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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 15/05/2018, 12:58 
... uomo delle DISTRUZIONI! [:290]


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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 20/05/2018, 01:29 
Giuseppe Graviano cita Berlusconi nel colloquio in carcere con Fiammetta Borsellino – Esclusiva Sekret (video)


Formato file: mp4



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Giuseppe Graviano ha citato Silvio Berlusconi nel suo colloquio con Fiammetta Borsellino, mentre parlava del periodo della sua latitanza a Milano nel ’93 insieme al fratello Filippo. Il boss, condannato all’ergastolo proprio con il fratello Filippo per le stragi del 1992 e 1993, ha fatto questa affermazione (tutta da interpretare e da riscontrare) nel corso del colloquio straordinario nel carcere di Terni, avvenuto con la figlia minore del magistrato ucciso dal suo gruppo di fuoco nel luglio 1992.

A questa storia è dedicata la prima puntata dello ‘Speciale Trattativa Sekret” dal titolo I Gravianos che si potrà vedere su Iloft.it. a partire dal 23 maggio prossimo. La serie condotta e scritta da Marco Lillo ricostruirà senza tabù e senza preconcetti quello che è emerso nei processi ma anche le piste che le investigazioni giudiziarie hanno tralasciato. La serie si avvale infatti di intercettazioni e carte processuali ma anche di testimonianze e documenti non processuali ma utili per ricostruire quello che è successo in Italia nel periodo che va dalle stragi del 1992 alle stragi del 1993 fino alla pax mafiosa iniziata nel 1994. La figlia minore del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 ha incontrato quel giorno nel carcere di L’Aquila anche il fratello Filippo, anche lui condannato per le stragi del 1992 e 1993. Filippo non ha accennato a Berlusconi. Entrambi i colloqui sono stati videoregistrati.

La frase di Graviano su Berlusconi è esplosiva ma scivolosa. Il boss infatti lancia il sasso e tira indietro la mano. Le registrazioni di entrambi i colloqui della figlia della vittima della strage di via D’Amelio con i boss sono state trasmesse a tutte le procure che indagano sulle stragi del 1992, 1993 e 1994 e sulla Trattativa Stato-mafia per una valutazione della loro rilevanza. Il boss, dopo aver detto che in quel periodo a Milano e nel nord Italia era latitante ma vedeva persone rispettabili e non appartenenti alla mafia, butta lì: “lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi” e poi subito aggiunge: “Più che io era mio cugino che lo frequentava’. Il boss di Brancaccio in 24 anni di reclusione non ha mai parlato nei processi di questi argomenti. L’avvocato Niccolò Ghedini al Fatto dice: “Nessuno ci ha mostrato questa conversazione. Se esistesse bisognerebbe ascoltarla per verificare le reali parole di Graviano. Comunque lui sapeva di essere registrato e potrebbe avere depistato. A me non risulta nessun incontro di Berlusconi con Graviano o con qualcuno legato direttamente o indirettamente a lui. Tanto meno con un suo cugino noto”.

Fiammetta ha incontrato in carcere Giuseppe e Filippo Graviano il 12 dicembre scorso grazie a un decreto straordinario del ministro della giustizia Andrea Orlando. Oggi la figlia del magistrato ha fatto pubblicare una lettera su Repubblica nella quale spiega la ragione della sua richiesta di incontrare i boss. “La necessità di esprimere un dolore profondo inflitto non solo alla mia famiglia ma alla società intera. La richiesta di incontro – scrive Fiammetta – è un fatto strettamente personale e chiedo che tale debba rimanere”. Fiammetta chiede ai boss “un contributo di onestà” e gli ricorda che “soltanto contribuendo alla ricerca della verità i figli potranno essere orgogliosi dei padri”.

Nessuno sa perché Graviano dica quella frase su Berlusconi a Fiammetta. Nessuno sa se voglia depistare o ricattare. Nessuno sa chi sia il cugino. Solo lui può sciogliere i dubbi. La trascrizione del colloquio con Fiammetta è stata spedita alla Procura di Firenze che ha iscritto nei mesi scorsi Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi per concorso in strage a seguito delle conversazioni intercettate (tra il 2016 e il marzo 2017) nel carcere tra Graviano e il detenuto Umberto Adinolfi nelle quali il boss di Brancaccio – per la Dia – parla di Berlusconi e Dell’Utri. Gli audio dei due colloqui con i Graviano sono giunte anche ai pm di Palermo che indagano sulla trattativa e a quelli di Caltanissetta che indagano sulle stragi del 1992 e che in passato ha indagato e poi però archiviato la posizione di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Le registrazioni dei due colloqui sono state inviate anche alla Direzione Nazionale Antimafia e alla Procura di Reggio Calabria, che sta processando Graviano per l’uccisione dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, massacrati a colpi di mitraglietta il 18 gennaio del 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Fiammetta Borsellino potrebbe essere chiamata presto a deporre sul colloquio con Giuseppe Graviano.

Lei non è minimamente interessata alla frase di Graviano su Berlusconi. Nel carcere di Terni quel giorno cambia discorso e ora vorrebbe tornare a parlare solo con Filippo Graviano, non con Giuseppe. La richiesta del colloquio pende però da mesi. Tutte le Procure interessate hanno sconsigliato di autorizzare una nuova visita. Fiammetta nella sua lettera però insiste: “Ora è importante che io possa continuare quel dialogo che è stato interrotto, con enorme dispiacere registro la mancanza di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni”.

Sekret – Speciale Trattativa Stato-mafia è una video-inchiesta giornalistica esclusiva firmata da Marco Lillo per la piattaforma Loft. Quella che vedete in questo articolo è l’anticipazione della prima puntata della serie dedicata al patto scellerato tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra. Documenti, ricostruzioni, immagini e audio inediti e, soprattutto, scoop che gli abbonati alla App Loft potranno seguire nel lavoro capillare del vicedirettore de Il Fatto Quotidiano. Domenica 20 maggio uno speciale sul Fatto in edicola.
(Montaggio video di Michela Cimmino)
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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 24/05/2018, 02:00 
L'impegno di Giovanni Falcone è ancora vivo!


