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 Oggetto del messaggio: ALDO MORO IL MEMORIALE DI VIA MONTENEVOSO
MessaggioInviato: 21/05/2026, 21:01 
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IN QUESTA SEZIONE POICHE'

MOLTO PROBABILMENTE FARO' ANALISI FILOLOGICHE .




https://www.peacelink.it/moro/a/47571.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale_Moro





Non è la piazza che accusa il palazzo,

ma il palazzo che accusa sé stesso



Il Memoriale Moro trovato nel covo di via Montenevoso a Milano


A chiare lettere ci sono scritte cose terribili sulla storia italiana e sui segreti della DC. E noi sappiamo, e pur sapendo non facciamo niente e non ce ne importa niente. Sappiamo e continuiamo a vivere nella più totale e oscena indifferenza.


Riccardo Lestini (scrittore e regista)


Fonte: http://www.riccardolestini.it - 05 maggio 2018

9 ottobre 1990, via Monte Nevoso, zona Lambrate, Milano.

Da quando i carabinieri agli ordini di Dalla Chiesa hanno fatto irruzione nel covo delle BR sito in questa strada, ritrovando al suo interno le carte del celebre “Memoriale Moro”, sono passati dodici anni (per il blitz del 1978, si veda il capitolo precedente).

Nel frattempo il mondo è profondamente cambiato.

È caduto il muro di Berlino, è finita la guerra fredda e con essa la logica dei blocchi contrapposti, i regimi comunisti dell’est si dissolvono uno dietro l’altro e anche il gigante sovietico sta crollando inesorabilmente.
In mezzo ci sono stati gli anni del riflusso e del rampantismo, un ritrovato e diffuso (e apparente) benessere, il craxismo e il pentapartito. Gli anni di piombo sono finiti, la strategia della tensione anche. Le Brigate Rosse sono state sconfitte dall’azione dello Stato, dalle scissioni interne, dal mutato contesto storico e sociale e dal dilagante fenomeno del pentitismo. Renato Curcio, Mario Moretti e Barbara Balzerani, attraverso un comunicato sottoscritto dalla stragrande maggioranza dei militanti, hanno dichiarato la resa e la fine della lotta armata.

Al caso Moro in generale e in particolare al “Memoriale” ritrovato dodici anni prima, nessuno pensa più. Molti dei protagonisti di quello strano ritrovamento non ci sono più. In particolare il generale Dalla Chiesa e il giornalista Mino Pecorelli, entrambi assassinati in brutali agguati dai contorni misteriosi su cui nessuno ha mai voluto fare la dovuta chiarezza.

Solo una cosa è rimasta la stessa rispetto al 1978: alla presidenza del consiglio c’è sempre Giulio Andreotti.
Quel 9 ottobre in via Monte Nevoso, all’interno 1 del civico 8, sono previsti lavori di muratura.
Quell’appartamento era stato acquistato negli anni ’70 dalle BR, per conto del brigatista Domenico Gioia, che aveva sottoscritto il compromesso d’acquisto versando a Rocco Lomutolo, il vecchio proprietario, il 70% del prezzo pattuito. Ma Gioia non aveva mai fatto il rogito, il che aveva consentito a Lomutolo di rientrare in possesso dell’appartamento. Ma l’appartamento, per tutti questi anni, era stato tenuto sotto sequestro, il che aveva impedito a Lomutolo sia di rimetterci piede sia di rivenderlo.

La lunghissima controversia legale si era chiusa solo nella primavera del 1990. Lomutolo, che aveva pure dovuto restituire a Gioia venti milioni delle vecchie lire, aveva potuto così finalmente mettere in vendita l’appartamento, acquistato pochi mesi dopo da Girolamo De Cillis, il quale procede subito ai lavori di ristrutturazione.

I lavori vengono affidati alla ditta Spezi, che il 9 ottobre manda sul posto un suo dipendente, Giovanni Bernardo. L’appartamento, come sappiamo, è molto piccolo, appena quaranta metri quadri, e il lavoro può concludersi in una sola giornata. A metà mattinata, dopo aver già divelto tutto il pavimento, Bernardo procede alla rimozione di un mobiletto incassato sotto la finestra della cucina e fissato al muro con dei chiodi. Dentro il mobiletto non c’è niente, ma dietro c’è un pannello, una finta parete in cartongesso. Bernardo, facendo leva con uno scalpello, lo apre quel tanto che basta per infilarci dentro il braccio. Dentro c’è una cartellina con dei fogli, una borsa e una scatola.

Bernardo non tocca niente. La ditta lo ha informato che nell’appartamento in cui sta lavorando anni prima erano stati arrestati alcuni terroristi legati al caso Moro, quindi capisce subito di aver trovato qualcosa di importante. Lascia tutto come ha trovato e corre ad avvertire il proprietario.

La presenza dell’intercapedine di per sé non è niente di strano. Ovvio che dentro un covo clandestino vi siano pareti nascoste e non visibili per prevenire eventuali visite improvvise e indesiderate. Se non fosse che l’appartamento, nel 1978, fosse stato perquisito per ben cinque giorni dai carabinieri che, secondo le parole del giudice Pomarici, lo “scarnificarono mattonella per mattonella”.

Quindi come è possibile che il pannello in cartongesso sia sfuggito a una perquisizione che si racconta essere stata tanto lunga e tanto minuziosa? E perché, nonostante i terroristi arrestati durante il blitz avessero denunciato la presenza nell’appartamento di altro materiale non trovato e non repertato, non sono state effettuate altre perquisizioni di controllo?
E soprattutto, cosa contenevano quella cartellina, quella borsa e quella scatola?

1. Il grande rompicapo


A repertare il materiale stavolta è la polizia. Che nella scatola trova una pistola nuovissima e mai usata, un mitra di fabbricazione russa avvolto in una copia del Corriere della Sera del 18 settembre 1978, una canna di pistola e trenta detonatori, mentre nella borsa 60 milioni e 307 mila lire in contanti, tutti soldi provenienti dal riscatto per il sequestro dell’armatore Costa e che, tra il 1977 e il 1978, servirono a finanziare l’intera operazione Moro.

Ma il materiale più importante è quello dentro la cartellina marrone, ovvero un totale di 421 fogli, tutti (tranne due) fotocopie di originali manoscritti di Moro. Di questi 421, 174 sono lettere e disposizioni testamentarie, mentre le restanti 245 costituiscono il cosiddetto “Memoriale Moro”.

L’unica certezza è che quelle carte erano state maneggiate da Lauro Azzolini, visto che vi sono state rinvenute sue impronte digitali (anche se ciò non significa che sia stato lui a sistemarle dietro il pannello). Tutto il resto è un gigantesco mistero, un grande e irrisolvibile rompicapo.

Partiamo dai numeri. Il “Memoriale” rinvenuto nel 1978, come abbiamo visto, era costituito da 43 fogli dattiloscritti. Questa seconda versione, anche tenendo conto della differenza tra manoscritti e dattiloscritti, è quindi notevolmente più estesa. Vi sono parti e passaggi completamente mancanti nella prima e, laddove gli argomenti coincidono, sono trattati in maniera assolutamente più articolata e approfondita.

Tutto questo conferma quanto hanno sempre sostenuto Azzolini e Bonisoli, ovvero che il materiale presente in via Monte Nevoso era molto di più di quanto repertato dai carabinieri. E conferma quanto si è sempre sospettato sin da subito e da più parti, vale a dire che il “Memoriale” portato alla luce nel 1978 fosse una versione incompleta e manipolata.

In definitiva, nel 1990, quella che ormai sembrava essere stata una pura dietrologia complottista, si scopriva corrispondere a verità.

A riguardo, la brigatista Nadia Mantovani, che in via Monte Nevoso aveva lavorato sulle carte di Moro, anni prima del secondo ritrovamento e senza aver mai visionato il documento del 1978, in sede processuale aveva dato un resoconto molto dettagliato. Aveva parlato di un ampio passaggio in cui Moro parlava di guerriglia e controguerriglia, dei rapporti tra Andreotti e la CIA, di Kappler e di Rizzoli. Tutte parti completamente mancanti nella versione del 1978 e presenti in quella del 1990. In sostanza, nel “Memoriale” del 1978 mancavano tutte le parti più scottanti e sconvolgenti.

