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 Oggetto del messaggio: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 17/10/2015, 13:39 
Apro questo thread nella speranza che diventi oggetto di studio relativamente ai "Mysteria", ovvero alle religioni misteriche del periodo ellenistico poiché li considero un ottimo punto di partenza per indagare sulla natura dell'universo, di noi stessi e degli "dei" esattamente come recita l'epitaffio presente presso l'oracolo di Delfi.

L'errore compiuto dalla società contemporanea 'scientista' è, a mio avviso, considerare il mondo "invisibile" come inesistente.

Gli antichi invece consideravano l'invisibile come esistente e ciò permise loro di avvicinarsi e conoscere realtà e saperi che oggi noi possiamo solo intuire con fatica ma la cui comprensione davvero può fornirci la chiave per sollevare definitivamente il velo di maya che separa le due dimensioni tra osservabile e non osservabile.

Inizierei postando il seguente articolo sui misteri eleusini. Ad Eleusi, nell'antica Grecia, venivano celebrati ogni anno i sacri Mysteria. Vi partecipavano uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari. Gli iniziati ottenevano la speranza, anzi la CERTEZZA, della vita dopo la morte.

Non ricevevano solo un insegnamento, ma avevano soprattutto una ESPERIENZA DEL DIVINO che cambiava la loro coscienza. Tornavano a vivere la loro vita di ogni giorno, non come membri di una setta religiosa, ma come uomini LIBERI DAL TIMORE DELLA MORTE.... penso che possiate ben intendere la forza delle implicazioni che quanto evidenziato in maiuscolo implichi...

I Misteri di Eleusi: l’incontro fra la vita e la morte
Autore: Stefano Arcella

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Le religioni dei misteri. 1.Eleusi, dionisismo, orfismo

Prima di entrare nel merito dei Misteri di Eleusi è bene chiarire al lettore il significato generale che, nel mondo classico, si attribuiva al sostantivo “Mysteria”.

Esso designa i segreti, ossia conoscenze inaccessibili, in ragione stessa della loro natura e della loro profondità, alla maggioranza degli uomini e riservate solo a quei pochi, dotati delle qualità intellettive e della sensibilità spirituale necessarie per accoglierle ed interiorizzarle. Un livello di conoscenza riservato a pochi eletti (ossia persone scelte secondo un criterio rigorosamente selettivo), quindi esoterico nel senso pieno del termine ed iniziatico in quanto concernente il percorso interiore per l’inizio di una nuova vita.

Gli antichi Elleni non concepiscono che si possa partecipare a chiunque, indistintamente e senza precauzioni, le dottrine spirituali e la stessa impostazione aristocratica – nel senso qualitativo dell’espressione – riguarda l’accesso alle arti ed alle scienze. Per essi la medicina e la stessa filosofia, nei suoi aspetti più profondi, restano scienze segrete. Per la medicina, abbiamo la testimonianza di Sorano, il quale nella sua Vita di Ippocrate, scrive:

“Ippocrate insegnava la sua arte a coloro che erano qualificati per apprenderla, facendo loro prestar giuramento… Infatti le cose sacre si rivelano a uomini consacrati: i profani non possono occuparsene, prima di essere stati iniziati ai sacri riti di questa scienza” (in V. Magnien, tr.it. I Misteri d’Eleusi, Edizioni di Ar, Padova, 1996, p.21).

Questo riferimento alla medicina può apparire estraneo all’argomento specifico delle religioni misteriche, per chi guardi le cose dal punto di vista della mentalità scientifica moderna che separa rigorosamente scienza e religione, ma non lo è affatto se ci si cala nella mentalità degli Antichi per i quali l’essere umano è un tutto unitario che si articola nei tre elementi costituitivi di soma, psyché e nous (corpo, anima e mente); la salute del corpo e dell’anima sono strettamente connesse, ogni squilibrio fisico riflette un disordine più profondo.

L’accesso alle dottrine spirituali più segrete è quindi la base per una migliore e diversa armonia dell’essere umano, anche sul piano fisico, poiché, come spiega Plotino nelle Enneadi, i piani dell’Essere sono distinti ma collegati. Per la filosofia sono illuminanti le testimonianze di Clemente d’Alessandria e di Giamblico sui Pitagorici e su Platone, nonché quella dell’imperatore Giuliano sugli Stoici.

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Stefano Arcella, I misteri del sole. Il culto di Mithra nell'Italia antica

“Non soltanto i Pitagorici e Platone – scrive Clemente d’Alessandria – nascondono la maggior parte dei loro princìpi dottrinali, ma gli stessi Epicurei dicono di avere dei segreti, e di non permettere a chiunque di consultare i libri nei quali sono esposti. D’altra parte ancora, secondo gli Stoici, Zenone scrisse alcuni trattati che essi non danno da leggere facilmente ai loro discepoli” (Stromata, V, 9).

“I più importanti e universali princìpi insegnati alla loro scuola – dice Giamblico – i Pitagorici li conservavano sempre in loro stessi, osservando un perfetto silenzio, in guisa da non svelarli agli exoterici, e affidandosi senza l’ausilio della scrittura, come divini misteri, alla memoria di quelli che dovevano succedere loro” (Vita di Pitagora, edizione Nauck, 32, par.226).

“Si ingiungeva a quelli del Portico di venerare gli Dei, di essere iniziati a tutti i Misteri, e di essere perfezionati dalle più sante iniziazioni (teletài)” (Giuliano, Orazioni, 108 a).

La filosofia aveva dunque, nel suo nucleo più interno, un carattere misterico e spirituale, comprendendo l’accesso a verità intuitive che trascendono il pensiero logico-discorsivo, ed analogo discorso può farsi per le arti figurative e per la poesia, che avevano tutte un’ispirazione sacra ed una radice misterica. Abbiamo voluto fare queste precisazioni generali affinché il lettore comprenda che questa impostazione misterica non era limitata a specifiche confraternite praticanti questo o quel culto, ma dava il tono generale a tutta una civiltà, in considerazione dello stretto legame che univa i vari aspetti della realtà alla luce di una visione del mondo e dell’uomo di carattere sintetico ed unitivo.

I Misteri si fondavano sempre su un mito, sulla narrazione di una vicenda divina avvenuta in illo tempore, in un tempo fuori del tempo, per dirla con l’espressione di Mircea Eliade, lo storico delle religioni che ha particolarmente evidenziato come il rito antico reiterasse e riattualizzasse una vicenda metastorica che si calava nella storia e nella quotidianità dell’uomo.

Il mito: Persefone negli Inferi e l’incontro delle due Dee.

Jean-Pierre Vernant, L'universo, gli dèi, gli uomini La fonte basilare per la conoscenza del mito che racchiude l’archetipo dei Misteri eleusini è l’Inno omerico a Demetra che canta come la Dea istituì i Misteri di Eleusi in occasione del suo soggiorno in questa città.

“Prima di partire, ella svelò ai sovrani amministratori della giustizia, a Trittolemo, a Diocle, il fustigator di cavalli, alla forza di Eumolpo, a Keleo, il conduttor di guerrieri, la perfetta celebrazione dei sacri riti; ella ammaestrò tutti negli òrgia venerabili… Felice chi fra gli uomini che vivono sulla Terra li ha contemplati! Chi non è stato perfezionato nei sacri Misteri, chi non vi ha preso parte, mai avrà, dopo morto, un destino simile al primo, oltre l’orizzonte oscuro” (Inni omerici, vv.473-482).

Il termine òrgia ha, nel greco antico, un senso diverso da quello comune di “orgia” nella nostra lingua; esso designava un intenso stato interiore in cui l’iniziato si sentiva immerso e quindi spinto ad una apertura di coscienza verso la dimensione del sacro, vissuta come un quid più profondo dell’uomo stesso, ossia come una “trascendenza immanente”. Le iscrizioni e le raffigurazioni mostrano costantemente la Dea Demetra in relazione coi Misteri di Eleusi. Associata a Demetra è Persefone, o Core, sua figlia. Le iscrizioni eleusine chiamano Demetra e Persefone “le due Dee” e gli autori antichi adoperano la locuzione “la madre e la figlia”.

Nel mito omerico Kore, nel mentre raccoglieva fiori nella pianura di Nysa, fu rapita da Plutone (Ade), dio degli Inferi. Demetra la cercò per nove giorni, durante i quali non gustò l’ambrosia, il nettare degli dei. Infine Elios (il Sole) le rivelò la verità: Zeus aveva deciso di dare in sposa Kore a suo fratello Plutone. Furibonda contro il sovrano degli dèi, Demetra non tornò sull’Olimpo. Nelle sembianze di una vecchia, si diresse verso Eleusi e si sedette vicino al Pozzo delle Vergini (allusione simbolica ad un rito di purificazione). Interrogata dalle figlie del re Celeo, dichiarò che il suo nome era Doso e che era sfuggita ai pirati, i quali l’avevano rapita a Creta.