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di Luigi Di Maio
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Il 23 maggio 1992 la mafia uccideva brutalmente il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della sua scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

L’impegno e lo spirito di sacrificio con cui Falcone condusse la sua battaglia contro la mafia oggi rimangono vivi nella nostra memoria.
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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 02/07/2018, 10:45 
Processo Borsellino fra depistaggi e occultamenti. I cittadini hanno diritto alla verità


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di Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, capigruppo M5S di Camera e Senato
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Le motivazioni della sentenza ‘Borsellino quater’ confermano ulteriormente il clamoroso depistaggio sulla strage di via D’Amelio, costata la vita a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta.

Secondo la Corte d'Assise di Caltanissetta le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Per la Corte, presieduta da Antonio Balsamo, il depistaggio è stato compiuto da uomini dello Stato. Tra questi, Arnaldo La Barbera, funzionario di Polizia che coordinò le indagini sull’attentato. Le motivazioni della sentenza hanno certificato che esiste una parte 'malata' dello Stato che si è servita di Cosa nostra. Secondo la Corte, infatti, chi aveva il compito di condurre le indagini sulle stragi del ’92 ha indirizzato l’inchiesta, costringendo Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell'attentato.

Nelle 1865 pagine di motivazione si parla anche di un collegamento tra il depistaggio e l'occultamento dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, da sempre uno dei più grandi misteri italiani. Appare evidente, secondo la Corte, che l'agenda di Borsellino sia stata fatta sparire da esponenti dello Stato e non di Cosa nostra.

Negli anni troppe persone hanno perso la vita per combattere la mafia e i suoi costanti collegamenti con parti delle istituzioni, cittadini onesti morti per difendere il nostro Paese. Avere la certezza che importanti personalità dello Stato abbiano esercitato in modo distorto i loro poteri, ci trasmette ulteriore rabbia.

Il MoVimento 5 Stelle non ha mai smesso di seguire con attenzione il dibattimento del processo ‘Borsellino quater’, così come gli altri importanti processi sulle stragi. Nel corso degli anni abbiamo fatto diverse interrogazioni parlamentari perché, a nostro avviso, c’erano troppi passaggi poco chiari in questa assurda vicenda.

I cittadini hanno il diritto di sapere la verità e devono potersi fidare dello Stato. Per tale motivo ci batteremo con tutte le nostre forze affinché venga fatta chiarezza, e giustizia, sulla strage di via d’Amelio.
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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 02/07/2018, 12:31 
Le implicazioni dello Stato Italiano di allora tramite i Servizi Segreti di stampo Fascista e Massonico deviati ci sono sempre stati, la Mafia era forte e ha potuto fare quello che ha fatto per questo motivo e ancora secondo me, vi sono "residui in giro". E' da anni che l'ho ribadisco. [:305]



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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 02/07/2018, 13:28 
ArTisAll ha scritto:
Nelle 1865 pagine di motivazione si parla anche di un collegamento tra il depistaggio e l'occultamento dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, da sempre uno dei più grandi misteri italiani. Appare evidente, secondo la Corte, che l'agenda di Borsellino sia stata fatta sparire da esponenti dello Stato e non di Cosa nostra.

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Il paradosso è che in quella strage morirono proprio dei rappresentanti dello Stato!


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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 02/07/2018, 14:16 
sottovento ha scritto:
ArTisAll ha scritto:
Nelle 1865 pagine di motivazione si parla anche di un collegamento tra il depistaggio e l'occultamento dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, da sempre uno dei più grandi misteri italiani. Appare evidente, secondo la Corte, che l'agenda di Borsellino sia stata fatta sparire da esponenti dello Stato e non di Cosa nostra.

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Il paradosso è che in quella strage morirono proprio dei rappresentanti dello Stato!

Ma probabilmente, NESSUNO, dei rappresentanti dello Stato, che erano e sono sul libro paga della mafia.



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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 02/07/2018, 14:45 
Di Maio: "La mafia è un atteggiamento, anche di alcune banche" "

La mafia, prima ancora che un'organizzazione criminale, è un atteggiamento". E' quanto dichiara il ministro del Lavoro e vicepremier Luigi Di Maio. "Questo atteggiamento - aggiunge - lo vediamo anche in alcune banche, e infatti ci sono sentenze che riconoscono l'usura degli istituti di credito. Ma l'atteggiamento mafioso, a volte, lo vediamo anche in alcuni esponenti e in alcune organizzazioni dello Stato".
https://www.msn.com/it-it/notizie/polit ... -la-mafia-è-un-atteggiamento-anche-di-alcune-banche/ar-AAzt3hb?ocid=spartanntp



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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 08/07/2018, 11:20 
Marcello Dell’Utri sarà scarcerato: il tribunale di sorveglia dispone il differimento della pena per l’ex senatore


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A chiedere che lo storico braccio destro di Berlusconi potesse lasciare il carcere di Rebibbia erano stati i suoi legali, gli avvocati Alessandro De Federicis e Simona Filippi. Era detenuto dal 2014 quando era diventata definitiva la sua condanna a 7 anni per concorso esterno a Cosa nostra. Il 20 aprile scorso nuova condanna a 12 anni di carcere al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Nel febbraio scorso l'ultimo no alla liberazione dei giudici che avvertivano: "È stato latitante. Potrebbe fuggire"
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Sarà scarcerato e potrà andare agli arresti domiciliari. Almeno finché le sue condizioni di salute non miglioreranno. Dopo quattro anni si aprono le porte del carcere per Marcello Dell’Utri. Lo ha deciso il tribunale di Sorveglianza di Roma, che ha disposto il differimento della pena per l’ex senatore di Forza Italia. A chiedere che lo storico braccio destro di Silvio Berlusconi potesse lasciare la sua cella a Rebibbia erano stati i suoi legali, gli avvocati Alessandro De Federicis e Simona Filippi. “Il garante dei detenuti sostiene che sia il carcere che le strutture protette sono inadeguate per le cure di cui ha bisogno Dell’Utri”, avevano detto i due difensori che per tre volte si sono visti rigettare istanze simili. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva respinto, nei mesi scorsi, la richiesta di sospensione della pena.

