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Ha anche affermato che l'audizione era posta «in termini inquisitoriali».
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Rispondendo a un quesito sulla collaborazione con le BR di medici o infermieri in funzione di "copertura medica" in occasione di azioni cruente (pratica riferita da Prospero Gallinari nel volume Un contadino nella metropoli) e sulla possibilità che i brigatisti avessero pensato all'utilità di una simile "copertura" per l'agguato del 16 marzo 1978 (ad esempio nel caso che Aldo Moro rimanesse ferito nella sparatoria), Morucci ha risposto che le BR non si posero il problema.Riguardo alla possibilità che il nome di un intermediario per le comunicazioni con la famiglia Moro fosse stato indicato alle BR dalla signora Eleonora Moro - come aveva affermato monsignor Antonio Mennini nell'audizione del 9 marzo 2015, basando il suo ricordo su una telefonata fattagli da Morucci (il "professor Nicolai") - Morucci ha affermato che doveva trattarsi di un intermediario indicato da Aldo Moro, non dalla moglie.
In riferimento a ulteriori domande, Morucci ha affermato che delle lettere di Moro, durante il sequestro, esistevano soltanto gli originali e le relative fotocopie, ma non esisteva alcuna versione dattiloscritta. All'audito è stata poi riferita la notizia - riferita in un rapporto da Beirut del 21 giugno 1978 del colonnello Stefano Giovannone - secondo cui le Brigate rosse avrebbero trasmesso a George Habash (capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina) copia di dichiarazioni rese da Moro durante il sequestro, per ristabilire un rapporto di collaborazione che nei due anni precedenti era venuto meno. Morucci, dopo aver affermato di non sapere nulla al riguardo, ha obiettato che la notizia riferita da Giovannone risulterebbe in contraddizione con la circostanza, secondo lui certa, che i rapporti tra BR e palestinesi iniziarono solo dopo la vicenda Moro e che quindi a giugno del 1978 non poteva esserci alcun rapporto precedente da ristabilire.
Il presidente ha quindi informato Morucci che la Commissione aveva accertato che un informatore aveva permesso alla Polizia, nel maggio del 1979, di individuare l'appartamento di viale Giulio Cesare nel quale si erano rifugiati lui e Adriana Faranda, causandone così la cattura. Il presidente ha specificato che l'informatore era uno dei tre gestori di un autosalone in zona Portuense (AutoCia), presso il quale negli anni precedenti Adriana Faranda aveva acquistato due automobili; uno dei tre gestori dell'autosalone, inoltre, risultava in rapporti di conoscenza con Morucci fin dall'infanzia. Morucci ha replicato di non aver nulla da dire al riguardo. In momenti successivi dell'audizione, però, ha affermato di non aver mai saputo fino a quel momento chi lo aveva "tradito" e che la rivelazione gli aveva procurato «un certo shock».
Il presidente ha proseguito indicando che alcuni reperti trovati a suo tempo nell'abitazione di viale Giulio Cesare facevano ipotizzare un possibile coinvolgimento dei gestori della società AutoCia nella contraffazione di documenti per auto da usare nelle attività delle BR. Morucci ha dapprima risposto: «Non gradisco questo tipo di impostazione d'indagine». Quindi ha sostenuto che le BR nel periodo del sequestro Moro già da tempo non usavano più auto nei loro spostamenti, bensì mezzi pubblici, e che nelle azioni, notoriamente, erano utilizzati veicoli rubati per i quali non occorreva procurarsi documenti contraffatti. Riguardo ai documenti automobilistici trovati nell'appartamento di viale Giulio Cesare, Morucci ha affermato di non avere idea del perché fossero lì.
Il presidente ha poi chiesto all'audito spiegazioni su un altro documento trovato nell'abitazione di viale Giulio Cesare: due fogli contenenti un elenco di nomi di appartenenti alle Brigate rosse (incluso quello di Morucci stesso) e di altre persone, incluse anche alcune identità di copertura usate da alcuni brigatisti. Morucci ha risposto che era impossibile che un simile elenco fosse in possesso suo o di Adriana Faranda e ha osservato che nel verbale di sequestro non risulta indicato se i due fogli fossero stati trovati tra le carte e gli oggetti suoi e della Faranda o in altro luogo dell'appartamento.
Rispondendo al senatore Federico Fornaro sulla dinamica dell'agguato di via Fani, Morucci ha affermato che ci fu un tamponamento tra l'auto in cui viaggiava Aldo Moro e la Fiat 128 dei brigatisti e ha negato che occorresse una particolare perizia per colpire i due carabinieri che sedevano nei sedili anteriori della Fiat 130 senza ferire l'onorevole Moro, in quanto, a suo dire, la distanza tra gli sparatori e i due uomini era molto ridotta (due metri). Ha inoltre precisato che vennero sparate raffiche, non colpi singoli, e che, a suo parere, il movimento di torsione compiuto dal maresciallo Leonardi aveva lo scopo di proteggere Moro. Ha inoltre ribadito che si sparò dal lato sinistro rispetto alle auto. Al senatore Fornaro, che chiedeva perché, quando Moro fu portato via, nell'auto c'era un solo brigatista accanto al sequestrato - anziché due (uno per lato) come sarebbe stato più sicuro, per evitarne tentativi di fuga - Morucci ha replicato che l'onorevole Moro era stato rapito dopo una sanguinosa sparatoria e che la sua condizione psicologica, in quei momenti, era tale da renderne pressoché impossibile un tentativo di fuga. Ha quindi specificato che Moro venne collocato sdraiato sul sedile posteriore, con una coperta sopra.
Valerio Morucci si è quindi soffermato sul tema dell'attendibilità dei testimoni, citando studi secondo i quali essa sarebbe scarsamente affidabile in numerosi casi. Rispondendo al presidente, l'audito ha poi escluso che nel cosiddetto "memoriale Morucci" siano presenti ricordi erronei, anche se poco più tardi, in risposta a un'altra domanda, non ha escluso che possano esserci discordanze tra il "memoriale" e la realtà.
Il senatore Gotor ha domandato a Morucci se, a distanza di tanti anni, non ritenga di avere, nel riferire le vicende alle quali ha partecipato, maggior libertà e minori condizionamenti rispetto a quando era un imputato che rischiava l'ergastolo. L'audito ha risposto di no, affermando di aver fornito elementi ai magistrati quando aveva già subito una condanna all'ergastolo e sottolineando che quanto da lui narrato allora confermava le sue responsabilità e la giustezza della condanna ricevuta; ciò, a suo parere, dimostrava che già allora nel parlare era libero da condizionamenti dovuti al timore di una condanna. Il senatore Maurizio Gasparri ha chiesto all'audito un'opinione sulle diverse ricostruzioni secondo le quali le Brigate rosse erano eterodirette. Morucci ha risposto dicendo di aver affrontato il tema anni prima in una lunga intervista al quotidiano «l'Unità» e aggiungendo: «Secondo lei chi aveva interesse ad agitare un fumus sul fatto che le Brigate rosse non fossero una banda armata di comunisti?».