Accettò poi l’invito di fungere da nutrice dell’ultimo figlio della regina Metanira. Entrò nel palazzo, si sedette su uno sgabello e restò a lungo silenziosa (allusione simbolica all’importanza rituale del silenzio mentale, come superamento del pensiero dialettico).

Infine una serva, Iambe, riuscì a farla ridere con i suoi scherzi grossolani. Demetra rifiutò la coppa di vino rosso offerta da Metanira e chiese del ciceone, mescolanza di orzo tritato, di acqua e di foglie di menta. La dea non allattò Demofonte, figlio del re al quale faceva da nutrice, ma gli soffregò il corpo con l’ambrosia e durante la notte lo nascose nel fuoco “come un tizzone” (allusione simbolica alla potenza purificatrice del fuoco e ad un probabile rito di iniziazione che si svolgeva in presenza di un fuoco rituale).

Il bambino assomigliava sempre più ad un dio, ma questo processo di rigenerazione fu interrotto dalla regina Metanira che una notte scoprì il figlio tra le braci e prese a lamentarsi. ”Uomini ignoranti, insensati, che non sapete vedere il vostro destino di ventura o di sventura!” esclama allora la Dea. Demofonte non potrà più sfuggire al suo destino mortale. L’epilogo del mito narra che Demetra, ritrova sua figlia Kore, grazie all’intervento di Zeus su Plutone, che riesce, però, ad introdurre nella bocca di Persefone un chicco di melagrana e la costringe ad inghiottirlo; ciò determina il ritorno annuale di Kore, per quattro mesi, presso il suo sposo nell’Ade. Demetra, dopo aver ritrovato sua figlia, acconsente a ritornare fra gli dèi e la terra si ricopre di vegetazione (allusione all’origine sacra e misterica dell’agricoltura). Prima di tornare sull’Olimpo, la dea rivela i suoi riti e insegna i suoi misteri a Trittolemo, Diocle, Eumolpo e Celeo.

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Le religioni dei misteri. 2.Samotracia, Andania, Iside, Cibele e Attis, mitraismo. Con testo a fronte

L’inno omerico menziona due tipi di iniziazione; più esattamente spiega i Misteri eleusini sia come ricongiungimento delle due Dee sia come conseguenza della mancata immortalizzazione di Demofonte. Demetra stava per trasformare un uomo in un dio, ma la trasformazione è bloccata dalla madre del bambino; il mito può leggersi come allusione al destino mortale dell’uomo, ad un processo di elevazione interrotto, che può essere completato solo attraverso un percorso misterico ed iniziatico, per coloro che sono idonei ad affrontarlo.

Demetra è la Terra madre, la “nutrice carissima”, colei che dona la perfezione della vita, che porta a compimento la vita in tutte le sue manifestazioni, dalle superiori alle inferiori e la virtù è la perfezione delle anime, secondo la testimonianza di Proclo (Sul Cratilo, 168). Demetra è colei che ha donato agli uomini l’agricoltura e, assieme ad essa, i Misteri.

La dea non ha fatto agli uomini due doni diversi, perché, stando alle fonti antiche, l’agricoltura è parte integrante dei Misteri. Varrone – secondo quanto ci riferisce Sant’Agostino – nel parlare dei misteri eleusini, non ha dato che ragguagli sull’agricoltura. Egli afferma, infatti, che molti particolari, nei Misteri, si riferiscono solo alla scoperta dei cereali (S. Agostino, La città di Dio, III,20). La coltivazione della terra è allo stesso tempo, simbolo e supporto per la coltivazione e l’affinamento della propria interiorità. In altri termini non si tratta solo di un simbolo, ma di una pratica estremamente concreta, ogni atto potendo essere il supporto di una elevazione interiore.

A questo riguardo, si può ricordare che nella vita del contadino è molto importante l’essere in sintonia con le forze cosmiche, con le quattro fasi della luna e con quelle del sole e, quindi, coi ritmi delle stagioni. L’uomo delle culture contadine sente la sua intima connessione col Tutto cosmico, l’interazione fra la sua azione e le forze cosmiche, a differenza dell’uomo moderno che si chiude nel suo guscio razionale ed individualistico, rimuovendo il suo legame con la vita e l’energia dell’universo.

Il potere di Persefone è complementare a quello di Demetra. Mediante i Misteri l’uomo riceve una nuova vita ed una nuova anima. Il potere che infonde la nuova vita iniziatica è lo stesso principio, Persefone, che dal seme affidato alla terra e nascosto in essa – quindi il seme nell’oscurità – fa nascere una nuova pianta, che fa discendere nella terra un’anima destinata a dare forma e vita ad un corpo umano, che fa morire gli uomini e regna sui morti, che riconduce le anime verso l’alto, per dare loro una vita nuova. Persefone è, al tempo stesso, la dea della vita e della morte, a dimostrazione dell’inestricabile nesso vita-morte che caratterizzava la visione del mondo e della vita presso gli Antichi, un nesso presente anche in altri filoni misterici, come quello mitriaco, in cui la spiga di grano – simbolo comune all’iconografia eleusina – nasce dalla coda o dal sangue del toro sacrificato.

“Proserpina rapita da Hades è l’energia di germinazione che viene ritratta quando il sole va verso il solstizio d’inverno” (G. Lido, Dei Mesi, 4,137).

Michael Baigent, Misteri antichi Esiste dunque un legame fra il ritrarsi dell’energia fecondatrice, la “morte del sole” fisico – che corrisponde alla nascita del sole interiore, quel “sole di mezzanotte” di cui parla Apuleio ne L’asino d’oro – e la discesa agli Inferi, ossia il viaggio dell’uomo nella profondità più oscura del suo essere, per trasformarla in creatività spirituale che poi sboccia e fiorisce con la primavera, i due aspetti, quello cosmico e quello interiore, essendo sempre collegati, poiché l’uomo è parte integrante del Tutto.

La correlazione fra vicenda mitica e vicenda dell’anima umana è ben presente nella coscienza degli Antichi. “Come Core, l’anima discende nella génesis – scrive Olimpiodoro – Come Dioniso, essa nella génesis si disunisce e si disperde. Come Prometeo e i Titani, è avvinta ad un corpo, dal quale si distacca, dopo essersi rinvigorita come Eracle. Essa si riunifica raccogliendosi grazie ad Apollo e Atena salvatrice, praticando in vera purità la Filosofia. Essa risale verso la sua origine con Demetra”. (Olimpiodoro, Commento al Fedone, ediz. Norvin, pag. 111).

La discesa agli Inferi di Persefone può essere letta – in base alla polivalenza dei simboli antichi – anche come la discesa dell’anima nel mondo della generazione, cui segue il passaggio dall’Uno al molteplice (lo smembramento di Dioniso) e poi lo sforzo di liberazione simboleggiato dalle fatiche di Eracle. Il ritorno all’Uno avviene grazie alla forza della luce spirituale (Apollo) ed alla sapienza iniziatica (Atena Salvatrice). Molteplici sono le varianti del mito, fra le quali quella secondo cui Persefone è figlia di Zeus e Demetra, ossia l’anima nasce dall’incontro fra il Principio virile olimpico e la Madre Terra, il principio femminile fecondatore, inteso come forza cosmica.

Non conosciamo i contenuti esperienziali dei Grandi Misteri, che si svolgevano nel mese di settembre-ottobre (Boedromione), ma è intuitivo ritenere che essi consistessero in una reiterazione esperienziale del mito della discesa agli Inferi di Kore, quindi in una esperienza di buio e di tenebre cui seguiva una esperienza di luce, una trasformazione dello stato interiore nella direzione dell’unificazione con la divinità. La rinascita della vegetazione era l’aspetto mitico rivissuto nei Piccoli Misteri celebrati nel mese di Antesterione, in primavera, segnati da purificazioni, digiuni e sacrifici; l’aspetto della manifestazione era quello minore, rispetto alla fase in cui si poneva il seme spirituale della nuova nascita, il seme che deve morire per fruttificare.

Un messaggio per l’uomo contemporaneo

I Misteri di Eleusi sono una preparazione al post-mortem, come Omero chiaramente ci dice. Gli Antichi – parliamo degli iniziati ai Misteri – mantenevano sempre viva la consapevolezza del nostro destino mortale e della necessità di prepararsi alla morte ed alle esperienze che l’anima dovrà affrontare nel post-mortem. Si può ricordare, a questo proposito, che presso i Tibetani e presso gli Egizi esistono – e sono ora ampiamente pubblicati e conosciuti – i Libri dei Morti, che venivano meditati in vita dalle élites sacerdotali per prepararsi alle prove dell’aldilà.

L’uomo contemporaneo è caratterizzato dalla rimozione, nella sua vita, della dimensione della morte; essa è messa, per così dire, fra parentesi, come se si dovesse vivere in eterno. Tutta la febbre del denaro, l’accumulazione di ricchezze, il fenomeno del consumismo – i bisogni artificiali indotti dalla pubblicità – si spiegano in questa chiave.