“Rischio morte improvvista” – A incidere sulla decisione di concedere all’ex parlamentare il differimento della pena è la situazione del suo cuore: secondo i medici, infatti, l’ex politico siciliano potrebbe morire all’improvviso. “La patologia cardiaca di cui dell’Utri soffre ha subito un recente e significativa o aggravamento rispetto alle pregresse condizioni e non sono secondarie le negative ricadute di altri fattori complicanti quali l’età, 77 anni, il trattamento radioterapico, la malattia oncologica e le condizioni psichiche. I sanitari hanno segnalato il rischio di morte improvvisa per eventi cardiologici acuti e hanno concluso per la non compatibilità col carcere”, si legge in una stralcio del provvedimento del tribunale che cita le relazioni dei medici del carcere, datate 28 giugno e 5 luglio. Nella decisione del tribunale pesa anche lo stato psichico dell’ex senatore che ieri ha rifiutato di sottoporsi alla coronografia programmata presso l’ospedale San Filippo Neri, “non ritenendosi in grado di affrontare lo stress psicologico del piantonamento nell’ipotesi del ricovero postoperatorio riabilitativo rappresentato dai sanitari”, scrivono i giudici. “Sebbene si tratti di motivazione discutibilmente giustificativa, -dicono – tuttavia va tenuto conto delle condizioni psicologiche descritte nelle relazioni che indicano fragilità e sentimenti di sfiducia su cui incidono l’età e la recente conclusione del ricovero ospedaliero con piantonamento, protratto dal 14 febbraio al 18 aprile scorso, che lo ha emotivamente provato. Ma soprattutto va considerato che l’esame coronografico, complicato da probabile angioplastica ed ecografia intravascolare, è invasivo e non privo dì rischi e difficoltà, considerato che il paziente non è giovane, ha appena concluso 40 cicli di radioterapia e presenta una condizione cardiaca molto delicata per le accertate stenosi di grado severo”.

“La malttia non rende più rieducativo il carcere” – L’ex parlamentare, dunque, deve tornare a casa visto che le sue condizioni non rendono più rieducativo il carcere. “L’attuale stato di salute – scrivono i magistrati – non appare compatibile con la carcerazione per la ricorrenza di gravi ed improvvisi rischi per la vita e la salute, non fronteggiabili con gli strumenti sanitari del circuito penitenziario in considerazione delle preoccupanti condizioni cardiache, del complesso quadro multipalogico, delle precedenti e debilitanti cure radioterapeutiche, dell’età, dello stato ansioso e della necessità di un intervento cardiologico delicato. È anche consequenziale alle attuali, compromesse, condizioni cliniche ed alle prevalenti preoccupazioni per l’evoluzione delle patologie, che l’attenzione del soggetto verso il trattamento penitenziario sia fortemente scemata, sicché il protrarsi dell’esecuzione della pena in regime di detenzione ordinaria non è più rispondente alla finalità rieducativa ed al senso di umanità”. Sette mesi fa, invece, scrivevano che le condizioni dell’ex parlamentare erano “buone” e nonostante le sue varie patologie la detenzione in carcere poteva ancora assumere carattere “rieducativo“,

La condanna a 7 anni e la Trattativa – Dell’Utri è detenuto dal 2014 quando era diventata definitiva la sua condanna a sette anni per concorso esterno a Cosa nostra. Dopo una breve fuga in Libano era stato estradato e condotto prima nel carcere di Parma e poi in quello di Roma. Il 20 aprile scorso aveva ricevuto un’altra condanna, questa volta a dodici anni di carcere al processo sulla trattativa Stato-Mafia con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato. Proprio la possibilità di una nuova pena aveva portato, nel febbraio scorso, lo stesso tribunale di Sorveglianza a negare la liberazione del fondatore di Forza Italia.

A febbraio i giudici dicevano: “Portrebbe scappare” – Anche perchè, avvertivano i giudici, “considerate le pendenze per reati molto gravi che potrebbero determinare nuove consistenti pene detentive e tenuto conto del recente tentativo di sottrarsi all’esecuzione penale, non si ritiene di poter escludere il pericolo di fuga, non trovandosi in condizioni fisiche impeditive della deambulazione e del movimento, e non essendo le malattie in fase avanzata e debilitante”. Tradotto: Le sue condizioni di salute non ne impedivano la fuga dato che è già stato latitante.

L’iter giudiziario e la scarcerazione – È per questo motivo l’iter giudiziario che ha portato alla scarcerazione di Dell’Utri è stato lungo e tortuoso. Già nell’agosto del 2016 i legali dell’ex senatore avevano sostenuto che il loro assistito non potesse rimanere in carcere per problemi di salute: alla cardiopatia e al diabete si era sommato un tumore alla prostata. Per questo motivo, tra marzo e aprile, è stato ricoverato, in regime di detenzione, presso il Campus Biomedico della Capitale. Lo scorso 18 maggio, dunque, la Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza con cui aveva annullato l’ordinanza del tribunale di sorveglianza del 5 dicembre 2017 che giudicava compatibili con il carcere le condizioni di salute dell’ex senatore. Secondo la Suprema corte i giudici del tribunale di sorveglianza di Roma dovranno nuovamente valutare il suo caso tenere conto “dell’aggravamento delle condizioni sanitarie” e degli effetti sulla sua salute del trasferimento quotidiano in ospedale. Il 15 giugno scorso, quindi, i giudici hanno disposto una nuova perizia medica: e adesso hanno dato il via libera al ritorno a casa dell’ex parlamentare.

Il Pd per la liberazione. E B. ne parlò al Colle – Nei mesi sono stati diversi gli esponenti politici che, in piena campagna elettorale, avevano auspicato la liberazione dell’uomo condannato per essere stato il trait d’union tra Berlusconi e Cosa nostra. Anche del centrosinistra come l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, o l’aspirante governatore della Regione Lombardia, Giorgio Gori. L’ultimo a “sposare” la causa del fondatore di Forza Italia è stato Davide Faraone, parlamentare dem ed ex sottosegretario che è andato a trovare Dell’Utri in carcere. “La politica – ha raccontato Faraone – non gli interessa, studia, segue lo sport e quando gli ho detto che ero del Pd mi ha risposto: Perché ancora esiste?”. Ovviamente si era speso per l’antico sodale anche l’amico di una vita, cioè Berlusconi, che aveva approfittato delle consultazioni al Quirinale per staccarsi dalla delegazione del centrodestra e rimanere solo con Sergio Mattarella. “Non ho parlato di governo. Ho fatto presente al capo dello Stato le condizioni di salute in cui versa Dell’ Utri”, aveva detto lo stesso ex presidente del consiglio.

