-------------------
4 )NOTE[1]Lo strutturalismo sostiene che ogni forma narrativa si compone di due parti: una “storia”, il contenuto o concatenarsi di eventi (azioni e avvenimenti, più quelli che possono essere chiamati esistenti ovvero personaggi, elementi dell’ambiente), e un “discorso” vale a dire l’espressione, il mezzo attraverso il quale viene comunicato il contenuto. Seymour Chatman, Storia e discorso, la struttura narrativa nel romanzo e nel film, Pratiche Editrice, Parma, 1981, pp. 5; 15. La narrazione è il rapporto che si stabilisce tra il contenuto e la forma che corrispondono rispettivamente alle categorie di cosa e come. Chatman ha indicato con “storia” (story) cosa è la narrativa e con “discorso” (discourse) come è la narrativa. Il cosa–storia tratta il contenuto della narrativa, ovvero gli eventi e gli esistenti. Il come-discorso tratta l’espressione della narrativa, il “modo” con il quale si esprimono esistenti ed eventi, nonché la posizione narrativa dello stesso autore, il punto di vista. Storia e discorso, dunque, sono le due categorie necessarie per comprendere la funzione della narrazione. I paragrafi che seguono tratterranno di conseguenza la funzione del personaggio (storia) e il tipo di narrazione (discorso). Per Chatman gli eventi sono «azioni (atti) o avvenimenti, ed entrambi sono cambiamenti di stato […] se l’azione è significativa per l’intreccio, l’agente o il paziente vengono chiamati personaggi». Gli esistenti sono i personaggi e l’ambiente e sono definiti soprattutto per la dimensione spaziale, mentre gli eventi sono definiti nella dimensione temporale: «lo spazio nella storia contiene gli esistenti, così come il tempo della storia contiene gli eventi». La caratteristica fondamentale della categoria degli esistenti è che si riferisce ai personaggi e all’ambiente. Quello degli eventi si riferisce alle azioni e agli avvenimenti. Ivi, p. 42.
[2] Dall’intervista di Marco Spagnoli pubblicata presso il sito Superava.
[3] Racconta Martinelli che l’idea del film nasce dall’incontro casuale con una via di Roma intitolata al colonnello Varisco: «spesso in questo mestiere è il film a scegliere il regista. Le cose capitano quasi per caso. A Roma vicino casa mia, dove per lavoro trascorro molta parte del mio tempo, passo sempre in via Varisco. Lì, c’è un targa. Guardandola e riguardandola mi sono incuriosito, mi sono chiesto chi fosse Antonio Varisco, generale dei carabinieri ucciso dalle Br il 13 luglio del 1979». Il generale Varisco, ricorda lo stesso regista, è uno dei tre uomini, insieme al giornalista Mino Pecorelli e al generale Carlo Alberto dalla Chiesa ad aver preso e analizzato il vero Memoriale di Aldo Moro. Martinelli ricorda che i tre uomini verranno eliminati in circostanze, ancora oggi, poco chiare. Pubblicato su Citi News 9 maggio 2003,
http://www2.unicatt.it/unicattolica. Si veda anche Renzo Martinelli, Piazza delle Cinque Lune - Il thriller del caso Moro, Gremese Editore, Roma 2003, p. 9.
[4] Intervista di Emilio Targia al regista Martinelli, pubblicata nel sito di Radio Radicale.
[5] Per la maggior parte degli storici del cinema, la nascita del film politico può identificarsi con il film Salvatore Giuliano di Francesco Rosi del 1962. Il tratto essenziale di questa opera (ma si può rintracciare anche in altri film di Rosi come Il caso Mattei e Lucky Luciano) riguarda la commistione della narrazione (un alto livello poetico ed estetico) con gli elementi storico-giudiziari che riguardano la vicenda del “re di Montelepre”. Il film non ha la pretesa di raggiungere una verità assoluta, ma di “suggerire” una determinata pista giudiziaria attraverso la costruzione di un montaggio serrato e diegetico che si basa esclusivamente sull’accostamento di tempi e spazi diversi, perfino contrastanti. Sul film politico rimando alla mia tesi La rappresentazione del crimine nel cinema di Francesco Rosi: Salvatore Giuliano, il caso Mattei, Lucky Luciano, pubblicato presso lo stesso sito e in particolare ai paragrafi § 4.5 Il film politico, § 4.6 La politicità nei film di Rosi.
[6] Il senatore ha scritto molti volumi sul caso Moro: La tela del ragno, il delitto Moro (sul caso Moro), Fantasmi del passato (la vita politica di Francesco Cossiga), Le trame atlantiche (i poteri legati alla volontà del governo americano, a Gladio e alla P2), Il mio sangue ricadrà su di loro (dove vengono pubblicati tutti i scritti di Moro dal “carcere”), Convergenze Parallele (sulla “minaccia” Moro), Il covo di Stato, Via Gradoli. Tutti i libri sono stati pubblicati con le edizioni Kaos. L’autore ha in oltre aperto un sito
http://www.casomoro.it./ in cui promette di inserire documenti inediti sul caso Moro.
[7] Martinelli attribuisce la nascita di questo film attraverso una frase sibillina del venerabile della Loggia P2 Licio Gelli: «lei non sarà così ingenuo da pensare che delle persone maniache della documentazione come le Br non abbiamo filmato il più clamoroso sequestro di questo secolo?». L’idea del film parte proprio da questa frase misteriosa: «e se qualcuno, quello mattina del 16 marzo 1978 avesse veramente filmato con un super 8mm il massacro di via Fani dal terzo piano di un palazzo? E questo qualcuno, ormai prossimo a morire per un tumore, consegnasse il filmato al Procuratore Capo di Siena, promettendogli di portarlo fino al memoriale Moro? Quello originale. Autografo. Completo». Renzo Martinelli, cit., p. 9.
![Palla Otto [8]](./images/smilies/UF/icon_smile_8ball.gif)
Italo Sordi, Introduzione a Il teatro delle marionette, Brescia 1980, in Philip Willan, I burattinai, Pironti, Napoli 1993, p. 197.
[9] Questa tesi, ormai proposta in ogni libro che tratti il caso Moro, è tuttavia osteggiata da quasi tutti i brigatisti che parteciparono al rapimento e, primo fra tutti, dal “capo anomalo” Mario Moretti, che nell’intervista a Sergio Zavoli afferma: «e’ una accusa che vuole colpire l’autenticità delle Br». Sergio Zavoli, La notte della repubblica. In più di un’occasione, il “capo” brigatista – ma Moretti afferma di essere soltanto uno dei dirigenti e che le Br non avrebbero avuto nessuna struttura gerarchica – afferma che le Br furono soltanto un gruppo armato. Per Moretti gli storici e i giudici si ostinano ancora oggi ad accettare la “purezza rivoluzionaria” di questo gruppo. Da parte sua, il racconto di Martinelli tende ad evidenziare il tratto «anomalo» di questo personaggio.
[10] J. L. Borges, Ficciones, citato da Sciascia, L’affaire Moro, Sellerio, 1978, p. 138.
[11] Come ho osservato nella mia tesi, il regista compie una e vera sostituzione dell’espressione «Ministro Scelba» con quella di «Pubbliche Autorità», evitando, anche astutamente osserva Adam Sitney di provocare conseguenze giuridiche e legali che dovrebbero essere esenti da un “racconto narrativo”. Si veda il paragrafo § 1.10 La sentenza e § 1.11 Le omissioni nel film. A tale proposito – mentre sto scrivendo questa relazione – è doveroso osservare come un altro film Segreti di Stato di Paolo Benvenuti (2003) che tratta direttamente la strage di Portella della Ginestra racconti, attraverso le parole di Pisciotta, l’implicazione politica, mafiosa e “massonica” di importanti uomini di potere. Il film recupera, all’interno di un panorama intellettuale e politico, quella sorta di “autocensura” che Rosi aveva inevitabilmente realizzato quarant’anni prima nel suo film.
[12] Durante il Sciascia Film Festival, lo stesso regista Ferrara è ritornato sui misteri del caso Moro: «ci sono tante cose sul rapimento e sull'uccisione dello statista democristiano - ha detto il regista, autore anche dei film Il sasso in bocca e Giovanni Falcone - che non sono state approfondite: è come se lo Stato abbia voluto depistare, nonostante ufficialmente in tutti questi anni ci siano state tante indagini compiute dagli organi di polizia, accertamenti lunghissimi portati a termine dalle varie Commissioni parlamentari (sulla P2, sul caso Moro, sulle stragi) e cinque processi sulla vicenda Moro: io stesso ho raccolto delle testimonianze e dei documenti esplosivi per arrivare alla identificazione dei mandanti dell'omicidio Moro, che avrebbe avuto la complicità dei servizi segreti, ma nessuno si è preso la briga di andare ad accertare la verità. Non è un caso che tutti quelli che erano chiamati ad indagare sul rapimento di Aldo Moro facevano parte della P2 e che a capo del Governo c'era Giulio Andreotti, appartenente anche lui alla loggia massonica». Giuseppe Scibetta, Un complotto della P2 contro Moro, La Sicilia, 8 aprile 2003.
[13] Philip Willan, I burattinai, Tullio Pironti Editore, Napoli 1993, p. 304.
[14] Ivi, p. 319.
[15] Il professore criminologo Giovanni Senzani è un personaggio strano e oscuro, la cui funzione all’interno delle Br non si è mai chiarita totalmente. Consulente del Ministero della Giustizia, ma il dossier prodotto dal senatore Pellegrino lo definisce un esponente vicino al Comitato Toscano, forse l’uomo misterioso che incontrava lo stesso Moretti, non che probabile “grande inquisitore” dell’interrogatorio di Moro. Tra i molti elementi già noti, citati da Pellegrino, c'e' quello relativo alle carte che il generale Le Winter consegnò anni fa al giornalista Ennio Remondino che stava svolgendo un’inchiesta sulla Cia e la strategia della tensione in Europa. Nelle poche righe si affermava che tra le fila della Cia di Roma si poteva evidenziare il contratto di Senzani. Enzo Fragalà, capogruppo di An della stessa commissione, afferma che sul personaggio di Senzani occorre un approfondimento più dettagliato visto il «ruolo di primissimo piano nella gestione del sequestro Moro». Arrestato dopo la morte di Roberto Peci provocata da una sua ritorsione verso l’ex brigatista pentito Patrizio Peci, gode oggi di regime di semilibertà occupandosi attraverso varie organizzazioni delle condizioni dei detenuti all’interno delle carceri. Nel film non è citato, ma la sua presenza all’interno dell’affaire troverebbe una particolare collocazione nella zona grigia che si situa tra il partito armato e uomini vicini ad Edgardo Sogno. Dal sito /www.almanaccodeimisteri.info/moro2001.htm.
[16] Willan, cit., 320.
[17] Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, prima parte. Tuttavia è doveroso ricordare che la partecipazione di Bonisoli si limita al giorno del sequestro dopodiché, come lui stesso racconta, partì per Milano e non entrò mai nel rifugio brigatista.
[18] A fare menzione di questo fatto è lo stesso Pecorelli che affermerebbe l’esistenza di alcuni nastri magnetici con la voce di Moro. In Willan, cit., p. 301. Si veda anche Flamigni, cit., p. 255. All’inizio del marzo 1992 dagli archivi del Cesis salta fuori una strana registrazione che vede al centro due brigatisti in carcere. Si tratta di un dialogo frammentario, ma diventa chiaro quando si riferisce a Moro: «si lavava quattro volte al giorno, si faceva la barba, la doccia…bastardo! Stava bene, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva…. Hanno ancora tutti gli originali e i nastri degli interrogatori». Si tratta di un’ulteriore traccia che confermerebbe l’esistenza di registrazioni visive e sonore di Aldo Moro, oltre che di una diversa condizione logistica del prigioniero. Flamigni, cit., p. 322.
[19] Adriano Sofri, L’ombra di Moro, Sellerio Editore, Palermo 1991, p. 88.
[20] Afferma Martinelli: «l'idea del super 8 me l'ha data Gelli che in un'intervista ha detto: "ma lei non sarà così ingenuo da pensare che persone così maniache della documentazione non abbiamo ripreso il rapimento del secolo?"». Marco Spagnoli, intervista pubblicata presso il sito Supereva.
[21] Il saggio di Lotman evidenzia che il compito principale dell’arte è quello di realizzare l’illusione della realtà: «tutte le forma d’arte si preoccupano in qualche modo di trasmettere al pubblico un senso di realtà». L’esempio della doppia rappresentazione, dello schermo nello schermo, evidenzia lo scarto tra realtà e finzione, «questo duplice rapporto con la realtà crea quella tensione semantica di cui il cinema d’arte si è reso esperto». Jurij M. Lotman, Semiotica del cinema, Edizioni del Prisma, Catania 1994, p.31; 41.
