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I distretti battono la Locomotiva il loro export supera quello tedesco
SONO LA PUNTA DI DIAMANTE DELL’ECONOMIA ITALIANA, LA LORO VELOCITÀ SUI MERCATI ESTERI È DOPPIA RISPETTO A QUELLA DELL’INTERO MADE IN ITALY. BENE IL SECONDO TRIMESTRE CHE LI RIPORTA AI LIVELLI PRE-CRISI MENTRE NEL PRIMO ERANO A -3,9%

P er loro la ripresa c’è già ed è solida; nelle esportazioni corrono più del resto dell’industria italiana e perfino più della Germania. I distretti industriali italiani stanno riscoprendo una vitalità formidabile: il secondo trimestre dell’anno sono tornati a superare i livelli del 2007, prima della crisi. C’è tutto il meglio del made in Italy industriale e, per la prima volta, rialza la testa perfino il Mezzogiorno. Anzi, il distretto della meccatronica di Bari è quello che guida la classifica dei Top 20 dell’export, ossia dei sistemi territoriali che hanno visto aumentare in misura maggiore le loro esportazioni, ma dall’oreficeria alle macchine tessili, dalle pelli alle calzature ovunque c’è il segno più. Anche se manca ancora per tutti il mercato interno. Alessandra Carini e Giorgio Lonardi alle pagine 8 e 9 DOVE NASCE LA RIPRESA