Da Berlusconi tre milioni donati alla famiglia – D’altra parte le attenzioni di Berlusconi per lo storico braccio destro non sono mai mancate. Le ultime sono rappresentate oltre tre milioni di euro “donati”alla famiglia dell’amico palermitano tra il novembre 2016 e il febbraio 2017. “Prestiti infruttiferi”, è scritto nella causale dei versamenti analizzati dall’Ufficio informazioni finanziarie di Bankitalia e dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza che hanno segnalato “l’operatività sospetta” alla procura di Milano. Non era un prestito ma è rimasto sempre poco chiaro anche il giro di denaro attivato da Arcore alla vigilia della prima sentenza della Cassazione su Dell’Utri che annullò con rinvio il processo d’appello per l’ex senatore. Furono 15 i milioni transitati prima dal conto di Berlusconi a quello della moglie dell’allora senatore Pdl, e poco dopo gran parte di quella cifra, 11 milioni, sarebbe stata spostata da lì a un altro conto in una banca sempre a Santo Domingo. Gli investigatori rintracciarono i pagamenti nel corso di un’indagine, poi archiviata, per una presunta estorsione da parte del fondatore di Forza Italia ai danni dell’ex premier.

“Mi pagano finché c’è vivo Dell’Utri” – “Sai fino a quando mi pagheranno? Fin quando c’è vivo Dell’Utri. Quando muore Dell’Utri non mi pagano più. Perché la loro paura è che io vada a cantare le canzoni di Dell’Utri e di lui con la mafia“, diceva invece intercettato Alberto Maria Salvatore Bianchi, amico di Berlusconi e Dell’Utri sin dai tempi in cui tutti e tre frequentavano l’università a Milano. A Bianchi – come raccontato in esclusiva dal mensile Fq Millennium – sono arrivati da Publitalia – azienda presieduta per anni dallo stesso Dell’Utri – 27 milioni di euro nell’arco di 14 anni, fino al 2013. Soldi giustificati dal lavoro di venditore di inserti pubblicitari che sarebbe stato svolto dallo stesso Bianchi ma gli investigatori della guardia di finanza sostengono invece il contrario: Bianchi, cioè, non avrebbe mai venduto neanche uno spazio pubblicitario. Perché dunque avrebbe ricevuto tutti quei soldi dalle società di Arcore? Mistero. Di certo c’è solo che Bianchi non ha mai “cantato” le canzoni di Dell’Utri e di lui con la mafia.

Dell’Utri garante dell’accordo tra B. e la mafia – Ma chi è l’uomo al quale i giudici hanno concesso gli arresti domiciliari? A spiegarlo è la sentenza della Cassazione che nel maggio del 2014 lo ha condannato in via definitva a 7 anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Gli ermellini definiscono l’ex senatore come il garante “decisivo” dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra e “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”. La Suprema corte ricorda come “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5“.
La condanna per la Trattativa – La condanna per concorso esterno a Cosa nostra, però, riguarda solo per i fatti commessi fino al 1992. Fino a quando, cioè, Berlusconi non era ancora un esponente di un partito politico. Lo sarebbe diventato formalmente solo alla fine del 1993. E infatti la pensa inflitta a Dell’Utri al processo Trattativa è per i fatti commessi nel 1994. Quando Berlusconi è già presidente del consiglio. “Marcello Dell’Utri è colpevole del reato ascrittogli limitatamente alle condotte contestate come commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi”, recita il dispositivo letto dal giudice Montalto. E il reato ascritto a Dell’Utri è la violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. “La sentenza dice che l’ex senatore ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo. Ritiene provato che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”, aveva spiegato il pm Nino Di Matteo dopo la sentenza della corte d’assise di Palermo. Dell’Utri, in pratica, è colpevole di essersi fatto portatore del ricatto di Cosa nostra: o si attenuava la lotta alla mafia, o la piovra avrebbe continuato a colpire il Paese a colpi di tritolo. Adesso, però, Dell’Utri sta male. E può tornare a casa.
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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 18/07/2018, 12:49 
Via d’Amelio, gli eventi per l’anniversario della morte di Borsellino: Scarpinato e Lillo presentano la Repubblica delle Strag


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Nell’anno in cui la sentenza dei giudici della corte d’assise di Caltanisetta hanno confermato che dietro quella pagina di storia c’è “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, i riflettori sono tutti puntati sulla famiglia del giudice assassinato e su un anniversario che si fa cronaca. Anche il Festival delle Orestiadi di Gibellina ricorderà la ricorrenza mentre al No Mafia Memorial, sarà visitabile una grande installazione, ideata come evento collaterale di Manifesta 12 dall’artista veneziano Gianfranco Meggiato
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Ventisei anni anni dopo la strage di via D’Amelio Palermo e l’Italia intera tornano a ricordare Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina. Nell’anno in cui la sentenza dei giudici della corte d’assise di Caltanisetta hanno confermato che dietro quella pagina di storia c’è “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, i riflettori sono tutti puntati sulla famiglia Borsellino e su un anniversario che si fa cronaca. Il primo appuntamento importante è fissato per la mattina del 18 luglio, quando la figlia del magistrato, Fiammetta, verrà ascoltata dalla commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava. Una data scelta in maniera non casuale.

Quest’anno anche Il Fatto Quotidiano parteciperà alle manifestazioni: giovedì alle 18, infatti, verrà presentato in via D’Amelio,il libro La Repubblica delle Stragi, edito da Paper First: un testo che – come ha scritto il direttore Marco Travaglio – “ha colmato il grande vuoto lasciato da tanti, troppi processi, dando un senso a questa storia che – parafrasando Vasco Rossi – un senso ce l’ha, ma è sempre parsa non averne uno”. Per l’occasione interverranno oltre a Salvatore Borsellino, i magistrati Roberto Scarpinato e Giovanni Spinosa, il vicedirettore del Fatto Marco Lillo, l’avvocato Fabio Repici e il giornalista Giuseppe Lo Bianco.