[22] In quest’ultimo ritrovamento Sofri riporta un appunto Ansa sul materiale presente nel rifugio di Milano: 421 fogli di fotocopie delle lettere scritte da Moro, una pistola Ppk 76.5, un mitra di fabbricazione sovietica Pps 7.62 tipo Tokarev, una canna da pistola tipo Brigadier, circa 30 detonatori e una borsa nera contenente circa 60 milioni di lire, provenienti dal riscatto dell’imprenditore Piero Costa. Adriano Sofri, L’ombra di Moro, Sellerio Editore, Palermo, 1991, p. 13. La circostanza del ritrovamento è descritta in Willan, I burattinai, cit., p 315: «un operaio incaricato della ristrutturazione dell’appartamento di via Montenevoso scoprì un nascondiglio segreto di armi e documenti nascosto da un pannello di gesso sotto una delle finestre». Commenta Sofri: «un muro alzato a regola d’arte».
[23] Scrive Moro: «Francamente bisogna dire che non è questo un bel modo, un modo dignitoso, di armonizzare le proprie politiche. Perché quando ciò, per una qualche ragione è bene che avvenga, deve avvenire in libertà, per autentica convinzione, al di fuori di ogni condizionamento. E invece qui si ha un brutale do ut des. IV tema - I finanziamenti alla Democrazia Cristiana, Comm. Moro, 127-128; Comm. stragi, 170-173; Numerazione tematica 4). Memoriale Moro pubblicato presso il sito Apolis. Altrove Moro fa cenno ai contatti di Andreotti coi colleghi della Cia e al fatto che avesse diretto ai servizi segreti tanto dal ministro della Difesa che dal Presidente del Consiglio più a lungo di chiunque altro. Philip Willan, cit., p. 317. Per le citazioni di Sofri si veda L’ombra di Moro, cit., pp. 38-39; 182.
[24] Colpisce in un centro senso l’affinità con il contesto del Pubblico Ministero Luciano Infelisi incaricato inizialmente del caso Moro, il quale non riuscì a coordinare le ricerche in maniera intelligente e decisa: non ricevete aiuto e nessun collega lo affiancò nell’incarico. Willan, I burattinai, cit., p. 247. Tale stato di impotenza, potrebbe rispecchiare la debolezza e l’ingenuità del personaggio del giudice Rosario.
[25] Aldo Moro era nato in Puglia nel 1916 e aveva studiato legge all’università di Bari, dove era stato presidente della Fuci, la Federazione dei Giovani Cattolici di cui, nel 1939, divenne responsabile nazionale. Ricoprì la carica di ministro Grazia e Giustizia nel 1955 e nel 1959 fu eletto segretario della Dc, arrivando poi alla presidenza del consiglio nel 1963. All’epoca del suo sequestro, Moro aveva rivestito quell’incarico in ben cinque diverse coalizioni di governo. La pietra basilare del suo credo politico era la fiducia nel dialogo tra le diverse correnti e la convinzione che tutti i settori dell’opinione pubblica dovessero essere rappresentati in parlamento, per dare piena espressione alla vita politica nazionale. Fu per queste caratteristiche che gli venne affidato il ruolo di mediatore tra Dc e Pci negli anni di crescente tensione politica. All’avanzata elettorale comunista, Moro rispondeva con la proposta di un governo di unità nazionale, l’unico in grado di fornire una valida risposta alla recessione economica e al terrorismo. Il suo piano per un “compromesso storico” col Pci prevedeva che i comunisti sarebbero dovuti passare dalla non sfiducia a un sostegno attivo al governo, per arrivare a una divisione dei compiti di potere che prevedeva la presenza dei comunisti in incarichi di governo. Solo l’amicizia personale esistente tra Moro ed Enrico Berlinguer rese attuabile il progetto, interrotto bruscamente dalla tragica fine dello statista. In un famoso articolo dello statista che doveva uscire su il Giorno all’inizio del 1978 e che venne pubblicato postumo su l’Unita 29 maggio 1978, Moro spiegava che l’alleanza con i comunisti era essenziale per sottrarre l’Italia dalla paralisi politica e terminava il suo articolo con un appello «alla prudenza, all’intelligenza, allo spirito aperto di coloro sui quali ricadono le massime responsabilità». Willan, cit., pp. 237-238; 242.
[26] Per il memoriale di Moro e i comunicati delle Br si veda il sito:
http://www.apolis.com/moro/moro/memoriale/indice.htm[27] Willan, cit., p. 237.
[28] Ivi, p. 27. Martinelli cita una frase dello storico Marc Bloch, tratto dall’Apologia della Storia : «ci sono due modi di essere imparziali: quello dello studioso e quello del giudice. Essi hanno una radice comune: l’onesta sottomissione alla verità». La scelta di costruire il personaggio del giudice attraverso l’hobby delle navi in bottiglia, rappresenta, però, una metafora triste e negativa della ricerca di questa stessa verità: le navi in bottiglia non sono mai destinate a vedere il mare. Nonostante il lavoro paziente e scrupoloso, il procuratore non concluderà le sue indagini e si troverà intrappolato in una rete ancora più grande. Renzo Martinelli, cit., p. 73.
[29] La costruzione del personaggio brigatista corrisponde in gran parte alla tipologia del terrorista che è riuscito ad inserirsi nella società civile e ad evitare le condanne grazie alla falsa identità che gli ha garantito l’impunità. Tuttavia, si tratta di un particolare che il film non esprime chiaramente, ma piuttosto tende a suggerire. Molti terroristi hanno percorso la strana linea di confine tra la lotta armata e la vita civile. Una doppia identità quindi che evidenzia il ruolo stesso delle Br e la sua sostanziale ambiguità con i suoi programmi rivoluzionari e politici. L’epopea violenta e misteriosa di questo gruppo è stata ben sintetizzata dall’ex brigatista Enzo Fontana: «Noi siamo stati come Teseo, siamo entrati in un labirinto di specchi per portare l’attacco al cuore del Minotauro, dello Stato capitalista, imperialista. Il Teseo sovversivo si è nutrito mentre avanzava per il labirinto, di logiche astratte, di parole, di armi, di carne umana, lo stesso nutrimento del Minotauro. E finalmente lo ha trovato, non era al centro di niente, ma c’era, c’era uno specchio che rifletteva un Teseo mutato, più armato e feroce di quello che aveva iniziato l’avventura. Teseo era entrato nel Minotauro e il Minotauro in Teseo, dove per la verità era sempre stato». Willan, cit., pp. 218 - 223.
[30] «L’atto udito di parole come componente dell’immagine visiva fa vedere qualcosa in tale immagine». Non solo: non si accontenta di far vedere, ma succede che esso stesso vede. Si tratta di evidenziare quello che Deleuze, Comolli e Chion hanno individuato nei loro studi sull’atto parlato all’interno del film, in cui «l’atto udito di parola è esso stesso visto». È quello che succede nella scena del Super8 in cui lo spettatore, oltre a vedere il filmato nella sua scansione diretta e oggettiva, è guidato dalla voce fuori campo di Rosario, in modo tale da volgere l’attenzione su alcuni aspetti di quel filmato. Da questo punto di vista la voce fa da guida, opera una sorta di montaggio dell’attenzione che in questo caso è fondamentale per realizzare l’indagine. Gilles Deleuze, L’immagine – tempo, Ubulibri, Milano 1989, pp. 256 –257.
[31] Il film cita la targa diplomatica, ma evita di approfondire dettagliatamente la sua storia. Si tratta della targa CD 19707 che risulterà rubata l’11 aprile 1973 dalla macchina dell’addetto militare venezuelana, Aquimedez Guevara Alcalà. La stessa targa venne rilasciata da un altro addetto militare il dottor Heliodoro Clavarie Rodriguez che la restituirà al ministero dei trasporti nel gennaio 1978. La targa verrà successivamente assegnata ad una Fiat 124. Nella relazione di maggioranza della Commissione si legge: «ha lasciato perplessità il fatto che non è stato accertato quando la targa di plastica con lo stesso numero di quella rubata, sia stata assegnata al secondo diplomatico venezuelano e perché sia stata ristampata in plastica una targa rubata e assegnata di nuovo alla stessa ambasciata». La macchina dei terroristi con questa targa venne notata a Roma e ogni mattina, nei giorni a ridosso del 16 marzo, compiva evoluzioni di “prova” lungo la via dell’attentato. «Ma è stata vista anche nei pressi dell’abitazione di Moro, in via Trionfale, in altre strade del quartiere, a Porta Pia, all’aeroporto di Ciampino, sul Lungotevere, a Piazza del Popolo, persino ferma davanti all’ambasciata dell’Iraq: quando due uomini di circa trent’anni vi salirono». Mimmo Scarano, Maurizio De Luca, Il mandarino è marcio, cit., pp. 81-82.
[32] Per quello che concerne i nomi dei brigatisti che hanno partecipato alla strage di via Fani, esistono ancora dei dubbi giudiziari. Ufficialmente furono: Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Franco Bonisoli e Raffaele Fiore che, vestiti da avieri, aprono il fuoco sulle auto; Mario Moretti, alla guida della 128 che blocca, facendosi tamponare, le vettura con a bordo Moro; Barbara Balzerani, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, che bloccano il traffico; Bruno Seghetti che guida la 132 sulla quale il leader Dc viene portato via, e Rita Algranati, che ha l'incarico di segnalare l'arrivo di Moro e della scorta. Cronologia, Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, Edup, Roma 2003. Il testimone Antonio Marini avrebbe riferito di una moto Honda con due persone a bordo, una delle quali armata, che avrebbe sparato contro un passante. I brigatisti hanno sempre negato la presenza di questo mezzo. Sul numero preciso dei brigatisti in via Fani esistono ancora alcuni, come anche sulla dinamica balistica. Il gruppo di azione oscilla da un numero di nove elementi (Morucci) ad un numero di undici, se si tiene conto della moto Honda. Anche altri testimoni, Paolo Pistoiesi e Giovanni Intrevado, parlano di una moto. Molti testimoni, quindi, la cui versione processuale entra nettamente in contrasto con le smentite dei brigatisti.
[33] Le deposizioni di Moretti e di Morucci relative all’impatto sono raccolte nel processo Morouno (p. 28 dove si legge che la macchina si è arrestata per «l’inopinato impedimento») e Morobis e nel Moroquater (p. 31; 38). La sintesi dei processi è scaricabile presso il sito
http://www.apolis.it.
[34] Un ulteriore versione di questo tamponamento è rintracciabile nel libro intervista di Carlo Mosca - Rossana Rossanda, Mario Moretti – Brigate Rosse, una storia italiana, Anabasi Tascabili 1994, pp. 127-128.
[35] Gli elementi qui descritti sono tratti esclusivamente dal film in questione. Il libro Piazza delle Cinque Lune, evidenzia meglio la deposizione di Moretti e del Memoriale di Morucci. Quest’ultimo cita letteralmente la parola “tamponamento”; Moretti afferma di aver dovuto tenere premuto il freno causa del “doppio” tamponamento della 130 di Moro. R. Martinelli, cit., pp. 38-39. Nella ricostruzione filologica della scena, Martinelli osserva la foto originale del tamponamento della strage di via Fani concludendo che la mancanza di frenate sull’asfalto e la mancanza di graffi e ammaccamenti sulla macchina di Moretti, indicano chiaramente la falsa versione dei brigatisti e sollevano una domanda: perché i brigatisti hanno mentito circa la dinamica del sequestro? La foto originale, relativa al “mancato” impatto, è pubblicata nel libro Piazza delle Cinque Lune, cit., p. 43.
[36] Il regista ha utilizzato l’Arriflex 16mm SR, con un’ottica 10 – 100mm Zeiss che permette di avere al tempo stesso o un grandangolare o un teleobbiettivo. Il linguaggio adottato è quello del piano sequenza, dove la macchina da presa non stacca mai, ma segue l’evento in presa diretta. La costruzione della scena non ha bisogno, quindi di essere montata. L’utilizzo dello Zoom sui momenti chiavi della strage, il prelevamento del prigioniero, la presenza di Camillo Guglielmi, evidenzia un linguaggio ricco di panoramiche veloci, arresti improvvisi, sbandamenti che comunicano chiaramente la drammaticità dell’evento, ma anche lo stato d’animo di chi avrebbe ripreso il sequestro. Questa scelta di linguaggio attribuisce alla scena una verosimiglianza, ovvero finisce per essere assimilata come vera pur essendo di finzione. Questo grazie al “rigore filologico” che il regista ha voluto perseguire. Tutti gli eventi sono tratti dai resoconti dei brigatisti e dalle varie deposizioni: il capello dell’aviere che spara da sinistra e che cade, la posizione delle macchine, la sparatoria. Tutto questo è stato ricostruito attraverso un rigore filologico dell’attentato. È ed proprio da questa ricostruzione che Martinelli si accorge dell’inconciliabilità tra le versioni di Morucci e di Moretti e la dinamica dell’incidente. A livello tecnico, per simulare la grana del super8, la scena ha dovuto subire una modifica in postproduzione da sembrare più invecchiata e degradata. R. Martinelli, cit., pp. 26; 48.
[37] Eleonora Moro, Comm. Parlm., 1 agosto 1980, Scarano - De Luca, Il mandarino è marcio, cit., p. 72.
[38] Martinelli, cit., pp. 38 - 43.