Venezia S e fosse una partita di calcio tra Italia e Germania sarebbe finita cinque a zero per la nostra industria. Tanta è la distanza tra l’aumento delle esportazioni dei nostri distretti industriali e quelle del manifatturiero tedesco (un aumento, per noi, del 3,0 nel primo semestre di quest’anno contro un calo del 2,1% dell’industria tedesca). Ma in realtà le partite vinte sull’estero dal mondo distrettuale italiano sono più d’una. La sua capacità di esportare gli ha fatto anche superare le performance industria francese, quelle dell’intero
sistema manifatturiero italiano (che aveva registrato un -0,6 nel primo semestre) e un sorpasso anche delle aree non distrettuali italiane (che sono ad un +1,4% di aumento delle esportazioni). Insomma una vittoria su tutta la linea che farebbe pensare che la formula distrettuale è tutt’altro che superata, come pensa qualcuno, e che anzi in questi anni di crisi ha cambiato pelle e mercati. Il bilancio della prima metà del 2013, tracciato nell’ultimo Monitor dei distretti elaborato da Intesa Sanpaolo, è dovuto ad un ottimo secondo trimestre di quest’anno che, con i suoi risultati, ha fatto raggiungere al sistema distrettuale italiano anche un terzo obbiettivo: quello di riuscire a superare, quanto livelli di esportazione, la fatidica soglia pre-crisi, cioè quella che si colloca nei primi mesi del 2008, poco prima che l’economia affondasse. “Mai prima d’ora - è scritto nel report di Intesa fresco di stampa - nei trimestri successivi alla crisi del 2009 i distretti italiani erano riusciti a recuperare quanto perso sui mercati esteri. Anche nel primo trimestre del 2013 avevano un ritardo del 3,9%”. Tira l’export dei distretti specializzati nell’agroalimentare, che hanno registrato un 7,3% di aumento rispetto l’anno scorso, che si è spalmato sul Nord ma soprattutto sul Sud: si tratti delle zone vinicole delle Langhe e del Monferrato, delle conserve di Nocera in Campania, dell’ortofrutta del barese, o del pomodoro di Pachino In Sicilia. Hanno ripreso a vendere coloro che forniscono materiali da costruzione e arredamento (+6,3%), capitanati dal distretto delle piastrelle di Sassuolo. Vanno bene i distretti che producono moda per il sistema del lusso: la pelletteria e le calzature di Firenze e l’oreficeria di Arezzo. E anche nella meccanica i risultati sono stati positivi se messi a confronto con il complesso dell’industria italiana e il sistema tedesco che invece sono ancora in territorio negativo. Non è solo il Made in Italy tradizionale dei beni di consumo quello che riesce a vincere sui mercati. Anche in quello più avanzato si sono avuti risultati a volte a due cifre. E’ così infatti per il farmaceutico dove spicca il polo laziale di Pomezia, sede di molte multinazionali, che ha avuto performance straordinarie in Giappone e Belgio, ma anche per i distretti aeronautici di Roma e Varese. La crescita non si è sparsa in egual misura su tutti i 143 distretti, anche se i 90 che sono andati bene hanno più che compensato con i loro risultati i 53 che continuano a registrare risultati negativi sull’export. Purtroppo, nel complesso, le vendite all’estero non bastano a colmare il vuoto del mercato interno e la riduzione di aziende e di capacità produttiva vissuta in questi anni: fino ad agosto nelle aree distrettuali la cassa integrazione ha continuato a salire (quasi il 2%) alimentata soprattutto dalle ore richieste per la Cassa Straordinaria, segno che c’è un ribollire di ristrutturazioni, riconversioni, ma anche di fallimenti. Eppure in questo momento di difficoltà le perfomance sull’estero, il confronto con i risultati ottenuti da concorrenti agguerriti come francesi e tedeschi, o anche il paragone con il complesso dell’industria manifatturiera italiana, sembrano essere il segno che la formula funziona e che comunque un cambiamento c’è stato in questi anni. Non sono più i tempi dei distretti fatti per lo più di nugoli di sole piccole imprese. Sono nate aziende medie leader, che hanno investito all’estero, sanno proteggere le loro produzioni e hanno imparato la lezione del marketing aggressivo. Molte delle filiere produttive si sono riorganizzate, oltrepassando i confini di casa per cercare nuovi mercati di sbocco. E, viceversa, molte zone distrettuali oggi costituiscono un punto di attrazione e di insediamento per le multinazionali: «Nel tempo dice Fabrizio Guelpa capo del servizio Industry dell’Ufficio studi di Intesa SanPaolo - si sono accumulati progressi in termini di innovazione e internazionalizzazione di cui ora si raccolgono i frutti in termini di competitività. Brevetti, marchi, investimenti all’estero sono la ragione che sta dietro alla crescita e alle performances di oggi». La formula distrettuale, comunque, sembra reggere con le sue caratteristiche prevalenti. Se l’epoca del “piccolo è bello” è finita, quella del “grande è sempre più competitivo” sembra ancora di là da venire. «Stiamo cominciando a guardare i dati del censimento in un confronto tra il 2001 e il 2011 per cercare di capire come è cambiato il manifatturiero: siamo a uno stadio preliminare ma non ci sembra ci siano state grandi rivoluzioni nella struttura dimensionale. Al contrario, nello stesso periodo in Francia e Germania le imprese più grandi hanno guadagnato di peso. Il divario con gli altri principali partner europei si sta quindi allargando», dice ancora Guelpa. Del resto dai dati dell’export sui mercati esteri si capisce che gran parte del mondo distrettuale si è ormai abituato a considerare i Paesi extraeuropei sia come mercato sia in una più generale ottica produttiva, per cercare di sopravvivere al rallentamento di casa nostra. Le esportazioni sui nuovi mercati hanno infatti continuato a crescere nonostante le battute d’arresto in Brasile, India, Egitto e Russia e hanno sorpassato i livelli del 2009. In Brasile soffre la filiera metalmeccanica, vanno invece a ruba gli occhiali prodotti nel bellunese. In Cina e a Hong Kong dopo il rallentamento del 2012 sono tornati a vendere le loro macchine le imprese del distretto degli imballaggi di Bologna, quelle della metalmeccanica di Lecco, e gli industriali di Bergamo con le loro macchine tessili e per le materie plastiche. Il mercato americano si è rivelato una vera e propria salvezza per la più parte dei distretti che hanno registrato una crescita di lungo corso (da più di 13 mesi consecutivi le vendite sono in aumento) e, in alcuni casi, eccezionali. Se dunque la timida ripresa europea proseguirà tirando, come già ha fatto a partire dall’estate, le esportazioni in Germania, sbocco tradizionale dei nostri distretti, e negli altri Paesi europei (in Inghilterra alimentare e moda-scarpe hanno fatto aumentare l’export di quasi il 7%) si creerà un ponte verso il 2014 quando si spera che anche l’Italia torni a crescere. (Fine - le puntate precedenti sono state pubblicate il 9 e il 16 settembre) Nel grafico qui a destra, l’export dei distretti italiani a confronto con quello dei corrispettivi settori industriali in Germania



http://www.repubblica.it/economia/affar ... -67071272/


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MessaggioInviato: 26/09/2013, 08:20 
Alla faccia di tutti quelli che pensano che una Germania forte faccia bene all'Italia!

[}:)]

La verità è che l'economia del nostro paese è bloccata da 20 anni a causa di politici corrotti, inani e servi di un'oligarchia lontanissima dagli interessi socio-economici dei paesi e dei loro cittadini e della loro politica neoliberista che tanti disastri sta portando ai cittadini europei.

Cos'altro serve per capirlo?!!?

[V]



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MessaggioInviato: 26/09/2013, 08:36 
Cita:
Atlanticus81 ha scritto:

Alla faccia di tutti quelli che pensano che una Germania forte faccia bene all'Italia!

[}:)]

La verità è che l'economia del nostro paese è bloccata da 20 anni a causa di politici corrotti, inani e servi di un'oligarchia lontanissima dagli interessi socio-economici dei paesi e dei loro cittadini e della loro politica neoliberista che tanti disastri sta portando ai cittadini europei.

Cos'altro serve per capirlo?!!?