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Intanto ieri sera alla biblioteca comunale Casa Professa, Rita Borsellino con il giornalista Enrico Deaglio e Asmaa Dwikat, professoressa dell’Università palestinese di Nablus, hanno dato il via alle iniziative ricordando anche l’aneddoto dell’ulivo piantato nel luogo della strage. Nel 1993 – l’anno dopo della strage – la mamma del giudice, Maria Pia Lepanto, volle che venisse piantumata una piantina di olivo proveniente da Betlemme nella buca lasciata dall’esplosione. E ieri sera è stata proiettata proprio un’intervista realizzata nel 1993 dal giornalista Gianfranco D’Anna alla madre di Borsellino.

A pochi passi da Casa Professa, nell’atrio della facoltà di Giurisprudenza, la rivista Antimafia Duemila ha organizzato un incontro con Antonio Ingroia e Salvatore Borsellino sul tema “Pezzi mancanti di una strage annunciata”. Oggi (18 luglio) gli appuntamenti previsti sono tanti. Alle 17,30 in via D’Amelio arriverà il figlio del giudice Antonino Caponnetto, Massimo, che alternandosi ad altre testimonianze leggerà dei messaggi dedicati a Paolo Borsellino e agli uomini e alle donne della scorta.

A seguire, alle 19, il sindaco Leoluca Orlando scoprirà una targa commemorativa. In serata toccherà all’Agesci che sempre sul luogo della strage terrà una veglia. Nel pomeriggio, alle 17, ai Cantieri culturali della Zisa si terrà la presentazione del libro della ciclostaffetta L’agenda ritrovata – Il diario e alle 19 le Agende Rosse hanno organizzato – come ogni anno – una passeggiata sul monte Pellegrino. Giovedì mattina i bambini di diversi quartieri della città si ritroveranno in via D’Amelio per animarla mentre nel pomeriggio a partire dalle 15,30 sono previsti una serie di interventi fino alle 16.58 quando ci si fermerà in silenzio per ricordare l’esatto istante della strage.

Sul fronte istituzionale il Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati si riunirà a Palermo, al Palazzo di giustizia. Alle 17 è in programma la visita al museo “Falcone e Borsellino” e alle 18 la messa in scena della piece Fra le sue mani di Roberto Greco e Valeria Siragusa. Il giorno successivo, invece, alle 9.30, tappa al Giardino della Memoria di Ciaculli, il sito confiscato alla mafia e gestito da Unione cronisti e Associazione magistrati. Anche il Festival delle Orestiadi di Gibellina ricorderà Paolo Borsellino con due perfomance di teatro civile, di narrazione, di giornalismo, che andranno in scena giovedì 19: Parole d’Onore di Attilio Bolzoni alle ore 19 e mala’ndrine – anche i Re Magi sono della ‘ndrangheta di Francesco Forgione, Bartolo Schifo e Pietro Sparacino alle ore 21.15.

E nel giorno del 26esimo anniversario in piazza Bologni a Palermo, di fronte al Museo Riso e al No Mafia Memorial, sarà visitabile una grande installazione, ideata come evento collaterale di Manifesta 12 dall’artista veneziano Gianfranco Meggiato, nell’ambito delle iniziative di I-Design, a cura di Daniela Brignone e con la presentazione di Luca Nannipieri. Un’opera dal diametro di 10 metri e dal titolo emblematico, La Spirale della vita, in contrapposizione alla spirale della morte determinata dalla violenza, dedicata alla memoria di tutte le vittime di mafia.
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MessaggioInviato: 19/07/2018, 10:26 
Verità e giustizia per Paolo Borsellino


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Oggi è l'anniversario della morte di Paolo Borsellino. Per tenere vivo il suo ricordo e il suo esempio abbiamo intervistato suo fratello, Salvatore, che ci ricorda che è tempo di verità e giustizia.

di Salvatore Borsellino
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Sono trascorsi 26 anni da quel 19 luglio del 1992. Sono stati anni difficili: per primi 5 anni ho sperato veramente che la morte di mio fratello fosse bastata a cambiare tutto, poi, invece, ci sono stati gli anni della disillusione. I governi di diversi colori cominciavano a pagare le cambiali di quella scellerata trattativa che era stata la vera causa - la causa principale - dell’accelerazione dell’assassinio di mio fratello.

Mio fratello, ne sono convinto, è stato ucciso con un piano affrettato rispetto a quella che sarebbe stata la sua eliminazione – che sarebbe arrivata in ogni caso – per mano della mafia, ma che è stata sollecitata da parte di quella politica, di quei pezzi dello Stato, che avevano scelto di condurre con la mafia una scellerata trattativa. Con Paolo in vita, la trattativa non sarebbe mai potuta andare avanti, e di conseguenza doveva essere eliminato e la sua agenda rossa doveva sparire.

Finalmente abbiamo alle spalle due sentenze della magistratura, che indicano la nuova strada. I più grandi ostacoli sulla strada della verità e della giustizia sono stati posti proprio da pezzi delle istituzioni. Se si vuole passare veramente a una terza Repubblica, bisognerebbe mettere al primo posto la ricerca della verità. C’è un peccato originale da lavare, e se non si lava questo peccato originale; se non si lava il sangue delle stragi, non ci potrà mai essere niente di nuovo.
Io mi aspetto molto da quei ragazzi che una volta mi invitarono a Pomigliano d’Arco. Fu proprio Luigi Di Maio a invitarmi. Allora era un ragazzino. Si parlò di verità e di giustizia e ritengo fondamentale che Luigi continui a parlare di verità e di giustizia, adesso che ha degli incarichi di governo ed è finalmente arrivato lì dove si può fare qualcosa.

C’è una grossissima responsabilità dei mezzi di informazione, che per anni hanno occultato il processo di Palermo sulla trattativa e che hanno liquidato in poche pagine la sentenza del processo, mentre hanno sempre dato la massima attenzione ad altri processi semplicemente perché attirano la morbosa attenzione dell’opinione pubblica. Questo è quello che cercano di fare i giornali nel nostro Paese.

