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LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA
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Pagina 9 di 9

Autore:  ArTisAll [ 03/11/2018, 00:45 ]
Oggetto del messaggio:  Re: LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

Terra dei fuochi: siamo sotto attacco, ma non indietreggiamo di un millimetro


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di Sergio Costa
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Siamo sotto attacco. Il territorio lo è. Tutti noi cittadini lo siamo. Un altro incendio, sempre più grande, sempre nello stesso territorio. E sempre in un impianto di stoccaggio di rifiuti. Quello che abbiamo ipotizzato e che abbiamo cercato di fermare mettendo i siti in una lista ad hoc, di siti sensibili, presso le prefetture, come sorvegliati speciali, ecco non basta.

C'è una precisa strategia criminale in atto ed è arrivato il momento che non solo il Ministero dell'Ambiente scenda in campo, come ha fatto dal primo giorno e continuerà a fare ogni giorno, ma tutto il governo sia presente con tutti gli strumenti a disposizione. Questi criminali incendiano per costringerci a una nuova emergenza ... vogliono inginocchiare lo Stato. Ma noi non torniamo indietro e li vogliamo vedere marcire in carcere.

Lo Stato siamo noi ... loro sono solo lo scarto della criminalità. Avvelenano il territorio, e i concittadini, per i loro sporchi affari. Faremo sentire tutta la nostra forza. Carabinieri, indagini serrate, anche l'esercito se necessario: bisogna presidiare il territorio, far sentire alla criminalità organizzata i muscoli dello Stato, non lasciare soli i cittadini, mai.

Tutto il governo deve essere presente in Terra dei Fuochi, e tutto il governo sarà presente. Non siete soli. Non lo sarete mai.
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Autore:  ArTisAll [ 18/11/2018, 14:09 ]
Oggetto del messaggio:  Re: LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

Padova, Terra dei Fuochi: “fabbrica” di rifiuti abbandonata da 14 anni. Bonifiche a rilento e la prescrizione salva gli imputati


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Oltre 50mila tonnellate di immondizia tossica e pericolosa in un sito di una società che faceva da fulcro di un traffico illecito di monnezza sepolta sotto linee ferroviarie e autostrade. L'azienda è fallita, l'area con la spazzatura è rimasta (vicino a un canale a rischio esondazione). I residenti: "Puzza terribile, avremo un cancro". Chi paga? Le casse pubbliche. Ma le procedure vanno a rilento. Anche perché la Regione non risponde a sindaci e comunità
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Più di 50mila tonnellate di rifiuti anche tossici e pericolosi, ammassati da 14 anni in due capannoni fatiscenti, a ridosso delle case e vicino a un canale. Sembra lo scenario di uno degli angoli più degradati della Terra dei fuochi e invece il sito della ex C&C si trova nella ricca provincia di Padova, tra i comuni di Pernumia, Battaglia Terme e Due Carrare. Nei primi anni Duemila è stato il fulcro di un lucroso traffico illecito di monnezza finita sepolta in opere pubbliche e private, compresa la linea ferroviaria dell’Alta velocità. Ora, mentre i condannati in primo grado si sono visti condonare le pene o hanno beneficiato della prescrizione, i cittadini aspettano invano la bonifica, ammorbati dall’odore acre che a distanza di anni i rifiuti continuano a sprigionare e preoccupati per le conseguenze sulla salute e sull’ambiente. Qui, ci sono stati in questi anni un inizio di incendio sedato in tempo e una tromba d’aria a 100 metri di distanza, mentre il vicino canale, le cui acque arrivano al fiume Brenta e da lì al mare, ha rischiato più volte di esondare. Se non ci sono state conseguenze drammatiche si deve soprattutto alla fortuna. Meno alle istituzioni, che tra lentezze e mancanza di risorse sono riuscite in questi anni ad avviare solo i primi interventi. Presto grazie a fondi regionali 4500 tonnellate di monnezza dovrebbero essere portate via dal capannone. Ma le altre 45mila rimarranno.