[V]

Si ma devi metterti d'accordo con te stesso però.
Chi è il cattovone? La Germania, l'Europa, la pokitica e classe dirigente in generale italiana? Un po' e un po' .
L'euro e l' Europa fanno bene alla Germania, meno bene all'Italia pensi? Allora di chi è la colpa se non dell'Italia che non ha voluto trarre vantaggio da questa opportunità?

Che poi l'export italiano tiri è noto. Ma guardiamo le cifre tutto tonfo tra mrdia salari , numero occupati, domanda interna, pil procapite e paese. Chi è che vince tra Italia e Germania?



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rmnd ha scritto:

Allora di chi è la colpa se non dell'Italia che non ha voluto trarre vantaggio da questa opportunità?


Continuiamo a parlare di opportunità... ma io ancora non ho capito nè visto di quali opportunità stiamo parlando.

La principale conseguenza dell'ingresso nell'Euro è stata la perdita di potere gestire la propria politica monetaria entrando di fatto in semplici giochi e strategie tipiche del mondo finanziario.

Quindi di quali opportunità stiamo parlando?

Messe sulla bilancia i rischi connessi alla creazione di una unione economico-monetaria COSI' COME E'STATA FATTA sono di gran lunga superiori alle opportunità dal punto di vista delle singole economie.

Dal punto di vista dell'oligarchia bancaria invece l'immagine è totalmente ribaltata.



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MessaggioInviato: 11/11/2013, 18:45 
Germania rischia di finire sotto inchiesta Ue

Avanzo commerciale al 7% del Pil potrebbe costare caro a Berlino,
accusata di non fare nulla per aiutare Sud d'Europa.


http://www.wallstreetitalia.com/article ... ta-ue.aspx



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MessaggioInviato: 11/11/2013, 20:20 
LA GERMANIA VUOLE “DISTRUGGERE” L’ITALIA
Postato il Sabato, 09 novembre @ 08:05:18 CET di davide

DI PIETRO INVERNIZZI
ilsussidiario.net

Intervista«La ragione per cui in Europa esistono due pesi e due misure è semplice. L’Italia è una diretta concorrente della Germania sul piano industriale e quindi va penalizzata con l’austerity. La Spagna e altri paesi Ue al contrario sono debitori di Berlino e quindi non vanno troppo indeboliti o non riusciranno a pagare». Lo sottolinea Alberto Bagnai, professore di Politica economica all'Università G. D’Annunzio di Pescara e autore del libro “Il tramonto dell’euro”. Gli italiani sono stati costretti a fare i salti mortali per pagare le tasse e fare rientrare il deficit al di sotto del 3% del Pil. Ad altri Stati come la Spagna, i Paesi Bassi e la Francia è stato invece consentito di derogare tranquillamente a quanto previsto nel trattato di Maastricht. Mentre la regola inclusa nei trattati secondo cui nessun Paese membro deve superare il 6% del surplus commerciale è violata da Germania, Lussemburgo e dalla stessa Olanda, senza che nessuno osi aprire una procedura d’infrazione.

Professor Bagnai, fino a che punto la responsabilità di questa situazione è dovuta alla debolezza dei governi italiani?

La vera causa del problema è molto più profonda. Quando a maggio l’Italia è rientrata dalla procedura d’infrazione riguardo il 3% nel rapporto deficit/Pil, pochi giorni dopo la Commissione Ue ha accordato a Francia, Spagna e Portogallo il permesso di derogare da questo obiettivo e di rientrare con più calma. In questo momento la Spagna ha un deficit pubblico intorno al 7%.

Qual è il vero motivo di questa penalizzazione dell’Italia?

Per la Germania l’Italia è un concorrente, e quindi va costretto a seguire politiche di austerità per indebolire la sua struttura produttiva. Viceversa la Spagna per Berlino è soprattutto un debitore, e quindi se la strozzasse imponendole di seguire pedissequamente politiche di austerità, correrebbe il rischio di non rivedere i soldi indietro.

È possibile convincere la Germania a rinunciare a questa politica dei due pesi e delle due misure?

Non sono sicuro che il governo italiano possa riuscire in questa impresa. Quello che i fratelli tedeschi dovrebbero ricordare nel loro interesse è il fatto che tra i paesi debitori in questo momento non ci sono solo la Grecia e l’Italia, ma anche gli Stati Uniti. Non vorrei che i tedeschi fossero costretti a ricostruire Dresda per la seconda volta nel giro di un secolo perché sarebbe davvero un peccato. Attraverso l’esportazione della deflazione la Germania sta creando problemi alla stessa America, cioè a qualcuno che tutto sommato è più forte di lei, e che può convincerla a un atteggiamento meno irresponsabile e più cooperativo.

Per quale motivo ritiene che la politica tedesca danneggi gli Stati Uniti?