Ma allora, che cos’era il “Memoriale” del 1978 e chi lo aveva redatto?

Che sia stato prodotto dalle Brigate Rosse appare sinceramente strano, se non proprio improbabile. Che senso poteva avere, per le BR, elaborare una versione totalmente priva di tutti quei passaggi in cui venivano portati alla luce i più indicibili segreti di Stato e le più oscure trame della Democrazia Cristiana?
E chi aveva nascosto il “malloppo” rinvenuto nel 1990 all’interno del pannello?

La logica fa ovviamente pensare che siano stati gli stessi brigatisti, ovvero Bonisoli, Azzolini e la Mantovani. E infatti, probabilmente, erano stati proprio loro a costruire il tramezzo “invisibile”. Lo conferma lo stesso Bonisoli, che in un’intervista, a proposito del pannello, ricorda: “era lì, noi l’aprivamo ogni giorno, come un armadio, perché poteva entrare un vigile urbano, l’uomo del gas, qualsiasi persona: rappresentava una sicurezza in più”.

Eppure, qualcosa, anzi molto più di qualcosa, continua proprio a non tornare. Prima di tutto resta il fatto che continua a essere incredibile che i carabinieri, smontando da cima a fondo un mini appartamento di appena quaranta metri per ben cinque giorni, non siano riusciti a individuarlo. Ma soprattutto quel pannello è tutt’altro che apribile “come un armadio”. Al contrario, è fissato al muro con dei chiodi, talmente bene che per aprirlo il dipendente della ditta incaricata dei lavori impiega diverso tempo. Quindi non proprio un nascondiglio da poter aprire e chiudere “tutti i giorni”.

Sembra quindi – molto più di un legittimo e naturale sospetto – che qualcuno nel 1978 prima abbia prodotto in fretta e furia una sintesi “epurata” di tutto il materiale, e poi abbia riposto il tutto dietro quel pannello, preoccupandosi di renderlo ancora più nascosto fissandolo al muro con i chiodi.
Inevitabilmente, nel 1990, esplode la polemica politica. Craxi, segretario del PSI come dodici anni prima (tra i pochi esponenti politici, all’epoca, a schierarsi dalla parte della trattativa), dirà che a nascondere quelle carte è stata una “manina” (chiaro riferimento alla corporatura minuta di Giulio Andreotti). Andreotti risponderà che invece è stata una “manona”, ovvero quella del più corpulento Craxi.


Il mistero, ad ogni modo, resta.

Torniamo a quel 1 ottobre 1978.

Sappiamo che al momento dell’irruzione nell’appartamento i carabinieri si trovarono davanti carte stipate ovunque, un’incredibile montagna di documenti. Praticamente, l’archivio delle Brigate Rosse. Già qui troviamo la prima anomalia.

Ovvero che tra tutte quelle carte il capitano Arlati, che guidava l’operazione, si fionda subito, a colpo sicuro, sulla cartellina azzurra contenente il “Memoriale”, sul cui ritrovamento informa immediatamente per telefono Bozzo, il braccio destro di Dalla Chiesa.

Come se Arlati sapesse esattamente cosa cercare. Di sicuro, come abbiamo visto nel capitolo precedente, della presenza del “Memoriale” in via Monte Nevoso sapeva Dalla Chiesa, così come sapeva che in quelle pagine vi erano dei passaggi assai esplosivi sul conto di Andreotti. E che proprio in virtù di questo aveva convinto Andreotti sull’urgenza di quel blitz.

Ma l’anomalia più grande è che il capitano Bonaventura, quella stessa mattina, a perquisizione appena iniziata e con il verbale ancora da stendere, portò via il “Memoriale” dall’appartamento per fotocopiarlo e consegnarlo nelle mani di Dalla Chiesa.

E lo riportò in via Monte Nevoso più di sei ore dopo.



Su questo incredibile episodio, dopo il secondo ritrovamento del 1990, si aprono ulteriori scenari. Arlati rivelerà infatti alcuni dettagli che, all’epoca, aveva omesso. Prima di tutto che alle 17,30, quando Bonaventura riconsegnò il “Memoriale”, il plico gli apparve “più magro” di quando era uscito.

In secondo luogo che una copia del “Memoriale” fu consegnata da Bonaventura al capitano Gustavo Pignero (che nel 1981 risulterà nella lista della P2 di Licio Gelli), il quale le porterà subito a Roma.
Il rompicapo si fa sempre più complicato e la lista di domande, inevitabilmente, infinita.


Cosa è successo nelle oltre sei ore in cui la cartellina azzurra è rimasta nelle mani del capitano Bonaventura e fuori dall’appartamento? Il materiale presente è stato solo “ridotto” ed espunto delle parti più delicate oppure si è proceduto a una vera e propria riscrittura, a un sunto riveduto e corretto? Nell’uno o nell’altro caso, che fine ha fatto il materiale originale? È stato riportato in via Monte Nevoso e rimesso nel pannello oppure è stato conservato in altro luogo?

Quando Arlati parla di un plico “più magro”, cosa intende esattamente? Una decina, una ventina di pagine? Quante?

Quale versione viene consegnata a Dalla Chiesa? Quella originale o quella “riveduta e corretta”? Il giorno successivo, quando Dalla Chiesa si recò a Roma per incontrare Evangelisti, braccio destro di Andreotti, cosa gli consegnò? La documentazione originale o quella manipolata?

Dalla Chiesa era al corrente di questa manipolazione? Dal momento che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, nei mesi successivi si adopererà per far uscir fuori la verità sul conto di Andreotti, è possibile ipotizzare che Dalla Chiesa non sapesse nulla e che la manovra di manipolazione fu voluta dai servizi segreti per neutralizzare il generale e salvare Andreotti?

Perché Pignero andò a Roma con la copia del “Memoriale” (poi quale? L’originale o quello modificato?)? A chi doveva consegnarlo, visto che i suoi superiori erano tutti a Milano? A Roma arrivò prima lui o Dalla Chiesa?

Delle due l’una. O quel giorno in via Monte Nevoso furono trovati due “Memoriali”, un sunto dattiloscritto dalle BR e uno costituito dalle fotocopie degli originali manoscritti di Moro, e mentre il sunto fu portato via per censurarne ed eliminarne le parti più scomode il plico delle fotocopie fu occultato dietro il pannello chiodato, oppure fu ritrovato soltanto il plico delle fotocopie, da cui seduta stante fu tratto un sunto da presentare come “Memoriale” ufficiale.

Nell’uno o nell’altro caso resta impossibile chiarire le posizioni (e le mosse) di Dalla Chiesa, Arlati e Pignero. Soprattutto, nell’uno o nell’altro caso, è indubbio che quel giorno, in via Monte Nevoso ci furono strani movimenti. Così come è indubbio che il “Memoriale” del 1978 è il frutto di diverse e interessate manipolazioni.

Ma anche quello del 1990 è incompleto.

Ripartiamo dai numeri. Nel capitolo precedente abbiamo visto come più fonti vicinissime alle BR avessero parlato – a proposito di quel “Libro Bianco” in preparazione e in cui le Brigate Rosse avrebbero pubblicato tutti i documenti in loro possesso relativi alla vicenda Moro – di un corpus di circa duemila pagine. Una cifra sicuramente esagerata, ma comunque lontanissima sia dalla settantina di fogli ritrovati nel 1978, sia dai 421 rinvenuti nel 1990.

Che ci fosse qualcosa – o molto – di più, lo dicono gli stessi brigatisti.

Oltre a parlare alle fotocopie degli originali manoscritti, Bonisoli e Azzolini parlarono della presenza, in via Monte Nevoso, della trascrizione integrale di tutti gli interrogatori. Come sappiamo infatti, per almeno i primi venti giorni del sequestro, gli interrogatori furono registrati su nastro e poi sbobinati, pratica poi abbandonata perché richiedeva troppo tempo. I nastri originali, a detta dei brigatisti, furono distrutti poco dopo l’esecuzione di Moro. Ma le trascrizioni, che secondo Bonisoli e Azzolini erano in via Monte Nevoso assieme al resto, dove sono finite?