Il mondo moderno è la via degli attaccamenti, che sono – secondo le dottrine sapienziali di Oriente e d’Occidente – la radice, il seme della trasmigrazione nel ciclo delle rinascite, il ciclo della génesis di cui parlavano gli antichi Greci. La fuga dalla morte, il vedere una cerimonia funebre come qualcosa che riguarda gli altri, che non ci tocca direttamente è la strada di quella “possibilità inautentica” di cui parlava il filosofo Martin Heidegger, del quale si stanno studiando alcune affinità con le filosofie orientali.

I Misteri di Eleusi ci richiamano alla consapevolezza della nostra impermanenza, come base per una diversa scala di valori, per fondare un modo diverso, più limpido e distaccato, di guardare alla vita e quindi anche al vivere sociale. L’unione fra Cielo (Zeus) e Terra (Demetra), l’origine sacra dell’agricoltura, il nesso fra questa e i Misteri, ci richiamano alla coscienza dell’intima unità del tutto, della partecipazione dell’uomo ad un Tutto cosmico cui è legato da mille fili, dall’aria che respira ai frutti della terra di cui si nutre, all’acqua che gli è indispensabile, all’energia solare ed a quella della luna.

La base di una vera ecologia non può che essere di natura spirituale, in termini di visione del mondo; lo stravolgimento dell’ecosistema è, innanzitutto, un’alterazione delle forze cosmiche, delle energie universali i cui effetti si ritorcono a danno dell’uomo. La natura può essere trasformata, non distrutta. E’ l’uomo che pone le basi per la sua stessa distruzione.

La discesa agli Inferi, l’esperienza delle tenebre e poi della luce ci richiama alla necessità di conoscere sé stessi, di osservarsi, per vedere i propri limiti ed adoperarsi per superarli. I Pitagorici e gli Stoici praticavano l’“esame di coscienza” quotidiano, come momento di autoconoscenza e stimolo al perfezionamento morale; l’uomo moderno – coinvolto nel vortice di una vita frenetica – vive spesso nella meccanicità e nella distrazione e non prende coscienza dei suoi limiti e dei suoi errori. La comprensione, anche solo intellettuale, della spiritualità misterica può essere un validissimo aiuto per un diverso atteggiamento esistenziale che dia un senso alla vita.

http://www.centrostudilaruna.it/misteridieleusi.html


Nell'articolo postato sui misteri eleusini ci sono contenuti molto importanti anche di carattere ecologico...

Proviamo ad approfondire i contenuti presentati nell'articolo... poiché io vi vedo una grande potenzialità anche come base di pensiero per realizzare un mondo migliore possibile... se non nel macro, quantomeno nel nostro microcosmo poiché ritengo che questo tipo di insegmanento e di pensiero possa essere la base filosofica di pensiero necessaria per supportare altri aspetti della nostra società... ivi compresa l'economia (decrescita felice e ritorno a un sistema economico fondato su altri valori)

Questo senza tralasciare l'aspetto FONDAMENTALE della metafisicità e della conoscenza attraverso i mysteria del mondo "invisibile" citato nel post di apertura



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 17/10/2015, 13:42 
Questo che segue è il limite che la nostra società si è autoimposta a livello di pensiero dall'800 in avanti limitando di fatto l'uomo a una visione prettamente focus oriented sul visibile... il che ha portato al dissesto e all'allontanamento da tutta una seria di aspetti legati a misticismo e spiritualità che invece sarebbero necessari per ritornare all'equilibrio e all'armonia dell'età dell'oro arcadica

Scientismo

Il particolare atteggiamento intellettuale di chi ritiene unico sapere valido quello delle scienze fisiche e sperimentali, e svaluta quindi ogni altra forma di sapere che non accetti i metodi propri di queste scienze. Il termine fu coniato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento e si diffuse poi altrove, avendo di volta in volta significato positivo o negativo: si designarono polemicamente come scientisti (e di conseguenza come antimetafisici) i positivisti (per es., H. Taine); di contro impiegarono spregiativamente il termine coloro che, come E. Boutroux, vedevano nel determinismo positivistico e nell’affermazione dell’oggettiva necessità delle leggi naturali, estese anche al mondo umano, l’espressione di un rigido dogmatismo. Oggi il termine è usato solo nel suo significato negativo a indicare l’indebita estensione di metodi scientifici ai più diversi aspetti della realtà.

http://www.treccani.it/enciclopedia/scientismo/



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 17/10/2015, 13:47 
«Conosci te stesso»
Autore: Roberto Rossi

Prendendo spunto da una richiesta rivoltami qualche tempo fa da Viviana D., colgo l’occasione per fare gli auguri per il 2013 con un post di approfondimento sulla notissima massima sapienziale γνῶθι σ(ε)αυτόν («conosci te stesso»).

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La morte di Socrate (J. Louis David 1787)

«Conosci te stesso» era scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi (insieme con l’invito alla moderazione, espresso nel motto: μηδὲν ἄγαν, «nulla di eccessivo»): in questo modo l’oracolo di Apollo – con l’efficacia mediatica che avevano a quel tempo i santuari – rivolgeva all’uomo di allora (e di sempre…) l’invito a indagare dentro di sé, per scoprire che l’essenza della nostra vita è dentro, non al di fuori di noi.

Una valorizzazione dell’interiorità che offrirà motivi di riflessione a Socrate, che sulla conoscenza di se stesso costruirà uno dei cardini del suo pensiero.

E proprio Socrate, nel Protagora platonico (343ab), racconta l’origine di tale iscrizione, che risalirebbe alla tradizione dei sette sapienti:

Tra gli antichi vi furono Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Priene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene e il settimo tra costoro si annoverava Chilone di Sparta: tutti quanti furono ammiratori, appassionati amanti e discepoli dell’educazione spirituale spartana. E che la loro sapenza fosse di tale natura lo si può capire considerando quelle sentenze concise e memorabili, che furono pronunciate da ciascuno, e che, radunatisi insieme, essi offrirono come primizie di sapienza ad Apollo, nel tempio di Delfi, facendo scolpire quelle sentenze che tutti celebrano: Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν).

Nell’antichità, in effetti, c’era grande incertezza nell’attribuire la paternità di sentenze del genere: in particolare il γνῶθι σαυτόν è attribuito da molti testimoni allo spartano Chilone. Clemente Alessandrino osserva che «secondo alcuni è espressione di Chilone, secondo altri di Camaleonte, mentre secondo Aristotele è della Pizia» (la sacerdotessa del santuario di Apollo a Delfi).Camaleonte, a sua volta, lo attribuiva a Talete, mentre Diogeniano (II sec. d. C.) lo attribuisce a Solone. E così via.

Diodoro Siculo, che cita il motto all’interno di un pensiero un po’ più ampio («Uomo, non essere superbo, conosci te stesso, vedi che la sorte è signora di tutti» ἄνθρωπε, μὴ μέγα φρόνει, γνῶθι σαυτόν, ἰδὲ τὴν τύχην ἁπάντων οὖσαν κυρίαν), lo riferisce come una delle “espressioni dei sapienti di un tempo” (τῶν πάλαι σοφῶν ἀποφάσεις).

«Conosci te stesso». È una raccomandazione solo apparentemente banale, come osserva un filosofo anonimo citato da Fozio: «sembra essere la cosa più facile, e invece è la più difficile di tutte», infatti τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι «conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

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Delfi, il tempio di Apollo un tempo sede dell’oracolo

L’invito a guardare dentro di sé, γνῶθι σαυτόν godrà poi di grande fortuna anche presso i Cristiani: ad esempio, Gregorio di Nissa (De mortuis non esse dolendum 9.40) invita a guardare dentro di sé, perché è da questa indagine che emerge ciò che veramente uno è, mentre invece se si guarda all’esterno non si potrà mai cogliere la propria vera essenza (γνῶθι σεαυτὸν ἀκριβῶς τίς εἶ, διαστείλας τῷ λογισμῷ τί μὲν ἀληθῶς εἶ σύ, τί δὲ περὶ σὲ καθορᾶται. Μήποτε τὰ ἔξω σοῦ βλέπων σεαυτὸν καθορᾶν νομίσῃς).

In ambiente suggestionato dal neo-pitagorismo troviamo l’interessante variante γνῶθι θεόν, ἵνα γνῷς καὶ σαυτόν «conosci Dio, per conoscere anche te stesso» (Sententiae Sexti 577 Chadwick), che ritorna, ampliata, nel trattato Ad imaginem Dei et ad similitudinem (attribuito a Gregorio di Nissa): «se vuoi conoscere Dio, devi prima conoscere te stesso: parti dalla comprensione di te stesso, dal tuo modo di essere, dal tuo intimo. Entra, sprofondandoti in te stesso, scruta nella tua anima, per individuare la sua essenza e vedrai che tu sei fatto a immagine e somiglianza di Dio».