In questo momento i tre poli più importanti dell’economia mondiale, che tutto sommato sono ancora Europa, Stati Uniti e Giappone, sono in una situazione molto diversa tra loro. Stati Uniti e Giappone sono di nuovo decollati attuando delle politiche espansive, mentre l’Europa a causa delle politiche di austerity è ricaduta nel baratro della recessione. Se la Germania non decide di attuare politiche più espansive, gli Stati Uniti saranno costretti a continuare a stampare dollari e il Giappone a stampare yen.

Quali sarebbero le conseguenze?

In questo modo si costringono Usa e Giappone ad attuare delle politiche eccessivamente espansive, creando il seme di potenziali bolle. In questo modo si pongono le premesse per un’ulteriore crisi, che è sempre la conseguenza di una crescita squilibrata.

La crisi dell’Eurozona è colpa soltanto della Germania?

La Germania ha delle gravi responsabilità. Berlino potrebbe cooperare per trovare una soluzione alla crisi europea. Delle politiche mirate potrebbero far sì che anche in Europa, come è successo in Stati Uniti e Giappone, la domanda e la crescita risalgano la china. In questo modo ci sarebbero molti meno rischi e gli altri paesi dovrebbero compiere sforzi meno gravosi.

Lei prima ha detto che negli Usa c’è malcontento verso la Germania. Ma l’euro forte non finisce per avvantaggiare le esportazioni americane?

In parte è vero, ma nessun Paese può puntare esclusivamente sulla leva del cambio per fare ripartire la domanda. Le esportazioni americane sono infatti danneggiate dalla decrescita dell’Europa e da redditi che, come in Italia, sono calati del 2% l’anno.

Quale può essere la via d’uscita da questa situazione?

Sarebbe opportuno che la Germania si prendesse le sue responsabilità di leadership, come fecero gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni ’40 l’America era l’unica grande potenza esportatrice, perché tutto il resto del mondo, tranne forse qualche pezzo di Unione Sovietica, era stato bombardato e raso al suolo. Gli Stati Uniti erano dunque l’unico Paese che poteva produrre ed esportare, e hanno risposto con il Piano Marshall finanziando gli altri Stati. Non hanno costretto l’Italia e la Germania ad attuare politiche di austerità per pagare i debiti. Berlino adesso è esattamente nella stessa condizione in cui si trovava allora l’America, ma sta facendo un gioco molto pericoloso. Anche perché non si tratta del gioco della Germania in quanto tale, ma delle elite tedesche che nel corso degli ultimi 150 anni non hanno mai dimostrato molta lungimiranza.

Pietro Vernizzi

Fonte: http://www.ilsussidiario.net

http://www.comedonchisciotte.org/site/m ... &sid=12564


Ultima modifica di ubatuba il 11/11/2013, 20:21, modificato 1 volta in totale.

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MessaggioInviato: 11/11/2013, 21:05 
Gli “adepti” degli Stati Uniti d’Europa

Pubblicato 11 novembre 2013 - 16.17 - Da Claudio Messora


Mentre Pietro Ichino, ex PCI, ex PD e ora montiano di Scelta Civica, definisce i deputati M5S “adepti” e spara bufale su Grillo, per importanti editorialisti del Daily Telegraph i “ferventi credenti” negli Stati Uniti d’Europa, cioè gli adepti dell’integrazione politica a tutti i costi, sono proprio loro, in primis Enrico Letta.
Ecco il video delle bufale di Pietro Ichino: http://www.youtube.com/watch?v=JUjDH_QWjcw.

[BBvideo]http://www.youtube.com/watch?v=JUjDH_QWjcw[/BBvideo]


Ecco invece cosa pensa Ambrose Evans Pritchard, International Business Editor del Daily Telegraph, degli “adepti” degli Stati Uniti d’Europa, nell’intervista di Alessandro Bianchi.

Dalle colonne del Telegraph, Lei ha scritto spesso come i paesi dell’Europa del sud dovrebbero formare un cartello e parlare con un’unica voce nel board della Bce e nei vari summit per forzare quel cambiamento di politica necessario a rilanciare le loro economie. Ritiene che il sistema euro possa ancora salvarsi o giudica migliore per un paese come l’Italia scegliere il ritorno alla propria valuta nazionale?

Quello che serve in Europa oggi è uno shock economico sul modello dell’Abenomics. Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, insieme alla Francia devono smettere di fare finta di non avere un interesse in comune da tutelare. Questi paesi hanno i voti necessari per forzare un cambiamento. La Bce oggi non sta rispettando gli obblighi previsti dai trattati e non solo per il target del 2%, dato che nei trattati non si parla solo d’inflazione, ma anche di crescita e di occupazione. Il dato dello 0,8% di ottobre è un autentico disastro per l’andamento della traiettoria di lungo periodo del debito. Senza un cambio di strategia forte, l’Italia sarà al collasso nel 2014. Il paese ha un avanzo primario del 2.5% del PIL e ciononostante il suo debito continua ad aumentare. Il dramma dell’Italia non è morale, ma dipende dalla crisi deflattiva cui è costretta per la sua partecipazione alla zona euro. La politica è fatta di scelte e di coraggio. Fino ad oggi non si è agito per impedire che si dissolvesse il consenso politico dell’euro in Germania. Ma oggi c’è una minaccia più grande e se Berlino non dovesse accettare le nuove politiche, può anche uscire dal sistema. Il ritorno di Spagna, Italia e Francia ad una valuta debole è proprio quello di cui i paesi latini hanno bisogno. Del resto, la minaccia tedesca è un bluff ed i paesi dell’Europa meridionale devono smascherarlo. L’ora del confronto è arrivato. (vedi: “Germania, se uscite dall’euro ci rovinate“)