[39] È doveroso osservare che il lavoro di Satta, che può essere valutato come la controparte dell’inchiesta portata avanti dal film, non fa nessuna menzione di questo mancato tamponamento. L’unica circostanza trattata è invece quella relativa al tamponamento della macchina di Moro con la stessa scorta, indicando una sorta di «imperfezione» e di «dilettantismo» della stessa scorta, colta dall’effetto «sorpresa» e per questo «inefficiente» alle risposte del fuoco nemico. Questo fatto spiegherebbe la libertà operativa degli stessi brigatisti. Vladimiro Satta, cit., pp. 7-8.
[40] Il maggior contributo, relativo al misterioso superkiller, viene dal testimone Lalli e dalla stessa perizia balistica messa in evidenzia dal libro inchiesta di Zupo – Recchia, Operazione Moro, Franco Angeli 1984. Da parte sua, Satta sostiene che non è possibile parlare di un superkiller, visto e considerato che le pallottole sono state sparate da due armi diverse e quindi si può parlare, più giustamente, di «due killer normali», appunto due terroristi. In oltre, visto e considerato che nessuno dei brigatisti parla di questo presunto superkiller, Satta sostiene che non c’è ne motivo e ne utilità di pensare che i terroristi debbano mentire su questa dinamica. Per tanto non esisterebbe nessun superkiller. Satta, cit., pp. 9-10.
[41] Ivi.
[42] Ivi.
[43] Philip Willan, cit., p. 11. Su questo aspetto è tornata la Commissione Stragi. Oggetto del dibattito: un appunto del ‘78 della Questura di Roma nel quale si affermava che alcuni bossoli rinvenuti a Via Fani proverrebbero da "un deposito dell’Italia settentrionale le cui chiavi sono in possesso di sole sei persone". Sulla base di questo documento, il figlio di Moro, Giovanni, ha chiesto che venga fatta "immediata chiarezza". Mauro Bottarelli, La Padania, 28 ottobre 1999.
[44] Nel punto relativo ai collegamenti internazionali, della Relazione di maggioranza della Commissione di Inchiesta, si nega categoricamente la presenza di uno “straniero” la mattina del 16 marzo in via Fani. E aggiunge: «tutti i brigatisti interrogati sono stati concordi nell'escludere tassativamente ogni presenza straniera in via Fani e nella gestione del sequestro ed hanno riferito che le voci circolate in proposito erano state oggetto, all'interno dell'organizzazione, di divertiti commenti». Questo fatto, secondo la relazione, sarebbe evidente nella stessa risoluzione strategica n. 6, «laddove orgogliosamente si afferma che in via Fani non c'erano misteriosi 007 venuti da chissà dove, ma avanguardie politiche tempratesi nella lotta della classe operaia e addestrate nei cortili di casa».
[45] Eleonora Moro, Comm. Parlm., 1 agosto 1980, Mimmo Scarano, Maurizio De Luca, Il mandarino è marcio, cit., p. 72.
[46] Scarano De Luca, cit., p. 73.
[47] Eleonora Moro, Commissione Parlamentare, in Scarano – De Luca, cit., p. 79.
[48] Ivi, p. 80. L’evento è chiaramente raccontato nel film Il caso Moro.
[49] Ivi, p. 81, da deposizione dell’agente Otello Riccioni in Comm. Parl, 21 maggio 1981, raccolta dal senatore Sergio Flamigni.
[50] Ivi, p. 79.
[51] Il dialogo avviene tra un generale presente in via Fani e la moglie di Aldo Moro, Eleonora. La donna fa notare che una delle borse è stata portata via da poco tempo: «se tutte e tre le borse fossero state portate via allo stesso istante, anche li, dove invece è pulito, sarebbe colato il sangue». Il generale, di contro, conferma la versione dei presunti testimoni che avrebbero affermato che le borse sarebbero state portate via dalla Brigate Rosse. La sorpresa della donna è immediata: «le Br ? Come fate a saperlo? O avete dei testimoni anche per questo?». Il generale si toglie dall’impaccio scusandosi e allontanandosi molto freddamente.
[52] Eleonora Moro con estrema sorpresa dichiarerà nella stessa Commissione: «ma come! Il giorno prima c’è il Capo della polizia a dire che in via Savoia sono soltanto scippatori e il giorno dopo in via Fani mi dice sicuro: “Sono Brigate Rosse?”». Scarano – De Luca, cit., p. 88.
[53] Si tratta di una delle prime lettere di Moro, la numero 4, scritta tra la fine di marzo e gli inizi di aprile, spedita a sua moglie Noretta, ma non racapitata.
[54] Osserva Willan che forse per questo motivo la lettera non venne consegnata: «renderla pubblica avrebbe significato ammettere che Moro era tenuto all’oscuro della sorte dei suoi documenti e avrebbe potuto generare sospetti sull’intera conduzione del sequestro». Willan, cit., p. 298.
[55] Eleonora Moro, Commissione Parlamentare, in Scarano – De Luca, cit., p. 72.
[56] L’intervista è presa dal programma televisivo La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Qui viene sollevato un altro mistero: se le Br stanno mentendo significa che stanno alterando la veridicità dei fatti coprendo qualcosa che ancora oggi rimane all’oscuro delle indagini; se invece stanno affermando la verità, si avrebbe la tentazione di interpretare il 16 marzo come un giorno in cui i terroristi sarebbero stati “controllati” e “protetti”, probabilmente a loro insaputa, da un gruppo di potere non meglio identificato, che si sarebbe assicurato l’accadimento degli eventi. In entrambe le circostanze la vicenda del sequestro Moro rimane ancora poco chiara. Ma si tratta di un ipotesi priva, al momento, di prove oggettive e dimostrabili.
[57] Direttore della rivista scandalistica dal titolo Osservatore Politico (OP), Pecorelli iniziò la sua attività come avvocato specializzato in diritto commerciale che ben presto abbandonò per darsi interamente al giornalismo, sfruttando le informazioni apprese nel mondo politico e finanziario in articoli ricattatori scritti in un linguaggio ermetico e allusivo, spesso comprensibile solo da pochi iniziati appartenenti a questo o a quel centro di potere. Inizia con Paolo Senise (figlio di Carmine Senise, capo della polizia fascista) direttore del Mondo d’oggi (nella redazione c’era anche Nino Pulejo che aveva aiutato il principe Valerio Borghese a nascondersi dai partigiani su richiesta di James Angleton). Il primo lavoro insieme a Nicola Falde (ex servizi segreti militari) fu la campagna di diffamazione contro il nucleo operativo dei servizi segreti diretto da Gianadelio Maletti per conto di Vito Miceli. La sua attività molto presto si rivelò legata al ricatto politico per estorcere denaro, come affermò Federico Umberto D’Amato alla commissione P2. Tra i suoi articoli vengono di frequente trattati i personaggi politici come Giulio Andreotti, Michele Sindona, Guido Giannettini, Antonio Viezzer, e tutti i personaggi dell’affaire Moro, brigate rosse comprese. Willan, cit. pp. 95-100. Secondo la tesi portata avanti dal film, Pecorelli venne eliminato perché era a conoscenza di elementi particolarmente gravi riguardo al sequestro e alla morte di Moro.
[58] Ivi, p. 257.
[59] Ivi, p. 258
[60] «Gli americani, secondo questa interpretazione, non avrebbero interferito nell’invasione sovietica della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e, conseguentemente non avrebbero tollerato l’ingresso di un partito comunista nel governo di un paese occidentale. L’Unione Sovietica, per parte sua, avrebbe accettato l’impossibilità di un governo comunista in Italia e, se necessario, l’intervento militare americano per impedirlo. Quando alla fine degli anni Settanta si avanzò l’ipotesi di una coalizione di governo tra democristiani e comunisti, il governo e sovietico e quello americano si allertarono, anche se per motivi diversi: i sovietici infatti, preferivano che il Pci restasse all’opposizione, piuttosto che vederlo allineato con l’ideologia occidentale in un governo di coalizione». Willan, cit., 23-24.
[61] Ivi, p. 259.
[62] In riferimento alla divisa di avieri, Pecorelli scrive una delle sue lungimiranti allusioni (le uniformi di aviere saranno scoperte nel covo di via Gradoli): «non saranno infatti andati in elicottero a deporre Moro?». Sembra un modo per indicare ancora una volta la complicità dello Stato nel sequestro. Questo elemento coincide con la testimonianza di un medico che vide due della vetture delle Br la mattina del sequestro nei pressi di via Fani e contemporaneamente (9.10 – 9.20) sentì un rumore di elicottero, quando in realtà questi si levarono soltanto dopo le 9.30. Willan, cit., p. 267, da Sergio Flamigni, La tela del ragno.
[63] Willan, cit., pp. 346-348, dal libro di Licio Gelli, La verità.
[64] Tuttavia la sua deposizione è da considerarsi ancora ricca di lacune e per questo non pienamente attendibile. Proprio negli ultimi giorni, immediatamente precedenti l'assassinio dell'onorevole Moro, si colloca il tentativo di ottenere un'intervista sulle condizioni di Moro. Dopo il decesso di Moro, Viglione continuò ad avere contatti con un misterioso e anonimo brigatista, il quale aveva dichiarato il vero obiettivo delle Br non era di uccidere Moro, come invece avrebbero voluto certe forze politiche. Lo sconosciuto, individuato in Pasquale Frezza, avrebbe richiesto somme di denaro per portare avanti l'azione. Viglione stesso chiese al generale Dalla Chiesa la somma di 2 milioni da passare al "brigatista pentito", senza però ottenerla. Viglione consegnò a Frezza somme in franchi francesi e in lire italiane. In seguito avrebbe scoperto che Frezza aveva precedenti manicomiali; ma non ritenne di doverne parlare col generale Dalla Chiesa per non screditare quanto in precedenza affermato. Essendosi proceduto penalmente, i personaggi coinvolti nella vicenda, Pasquale Frezza e lo stesso Ernesto Viglione, sono stati condannati per reati vari, oltre che per truffa (30 giugno 1980). L'eloquente vicenda giudiziaria - i cui atti sono stati acquisiti dalla Commissione - ha suggerito l’inopportunità di ulteriori approfondimenti». Dalla Commissione Parlamentare, Il caso Moro, Capitolo 5, p. 83.
[65] Willan, cit., p. 76.
[66] Benito Cazora fu il deputato democristiano che tentò, attraverso la malavita calabrese, di scoprire il covo della prigionia di Moro. Sereno Freato fu il segretario di Moro. Quei fotogrammi furono al centro di strani interessamenti da parte della 'ndrangheta, l’organizzazione criminale calabrese che non sembra aver avuto dei punti di contatto con l’attività brigatista. La telefonata di Cazora affermava che gli sarebbero servite le foto del 16 Marzo «Si, perché loro... [nastro parzialmente cancellato]...perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù […] Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio... noto a loro […] una copia, capito, può darsi che stia sui giornali del 16 o 17 marzo». Ivi, p. 288.
[67] Scarano -De Luca, cit., p. 88.
[68] Le testimonianze relative alla macchina blindata giungono anche dalle vedove del resto della scorta, Ileana Leonardi e Maria Ricci. Ivi, p. 88.
[69] Da l’avvocato Giuseppe Zupo, parte civile dei due agenti, Rivera e Zizzi, morti in via Fani. Scarano – De Luca, cit., p. 87. Una segretaria dell'ambasciata del Libano in Italia denunciò che nei giorni 8 e 9 maggio 1973 era stata seguita da un'auto con a bordo una persona, identificata poi per Franco Moreno. Il fatto aveva suscitato apprensioni nella signora poiché lo stesso 9 maggio l'usciere dell'addetto militare dell'ambasciata era stato avvicinato da uno sconosciuto che, promettendo soldi, avrebbe chiesto di conoscere gli spostamenti dell'ambasciatore.
[70] La testimonianza è di Marco Tarditi, ex agente di polizia, il quale riconosce le sirene vendute al Moreno, dopo l’eccidio di via Fani. Scarano - De Luca, cit., p. 86. La mattina del 17 marzo, il Moreno venne fermato dalla pubblica sicurezza in relazione al sequestro Moro, ma tre giorni dopo egli venne rilasciato dal sostituto procuratore dottor Infelisi che ha dichiarato alla Commissione «di avere approfondito con sicurezza la posizione di Moreno prima di disporne il rilascio. La figura di Moreno ha, peraltro, alimentato perplessità. Egli è stato seguito per mesi, e nonostante non sia emerso nulla di specifico in relazione ai fatti di via Fani, nessuna spiegazione è stata fornita dagli inquirenti sul suo interessamento per le finestre dello studio dell'onorevole Moro». Commissione Parlamentare, pp. 23 – 24.
[71] De Luca – Scarano, cit., p. 87.
[72] Rientrano in questo tipo di “indizi” gli articoli di Pecorelli: Moro ha deciso, molla, titolava Pecorelli una nota dell’agenzia del luglio 1975 «…per il momento tutti i commentatori politici si esercitavano con l’interrogativo. E’ proprio il solo Moro il ministro che deve morire alle 13?». Il riferimento di Pecorelli era nel libro scritto da Giulio Andreotti, Ore 13, il ministro deve morire. Si tratta di un racconto che sembra alludere al futuro presidente del governo di unità nazionale, basato sulla storia dell’assassinio di Pellegrino Rossi, ministro di Pio IX, perpetrato non si sa se da un killer della Curia, o da una potente massoneria laica, dai francesi che non gradivano un governo liberale in Vaticano, o dai rivoluzionari contestatori della Roma ottocentesca. L’articolo riporta un’espressione da enigmistica, Moro…bondo che evidentemente sta per “moribondo”. In un altro articolo dell’ottobre ’75, Pecorelli scrive della riunione del Consiglio Nazionale democristiano nel quale prenderà parte anche Moro, «se vivrà ancora». Sono tutti elementi chiaramente “profetici”. De Luca – Scarano, cit. pp. 95-97.