Monnezza sepolta nelle opere pubbliche
La storia comincia nel 2002, quando Fabrizio Cappelletto mette in piedi la C&C, un’attività per produrre conglomerati cementizi dai rifiuti in due stabilimenti, uno nel Padovano e l’altro in provincia di Venezia. L’azienda però, come riveleranno le indagini del Corpo forestale di Treviso con l’inchiesta “Il mercante di rifiuti”, è il centro di un traffico illecito di monnezza. Nello stabilimento, infatti, secondo gli investigatori arrivano rifiuti di ogni tipo, compresi scarti pericolosi e contaminati da alti livelli di idrocarburi e metalli pesanti. Nonostante siano inadatti a finire nei sottofondi stradali, vengono impastati con sabbia e cemento in miscele puzzolenti e inviati in cantiere, mettendo in piedi, scrive il giudice nella sentenza di primo grado indulgendo a una citazione letteraria, un “enorme e immondo commercio di anime morte”. Così, con l’aiuto di complici e ditte conniventi pagate per ricevere l’impasto, il “Conglogem” inventato dall’azienda finisce sotto la linea dell’Alta Velocità Padova-Venezia, e viene usato nella costruzione di uno svincolo stradale a Padova, così come in altri cantieri pubblici e privati in Veneto, Emilia Romagna e Lazio. “Il composto era così tossico da aver inquinato l’ambiente nei cantieri dove è stato usato. In teoria i siti noti sono già stati bonificati, ma di fatto è impossibile sapere tutti i luoghi dove è stato usato, perché nessuno degli imputati ha mai fatto dichiarazioni in merito”, spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Miazzi del comitato Lasciateci respirare, che insieme all’associazione la Vespa e al comitato Sos C&C porta avanti la protesta da anni.


“Puzza terribile, moriremo tutti con un cancro”
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Le indagini sulla C&C cominciano nel 2004, dopo le proteste dei cittadini. “Una puzza terribile, c’è ammoniaca. Moriremo tutti con un cancro da qualche parte”, dice un’impiegata dell’azienda a Cappelletto in una telefonata intercettata dagli inquirenti nello stesso anno. Odore che, secondo il giudice del tribunale di Venezia, non poteva non sentire chi accettava il Conglogem in cantiere e che tutt’oggi, nelle giornate di vento, la gente continua ad avvertire intorno alla ex fabbrica, poi messa sotto sequestro nel 2005. A preoccupare non è solo la puzza in sé: “I due capannoni hanno le pareti spanciate, quando piove ci sono infiltrazioni d’acqua e si formano pozzanghere di percolato, con il rischio concreto di diffusione degli inquinanti nell’ambiente”, dice Miazzi. “Dentro i cumuli arrivano anche a 7 metri di altezza e sono addossati ai pilastri in metallo e alle pareti in lamiera, mettendo a rischio la struttura visto che potrebbero risultare corrosivi”, aggiunge il sindaco di Battaglia Terme Massimo Momolo. “Se viene un’alluvione, una bufera o tromba d’aria è un problema. Dal canale vicino al sito l’acqua poi va a finire in laguna”, spiega il collega di Pernumia, Luciano Simonetto.

Per i rifiuti chi paga? Le casse pubbliche
I lavori per ripristinare l’area, invece, sono partiti molto tempo dopo: nel 2009 il sito è stato incluso tra quelli di interesse regionale da bonificare e nel 2010, cinque anni dopo il sequestro dei capannoni, sono state rimosse le 3.500 tonnellate di rifiuti anche pericolosi ammassati all’esterno. Le spese, si legge nella relazione sul Veneto della commissione bicamerale Ecomafie del 2016, sono state coperte “solo in parte dalle fideiussioni che la società C&C, per legge, avrebbe dovuto prestare a favore dell’amministrazione provinciale per poter operare”. L’azienda era già stata dichiarata fallita nel 2005, mentre anche la Cedro, proprietaria dei capannoni dove operava la C&C è uscita di scena grazie a una sentenza del Tar secondo il quale – al contrario di ciò che sostenevano Comune e Provincia – non c’è stata responsabilità della Cedro per abbandono dei rifiuti e inquinamento.