Il problema è che i governi attuali dell’Europa meridionale sembrano ipnotizzati dall’incantesimo del “più Europa” e non prendono in considerazione altre soluzioni. Da cosa dipende?

Recentemente ho avuto modo di incontrare a Londra il primo ministro italiano Enrico Letta ed abbiamo parlato proprio di questo. Alla mia domanda sul perché non si facesse promotore di un cartello con gli altri paesi dell’Europa in difficoltà per forzare questo cambiamento, il premier italiano mi ha risposto che secondo lui sarà Angela Merkel a mutare atteggiamento nel prossimo mandato e venire incontro alle esigenze del sud. Si tratta di un approccio assolutamente deludente. Enrico Letta, come anche Hollande in Francia, è un fervente credente del progetto di integrazione europea e non riesce ad accettare che l’attuale situazione sia un completo disastro. Questo atteggiamento non gli permette di comprendere le ragioni per cui l’euro sia divenuto così disfunzionale per i paesi membri.

Coloro che sostengono che i paesi dell’Europa meridionale non possono tornare alle loro monete nazionali utilizzano due motivazioni in particolare: l’enorme inflazione conseguente all’inevitabile svalutazione ed il fatto di non poter poi reggere la concorrenza di colossi commerciali come la Cina. Le giudica corrette?

Si tratta, in entrambi casi, del contrario esatto della realtà. L’euro è un’autentica maledizione per le esportazioni, che dipendono dai prezzi e dal tasso di cambio. I paesi europei sopravvalutati a causa della moneta unica hanno perso una quota importante del loro mercato globale a disacapito della Cina. Con Pechino che tiene lo yaun sottovalutato e con una moneta enormemente sopravvalutata, molte aree dove l’industria italiana eccelle sono inevitabilmente in crisi. Una crisi che dipende dal tasso di cambio. Per quel che riguarda l’inflazione, qualora l’Italia dovesse procedere ad un collasso disordinato e caotico dell’euro, il paese potrebbe perdere nella prima fase il controllo dei prezzi. Ma oggi quest’ultimi sono già fuori controllo. Nei paesi dell’Europa meridionale è in corso una grave crisi di deflazione che rischia di riproporre il “decennio perso” del Giappone con contorni inquietanti per quel riguarda l’andamento debito/Pil. In Italia è passato dal 120% al 133% in due anni: si tratta di una trappola che sta portando il paese al collasso. Il problema da combattere oggi è la deflazione e non l’inflazione. L’esperienza attuale dell’Italia e degli altri paesi della zona euro è molto nota in Gran Bretagna. Nel nostro paese ci sono stati due esempi similari di crisi di deflazione e svalutazione interna: agli inizi degli anni ’30 con il sistema del Gold Standard e nella crisi dello SME del 1991-1992. In entrambi i casi, il Regno Unito ha determinato la rottura del sistema e restaurato il controllo totale della propria valuta nel momento in cui gli interessi del paese erano messi a rischio. I critici al tempo utilizzavano la stessa argomentazione dell’inflazione, ma nel 1931 all’uscita del Gold Standard, in una situazione di deflazione interna, non vi è stato alcun aumento incontrollato dei prezzi, con lo stimolo monetario e la svalutazione che sono stati la premessa per la ripresa dalla Grande Depressione. La stessa identica esperienza l’abbiamo vissuta nel 1992 con la crisi dello Sme. Spesso si tende ad avere un approccio superficiale alle questioni economiche e questo non aiuta il dibattito politico. Se dovesse lasciare l’euro, l’Italia dovrebbe optare per un grande stimolo monetario da parte della Banca d’Italia, una svalutazione ed una politica fiscale sotto controllo. Questa combinazione garantirebbe al paese una transizione tranquilla e nessuna crisi fuori controllo.

Molto spesso coloro che reputano insostenibile il ritorno alle monete nazionali paventano anche l’insostenibilità di poter sopportare le inevitabili ritorsioni economiche della Germania. Si tratta di una minaccia credibile?