[73] Il detenuto dichiarò in seguito che la sua fonte sarebbero stati alcuni colloqui con i brigatisti Olivieri, Buonavita e Socci che gli avevano esternato una possibilità di sequestrare un’alta personalità dello Stato al fine di chiedere la liberazione di detenuti politici». Ivi, p. 98.
[74] Ivi.
[75] Il detenuto Senatore, appartenente ai Nap (Nuclei Armati Proletari) aveva rapporti epistolari con Renato Curcio e con Giovanni Marini. Ivi, p. 99.
[76] A questa lista si unisce la notizia che giunge a Craxi attraverso Willy Brandt (segretario del partito socialdemocratico tedesco). Ivi, p. 100. Moro era nel mirino del terrorismo internazionale. Nel testo, che la polizia olandese trovò in un covo terrorista, Moro figurava come uno dei possibili obiettivi con il nome di Alter Mann, appunto le sue iniziali. Craxi dichiarò che l’espressione “uomo vecchio” si riferiva proprio allo statista democristiano. Ivi, pp. 100-101.
[77] Ivi, p. 103.
[78] Testimonianza dell’insegnante Fanny Bufalini. Ivi.
[79] Ivi.
[80] Commissione Parlamentare, pp. 25- 26.
[81] Ivi, pp. 106-107.
[82] Per Satta non esistono dubbi: l’ufficiale Camillo Guglielmi non era in via Fani bensì nella vicina via Stresa, non era in servizio, ma in ferie e non era in forza al Sismi, nel quale sarebbe entrato mesi più tardi. Dunque si tratta di una presenza casuale che non va collegata con il sequestro di Moro. Lo stesso Satta riporta nelle note l’articolo di Cipriani (L’Unità, 6 giugno 1991), in cui il colonnello Guglielmi avrebbe offerto delle versioni ambigue e spesso in contraddizione riguardo alla sua presenza in via Stresa. Per Satta si trattò di un errore giornalistico sulla cui scia si inserirono tutti gli altri quotidiani. Le dichiarazioni del Guglielmi al magistrato Luigi de Ficchy si concentrarono soprattutto sull’incontro fissato con il colonnello D’Ambrosio in via Stresa 117 per le 9.30 del mattino. La sua presenza è data soprattutto da questo fattore. Si è trattato per tanto di una pura coincidenza. Tuttavia, necessiterebbe maggior chiarezza la testimonianza del paracadutista ed ex-appartenente al Sismi Pierluigi Ravasio, che avrebbe affermato che il colonnello Guglielmi nel 1978 avrebbe già fatto del servizio segreto militare, cosa negata dallo stesso interessato. Gli unici misteri, secondo Satta, sono quelli relativi a dove alloggiasse il Guglielmi e se era a piedi o in macchina. Satta, cit., pp. 158-161; 228; 408.
[83] Quella dello sciacquone difettoso sembra essere una sorta di “tecnica” che avrebbe perseguitato il destino dei brigatisti. La scoperta del covo di via Scarenzio numero 6, nella periferia di Pavia, avvenuta nel 24 dicembre del 1975, ricorda in modo inequivocabile la modalità della scoperta del covo di via Gradoli. Anche in questa circostanza, la polizia trovò in bella mostra timbri targhe false, radio ricetrasmittenti e banconote per circa 4 milioni. Gli inquilini di questo appartamento sarebbero stati i brigatisti Fabrizio Pelli, Susanna Ronconi, e forse, Curcio, Alunni e Moretti. Flamigni, cit., pp. 160- 161.
[84] Per la parte relativa alla scoperta del covo di via Gradoli, rimando ai paragrafi seguenti.
[85] Su questa informazione si veda l’audizione Scialoja in Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Terrorismo.
[86] Si veda l’articolo Via Gradoli e alcuni nomi della P2:
http://www.supereva.it/elezioni.freeweb/morop2.ht[87] Willan, cit., p. 275.
[88] De Luca – Scarano, cit., pp. 264-265.
[89] Per il documento De Luca – Scarano, cit., p. 265.
[90] Willan, cit., pp. 273-275.
[91] Ivi, p. 255.
[92] «Caro Licio… anche nella Famiglia è venuta meno la solidale assistenza dei suoi componenti… Esistono per caso fratelli di serie A ed altri di serie B?… Nella constatazione di siffatta disparità ti rassegno la mia irrevocabile decisione di uscire definitivamente dall’Organizzazione». Ivi, p. 271.
[93] Il mandante della morte di Pecorelli resta ancora oggi avvolta nel mistero più fitto. Lo stesso Andreotti, uscito illeso da un processo a suo carico, è stato accusato di essere il mandante della sua eliminazione. Secondo la deposizione di Angelo Izzo, l’esecutore materiale dell’omicidio fu Valerio Fioravanti, il quale, avrebbe ucciso anche Mattarella. Ma si tratta di dichiarazioni che non hanno trovato una conferma giudiziaria. Willan, cit., pp. 99; 207-271. A collegare la morte di Pecorelli, a quella del generale Dalla Chiesa è il boss mafioso Tommaso Buscetta: la loro eliminazione sarebbe avvenuta per evitare la diffusione di particolari interessi che sarebbero legati al senatore Giulio Andreotti. Dal programma televisivo Mixer su Aldo Moro. Si veda, in oltre, Pino Arlacchi, Addio Cosa Nostra, Bur 1996, p. 206.
[94] Ivi, pp. 266 -268. Tale ipotesi è avanzata dagli autori De Luca e Scarano. Le Br assumerebbero diverse identità a seconda delle opportunità strategiche che gli si sarebbero presentate. La prima volta con Ronald Stark che avrebbe descritto i diversi livelli di clandestinità di tale organizzazione; la seconda volta con la falsa scoperta di Via Gradoli, dove viene trovato il bossolo 7, 65 parabellum Sako, appartenente a chi aveva sparato al lato destro della macchina di Moro, che viene poi fatto “misteriosamente” sparire; la terza volta con il falso comunicato del Lago della Duchessa, la cui genesi è di matrice sconosciuta, come la partecipazione di Chichiarelli; la quarta volta con il comunicato numero 10, maggio ’78, al cui interno c’è una messaggio in codice militare; la quinta volta con il messaggio radio-televisivo intercettato dal Sismi nella redazione del Gr2 in cui si annunciava con la morte di Moro 34 ore in anticipo (ma il messaggio era stato dato dai brigatisti al parroco della Val Di Susa, alle 23.30 del 7 maggio con l’espressione “il mandarino è marcio”); la sesta volta con il borsello dimenticato da Chichiarelli che alluderebbe a misteriose complicità. Si tratta di circostanze diverse e distanti tra loro, che da una parte insisterebbero sulla dubbia identità delle Br, e dall’altra evidenzierebbero la presenza di una regia occulta dietro gli stessi brigatisti.
[95] Willan, cit., p. 275.
[96] Stranamente si aprì una pista internazionale: due successive rapine alla sede londinese e a quella parigina della stessa Brinks fanno sospettare che all’interno della multinazionale esistessero dei contatti che andavano ben oltre la corruzione di qualche guardia. Ma su questa pista non sembra essere sviluppata nessuna indagine precisa. Ivi.
[97] Testimonianza di Gaetano Miceli, Willan, cit, p. 283.
[98] Il biglietto apparteneva allo stesso Chichiarelli invitato a Messina per il matrimonio di un maggiore dei carabinieri, suo amico, Raffaele Imondi. Ivi, p. 284.
[99] È opportuno ricordare che il caso Chichiarelli costituisce uno dei misteri del caso Moro, anche per lo stesso Satta, in quanto non si conosce l’identità di chi lo ingaggiò per fargli confezionare il falso comunicato. Satta, cit., p. 424.
[100] Deleuze, cit., p. 115.
[101] Di fronte ad una nota inquadratura del film Ivan il terribile di Sergej Ejzenstejn, Barthes rintraccia un primo livello di comunicazione (lo scenario, i costumi, i personaggi ecc.); un secondo livello di significazione, rappresentato dagli elementi all’interno dell’inquadratura che possono avere un significato simbolico (nel caso specifico la pioggia d’oro che “inizia il giovane zar); un terzo livello “ostinato”, “ieratico”, il quale indica propriamente la significanza dell’immagine, il senso ottuso, «ciò che è smussato, di forma arrotondata», il quale rappresenta una sorta di valore aggiunto al senso ovvio della stessa, che ha a che fare anche con il travestimento o con la percezione estetica della stessa. Per la prima volta appare in Cahiers du Cinema del luglio 1970, n. 222. Poi nel libro L’ovvio e l’ottuso. Qui dalla raccolta di scritti Roland Barthes, Sul cinema, Il melangolo, Genova, 1997, pp., 115-134.
[102] Da questo punto di vista, il film drammatizza il contesto famigliare non solo per un fine spiccatamente narrativo, ma anche per “raccontare” il metodo assolutista e violento del Potere pronto a distruggere gli effetti e i propri cari. Nasce spontaneo una sorta di parallelismo tra il senso e il valore della famiglia descritto nel film e l’importanza che lo stesso Moro dava alla sua e il dolore di Eleonora Moro e dei suoi figli. L’importanza della famiglia affiora soprattutto dalle 86 lettere che Moro spedisce dal carcere brigatista attraverso espressioni affettuose, protettive e rassicuranti. Questo va detto contro chi non ha esitato ad accusare il «cinico» politico di Maglie come uomo freddo e razionale, dedito al potere e al controllo del partito. In particolare si veda Alfredo Carlo Moro, fratello dello statista che, mentre indaga sui tanti buchi neri dell’affaire, ricorda la campagna denigratoria contro lo stesso Moro da parte di Massimo Fini, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Flaminio Piccoli. Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato -Le ombre del caso Moro, Editori Riuniti.
[103] La “casuale” scoperta del covo di via Gradoli e il falso comunicato numero sette, hanno avuto una funzione precisa nel sequestro Moro. Per Flamigni, tale funzione è rappresentata da un vero e proprio linguaggio in codice diretto allo stesso Moretti da parte di chi controllava gli eventi del sequestro. Sono due eventi plateali e spudoratamente “costruiti” da divenire un vero e proprio “monito” a Moretti, una decisa accelerazione del sequestro in senso definitivo. Flamigni, cit., pp. 226; 230.
[104] Dal sito
http://www.kaosedizioni.com/nov_covo_sintesinotizie.htm[105] Flamigni, La tela del ragno, Kaos, pp. 274-276.
[106] Le informazioni sono tratte da un’intervista di Lorenzo Baldo a Sergio Flamigni a cura dal sito Terzomillennio.
[107] Satta, cit., pp. 179-180.
[108] Da un articolo del 1 maggio 2003 pubblicato sul sito Clorofila.
[109] Ivi.
[110] La relazione conterrà alcuni punti importanti. Il primo riguarda l’ipotesi iniziale che non fossero le Brigate Rosse a gestire il sequestro Moro: il rapimento è stato fatto «maniera estremamente pulita, il che contrasta con il normale operato di gruppi terroristici». Subito dopo si esclude la possibilità che la sigla Br possa essere stata utilizzata da un altro gruppo. Nella relazione Pieczenik si chiede perché la famiglia dello statista "insista sullo scambio politico; cerca un sistema per «controllare i magistrati»: suggerisce alcuni metodi per destabilizzare le Br (simulare la morte di Curcio, una ricompensa per liberare Moro). In oltre consigli di sgonfiare il “caso” sulla stampa e mantenere unita la Dc; di contro chiede di dividere il gruppo di alti esponenti della politica da gruppo strategico operativo. Dal sito Almanacco dei misteri.
[111] Willan, cit., p. 268.
[112] Le accuse recenti di Pieczenik in riferimento alle inattività dei Comitati, mette in evidenza il clima di incertezza e di debolezza nei confronti delle stesse indagini. Si veda l’articolo del Corriere della Sera del 18 marzo 1998.
[113] Gli elementi che compongono il comitato fanno sovente dichiarazioni contraddittorie e strane. Le parole di critica del Sottosegretario agli Interni Lettieri (30 marzo) sono ritrattate il giorno dopo. Il generale Santovito (capo del Sismi) chiama in causa elementi indiziari fino ad oggi estranei a tutta la vicenda (una nave che proverebbe la pista turca; una radio di Rimini che trasmetterebbe messaggi contro Moro; una misteriosa abitazione in via Aurelia). Il generale Giudice (finanza) afferma della difficoltà di controllare i contratti di affitto; e lo stesso fa il capo della polizia Parlato il quale lamenta la possibilità di trovarsi documenti falsi, inutili al fine delle indagini. Fa riflettere l’indagine di Giudice relativa alla zona nord di Roma, nei pressi di Monte Mario e il riferimento di un paesino vicino Viterbo (sembra un riferimento a Gradoli di cui però ancora non si fa nome). In sostanza il summit degli apparti dello Stato si mostra davvero molto poco «tecnico operativo». De Luca - Scarano, cit., pp. 178 – 180.