L'onorevole Gero Grassi è intervenuto per affermare che non era accettabile che Morucci dicesse quel che gli piaceva e non rispondesse alle domande che gli risultavano sgradevoli. Pertanto, l'onorevole Grassi ha chiesto che, prima di decidere un eventuale prosecuzione dell'audizione in una seduta successiva, ne venissero chiarite le modalità di svolgimento. Il presidente ha osservato che, sia ascoltando Morucci in libera audizione, sia ascoltandolo in sede testimoniale, non era tenuto a fornire risposte, nei casi in cui non avesse inteso darne; ha quindi proposto di proseguire l'audizione in una successiva seduta. Valerio Morucci ha però dichiarato l'intenzione di non rispondere ad ulteriori domande e l'audizione perciò si è conclusa senza continuare in altre sedute.
Nella seduta del 31 gennaio 2017 si è svolta l'audizione di Raimondo Etro, che fu coinvolto in varie attività, legate al sequestro Moro: l'«inchiesta preliminare», a partire dalla fine di settembre o dall'inizio di ottobre del 1977, nella chiesa di Santa Chiara, quando le BR progettavano di compiere lì il rapimento; il furto di autovetture che dovevano essere usate per il rapimento; la custodia delle armi dopo l'azione in via Fani».
Riguardo a Prospero Gallinari, l'audito ha confermato di averlo conosciuto nel giugno o luglio del 1977 e di averlo poi incontrato spesso, ma di non aver mai saputo dove abitasse. Ha ricordato che una volta, verso la fine del 1977, presso il "Ponte bianco" (non lontano da viale Marconi), Gallinari gli disse che si stavano avvicinando alla zona in cui un militante stava predisponendo la struttura in cui sarebbe stato tenuto prigioniero Moro.
Ha affermato che tra i suoi compiti c'era anche quello di verificare presso il Pubblico registro automobilistico a chi fossero intestate alcune targhe; inoltre, ha detto che c'era un blocchetto di tagliandi assicurativi in bianco, che servivano poiché i dati assicurativi dovevano corrispondere alle targhe (rubate).
Circa il suo ruolo in via Fani, Etro ha ricordato che - prima di essere estromesso da qualunque partecipazione attiva alle operazioni delle BR, poiché non era riuscito a sparare al giudice Riccardo Palma e quindi era stata posta in dubbio la sua «determinazione militare» - era previsto che insieme ad Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri dovesse far parte del «gruppo di copertura», incaricato di controllare che non ci fossero persone e di fermare le forze dell'ordine, se fossero sopraggiunte durante l'azione. Ha detto che, invece, non ritiene che fosse stata predisposta una «copertura medica».
Etro ha poi confermato una sua dichiarazione del 2015, circa una frase dettagli da Gallinari riguardo all'impossibilità di una trattativa: «Faremo talmente tanti morti che lo Stato non tratterà mai». In precedenza - ha proseguito Etro - quando si pensava di rapire Moro nella chiesa di Santa Chiara, il progetto prevedeva che gli uomini della scorta fossero soltanto immobilizzati, non uccisi, e quindi ci sarebbe stata maggiore possibilità di una trattativa con lo Stato; ma dopo la metà di gennaio del 1978 Adriana Faranda gli comunicò che Moro non sarebbe stato sequestrato a Santa Chiara, ma in altro luogo. Ha anche confermato un'altra dichiarazione da lui fatta nella stessa intervista del 2015, relativamente al ruolo svolto da Casimirri e Lojacono in via Fani: «Ricordo benissimo che Casimirri mi riferì [...] che si erano inceppati diversi mitra e, quindi, lui e Alvaro Lojacono erano stati costretti a intervenire. Ricordo perfettamente che Casimirri mi disse che Iozzino era uscito dalla macchina strillando come un'aquila e che loro avevano dovuto sparare. Adesso non ricordo bene se era stato Casimirri o era stato Lojacono». Ha aggiunto, anche in questo caso confermando sue precedenti dichiarazioni, che Casimirri gli riferì che a via Fani era passata una motocicletta con «due cretini» a bordo, ma ha precisato di non poter precisare se Casimirri avesse riconosciuto i due oppure se fossero stati due passanti casuali.
Etro ha ricordato che si aspettava, anche sulla base di ciò che gli aveva detto in precedenza Gallinari, che Moro avrebbe rivelato clamorosi segreti, ad esempio sugli autori della strage di piazza Fontana o della strage del treno Italicus; perciò, dopo l'uccisione di Moro, una volta chiese ad Adriana Faranda se Moro avesse rivelato qualcosa, ma ne ottenne solo una risposta vaga. Ha poi detto di non essere mai stato interpellato sulla scelta se liberare o uccidere Moro, e ha aggiunto di credere che non fossero stati interpellati neanche Casimirri e Algranati.
Riguardo al periodo trascorso a Parigi nel 1982, ha ricordato che Casimirri e Algranati («che erano molto attivi in quel periodo in Francia, perché cercavano una soluzione, che fosse quella nicaraguense o che fosse quella arabo-palestinese») lo spingevano ad andare con loro in Nicaragua e ha affermato di non aver mai sentito parlare allora di Hypérion.
Circa una sua dichiarazione, riportata in un'intervista, secondo cui il padre di Alessio Casimirri sarebbe stato in rapporti di conoscenza e frequentazione con il generale Santovito, l'audito ha detto di non averne mai avuto conoscenza diretta, ma di aver sentito da altri questa notizia. Etro ha specificato di aver frequentato Alessio Casimirri dal 1974 al 1982, quando Casimirri lasciò Parigi, ma di non averne conosciuto la famiglia e di non aver neanche saputo, allora, che il padre fosse il portavoce della Santa Sede. Ha anche ricordato di essere entrato nelle Brigate rosse, insieme a Rita Algranati, tra la fine del 1976 e l'inizio del 1977, proprio su invito di Casimirri, che era già entrato in contatto con le BR.
Riguardo a Morucci, l'audito ha affermato che quando entrò nelle BR egli gli apparve un dirigente «che ci stimolava a leggere, a studiare, a fare inchieste»; ha aggiunto che in seguito, uscito dalle BR, cominciò a dubitare sia dell'ideale sia delle persone delle BR e che quando emerse il fenomeno della dissociazione, dapprima lo considerò con favore, ma poi lo giudicò «un movimento di maniera, costruito ad arte, e che Valerio Morucci ha fatto i suoi interessi». Secondo Etro, Morucci dapprima aveva spinto i giovani alla lotta armata, ma poi, dopo l'arresto, «ci ha denunciato tutti in maniera più o meno chiara», perciò ha detto di ritenerlo una persona equivoca. Ha anche affermato che, a suo avviso, Morucci gestì una trattativa «non so con chi» fin dal 1979, che il carcere di Paliano nel 1982 divenne «la nuova sede delle Brigate rosse, gestita da Savasta» e che Savasta nel 1982 diede indicazione di parlare solo degli omicidi commessi dalle Brigate rosse, non di quelli fatti dal «movimento»; ha ricordato, al riguardo, i numerosi omicidi insoluti, come quelli di Mario Zicchieri e quelli di via Acca Larentia.