Non c’è nulla di più falso. E’ negli interessi della Germania gestire l’eventuale uscita di un paese membro nel modo più lineare, regolare e tranquillo possibile. Nel caso di un deprezzamento fuori controllo della Lira, ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le banche ed assicurazioni tedesche che hanno enormi investimenti in Italia sarebbero a rischio fallimento; ed inoltre, le industrie tedesche non potrebbero più competere con quelle italiane sui mercati globali. Sarebbe interesse primordiale della Bundesbank acquisire sui mercati valutari internazionali le lire, i franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo. Si tratta di un punto molto importante da comprendere: nel caso in cui uno dei paesi meridionali dovesse decidere di lasciare il sistema in modo isolato, è nell’interesse dei paesi economici del nord Europa, in primis la Germania, impedire che la sua valuta sia fuori controllo e garantire una transizione lineare. Tutte le storie di terrore su eventuali disastri che leggiamo non hanno alcuna base economica. (vedi anche: “La Germania confessa: se uscite dall’euro di rovinate“).

In diversi suoi articoli recenti, Lei dichiara come la spinta al cambiamento arriverà dalla Francia. Quale sarà l’elemento che lo determinerà in concreto?

Con la disoccupazione che cresce a livelli non più controllabili, Hollande, che ha posto come suo obiettivo primario della sua presidenza quello dell’occupazione, ha perso ogni credibilità e sta arrivando al limite di sopportazione con l’Europa. Quello che sta accadendo oggi alla Francia è l’esatta riproposizione delle dinamiche economiche che il paese ha vissuto dal 1934 al 1936, quando con il Gold Standard il paese si trovava in una situazione di deflazione, disoccupazione di massa e non aveva gli strumenti per ripartire. I dati sono arrivati ad un livello insostenibile nella presidenza Laval nel 1935 ed ha determinato un cambiamento politico rivoluzionari nel 1936: la vittoria del Fronte Popolare. La Francia di oggi è in una situazione simile al 1935, con i dati economici che continuano a peggiorare di mese in mese, ed una svolta come quella del 1936 si avvicina. Basta vedere la tensione dei protestanti in Bretagna o i risultati crescenti del Fronte Nazionale per comprenderlo.

Sarà Le Pen ad imprimere questo cambiamento?

L’ascesa del Fronte Nazionale è incredibile, ma non penso che prenderà mai il potere. Quello che accadrà sarà però altrettanto rivoluzionario, in quanto costringerà gli altri partiti, soprattutto i gaullisti, a modificare la loro politica. Il programma di Le Pen è chiaro: uscita immediata dall’euro – con il Tesoro francese che proporrà un accordo con i creditori tedeschi, se questi non l’acceteranno la Francia tornerà lo stesso al franco e le perdite principali saranno per la Germania – e poi referendum sull’Ue sul modello inglese. Sono argomenti che incontrano la simpatia di un numero crescente di persone in modo trasversale e gli altri partiti non possono più ignorarli. Il Fronte Nazionale sta forzando gli altri partiti a cambiare la loro agenda e realizzare che non possono semplicemente avere la stessa opinione di Berlino e Bruxelles.

In molti paesi stiamo assistendo alla fusione dei partiti conservatori e socialisti a difesa dell’austerità di Bruxelles e contro le intenzioni di voto degli elettori. Il voto dei Parlamenti nazionali sulle leggi di stabilità ormai non conta più ed i governi aspettano solo l’approvazione della Commissione. Infine, i paesi si stanno indebitando per finanziare organizzazioni inter-governative come il Mes, che prenderà decisioni fondamentali per la vita delle popolazioni nei prossimi anni e non ha all’interno meccamismi di trasparenza e di controllo democratico. Ma cosa sta diventando l’Unione Europea?

La difficoltà oggi è quella di comprendere il perché la creazione dei vari strumenti di coesione federale decisi dall’Ue abbiano creato un sistema così disfunzionale. Il problema fondamentale è la mancanza del controllo delle imposte e della spesa da parte di un Parlamento eletto democraticamente. Non è un caso che la guerra civile inglese sia iniziata nel 1640 quando il re ha cercato di togliere questi poteri al Parlamento o che la rivoluzione americana sia scoppiata quando questo potere è stato tolto da Londra a stati come Virginia o il Massachusetts, che lo esercitavano da tempo. Sono esempi anglosassoni, ma ce ne sono tanti altri di come le fondamenta della democrazia risiedono nel controllo del budget e delle imposte da parte di organi eletti dal popolo. Quello che sta accadendo all’Ue è, al contrario, il tentativo di darne la gestione a strumenti e strutture sovranazionali, che non hanno alcun fondamento con nessun Parlamento. E’ estremamente pericoloso e chiaramente anti-democratico.
L’argomento che viene usato spesso in sua difesa è che si tratta di un primo passo antidemocratico si, ma che serve per completare la federazione sul modello statunitense. Il sistema americano sarebbe il modello logico da imitare, ma non è realizzabile: non c’è il consenso politico nei cittadini europei e per gli Usa vi erano sistemi, istituzioni e tradizioni completamente differenti. François Heisbourg nel suo ultimo libro centra alla perfezione questo punto: non si può creare un’Unione politica con l’obiettivo di salvare l’euro. E’ ridicolo. La federazione deve essere subordinata ad i grandi ideali che plasmano una società e non per salvare una moneta. I paesi devono tornare alla realtà sociale al più presto e non devono pensare a strumenti di ingegneria finanziaria per far funzionare qualcosa che non può funzionare.