[114] Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana, Bompiani, Milano 1994, p. 774. Propaganda Due, loggia massonica “deviata” fondata da Licio Gelli. La sua scoperta avviene presso lo stabilimento di Castiglion Fibocchi il 17 marzo del 1981 su mandato dai magistrati Viola, Colombo e Turone del tribunale di Milano per presunta estorsione continuata ai danni di Cuccia Enrico e Latri, in concorso con Michele Sindona e Latri». Dopo dieci anni di indagine il giudice istruttore Francesco Monastero accoglie le richiesta del pm: gli affiliati «volevano modificare i poteri costituivi dello stato e la costituzione stessa». I reati degli affiliati, che in tutto sono 16 compreso Gelli, sono: spionaggio, cospirazione politica mediante associazione, milantanto credito, rivelazione di segreti di stato, attentato contro la costituzione. Tra i nomi ci sono quattro ministri, tre sottosegretari e 38 parlamentari. Tale collusione fece cadere il governo tenuto da Arnaldo Forlani. Giuseppe Muratori, Enciclopedia dello spionaggio, edizioni attualità del parlamento Roma, 1992.
[115] Per la prima volta si fanno i nomi degli appartenenti alla Loggia P2. Si tratta di un organigramma che mostra tutti coloro che presero parte alle indagini di Aldo Moro: Giuseppe Santovito (Sismi), Gen. Giovanni Grassini (Sisde), il Prefetto napoletano (Cesis, il quale prenderà il posto di Walter Pelosi, l’unico che non fa parte della Loggia e probabilmente per questo motivo viene sostituito), Gen. Raffaele Giudice (Guardia di Finanza), Senatore Donato Lo Prete (Capo S.M. della Finanza). Tra i collaboratori del direttore del Sismi si vedono i nomi del Col. Musumeci (Capo uff. Controllo e Sicurezza), Col. Domenico Scoppio (Capo Sios – esercito), Ten. Col. Sergio Di Donato (gestione fondi del comitato), e il suo vice Mario Salacone. Tra i collaboratori del Sisde si vedono i nomi del Magg. Rizzuti (Capo Divisione Affari), Terranova (Vice capo del centro Sisde di Firenze) e il Vicequestore Emilio Coppa (Vicecapo Divisione). Si tratta di nomi che si leggono a chiare righe all’interno della scena. Attraverso l’organigramma l’indagine si concretizza: i nomi eccellenti comprovano le responsabilità giudiziarie e danno un valore aggiuntivo alla stessa opera. Il cinema dell’organigramma viene applicato come recupero della memoria e come impegno civile attraverso un altro film recente, Segreti di Stato di Paolo Benvenuti. Attraverso una sequenza di nomi “eccellenti” il film spiega l’ipotesi del complotto dietro la strage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947) e spiega le alleanze trasversali e gli interessi internazionali che crearono il primo episodio di terrorismo politico all’alba della prima Repubblica.
[116] Figlio di un mugnaio toscano, Gelli nacque a Pistoia il 21 aprile 1919. A soli diciassette anni fa carte false per partire volontario per la guerra di Spagna. Al suo rientro, a causa della morte del fratello Dino, Mussolini in persona lo accoglie con affetto. Pier Carpi riporta il dialogo che sarebbe avvenuto tra Mussolini e il giovanissimo Gelli. Pier Carpi, Il Venerabile, cinquant’anni di misteri e segreti in un romanzo con nomi e fatti veri, Gribaudo – Zarotti, Parma, 1993, p. 104. «Dal 1941 al 1945 lavora per il Counter Intelligence Corps, il servizio di controspionaggio militare americano. Nell'autunno del 1962 entra nella loggia massonica Gian Domenico Romagnosi di Roma. Nel Dicembre '65 viene elevato nella gerarchia massonica ed entra nella loggia Propaganda 2. Nel '68, recluta nella P2 il gen. Allavena, dal quale riesce ad avere una copia dei 157.000 fascicoli del SIFAR. Nel frattempo è diventato maestro venerabile. Nel 1971 Salvini tenterà di conquistare il controllo della P2 estromettendo Gelli, ma non ci riesce. Nel Febbraio 1973 sarà Gelli a perorare la causa del ritorno di Peron presso il governo militare. Nel ’74 Gelli, intrattiene anche stretti rapporti con Michele Sindona, che nel Settembre '74 fugge negli USA a causa del crack della Banca Privata Finanziaria. Nel Marzo '81 la magistratura indaga su un eventuale favoreggiamento, del "venerabile" in un falso auto-rapimento inventato da Sindona a New York, viene, quindi, perquisita (17 marzo) villa Wanda, la residenza di Gelli nei pressi di Arezzo, e gli inquirenti trovano un'ingente documentazione che prova l'esistenza di una cospirazione politica di destra dietro alla loggia segreta P2, alla quale risulteranno iscritti 963 uomini importanti. La P2 risulta, inoltre, avere depositi per circa mille miliardi su conti bancari svizzeri. Una commissione parlamentare d'inchiesta chiarirà poi, solo in parte, i legami esistenti fra Gelli, Michele Sindona, Roberto Calvi, la finanza internazionale, la mafia, i servizi segreti USA, golpisti di diversi paesi fra cui Italia, Argentina e Uruguay. Il 13 settembre del 1982, Gelli viene arrestato in Svizzera, dove rimarrà in fino il 9 Settembre '83, quando riuscirà ad evadere. Si veda il sito Cattiviragazzi
[117] De Luca – Scarano, cit., p. 137.
[118] Ivi.
[119] Ivi, p. 136.
[120] Ivi.
[121] Secondo la testimonianza dell’ex terrorista di destra, Vincenzo Vinciguerra il misterioso emissario sarebbe stato Francesco Varone.
[122] Dal Processo Pecorelli, 14 aprile 1994, pubblicato presso l’Almanacco dei misteri.
[123] Dal primo Processo Moro 1982.
[124] Dal sito di Radio Radicale
http://www.radioradicale.it/servlet/Vid ... 123356.txt[125] Dal sito di Radio Radicale
[126] Dichiarazione di Moretti riportata Dal sito Almanacco dei misteri.
[127] Dal sito
http://www.kaosedizioni.com/nov_covo_sintesinotizie.htm[128] Flamigni, la tela del ragno, pp. 274-276.
[129] Flamigni, cit., pp. 169 -175. Si veda Flamigni, Il covo di Stato, PP. 147-141; La tela del Ragno, pp. 147–156.
[130] De Luca – Scarano, cit., p. 139.
[131] Willan, cit., p. 235.
[132] Dal sito
http://www.almanaccodeimisteri.info/morograd.htm. Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, pp. 227-229; 348-349. Dal sito
http://www.kaosedizioni.com/nov_covo_sintesinotizie.htm[133] Dalla sceneggiatura, p. 59.
[134] Dalla sceneggiatura, p. 59. La notizia è presa dal quotidiano La Padania 28 ottobre 1999 in riferimento della deposizione di Prodi in Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e il terrorismo (1997) davanti all'on. Enzo Fragalà.
[135] Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, p. 227. Nel volume Convergenze Parallele (p.177) Flamigni riporta la missiva dello stesso Stelo in cui si afferma che non esiste nessuna relazione tra le indagini del senatore e le società immobiliari di via Gradoli. Da parte sua, Flamigni continua a mettere in relazione le strane circostanze tra via Gradoli e le citate società immobiliari. Si veda, in oltre, l’intervista di Dimitri Buffa a Flamigni, La padania, 11 novembre 1999.
[136] Flamigni, I fantasmi del passato, Kaos, pp. 347-348.
[137] Flamigni, La tela del ragno, pp. 171-177; I fantasmi del passato, pp. 347-348.
[138] Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, pp. 348-349. Si nota che tale indagine è sostenuta dallo stesso Flamigni e principalmente nei suoi diversi volumi pubblicati. In altri studi, si veda ad esempio quello di Satta, molti nomi che per Flamigni sono legati a via Gradoli, non sono affatto presi in considerazione.
[139] Dal sito Kaos Edizioni. Satta evidenzia che quella foto non ebbe affatto un significato intimidatorio e minaccioso. Partendo dalla deposizione del giudice Priore in Commissione, Satta ricorda che la foto fu semplicemente una «burla» del capo dell’Ufficio Politico Domenico Spinella. La scritta il “gatto e la volpe” apposta sul retro della foto evidenzierebbe questa intenzione. Dunque nessun mistero dietro quella foto. Satta, cit., p. 379.
[140] Bruno Sermoneta era un commerciante di 37 anni che gestiva un ampio negozio di biancheria e tappeti con ingresso in via Arenula e retro in via delle Zoccolette, nei pressi del Ghetto ebraico. Le indagini furono coordinate dal tenente colonnello Antonio Cornacchia (affiliato alla Loggia P2). Naturalmente non si approdò a nessun risultato. Ivi.
[141] Willan, cit., pp. 264 –265.
[142] La documentazione è presente nel sito Kaos Edizioni in riferimento al lavoro svolto da Flamigni. Si veda in oltre l’articolo Il covo di via Gradoli (25 febbraio 2004) pubblicato presso il sito Archivio900.it all’indirizzo
http://www.archivio900.ititdocumentidoc.aspxid=82[143] Flamigni, Il covo di Stato, p. 354; Convergenze parallele, pp. 228-230.
[144] Flamigni, cit., pp. 242–243.
[145] Ivi.
[146] De Luca – Scarano, p. 135.
[147] Il falso comunicato numero sette: «Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo "dittatoriale" della DC che per ben trent'anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro, mediante "suicidio". Consentiamo il recupero della salma, fornendo l'esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio. E' soltanto l'inizio di una lunga serie di "suicidi": il "suicidio non deve essere soltanto una "prerogativa" del gruppo Baader Meinhof. Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime. P.S. - Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà "vigilata". 18/4/1978 . Per il comunismo».
[148] Leonardo Sciascia, cit., p. 84.
[149] Willan, p. 277.
[150] Ivi, p. 277-278. Dall’intervista di Giorgio Bocca a Mario Moretti, L’Espresso, 2 dicembre 1984.
[151] Ivi, p. 280.
[152] Ivi, p. 279.
[153] Per Satta non esisterebbero legami diretti tra la scoperta del covo e il falso comunicato. Non si possono congetturare strane collaborazioni tra Stato e terroristi. Le vicende relative al 18 aprile, tendono a evidenziare i «segni di negligenze eclatanti, e tanto dolose», ma si tratta comunque di escludere una regia comune nello svolgimento dei fatti. Il punto di appoggio basilare della tesi sostenuta dall’autore, è dato dalla trascrizione dell’interrogatorio del pompiere Leonardi che entrò nell’appartamento di via Gradoli:«il pompiere non dichiarò mai che la scopa orientava il getto d’acqua: lo scrissero i suoi esegeti». Non si trattò di scoperta guidata, ma di fatalità. Satta evidenzia le foto agli atti della Commissione Moro, pubblicate nel suo libro. Quindi in primo luogo, la scoperta dell’appartamento di via Gradoli, sarebbe avvenuta per caso, nessuno avrebbe manomesso la doccia, ma la doccia sarebbe stata semplicemente difettosa. Da questi particolari importanti, se fossero effettivamente smentiti, cadrebbe tutta la tesi del complotto sostenuta dal regista e dagli stessi studi di Flamigni. Satta, cit., pp. 280-281; 291; 410.
[154] I contatti tra il caso Moro e il Vaticano sembrano essere minati da una sostanziale ambiguità, anche se nessuna prova ha confermato una possibile collusione. Sergio Flamigni, affrontando la dinamica immediatamente successiva alla strage di via Fani, ricorda come un possibile luogo di sosta dei brigatisti poteva essere individuato via Massimi. Per il magistrato Nicolò Amato è molto probabile che i terroristi abbiano avuto un appoggio tipo un garage nelle vicinanze nei pressi di via Licino Calvo «appartenenti a persone del tutto insospettabili». Lo stesso Pecorelli in un articolo del 16 gennaio 1979, aveva puntato l’attenzione sul «garage compiacente che ha ospitato le macchine servite all’operazione». Il garage era sito in Via Massimi, una via particolarmente ricca di sedi religiosi tra cui lo IOR, la Loyola University Chicago Rome Center of Liberal Art. E’ evidente che i brigatisti abbiano mentito riguardo ai loro spostamenti dopo il sequestro, per coprire «complicità imbarazzanti». Tra il materiale sequestrato ai brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda dopo il loro arresto (29 maggio 1979), verranno trovati l’indirizzo e il numero di telefono dell’abitazione del Monsignor Marcinkus nonché l’indirizzo e il numero di telefono di Felix Morlion, il religioso francese agente della Cia, in contatto con la scuola di lingue Hyperion. Sergio Flamigni, cit., p. 207; 221.