Circa i rapporti tra Autonomia e Brigate rosse, Etro ha dichiarato che in quel periodo erano molto conflittuali poiché Autonomia di dedicava ad attacchi contro militanti di destra, obiettivi americani e obiettivi democristiani, però mirava a costruire il cosiddetto «partito rivoluzionario». La Commissione ha svolto nella seduta del 13 giugno 2017 l'audizione di Enrico Fenzi, entrato nelle Brigate rosse nel 1976 e arrestato a Milano nel 1981 insieme a Mario Moretti.
Fenzi ha affermato di non sapere nulla di preciso sul sequestro Moro, di non essere stato consultato, all'epoca, sulla decisione relativa all'uccisione del presidente del Consiglio nazionale della DC (che, secondo quanto gli venne detto, coinvolse invece tutti i capi colonna) e di non aver avuto nulla a che fare, nel periodo del sequestro, con il comitato esecutivo delle BR. Ha confermato di aver partecipato all'attentato all'ingegner Carlo Castellano, ferito a Genova nel 1977, dichiarando che si era trattato di un coinvolgimento voluto per "comprometterlo" definitivamente con le Brigate rosse; ha affermato di non aver mai partecipato ad altre azioni delle BR.
Sulla "colonna genovese" delle BR, Fenzi ha detto che si muoveva in maniera «largamente autonoma» rispetto all'azione delle BR a livello nazionale. Ha ricordato che il suo "reclutatore" fu Rocco Micaletto e che, successivamente, passò «sotto la tutela» di Luca Nicolotti.
Riguardo ad una dichiarazione da lui resa al primo processo Moro, nel 1982 («Io sono convinto che a via Fani ci fossero anche Nicolotti e Dura»), l'audito ha detto che riguardo a Riccardo Dura la sua convinzione che avesse partecipato all'agguato del 16 marzo 1978 probabilmente derivò dai discorsi tra brigatisti detenuti a Palmi, all'epoca della morte di Dura durante l'irruzione dei Carabinieri nel covo di via Fracchia; ha invece affermato di non ricordare da cosa nascesse la convinzione relativa alla presenza anche di Nicolotti.
Circa un'altra dichiarazione da lui resa al primo processo Moro, relativa alla certezza che fosse stato direttamente Mario Moretti a condurre gli "interrogatori" di Moro, ha spiegato che la sua sicurezza nasceva dal modo col quale Moretti parlava di alcuni comportamenti di Moro: «Ne parlava come di una persona che avesse assistito e fosse stata lì nel momento in cui Moro era prigioniero». Ha anche fatto un esempio, al riguardo, ricordando che Moretti diceva, parlando di Moro: «Durante tutta la prigionia abbiamo parlato molto, ma non ha mai manifestato né una domanda, né una parola, né un pensiero riferiti alla sua scorta»; ha aggiunto che Moretti, sempre con il tono di chi era stato presente, parlava con grande apprezzamento del comportamento lucido, calmo e determinato di Moro durante il periodo del sequestro.
Rispondendo a una domanda sulla capacità di Moretti nel condurre l'interrogatorio di Moro da solo, senza l'aiuto di persone più competenti, Fenzi ha detto che «se c'era uno abbastanza intelligente, era Moretti», il quale, a suo avviso, esprimeva il meglio delle capacità delle BR e non aveva bisogno di altri, anche se non era perfettamente in possesso di tutte le qualità e le conoscenze necessarie per poter gestire una vicenda così complessa come il sequestro di Aldo Moro. Più in generale, in merito ai sospetti che Moretti fosse un infiltrato, Fenzi ha detto di non aver mai avuto motivo di pensarlo e di aver sempre ritenuto che tali accuse fossero false, anche se era al corrente di alcuni profondi rancori che altri (Alberto Franceschini e forse anche Giorgio Semeria) avevano contro Moretti fin da prima del sequestro Moro. Ha espresso, inoltre, l'opinione che all'origine delle diffidenze e dei rancori ci fosse qualche aspetto legato alla figura di Mara Cagol e, più specificamente, alla morte di quest'ultima, alla cascina Spiotta, nel 1975: «Lì qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sono stati degli errori». Fenzi ha riferito che gli era stato fatto capire che il brigatista che era riuscito a fuggire e che non è stato mai individuato era appunto Moretti.
Fenzi ha affermato che suo cognato Giovanni Senzani, per quanto a lui noto, non ebbe nulla a che fare con il sequestro e l'uccisione di Moro, aggiungendo di non sapere neanche quale fosse, in quel periodo, il livello di coinvolgimento di Senzani nelle BR e di averne scoperto molto tardi l'appartenenza all'organizzazione. A suo avviso, Senzani dapprima può aver svolto un ruolo da "consulente" delle BR, come persona di estrema sinistra esperta del mondo carcerario; in seguito, nelle BR, Senzani si è mosso in maniera «abbastanza autonoma» (avendo, comunque, più rapporti con i brigatisti romani che con quelli dell'Italia settentrionale) per poi staccarsi dall'organizzazione.
Riguardo a ciò che Moro disse ai suoi sequestratori, Fenzi ha espresso l'opinione che Moro avesse detto «cose politicamente molto rilevanti, ma che non erano quelle che le BR si aspettavano, o lungo la linea sulla quale si erano sintonizzate», precisando poi che le BR si attendevano da Moro rivelazioni senza però sapere avere chiarezza su cosa, perciò andavano un po' a tentoni.
Secondo l'audito, per le BR ottenere qualcosa in una trattativa con lo Stato e poi, eventualmente, rilasciare Moro sarebbe stato il massimo successo, che avrebbe sancito la loro preminenza rispetto a tutte le altre forze eversive allora presenti in Italia. Fenzi ha asserito che, per quanto gli risultava, il nucleo storico delle BR, allora in carcere, non ebbe voce in capitolo nel sequestro Moro, anche se era favorevole alla trattativa.
Rispetto alla questione dell'esaustività o meno di ciò che gli ex brigatisti hanno riferito, nel corso degli anni, sul sequestro e l'assassinio dell'onorevole Moro, Fenzi ha detto di ritenere che Moretti «abbia detto ragionevolmente tutto quello che poteva pensare fosse utile dire e che ci siano dei limiti oltre i quali è difficile andare».