Non solo. Nella sua deposizione ricordata prima, la Mantovani parla di passaggi del “Memoriale” dedicati a Kappler, ma nel “Memoriale” del 1990 in proposito vi è solo un piccolo accenno. E sempre la Mantovani ricorda che in via Monte Nevoso ci fosse anche la lista delle domande degli interrogatori. Anche questa, mai rinvenuta.


E lo stesso Moretti più di una volta ha dichiarato che del “Memoriale Moro” è venuto alla luce “quasi tutto”, tranne alcune parti che, a detta sua, sarebbero state trattenute dai servizi segreti.
Manca inoltre il capitolo relativo a Taviani e ai servizi segreti americani, di cui le BR avevano pubblicato uno stralcio autografo nel Comunicato numero 5.

Dove è finito tutto questo materiale?

2. Un solo memoriale, infinite stesure


A questo punto, cerchiamo di fare chiarezza e ricostruire la storia, e soprattutto natura e contenuto, delle varie stesure e delle varie versioni del “Memoriale”.

Stesura “A”: il complesso degli originali autografi, dei nastri e dei fogli direttamente provenienti dagli interrogatori, tanto quelli registrati quanto quelli effettuati con la consegna di domande scritte all’ostaggio che poi provvedeva e rispondere su appositi fogli.

Stesura “B”: trascrizione dattiloscritta della stesura “A”.

Stesura “C”: ottantacinque cartelle di cui quarantatré costituenti il “Memoriale”, rinvenute nel 1978 in via Monte Nevoso.

Stesura “D”: 421 fogli, di 245 costituenti il “Memoriale”, rinvenuti nel 1990 sempre in via Monte Nevoso.
“A” è la fonte primaria e originale, una sorta di “fonte Q” del “Memoriale”, mai stata ritrovata e che, molto probabilmente, come sostengono i brigatisti,

fu interamente distrutta da Prospero Gallinari dopo che lo stesso aveva provveduto a farne alcune fotocopie, che chiameremo stesura “A1”.


Interamente perduta “A”, concentriamoci quindi su “A1”.

Quante copie furono fatte di “A1”?

Impossibile dirlo, ma secondo alcuni ne furono fatte diverse che poi vennero distribuite a tutte le colonne brigatiste.

È un’ipotesi che moltiplica all’infinito il numero di copie potenzialmente esistenti e circolanti (se così fosse strano che non negli anni, oltre a quella di via Monte Nevoso, non ne siano saltate fuori altre).

Di sicuro una di queste copie fu spedita, via Firenze, tramite Moretti che la consegnò a Bonisoli, a Milano, in via Monte Nevoso appunto, dove confluì in “D”.

Probabile anche che un’altra copia di “A1” sia stata recapitata a qualche brigatista detenuto a Cuneo.

Potrebbe infatti trattarsi di “A1” quel plico di carte che Dalla Chiesa, come abbiamo visto nel capitolo precedente, chiese a Incandela di recuperare nel carcere dietro soffiata di Pecorelli.

Anche la maggior parte di “B”, come “A”, non è mai stato trovato.

Ma a differenza di “A”, nessuno parla di una sua distruzione.

Questa copia dattiloscritta di trascrizione integrale di “A” fu fatta probabilmente dal solito Gallinari, a Firenze.

Secondo alcuni, anche di “B” furono fatte diverse copie distribuite alle principali colonne.

Una fu sicuramente inviata a Milano in via Monte Nevoso, dove andò Nadia Mantovani per farne l’analisi politica.

La prima bozza di questa analisi politica fu effettivamente ritrovata nel corpus di “C”, ma su “B” restano infiniti dubbi.

O “B” è la versione di “C” da cui Bonaventura sottrasse pagine determinanti, oppure “B” fu prelevato da via Monte Nevoso, occultato dalle forze dell’ordine e sostituito con “C”.

Di conseguenza “C” o è una versione ridotta di “B”, oppure è una versione di altra mano prodotta per nascondere “B”.

LACHMANN MEMORIALE .....



3. Il grande segreto della Repubblica

Non potendo saperne di più, siamo obbligati ad esaminare esclusivamente “D”, che per quanto probabilmente incompleto, è di sicuro la versione più estesa e veritiera del “Memoriale” in nostro possesso.

Tra le parti più esplosive c’è senz’altro quella dedicata al presidente Segni, che Moro rappresenta come un oscuro uomo di potere che persegue una strategia ostinatamente contraria al centro-sinistra, contravvenendo quindi al suo ruolo super partes di garante delle istituzioni.

Cosa più importante, Moro lo indica come il grande regista del “Piano Solo”, il tentato colpo di Stato del 1964 che avrebbe dovuto instaurare in Italia una dittatura militare guidata dal generale De Lorenzo. I passaggi su Andreotti sono particolarmente forti, visto che si parla dei legami dell’allora presidente del consiglio con Michele Sindona e tra le righe si accenna ai rapporti di connivenza con Cosa Nostra.

Si parla del pesante condizionamento esercitato dai servizi segreti americani su tutta la vita politica italiana, della regia degli stessi nella cosiddetta strategia della tensione. A questo proposito, Moro lascia intendere come, in particolare su piazza Fontana, interi settori della Democrazia Cristiana furono sostanzialmente conniventi.

Autentiche bombe che, se rivelate nel 1978, avrebbero fatto saltare ben più di una poltrona.
Ma ciò che avrebbe destabilizzato l’intero sistema è altro, vale a dire il capitolo in cui Moro rivela alle BR l’esistenza di Gladio. Il paradosso più grande è che le Brigate Rosse, chiuse e ottuse nella loro politica fatta solo della più astratta ideologia e completamente a digiuno del più elementare principio di realtà, non seppero cogliere la portata di tale rivelazione.

In una storia così fitta di torbidi misteri e intrighi inquietanti come quella dell’Italia repubblicana, Gladio è il segreto per eccellenza. Un’organizzazione paramilitare clandestina del tipo “stay-behind” (letteralmente: stare nelle retrovie) in seno alla NATO, organizzata dalla CIA in funzione anticomunista e allo scopo principale di contrastare un’ipotetica invasione sovietica, che in Italia operò sotto la copertura dei governi della Democrazia Cristiana, con tanto di delega specifica per il ministro della difesa (per essere poi sciolta nel 1986).

La sua storia e il suo modus operandi furono tutt’altro che limpidi: ebbe stretti e accertati legami con la P2 di Gelli (tutti i vertici di Gladio erano al contempo iscritti alla loggia), ebbe un ruolo più che attivo nella preparazione del tentato colpo di Stato militare passato alla storia come “piano Solo”, fu spalla dei servizi segreti nella strategia della tensione, forti sospetti continuano a gravare circa rapporti con i vertici di Cosa Nostra.

E ancora oggi possiamo dire di conoscere appena il 40% di quella storia così torbida e agghiacciante. Il resto – e probabilmente il peggio – è ancora avvolto da una spessissima coltre di mistero.
Ad ogni modo Gladio è la chiave di tutti i misteri legati al caso Moro, il perno attorno cui ruotano tutti quegli avvenimenti, il grande burattinaio capace di tirare in un colpo solo tutti i fili trattati ed esaminati fino a questo punto.

È Gladio, il timore che Moro possa rivelarla, la grande ossessione di tutti sin dal giorno del suo rapimento. La cosa terrorizza il governo, la Democrazia Cristiana, l’amministrazione americana, la CIA, i servizi segreti italiani. E tutti, a partire dai comitati di crisi istituiti da Cossiga, lavorano non per salvare Moro, ma il segreto di Gladio. Il che spiega ogni inefficienza, ogni lungaggine, ogni assurdità di quei giorni, l’immobilismo, la rigidità incomprensibile della linea della fermezza, l’abbandono disumano in cui viene lasciato da subito lo statista, l’impegno incredibile profuso da ogni parte a rendere inattendibili le sue parole che disperate filtravano dalla prigionia attraverso le lettere.

Moro può anche morire, anzi forse deve morire, ma il segreto di Gladio deve restare tale. Perché è Gladio, non Moro, il vero ostaggio da liberare.


Per questo prima si fa di tutto perché Moro non parli e perché non venga creduto.

E poi si fa di tutto per recuperare quelle carte.