[155] L'incontro fu tenuto in Crimea, nel palazzo imperiale di Yalta (4-11 Febbraio 1945), pochi mesi prima della sconfitta della Germania nazista. Esso fu il secondo di una serie di tre incontri fra i massimi rappresentanti delle grandi potenze alleate, iniziati con la Conferenza di Casablanca (14-24 Gennaio 1943) e conclusisi con la Conferenza di Potsdam (17 Luglio-2 Agosto 1945). Questi incontri si proponevano di stabilire l'assetto internazionale post-bellico, ed effettivamente gran parte delle decisioni prese a Yalta (ad esempio la divisione dell'Europa in sfere di influenza) ebbero profonde ripercussioni sulla storia mondiale, perlomeno fino alla caduta dell'Unione Sovietica del 1991. La conferenza di Yalta, da questo punto di vista, costituisce il preludio della Guerra fredda. Gli accordi ufficialmente raggiunti a Yalta prevedevano la liberazione dell’Europa e lo svolgimento delle elezioni democratiche, la costituzione futura di un organismo internazionale che si realizzerà con la nascita dell’Onu, lo smembramento e il disarmo della Germania, non che i suoi debiti riparatori, e il destino della Polonia e della Jugoslavia, il rapporto tra Giappone e Unione Sovietica e la liberazione dei prigionieri di guerra.
[156] Flamigni, cit., pp. 184-185.
[157] Willan, cit., pp. 213-217.
[158] Il colonello Stefano Giovannone fu rappresentante del Sismi a Beirut dal 1972 fino alla metà degli anni 80 quando fu coinvolto in alcuni scandali relativi alla sua attività segreta. La morte, sopraggiunta nel 1985, riucorda Willan , “fece tirare un sospiro di sollievo a molti personaggi dei servizi segreti”. Willan ricorda che l’uomo che Moro aveva scelto per le relazioni con l’OLP era lo stesso colonello. In una delle sue lettere (numero 44, del 29 aprile indirizzata a Flaminio Piccoli) Moro scrive il nome “Giovanoni” creando un precedente: avendo trattato nella medesima l’argomento Miceli-Fiorenzi-Stark, quell’errore era una sorta di indicazione tra le righe in riferimento alla presenza straniera in tutto l’affaire? Willan, cit., pp. 182-184; 213-217; 339-341.
[159] Willan, cit., pp. 213-217.
[160] Ivi, p. 217.
[161] Flamigni, cit., p.184.
[162] La scelta dell’attore Murray Abraham, di cui si vede soprattutto il volto e non ha altre funzioni narrative se non in questo punto del film, è data soprattutto dalla sua spiccata qualità recitativa e facciale, come ricorda lo stesso Martinelli. Si tratta di un volto che ben si adegua alle rivelazioni che sta per fare e coincide con l’emotività del momento scenico: movimento degli occhi, lo sguardo profondo, il controllo della faccia. In oltre, l’aspetto «ambiguo, mediorientale» del personaggio, evidenzierebbe ulteriormente la figura del manipolatore addentrato nelle cose segrete dell’affaire Moro. La scena è stata girata a Versailles accanto alla statua di Titano morente, un mito che ricorda, secondo Martinelli, la lotta contro il Potere (la reggia) da parte della Verità, destinata a soccombere. Si tratta di una metafora che fa riferimento al personaggio Saracini, destinato ad un pericoloso collasso, come dimostrerà il finale del film. Martinelli, cit., p. 83.
[163] Per diritto di cronaca, è doveroso citare che secondo Satta non esistono prove e documenti che comproverebbero una simile ipotesi: in primo luogo, Moretti non sarebbe stato un doppiogiochista agli ordini di una chi sa quale potere misterioso; in secondo luogo, la scuola Hyperion «non sarebbe stata una centrale incaricata dai servizi segreti delle grandi potenze di fomentare il terrorismo in tutto il mondo e non ebbe a che fare con il caso Moro». Le argomentazioni edotte da Satta prendono avvio soprattutto da un fatto: le voci relative al Moretti spia e agente segreto furono fatte circolare da Franceschini e da Curcio relative ad una sorta di guerra interna alle stesse brigate rosse e agli eventi relativi all’infiltrazione di Frate Mitra. In oltre, Satta ricorda che a confondere le acque fu un articolo intervista rivolto allo stesso Gallinari che avrebbe delineato un simile scenario, ma soltanto come provocazione (Antonio Cipriani, L’Unità 3 dicembre 1990). In fine, questo effetto fu prodotto, in maniera esagerata, dalla deposizione del pentito Michele Galati. Nel complesso, si trattò, quindi, di una chiave sensazionalista ostile a Moretti, da parte dei stessi compagni di lotta. Satta, cit., pp. 197- 199; 409.
[164] Ivi, p. 210.
[165] A raccontare l’episodio è lo stesso Franceschini. Egli ricorda come l’arresto di Curcio e di Nadia Mantovani presso l’appartamento covo di via Maderno a Genova, era avvenuto proprio il giorno dopo l’alloggio di Moretti. I carabinieri fecero l’irruzione nell’appartamento, dopo una lunga opera di pedinamenti e di infiltrazioni, immediatamente dopo lo stazionamento di Moretti. Questo episodio comproverebbe che i responsabili di quell’arresto, i servizi segreti e lo stesso Ufficio D (generale Giovanni Romeo), non erano interessati ad arrestare Mario Moretti. Flamigni, cit., p. 163.
[166] L’arresto dei brigatisti, tra cui quello di Semeria, avvenuto in via Balestrati a Milano, è sempre sorprendentemente relazionato ai strani errori di Moretti: egli aveva affermato che il covo appartamento era “pulito”, ovvero sicuro. Ma appena vi si stabilirono i brigatisti, la polizia fece irruzione, esattamente come era avvenuto per il primo arresto di Curcio. Questi eventi fecero scattare un’inchiesta interna alle stesse Br affidata a Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, ma senza risultati. L’unica conseguenza fu che Moretti pretese le scuse scritte da parte dei brigatisti responsabili di quell’indagine interna. Ivi, p. 164-165.
[167] S. Flamigni, cit. p 29.
[168] L’evento è citato in Giuseppe Zupo - Vincenzo Marini, Operazione Moro, Franco Angeli 1984, p. 271. Willan, cit., pp. 211-212
[169] S. Flamigni, cit. p 29.
[170] Willan, cit., p. 85.
[171] Ivi, p. 86.
[172] Ivi, p. 85.
[173] Ivi, p. 103.
[174] Giovanni Fasanella, Claudio Sestieri, Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato, cit., pp. 12-15.
[175] De Luca – Scarano, cit., p. 136.
[176] La lettera è tratta dal sito Apolis
[177] Adriano Sofri, cit., p. 173.
[178] Dalla trasmissione televisiva di Enigma, Rai Tre, martedì 22 marzo 2004.
[179] Satta, cit., p. 210.
[180] Leonardo Sciascia, cit., p. 55.
[181] Ivi.
[182] Anna Maria Braghetti, Il prigioniero, Mondatori 1998, p. 68.
[183] Ivi, p. 35.
[184] Ivi, p. 126
[185] Molte contraddizioni strategiche e terroristiche delle Br e del suo capo, Mario Moretti, sono evidenziate dallo studio già menzionato di Sergio Flamigni.
[186] Luigi Bonanate, intitola il capitolo dedicato al terrorismo rosso e all’uccisione di Moro come Attacco al cuore dell’Europa in un periodo che coincide con il terrorismo della banda Baader Mienhof tedesche e con una particolare coincidenza di piani, obiettivi e strategie: «è difficile sapere se Raf e Br fossero in contatto e collaborassero scambiandosi informazioni e suggerimenti; ma non è difficile scorgere somiglianza tra i destini di Aldo Moro e di Martin Schleyer (presidente associazione industriali tedeschi, N.d.A.) come se quest’ultimo avesse ispirato il primo». Un intreccio che avrebbe coinvolto anche il terrorismo francese e che evidenzierebbe un destino comune dell’eversione all’interno di alcune democrazie europee. Luigi Bonanate, Terrorismo Internazionale, Giunti Casterman, Firenze 1994, pp. 137-167.
[187] Adriano Sofri, cit., p. 98.
[188] Leonardo Sciascia, cit., pp. 112-114.
[189] Ivi, p. 114.
[190] La funzione narrativa di Rosario può essere equiparata all’indagine giornalistica portata avanti da Sergio Flamigni, il quale descrive chiaramente le contraddizioni esistenti nelle deposizioni di Moretti, Braghetti e Maccari. Per tutti e tre l’uccisione di Moro sarebbe avvenuta all’alba del 9 maggio in via Montalcini, nel box auto. La Braghetti afferma, per esempio che il prigioniero era stato bendato e messo in una grossa cesta di vimini; Maccari afferma che tutti i brigatisti indossavano il passamontagna per non farsi riconoscere dal prigioniero. Un'altra contraddizione affiora dalla lettera di Moro, la penultima, dove lo statista parla di «ordine di esecuzione» rivelando il fatto che egli sapesse della sua fine incombente. Maccari e Moretti affermano che il prigioniero non sapeva di dover essere ucciso. Sergio Flamigni, cit., p. 236-237.
[191] In occasione del sequestro Vallarino Gancia, le Br avevano adottato una strategia piuttosto precisa nel caso fossero incappati in un posto di blocco. Essendo le macchine sempre tre, le prime due avrebbero fatto strada a quella dove era il prigioniero, forzando così il blocco. Si tratta di una pratica che doveva essere adottata molto probabilmente anche per il trasporto del corpo di Moro, in una situazione particolarmente più complicata e rischiosa. Per questo motivo Flamigni evidenzia che la versione ufficiale data da Moretti potrebbe essere falsa. In oltre, la perizia eseguita sul corpo di Moro, afferma che il prigioniero, dopo l’esecuzione, non si è più mosso da quella posizione. Questo confermerebbe che dopo la sua morte non è stato trasportato in nessun luogo, ma sarebbe rimasto nel medesimo. Sergio Flamigni, cit., pp. 208; 240.
[192] La perizia del professore Silvio Merli, dichiara che il cadavere non era stato mosso dopo l’esplosione degli undici colpi della Skorpion e della Walter Ppk. Martinelli, cit., p. 94. La domanda che guida l’indagine è perché le Br mentirono?
[193] Flamigni, pp. 236-237; 249.
[194] Dalla sceneggiatura, cit., p 101. Le strane coincidenze relative alle “tre vie”, come ricorda un importante documentario di Sergio Zavoli, può essere evidenziata dalle prime abitazioni di Mario Moretti. La prima abitazione di Moretti era situata a Milano in via Gallarate 131, nello stesso stabile di un importante collaboratore del colonnello Rocca, impegnato nella cosiddetta “guerra psicologica”. Si tratta di Luigi Cavallo ex comunista, provocatore, «ex agente dell’Ovra infiltrato nel gruppo partigiano torinese Stella Rossa, ex infiltrato Cia nell’Unità». Le “coincidenze” relative a via delle Ande, la seconda abitazione di Moretti, sono ancora più sorprendenti. A pochi metri risiede il capo della questura milanese Antonino Allegra, e l’ex partigiano comunista Roberto Dotti definito «ex infiltrato della Cia nel Pci, scoperto ed espulso dal partito». Sia Cavallo che Dotti sono legatissimi ad Edgardo Sogno e alla sua politica filoamericana. In oltre, Dotti conosce molto bene Corrado Simioni, il responsabile della prima frattura all’interno delle Brigate rosse. Insomma, i luoghi che frequenta Moretti sembrano essere legati ad ambienti controrivoluzionari con idee di alta strategia psicologica caratterizzate da azioni provocatorie finalizzate ad emarginare l’azione politica del Pci. Osserva Sogno: «non era difficile vedere che l’azione contro il Pci era tanto più efficace quanto più veniva svolta da sinistra». Flamigni, cit., pp. 23; 45-46;
[195] Si tratta di una tesi allarmante più volte presentata da Sergio Flamigni: «e se palazzo Caetani ospitava diverse sedi diplomatiche coperte da immunità territoriale, non così era per l’attiguo palazzo Mattei, ideale come “luogo di ricetto di autovettura”, che però le forze di polizia omisero di segnalare: la Renault delle Br avrebbe potuto entrare e uscire dall’ampio passo carraio situato in via dei Funari». S. Flamigni, cit., p 247.
[196] La versione iniziale affermava che ad uccidere Moro fosse stato Prospero Gallinari. In seguito nel 1993 Moretti riferirà che fu lui stesso ad uccidere lo statista: «non avrei mai permesso che l’avesse fatto qualcun altro». La versione è confermata dallo stesso Maccari, ma con ulteriori contraddizioni. Nel suo racconto Maccari afferma di non indossare il passamontagna, di cui aveva raccontato precedentemente al pubblico ministero Marini (Corte d’Assise di Roma, 19 giugno 1996). In oltre, Maccari, presente al momento dell’uccisione, non sa niente di quei fazzoletti tampone usati per impedire la fuoriuscita di sangue dal cadavere; ma stranamente ne era a conoscenza Antonio Chichiarelli con gli indizi lasciati nel borsello. La versione di Maccari è quindi piena di contraddizioni e ha lo scopo di adeguarsi alla “verità” concordata con gli altri brigatisti. Anche la dinamica balistica, tratta dal resoconto di Maccari e scritto dalla Braghetti, è piena di incongruenze: Moretti prima sparò con la pistola Walther Ppk poi con la mitraglietta Skorpion. L’autopsia ha accertato che Moro, colpito da 11 proiettili calibro 7,65 della Skorpion e da un ultimo proiettile calibro 9 corto, ebbe una forte emorragia interna, e spirò dopo un’agonia di 15 minuti. La versione della Braghetti e quella di Maccari sono in evidente contraddizione con la perizia medica. Sergio Flamigni, cit., pp. 238-241.