Io spero veramente che la Commissione giustizia - nella quale c’è una persona che stimo moltissimo, Giulia Sarti - e la Commissione antimafia riescano a dare una svolta. Hanno dei poteri immensi, la Commissione antimafia può accedere agli archivi, può interrogare persone senza l’autorizzazione della magistratura.

Finora è stato fatto poco. Mi aspetto che vengano scoperchiati gli archivi segreti, dove ci sono i segreti di questo nostro disgraziato Paese. Questo mi aspetto dal nuovo Governo, e posso riassumerlo in sole due parole, che da anni continuiamo a gridare e che spesso abbiamo gridato insieme a quei meetup che poi sono diventati qualcosa di diverso: verità e giustizia. Verità e giustizia, non ho nient’altro dire.
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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 20/07/2018, 06:07 
Capito il nanolo?


Trattativa, “Berlusconi sapeva dei rapporti tra Dell’Utri e la mafia. E l’ex senatore rafforzò la strategia di Riina”


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"Non c'è dubbio che quell'invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato" , scrivono i giudici della corte d'Assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi delle istituzioni e la mafia, depositate nel giorno del ventiseiesimo anniversario della strage di via d'Amelio
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Paolo Borsellino è morto per la Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Probabilmente sarebbe stato ammazzato comunque, ma quel dialogo aperto da uomini delle Istituzioni con Totò Riina accelerò il piano della sua eliminazione: e Borsellino – contrario alla Trattativa – venne ammazzato il 19 luglio del 1992. L’anno dopo, invece, a rafforzare il proposito della piovra, è Marcello Dell’Utri, intermediario di Silvio Berlusconi che era appena sceso in politica. E l’ex presidente del consiglio sapeva dei rapporti tenuti dal suo braccio destro con Cosa nostra.

Lo sostengono i giudici della corte d’Assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi delle istituzioni e la mafia, depositate nel giorno del ventiseiesimo anniversario della strage di via d’Amelio. Un provvedimento lungo 5252 pagine in cui si ripercorre la fine della Prima Repubblica, riscrive la nascita della Seconda ed è arrivato a sentenza proprio subito dopo le elezioni che – secondo alcuni osservatori – hanno visto nascere la Terza. Ed è in queste cinquemila pagine di provvedimento che si spiega come e perché Cosa nostra arrivò a sedersi allo stesso tavolo dello Stato. Che nel frattempo stava capitolando: “Il cedimento dello Stato, di fatto iniziato dopo le stragi del 1992 per iniziativa di alcuni suoi esponenti e ancora più evidenziatosi dopo le stragi del 1993, sarebbe divenuto inarrestabile per l’impossibilità di fronteggiare quell’escalation criminale, senza pari nella storia del paese, in un momento di forte fragilità delle istituzioni”, scrivono riferendo al fallito attentato dello stadio Olimpico nei primi mesi del 1994.

“Trattativa accelerò morte di Borsellino” – Quello però è solo l’ultimo attacco – per fortuna fallito – che Cosa nostra lancia allo stato. Prima ci sono le stragi di Capaci e quella di via d’Amelio- “Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell’accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’ conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, in ogni caso non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via d’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”, scrive la corte presieduta da Montalto. I giudici smontano poi le tesi dei legali degli imputati che attribuivano l’accelerazione dei tempi della strage all’indagine mafia-appalti che il magistrato stava effettuando e anche alla possibilità di una sua nomina a Procuratore nazionale Antimafia. Borsellino è morto per la trattativa.

“Dell’Utri intermediario di B. rafforzò propositi di Cosa nostra” – Ma non solo. perché i giudici scrivono anche che “con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funziona di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992″. Secondo la corte, dunque, il fatto che Dell’Utri fosse intermediario tra le cosche e l’imprenditore appena scesa in politico pose “le premesse della rinnovazione della minaccia al governo quando, dopo il maggio del 1994, questo sarebbe stato appunto presieduto dallo stesso Berlusconi”. Confermata quindi la tesi della pubblica accusa che considera Dell’Utri come “cinghia di trasmissione” della minaccia di Cosa nostra all’ex premier.

“Dell’Utri e la mafia. Berlusconi sapeva ” – Ma c’è di più. Perché per i giudici Berlusconi sapeva dei contatti tra Dell’Utri e Cosa nostra. “Se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano”. Come già accertato dalla corte di Cassazione che lo ha condannato per concorso esterno, l’ex senatore era il trait d’union tra l’imprenditore di Arcore e le cosche siciliane al quale arrivavano grosse somme di denaro. “Tali pagamenti sono proseguiti almeno fino a dicembre del 1994 – scrivono i giudici – quando a Di Natale (un boss) fu fatto annotare il pagamento di 250 milioni nel libro mastro che questi gestiva. Sino alla predetta data Dell’Utri, che faceva da intermediario di Cosa nostra per i pagamenti, riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti coi mafiosi ottenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versarle”. A quel punto, però, Berlusconi è già entrato in politica. “Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche al riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Manganoper le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo”. A raccontarlo è il collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza che sostiene di aver saputo di come Dell’Utri avesse rassicurato Mancano su alcuni interventi legislativi sull’arresto per gli accusati di reati di mafia. “Ciò dimostra – prosegue la corte – che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.

Perché il reato di violenza o minaccia sussiste – È lo snodo fondamentale del processo. Gli ex carabinieri del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia e i mafiosi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà sono stati infatti condannati per violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè trasmesso al governo la minaccia di Cosa nostra. Qual era quella minaccia?La promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. Nel primo caso la minaccia sarebbe stata “trasmessa” al governo dai carabinieri, nel secondo da Dell’Utri. I giudici spiegano dunque perché sussista il reato di minaccia a Corpo politico dello Stato non è necessario che la minaccia abbia effetti concreti, “ma è sufficiente che sia stata percepita dal soggetto passivo”. Cioè non è necessario che gli interventi legislativi del governo Berlusconi o in sede parlamentare di Forza Italia “siano stati concretamente determinati dalla coartazione della libertà psichica e morale di auotodeterminazione dei proponenti per effetto della minaccia mafiosa”.