L’idea per questo rapido approfondimento sul tema del γνῶθι σαυτόν mi è stata suggerita da una (per me) misteriosa rielaborazione della massima delfica, citata da più parti nella rete: internet è un pozzo inesauribile, si sa, ma non è tutto oro…

Basta una rapida ricerca con google per trovare da molte parti (compresa wikipedia), spesso in epigrafe, l’ampliamento del γνῶθι σαυτόν che propongo qui di seguito, che costituirebbe il messaggio dell’oracolo al pellegrino, proprio all’ingresso del santuario di Delfi:

Ti avverto, chiunque tu sia. Oh, tu che desideri sondare gli arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli dei. Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo degli dei.

[Non so da dove possa derivare questa frase, che rimbalza da un sito all’altro – sempre con le stesse identiche parole – e che ho cercato inutilmente, consultando il Thesaurus Linguae Graecae di Irvine. In greco non mi risulta attestata: non ne ho trovato la minima traccia in nessuna opera e in nessun autore dell’antichità, così come non vi è traccia nelle attestazioni epigrafiche a me note. Ho la netta impressione che possa trattarsi di una bufala, che si autoalimenta moltiplicandosi negli snodi della rete (a meno che non derivi da tradizione non greca: orientale o araba che sia, ma ho qualche dubbio al proposito). Se qualcuno avesse qualche informazione in più, giungerebbe molto gradita, e non solo a me, presumibilmente!].

Concludo l’excursus sul tema del «conosci te stesso» con un epigramma in distici elegiaci di Pallada (un poeta di Alessandria d’Egitto del IV secolo d.C.):

Εἰπέ, πόθεν σὺ μετρεῖς κόσμον καὶ πείρατα γαίης
ἐξ ὀλίγης γαίης σῶμα φέρων ὀλίγον.
Σαυτὸν ἀρίθμησον πρότερον καὶ γνῶθι σεαυτόν,
καὶ τότ᾽ ἀριθμήσεις γαῖαν ἀπειρεσίην.
Εἰ δ᾽ ὀλίγον πηλὸν τοῦ σώματος οὐ καταριθμεῖς,
πῶς δύνασαι γνῶναι τῶν ἀμέτρων τὰ μέτρα;

Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo,
come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?

(Antologia Palatina, XI 349)

http://www.grecoantico.it/home/antropol ... te-stesso/



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 17/10/2015, 14:18 
Infine, per il momento, un articolo che sottolinea (ed è da approfondire) lo stretto legame tra esoterismo egiziano e mysteria...

"Le antiche scuole misteriche"

I nomi di Dioniso, Orfeo, Iside, Osiride, Demetra e di numerose altre figure mitologiche, sono accomunati dalla peculiare caratteristica di essere stati ispiratori dai culti misterici molto affini tra loro seppur separati da notevoli distanze spaziali e temporali (tali culti sono conosciuti oggi anche come "religioni misteriche").

Questi culti si differenziavano dalle religioni ufficiali in quanto erano praticati da gruppi ristretti (spesso appartenenti a classi subalterne, includenti anche donne e schiavi), prevedevano delle iniziazioni rituali, e professavano la dottrina della rinascita e della possibile conquista dell'immortalità per l'essere umano, non a caso erano in genere collegati al culto della terra e ai cicli della Natura.

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Immagine di Ermete Trismegisto del 1482

I culti misterici erano strettamente di natura esoterica, cioè trattavano di tematiche occulte ai molti e riservate a pochi (gli iniziati) i quali erano tenuti al più rigoroso silenzio, come ci testimonia lo stesso significato etimologico sia del termine "misterico" che del termine "esoterico"; dal caleidoscopico "forum di Febo" (alla pagina www.iltempiodifebo.com/PNphpBB2-viewtop ... .html) leggiamo infatti che:

il termine misterico deriva dal greco Mystes ("Iniziato"), che, con ogni probabilità, deriva, a sua volta, dal verbo "myein", che significa "preservare la segretezza", tenendo occhi e bocca chiusi ;

esoterico proviene probabilmente dal termine greco "esoterikos", che eredita il suo significato dal verbo "eisoteo" (lett. far entrare), che da anche il senso di interno e segreto (dal verbo latino "secerno" che vuol dire mettere da parte, separare). Il verbo "eisoteo" (far entrare) presuppone già in sè anche la necessità dell'iniziazione, e cioè di aprire una porta e di offrire agli uomini la possibilità di penetrare l'interiore attraverso l'esteriore.

Culto osirideo (Osiride )

Nei santuari dei templi iniziatici egiziani - inaccessibili ai profani - si svolgeva il complesso rituale simboleggiante la morte e la risurrezione di Osiride (ucciso e smembrato dal fratello Seth e ricomposto e resuscitato dalla moglie Iside). L'iniziato si riproponeva di vincere la morte come Osiride (Dio solare), ed aprire gli occhi sulla Realtà immortale.

Culto isiaco (Iside)

Strettamente imparentati ai precedenti, i Misteri di Iside ebbero maggior diffusione nel bacino del Mediterraneo. Venivano festeggiati in parte pubblicamente e in parte in assoluto segreto: nei riti pubblici si rappresentava teatralmente la ricerca da parte di Iside dei resti del suo sposo Osiride, mentre nelle cerimonie segrete si eseguivano funzioni sacre, sacrifici, lavande rituali (precedute da pratiche di purificazione e castità) che portavano all'iniziazione vera, passata la quale all'iniziato veniva data una tonaca di lino nuova: la "veste della Dea".

Iside fu considerata la Sapienza personificata, dispensatrice delle conoscenze supreme, i suoi fedeli potevano dormire nei templi a lei dedicati e ricevere in sogno consigli di guarigione e di vita. Per la dea, oltre a sacerdoti di sesso maschile dal cranio rasato (simbolo di sottomissione), celebravano i riti due ordini di sacerdotesse, le vergini e quelle che praticavano la prostituzione sacra.
Famosa è l'iscrizione del suo tempio a Sais: "Io sono ciò che fu, è, o sarà, e nessun mortale ha ancora sollevato il mio velo".

Apuleio nell'Asino d'Oro descrive la sua iniziazione per bocca del protagonista Lucio: "Mi avvicinai ai limiti del trapasso, calpestai la soglia di Proserpina (la morte), e ne ritornai passando attraverso tutti gli elementi; nel mezzo della notte, vidi il sole brillare del suo meraviglioso splendore; mi avvicinai agli dei infernali, agli dei celesti; li contemplai viso a viso; li adorai da vicino".

Culto dionisiaco (Dioniso)

Dioniso (Bacco per i latini) è una divinità enigmatica che ha anche degli aspetti terrifici e crudeli (come lo Shiva indiano); il suo culto è certamente una delle più antiche religioni misteriche della Grecia.

Nei riti dionisiaci vi era un corteo, tìaso, costituito da sole donne (le baccanti) che percorrevano le campagne scuotendo i capelli, urlando e danzando, accompagnate dalla forte musica di timbali, cembali e flauti, il tutto terminava con un sacrificio cruento o una cerimonia orgiastica. Dioniso divenne patrono della bella vita e dell'eterna ebbrezza così come della musica, del teatro, delle arti visive, delle feste e dei banchetti. Ciò che si promette all'iniziato è la beatitudine ultraterrena, i riti sviluppavano una fusione col dio mediante la trance; come nello Shivaismo il fallo è qui simbolo divino.

Analoghi ai misteri dionisiaci erano quelli di Sabazio e della sua compagna Anaitis, con rituali simili a quello di Attis e Cibele.

Misteri eleusini (Demetra)

I Misteri di Eleusi (città presso Atene dove erano svolte le cerimonie) erano consacrati al mito di Demetra e Kore (ved. incontro n° 159); avevano una dimensione istituzionalizzata e ufficiale. Nei misteri si celebrava la rappresentazione di un matrimonio sacro tra la vergine del grano Persefone (Kore) ed il dio degli inferi Plutone o Ade.

Si distinguevano i "piccoli" e i "grandi" misteri, a cui corrispondevano due classi di iniziati: i mystai e gli epòptai.

Culti orfici - Orfismo (Orfeo)

I Misteri Orfici avevano la peculiarità di un impianto dottrinale accurato e approfondito, con una precisa cosmogonia che somiglia molto a quella egizia o indiana, e da cui attingerà anche Platone.

La leggenda di Orfeo, cantore tracio in grado di incantare gli animali e persino le piante e le rocce, si incentra sulla sua discesa agli inferi per recuperare la mogie Euridice e sulla sua morte per smembramento ad opera delle baccanti (ripercorrendo così la morte di Dioniso Zagreo, smembrato dai Titani ).