[197] Ivi, p. 241.
[198] Ivi, p. 243.
[199] Il colonnello Antonio Cornacchia (P2) si era adoperato per avvertire lo stesso Sermoneta di una possibile indagine sul suo corso. Tale comunicazione avrebbe permesso allo stesso commerciante di prepararsi in anticipo le domande che gli verranno poste il 5 marzio 1979, in modo da non essere colto di sorpresa ed evitando di offrire nuovi elementi investigativi. Ivi, p. 244.
[200] Gli investigatori erano già a conoscenza di questo covo, ma nessuno fece niente per realizzare un intervento concreto. Ne erano a conoscenza il Sismi, il colonnello Demetrio Cogliandro, e il capitano Antonio Fattorini, detto “mezzo ebreo” per i suoi rapporti con il Mossad. Ivi.
[201] La prima informazione relativa a Igor Markevich proviene dai due agenti del Sismi Antonio Ruvolo e Giuseppe Corrado. Ma il Sismi posticiperà da maggio a ottobre la data in cui il capitano Fattorini avrebbe fornito tale informazione ritardano le indagini. Ivi, p. 245.
[202] Ivi, p. 245. In oltre, Fasanella – Rocca, Il misterioso intermediario, Igor Markevich e il caso Moro, Einaudi 2003.
[203] Ivi, p. 246.
[204] Dalla sceneggiatura, p. 98.
[205] Flamigni, cit., p. 246.
[206] Ivi, p. 248.
[207] Dalla sceneggiatura, p. 101.
[208] Willan, cit., p. 308.
[209] A tale proposito, il giornalista Sergio Zavoli chiese al brigatista Bonisoli il motivo di questa «bugia pietosa” e crudele. A Moro venne detto che sarebbe stato rilasciato e stando alla versione del brigatista lo stesso statista fu «contento». Bonisoli afferma la difficoltà del momento, ma condivise la necessità di «mentire». Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Elleu Multimedia 1989.
[210] Willan, cit., p 308.
[211] Ivi, p. 333.
[212] Ivi, p. 237.
[213] Martinelli, cit., pp. 66-67.
[214] Tuttavia Giuseppe Santovito mentì spudoratamente in relazione ai reparti: «non è niente di speciale: «si tratta del sostegno del personale di leva in servizio, gli autisti, i marconisti si chiamano unita speciale». S. Flamigni, cit., pp. 192 194. Si veda in oltre Willan, cit., pp. 173-174.
[215] Scarano De Luca, cit., pp 150 – 151.
[216] Tratto dalla Commissione Parlamentare in data 1 agosto 1980, in Scarano De Luca, cit., p. 150.
[217] Leonardo Sciascia, cit, p. 167.
[218] Sceneggiatura, p. 102.
[219] Willan, cit., p. 263.
[220] Fatto allarmante riguarda la profezia dello stesso Pecorelli che avrebbe alluso alla morte prossima del generale Dalla Chiesa. Willan, cit., p. 264.
[221] La dichiarazione del segretario Sereno Freato testimonierebbe la forte tensione esistente tra la segreteria di Stato americana (Kissinger) e la politica di Aldo Moro. Tale situazione avrebbe generato una vera e propria politica di contrasto che trova il suo conflitto maggiore nel caso Lockheed. L’assistente dello statista Corrado Guerzoni ricorda che dentro le valigette di via Fani vi sarebbe stato del materiale importante relativo al caso Lockheed e allo scagionamento dello stesso Moro dalle infamanti accuse secondo le quali Antilope Coppler sarebbe stato lui. Willan, cit., p. 299. D’altra parte i contrasti tra Moro e gli Stati Uniti sarebbero emersi già nel settembre del 1974, durante il viaggio a New York e a Washington. Secondo le testimonianze di Eleonora Moro, lo statista venne avvertito in maniera piuttosto diretta di non continuare la sua politica. Le parole rivolte a Moro da parte di un uomo politico non meglio identificato, sarebbero state «guardi che se lei insiste questa cosa la porterà nei guai». Secondo alcune fonti, quell’uomo fu Kissinger stesso, il quale però smentì (si veda l’intervista di Minoli nel programma Mixer). Voci confidenziali vennero anche dal segretario del partito socialdemocratico tedesco Willy Brandt e da un incontro segreto che lo stesso Moro avrebbe avuto con un esponente dell’Intelligence Usa, politicamente legato al Partito democratico, sul cui episodio mancano però elementi precisi. A Moro furono fatte rivelazioni sull’estrema decisione da parte americana nel voler interrompere la sua politica, sia per la sua tendenza filoaraba e sia per la sua apertura alla sinistra comunista. Fu questo incontro a aumentare il malessere dell’allora ministro degli esteri Aldo Moro e provocare il malore nella cattedrale di St. Patrick, pochi giorni prima di lasciare l’America. De Luca – Scarnano, cit., pp. 21-26. Lo stesso evento è evidenziato dallo stesso regista nel suo libro in cui riconosce Kissinger nell’uomo che avrebbe intimato la politica di Moro. Piazza delle Cinque Lune, p. 112. Secondo Satta, la «disistima» tra la politica di Moro e gli interessi americani era assai nota. I loro contrasti sarebbero stati «meno aspri» di quanto avrebbero “stigmatizzato” gli stessi parenti di Moro e il suo entourage. Satta, cit., pp. 22-23; 316.
[222] Willan, cit., p. 300.
[223] Ivi, p. 301.
[224] Adriano Sofri, cit., p. 174.
[225] Ivi.
[226] Ivi, pp. 195-196.
[227] Ivi, pp. 206-207.
[228] Ivi, pp. 175-176.
[229] Willan, cit., p.175.
[230] Adriano Sofri, cit., p. 100.
[231] Nella presente lettera lo statista si riferiva allo scambio con i prigionieri brigatisti, ipotesi che non fu minimamente presa in considerazione dal mondo politico.
[232] Il materiale preso in esame è tratto dal sito Apolis.
[233] Il termine guerra e guerriglia appaiono nelle seguenti lettere: in quella indirizzata a Cossiga, la numero 3, in cui Moro fa un paragone tra la Ragion di Stato e la sua liberazione; nella lettera appena citata indirizzata alla moglie; nella lettera numero 11, rivolta al Papa Paolo VI dove insiste sulle condizioni di scambio dei prigionieri sempre adottata dagli altri paesi; nella lettera numero 13, indirizzata a Taviani in cui lo statista ricorda che questa è una «guerriglia» e non è una «delinquenza comune»; nella lettera numero 33, indirizzata al compagno di partito Zaccagnini, forse la lettera più amplia per argomentazione, in cui Moro introduce concetti giuridici e filosofici sull’idea di libertà e di vita, citando lo stesso Cesare Beccaria; nella lettera numero 46, indirizzata a Renato Dell’Andro, dove ricorda l’esempio Palestinese; nella lettera numero 50, indirizzata a Pennacchini dove ricorda sempre la vicenda Palestinese; e in fine nella lettera numero 69, indirizzata a Riccardo Misasi in cui Moro ammette l’oggettiva volontà da parte dello Stato di lasciarlo prigioniero.
[234] Lo ricorda lo stesso Sofri, cit., p. 110.
[235] Le allusioni letterarie e storiche di Sofri fanno ben comprendere la reale situazione che sta dietro l’affaire Moro. La struttura militare organizzata contro una possibile invasione dell’Armata Rossa va sotto il “doppio” nome di Gladio e, in gergo inglese, Stay Behind, una doppia semantica che corrisponde ad una doppia identità e che risuona nel nome della stessa P “2”. Come del resto Spartaco il “gladiatore”, il nome in codice Adam Weishaupt, fondatore della nota società degli Illuminati di Baviera (1776). Insomma Sofri, con eleganza stilistica ed erudita, sembra insistere sulla forte presenza della loggia massonica deviata in tutto il sequestro Moro e, per questo, ne rintraccia la causa fondamentale nei poteri internazionali e finanziari. Sofri, cit., pp. 96-97; 110.
[236] Con l’espressione “quarto livello” mi voglio riferire a quella usata dal magistrato Carlo Palermo, già citato nella presente relazione.
[237] Lo stesso regista ricorda che per girare questa scena e ottenere un effetto piuttosto realistico e dinamico, abbia utilizzato un’ottica Canon 800mm, un vero e proprio superobbiettivo che permette di cogliere perfettamente tutti dettagli dell’inquadratura che possono essere visti con estrema nitidezza nello schermo pieno. Piazza delle cinque lune, cit., p. 20.
[238] Scrive Martinelli: «è dall’alto della Torre che si vede perfettamente la geometria della città. Esattamente come nel caso Moro: soltanto alzandosi in alto si può vedere il filo sottile che lega tra loro avvenimenti apparentemente scollegati. È solo dall’alto che si può capire il caso Moro». Dal libro, Piazza delle Cinque Lune, cit., p. 18.
[239] Sono le parole di Martinelli. In oltre il regista ricorda come nel film torna di frequente la forma estetica della spirale: all’inizio delle indagini quando nella rampa del garage sotterraneo; e lo stesso si può parlare dell’avvitamento realizzato da Martinelli per le inquadrature compiute dall’alto. In questo senso la scelta stilistica corrisponde con quella narrativa, in cui i protagonisti sono gradualmente risucchiati dalla spirale del caso Moro, un percorso complesso e oscuro, rischiando la loro stessa vita. Martinelli, cit., p. 119.
[240] Dalla sceneggiatura, cit., p 112.
[241] Il terrorismo italiano, Giorgio Bocca. De Luca – Scarano, cit., p. 184.
[242] Flamigni, cit., pp. 136-142.
[243] Willan, cit., p. 227.
[244] Dalla sceneggiatura, p. 114.
[245] Nella testimonianza fornita da Girotto si descriveva il piano dei servizi segreti per porre termine al sequestro Sossi con un massacro: «Curcio mi disse che c’era l’intenzione di giustiziare Sossi, ma poi le Br avevano saputo da una fonte sicura del ministero degli Interni che i carabinieri avevano avuto l’ordine di giustiziare tutti, anche Sossi». Willan ricorda il commento del pubblico ministero, Luigi Moschetta: «c’era qualcuno in ambiente qualificato che aveva interesse che le scorrerie delle Brigate Rosse continuassero… possiamo credere che le Br avessero un informatore all’ufficio Affari riservati del ministero degli Interni». Willan, cit., p. 228. Tutto questo confermerebbe la presenza di un disegno segreto che vorrebbe i brigatisti guidati da un potere non meglio identificato.
[246] Dalla sceneggiatura, p. 114.
[247] Sono le parole del personaggio Fernanda Doni. Dalla sceneggiatura, p. 115.
[248] Flamigni, cit., pp. 129; 175-176.
[249] Sofri, cit., p. 189.
[250] Moretti ricorda che Moro era il «grande sacerdote che per far tornare i conti del potere è capace di fondare un’eresia». Andreotti sarebbe stato il giocoliere che «alla fine dei maneggi fa sparire il mazzo di carte». Riguardo alla scelta di colpire Moro il brigatista ammette: forse sbagliammo valutazione, non posso negarlo in assoluto. Forse non abbiamo capito che fra i due c’erano differenze molto più profonde di quelle che apparivano». Tuttavia in quel tempo per Moretti, Andreotti e Moro erano «gemelli» e che non c’erano differenze sostanziali. Carlo Mosca - Rossana Rossanda, cit., pp. 115-116.
[251] Willan, cit., pp. 257-258.
[252] Ivi, p. 258.
[253] Ivi.
[254] Ivi, p. 230. Il frammentario orientamento dei brigatisti emerge molto stranamente alla fine del caso Moro. La prima scissione avviene dopo il sequestro D’Urso, tra le Brigate Rosse – partito comunista combattente, (linea militarista morettiana) e Brigate Rosse – partito guerriglia (Balzerani, Savasta, Novelli). Il collasso totale, colmo di tradimenti, reticenze e rapporti ambigui avviene durante il Morobis quando il 28 aprile la Corte concede di scegliere la collocazione nelle gabbie durante le udienze. La prima gabbia è per Peci, Savasta, Bonavita; la seconda è per i dissociati, inizialmente per Norma Andriani; la terza è per il partito della guerriglia, Azzolini, Bonisoli, Fiore; la quarta è per Moretti, Gallinari, Braghetti; nella quinta ci sono i futuri dissociati, Morucci, Faranda; nella sesta, ci sono gli imputati che hanno deciso la posizione autonoma, Triaca, Cavani e altri. La frammentazione del partito armato lascia comprendere la particolare fragilità dei piani e degli obiettivi dei terroristi. Se inizialmente tutti sono stati concordi, sotto l’organizzazione verticistica e compartimentalizzata di Moretti, di operare contro il politico Moro, poi come per incanto emergono divergenze e diversità tra gli stessi terroristi. La macchina di guerra che ha messo in crisi il mondo politico, è presto svelata come debole, labile e incapace di gestire i suoi stessi fondatori. Si tratterebbe di un’anomalia su cui riflettere. La spaccatura potrebbe indicare in sede storiografica la particolare specificità che avrebbe prodotto il delitto Moro. Flamigni, cit., pp 284; 297.