Presto nuovi lavori, ma nessun piano per la bonifica
Nel frattempo, nel 2009, gli 11 imputati sono stati condannati in primo grado complessivamente a 40 anni di reclusione, ma a causa della prescrizione intervenuta nel 2012 il processo è sfociato in un nulla di fatto. Gli altri nove imputati, tra cui Cappelletto, hanno patteggiato: come si legge nella relazione della commissione Ecomafie, per tutti la pena è stata condonata. Oggi, mentre alcuni dei personaggi coinvolti nell’inchiesta invocano il diritto all’oblio chiedendo di cancellare il proprio nome da alcuni siti web, la collettività si trova a portare sulle spalle tutto il peso delle oltre 50mila tonnellate di rifiuti rimaste nella ex C&C. Tra poco dovrebbero iniziare i lavori, finanziati dalla Regione con 1,5 milioni di euro, per rimuovere 4500 tonnellate. A preoccupare è però quello che rimarrà: una montagna da circa 44mila tonnellate di monnezza contaminata e un’area da bonificare, con costi stimati per oltre 10 milioni di euro e nessun segnale chiaro di nuove risorse stanziate dal bilancio regionale.

La Regione non risponde a sindaci e consiglieri
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“Nei tre Comuni”, spiega Momolo, “a fine ottobre abbiamo approvato all’unanimità tre mozioni per chiedere alla Regione un piano di intervento pluriennale da 2 milioni di euro all’anno”. Pochi giorni dopo il consiglio regionale del Veneto ha approvato all’unanimità una mozione presentata dal consigliere di Liberi e Uguali Piero Ruzzante, che impegna la giunta a elaborare un piano per la completa bonifica, finanziandolo nel 2019 con 2 milioni di euro delle risorse previste dalla legge speciale per Venezia. “In sede di discussione di bilancio, tra poche settimane, verificheremo che tale impegno venga mantenuto. Dopo quindici anni le 50mila tonnellate di rifiuti tossici sono ancora lì, è inaccettabile che non ci sia ancora un piano per la bonifica del sito. La giunta Zaia è avvisata: la salute dei cittadini non può più aspettare”, ha detto Ruzzante. Alla domanda se intenda stanziare le risorse chieste dai tre sindaci e dai consiglieri, la Regione non risponde a ilfatto.it. Da Venezia si limitano a ricordare la mozione e spiegare che “potrebbero essere necessari dagli 11 ai 15 milioni di euro per smaltire il tutto”. Il sindaco Simonetto si dice fiducioso e attacca i comitati dei cittadini, che pure hanno contribuito a scrivere le tre mozioni comunali: “Sto cercando di fare quello che è possibile, ma non posso chiedere alla Regione di darmi domattina un altro milione. Tra comitati e rompiscatole ce ne sono dappertutto, i soldi però sono riuscito a portarli a casa io. Tutti questi soloni sono andati anche a Bruxelles ma non ho visto il risultato. Io con la Regione del Veneto ho un buon rapporto, sono sicuro che mi daranno risposte”.
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Autore:  ArTisAll [ 16/01/2019, 14:35 ]
Oggetto del messaggio:  Re: LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

Roghi tossici a Roma: in manette imprenditori che si servivano di campi rom per smaltire rifiuti


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Una vasta operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha portato tra gli altri al fermo di 15 persone accusate a vario titolo di traffico illecito di rifiuti, associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e ricettazione di veicoli: 57 gli indagati in totale nell’ambito dell’indagine volta a contrastare il fenomeno dei roghi di rifiuti tossici.
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Traffico illecito di rifiuti, associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e ricettazione di veicoli. Sono solo alcune delle accuse per i 57 indagati nell'ambito dell'operazione denominata "Tellus" (dal nome della dea romana della Terra, Tellure) volta a contrastare il fenomeno dei roghi di rifiuti tossici nel Lazio. Tra questi sono 15 le persone arrestate (sei le custodie cautelari in carcere e nove gli arresti domiciliari), tre gli obblighi di presentazione quotidiana in caserma e 12 i divieti di dimora in diverse zone del territorio della provincia di Roma. L'ordinanza, emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha visto anche i sequestro di 25 mezzi, nello specifico autocarri, utilizzati per il trasporto illecito di rifiuti, oltre a un impianto di autodemolizione.
I rifiuti bruciati in territori abbandonati o nei pressi di campi rom

