni una Storia Romana, dedicata al console Vinicius al potere nell’anno 30 A.D.

http://www.archive.org/details/histoireromaine00goog

Riporto di seguito l’introduzione di Jules Pierrot all’Histoire Romaine di Velleius Paterculus, tradotta da Després.

“Il libro di Velleius ci è pervenuto più corrotto di qualsiasi altra opera dell’antichità. Un solo manoscritto della sua Storia Romana si era conservato al convento di Murbach, nell’Alta Alsazia. E’ lì che esso fu scoperto da Beatus Rhenanus. Una prima edizione, fatta secondo questo manoscritto, comparve a Basle nel 1520. Il manoscritto si perse qualche tempo dopo, probabilmente, dice M Schoell, nel trasferimento dalla biblioteca di Murbach al castello di Guebwiler, che i principi-abbati di Murbach costruirono per risiedervi, di modo che non resta più di Velleius che l’edizione originale di Rhenanus, e una collazione del manoscritto, fatta a Basle da Burer, prima che il manoscritto fosse stato inviato a Murbach”

La Storia Romana si arresta, nello stato in cui ci è pervenuta alla morte di Livia nel 29 A.D. ma i critici concordano sul fatto che in particolare la parte finale dell’opera presenti gravi alterazione e risulta visibilmente troncata.
A titolo di esempio riporto la nota nella traduzione di JeanBaptiste Denis Després.

“La fine dell’opera di Velleius è piena di frasi inintellegibili. Il primo testo riporta “deinde, ut Silium Pisonemque tam alterius dignitatem, etc. Vi è senza dubbio una lacuna dopo Pisonemque: ognuno l’ha riempita alla sua maniera”

La dedica al console Vinicius, al potere nel 30 A.D. fa presumere che l’opera di Velleius arrivasse almeno fino a quell’anno.
La lacuna di Tacito si sposa con quella di Velleius e desta particolare impressione perché interessa anni cruciali della vita del Nazareno.

Sub Tiberio quies è una non verità patente, una quiete artificiale.



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MessaggioInviato: 30/09/2009, 11:05 
Per non citare l'azione di cover up operata dalla chiesa sulle diatribe intorno al cristianesimo e alla figura di Cristo ad opera di Celso, i cui scritti non ci sono pervenuti.Di questo autore conosciamo solo la polemica contro le sue idee, scritta dal cristiano Origene.Nel caso, poi di Porfirio, nel 448 gli imperatori cristiani Valentiniano III e Teodosio II emanarono un editto nel quale ordinarono, tra l’altro, di bruciare tutte le sue opere, in quanto anti cristiane!!!
L'alba di un "nuovo mondo"..che amarezza!


Ultima modifica di WALTHARI il 30/09/2009, 11:16, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 30/09/2009, 12:57 
Intanto un caloroso saluto con ola al primo intervento di Saulnier !!!


Ragazzi, ogni suo post è da salvare in archivio immediatamente !


zio ot [8D]


Ultima modifica di barionu il 30/09/2009, 13:00, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 30/09/2009, 14:39 
Concordo perfettamente. Bravi ragazzi!! Un infinito grazie.

Laggiù, ormai lontano, la miniera si è inaridita,
i loro sfruttatori tossiscono,
tra le polveri che loro stessi avevano fatto;
per nascondere quel poco che rimaneva da prelevare.
Nuovi giovani riceratori son stati visti,
oltre il fiume con grosse pepite di idee vincenti.
Li guidava il vecchio dell'Apocalisse.



Un caro saluto


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MessaggioInviato: 30/09/2009, 23:01 
La seconda puntata.

Quando è stata praticata la lacuna in Tacito?

Alla fine del III secolo l’opera di Tacito era ancora completa, quando salì al potere Tacito Augusto (275 A.D.) egli si diceva un parente dell’illustre storico e per evitare la perdita delle sue opere ordinò di effettuarne ogni anno dieci copie e di depositarle nelle biblioteche.

(Scriptores Historiae Augustae, Flavius Vopiscus, Tacito X)

Cornelium Tacitum, scriptorem historiae Augustae, quod parentem suum eundem diceret, in omnibus bibliothecis conlocari iussit; ne lectorum incuria deperiret, librum per annos singulos decies scribi publicitus in evicosarchis iussit et in bibliothecis poni.