[255] Nel 1947 il presidente Harry Truman dette vita al National Secuity Council (Consiglio per la Sicurezza Nazionale), costituito da tutti i reparti militari e dai servizi segreti. Il primo rapporto di questo consiglio, definito NSC 1/1, (14 novembre 1947) descrive l’importanza della posizione strategica italiana e sottolinea la necessità di continuare gli aiuti finanziari. Nel punto “E” si legge: «combattere attivamente la propaganda comunista in Italia attraverso un efficace programma di informazione americano e ogni altro mezzo praticabile». Nel NSC 1/2 del (10 febbraio 1948), si passa ad un’azione energica che prevede anche l’intervento militare contro l’avvento comunista, destinato a mettere in pericolo la stessa sicurezza degli Stati Uniti. Nel documento del 5 marzo 1948, intitolato Conseguenza dell’accesso comunista in Italia attraverso mezzi legali, si prevede la possibilità di una «guerra civile» e la necessità di prevedere scissioni e gruppi di opposizione da utilizzare contro il Cremino. Per motivi economici, finanziari e industriali, il governo italiano governato dai comunisti è comunque «costretto a fare quanto in suo potere, se intende evitare un suicidio politico, per evitare il blocco dei crediti americani». Nel NSC 1/3 (8 marzo 1948), si osserva che il pericolo maggiore per l’Italia e per la stessa democrazia americana è la vittoria del Fronte popolare nelle elezioni del 18 aprile e le sue devastanti implicazioni per l’intero scacchiere europeo. Nel caso di vittoria, gli Stati Uniti avrebbero dovuto opporsi fermamente all’aggressione comunista, rafforzando le posizioni militari nel Mediterraneo, fornendo al «movimento clandestino anticomunista italiano aiuti finanziari e assistenza militare». Giovanni Zozzini, Hanno sparato a Togliatti - l’Italia del 1948, Il Saggiatore, pp. 32-49.
[256] Il Field Manual 30- 31 B, come ricorda De Lutiis, è il documento «che più di ogni altro evidenzia aspetti illegali dell’intervento che governo e esercito statunitense hanno pianificato in caso di vittoria delle sinistre in Italia». In esso erano previste operazioni clandestine, reclutamento di membri di spicco, l’utilizzo di organizzazioni di estrema sinistra e il riferimento all’operazione Chaos che prevedeva l’infiltrazione in gruppi di estrema sinistra, anarchici, marxisti – leninisti, operaisti e castristi. Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere, Editori Riuniti, Roma 1996, pp. 11-16.
[257] Aldo Moro era il responsabile dell’occultamento dei risultati relativi all’inchiesta sul Piano Solo, che consisteva in una mastodontica archiviazione di circa 157 mila fascicoli di uomini più influenti e importanti della prima repubblica. Lo scandalo, scoppiato nel’11 maggio 1967 attraverso un articolo dell’Espresso, descriveva le circostanze di un possibile colpo di stato preparato per il 14 luglio 1964 e che vedeva coinvolti il presidente Segni e il generale De Lorenzo. Le indagini produssero un rapporto dell’allora ministro della Difesa, generale Aldo Beolchini e un altro dal comandante dei carabinieri Giorgio Manes. Il rapporto Manes venne censurato con ben settantun omissis dallo stesso Aldo Moro e per questo venne soprannominato il Signor Omissis. Willan, cit., pp. 42-44. Si veda anche De Lutiis, I servizi segreti in Italia, cit., pp. 87-89. Lo stesso accadrà in relazione all’inchiesta sui piani golpisti (Sogno – Cavallo) del giudice istruttore Luciano Violante il quale rivolgendosi al presidente del Consiglio Moro, vedrà opporsi il segreto di Stato. Flamigni, cit., p. 154.
[258] A titolo informativo, è doveroso sottolineare come i contenuti del film evidenziano una sostanziale ingerenza americana nel caso Moro, escludendo totalmente gli eventi storici relativi al versante sovietico e la KGB, che pure sono presenti nella cronaca giudiziaria. In primo luogo nel film non è trattato il caso dell’archivio Mitrokhin, che secondo una certa pubblicistica, avrebbe avuto un ruolo non esiguo in tutta la vicenda. Tuttavia il film non pecca di parzialità: se la narrazione è spinta in senso antiatlantico, ovvero i nemici di Moro sarebbero da rintracciare in un certo livello della politica americana, è anche vero che il regista non esita a ricordare, come aveva fatto lo stesso Pecorelli, che la politica di apertura a sinistra di Moro avrebbe messo in seria difficoltà il comunismo sovietico, il quale non avrebbe mai accettato uno sviluppo internazionale su base democratica ed elettorale del proprio modello politico. Per Satta, il dossier Mitrokhin, il caso dello studente polacco che avrebbe seguito le stesse lezioni di Moro, S. F. Sokolov, non indicherebbero nessuna responsabilità internazionale. Il dossier Mitrokhin fu soltanto un depistaggio dei servizi segreti comunisti in senso antiamericano. In oltre, non esisterebbero elementi consistenti da far pensare ad una possibile alleanza tra brigatisti e servizi segreti dell’est. Satta, cit., pp. 25-26; 33.
[259] Willan, cit., p. 236.
[260] Il sito
http://www.informationguerrilla.org/caso_moro evidenzia le due scuole di pensiero che continuerebbero a fronteggiarsi: quella di chi dice che, appunto, i “buchi neri” del caso Moro sono ancora molti e sempre più inquietanti e chi, all’opposto, sostiene che ormai tutto è chiaro. Da una parte esiste il polo Martinelli – Flamini; dall’altra un’archivista del Senato, Vladimiro Satta con il suo libro Odissea nel caso Moro. Si tratta di due tesi contrarie. La prima quella che sostiene «la CIA, travestita da BR, rapì Moro per impedire al Pci di portare a termine il compromesso storico con la DC»; la seconda è quella che sostiene «tutto chiaro, nel caso Moro non c’è un mistero che sia uno». Il sito definisce “visionarie” e “precostituite” le tesi di Martinelli – Flamigni e di “ingenuo candore” lo studio di Satta. Tuttavia, il sito ricorda il giornalista Roberto Chiodi ha evidenziato un certo numero di misteri irrisolti, che andrebbero però inquadrati in un contesto giudiziario preciso e ragionevole. Tali misteri riguarderebbero: 1) il superkiller; 2) il Memoriale; 3) i delitti Pecorelli, Varisco e Dalla Chiesa; 4) il covo; 5) il ghetto; 6) la seduta spiritica; 7) il caso Giuliana Conforto; 8) l’operazione Hyperion; 9) il “grande vecchio” nell’appartamento fiorentino.
Dal sito
http://www.informationguerrilla.org/caso_moro[261] Flamigni si riferisce ad una recensione di Battista relativa al libro Convergenze Parallele. In questa si leggerebbero una serie di «falsità», secondo Flamigni, che confermerebbero la tendenza a mistificare i veri misteri del caso Moro. Paolo Mieli ha scritto un articolo del 18 maggio 2003 in chiaro disappunto con il tentativo investigativo del film di Martinelli, giudicato “dietrologo” e affermando l’utilità e la giusta serietà del libro di Satta. La tesi è sposata anche da Il manifesto che in quei stessi giorni pubblica un articolo di Andrea Colombo di forte coloritura: «Flamigni merita l’oscar per le ricostruzioni più dietologiche, fantasiose, paranoiche, confuse e prive di qualsivoglia prova tra le tantissime partorite a raffica in questi venticinque anni». Ma le critiche non finiscono. Esiste anche un articolo di Rossana Rossanda (22 luglio 2003) che afferma che dietro il delitto Moro, «misteri non ce ne sono» e lo dimostrerebbe il voluminoso libro di Vladimiro Satta. Flamigni, cit., pp. 345-347.
[262] Si tratta di un’espressione usata dal senatore durante la presentazione del libro del giornalista Daniele Biacchessi sulla strage alla stazione di Bologna.
[263] E’ il punto nodale dell’intreccio narrativo. L’evento aggressivo non ha lo scopo di eliminare il giudice e la sua scorta Branco: ha semplicemente lo scopo di creare una forte ansia psicologica nel giudice da provocare, non sentendosi più al sicuro, la rivelazione della password allo stesso Branco. Da questo momento Branco, e chi insieme a Branco controlla la vicenda, conosce la password. Dunque, già da questo momento l’indagine è conclusa.
[264] Il regista spiega che la tecnica di ripresa (grandangolo 18mm Zeiss e il medio teleobbiettivo 100mm Zeiss) e quella di montaggio, attraverso l’accostamento dei due piani, doveva provocare la descrizione di confusione e di paura dello stesso personaggio. R. Martinelli, cit., p. 126. Ai fini narrativi, tale situazione, ha lo scopo di intensificare le minacce nei confronti del giudice e quindi di confermare che un misterioso potere lo sta tendendo sotto controllo. Lo spettatore, inevitabilmente non può che condividere lo stato d’animo del personaggio, incapace di capire chi possa compiere questo controllo violento e minatorio.
[265] Il personaggio di Branco è un esistente del racconto e per tanto è un personaggio di finzione. È però ispirato da una situazione storica più che verosimile come ricorda lo stesso Martinelli: Branco è uno sleeper, un agente di Super Gladio in sonno, temporaneamente non in servizio. E naturalmente Saracini non lo sa, non lo ha mai saputo che al suo fianco c’è sempre stato un agente dei Servizi segreti. L’esistenza del Super8, l’intenzione di Saracini di iniziare un’indagine privata, attiva l’agente Branco che da quel momento sta alle costole del magistrato, simulando una doverosa protezione. La scoperta della vera identità del capo scorta, spiegherà il perché di certi comportamenti e di certe sue frasi sibilline. Martinelli, cit., p. 62.
[266] Ivi, p. 8.
[267] Ivi, p. 107.
[268] Ivi.
[269] Si tratta di un fatto importante, avvallato da alcune dichiarazioni, riportate da Willan, che sarebbero state fatte dallo stesso Licio Gelli, di cui furono testimoni il giornalista fiorentino Marcello Coppetti e il maggiore Umberto Nobili. Per Gelli, il generale Dalla Chiesa avrebbe avuto un infiltrato all’interno dell’organizzazione brigatista che sarebbe riuscito a mettere le mani allo stesso Memoriale da favorire gli interessi di Giulio Andreotti (le borse scomparse). La vicenda è ricordata di Willan. Si veda in oltre Satta, cit., p. 183- 184. Satta ricorda che questo racconto non fu mai preso in considerazione dalla Commissione Moro e per questo si tratterebbe di una supposizione poco attendibile.
[270] Si tratta di una frase di Solone, ripresa dallo stesso libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, la cui edizione è stata riveduta, ampliata, proprio dopo l’uscita del film, come ricorda lo stesso scrittore. Ivi, p. 5.
[271] Tuttavia, nella stessa intervista, Moretti dichiara che poco importa degli altri dettagli del sequestro e della prigionia di Moro, in quanto non aggiungerebbe niente di significativo da modificare il giudizio storico e politico di tale evento. Per Moretti sarebbero soltanto delle «banalità». Per tanto esiterebbero dei punti oggettivamente non chiari che però, a detta del capo brigatista, non rappresenterebbero nessun mistero decisivo. Intervista a Mario Moretti di Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, pp. 325-326. Satta, cit., p. 425.
[272] Intervista a Franceschini di Giovanni Bianconi, Corriere della Sera, 21 maggio 2003.
[273] Giovanni Bianconi, Corriere della Sera, 21 maggio 2003.
[274] È importante osservare che le conclusioni del lavoro effettuato da Satta, sono fondamentalmente divergenti dall’affaire Moro, raccontato da Martinelli e da Flamigni. Per Satta i misteri irrisoluti sono fondamentalmente quattro: 1) la moto Honda e l’eventuale ruolo ricoperto dalle due persone che erano a bordo di essa; 2) le operazioni relative al furgone brigatista di via Bitossi e l’abbandono delle automobili in via Licino Calvo; 3) l’identità di chi avrebbe commissionato il falso comunicato a Chichiarelli; 4) il luogo esatto dell’incontro di Piperno – Moretti nell’estate del 1978 e l’identità del presunto anfitrione che mise a loro disposizione un luogo non meglio precisato. Si tratta di eventi oggettivamente ancora poco chiari, che divergono clamorosamente dall’analisi portata avanti dal film in questione. Un esempio fortemente in contrasto con la tesi del film, è data dalla funzione della Loggia Massonica P2, che secondo Satta non fu affatto responsabile dell’andamento delle indagini, di nessuna collusione oscura, e tanto meno di aver determinato l’uccisione di Aldo Moro. L’autore, anche attraverso questa relazione, evidenzia l’insostenibilità del complotto e del «delitto in appalto». Satta, cit., pp. 420; 424-425.
[275] Deleuze, cit., p. 140.
[276] Martinelli, cit., p. 12.