Ha aggiunto di essere molto critico verso quelle che ha qualificato come «manovre diversive, tentativi di confondere le acque, letteratura fasulla», riferendosi ad esempio all'affermazione che a via Fani erano presenti la 'ndrangheta o i servizi segreti. Ha ulteriormente precisato che, a suo avviso, i brigatisti hanno detto quel che potevano dire per chiarire la dinamica dei fatti e che i punti non chiariti riguardano non le BR, ma semmai i servizi segreti, come la vicenda del falso comunicato del lago della Duchessa.
Sull'affermazione fatta in audizione il 26 aprile 2017 da Michele Riccio, secondo cui i Servizi nell'autunno del 1978 tenevano d'occhio una boutique di abbigliamento in cui lavorava una persona vicina a Fenzi (forse la figlia), questi ha dichiarato che la notizia è inverosimile e deve trattarsi di un errore, anche perché né la sua compagna né sua figlia avevano una boutique.
In merito ai rapporti internazionali di Moretti, l'audito ha risposto che, durante il periodo in cui ebbero occasione di parlarne, Moretti sosteneva di averne avuti («Non mi ha mai voluto dire con chi e in che termini») e poi lasciati; secondo Moretti non era il momento di riallacciarli in quanto pericoloso e inutile, ma aveva comunque la possibilità di riattivarli.
Interrogato sul ferimento di Moretti da parte di un altro detenuto, avvenuto nel carcere di Cuneo nel 1981, Fenzi - che in quell'occasione venne anch'egli ferito - ha detto di ritenere che la causa fosse del tutto estranea a motivi politici o all'azione dei Servizi (come aveva pensato subito dopo l'episodio) e connessa invece dall'attenzione che l'aggressore aveva per un giovane detenuto.
Riguardo ad alcune dichiarazioni del 1982-83 di Michele Galati - secondo cui Fenzi gli aveva confidato che Senzani aveva tentato di stabilire un rapporto con l'onorevole Giacomo Mancini e con ambienti della 'ndrangheta - l'audito ha affermato anzitutto che Galati «faceva il doppio gioco», che si mostrava uno dei detenuti più duri ma al contempo riferiva regolarmente al colonnello Giampaolo Ganzer. Circa il contenuto delle affermazioni di Galati, Fenzi ha affermato che, a suo parere, Senzani aveva rapporti con il senatore Domenico Pittella, non con Mancini, e che era tipico della linea d'azione di Senzani cercare di attirare nell'area dell'eversione e politicizzare alcuni esponenti della delinquenza organizzata. L'audito ha anche ricordato che, quando era detenuto a Paliano, ricevette la visita di due agenti dei Servizi («di cui non voglio dire di più») che lo minacciarono, dicendogli: «Se lei non ci dice entro domani che l'onorevole Mancini in qualcosa c'entra, troveranno anche lei con la testa tagliata, come il medico Semerari». Ha aggiunto che su Mancini indagava con tenacia soprattutto il giudice Imposimato e che c'era una fortissima pressione per coinvolgere Mancini, che partiva anche da settori del suo stesso partito, il PSI.
Relativamente al rapporto di Moretti con la "colonna genovese", l'audito ha detto di non aver mai considerato questa come la "colonna di riferimento" di Moretti, anche se Moretti aveva un forte rapporto con Micaletto.
Nelle sedute dell'11 luglio, del 19 luglio e del 20 settembre 2017 la Commissione ha svolto l'audizione di Adriana Faranda.
Durante la seduta dell'11 luglio 2017, rispondendo alle domande del presidente, l'audita ha affermato che, per quanto a lei noto, nell'agguato di via Fani non furono impegnate (neanche indirettamente, in funzione di supporto logistico o sanitario) altre persone oltre a quelle note e che non era stato previsto un covo alternativo dove condurre l'onorevole Moro nel caso che non potesse essere raggiunto quello di via Montalcini. Qualora quest'ultimo fosse risultato inagibile, Moro sarebbe stato spostato in uno degli altri covi già in uso da parte delle BR, come quello di via Chiabrera. Riguardo alle lettere di Moro, ha specificato che lei e Valerio Morucci ne consegnarono solo a Roma, non in altre località, né seppero di lettere destinate altrove. Circa il luogo dove andarono ad abitare Mario Moretti e Barbara Balzerani dopo la scoperta del covo di via Gradoli, l'audita ha detto che il primo andò fuori Roma, in altra città (che non ha saputo indicare), e che quando doveva dormire a Roma probabilmente si fermava a via Montalcini, e la seconda si trasferì nell'appartamento di Borgo Pio dove abitava Bruno Seghetti. Adriana Faranda ha poi risposto ad alcune domande relative ai contatti con Lanfranco Pace e, per suo tramite, con esponenti del Partito socialista. Ha dichiarato di ritenere che il primo incontro con Pace avvenne in una data successiva al comunicato delle BR in cui si menzionava uno scambio di prigionieri e ha detto che la notizia della ricerca di un contatto arrivò tramite Seghetti. Ha affermato che non vi furono contatti diretti con esponenti del PSI né con Piperno, ma che Pace nominava Claudio Signorile e Antonio Landolfi (come persone che riportavano le posizioni di Craxi, non le loro individuali) e che del contenuto dei colloqui con Pace lei e Morucci riferivano alla direzione della "colonna" romana delle BR, nella quale si svolsero lunghe discussioni al riguardo; ha inoltre precisato che Morucci e lei, negli incontri con Pace, potevano solo riferire le decisioni e l'orientamento delle BR, senza prendere iniziative personali. Ha poi ricordato che nell'ultimo incontro Pace chiese di aspettare ancora ad eseguire la decisione di uccidere Moro, poiché il senatore Giuseppe Bartolomei avrebbe dovuto fare un intervento pubblico contenente un'apertura alle richieste delle BR (o un annuncio di un'apertura da parte di Fanfani), e che però la dichiarazione di Bartolomei non parve contenere alcuna apertura significativa e ciò provocò una reazione irritata nella direzione della "colonna", che si sentì presa in giro e considerò l'accaduto come un tentativo, da parte delle autorità, di prendere tempo per poter cercare di individuare i rapitori. Secondo Adriana Faranda, Moretti, pur avendo un mandato vincolante del comitato esecutivo delle BR ad uccidere Moro, ne aveva rinviato l'attuazione e aveva atteso fino ad allora, ma dopo la mancata apertura di Bartolomei la situazione precipitò e Moro fu ucciso. Moretti, peraltro, nel ricordo di Adriana Faranda, si era mostrato sempre scettico rispetto agli esiti dei contatti con il PSI che avvenivano tramite Pace, anche perché il comitato esecutivo - come, in generale, le BR - aveva la convinzione che l'interlocutore dovesse essere la DC, non altre forze politiche. Riguardo ai luoghi degli incontri con Pace, Adriana Faranda ha sottolineato che non avvenivano mai in case, ma sempre in luoghi pubblici, che consentivano un controllo di quel che accadeva intorno e una rapida fuga in caso di necessità. Sull'ipotesi di un atto umanitario unilaterale dello Stato, come la grazia a un detenuto, l'audita ha osservato che non era quel che chiedevano le BR, le quali sarebbero state messe in forte crisi da un gesto simile e, a quel punto, difficilmente