Le maxi condanne – Il 20 aprile scorso erano state nove le sentenze emesse nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo: i giudici presieduti da Alfredo Montalto avevano condannato a dodici anni di carcere gli ex carabinieri del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Marcello Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione erano strati inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Prescritte, come chiesto dai pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci. Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola Mancino. Massimo Ciancimino, invece, è stato condannato a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro.
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Mi raccomando trolloni, continuate a difendere questo viscido essere mummificato.
La Milano da bere è tutta per voi (come il verme nella tequila).


Ultima modifica di ArTisAll il 20/07/2018, 06:22, modificato 1 volta in totale.


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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 20/07/2018, 08:47 
Cita:
Mi raccomando trolloni, continuate a difendere questo viscido essere mummificato.
La Milano da bere è tutta per voi (come il verme nella tequila)
.


GRANDISSIMO ART !



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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 21/07/2018, 03:01 
Trattativa, i giudici: “Stato indebolito dai suoi esponenti. Paese in mano ai boss se fosse riuscito l’attentato all’Olimpico”


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Uno scenario terrificante che non si è avverato solo per una coincidenza. Anzi tre. Lo spiega la corte d'Assise nelle motivazioni della sentenza sul Patto Stato - mafia: "L'occasionale fallimento della strage, l'arresto dei fratelli Graviano, l'affacciarsi di nuove forze politiche che soltanto col successivo declino mafioso sarebbero riuscite ad acquisire la necessaria autonomia inizialmente compromessa da risalenti rapporti di tipo economico/elettorale tra taluni suoi esponenti di primo piano e soggetti più o meno direttamente legati a Cosa nostra". Il riferimento è chiaramente per Forza Italia, il partito di Dell'Utri e Berlusconi
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Lo Stato doveva capitolare con una Lancia Thema color bordeaux. Un “colpo di grazia” che avrebbe messo definitivamente in ginocchio le già deboli istituzioni democratiche: i partiti bombardati dagli arresti di Tangentopoli, il Paese dalle stragi Cosa nostra, il governo dimissionario e le Camere già sciolte. Andò in modo diverso. C’è un giorno che cambia la storia italiana. Quel giorno è il 23 gennaio del 1994 ed è una domenica: allo stadio Olimpico la Roma gioca contro Udinese. Ci sono bambini, famiglie, tifosi che vanno a vedere la partita. Ma anche carabinieri, centinaia di militari che garantiscono il servizio d’ordine dello stadio. Fuori dall’Olimpico, invece, c’è un uomo da solo: si chiama Gaspare Spatuzza e ha in mano un telecomando. È collegato alla Lancia Thema bordeaux, imbottita di tritolo e tondini di ferro perché è così che ha ordinato il boss Giuseppe Graviano: Spatuzza deve fare strage dei carabinieri, “un bel po’ di carabinieri, no due, tre, quattro”. Graviano lo chiama “il colpetto” ma in realtà sarebbe stata la botta definitiva per mettere il Paese in mano a Cosa nostra. E invece il Paese finì saldamente in pugno a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri: i due nomi che proprio in quei giorni di gennaio del 1994 Graviano indica a Spatuzza come i suoi interlocutori.

C’è anche la storia del fallito attentato allo stadio Olimpito nelle 5252 pagine delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Doveva essere l’ultima strage, la sesta in un anno e mezzo, quella più grossa, la peggiore di tutte. E invece – per fortuna – è saltata a causa di motivi tecnici: un guasto al telecomando, ha raccontato Spatuzza. Imprevisto provvidenziale: per anni di quella carneficina non si è mai saputo nulla. Nonostante sia probabilmente la più fondamentale delle sliding doors della storia recente. “Costituisce forte convinzione della corte, alla stregua del complesso di tutte le acquisizioni probatorie raccolte, che quell’episodio dell’attentato allo stadio Olimpico di Roma, passato quasi in secondo piano perché per fortuna fallito, se, invece, fosse riuscito ed avesse, quindi, determinato la morte di un così rilevante numero di carabinieri, avrebbe con ogni probabilità veramente messo in ginocchio lo Stato pressoché definitivamente dopo la sequenza delle gravissime stragi che si erano già susseguite dal 1992, ciò tanto più che l’ulteriore strage (la più grave per numero di vittime) sarebbe intervenuta in un momento di estrema debolezza delle Istituzioni a fronte di un Governo di fatto già dimissionario e di un Parlamento già proiettato verso le imminenti elezioni politiche nel contesto di una campagna elettorale particolarmente aspra per le scorie della cosidetta Tangentopoli che aveva travolto tutti i partiti politici tradizionali”, scrivono i giudici della corte d’Assise di Palermo a pagina 2842 del provvedimento con cui nei fatti riscrivono la fine della Prima Repubblica e la nascita della Seconda.

“È ferma convinzione della Corte che senza l’improvvida iniziativa dei carabinieri e cioè senza l’apertura al dialogo sollecitata ai vertici mafiosi che ha dato luogo alla minaccia al Governo sotto forma di condizioni per cessare la contrapposizione frontale con lo Stato, la spinta stragista meramente e chiaramente di carattere vendicativo riconducibile alla volontà prevaricatrice di Riina, si sarebbe inevitabilmente esaurita con l’arresto di quest’ultimo nel gennaio 1993”, scrivono i giudici. Vuol dire che se gli uomini di Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno non avessero dimostrato voglia di interloquire con Cosa nostra le stragi di Roma, Firenze e Milano nel 1993 non ci sarebbero mai state.
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 Oggetto del messaggio: Re: Stato-Mafia, ci hanno messo 20anni..ma alla fine..
MessaggioInviato: 29/09/2018, 03:30 
Paolo Borsellino, a giudizio per calunnia aggravata tre poliziotti. Pm: “Depistarono le indagini su strage via D’Amelio”