Nella cosmogonia orfica si parla della Notte che produce l'Uovo del mondo, le cui due metà formano il Cielo e la Terra, e si considera l'anima umana rinchiusa nel corpo come in una prigione, trasmigrante continuamente da un essere all'altro in un ciclo senza fine che solo l'iniziazione può spezzare. Il Pitagorismo (paragonato alla moderna Massoneria) sarà strettamente imparentato con l'Orfismo. Profeta del Neo-orfismo ed il Neo-pitagorismo fu invece il misterioso Apollonio di Tiana, sorta di conte di Saint-Germain greco.

Culto di Cibele e Attis

Cibele era una divinità di origine anatolica, diffusasi poi in tutta l'Ellade, che rappresentava la Grande Madre generatrice dell'intero Universo (in Grecia venne assimilata a Rea, moglie di Crono).

Al centro delle cerimonie sacre vi era la sacra rappresentazione del consorte di Cibele, il giovane dio Attis, che prima moriva (per evirazione) e poi veniva fatto risorgere. I riti iniziavano con sette giorni di digiuno e poi aveva luogo una processione nella quale veniva portato a spalle un pino tagliato fresco, simboleggiante Attis. Dopo un giorno di lamentazioni per il dio defunto, seguiva un rito in cui sacerdoti e giovani iniziandi si laceravano le vesti e si straziavano le carni, dopo aver danzato sfrenatamente a ritmo di tamburi.

Al culmine del rito una voce roboante esclamava: "Gioite, o iniziati, perchè il dio è stato salvato, e noi pure! Dopo tanti travagli troveremo la salvezza!"

Culto mitraico (Mithra)

La religione di Mithra - Dio della Luce celeste - ha origine iraniana ed è strettamente legato allo Zoroastrismo; venne importata nell'Impero Romano dai legionari romani in virtù del valore conferito al coraggio militare, e fu uno dei maggior rivali del Cristianesimo.

Il culto si celebrava in santuari sotterranei, per lo più grotte, e gli iniziati erano distinti in sette gradi - Corvo (corax); Occulto (cryptius); Soldato (miles); Leone (leo); Persiano (perses); Corridore del Sole (heliodromus); Padre (pater) - e dovevano subire prove di grande severità a cui le donne non erano ammesse (si dice vi fossero 80 punizioni da cui l'iniziando era tenuto a passare...).

La preghiera a Mithra era così formulata: "Salute a te, Signore, padrone dell'acqua, salute a te, sovrano della terra, principe dello spirito! Signore, ritornato alla vita, passo in questa esaltazione, e in questa esaltazione muoio; nato al nascimento che dà la vita, sono liberato nella morte e passo nella via da te ordinata, secondo la legge che tu hai stabilito e il sacramento che hai istituito".

http://www.raphaelproject.com/conferenz ... nc_158.htm



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 18/10/2015, 16:05 
Un certo "sapere" non può essere rivelato a tutti non perché celi chissà quali segreti o "formule magiche" ma lo stato "d'essere" del neofita
deve essere già "predisposto" verso quel sapere,altrimenti la comprensione che ne avrebbe sarebbe all'opposto del sapere stesso
C'è anche un "linguaggio" particolare,dei segni da scambiare fra gli adepti in modo che anche a distanza di km un "fratello" possa riconoscere un'altro
fratello
Il linguaggio,è importante quale "lingua" si parli all'interno della congrega,tutto viene criptato,associando a figure di animali o cose o dei un
significato che ai più non dice niente ma a un iniziato dice tutto
Per esempio,quando dico a un neofita;seguimi, perché se crederai in quello che sto per svelarti sarai libero,arriverai a un punto tale che vedrai "l'asino volare via"
Per la maggior parte delle persone è una frase senza senso,priva di logicità,fantasia ma per un iniziato invece sono parole d'oro.Egli sa che l'asino
viene associato alla "materialità"più bieca,stupidità,testardaggine,ostinatézza etc..,"vederlo" volare via è la conquista maggiore che un'uomo possa ottenere, perché se "vede" l'asino volare via allora si è liberato della materialità


Omero nell'odissea (capolavoro gnostico) fa la stessa cosa,"camuffa" un sapere che ai più deve risultare una storiella ma per chi sa leggere o ascoltare è fonte di conoscenza.
L'eroe Ulisse è un "RE" ma re di se stesso,le sue vere armi sono l'intuito e la volontà,la scaltrezza nel "discernere"ciò che è "buono" da quello che non lo è
Avventurandosi nella vita terrena egli comprende che l'umanità è in mano al volere degli "dei",che una volta danno e tre volte prendono,esigono attenzione e riverenza dall'uomo ,vincolano il destino come se fosse inevitabile

Polifemo rappresenta la realtà che "vediamo",si nutre di umani,essere mangiati accade a chi si identifica con la realtà
Possiede un solo occhio posto al centro della fronte (lo stesso che ritroviamo nel dollaro americano)quell'occhio non serve per
vedere ma è la "fonte" da cui viene proiettata l'illusione della realtà che viviamo
Ulisse sa bene che non servirebbe a nulla "ucciderlo"altrimenti rimarrebbe bloccato nella materia ,l'unica cosa da fare è "usare il ciclope"
(materia)lo inganna con lo stesso "nettare" che gli dei "donarono" all'uomo, il vino,gli dei lo donarono per rendere più "mansueti" gli uomini,
poi lo acceca con un tronco di ulivo,non lo uccide avrebbe potuto ma non lo fa,perché sa bene che per "scappare" ha bisogno del ciclope ,quindi
la materia ci serve per essere usata a nostro vantaggio e non farci usare


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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 19/10/2015, 13:08 
I Misteri Eleusini
di Attilio Quattrocchi

I più famosi misteri greci furono quelli che si celebravano ad Eleusi, una città di origine micenea le cui remote tradizioni religiose vennero nel tempo progressivamente integrate con quelle della vicina città di Atene.

Eleusi, distante appena una ventina di chilometri dalla più potente città dell’Attica, fu celebre in tutta l’antichità per il santuario di Demetra e Kore, costruito sull’estremità sud-orientale dell’acropoli sin dal 1500 circa avanti Cristo, periodo a cui si deve già riferire la costruzione del telesterion, la sala destinata alle iniziazioni misteriche.

Parzialmente distrutto durante le guerre persiane, il tempio fu ricostruito da Cimone (480-450 a.C.), ampliato da Pericle e dai Romani, fu saccheggiato e chiuso dai Cristiani con l’editto di Teodosio (381 d.C.) e distrutto definitivamente da Alarico nel 396.

È stato riportato alla luce con scavi archeologici intrapresi dal 1817.

Tale era la fama dei misteri di Eleusi che Pausania affermò:

“I Greci più antichi consideravano i misteri di Eleusi tanto superiori in onore a tutti gli atti che riguardano la religione, quanto gli dèi sono superiori agli eroi”

(Pausania, 10, 31, 11; Colli, v. I, p.115)

Lo stesso Cicerone, nel mondo latino, celebrò i misteri e riferì ad essi, oltre all’incivilimento dei costumi umani, la conoscenza del ‘principio della vita’ e la speranza di una felice sopravvivenza dopo la morte. Infatti così dice:

“…e d’altra parte nulla di meglio di quei misteri, che ci hanno affinati e addolciti da una vita rozza e feroce a una cultura umana, e le iniziazioni (initia), come vengono chiamate. Così in verità abbiamo conosciuto i princìpi della vita e non solo abbiamo ricevuto con letizia la ragione del vivere, ma anche con una speranza migliore quella del morire”.

(Cicerone, Sulle leggi, 2, 14, 36)

IL MITO

A causa del segreto che veniva imposto agli iniziati le notizie che ci sono giunte circa le ‘sacre cerimonie’ sono scarse e per giunta molte di esse sono di provenienza cristiana, quindi non del tutto affidabili a causa della prospettiva critica della nuova religione di origine palestinese nei confronti delle religioni ‘pagane’.

Il documento scritto più antico circa i misteri eleusini è costituito da un inno ‘omerico’ a Demetra(Δημήτηρ), la dea delle messi che i latini identificarono con la loro ‘Cerere’ (Ceres, Cereris), che si fa risalire al VII secolo avanti Cristo.

Esso fa riferimento al mito fondativo del tempio: esso racconta come alla Dea venisse rapita la figliaCore (Κόρη = figlia, fanciulla), nota anche comePersefone (Περσεφόνη) – che i latini chiameranno Proserpina – ad opera del dio degli Inferi, Ade (Αιδης, Plutone).

Vagando disperata alla sua ricerca, Demetra (il cui nome significa: la Terra Madre) giunse appunto ad Eleusi, ove venne ospitalmente accolta dalla famiglia del re.

La dea per gratitudine volle nascostamente rendere immortale il figlio del sovrano attraverso una sacra immersione nel fuoco ma, la madre del bimbo, avendo scorto il rito, atterrita ruppe l’incantesimo.