avrebbero potuto uccidere Moro. Adriana Faranda ha affermato che l'esito tragico del sequestro di Aldo Moro non era stato deciso fin dall'inizio. Il senatore Fornaro le ha ricordato che altri ex brigatisti avevano affermato il contrario, ma l'audita ha ribadito che non era stato deciso fin dall'inizio di uccidere Moro, anche se era ben chiaro che non sarebbe stato liberato in assenza di contropartite, come invece era accaduto nel caso di Sossi. Ha sostenuto che le Brigate rosse ritenevano che la liberazione senza contropartita avrebbe fatto perdere credibilità all'organizzazione rispetto al movimento rivoluzionario e che le BR volevano che venisse riconosciuta l'esistenza di un problema di prigionieri politici, anche perché lo chiedevano con forza i brigatisti detenuti (che accusavano i brigatisti in libertà di fare poco per coloro che erano in carcere). Adriana Faranda ha anche aggiunto che inizialmente le BR sbagliarono completamente le loro valutazioni, poiché erano convinte che da parte della DC e dello Stato si sarebbe fatto di tutto per riavere Moro e non si aspettavano l'atteggiamento intransigente che fu assunto, così come non si attendevano che esponenti del PCI dichiarassero che le Brigate rosse erano manovrate da forze nazionali e internazionali. A giudizio dell'audita, i brigatisti (inclusa lei) non erano dotati di grande capacità politica: «Eravamo dei ragazzi un po' sprovveduti, mediamente intelligenti, che avevano fatto una cosa di cui non avevano saputo prevedere in anticipo la portata e le conseguenze». Riguardo alla consultazione tra i militanti delle BR in merito alla decisione sulla sorte di Moro, Adriana Faranda ha dichiarato di aver personalmente consultato tutti i militanti delle brigate di cui era allora responsabile, come fecero gli altri militanti regolari della colonna romana. L'audita ha ricordato che le si disse che la stessa cosa era avvenuta nelle altre colonne e che, per quanto ne seppe, l'esito fu unanime (con le sole eccezioni di lei stessa e Morucci), nel senso che tutti si espressero per l'uccisione di Moro se non si fosse riusciti a ottenere alcuna contropartita. Dai brigatisti detenuti venne l'indicazione: «Fate quello che dovete fare, noi ce la caveremo», anche se temevano di essere uccisi. L'audita, rispondendo a una domanda, ha affermato che durante il sequestro Moro non seppe di alcun altro contatto delle BR oltre a quello col PSI tramite Pace. Riguardo all'allontanamento suo e di Morucci dalle Brigate rosse, Adriana Faranda ha detto che dapprima pensarono di influenzare la linea delle BR rimanendo all'interno dell'organizzazione e dosando le critiche in modo che potessero venire accolte, e che «il periodo dell'uscita fu molto lento». Ha ricordato che si arrivò così alla stesura di un documento che condusse inevitabilmente alla loro espulsione e ha sottolineato che non si trattò di una loro condanna da parte delle BR, ma solo di un'espulsione per incompatibilità politica; perciò, a suo avviso, lei e Morucci non rischiarono di essere uccisi dalle BR. L'audita ha aggiunto che lei e Morucci non riconobbero più l'autorità dell'organizzazione e non vollero sottostare alle decisioni che li riguardavano, come quella secondo cui sarebbero dovuti andare all'estero, "congelati"; volevano invece rimanere e costituire un'altra organizzazione, alternativa alle BR e politicamente loro avversaria. Ritennero, quindi, loro diritto riprendere quello che ritenevano di aver dato all'organizzazione in termini di armi e denaro. Il nuovo gruppo che intendevano costituire, comunque, rifiutava l'omicidio politico e non prevedeva neanche ferimenti, ma gogne e azioni «legate ai bisogni del proletariato e delle borgate». Attorno a lei e a Morucci si raccolsero, secondo l'audita, numerose persone che dissentivano dalla linea delle BR; si trattava di persone in gran parte note alle forze di polizia e, perciò, non in grado di offrire rifugi sicuri. Di qui la decisione di trattenersi a casa di Giuliana Conforto, dove Morucci e Faranda, secondo il ricordo di quest'ultima, abitavano dal marzo del 1979, senza che la stessa Conforto conoscesse la loro identità né fosse al corrente della presenza di armi; secondo l'audita Giuliana Conforto sapeva solo che le due persone che abitavano da lei erano del gruppo di «Metropoli», collegate a Franco Piperno. Adriana Faranda ha affermato di aver completamente ignorato, allora, chi fosse il padre di Giuliana Conforto, pur avendolo visto una o due volte quando era venuto in visita alle nipotine. Riguardo ai sospetti su chi avesse potuto far scoprire il loro rifugio, l'audita ha detto di aver pensato, allora, a un haitiano che aveva precedentemente abitato in casa di Giuliana Conforto oppure a Saverio Tutino, giornalista del quotidiano «la Repubblica», che frequentava spesso la casa poiché aveva una relazione con Giuliana Conforto. Rispondendo a domande sulla dinamica del suo arresto, Adriana Faranda ha affermato di non aver opposto resistenza e di aver ricevuto un colpo sulla nuca, dato con il calcio di una pistola. Ha anche ricordato che, mentre veniva portata via in auto, vi fu un contrasto tra coloro che l'avevano catturata, perché uno non voleva che fosse portata in Questura e un altro rispondeva che gli ordini erano di portarvela. Riguardo all'elenco con 94 nomi di brigatisti e di altre persone, trovato tra le sue carte subito dopo la cattura, Adriana Faranda ha asserito che si trattava di una lista di persone sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche, redatto dalle forze dell'ordine o da un ufficio ministeriale, datole dal "fronte della contro" e che era stato probabilmente sottratto a un commissariato. Ha anche dichiarato di non essere mai stata interrogata su tale elenco. Nella seduta del 19 luglio 2017 Adriana Faranda ha risposto a numerose domande, anzitutto confermando che la Skorpion con la quale era stato ucciso Aldo Moro era in possesso di Morucci e suo, al momento della loro cattura. Riguardo all'ora in cui la mattina del 9 maggio 1978 incontrò Morucci davanti alla stazione "Piramide" della metropolitana, l'audita ha detto di non esserne certa e che, sebbene nel volume L'anno della tigre compaia l'orario delle 11, in realtà probabilmente l'incontro era avvenuto in orario antecedente, verso le 10.30 o forse anche prima, e che Morucci era arrivato in ritardo all'appuntamento. Ha spiegato il notevole lasso di tempo intercorso prima della telefonata con cui Morucci annunciò - a Francesco Tritto alle 12.13, con una telefonata effettuata dalla stazione Termini - l'uccisione di Moro asserendo che lei e Morucci erano sconvolti e sostenendo che occorreva arrivare alla stazione Termini, provare a chiamare qualcuno magari meno esposto di Tritto (che già aveva ricevuto varie telefonate dalle BR) e scegliere una cabina telefonica controllabile. Per quanto riguarda l'uso che Morucci fece del tempo trascorso tra l'abbandono dell'auto con il corpo di Moro in via Caetani e l'incontro con lei alla