Secondo quanto emerso dalle lunghe indagini che hanno visto una serie di controlli lungo il territorio negli ultimi mesi, gli incendi sarebbero stati il frutto di una gestione illecita dei rifiuti perpetrata da imprenditori che richiedevano l'aiuto di alcuni rom. Questi ultimi si occupavano di far sparire, bruciandoli in zona abbandonata o anche all'interno di campi rom, i rifiuti considerati inutili recuperano così quelle che potevano essere elementi di valore e dunque spendibili come rame, bronzo e ottone. Ulteriori particolari saranno resi noti in una conferenza stampa questa mattina.
Il ministro Costa: "Complimenti ai carabinieri"

"I miei complimenti ai carabinieri della sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Roma, ai carabinieri Forestali e del Noe per l'operazione che, questa mattina a Roma, ha assestato un duro colpo a chi continua a praticare crimini e reati ambientali. "Deve essere sempre più chiaro che non ci sono ‘zone franche', e che chi commette illeciti, praticando azioni illegali ai danni dell'ambiente e mettendo a repentaglio la salute di tutti, non avra' mai vita facile", ha dichiarato il ministro dell'Ambiente Sergio Costa.
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Autore:  ArTisAll [ 15/02/2019, 05:12 ]
Oggetto del messaggio:  Re: LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

Terre dei fuochi, non più Napoli: è Roma la maglia nera dei roghi. Ma tra le province più colpite entra anche Milano


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L'audizione in commissione Ecomafie del comandante dei vigili del Fuoco Fabio Dattilo. Sicilia, Campania e Lazio da 25 anni le regioni più colpite. Ma negli ultimi 5 anni la capitale ha scalzato, in peggio, il capoluogo campano. L'esempio virtuoso dei monitoraggi in Veneto e la preoccupazione crescente per il "triangolo della diossina" tra Pavia e il capoluogo lombardo dove sono avvenuti 5 dei nove peggiori incidenti del 2017
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Per 25 anni Napoli, Roma e Palermo sono state le terre dei fuochi d’Italia, le province in cui è stato necessario il maggior numero di interventi, in assoluto, per spegnere le fiamme che in un quarto di secolo hanno bruciato rifiuti di ogni sorta, ma anche impianti e discariche. Anche se negli ultimi cinque anni la maglia nera è passata a Roma e Reggio Calabria è riuscita a prendere il posto del capoluogo campano fra le prime tre province. Basta però che si prenda in esame la densità delle operazioni rispetto all’estensione di questi territori, perché tra le prime cinque province con più roghi (negli ultimi 25 anni) rientri anche Milano. Questa la situazione descritta dal comandante nazionale dei vigili del fuoco, Fabio Dattilo, alla Commissione Ecomafie. È emblematico, anche se non è un dato statistico, che tra i nove gli interventi ritenuti più rilevanti condotti nel 2017 in seguito a incendi di discariche, depositi di rifiuti e impianti, cinque sono stati eseguiti in Lombardia, due nel milanese e tre in provincia di Pavia. D’altronde, alla fine della XVII Legislatura, l’ultima Commissione Ecomafie ha certificato che dal 2015 al 2017 sono stati registrati 261 casi di incendi di impianti di trattamento e di stoccaggio dei rifiuti, di cui il 47,5% al Nord.

I NUMERI DEI VIGILI DEL FUOCO SUI ROGHI DI RIFIUTI – Dattilo ha fornito alcuni numeri sul fenomeno degli incendi negli stabilimenti che stoccano, trattano o smaltiscono rifiuti: “Su 300mila interventi per incendi o esplosioni effettuati nel 2017, circa 23mila sono stati per incendi riguardanti rifiuti (dai cassonetti agli impianti, ndr). Nel 2016 la proporzione è stata 25mila su 250mila. Dai nostri archivi risulta che una media del 10% all’anno degli interventi di soccorso per incendio riguardano incendi di rifiuti”.