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Il giudice per l'udienza preliminare Graziella Luparello ha rinviato a giudizio gli imputati; la prima udienza sarò il 5 novembre. "La verità si saprà soltanto se chi sa parlerà e uscirà dall’omertà" dice Fiammetta Borsellino che insieme ai suoi due fratelli si sono costituiti parte civile
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Calunnia aggravata. Vanno a processo per questo reato i poliziotti Fabrizio Mattei, Mario Bo, e Michele Ribaudo, accusati del depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il giudice per l’udienza preliminare Graziella Luparello ha rinviato a giudizio gli imputati; la prima udienza sarò il 5 novembre. “La verità si saprà soltanto se chi sa parlerà e uscirà dall’omertà” dice Fiammetta Borsellino che insieme ai suoi due fratelli si sono costituiti parte civile. “Le tesi investigative proposte sono state accettate da schiere di magistrati, sia giudicanti che inquirenti. Questi ultimi, peraltro, avendo il coordinamento delle indagini, avrebbero dovuto coordinare e controllare il lavoro delle forze dell’ordine. Non si capisce come mai non si siano accorti di nulla” riferendosi ai magistrati che presero per buona la ricostruzione dell’eccidio poi rivelatasi falsa e costata la condanna di sette innocenti. Il giudice ha respinto la richiesta di costituzione di parte civile dei nipoti del giudice del comune di Palermo perché considerata tardiva. Alla scorsa udienza si sono costituiti parte civile i figli del giudice Borsellino e della sorella del magistrato, deceduta, Adele, e cinque degli accusati ingiustamente dai falsi pentiti e il fratello del magistrato.I loro legali hanno citato in giudizio come responsabile civile la presidenza del consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno.

L’indagine, per pm confezionata una verità di comodo
L’indagine era stata chiusa l’8 marzo scorso. Per l’accusa i poliziotti – Bo era stato già indagato e archiviato – avrebbero confezionato una verità di comodo sulla fase preparatoria dell’attentato e costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino a fare nomi e cognomi di persone innocenti. Un piano dal movente non definito, con un regista ormai morto: l‘ex capo della task force investigativa Arnaldo La Barbera, comprimari come Bo e “esecutori” come Ribaudo e Mattei. Un piano costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti scagionati, una volta smascherate le menzogne, dal processo di revisione che si è celebrato e consluo a Catania il 13 luglio 2017. La svolta nell’inchiesta della Procura di Caltanissetta, che dopo anni di inchieste e grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, è riuscita ad individuare i veri artefici della fase preparatoria della strage, era arrivata a ridosso dal deposito della sentenza emessa nel corso dell’ultimo processo per l’eccidio di Via D’Amelio e le cui motivazioni sono state depositate il 1 luglio scorso.

Nel provvedimento di chiusura indagine, sette pagine, la procura nissena aveva ricostruito il presunto ruolo di Bo, Mattei e Ribaudo nel depistaggio. Bo, prima che Scarantino mostrasse la volontà di collaborare con la giustizia, seguita poi da mille ritrattazioni, gli avrebbe suggerito, anche mostrando le foto dei personaggi da accusare, cosa riferire all’autorità giudiziaria. E avrebbe fatto pressioni imbeccando Scarantino in modo che riconoscesse alcuni indagati, istruendolo sulla verità da fornire e facendogli superare le contraddizioni con le versioni rese da altri due pentiti: Salvatore Candura e Francesco Andriotta. Un piano che, nonostante la palese inattendibilità di Scarantino protagonista di mille ritrattazioni anche in sedi giudiziarie, aveva retto fino alla Cassazione e aveva portato alla condanna ingiusta al carcere a vita di Salvatore Profeta, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana e Giuseppe Urso. Poi tutti scagionati. A Mattei e Ribaudo che curavano la sicurezza di Scarantino dopo il falso pentimento i pm contestano di averlo imbeccato “studiando” insieme a lui le dichiarazioni che avrebbe dovuto rendere nel primo dei processi sulla strage per evitargli incongruenze e di averlo indotto a non ritrattare le menzogne già affermate. Bo avrebbe “diretto” le operazioni di condizionamento del pentito.

La corte d’Assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, condannò all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati di strage e a 10 anni i “falsi pentiti” Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. I giudici dichiararono estinto per prescrizione il reato contestato a Vincenzo Scarantino pure lui imputato di calunnia. Resta ancora oscuro, pero’, almeno in questa fase il movente del depistaggio. I pm sostennero di non avere elementi idonei per sostenere il giudizio a carico di Bo e di due altri funzionari Salvo La Barbera e Vincenzo Ricciardi e il caso venne chiuso. Dopo l’archiviazione le indagini, però, sono ripartite e si sono arricchite di nuove dichiarazioni di Scarantino e della moglie. Entrambi hanno raccontato le pressioni e le violenze subite dal falso pentito da parte dei poliziotti che pretendevano confermasse le loro versioni. Nel nuovo fascicolo è finita anche parte dell’attività istruttoria svolta nel corso dell’ultimo processo per la strage in cui Bo venne sentito come teste non potendosi più avvalere, dopo la archiviazione della sua posizione, della facoltà di non rispondere.

I giudici: “Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”
Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione degli innocenti condannati i giudici della corte d’Assise avevano scritto che quello sulla strage di via d’Amelio è stato “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. “È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi”, scrive la corte quando parla di “soggetti inseriti nei suoi apparati” che indussero Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni. Gli uomini dello Stato chiamati in causa sono alcuni investigatori del gruppo Falcone e Borsellino guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: dovevano scoprire i responsabili delle bombe, invece costruirono a tavolino alcuni falsi pentiti.

Ma quali erano le finalità di uno dei più clamoroso depistaggi della storia giudiziaria del Paese? si erano chiesti giudici. La corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, “che viene evidenziata – scrivono i magistrati – dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”, e, sospetto ancor più inquietante, “l’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”. I magistrati avevabo dedicato, poi, parte della motivazione all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell’attentato. La Barbera, secondo la corte, ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.
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Fonte



Chissà cosa c'era dentro quella agenda rossa.
Probabilmente qualcosa di compromettente riguardo loschi individui non direttamente legati a famiglie mafiose.
Facile pensare, personaggi che non sarebbero mai dovuti apparire sul “placo” delle stragi, a cui comunque gli si doveva parare il chiulo.



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