Piramide, Adriana Faranda ha detto che Morucci dovette o portare via l'auto "di copertura" che aveva accompagnato nell'ultimo tratto la Renault con a bordo il corpo di Moro, oppure portare via e lasciare da qualche parte l'auto che era stata parcheggiata la sera precedente in via Caetani per occupare il posto destinato ad accogliere la Renault con il corpo di Moro. Riguardo all'orario dell'uscita di casa (in via Chiabrera) di Morucci la mattina del 9 maggio, ha dichiarato che era presto ma non prestissimo, cioè probabilmente dopo le 7.30. Adriana Faranda ha affermato che nella riunione tenutasi nell'appartamento di via Chiabrera la sera dell'8 maggio 1978 (presenti, oltre a lei, Morucci, Moretti, Balzerani e Seghetti) era stato affidato a lei il compito di fare l'indomani mattina la "copertura", cioè la scorta all'auto con il corpo di Moro, ma che la sua reazione emotivamente intensa - di dissenso sull'uccisione di Moro anche se di accettazione «per disciplina» dell'incarico - aveva indotto gli altri a cambiare idea; il compito passò quindi a Morucci. L'audita ha dichiarato di non aver mai saputo dove si riunisse in quel periodo il comitato esecutivo delle BR, perché vigeva la compartimentazione; inoltre, non si facevano domande in base al principio per il quale era bene per ciascuno sapere la minor quantità possibile di informazioni, in modo tale che in caso di arresto con trattamento brutale non si sarebbero potute rivelare molte notizie. Ha affermato che l'unico tramite tra il comitato esecutivo e la direzione della colonna romana era Mario Moretti. Adriana Faranda ha ricordato di aver conosciuto un amico d'infanzia di Valerio Morucci, di nome Olindo, che gestiva un autosalone nel quale lei, quando ancora non era entrata in clandestinità né era ricercata, aveva acquistato due automobili, e ha aggiunto che Olindo «di tanto in tanto ci dava una mano per piccole cose». Ha aggiunto che probabilmente Morucci e lei lo incontrarono un paio di volte anche durante il periodo successivo al sequestro Moro. L'audita ha escluso di aver mai conosciuto Giustino De Vuono, il cui nome compariva nel primo elenco dei ricercati predisposto dopo la strage di via Fani, e ha affermato che in quella lista apparivano molte persone che non facevano parte delle BR e che non avevano nulla a che fare con l'agguato del 16 marzo. In merito al processo di dissociazione dalla lotta armata da parte sua e di Morucci, Adriana Faranda ha ricordato che il loro primo documento in tal senso fu una lettera durante il primo processo Moro e che era necessario evitare di essere assimilati sia - da un lato - ai pentiti sia - dall'altro lato - alla «dissociazione politica che veniva da altre esperienze che non avevano fatto parte di organizzazioni armate, come i compagni arrestati il 7 aprile, il gruppo di Toni Negri». Il loro intento era di avviare «una dissociazione che venisse dall'interno dell'esperienza clandestina». Ha ricordato che in carcere andavano spesso politici a discutere, ma il primo interlocutore fu il magistrato Nicolò Amato, che colse «quale sarebbe stata la portata dirompente di questa esperienza». Riguardo all'aver fatto rivelazioni "a tappe successive", l'audita ha detto che ciò era dovuto principalmente al non voler compromettere altri. Circa l'aver taciuto, a suo tempo, sugli incontri con Lanfranco Pace e sulle comunicazioni tramite lui con il PSI, Adriana Faranda ha sottolineato che all'epoca il Governo era presieduto da Bettino Craxi e che, quindi, a detta di tutti, e anzitutto degli avvocati (incluso Giannino Guiso), se lei e Morucci avessero rivelato di aver avuto quei contatti sarebbero stati certamente smentiti e accusati di voler mettere in crisi il Governo. L'audita ha negato che suor Teresilla Barillà avesse detto a lei e Morucci di non parlare né con i magistrati né con i giornalisti. Ha ricordato che entrambi avevano già ricostruito le vicende delle quali erano personalmente responsabili, senza fare nomi di altri, prima al giudice Ferdinando Imposimato e poi nel corso del processo d'appello; ha detto che in quel periodo «c'era un interesse politico sia da parte dei detenuti che portavano avanti questo discorso, sia da parte delle forze politiche in generale, a cercare di capire se era possibile arrivare appunto a una soluzione politica, come la chiamavamo noi». Ha aggiunto che era diffusa e ricorrente, anche sulla stampa, oltre che nelle conversazioni con esponenti politici che andavano a parlare con loro in carcere, l'affermazione secondo cui nessuna soluzione politica sarebbe stata possibile se non si fosse giunti alla verità sul caso Moro e ha ricordato che suor Teresilla disse loro: «Guardate che i politici della Democrazia cristiana con cui sono in rapporto mi hanno detto che loro sono disponibili a prendere in esame comunque un'ipotesi, una ricerca su quale possa essere una soluzione politica, però l'importante è che si svelino i misteri che ci sono». Fu così, secondo l'audita, che Morucci e lei, dopo alcune perplessità, decisero di fare i nomi delle persone coinvolte in un testo dato a suor Teresilla (che, come ha precisato l'audita nella seduta del 20 settembre 2017, disse loro che lo avrebbe fatto avere all'onorevole Flaminio Piccoli), molto probabilmente nel 1986; non fecero qui nomi ai magistrati, perché ciò avrebbe fatto passare lei e Morucci dalla condizione di "dissociati" a quella di collaboratori di giustizia. Del testo, poi divenuto noto come "memoriale", l'audita ha detto di non essersi più interessata dopo averlo consegnato; ha altresì detto di aver visto una sola volta nella vita Remigio Cavedon. Nella seduta del 20 settembre 2017, sempre in risposta a domande del presidente e dei componenti della Commissione, Adriana Faranda ha avuto modo di precisare che la colonna romana delle BR si era rafforzata, con l'ingresso di nuovi militanti, fin dalla fine del 1976 e che i contatti con Norma Andriani iniziarono dopo la conclusione del sequestro Moro, in un periodo in cui vi era un grande afflusso di persone che chiedevano di avere contatti con le Brigate rosse e, in molti casi, di entrare a farne parte. Riguardo al modo di procurarsi abitazioni, l'audita ha affermato che - in seguito alle nuove norme che obbligavano i proprietari a denunciare i nomi degli affittuari - le BR si servivano prevalentemente di prestanome, cioè persone lontane da indagini e sospetti delle forze dell'ordine, che potessero ospitare clandestini e ricercati. Ha detto che, però, i militanti clandestini delle BR abitualmente non abitavano insieme a prestanome o a simpatizzanti o ad irregolari, ma solo con altri militanti clandestini. A proposito della circostanza che Saverio Tutino non avesse riconosciuto lei e Morucci, durante la loro permanenza a casa di Giuliana Conforto, Adriana Faranda ha sostenuto che il suo volto non era molto noto e che nelle immagini segnaletiche era scarsamente riconoscibile; al riguardo, ha raccontato che una volta chiese informazioni a una pattuglia della Polizia