Il referendum voluto da Cameron per la rinegoziazione della partecipazione del Regno Unito all’Ue trova il favore di un numero crescente di paesi, soprattutto nel nord Europa. Cosa si attende dal voto inglese?

La prima reazione in Europa quando Cameron ha lanciato il referendum è stata quella di definire gli inglesi “stupidi suicidi”. L’argomento era quello che Londra avrebbe perso mercato e si sarebbe rassegnata al declino economico. Si tratta di argomentazioni ridicole. Le persone che hanno ancora ben compreso come funziona l’Unione Europea, come quelle con cui mi sono confrontato alla Conferenza Ambrosetti a Como in settembre, sanno che l’uscita del Regno Unito sarebbe si un disastro, ma non per Londra, per l’Ue. Il progetto europeo si basa su tre gambe, una delle quali è la Gran Bretagna, l’Olanda ed i paesi scandinavi. E senza una di queste, l’Ue è finita, perché la chimica interna cambierebbe e sarebbe particolarmente difficile soprattutto per la Francia mantenere i sottili equilibri con la Germania. La decisione inglese è un enorme avviso a Bruxelles: l’integrazione è andata troppo oltre il volere popolare e le popolazioni vogliono indietro alcuni poteri. La Costituzione europea è stata rigettata da un referendum in Francia ed Olanda. I trattati recenti non sono stati posti al giudizio del popolo, tranne che in Irlanda, ma costringendola a votare fino all’accettazione. Questa fase in cui si procede senza consultare i cittadini è finita. Questo tipo di arroganza è finito.

Nel maggio del prossimo anno ci saranno le elezioni per il Parlamento europeo, un test fondamentale per i partiti e movimenti scettici verso Bruxelles. L’Ue non sarà più la stessa?

Da studioso dell’economia mi trovo in difficoltà a rispondere. Posso dire che oggi il pericolo maggiore per i paesi dell’Europa meridionale si chiama crisi deflattiva, che potrebbe presto trasformarsi in una depressione economica in grado di rendere fuori controllo la traiettoria debito/Pil. E’ un potenziale disastro. In questo contesto, la politica si deve porre l’obiettivo del ritorno di una serie di poteri sovrani delegati a Bruxelles e le elezioni europee del prossimo maggio saranno un evento potenzialmente epocale: i partiti scettici dell’attuale architettura istituzionale potrebbero essere i primi in diversi paesi – l’Ukip in Gran Bretagna, il Fronte Nazionale in Francia, il Movimento cinque Stelle in Italia, Syriza in Grecia ed in altri paesi – e sarà la possibilità per le persone di esprimere la loro irritazione e frustrazione contro le scelte da Bruxelles. Un blocco politico importante potrà distruggere questo “mito artificiale” che si è costruito: l’Ue non sarà più la stessa e sarà costretta ad essere meno ambiziosa e comprendere che molte delle sue prerogative devono tornare agli stati nazionali. I governi di Italia, Spagna, Francia devono riprendere il pieno controllo delle vite dei loro cittadini e non pensare all’allargamento all’Ucraina o alla Turchia. Si tratta dell’ultima battaglia.

[align=right]Source: Gli "adepti" degli Stati Uniti d'Europa | Byoblu.com [/align]



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"Truce Germania Smemorata: Noi le Condonammo i Debiti!"

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Strana, pericolosa Germania: è risorta dalla vergogna mondiale del nazismo ricorrendo alla “politica della memoria” che l’ha riabilitata, beneficiando di un colossale taglio del debito accordatole nel ’53 (per motivi geopolitici, certo) da ben 65 paesi, tra cui l’Italia. Ma ora pare vittima di un’amnesia capitale, pretendendo che il debito altrui venga saldato, costi quel che costi, foss’anche la morte per fame dei poveri greci o la devastazione economica di un grande paese come il nostro.

Per Barbara Spinelli, rischia di tornare in scena il peggio della storia europea: proprio i tedeschi stanno infliggendo al resto d’Europa la stessa “punizione” che furono i primi a subire, per mano della Francia, che dopo la Prima Guerra Mondiale demolì la Repubblica di Weimar spianando la strada alle camicie brune. Stessa ricetta degli “austeritari” di allora: deflazione spietata, super-export, crollo dei consumi interni, crescente irresponsabilità bellicosa verso i vicini.