Gerolamo (IV secolo) nel Commentario su Zaccaria (III, 14) ci dice che Tacito aveva riportato in trenta libri la vita dei Cesari dalla morte di Augusto fino a Domiziano (morto nel 96 A.D.).
Sembra logico dunque supporre che ancora al IV secolo i manoscritti di Tacito fossero completi.
La mano che ha praticato la cesura nel manoscritto archetipo ha dunque operato in un monastero tra il IV e il IX secolo (datazione Mediceus Prior).

Per quali motivi gli Annales sono stati tagliati in quel punto?
I padri della Chiesa fissavano nel 29 A.D. la crocifissione di Cristo (sotto il consolato dei due Gemini) come testimoniano tra gli altri Origene (Contra Celsum, IV, 22) Lattanzio (De mortibus persecutorum) ed Agostino (De civitate dei, XVIII, 54).

Extremis temporibus Tiberii Caesaris, ut scriptum legimus, dominus noster Iesus Christus a Iudaeis cruciatus est post diem decimum Kalendas Apriles duobus Geminis consulibus.

Nel 29 A.D. abbiamo visto iniziare la lacuna in Tacito e Velleius Paterculus.
Appare interessante allora analizzare quanto secondo Tertulliano (II-III secolo) sarebbe avvenuto a Roma dopo la morte del Cristo, in Apologeticum, V, II ci dice:

Tiberius ergo, cuius tempore nomen Christianum in saeculum introivit, adnuntiata sibi ex Syria Palaestina, quae illic veritatem ipsius divinitatis revelaverant, detulit ad senatum cum praerogativa suffragii sui. Senatus, quia non ipse probaverat, respuit, Caesar in sententia mansit, comminatus periculum accusatoribus Christianorum.

Tiberio, sotto il cui regno il nome cristiano ha fatto la sua entrata nel secolo, sottopose al senato i fatti di Siria e Palestina che gli erano stati comunicati, fatti che avevano in quei luoghi rivelato la divinità del Cristo ed egli manifestò il suo parere favorevole. Il senato avendo lui stesso verificato questi fatti votò contro. Cesare persistette nel suo proposito e minacciò gli accusatori dei Cristiani

Secondo Tertulliano dunque (ripreso anche da Orosio, Eusebio e Gerolamo) in quel periodo si sarebbe discusso in senato sulla possibilità per i Romani di accettare tra gli dei il Cristo.
La questione viene ripresa e sviluppata con dettagli anche dall’interpolatore della Storia della Città di Vienna sotto i dodici Cesari di Trebonius Rufinus (citato da Plinio in una delle sue lettere)
L’opera tradotta dal latino (secondo un unico manoscritto mutilato e non pervenuto) in francese da Mermet è on line qui:

http://books.google.it/books?id=h1APAAA ... q=&f=false

vi possiamo leggere (Libro VI, 7)

“Inoltre si dice che Tiberio propose al senato di ammettere il Cristo al rango degli dei, ma, l’affare essendo stato esaminato con cura, si rimase convinti che sarebbe stato pericoloso ammettere un culto la cui base era una uguaglianza assoluta tra gli uomini. D’altronde pareva sconveniente deificare un individuo punito con il supplizio degli schiavi, con il consenso di un procuratore romano”

Il copista che ha operato il taglio negli Annales, non ha avuto la sfacciataggine di inserire una tale baggianata nell’opera dello storico romano, tuttavia ha avuto cura, tra una lacuna ed un'altra, di lasciare una frase sibillina

[lacuna] Quattuor et quadraginta orationes super ea re habitae, ex quis ob metum paucae, plures adsuetudine [lacuna]

[lacuna] Furono pronunciati ben quarantaquattro discorsi sull'argomento, di cui pochi dettati da serie preoccupazioni e i più dall'abitudine all'adulazione [lacuna]

La frase, con ogni probabilità appartenente al Tacito originale, così estrapolata dal suo contesto poteva lasciare credere che i discorsi in questione, riguardassero proprio la faccenda discussa al senato concernente la divinità del Cristo, dando credito in questo modo alla ridicola storia di Tertulliano.

Tuttavia io non credo che Tertulliano abbia inventato di sana pianta tutta la faccenda.
Molto probabile che il fatto storico, sul quale è stata ricamata questa menzogna cristiana, fu un rapporto di Pilato a Tiberio riguardante gli avvenimenti di Palestina e gli exploit del cristo zelota. Rapporto a cui fece seguito un dibattimento in senato, con Seiano (il cui antisemitismo è di matrice cristiano-zelota) come protagonista. Tacito e Paterculus ne parlavano ma la solerzia dei copisti ci ha sottratto due anni di Storia.
Le lacune di Tacito e Velleius Paterculus ci hanno privato di resoconti che avrebbero potuto gettare un po’ di luce sulle oscure origini del cristianesimo.