Demetra continuò a vagare alla ricerca della figlia e nel pieno della collera per non averla rinvenuta causò una terribile carestia; ciò portò alla fine ad un accordo con Ade in base al quale Persefone avrebbe trascorso tre quarti dell’anno con la madre sulla Terra e l’altro quarto agli Inferi con lo sposo.

È evidente la simbologia relativa al ciclo vegetativo e tale correlazione è sottolineata dal particolare che il mito racconta secondo cui fu la Dea stessa ad insegnare a Trittolemo la coltivazione del grano.

In effetti le fonti ci confermano che al culmine della iniziazione eleusina si mostrava all’adepto, in silenzio, una spiga di grano.

I GRADI INIZIATICI E LE PROVE

I sacerdoti che conducevano le iniziazioni erano diversi da quelli che operavano nel vicino tempio di Demetra Eleusina; essi erano chiamati ‘mistagoghi’, cioè coloro che guidano i misti ed appartenevano a due famiglie che svolgevano il compito da antica tradizione: gli Eumolpidi ed i Kerici. Colui che presiedeva al rito era lo ‘ierofante’ (letteralmente: colui che mostra, fa apparire le cose sacre) che poteva essere anche una donna: in una iscrizione che ci è pervenuta, infatti, si parla di una ‘madre santa che mostrava la teletè delle dee” con chiaro riferimento a Demetra e Kore (CIA, III, 737). Alla cerimonia partecipava anche un dedukòs, un portatore di fiaccola.

Lo studioso Victor Magnien ha distinto, sulla base delle fonti, tre gradi iniziatici: quello deiPiccoli Misteri, quello dei Grandi Misteri e quello della Epopteia.

La gerarchia sacerdotale sembra corrispondere alle diverse fasi del processo iniziatico e alle connesse diverse funzioni: i sacerdoti che dovevano accogliere i neofiti dovevano aver ricevuto una iniziazione particolare, definita holoclere (da ολόκληρος = completo) che conferiva il potere di purificare; al secondo grado gerarchico c’erano i sacerdoti che potevano conferire la teletè e che per svolgere tale funzione avevano ricevuto la ‘iniziazione sacerdotale’; infine c’erano i sacerdoti che potevano conferire la epopteia in quanto titolari di una iniziazione ‘ierofantica’.

Quindi ai tre gradi iniziatici corrispondevano esattamente i tre gradi d’ufficio sacerdotale. Al di sopra di tutti c’era un supremo sacerdote indicato dalle fonti con nomi diversi.

Per ciò che concerne il rito ben pochi sono gli elementi che conosciamo attraverso specifiche testimonianze. Da Clemente Alessandrino sappiamo, ad esempio, che l’iniziato all’atto della cerimonia recitava la formula (synthema):

“Ho digiunato, ho bevuto il ciceone (kikéon), ho preso gli oggetti dal cesto (kiste) , ho lavorato e ho rimesso nel cesto alto (kàlathos) e da lì nell’altro cesto (kiste)”.

(Proptrettico, 2, 21, 2)

Il ciceone era una bevanda fatta con farina e menta; quanto al ‘lavorare’, gli studiosi sulla base di un testo di Teofrasto, l’interpretano come il macinare del grano in un mortaio: tutti atti cui si dava evidentemente un significato simbolico.

Da Ippolito è testimoniato che:

“…gli ateniesi, nell’iniziazione di Eleusi, mostrano a coloro che sono ammessi al grado supremo il grande e mirabile e perfettissimo mistero epoptico in silenzio: la spiga di grano” e poi continua enigmaticamente:

“…lo ierofante in persona… che si è reso impotente con la cicuta e si è staccato da ogni generazione carnale, di notte ad Eleusi, in mezzo alla luce delle fiaccole, nel compiere il rituale dei grandi ed ineffabili misteri, grida e urla proclamando: Brimò, la Signora, ha generato il sacro fanciullo Brimos…”.

(Ippolito, Confutazione, 5, 8, 39-40)

Per alcuni studiosi il grido dello ierofante sembra riferirsi alla nascita di Iacchos/Baccodalla madre Persefone.

Il candidato passava attraverso una serie di prove che servivano a vagliarne le capacità e, sembra, soprattutto il coraggio, necessario per sostenere le visioni a volte sconvolgenti che venivano indotte nel processo iniziatico stesso. Proclo, ad esempio, ha così testimoniato:

“…nelle teletai i misti, poiché vedono delle apparizioni indicibili e dei simboli terrifici, divengono più atti a ricevere l’iniziazione ed hanno più vivo il desiderio di riceverla”

(Proclo, in Plat. Alcib., ed. Creuzer, p. 61)

In un’altra opera lo stesso filosofo ha scritto:

“Come nella più santa delle iniziazioni, i misti, si dice, incontrano la prima genesi, vedendo apparire dinanzi a loro dèi dagli aspetti molteplici e dalle molteplici forme, ma, essendo abili e fortificati dalla teletè, ricevono nel loro seno l’illuminazione”; ed ancora:

“Gli dèi presentano molteplici forme, spesso mutando apparenza. Talvolta presentano una fiamma di forma indeterminata, talvolta una fiamma in forma di uomo, talvolta in altra forma. E ciò ci è trasmesso dalla mistagogia di origine divina”.

(Proclo, in Polit., p. 379)

Infine lo stesso autore ribadisce in un altro passo:

“Per gli stessi motivi, nelle più sante delle iniziazioni, dinanzi alla presenza di un dio, simboli di demoni ctoni appaiono e spettacoli che turbano coloro che vengono iniziati… Così gli dèi ordinano di non guardarli prima di prima di essere fortificati dalle forze che vengono dalle iniziazioni”.

(Proclo, in Plat. Alcib., ed. Creuzer, p. 39)

L’ EPOPTEIA

Immagine
Eleusi: “telesterion” – sala delle iniziazioni

Il grado ‘epoptico’, il terzo e quello culminante della iniziazione, è rimasto, significativamente, meno testimoniato. Il miste vi veniva ammesso ad un anno di distanza dall’iniziazione ai Grandi Misteri.

In effetti così definisce gli epopti l’ antica ‘enciclopedia’ Suida:

“Coloro che ricevono i Misteri si chiamano all’inizio ‘misti’ e, un anno dopo, epopti ed efori (cioè ‘sorveglianti’)”.

(Cit. dall’ Enc. delle Rel., Vallardi, 1128)

Plutarco, parlando di Demetrio che aspirava a ricevere contemporaneamente le tre iniziazioni, scrive:

“Ora ciò non era permesso e mai prima si era fatto, ma i Piccoli Misteri si celebrano nel mese di Antesterione e i Grandi nel mese di Boedromione. L’epoptica si riceveva, poi, al più presto un anno dopo i Grandi Misteri”.

(Plutarco, Demetrius, 26, apud Magnien)

Forse il testo più utile, anzi per molti aspetti ‘fondamentale, per comprendere la ‘natura’ dell’esperienza ‘epoptica’, sempre di Plutarco, è il seguente:

“L’anima al momento della morte, prova la medesima impressione provata da coloro che sono iniziati ai Grandi Misteri. La parola e la cosa si somigliano: si dice ‘teleutàn’ (morire) e teléisthai (essere iniziato). Prima vi sono delle cose a caso, penosi ritorni, inquietanti cammini interminati attraverso le tenebre. Poi, prima del termine, il fragore è al colmo, il brivido, il tremito, il sudore freddo, lo spavento. Ma poi una meravigliosa luce si offre agli occhi, si passa in puri luoghi e in praterie, dove risuonano voci e danze. Parole sacre e divine apparizioni ispirano un religioso rispetto. Allora l’uomo, perfetto ed iniziato, divenuto libero e passeggiando senza costrizione, celebra i Misteri con una corona sul capo, vive con gli uomini puri e santi, vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pressarsi nella palude e nelle tenebre e, per timore della morte, attardarsi nei mali, per l’errore di credere nella felicità di laggiù”.