Siamo nel 1978, in piena guerra fredda, e l’Italia è il delicato e traballante ago della bilancia dell’intero equilibrio internazionale. Far venire alla luce un segreto così pazzesco come Gladio in quel contesto avrebbe travolto, di colpo, l’intero sistema.

Basta guardare le date.

Casualmente l’appartamento di via Monte Nevoso viene riconsegnato al legittimo proprietario proprio nel 1990, subito dopo la caduta del muro di Berlino. Ovvero subito la fine della guerra fredda e di quegli equilibri di cui Gladio era uno degli oscuri architravi.

E altrettanto casualmente l’esistenza di Gladio viene pubblicamente e precipitosamente rivelata da Andreotti il 24 ottobre 1990. Sempre dopo la caduta del muro di Berlino, quando per quanto imbarazzante il segreto non è ormai più destabilizzante, ma soprattutto appena quindici giorni dopo il ritrovamento del “Memoriale”.

È credibile che siano tutte coincidenze?

4. Quanto ci importa di Moro?


Ma al di là del gioco delle casualità e delle coincidenze, è forse il caso che noi, dove per noi intendo noi cittadini italiani tutti, iniziamo a chiederci quanto ci importa realmente di Moro.
Le istituzioni hanno fatto di tutto per farlo morire prima e per dimenticarlo poi, inquinando a più non posso la verità sulla sua prigionia e sulla sua esecuzione, allontanandone la memoria e rendendo le sue parole semplicemente disperate, poco importanti dal punto di vista storico e politico.

Ma noi in cosa saremmo diversi?

Il “Memoriale” è lì, alla portata di tutti, scaricabile gratuitamente in pdf e leggibile in poche ore.
A chiare lettere c’è scritto che un presidente della repubblica, negli anni ’60, provò a organizzare un colpo di Stato militare per bloccare l’avanzata dei partiti di sinistra e le loro possibili alleanze con la parte più progressista della Democrazia Cristiana. C’è scritto che il sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti da sempre ha intrattenuto rapporti di piena connivenza con Cosa Nostra e torbidi rapporti con i servizi segreti americani. C’è scritto che la CIA e i servizi segreti nostrani appoggiarono e favorirono la strategia della tensione, la stagione delle bombe che per oltre un decennio, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, uccisero brutalmente centinaia di cittadini innocenti. C’è scritto che interi settori della Democrazia Cristiana furono conniventi e silenziosi nella strage di piazza Fontana.

C’è scritto tutto questo e molto altro, ed è stato scritto non dall’ultimo dei complottisti, ma da chi quel Palazzo, quegli intrighi, quelle stanze così oscure e avvelenate le ha abitate e dirette, provando inutilmente a cambiarle, per oltre trent’anni.

Non è la piazza che accusa il palazzo, ma il palazzo che accusa sé stesso.
E noi sappiamo, e pur sapendo non facciamo niente e non ce ne importa niente.
Sappiamo e continuiamo a vivere nella più totale e oscena indifferenza.
Sappiamo e, quel che è peggio, facciamo finta di non sapere.

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Gli interrogatori di Moro e la redazione

Il comunicato n. 5 e le accuse al deputato Taviani

Il ritrovamento del 1978 e le testimonianze del generale Dalla Chiesa

Il ritrovamento del 1990

Le nuove audizioni della "Commissione Stragi" e la pubblicazione del materiale

Le stesure e le versioni pervenute

Il contenuto

Analisi

Considerazioni ed implicazioni

Note

Bibliografia

Voci correlate

Collegamenti esterni

Memoriale Moro

«Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla DC, chiedo al presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della DC al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui.»


(Aldo Moro, Memoriale[1])



Il memoriale Moro è un insieme di testi scritti e riscritti a mano[2] da Aldo Moro durante la prigionia per opera delle Brigate Rosse (BR)[3] che rapirono nel 1978 il presidente della Democrazia Cristiana.

Il testo venne scoperto in due momenti diversi: il 1º ottobre 1978 in un nascondiglio delle BR di via Monte Nevoso n. 8 a Milano, per mano del reparto speciale antiterrorismo dell'Arma dei Carabinieri diretto dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa[4], e successivamente nel 1990, durante una ristrutturazione edilizia, nello stesso nascondiglio delle BR di via Monte Nevoso una volta dissequestrato[3][5][6].


Gli interrogatori di Moro e la redazione


Lo stesso argomento in dettaglio: Caso Moro.


Durante i 55 giorni di prigionia da parte delle Brigate Rosse (BR), Aldo Moro viene sottoposto diverse e lunghe sessioni di interrogatorio da Mario Moretti, allo scopo di ottenere dal politico elementi politicamente utili per l'organizzazione terroristica.

Questi dialoghi vennero incisi su un registratore a nastro a bobina; per ogni argomento però il presidente scriveva di proprio pugno un "verbale" sui fogli quadrettati di diversi blocchi.[6]

Il comunicato n. 5 e le accuse al deputato Taviani

Nel comunicato numero 5 del 10 aprile 1978 le Brigate Rosse confermano che l'onorevole Moro verrà processato da un Tribunale del Popolo e che «tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente».[7] Ulteriormente nel comunicato le BR scrivono: «nessuna trattativa segreta, niente deve essere nascosto al popolo!».[7] Assieme al comunicato n. 5 le BR recapitano uno scritto autografo di Moro (un brano del memoriale) in cui il presidente della DC sostiene l'ipotesi delle trattative e attacca il suo compagno di partito Paolo Emilio Taviani, considerato figura importante negli accordi segreti con gli USA su Gladio e Stay-Behind,[8] per essersi schierato con la linea della fermezza.[9] Moro segnala nel brano gli importanti incarichi ministeriali ricoperti da Taviani tra cui, per la loro importanza:[8]

«il ministero della difesa e degli interni, tenuti entrambi a lungo con tutti i complessi meccanismi, centri di potere e diramazioni segrete che essi comportano [...]. In entrambi gli incarichi ricoperti egli ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano.»
(Aldo Moro, Memoriale)

A parte ciò, non si sa cos'altro abbia scritto Moro al riguardo, perché questo è uno dei paragrafi ampiamente censurati del memoriale.[8] In ogni caso, le sue affermazioni avevano creato un grande allarme tra i pochi che erano in grado di capirne le reali implicazioni.[8] Moro mostrava di temere che fossero scese in campo altre entità interessate alla sua liquidazione dalla scena politica e anche fisica. La lettera concludeva infatti con un interrogativo: «vi è forse nel tener duro contro di me un'indicazione americana o tedesca?».[8]

Nonostante le premesse della totale pubblicità del materiale di Moro, questo brano autografo sarà l'unica parte del memoriale che verrà pubblicata dai brigatisti.

Il ritrovamento del 1978 e le testimonianze del generale Dalla Chiesa

Lo stesso argomento in dettaglio: Carlo Alberto Dalla Chiesa e Commissione Moro.
Il 1º ottobre 1978, pochi mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, gli uomini del generale Dalla Chiesa fanno irruzione nel covo delle Brigate Rosse in via Monte Nevoso 8 a Milano[6]. I carabinieri rimangono dentro l'appartamento per cinque giorni, rivoltandolo a fondo[6]. Alla fine della perquisizione, vengono rese note 49 pagine del cosiddetto Memoriale Moro: si tratta di pagine dattiloscritte dalle Brigate Rosse, ricopiate cioè dal manoscritto originale o dalle bobine registrate[6]. Il brigatista pentito Roberto Buzzatti, durante il processo Moro ter, racconterà che Moretti parlò dell'esistenza di un sistema di telecamere a circuito chiuso all'interno della casa dove era sequestrato Moro[10][11]. Cinque giorni dopo l'irruzione, il covo viene chiuso e vengono posti i regolari sigilli della magistratura. Qualche mese più tardi, il senatore del PCI e membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro[12], Sergio Flamigni, si reca nelle carceri a parlare con i brigatisti Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Da loro viene a sapere che in via Monte Nevoso ci sarebbe dovuta essere la trascrizione completa degli interrogatori del Presidente[6]. Il senatore Flamigni si reca più volte nel 1986[13] e nel 1988[13] dal magistrato Ferdinando Pomarici — magistrato competente al momento dell'irruzione — chiedendo la riapertura del covo, questo si rifiuta rispondendo che l'appartamento era stato: «scarnificato. Muro per muro. Mattonella per mattonella»[14]).

Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa il 23 febbraio 1982 viene ascoltato per la seconda volta dalla Commissione Moro e, incalzato dallo scrittore Leonardo Sciascia, esprime alcuni dubbi su possibili mancanze del materiale rinvenuto:[15][16][17]:

«SCIASCIA: Io avevo delle curiosità; poiché abbiamo la fortuna di riavere qui il generale, vorrei chiedergli se è ancora convinto, come ci ha detto l'altra volta, che Moretti rappresenti il cervello delle Brigate Rosse.
DALLA CHIESA: In questi giorni mi è sorto un dubbio; che lo rappresentasse e che sia ancora ritenuto oggi dai brigatisti l'uomo più capace, non ci sono dubbi; sia perché la commistione della preparazione politica e di quella militare lo ha portato ad avere un ascendente presso gli altri, e anche per quella sua disinvoltura, quel partire per l'estero, rientrare tranquillamente e che il nostro Paese consente, va bene... ma effettivamente lo ha fatto sempre senza preoccupazioni. Poi con l'aiuto di quel Francescutti, che lui andava sempre a consultare nel Veneto, e con il Mulinaris che sta a Hyperion, insieme a tutti gli altri che io citai l'altra volta, a Parigi; e mi dispiace per l'onorevole Milani che quella volta ebbe un'uscita, perché forse non conosceva il problema molto a fondo, quando disse, mentre io suggerivo che c'è del lusso presso questo istituto, che il lusso c'è anche nella Fiat; ma il lusso che c'è là dentro non viene, io risposi, né dai sequestri di persona, né dalle rapine. [...] Mi chiedo oggi - perché sono ormai fuori dalla mischia da un po' di tempo e faccio in qualche modo l'osservatore che ha alle spalle un po' di esperienza - dove sono le borse, dove è la prima copia (perché noi abbiamo trovato la battitura soltanto), l'unica copia che è stata trovata nei documenti Moro non è in prima battuta! Questo è il mio dubbio. Tra decine di covi non c'è stata una traccia di qualcosa che possa aver ripetuto le battiture di quella famosa raccolta di documenti che si riferivano all'interrogatorio. Non c'è stato nulla che potesse condurre alle borse, non c'è stato un brigatista pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di quel tipo, né lamentato la sparizione di qualcosa, com'è accaduto al processo di Torino che, per un solo documento, stava per succedere l'ira di Dio (contestato dai brigatisti perché non c'era questo documento che invece prima c'era). Semmai un documento importante o cose importanti come queste, fossero state trovate e sottratte penso che un qualsiasi brigatista lo avrebbe raccontato.

SCIASCIA: Lei pensa che siano in qualche covo?

DALLA CHIESA: Io penso che ci sia qualcosa o qualcuno che possa aver recepito effettivamente quello che manca.

SCIASCIA: Sono contento che le sia venuto questo dubbio.

DALLA CHIESA: Dobbiamo pensare anche ai viaggi all'estero che faceva questa gente. Moretti andava e veniva.

SCIASCIA: Una domanda che attiene alla sua professionalità: lei si è posto il problema del perché Metropoli abbia pubblicato quel fumetto?

DALLA CHIESA: Me lo sono posto per un contrasto interno, indubbiamente sorto, tra coloro che avevano in qualche modo voluto gestire – e non erano riusciti a gestire – il problema. Secondo me c’è stato un tentativo, come stava facendo Senzani adesso, di voler gestire il fatto del generale Dozier. Anche in quel caso ci dev’essere stato qualcuno, che non le so indicare, che avesse avuto l’intenzione di gestire il…

SCIASCIA: L’intenzione ricattatoria.

DALLA CHIESA: Esatto, esatto. Dire cioè: “Io so, state attenti.”»

(Carlo Alberto dalla Chiesa alla Commissione Moro (1982)[18])

In sede processuale due brigatisti membri dell'esecutivo nazionale delle Br, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, affermarono che «in via Monte Nevoso, oltre ai dattiloscritti c'era anche un plico di fotocopie di quelli originali che non risultano nell'elenco del materiale sequestrato»[15].

Tra il 1979 e il 1982 vengono scoperti e arrestati quasi tutti i brigatisti implicati nel caso Moro: Raffaele Fiore (19 marzo 1979), Valerio Morucci e Adriana Faranda (29 marzo 1979), Prospero Gallinari (24 settembre 1979), Bruno Seghetti (19 maggio 1980), Anna Laura Braghetti (27 maggio 1980) e il 4 aprile 1981 il capo delle Brigate Rosse Mario Moretti, ma di queste carte e del loro destino non parlano[16].

Intanto, alla fine di una lunga controversia legale tra il brigatista Domenico Gioia e Rocco Lotumolo, la proprietà dell'appartamento ove venne tenuto prigioniero Moro torna a questi che poi lo vendette a tale Gerolamo De Citis.[6]

Il ritrovamento del 1990
Il 9 ottobre 1990 De Citis incarica il muratore Gennaro Bernardo di ristrutturare l'appartamento, chiuso nel 1978,[6] anche se poi si scoprirà che sigilli posti all'epoca dai carabinieri sono stati rotti, non si saprà mai da chi[6]. Il muratore comincia i lavori e nota una strana difformità al di sotto di una finestra[6]. Toglie quattro chiodi e un pannello di cartongesso e ritrova uno spazio nascosto contenente un mitra avvolto in un giornale del 1978, centinaia di banconote fuoricorso, armi e munizioni e 229 pagine fotocopiate del Memoriale Moro[6][19][20]. Alla presenza di Achille Serra, capo della DIGOS e del sostituto procuratore Ferdinando Pomarici, lo stesso magistrato del primo ritrovamento, vengono rinvenuti e verbalizzati i seguenti oggetti[16]:

una borsa nera contenente due pacchetti con denaro per circa 60 milioni di lire in tagli da centomila fuori corso (proveniente dal riscatto pagato per la liberazione dell'imprenditore genovese Pietro Costa);[15]
una canna di pistola Beretta M951 Brigadier;[15]
una trentina di detonatori;[15]
un mitra di fabbricazione sovietica PPS 7.62 Tokarev avvolto in un giornale del 1978;[15]
una pistola Walther PPK 7.65 nuovissima, ancora nella sua custodia originale;[15]
419 fogli di fotocopie, scritti da Aldo Moro durante la prigionia conservati in una cartellina di cartone di colore marrone, avvolte nel nastro adesivo.[15][21][22]
Tra le carte, in tutto 421 fogli, vi erano diverse lettere scritte da Moro, disposizioni testamentarie e il memoriale. Dei 421 fogli 229 sono fotocopie del manoscritto di Moro, con le risposte all'interrogatorio dei brigatisti (ma, come nella versione già nota, senza indicazione delle domande precise): rispetto alla versione ritrovata nel 1978 (che era dattiloscritta) sono presenti ben 53 pagine in più.[16] Dall'analisi di queste pagine fotocopiate emerge in modo chiaro che molte altre pagine mancano alla documentazione, poiché in diversi punti Moro scrive «come dirò più avanti», «come ho già detto altrove»;[6] nelle 229 pagine ritrovate mancano tali rinvii.[6]

Le nuove audizioni della "Commissione Stragi" e la pubblicazione del materiale

Lo stesso argomento in dettaglio: Commissione Stragi.
La commissione stragi presieduta da Giovanni Pellegrino dal 1994 al 2001 decide di risentire tutti i protagonisti di questa vicenda del memoriale a partire dal primo ritrovamento del 1978. Il 23 maggio 2000 il colonnello Umberto Bonaventura, uomo all'epoca agli ordini di Carlo Alberto dalla Chiesa[23], dichiara ai membri della commissione che le carte di Moro ritrovate durante il primo blitz a Via Montenovoso furono prelevate e fotocopiate prima della verbalizzazione da parte della magistratura italiana e poi riportate nel covo, per essere consegnate la sera stessa al generale dalla Chiesa.[16] Il 22 marzo 2001, la Commissione stragi decide la pubblicazione integrale del materiale, assieme a quello relativo al caso Moro.[24] Alcuni retroscena erano già stati anticipati durante il sequestro dell'archivio del generale Demetrio Cogliandro, ex capo del Sismi, la vigilia di Natale del 1995.[25] Intanto lo stesso Bonaventura passò successivamente ai servizi segreti e morì il 7 novembre 2002[16] quando era responsabile dell'ufficio SISDE dei carabinieri.[23]