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MessaggioInviato: 01/10/2009, 05:55 
Non dobbiamo dimenticare che l'importanza della figura storica di Ezechia fu prima nascosta e tradita dallo storico di corte erodiana, Nicola di Damasco e successivamente dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, perché capostipite di una dinastia di potere a lui nemica, sebbene dello stesso suo sangue Asmoneo.

Dalle mie analisi, sono convinto che Giuseppe Flavio conoscesse molto bene le aspettative messianiche che molti Ebrei dimostrarono di riconoscere alla dinastia di Ezechia, ma per questioni personali e apologetiche le ha deformate e nascoste fin dove era possibile, senza dimenticare l'intervento censorio del gruppo di lavoro guidato da Eusebio da Cesarea nel III secolo d.c. fatto ai danni dei discendenti di Ezechia.

A mio modesto avviso, anche la letteratura Ebrea volle stendere un velo di silenzio sulla storia di questa scomoda dinastia di pretendenti Messianici, per la semplice ragione, che a forza di urlare al lupo, al lupo, quando non c'è, poi nessuno crede più al lupo.

Chiedo scusa di questa mia semplice riflessione.

 Un’interpretazione messianica di Ezechia è già stata sostenuta da A. Geiger: Judische Zeitschrift 8(1870)37 s.;

 H. Gressmann, Der Messias, 1929, 458 s. e soprattutto R. Meyer, DerProphetaus Galilàa, 1940,73 ss.; cf.

anche A. v. Gall, 1926, 375 e R. Eisler II,, 683 n. 5. Secondo una tradizione del III secolo d.c., immediatamente prima di morire r. Johanan b. Zakkai avrebbe detto: «Sgomberate la corte... e preparate un trono per Ezechia, il re di Giuda!

 . Ora, Johanan b. Zakkai è del tutto fuori luogo come testimone principale delle pretese messianiche di un capobanda. Nella discussione, relativamente tarda, svoltasi nel III e IV secolo d.c., fu considerata solo la questione se il re veterotestamentario Ezechia potesse essere il messia. Cf. Bill. I, 31.75;



 A. v. GalI, op. cit., 397 e M. Zobel, Gottes Gesalbter, 1938, 87-90. L’idea di Ezechia come messia si spiega tutt’al più in base a 2 Re 18,5: "Egli ripose tutta la sua fiducia nel Signore, Dio d’Israele, e dopo di lui non ci fu, tra tutti i re di Giuda, nessuno come lui, come non c’era stato neanche prima. Si mantenne legato al Signore, senza minimamente staccarsi, e osservò i comandamenti che il Signore aveva imposto a Mosè. ‘Il Signore fu con lui, cosicché egli ebbe successo in tutto ciò che intraprese. Si ribellò al re d’Assiria e non gli fu più soggetto. ‘Colpì i Filistei e il loro territorio fino a Gaza, dalla torre di guardia fino alla città fortificata."


e all’interpretazione proposta volentieri in antitesi al cristianesimo di salmi e passi messianici di Isaia riferiti a Ezechia: v. Giustino, Dial. 33,1; 43,8; 67,1 e passim. V. anche M. Zobel, op. cit., 88 e A. v. Gall, loc. cit., n. 3.
da Martin Hengel- Gli zeloti- pag. 331

Uscirà sicuramente dalla stirpe di Ezechia, il pretendente Messia Ebreo fallito, da cui San Paolo prende spunto per creare il Cristo figlio di Dio.

Successivamente cercherò di giustificare l'ultima mia affermazione.


Un caro saluto


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MessaggioInviato: 01/10/2009, 19:30 
E un discendente di Ezechia finì nel buco storico per lasciar spazio a Gesù il Nazareno

Un caro saluto a tutti.