che si trovava sotto la sede del quotidiano della DC «Il Popolo», a piazza delle Cinque Lune, proprio per vedere quale fosse la sua fotografia che avevano sul cruscotto dell'auto, tra quelle dei ricercati, e in quell'occasione constatò che non le somigliava affatto, tanto che gli agenti non la riconobbero. Di Alessio Casimirri l'audita ha detto che apparteneva al "fronte della controrivoluzione", che era considerato un militante «efficiente e capace, anche militarmente» e che non fu contattato da lei e da Morucci al momento della loro uscita dalle BR. Il Presidente ha poi fatto riferimento alla collaborazione di Morucci col SISDE nel 1990, quale fornì sue valutazioni sul secondo ritrovamento di carte nel covo di via Monte Nevoso a Milano. In proposito, Adriana Faranda ha dapprima detto che la notizia la sgomentava e, quindi, ha affermato che probabilmente qualcuno aveva chiesto una consulenza a Morucci. Ha altresì ricordato che ci fu un periodo in cui sia lei sia Morucci furono contattati da agenti di polizia e carabinieri; in particolare, lei fu avvicinata, tramite Imposimato, da due funzionari del SISDE, con i quali però interruppe subito i rapporti. Sugli originali dei testi scritti da Moro durante la prigionia (il "memoriale Moro"), l'audita ha riferito di essersi spesso chiesta perché si fosse considerato necessario distruggerli e di aver sempre ritenuto improbabile che ne esistesse una sola copia (quella ritrovata in via Monte Nevoso), specificando che comunque si trattava di una questione gestita esclusivamente dal comitato esecutivo. Rispondendo, infine, ad ulteriori domande, Adriana Faranda ha detto che il 16 marzo 1978 si trovava in via Chiabrera ad ascoltare le trasmissioni radio della Polizia e dei Carabinieri e aveva il compito di «rimettere in piedi» la colonna romana se l'azione di via Fani fosse finita male e fossero rimasti uccisi i brigatisti. Ha affermato che non si era deciso di collocare l'auto col corpo di Moro in punto specifico di via Caetani: si era scelto di lasciarla in un luogo centrale che fosse simbolicamente significativo poiché vicino sia alla sede della DC sia a quella del PCI, senza preordinare esattamente neanche la strada; l'8 maggio venne trovato un posto libero in via Caetani e fu lasciata lì l'auto destinata a occupare il luogo fino al mattino dopo, quando venne sostituita dalla Renault col corpo di Moro. Ha detto che il suo difensore fu dapprima l'avvocato Tommaso Mancini, che difendeva anche Morucci; poi l'audita, quando confermò l'identità del "quarto uomo" di via Montalcini, cioè Germano Maccari, cambiò avvocato poiché era insorta una questione di incompatibilità, in quanto Mancini era anche il difensore di Maccari. Ha precisato di non ricordare esattamente chi scelse Mancini come suo difensore, ma di ritenere che fosse stata la propria madre. Quando l'onorevole Carra ha affermato che in passato c'era stata «una polemica che voleva l'avvocato Mancini legato ai servizi segreti», l'audita ha dichiarato di non saperne assolutamente nulla. Riguardo alla circostanza che le BR, dopo aver annunciato in un loro comunicato che Moro stava fornendo completa collaborazione durante gli interrogatori, non ne diffusero poi i contenuti, Adriana Faranda ha detto che di non ritenere che si sia verificato un cambiamento nella linea di comportamento delle BR, ma che c'era l'intenzione di raccogliere tutto il materiale e fare poi un documento che costituisse una sorta di bilancio dell'intera operazione. Ha ricordato anche che le venne chiesto ripetutamente, da «altre organizzazioni» con cui era in rapporto, come mai non venisse detto nulla; i componenti dell'esecutivo ai quali riferì la richiesta le risposero che c'erano gravissimi problemi logistici e politici. Ha anche detto che Moretti, durante il sequestro, «ci riportava le sue valutazioni su come andavano i cosiddetti interrogatori». Al termine delle domande, l'audita ha voluto fare una considerazione sul rapporto tra il sequestro di Moro e il processo ai componenti delle BR allora in corso a Torino, e quindi alle relazioni tra il nucleo storico in carcere e i militanti che erano in libertà. Al riguardo, ha affermato di ritenere non corretta una netta separazione tra le "prime" e le "seconde" BR, poiché «noi in quel periodo ci muovevamo [...] in stretta relazione con quello che usciva fuori dal carcere e, quindi, con quello che proveniva dal nucleo storico». Ha ricordato che all'avvio del processo di Torino nacque il cosiddetto "processo guerriglia", con minacce ai difensori d'ufficio e con l'uccisione dell'avvocato Fulvio Croce nel 1977; che furono i componenti del nucleo storico, dal carcere, ad elaborare la linea delle BR, che serviva come indicazione ai militanti in libertà; e che dal carcere provenivano continue esortazioni a colpire di più, ad essere più efficaci. Nella seduta del 7 novembre 2017 si è svolta l'audizione di Walter Di Cera, entrato nelle Brigate rosse nel 1977, diciannovenne, e uscitone nel 1980. L'audito ha affermato che le "brigate" periferiche come quella di cui egli faceva parte (era un irregolare della brigata Centocelle) non erano coinvolte nel dibattito sulla gestione del sequestro Moro, a causa della compartimentazione; le brigate territoriali, infatti, erano utilizzate per la diffusione di volantini e operazioni secondarie. Ha dichiarato che la brigata Centocelle non fu mai coinvolta nella decisione riguardante l'uccisione di Moro. Su Germano Maccari, l'audito ha ricordato di averlo conosciuto negli anni del liceo e ha confermato di aver saputo da Odorisio Perrotta che Maccari e Morucci erano i responsabili dell'omicidio di Mario Zicchieri, avvenuto nel 1975. Ha specificato di non aver mai sospettato che Maccari facesse parte delle BR e che nel quartiere, dopo la chiusura del Comitato comunista Centocelle (Cococen), si diceva che Maccari fosse vicino alla microcriminalità locale, perciò era criticato. Le BR - ha proseguito Di Cera - evitavano contatti con gli ambienti della criminalità. L'onorevole Grassi ha osservato che «la storia dice altro» e che probabilmente Di Cera non era informato dei rapporti tra BR e criminalità sia a causa della compartimentazione sia a causa del suo ruolo marginale nell'organizzazione. L'audito ha replicato che le persone da lui conosciute nelle BR erano concordi nell'atteggiamento fortemente critico verso i rapporti con la criminalità comune. A proposito di Casimirri e Algranati, l'audito ha affermato di averli conosciuti nella preparazione dell'azione di piazza Nicosia, ma di non aver mai avuto notizie riguardanti la loro partecipazione al sequestro e all'omicidio dell'onorevole Moro, ricordando che la compartimentazione era particolarmente rigida nei confronti delle strutture periferiche delle BR, che erano composte di militanti irregolari. Ha aggiunto che tra lui, Casimirri e Algranati si stabilì poi «un feeling di veduta, anche di atteggiamento critico verso un certo tipo di gestione delle Brigate rosse in quel momento».