Successivamente la seconda sezione civile della Corte d’Appello del Tribunale di Milano, presieduta da Nicoletta Ongania, ha stabilito con sentenza del 7 aprile 2015 n. 1505 che il colonnello Bonaventura entrò nel covo durante la perquisizione e portò via le carte, restituendole dopo qualche ora, visibilmente assottigliate, prima della numerazione dei fogli.[23]

Le stesure e le versioni pervenute
Il memoriale è redatto in prima persona, con Moro come narratore. Del memoriale si ebbero varie stesure:

Stesura A: originali autografi, nastri e fogli provenienti direttamente dall'interrogatorio;
Stesura B: stesura basata in tutto o in parte sui documenti della stesura A, dattiloscritti in una casa-covo di Firenze dai Brigatisti;
Stesura C: stesura ritrovata nell'ottobre del 1978 nel covo di via Monte Nevoso 8 a Milano (in tutto ritrovate 43 pagine di documenti[26]);
Stesura D: stesura manoscritta da Moro, ritrovata durante alcuni lavori nell'ottobre del 1990 nello stesso covo di via Monte Nevoso 8 dietro un'intercapedine (421 fogli in tutto, di cui 229 sono fotocopie del manoscritto[16]).
Le bobine originali degli interrogatori non verranno mai ritrovate.[6]. Al riguardo il brigatista Germano Maccari nel 1998 dichiarò:

«La trascrizione dei nastri venne interrotta semplicemente perché era un lavoro immane e non eravamo in grado di farlo. Era un lavoro lungo, estenuante, avevamo un registratore, un Philips, non certo di tecnologia avanzata. Avevamo la cassetta registrata, per trascriverla bisognava mandare avanti la cassetta, poi fermarla, scrivere, poi tornare indietro. [...] Questo lavoro fu interrotto perché a un certo punto, oltre al fatto che ci trovavamo nell'impossibilità di portarlo avanti, fu anche detto che era inutile. E infatti i colloqui tra il presidente Moro e Mario Moretti non furono più registrati.»
(Germano Maccari nel 1998[1])

Secondo lo storico Miguel Gotor sarebbe stato Prospero Gallinari a redigere la versione dattiloscritta delle lettere e del memoriale di Moro nel covo di via Montalcini, dove il presidente DC era tenuto prigioniero[27]. Lo stesso Gallinari, secondo i brigatisti, avrebbe bruciato tutte le carte di Moro prodotte durante la prigionia durante una riunione a Moiano,[15] perché ritenute inutili.[28]

Poiché dunque secondo le BR la stesura A, ovvero i documenti originali, furono distrutti ciò non permette di valutare le versioni successive, nella loro aderenza o meno alle risposte date da Aldo Moro nel corso del suo interrogatorio, né permette di avere la sicurezza totale che il ritrovamento più vasto di cui alla stesura D, sia effettivamente completo. Le eventuali mancanze, però, non possono essere considerate dirimenti a una lettura "storica" della documentazione esistente. Tra il materiale di quest'ultima oltre al memoriale, figurano anche lettere scritte da Moro e non consegnate dalle BR e le prime stesure di lettere che poi Moro decise di riscrivere.

Due sono le ipotesi riguardo alla copia autografa e alla trascrizione delle carte di Moro:

i brigatisti hanno effettuato più copie dei manoscritti e le diffondono nelle varie colonne (tra cui anche Milano). In una colonna, un compagno non individuato (forse Prospero Gallinari[27]), si occupò delle trascrizioni dattiloscritte che fece giungere nella sola base di via Monte Nevoso (o in tutte le altre colonne, come sostiene il magistrato Pomarici). In occasione della fotocopiatura Mario Moretti ordina a Gallinari di distruggere i manoscritti originali[11].
i brigatisti effettuano una copia del dossier manoscritto e la mettono al sicuro nella base di Milano. In un'altra base delle BR (verosimilmente quella di Firenze, in via Barbieri di proprietà dell'architetto Giampaolo Barbi, che ospitò le riunioni del Comitato Esecutivo nel corso dei 55 giorni di prigionia) un brigatista mai individuato (forse Prospero Gallinari[27]) lavorò sugli originali, ritenuti più leggibili rispetto a una fotocopia, per effettuarne le trascrizioni dattiloscritte che, una volta terminate, sarebbero state fatte pervenire a Nadia Mantovani per l'analisi politica. Il lavoro integrale di dattiloscrittura sarebbe stato portato a termine poco dopo che la Mantovani si trasferisce in via Monte Nevoso (in effetti, si recò a Milano proprio in quanto avvisata che il materiale da analizzare era pronto) e, dopo aver consegnato a Franco Bonisoli i fogli dattiloscritti. Moretti incarica poi Gallinari di distruggere i manoscritti originali[11].
I documenti vennero inizialmente presi in consegna dalla Digos e archiviati[3]. Soltanto nel 2001 la stesura C (testo diffuso il 17 ottobre 1978 dal Ministero dell'interno.[29]) e la stesura D (testo rinvenuto nel 1990) vennero pubblicamente confrontate e riordinate[3] dalla Commissione stragi che si preoccupò nel riordino di seguire un criterio logico, tema per tema[29] Inoltre, negli anni sono state date versioni leggermente differenti del primo ritrovamento del Memoriale nel covo delle BR. Il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo, al tempo nell'antiterrorismo, che effettuò per primo la perquisizione del covo descrive nel 1998 il ritrovamento davanti alla Commissione stragi e più approfonditamente nel libro intervista Sragione di Stato.[16][20] Questi, rispondendo ad una domanda del presidente Pellegrino sulle varie versioni che negli anni si sono succedute, descrive così gli eventi che portarono all'individuazione del covo davanti alla commissione stragi:

«Come è andato il fatto? Era l'epoca dei borselli. Qualcuno sorride dal momento che si dice che si trovavano troppi borselli. Ma perché si trovavano i borselli? Perché questi contenevano anche le armi individuali. Noi facevamo dei controlli sugli autobus, sul treni; effettuavamo delle perquisizioni. Se c'era il brigatista con il borsello questi lo metteva sotto il sedile e scendeva, quando veniva perquisito, non veniva fuori niente. Soltanto dopo si trovava il borsello con la pistola. Ecco cosa è successo a Firenze. Tra l'altro, in quel borsello c'era anche la ricevuta dell'appuntamento di un dentista di Milano e la ricevuta dell'assicurazione di un motociclo. [...] Questo motociclo era stato prodotto a Bologna e poi inviato ad un fornitore di Milano. Compiendo indagini presso questo fornitore, è emerso che l'aveva acquistato un giovane della zona. Avevamo trovato anche delle chiavi nel borsello e allora la zona, come ha detto lei, Presidente, è stata controllata palazzo per palazzo, casa per casa, portone per portone: di notte andarono a provare le chiavi per giorni e giorni, fintanto che si riuscì ad aprire un portone. Allora lo mettemmo sotto vigilanza (più precisamente definito servizio di o.c.p., osservazione, controllo e pedinamento) e trovammo questo giovane che ci era stato vagamente descritto da quel concessionario e da lì è nato il fatto. Questo giovane è stato identificato come Azzolini il 31 agosto, mi sembra, quando Dalla Chiesa effettivamente non aveva ancora assunto il pieno comando dei reparti antiterrorismo, ma era già stato investito dal Governo dal 10 agosto e quindi già ci contattava. Ecco come sono andate le cose. Diciamo che la versione più attendibile è quella di Dalla Chiesa, seppure con delle imprecisioni, dovute al fatto che lui voleva riferire a voce su avvenimenti che non aveva vissuto, mentre avrebbe potuto benissimo leggere alla Commissione il documento che gli avevamo preparato e allora non ci sarebbero state queste imprecisioni.»
(Inchiesta su stragi e depistaggi e sul caso Moro: audizione del generale dell'Arma dei carabinieri Nicolò Bozzo, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 28ª seduta, 21 gennaio 1998.[20])