(Plutarco, fr. 178, Sandbach, Stobeo, 4, 52, 49; Colli, p.113)

E Apuleio fa dire ad un iniziato sostanzialmente le medesime cose collegando l’esperienza del distacco dell’anima dal corpo con la ‘visione’ mistica ottenuta con il santo rito. Lateletè permette agli iniziati di non avere lo stesso terrore della morte che prova l’uomo comune poiché essi l’esperienza della morte l’hanno provata già da vivi e sanno che essa è solo un passaggio ed il preludio di una possibile felicità ultraterrena nel mondo degli dèi:

“Raggiunsi il confine della morte, dopo aver varcato la soglia di Proserpina fui condotto attraverso tutti gli elementi, e ritornai indietro. A metà della notte vidi un sole lampeggiante di fulgida luce. Mi presentai al cospetto degli dèi inferi e degli dèi superni, e proprio da vicino li venerai”

(Apuleio, Metamorfosi, 11, 23; Colli, p. 113)

Il mutamento di coscienza che avveniva nell’iniziato era straordinario; egli viveva dopo quell’evento di nuove certezze. Un retore, parlando dell’esperienza che aveva provato ad Eleusi, affermò:

“Uscii dalla sala dei Misteri sentendomi totalmente diverso” (letteralmente: “straniero a me stesso”)

(Sopatro, Reth. Gr., VIII, p. 114)

Ma i testi più autorevoli e famosi che ci parlano dell’esperienza epoptica sono quelli diPlatone nel Fedro e nel Simposio. In un passo del Fedro il filosofo indica i due diversi destini degli uomini: quello delle persone comuni legate alla sola vita dei sensi e che ‘si nutrono del cibo dell’opinione’, cioè non giungono mai per quel motivo alla vera conoscenza della Realtà, e coloro che, invece, iniziati (attraverso i sacri riti o la filosofia), sono capaci di pervenire alla ‘pianura della verità’ poiché hanno nutrito la parte più elevata della loro anima, quella che ‘ha le ali’, cioè che tende alla dimensione metafisica. Esiste dunque per Platone una parte ‘inferiore’ dell’anima ed è quella legata alla vita del corpo, quella che si può intendere come l’insieme delle forze vitali, appetitive, istintive ed emozionali ma l’uomo ha in sé anche una parte dell’anima ‘superiore’. Questa parte più elevata s’identifica con la consapevolezza e l’alta razionalità e si esprime nella ricerca del Bene, del Bello e del Vero. Così intesa la filosofia, nutrita dalle aspirazioni più elevate, ha la stessa funzione del rito iniziatico: quella di guidare l’anima verso il divino e per questo si può definire ‘filosofia epoptica’. Ecco appunto quello che ci dice il testo:

“Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo dell’opinione. Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”

(Platone, Fedro, 244 e – 245 a. Trad. dell’aut.)

In un altro celebre passo il fondatore dell’Accademia descrive con toni di mistico entusiasmo la condizione di beatitudine oltremondana degli iniziati che sanno elevarsi verso l’Alto grazie alla loro ‘purificazione’ ottenuta col distacco ‘rituale’ dal corpo. È questo corpo/carcere/tomba che ci vincola al mondo materiale, è esso che va trasceso:

“E la Bellezza era fulgida a vedersi nel tempo in cui vedemmo, assieme al coro felice, la beata apparizione e visione, noi nel corteggio di Zeus e altri al seguito di un altro dio, ed eravamo iniziati in quella che è giusto chiamare la più beata delle iniziazioni, quel rito segreto che celebravamo, noi stessi integralmente perfetti e sottratti a tutti i mali che ci attendevano nel tempo successivo, mentre integralmente perfette e semplici e senza tremore e felici erano le apparizioni – entro uno splendore puro – in cui eravamo iniziati e raggiungevamo il culmine della contemplazione: puri noi stessi, senza essere sigillati nella tomba che ora appunto portiamo in giro e chiamiamo ‘corpo’, avvinti strettamente a lui come l’ostrica al suo guscio”

(Platone, Fedro, 250 b-c; Colli, I, p.103)

Nella tradizione iniziatica si afferma costantemente che l’anima deve ‘ricordare’ la sua origine divina e che per far ciò deve identificarsi con la sua essenza: tali concetti furono alla base, com’è noto, sia della filosofia socratica del ‘conosci te stesso’ che di quella platonica, esplicitamente ‘metafisica’. Così si comprende perché la connessione tra Conoscenza e Ricordo sia così costante e rilevante nel pensiero del fondatore dell’Accademia: non dobbiamo, per così dire, ‘costruirci’ un ‘io divino’, perché il nostro stesso io, nelle sua profonda essenza, ’divino’ lo è giภlo deve solo ‘ricordare’, far ritornare alla luce della sua consapevolezza ‘ordinaria’. Per tutto questo, sempre nelFedro, Platone collega il tema del ricordo con quello della perfetta iniziazione:

“Un uomo che si serva correttamente di tali ricordi, iniziato ai sempre più perfetti misteri, lui solo diventa veramente perfetto. Allontanandosi poi dai comuni oggetti delle preoccupazioni umane e divenendo tutto volto alle cose divine, viene giudicato dai più come se fosse un folle, ma essi non si accorgono che ha il dio dentro di sé (entousiàzon)”

(Platone, Fedro, 249 c-d; trad. dell’aut.)

Tale linguaggio e tali concetti iniziatici sono presenti anche in un altro capolavoro platonico, il celebre Simposio, laddove si racconta come il grande Socrate (che l’oracolo di Delfi aveva indicato come ‘il più sapiente tra gli uomini’) chieda con l’umiltà di un qualsiasi adepto (una umiltà non certamente… ’ironica’!) di essere iniziato ai Misteri d’Amore proprio ad una Sacerdotessa, Diotìma di Mantinea. E’ significativo che costei, al primo approccio, dichiara di non essere certa che il filosofo abbia le qualità per essere iniziato ai misteri e, ancor più, al grado ‘epoptico’, quello più elevato. Tale passo è proprio per questo particolarmente significativo: Platone, mettendo in bocca a Diotìma quelle affermazioni lascia proprio ad intendere che le mere capacità ‘razionali’, ‘intellettuali’, di cui evidentemente Socrate era straordinariamente dotato, di per sé non sono sufficienti a che si venga accettati al rito iniziatico.

Perché questo si possa compiere bisogna ‘vagliare’ le aspirazioni profonde dell’aspirante, saggiarne la qualità morale, verificarne insomma la tensione metafisica, cioè quella che volge l’individuo al Vero, al Bene, al Bello.

Se non esistono tali presupposti, l’iniziato non saprà sublimare l’Eros e volgerlo dal piano fisico/corporeo a quello spirituale/metafisico.

Così infatti Diotìma si rivolge a Socrate prima d’iniziarlo:

“A queste dottrine d’Amore (tà erotikà), dunque, forse anche tu, o Socrate, potresti essere iniziato; ma ai Misteri (tà télea) e ancor più a quelli Epoptici(epoptikà), in virtù ed in ragione dei quali esistono quelle dottrine sull’eros, se si procede correttamente, non so se ne saresti capace”

(Platone, Simposio, 209 e – 210 a; trad. dell’aut.)

Svelato il Mistero, compiuta l’iniziazione, Socrate comprende che l’Amore per sua natura volge al Trascendente e che quando lo si conosce nella sua ’purezza’, nella sua ‘assolutezza’ non contaminata dalla materia e dalla volgare passionalità, si manifesterà ‘misticamente’ come la insopprimibile aspirazione alla Bellezza in sé.

Questa nella sua pura essenza s’identifica con il Divino che attrae tutti gli esseri, li affascina e li beatifica.

Dopo aver illustrato i ‘gradi’ del processo iniziatico d’Amore, Diotìma descrive l’esperienza di chi perviene al suo livello supremo:

“A colui che sia giunto al grado supremo (télos) della iniziazione amorosa, all’improvviso si rivelerà una realtà meravigliosa per sua natura, quella stessa, o Socrate, in vista della quale sono state sopportate tutte le fatiche precedenti: una bellezza eterna, che non nasce e non muore… E il Bello (tò kalòn) neppure si renderà visibile a lui come un volto… né apparirà come un concetto o una conoscenza di tipo razionale… si manifesterà come esso è per sé e con sé, sempre identico a se stesso…”

(Platone, Simposio, 210 e – 211 b; trad. aut.)

Una suprema illuminazione ottenuta attraverso un processo di conoscenza intuitiva: è questa lo scopo vero e comune delle iniziazioni e della filosofia ‘epoptica’, cioè di quella parte della filosofia, la più essenziale, che si propone la conoscenza metafisica. Aristotele per questo chiamò la metafisica (tale termine verrà usato solo in seguito dal sistematore delle sue opere, Andronico di Rodi) la ‘filosofia prima’ o, anche, ‘teologia’, giacché il Principio Primo coincide con Dio stesso. Il più grande discepolo di Platone, lo afferma con grande chiarezza descrivendo l’esperienza mistica/misterica con gli stessi modi con cui si è descritta in Oriente quella del samadhi, del satori o del nirvana: questa esperienza è come l’apparire improvviso di una luce interiore all’anima:

“La conoscenza intuitiva (noesis) del mondo spirituale, puro, santo, lampeggiando all’improvviso come un fulmine nell’anima ci permise allora di toccare e vedere (la Suprema Realtà). Perciò sia Platone, sia Aristotele chiamano questa parte della filosofia l’iniziazione suprema (epoptikòn), in quanto coloro… che hanno toccato direttamente la pura verità circa essa(la realtà metafisica), ritengono di aver conseguito il fine della filosofia (télos philosophias), lo stesso che è nella iniziazione (en teletèi)”.