Sbaglia, scrive l’editorialista di “Repubblica”, chi pensa che l’Europa di oggi sia immune dal ritorno della guerra: la grande crisi è già di per sé una forma di guerra, con la sua intollerabile ingiustizia sociale, mentre l’Unione Europea continua ad «affidarsi a una pax americana che sta creando caos più che ordine, in una mondializzazione dove nessuno, da solo, si salverà». Primo nemico, il cieco egoismo di una classe dirigente ipnotizzata dal neoliberismo, il dogma bugiardo che criminalizza l’istituto democratico del debito pubblico, cioè l’investimento a deficit per i cittadini, senza il quale (Fiscal Compact, pareggio di bilancio) crolla anche il settore privato, soffocato dalle tasse.

Nella sua analisi sulla grave minaccia rappresentata ancora una volta dalla Germania, Barbara Spinelli non fa cenno alla tragedia della confisca della sovranità finanziaria operata dal regime dell’euro, ma preferisce citare Keynes, nemico storico dei deflazionisti: ignorato dopo il primo conflitto mondiale, il grande economista inglese fu invece ascoltato nel secondo dopoguerra, in cui prevalse la politica espansiva della finanza pubblica, cioè l’opposto del rigore preteso da Bruxelles e dalla Bce. Barbara Spinelli rimpiange la “saggezza” del Piano Marshall, riconoscendo che non c’è possibile salvezza senza il ritorno a una politica solidale, non usuraia, fondata sulla cooperazione e non sulla competizione esasperata. Il modello tedesco? Pericoloso, e anche fragile.

Lo spiega l’economista Ulrich Schäfer: il super-export di Berlino ha causato gravi bolle finanziarie nel Sud Europa, «in ragione di ingenti flussi di capitali non compensati da adeguate importazioni». E’ un boom a doppio taglio, che persino in Germania «s’accompagna a bassi consumi, al precariato che cresce, a gracili importazioni». Piano Marshall? Alcuni critici, come Guido Viale e Luciano Gallino, preferiscono parlare di “riconversione ecologica dell’economia”: investimenti pubblici, certo, ma non per replicare i disastri dello sviluppismo fordista, oggi peraltro resi impossibili dalla crisi terminale del capitalismo globalizzato. Non un solo leader, in Europa, ha il coraggio di bandire la più stupida e pericolosa delle parole, “crescita”. In attesa dell’auspicata rivoluzione culturale, sarà più probabile assistere a rivolte rabbiose contro la livida tirannide dell’euro, sconcertante non-moneta privatizzata a cui gli Stati, direttamente, non hanno accesso.

http://belliniguerrucci.blogspot.it/201 ... oi-le.html



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Aveva ragione Andreotti:"Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due." [^]


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La locomotiva Germania rallenta ancora la corsa

(Teleborsa) - Era stata il pilastro dell'Eurozona durante la grave crisi del debito degli scorsi anni. Ora, la locomotiva tedesca sembra aver perso velocità anche se, assicurano gli economisti, la scalata di marce sarà solo temporeanea.

La conferma della piccola impasse della Germania è arrivata stamane da Destatis. L'Ufficio di statistica federale ha confermato, per il 2013, un PIL in crescita dello 0,4%. Si tratta di un valore inferiore a quello registrati nel 2012 (+0,7%) e nel 2011 (+3,3%) e leggermente al di sotto delle stime degli analisti, che erano per un +0,5%.

A mettere un freno all'economia tedesca è stata soprattutto la crisi in Eurozona, ha spiegato in conferenza stampa il Presidente di Destatis, Roderich Egeler. "Ovviamente, la Germania ha accusato la recessione di alcuni partner europei, oltre che il rallentamento dell'economia globale", ha affermato, aggiungendo che la domanda interna non è stata in grado di compensare pienamente il calo di quella estera.

Ad ogni modo, assicura l'economista, la situazione migliorerà nel corso del 2013.

Più di un mese fa la Bundesbank ha migliorato le proprie stime sul PIL per l'anno da poco iniziato all'1,7%, stesso valore predetto poco prima da Berlino.



http://www.teleborsa.it/News/2014/01/15 ... a-647.html


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forse tutto quel ottimismo del duo alfetta saccomanni....e' un po affrettato.......[;)]


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PIL a +1,7%...

Ci rendiamo conto che di questo passo, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno minimo 50 anni per ripristinare i danni di un sistema economico-monetario idiota come quello dell'euro?

Fermo restando gli obiettivi reali della troijka e dell'oligarchia che non sono certo quelli di realizzare e diffondere benessere ai differenti strati sociali del sistema.

E' NECESSARIO UN CAMBIO RADICALE ED EPOCALE!!!

[:(!]



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atlanticus,finke' ci sono persone che si fanno abbindolare dai filoeuro votandoli.....stiamo freschi x un cambiamento........[;)]


Ultima modifica di ubatuba il 15/01/2014, 17:57, modificato 1 volta in totale.

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... e ricordate che questa legge elettorale NON la cambieranno perché dovrebbero andarsene tutti a casa! [^]


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