LE TERRE DEI FUOCHI, LA MAPPA – Per dare indicazioni più precise sull’incidenza dei roghi dei rifiuti nelle diverse aree d’Italia, da Nord a Sud, è stata elaborata un’analisi geografica sia a livello provinciale che regionale. Non solo. Sono stati presi in considerazioni due archi temporali diversi, gli ultimi 25 anni e il periodo che va dal 2014 al 2018, con l’obiettivo di capire come si stia evolvendo il fenomeno. Dal 1994 a oggi le regioni maggiormente interessate dai roghi di rifiuti sono state, nell’ordine, Sicilia, Campania e Lazio, mentre la classifica delle province vede in testa Napoli seguita da Roma, Palermo, Reggio Calabria, Catania, Caserta, Bari, Messina e Torino. È stata elaborata anche un’altra mappatura, che tiene conto della densità degli interventi rispetto all’estensione superficiale di provincia e regione: la Campania risulta essere la regione con maggiore densità di roghi, mentre tra le province più calde ci sono, ancora una volta, Napoli seguita da Caserta, Reggio Calabria, Bari e Milano.

Proprio a Caserta, il 19 novembre 2018, è stato firmato uno specifico protocollo d’intesa per dare attuazione al Piano d’azione per il contrasto dei roghi dei rifiuti. “I roghi sono il volto evidente di una gestione illegale, e purtroppo non poco diffusa, dei rifiuti” ha dichiarato il presidente della commissione Ecomafie Stefano Vignaroli. “Non sorprende vedere, nelle analisi presentate dal comandante Dattilo la provincia di Milano accostata alle province del meridione. È l’ennesima prova che il fenomeno dei roghi sovverte le geografie tradizionali dell’illegalità del settore dei rifiuti, che in passato vedevano concentrarsi al sud gli smaltimenti illegali”. Se si prendono in esame gli anni ultimi 5 anni (dal 2014 al 2018), le regioni con i record negative sono più o meno sempre le stesse, ma la provincia di Napoli non è più al primo posto. Tra le regioni maggiormente interessate ai roghi, infatti, ci sono la Sicilia al primo posto, seguita in ordine da Calabria, Puglia, Lazio e Campania. Tra le province Roma, Palermo e Reggio Calabria. Per la Capitale basti pensare al rogo che l’11 dicembre 2018 ha distrutto il Tmb Salario e ad altri due episodi alle isole ecologiche di viale Palmiro Togliatti e Acilia.

GLI INCENDI AI SITI E IL NUOVO TRIANGOLO DELLA DIOSSINA – Il comandante ha portato all’attenzione della Commissione Ecomafie anche la questione degli incidenti alle discariche e ai siti di smaltimento e stoccaggio dei rifiuti. Segnalando alcuni ritenuti di particolare rilevanza, nell’ultimo biennio: 5 eseguiti nel 2018 e 9 nel 2017 (e fra questi 5 nella sola Lombardia). Non si tratta ovviamente di numeri statistici, perché quelli reali sono molto maggiori, ma danno il senso di ciò che sta avvenendo al Nord. A luglio 2017 è divampato un incendio all’interno di un capannone adibito allo stoccaggio di rifiuti, alla periferia Nord di Milano. A settembre, a Mortara (Pavia) è andato a fuoco un capannone della ditta ‘Eredi Bertè’ che si occupa di smaltimento). A ottobre è stata la volta di un’azienda di stoccaggio dei rifiuti di Cinisello (Milano) e poi i due interventi, quasi in contemporanea, sempre in provincia di Pavia, prima per un’esplosione avvenuta all’interno dell’azienda ‘Salpo srl’, specializzata nel recupero, trattamento e riciclo di alluminio e carta, a Gambolò e, un paio di ore dopo, per l’incendio all’inceneritore della ditta ‘Lomellina Energia srl’ a Parona. Non è un caso se il Wwf ha ribattezzato l’area compresa tra Mortara, Corteolona e Parona ‘il triangolo della diossina’. Se nel 2017 in Lombardia ci sono stati 12 incendi che hanno riguardato aziende di stoccaggio, trattamento e smaltimento dei rifiuti, la metà si sono verificati proprio in quest’area, attorno a Pavia. Così, mentre ad agosto 2018 il ministro dell’Ambiente Sergio Costa firmava la circolare per far rientrare gli impianti che stoccano l’immondizia tra quelli controllati nei piani della prefettura, proprio a Pavia il prefetto aveva già fatto scattareun sistema di verifiche a sorpresa dopo l’escalation di incendi del 2017.