Relativamente alla decisione di effettuare la perquisizione una volta individuato il covo:

«Dunque, io informai Dalla Chiesa di questa operazione il 10 agosto a Roma, perché in quella data lui convocò tutti i capi dell'antiterrorismo - eravamo in tre, uno a Milano, uno a Roma e uno a Napoli - nel suo ufficio di coordinatore dei servizi di sicurezza di prevenzione e pena. Mi chiese cosa stavo facendo a Milano e gli dissi che stavamo conducendo un'operazione che forse poteva portare a qualcosa di "solido". Lui mi ascoltò e mi disse di tener presente che non bisognava andare a cercare il covo o il covetto, ma poiché eravamo pochi dovevamo cercare i capi. Se volevamo risolvere il problema e tagliare il fenomeno alle radici, dovevamo catturare i vertici quando si riunivano: era quello il suo obiettivo, cioè sorprendere una direzione strategica in riunione, fare un'irruzione e catturarli tutti. In modo sottinteso, mi fece capire che queste piccole operazioni erano di mia competenza, che me le dovevo gestire io e non lui. D'altra parte io non gli avevo detto di Azzolini e di altre cose. [...] Io cominciai ad informarlo quando identificammo Azzolini: al generale però dissi non che era certamente Azzolini, ma che poteva trattarsi di lui. Allora - ed eravamo già ai primi di settembre - il generale cominciò a dimostrare un certo interesse. [...] Dalla Chiesa cambiò completamente opinione quando gli dissi che c'era la Mantovani in giro a Milano e che frequentava via Monte Nevoso, perché la Mantovani era entrata in clandestinità dal soggiorno obbligato ed era stato un caso clamoroso che aveva negativamente impressionato tutta l'opinione pubblica. Dalla Chiesa allora disse che bisognava catturarla subito, anche il giorno successivo, ma io replicai che non si poteva organizzare in così breve tempo l'operazione, perché bisognava pensare anche alla sicurezza del personale. Poi addirittura c’erano 6-7 obiettivi, una decina di persone indagate (e ne catturammo 9). Mi diede tre giorni, poi riuscii a strappargli una settimana.»
(Inchiesta su stragi e depistaggi e sul caso Moro: audizione del generale dell'Arma dei carabinieri Nicolò Bozzo, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 28ª seduta, 21 gennaio 1998.[20])

Il contenuto
I primi 16 punti del memoriale sono relativi all'interrogatorio che Moretti fece allo statista della Democrazia Cristiana durante la prigionia, dal punto 17 in poi invece ci sono le riflessioni di Moro che, spesso, vanno a integrare le risposte già date alle domande delle Brigate Rosse[3] Tra gli argomenti trattati nel memoriale, vi sono:

l'origine del centro-sinistra in Italia;
il Piano Solo;[4]
considerazioni sulla la strategia della tensione in Italia;
l'"Organizzazione Gladio", argomento poi espunto dalle Brigate Rosse;[30]
lo scandalo Lockheed;[11]
la strage di Piazza Fontana;[11]
vicende relative allo scandalo scandalo Italcasse, il ruolo nel medesimo di Giuseppe Arcaini e il coinvolgimento di Gaetano Caltagirone, opinioni sulla corrente andreottiana.[31][32]
Nel memoriale sono contenute anche analisi di Moro su temi quali Giulio Andreotti e il rapporto con Michele Sindona,[16] nonché giudizi molto pesanti sia politicamente che umanamente riguardo Andreotti e Francesco Cossiga.[15] Moro evidenzia, tra le ragioni di crisi del suo primo governo, l'ingerenza del commissario CEE Robert Marjolin, cui ora attribuisce un rilievo forse maggiore di quello effettivamente rivestito.[4] A inizio sequestro Moro ragiona nei termini abituali e, sia pure con qualche distinguo, giustifica in qualche modo il vecchio sistema di potere doroteo;[4] precipitato nella condizione di reietto e sconfessato dal suo stesso partito, svela i retroscena della crisi politica dell'estate 1964.[4]

Il nuovo materiale scoperto nel 1990 contiene invece novità sui dirigenti dei servizi segreti italiani e severe valutazioni su taluni esponenti della Democrazia Cristiana[4] e informazioni su notizie ritenute "segreto di stato",[6] tra cui l'esistenza della struttura dell'organizzazione Gladio, ben nota ai servizi segreti, ma per quarant'anni nascosta al Parlamento italiano.[6] Inoltre Antonio Segni viene qui rappresentato quale uomo di potere che persegue con ostinazione una strategia contraria al centro-sinistra, contravvenendo al ruolo di garante delle istituzioni[4]. Moro riconduce il Piano Solo alla regia personale e politica del Presidente: «il piano, su disposizione del Capo dello Stato, fu messo a punto nelle sue parti operative (luoghi e modi di concentramento in caso di emergenza) che avevano preminente riferimento alla Sinistra, secondo lo spirito dei tempi»[4]. La versione del '90 del memoriale sviluppa ulteriormente queste riflessioni[4]:

«Il tentativo di colpo di Stato nel '64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione proprio dell'arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro-sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento. Questo obiettivo politico era perseguito dal Presidente della Repubblica On. Segni, che questa politica aveva timidamente accettato in connessione con l'obiettivo della Presidenza della Repubblica. Ma a questa politica era contrario come era (politicamente) ostile alla mia persona, considerato a quella impostazione molto legato.»
(Aldo Moro, Memoriale)

Concetti espressi in modo chiaro e preciso, ribaditi, con espressioni più o meno analoghe, nelle considerazioni sulla perdita delle valenze riformatrici del centro-sinistra per la resa a pressioni conservatrici esterne e per «placare il Presidente Segni»;[4] agli antipodi degli interventi pubblici di Moro, ma di quelli ben più realistici.[4] Moro parla chiaramente di tentativo di colpo di Stato: Segni era «estremamente ansioso» e «fortemente preoccupato», «terrorizzato da consiglieri economici che gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati», influenzato dai nostalgici del centrismo che «gli presentavano artatamente a fosche tinte l'avvenire dello Stato»[4]. «Nell'eccitazione della malattia» li presidente ingigantisce le preoccupazioni per l'ordine costituzionale e vuole sbarrare la strada a Moro[4]. Il memoriale spiega il superamento della crisi e la riconversione del Piano Solo da strumento potenzialmente eversivo in elemento di condizionamento (e, infine, di «normalizzazione») del quadro politico[4].

Le stesure del testo C e D, hanno consistenti differenze, che si spiegano nel rapporto copia-originale: infatti la stesura C è un dattiloscritto che in talune parti appare sintetica, in talaltre riporta integralmente oppure omette del tutto la stesura A, della quale (o di parte della stessa) la stesura D è una fotocopia (lo dimostra il fatto che la perizia calligrafica compiuta su quanto trovato nel 1990 attesta l'autenticità della grafia di Aldo Moro). Non si conosce la causa dell'esistenza stessa della stesura C e se sia stata redatta dalle Brigate Rosse oppure dall'ufficio del Ministero dell'Interno a cui nell'ottobre 1978 furono conferiti dal generale Dalla Chiesa i materiali trovati a via Monte Nevoso. Non è noto se pure vi fosse stata una stesura B destinata alle Colonne Brigatiste, ma la stesura C nelle sue molteplici omissioni (e nel linguaggio con cui fu redatta) pare corrispondere assai di più all'intento di non rendere noti i pesanti apprezzamenti che Moro fece nella prigionia su alcuni suoi compagni di partito e di governo.

La Commissione stragi acquisì il materiale dalla Digos nel febbraio 2001[33], dopo che era stato dato per disperso[34], lo riordinò per tema confrontando le Stesura D e C (cioè il testo che fu diffuso dal Ministero dell'Interno il 17 ottobre 1978, che come detto era poco ordinato). Gli scritti sono studiati e ricostruiti filologicamente da Francesco Maria Biscione, consulente della Commissione stragi e collaboratore dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana e pubblicati nel libro Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano[15][35]. Dall'analisi del testo Biscione ricostruisce il lavoro come la risposta da parte di Moro a 16 domande poste da un questionario brigatista[15]. Per quanto riguarda la completezza del memoriale Biscione sottolinea che in 25 occasioni Moro rimanda a risposte realmente presenti, mentre in due occasioni, quando si riferisce ai servizi segreti in Libia e ai rapporti tra Giulio Andreotti e gli stessi servizi, non si trovano i brani a cui rimanda[15].