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CarissimoGiovanni
ti espongo questo mio pensiero:
Prima Pompeo Magno, poi Giulio Cesare tennero in gran considerazione Antipatro padre di Erode il grande, che lo misero a custodia e protezione di re Ircano II° ritenuto persona con poca spina dorsale.
Fu spodestato da suo fratello Aristobulo, uomo battagliero e di polso, il quale era molto ben voluto e appoggiato da tutto il clero sinedrico. Antipatro combatté strenuamente Aristobulo e tutti i suoi adepti aiutato anche da Areta re dei Nabatei, e lo sconfisse. Quando Erode giovane inizia le sue avventure guerresche guarda caso seguendo le orme del padre inizia le sue battaglie contro i seguaci Asmonei di Aristobulo, uno di questi fu il capo banda Ezechia, che da Erode venne catturato poi ucciso.
Erode dopo questa uccisione rischiò la vita, perche il sinedrio che era filo Aristobuliano, convinse Ircano II° a condannare Erode, perche Ezechia era uomo di alto rango, sicuramente era cugino di Aristobulo, consanguinei-discendenti di Alessandro Ianneo.
Era (forse) figlio di un fratello di re Ianneo.
Intervenne Sesto Cesare che gli salvò la vita.
Questo ed altri fatti, fecero di Erode il mastino degli Asmonei.
Dopo Ezechia tutta la sua famiglia si intervallò a combattere i Romani,
a partire da Giuda il Galileo, morto 6-10 e.v.,
poi il suo primogenito, Giovanni il Galileo morto il 36 e.v.,crocifisso,
poi Giuda-Teudas, morto il 44 e.v. decapitato,
poi Simone e Giacomo morti il 46 e.v. crocifissi,
poi Giuseppe detto Menaem, morto il 66 e.v.
ed infine Eleazar pronipote di Ezechia morto suicida il 73 e.v.
Cordiali saluti Cecco


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MessaggioInviato: 10/10/2009, 11:47 
Per Giovanni, Barionu e tutti gli internettauti.
Questo è un articolo della giornalista scrittrice RITA BORRELLO. Sul “Quotidiano”, rivista Sanbenedettese, nelle pag. storia e religione, parla del nuovo libro del prof. Angelo Filipponi, in prossima uscita.
“* Il lavoro dello storico è come quello dell’investigatore (una specie di “Eremita” con una lanterna in mano) che istruisce un’indagine, partendo da ipotesi e si pone sulle tracce, in questo caso fredde di secoli, per trovare, interpretare e collegare “segni” da cui inferire, alla fine, una verità, laddove prima non c’era una certezza. Con questa idea della ricerca storica ho iniziato la lettura della I° parte dell’opera del Prof. Angelo Filipponi “GIUDAISMO ROMANO” ed ho trovato immediatamente una consonanza con la metafora della “torcia nella doppia grotta buia”, sia perche è un’immagine suggestiva che cattura subito il lettore e gli offre la possibilità di porsi lui stesso come compagno di viaggio investigativo insieme all’autore, anche lui con la sua torcia e la sua piccola luce nel buio da esplorare e, dunque, fonda un patto narrativo tra chi ha scritto e chiunque leggerà, sia perche spiega, con un’efficace immagine, tutto il nucleo del testo e, soprattutto, del lavoro che l’ha costituito. In sostanza l’autore dice al lettore; “Cercavo di indagare su una cosa ed ecco che dal buio me ne viene fuori un’altra, ignorata e nascosta dal tempo. Ricostruivo il rapporto fra la Gens Giulio-Claudia e Gens-Erodia e, mentre indagavo sulla pars sacerdotale erodiana, ecco che è emersa, dall’oblio della storia, la pars popolare, piccolo sacerdotale, farisaica, zelotica, essenica ed integralista”. Da qui il moltiplicarsi di tracciati; dal “gomitolo” storico emergono, la visione dei rapporti tra la stirpe di Erode e la politica Giulio-Claudia; il mondo giudico-agricolo di lingua aramaica e quello ellenistico commerciale che parla greco; la belligeranza del giudaismo palestinese con la Romanitas e gli interessi commerciali della Romanitas con il giudaismo ellenistico e molto altro ancora, in una fitta trama di rapporti da cui prendono vita grandi figure storiche, ma anche, richiamata nel testo per passione conativa, la figura dell’autore. Egli dissemina alcuni suoi momenti personali di una storia soggettiva, ben posteriore rispetto a quella di cui ha scritto e che è, comunque, contesta con quella. La storia, almeno per me, di una, “conversione rovesciata” (Dal Logos al logos) che però mi sembra lasciare aperta l’ipotesi di altre “caverne” possibili ed inesplorate, ipotesi suggestiva, su cui seriamente dovrebbe distendersi l’Epovhè(sospensione del giudizio). Giustamente il Prof. A. Filipponi ha parlato di un lavoro storico, non teologico. Ho voluto proporvi questo articolo per farvi sapere che la stampa anche se locale-regionale si interessa ai quesiti in studio qui.
Salutissimi Cecco D’Ascoli


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