LA NATURA DEGLI INCENDI E LA PREVENZIONE – Rispetto alla natura degli incendi, Dattilo ha sottolineato le difficoltà nel capire se si tratti di roghi dolosi o colposi perché “le fiamme distruggono le cause”. Ma in molti casi è forte il sospetto che ci sia una chiara volontà di bruciare i rifiuti: “È chiaro che costa molto meno bruciare un chilogrammo di rifiuti piuttosto che avviare la stessa quantità a tutti i trattamenti previsti dalla legge”. Sul fronte della prevenzione degli incendi per Dattilo è fondamentale la collaborazione tra gli organismi di controllo che si scambino informazioni. “Il mio auspicio – ha spiegato – è che su questi impianti si facciano i controlli in maniera collettiva, in modo che le autorizzazioni siano univoche e le informazioni condivise”.

LA BUONA PRATICA DEL VENETO – E proprio sul fonte della prevenzione, in Veneto è stato avviato un progetto pilota realizzabile anche in altre regioni. La direzione Veneto dei Vigili del fuoco ha istituito l’ufficio per il monitoraggio degli impianti che effettuano attività di gestione dei rifiuti, con il proposito di estendere i tradizionali controlli anche alle imprese iscritte alle varie categorie e classi dell’Albo nazionale dei gestori ambientali, non esplicitamente incluse per legge tra le attività soggette a queste verifiche”. L’obiettivo è proprio quello di porre particolare attenzione alla sempre maggiore frequenza di incendi che interessano gli impianti di stoccaggio e di recupero dei rifiuti. “Accolgo favorevolmente l’auspicio del comandante Dattilo – ha commentato Vignaroli – rispetto a controlli collegiali e integrati tra i diversi organi: un fenomeno così complesso si può interpretare e contrastare solo attraverso un lavoro di squadra”.
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LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

Il titolo del thread non poteva essere più indicato. [:264]

Autore:  Ufologo 555 [ 25/02/2019, 11:10 ]
Oggetto del messaggio:  Re: LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

ANCHE BRESCIA E PROVINCIA NON SONO MESSE BENE, ANZI ....!


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Una discarica abusiva tra Calcinato e Mazzano: sul posto venivano anche bruciati rifiuti


Blitz delle Guardie Ecologiche Volontarie della Provincia di Brescia in Via Campagna a Calcinato, al confine con Mazzano: a seguito delle segnalazioni di alcuni cittadini è stata verificata la presenza di una discarica abusiva, utilizzata anche dai residenti di altri Comuni della zona. Nell'area ora posta sotto sequestro sono stati spesso effettuati anche dei roghi illegali di rifiuti, con tutte le conseguenze ambientali del caso.

I volontari sul posto hanno trovato davvero di tutto: dai semplici rifiuti casalinghi alla plastica al vetro, scarti di lavorazione e di edilizia. In loco sono state recuperate anche delle lastre di amianto. E poi tanti sacchi neri, ben sigillati, oltre alle tracce dei roghi citati poche righe fa.

Proprio all'interno dei sacchi sarebbero stati trovati i riferimenti a cittadini che abitano nei paesi vicini, veri e proprio “turisti” dei rifiuti. Della cosa è già stata informata la Polizia Locale: non si esclude un successivo esposto alla Procura, oltre a eventuali sanzioni per i non residenti che potrebbero essere stati identificati dagli “indizi” lasciati sul posto.