Sulle differenze tra le stesure vennero aperte varie interrogazioni della Commissione, in cui venne ascoltato anche l'ammiraglio Fulvio Martini, ex direttore del SISMI ritenuto convolto nell'organizzazione Gladio in Italia.[36]

Analisi
Lo scritto autografo di Moro risulta redatto come una sorta di verbale su fogli a quadretti di diversi blocchetti[6]. Nella stesura originale i vari argomenti erano trattati senza un ordine preciso, evidentemente perché Moro rispondeva alle domande così come gli venivano poste[29]. Le pagine ritrovate sono quelle dattiloscritte dalle Brigate Rosse[6] (quelle del 1978) e parte delle fotocopie dall'originale scritto da Moro (quelle del 1990)[3], entrambe derivanti dall'interrogatorio o dalle registrazioni[6].

Il "memoriale" è una parte degli scritti redatti dal politico, tra questi bisogna aggiungere anche le 97 lettere che lo statista democristiano redasse durante la reclusione in via Montalcini.[3] Durante la prigionia e successivamente i messaggi contenuti negli scritti di Moro furono disconosciuti dalla classe dirigente, in particolare democristiana, e talvolta occultati dai destinatari[4]. La maggior parte degli analisti ritiene che gli scritti di Moro del periodo del sequestro siano effettivamente autografi, così come appare evidente che a scrivere quelle pagine sia stata una persona perfettamente capace di intendere e di volere[2][3]. La moglie dello statista, Eleonora Moro, ritenne autentiche sia le lettere che il memoriale.[3]

La lettura filologica fatta nel libro Il memoriale di Aldo Moro – 1978 Edizione critica del 2019 fa propendere per una seconda versione di risposte, data da Moro dopo il quindici aprile: appreso della condanna a morte da parte del "tribunale del popolo", Moro ricomincia da dove era partito e ricomincia daccapo una seconda riflessione: prima queste doppie versioni sembravano scritte insieme, invece col metodo dell'edizione critica si è scoperto che Moro ricomincia di nuovo ad affrontare la crisi del 1964 con tutti quegli argomenti già trattati, ma arricchendoli di dettagli più espliciti e di riflessioni più incisive (aggiungendo però altri cinque argomenti, tra cui la Montedison e le dinamiche corruttive interne alla gestione del potere negli anni settanta).[37]

Considerazioni ed implicazioni
Nella sentenza del processo Andreotti, pronunciata dalla Corte di assise di Perugia il 13 febbraio 2003, emergono una serie di conclusioni sul Memoriale Moro[3]:

«La comparazione tra i due scritti, tuttavia, permette di affermare, seguitano gli stessi giudici, che quello rinvenuto nel 1990 contiene notizie più pregnanti ed organiche rispetto a quello del 1978. Ed invero, sul caso Italcasse se da un lato nello scritto del 1978 vi è un riferimento al ruolo del debitore Caltagirone, che tratta su mandato politico la successione del direttore generale dell’Italcasse, nello scritto del 1990 si fa un maggior cenno al motivo per cui Caltagirone ha mandato politico nella nomina del direttore dell’Italcasse e, cioè, la sistemazione della propria posizione debitoria.
Parimenti sui rapporti tra Michele Sindona e Giulio Andreotti; mentre nello scritto del 1978 si parla quasi occasionalmente del viaggio di Giulio Andreotti negli Stati Uniti d'America, per incontrare Michele Sindona, e della nomina di Mario Barone (come pretesa di Michele Sindona per la sua collocazione all’interno del Banco di Roma, quale contropartita per l’elargizione di £ 2.000.000.000, in occasione della campagna per il referendum per il divorzio, da parte di Sindona, e delle ripercussioni che una tale nomina politica avrebbe avuto negli equilibri del Banco di Roma) si parla nell’ambito della valutazione della figura di Amintore Fanfani, nello scritto del 1990 i rapporti tra Michele Sindona, Mario Barone e Giulio Andreotti vengono organicamente trattati come espressione della personalità di Giulio Andreotti da lui definito nello scritto del 1978: "Un regista freddo, imperscrutabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. È questo l'on. Andreotti del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini" e continua affermando che "Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria".

Giudizio completato nello scritto del 1990 quando, dopo avere unitariamente analizzato i fatti riferiti a Giulio Andreotti e avere tra questi inserito anche l’intervista in cui denunciava l’appartenenza di Guido Giannettini come agente del SID, afferma che quelli sono tutti segni di un’incredibile spregiudicatezza che deve aver caratterizzato tutta una fortunata carriera (che Moro non gli ha mai invidiato) e della quale la caratteristica più singolare è che passi così frequentemente priva di censura o anche solo del minimo rilievo [...].»

(Corte d'Assise d'Appello di Perugia (PDF), su laprivatarepubblica.com, sentenza n. 4 del 13 febbraio 2003, 47-48. URL consultato il 12-03-2016.)

Nel 2016 il pubblico ministero Franco Ionta ha parlato durante una puntata della trasmissione RAI La Storia siamo noi «di una possibile eterodirezione esterna rispetto alle Brigate Rosse per interessi diversi da quelli dell'organizzazione nazionale che ha operato materialmente il sequestro Moro, ma su questo ci sono investigazioni in corso e non posso dire. Si fa riferimento a un soggetto, indicato come terrorista internazionale».[16]

Note
Jacopo Pezzan, Giacomo Brunoro, Il Caso Moro, LA CASE Books, ISBN 9788868700911. URL consultato l'11 marzo 2016.
Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica: gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano, Einaudi, 1º gennaio 2011, ISBN 9788806200398. URL consultato l'11 marzo 2016.
Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro, Il Caso Moro, LA CASE Books, 1º agosto 2015, ISBN 9788868700911. URL consultato l'11 marzo 2016.
Mimmo Franzinelli, Il "piano Solo", MONDADORI, 22 luglio 2014, ISBN 9788852051388. URL consultato il 12 marzo 2016.
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Morto Prospero Gallinari: ex Br, fu uno dei carcerieri di Moro, su La Repubblica - Bologna. URL consultato il 15 marzo 2016.


«Riporta Miguel Gotor: "Fu una lettera di Prospero Gallinari alla sorella, nel 1975, recuperata dagli inquirenti, a farmi scoprire che era stato lui, uno dei carcerieri di Aldo Moro, a redigere la versione dattiloscritta di tutte le lettere del presidente della Dc dalla 'prigione del popolo' di via Montalcini a Roma. Di quelle lettere le Br ne resero pubbliche solo una trentina, ma l'intero corpus fu battuto a macchina nel covo dove era tenuto prigioniero Moro. Il dattiloscritto, però, riportava alcuni evidenti errori di ortografia continuamente ripetuti: soprattutto l'accentazione dei pronomi personali. Quegli stessi errori sono presenti nella lettera di Gallinari alla sorella e, dunque, rendono possibile identificare l'autore del dattiloscritto".»


Pino Casamassima, Troveranno il corpo, Sperling & Kupfer, 5 maggio 2015, ISBN 9788820092900. URL consultato l'11 marzo 2016.


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Maria Antonietta Calabrò, Il capo di Gladio: è vero, le carte sparirono durante il sequestro MoroIl capo di Gladio: è vero, le carte sparirono durante il sequestro Moro, su archiviostorico.corriere.it, 2 marzo 2001 (archiviato dall'url originale il 2 gennaio 2013).

Presentazione del libro "Il Memoriale di Aldo Moro. 1978. Edizione critica", su radioradicale.it, 25 febbraio 2020.

Bibliografia

Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro, Il caso Moro: quarantanni di bugie, La Case, 2015, ISBN 9781953546739.

Michele Di Sivo e Francesco Maria Biscione, Il memoriale di Aldo Moro: 1978: edizione critica, De Luca Editori d'Arte, 2019, ISBN 9788865574393.
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