Di Cera ha ricordato di essere stato sospettato dalle BR di essere un infiltrato quando non partecipò a una rapina presso il Ministero dei trasporti (perché «per me era assolutamente impensabile [...] sparare su chicchessia»); fu allora «riverificato» e inserito dalla direzione di colonna nel gruppo che effettuò l'omicidio di Girolamo Minervini.
Riguardo a Norma Andriani, l'audito ha dichiarato di averla conosciuta nell'ambito del Cococen ma di non aver saputo che appartenesse alle BR.
Il senatore Gotor ha domandato all'audito come pensasse di conciliare il suo rifiuto di usare le armi con la militanza nelle Brigate rosse. Di Cera ha risposto facendo riferimento all'intensità, in quegli anni, del conflitto sociale e ricordando che l'uccisione di Fabrizio Ceruso durante una manifestazione per le case a via San Basilio «fu uno degli elementi scatenanti, che [...] determinò quasi una scelta di campo da parte di interi settori della militanza dell'estrema sinistra nelle periferie». L'audito ha detto che molti militanti aderirono alla lotta armata in forza di dinamiche di gruppo, più che di scelte personali, e ha distinto il momento della «propaganda armata», che non causava vittime, da quello in cui si iniziò a effettuare omicidi. Il senatore Gotor ha osservato che però nel 1977, quando Di Cera entrò nelle BR, già da anni si praticava la lotta armata e le BR stesse praticavano da tempo l'omicidio politico e l'audito ha detto che ne era ben consapevole, ma «a diciannove anni la vita non si capisce».
Rispondendo al Presidente, Di Cera ha confermato che nel 1979 Casimirri predispose, insieme a Prospero Gallinari, Mario Moretti e Renato Arreni, un piano per far evadere i brigatisti reclusi all'Asinara e che, a tale scopo, Casimirri e Arreni si stabilirono per un periodo a Stintino.
Di Cera ha dichiarato di aver conosciuto Prospero Gallinari nella primavera del 1979, in una riunione tenutasi a Trastevere e ha detto di non conoscere la zona dove Gallinari si appoggiava logisticamente, ma ha ricordato di aver visto una volta Gallinari e la Braghetti presso il portone di un edificio in via dell'Amba Aradam e di aver sospettato che lì potesse esservi una base delle BR.
Riguardo alla sua uscita dalle BR, Di Cera ha ricordato che all'epoca vi erano diverse tendenze critiche rispetto alla gestione sia della colonna romana sia, più in generale, di tutta l'organizzazione delle Brigate rosse, anche in conseguenza di una serie di omicidi di appartenenti alle forze dell'ordine, e ha sostenuto di essere uscito dalle BR a causa della tendenza di queste a «dare priorità alle armi» rispetto al «lavoro politico, lavoro di massa». Ha affermato che comunicò la decisione di lasciare le BR a Emilia Libera e che più tardi Roberta Cappelli (componente della direzione di colonna) gli propose di rifugiarsi in Francia con documenti falsi e denaro. In merito alla possibilità di rifugiarsi in Francia, da lui rifiutata, Di Cera ha detto che si trattava di una prassi normale, anche in virtù della cosiddetta dottrina Mitterrand, aggiungendo che coloro che andavano in Francia non erano necessariamente esclusi dalle BR, ma potevano stare lì temporaneamente e poi tornare in Italia e riprendere la militanza attiva.
L'audito ha quindi descritto, su richiesta dell'onorevole Grassi, la cattura di Gallinari, alla quale era presente. Di Cera ha affermato che, mentre si trovava in via delle Mura Latine con Pietro Vanzi, Mara Nanni e Gallinari (quest'ultimo intento a sostituire la targa di un veicolo), vide avvicinarsi un'auto della Polizia e avvisò Gallinari, che gli disse di sparare. Ha dichiarato di non aver sparato e di essere fuggito, mentre Gallinari apriva il fuoco contro gli agenti. Alla domanda sul perché fosse riuscito a sfuggire alla cattura, l'audito ha risposto che, non avendo estratto la pistola, non venne individuato come uno dei brigatisti; anche Vanzi riuscì a fuggire, mentre Gallinari e la Nanni furono arrestati.
Circa il proprio arresto e fotosegnalamento, Di Cera, rispondendo a specifiche domanda del Presidente, ha ricordato che la notizia del suo arresto, avvenuto mentre svolgeva il servizio militare, non fu resa nota alla stampa per non intralciare le indagini e ha dichiarato di essere stato fotosegnalato il 2 marzo, subito dopo l'arresto. Il Presidente ha rilevato che su un brogliaccio contenente un elenco di fotosegnalamenti effettuati dai Carabinieri, la registrazione del fotosegnalamento risale al 7 maggio. Il Presidente ha quindi mostrato all'audito un cartellino di fotosegnalamento intestato ad Alessio Casimirri, recante la data del 4 maggio 1982; Di Cera ha affermato che la fotografia di Casimirri presente nel cartellino era un'immagine segnaletica da lui vista sul tabellone dei latitanti che era presente in una sede dei Carabinieri.
Infine, in risposta a una domanda dell'onorevole Lavagno, l'audito ha dichiarato che la sua collaborazione con i Carabinieri, iniziata subito dopo l'arresto, si è prolungato in un'«opera di consulenza verso l'Arma dei Carabinieri e verso altri apparati dello Stato fino al 2013».
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4.3.Le audizioni di investigatori (magistrati ed ex appartenenti alle forze di Polizia)
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