A conti fatti l'ennesimo allarme ambientale di provincia: cumuli di rifiuti in mezzo alla campagna, ai campi coltivati e a cascine abitate, con il rischio di contaminazione e la possibilità, tutt'altro che remota, della diffusione di diossina nell'aria, conseguenza dei “fuochi” non autorizzati.



http://www.bresciatoday.it/cronaca/calc ... C0ub6-RQ8E

Autore:  ArTisAll [ 06/03/2019, 00:20 ]
Oggetto del messaggio:  Re: LA TERRA DEI FUOCHI : UNA CERNOBYL ITALIANA

Terra dei fuochi, la Cedu avvia processo contro l’Italia dopo i ricorsi di cittadini e associazioni


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La Cedu ha accolto in via preliminare i ricorsi ricevuti da cittadini e associazioni che denunciano la violazione dei loro diritti alla vita e al rispetto della vita famigliare, sanciti dalla convenzione europea. I ricorrenti sostengono che lo Stato non abbia preso misure per ridurre il pericolo, nonostante fosse consapevole del rischio reale e immediato
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La Corte europea dei diritti umani ha avviato il processo contro il Governo italiano per il caso Terra dei fuochi, una vasta area della Campania (tra Caserta e Napoli) in cui nel corso degli anni lo smaltimento illegale dei rifiuti ha pesantemente inquinato l’ambiente. La Cedu ha accolto in via preliminare i ricorsi ricevuti da cittadini e associazioni, sono più di 3500 persone che hanno presentato 40 istanze collettive, che denunciano la violazione dei loro diritti alla vita e al rispetto della vita famigliare, sanciti dalla convenzione europea dei diritti umani. I ricorrenti sostengono che lo Stato non abbia preso misure per ridurre il pericolo, nonostante fosse consapevole del rischio reale e immediato.

Nei ricorsi presentati nel corso del 2015 si accusa l’Italia di aver violato l’articolo due della Convenzione europea dei diritti umani in cui è stabilito che “il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”. Inoltre, i ricorrenti chiedevano anche di condannare le autorità italiane per il mancato rispetto dell’articolo 10 della stessa Convenzione, quello che sancisce il diritto a essere correttamente informati. In quest’articolo, dedicato alla libertà d’espressione, è protetta anche la “libertà di ricevere o di comunicare informazioni”.

Il 18 gennaio scorso invece è arrivata una sentenza storica. Nel processo sulla discarica Resit di Giugliano in Campania la Corte d’appello di Napoli ha condannato l’avvocato e imprenditore Cipriano Chianese, ritenuto l’inventore delle ecomafie per conto del clan dei casalesi, a 18 anni di carcere, due in meno rispetto ai venti inflitti in primo grado per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti con l’aggravante mafiosa. Condannati anche l’imprenditore dei rifiuti Gaetano Cerci e il geometra Alfani Remo (consulente incaricato da Chianese per la redazione di relazioni tecniche). Assolti, però, molti altri imputati. Tra questi l’allora sub commissario all’emergenza rifiuti in Campania Giulio Facchi e altri imprenditori casertani. Nel verdetto nomi e responsabilità portate alla luce per la prima volta negli anni Novanta grazie alla determinazione del poliziotto Roberto Mancini, il primo a indagare sullo sversamento illegale di rifiuti speciali nella Terra dei fuochi. Un’indagine che gli è costata la vita. Proprio a causa del continuo contatto con i rifiuti tossici e radioattivi, nel 2002 gli fu diagnosticato un tumore. È morto nel 2014. Ha fatto in tempo a vedere, nel 2011, la riapertura delle indagini, ostacolate per diversi anni, ma non la sentenza di primo grado, arrivata solo nel 2016.

Nel gennaio del 2016 l’Istituto superiore di sanità, nel rapporto sulla situazione epidemiologica dei 55 comuni della Campania sottolineava che nella Terra dei fuochi ci si ammala e si muore di più per diverse patologie collegate in qualche modo allo smaltimento illegale dei rifiuti. “Una serie di eccessi della mortalità, dell’incidenza tumorale e dell’ospedalizzazione per diverse patologie, che ammettono fra i loro fattori di rischio accertati o sospetti l’esposizione a inquinanti emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani” si leggeva nello studio. Particolarmente a rischio la salute dei più piccoli, alle prese con “alcune criticità nel primo anno di vita: eccessi di bambini ricoverati per tutti i tumori in entrambe le province di Napoli e Caserta, ed eccesso di incidenza e di ricoverati per tumori del sistema nervoso centrale rispettivamente per la Provincia di Napoli e di Caserta“.
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