(Aristotele, Eudemo, fr. 10; Colli, I, p.107)

Nella tradizione media e neo-platonica si adottò in effetti una tripartizione progressiva della filosofia, suddivisa in etica – fisica – epoptica: l’epoptica rappresentava il punto culminante del sapere e per questo corrispondeva alla metafisica ed alla teologia.

Plutarco, uno dei più tipici rappresentanti del medioplatonismo, commentando la settima lettera platonica ribadisce che la filosofia ha il compito di superare il piano delle varie opinioni prodotte dall’intelletto discorsivo per poter così giungere ad una piena apprensione mistica, sovrarazionale, del Principio Primo. Per questo, a suo parere, il fine della filosofia è conseguire quella condizione ‘epoptica’ della coscienza che è stato da sempre in Grecia il fine di tutti i misteri.

Bisogna attraverso l’intuizione (noesis), dice Plutarco, ‘percepire’ il Principio primo del mondo che è ‘puro’ e ‘intelligibile’, cioè ‘spirituale’ e per questo conoscibile in virtù della sola coscienza.

Tale ‘mondo’, cioè tale ‘realtà’, è ben diversa da quella ‘sensibile’, multiforme e caduca a cui ci limitano le nostre ‘corporee’ facoltà di percezione.

Solo con l’intuizione se ne può avere conoscenza, si può ‘contemplarlo’.

Con la ‘contemplazione’ c’è una pura estatica ‘visione’ del Principio Divino resa possibile attraverso l’arresto di ogni processo logico-discorsivo.

Ma è proprio la ragione che per giungere a tale condizione contemplativa deve superare dialetticamente le opinioni e le dottrine da essa stessa elaborate.

Tale trascendimento si verifica quando ne percepisce l’inconsistenza e l’inadeguatezza ma permane lo slancio conoscitivo, il desiderio ‘erotico’ di conoscenza, cioè la filo-sofìa che orienta a quel punto l’anima verso l’Alto:

“È sempre puro il principio, non può essere mescolato ciò che è primo e intelligibile. [...] E l’intuizione (νόησις) dell’intelligibile, del puro e del semplice, che lampeggia attraverso l’anima come un fulmine, permette talvolta di toccarlo(θιγε&ιν) e di contemplarlo (προσιδειν) tutto d’un tratto (απαξ). È per questo che Platone e Aristotele chiamano epoptica (εποπτικον) tale settore della filosofia: alludendo cioè al fatto che quanti siano riusciti a superare con la ragione (τα λόγ&ω) il mondo delle varie opinioni, del composto, del multiforme, si slanciano verso ciò che è primo (τα πρωτον εκεινο), semplice e immateriale; e se giungono a toccare direttamente (θιγόντες απλως) la verità pura che irraggia da esso, raggiungono come in una iniziazione il fine della filosofia (οιον εν τελετηι τελος)”

(Platone, De Iside et Osiride, 382 d-e).

Teone di Smirne il filosofo e matematico, padre della celebre Ipazia (370/375 – 415 d. C.) la quale fu a capo della scuola neoplatonica di Alessandria sino alla sua tragica morte ad opera dei cristiani, ribadì con assoluta chiarezza tali concetti:

“La filosofia è, possiamo dire, una iniziazione (μύησιν) alla vera perfezione(αληθους τελετης) e una trasmissione dei veri misteri (αληθως μυστηρίων παράδοσιν). Vi sono cinque parti dell’iniziazione (μυησεως). La prima è la purificazione (καθαρμός) [...]. Dopo questa purificazione, viene la trasmissione dell’iniziazione (τελετης παράδοσις). La terza viene chiamata visione (εποπτεια).La quarta, che è la perfezione della visione (τελος της εποπτειας), è la fasciatura(ανάδεσις) e l’imposizione della corona (στεμμάτων επίθεσις), con la quale si è in grado di trasmettere agli altri le iniziazioni (τελετάς) acquisite, sia attraverso il portare le fiaccole (δαδουχίας), sia attraverso il mostrare le cose sacre(ιεροφαντίας) o qualche altro ufficio sacerdotale (ιερωσυνης). Al quinto e ultimo posto, risultato di tutto quanto precede, troviamo la felicità (ευδαιμονια) che deriva dall’essere amato da Dio (θεοφιλες) e dalla vita con gli dei (θεοις συνδίαιτον)”

(Teone di Smirne, Expositio rerum mathematicarum ad legendum Platonem, pp. 14-15 Hiller = pp. 20-23 Dupuis).

L’IMMORTALITA’ NELLA BEATITUDINE

Il testo dell’inno ‘omerico’, il più antico dei Misteri Eleusini, ci conferma che già da epoca molto antica il mito ed il rito erano connessi alla speranza di una vita oltremondana felice:

“…e Demetra a tutti mostrò i riti misterici,
a Trittolemo e a Polisseno, e inoltre a Diocle,
i riti santi, che non si possono trasgredire né apprendere
né proferire: difatti una grande attonita e atterrita reverenza
per gli dèi impedisce la voce.
Felice colui, tra gli uomini viventi sulla terra, che ha visto queste cose:
chi invece non è stato iniziato ai sacri riti, chi non ha avuto questa sorte
non avrà mai un uguale destino, da morto, nelle umide tenebre
marcescenti di laggiù.”

(Omero, Inno a Demetra, 476-482)

Il testo è straordinariamente significativo perché mette in correlazione i riti misterici (όrgia) con la ‘visione’- ‘mistica’, appunto!- (όpopen= ha visto) e lo stato di beatitudine (όlbios = felice). Altri elementi essenziali della tradizione eleusina già ben presenti nei versi sono quelli della assoluta segretezza circa l’intero rituale ed il fatto che esso non si possa ‘apprendere’ come una qualche ‘nozione’ o per conoscenza indiretta, né pertanto si possa ‘proferire’. Tale un silenzio non era solo imposto, per così dire, ‘esteriormente’, come cioè norma ‘convenzionale’da rispettare all’interno di quella particolare forma ed organizzazione religiosa, ma è un silenzio ‘sacrale’ perché legato ad una particolare esperienza di ordine metafisico, dunque ‘incomprensibile’ per i ‘profani’.

Questi temi della segretezza, della ‘visione’ diretta del ‘divino’, della ‘beatitudine’ anche oltremondana riservata agli iniziati, della ineffabilità, non solo collegano in quella lontana antichità la tradizione mistico-esoterica occidentale con quella orientale (si pensi alle Upanishad) ma, si può dire, costituiranno l’essenza stessa dell’esoterismo ‘filosofico’ greco (da Pitagora a Plotino). Lo stesso Platone, del resto, ribadirà questi concetti nella sua celebre Settima Lettera.

La celebrazione dei misteri si attuava in due fasi: a primavera venivano celebrati i Piccoli Misteri, che avevano un carattere preparatorio, quindi essenzialmente ‘catartico’, agli inizi di ottobre si celebravano i Grandi Misteri.

Il tutto avveniva con pubblica solennità e tradizionali processioni da Eleusi ad Atene e viceversa. Quando il corteo degli iniziandi ritornava al tempio iniziava la sacra cerimonia, la teletè.

Il rito, ci dicono le fonti, comprendeva tre elementi: 1) le ‘cose dette’ (ta legòmena); 2) le ‘cose compiute’ (ta dròmena); 3) le ‘cose mostrate’ (ta deiknymena).

Il significato preciso di tale testimonianza è difficile da definire.

Quello che sembra certo è che l’espressione ‘le cose dette’ non si riferisse ad una qualche ‘dottrina’ o, quantomeno, che il centro della esperienza iniziatica non consistesse in una astratta teoria ma in una trasmutazione indotta dello stato di coscienza dell’adepto.

Su questo punto fu molto chiaro Aristotele un cui frammento (il 15, Sulla filosofia) pone una netta distinzione tra ciò che può essere appreso (diremmo noi per maggior chiarezza: ‘mentalmente, razionalmente’ e che lui qualifica come didaktikòn e ciò che, invece, si ‘apprendeva’ mistericamente per via intuitiva: tò telestikòn. Così dice infatti lo Stagirita:

“(Ciò che è didattico) gli uomini lo apprendono attraverso l’udito, invece ciò che è misterico lo si apprende quando la capacità intuitiva stessa (νους) subisce l’illuminazione (έλλαμψις)”, e autocitandosi aggiunge:

“Il che appunto fu chiamato anche ‘misterico’ da Aristotele e simile alle iniziazioni di Eleusi; in queste infatti l’iniziato (τελούμενος) è spiritualmente trasformato dalle sue visioni, ma non riceve un insegnamento”

(Il testo in G. Colli, La Sapienza Greca, Milano, 1977, pp. 106-108. La personale traduzione che qui si presenta è leggermente difforme).

Gli studiosi ammettono comunemente che, alla luce dei pochi documenti pervenutici, è molto arduo capire la connessione tra il mito di Demetra ed il rito eleusino.

È comunque certo che le testimonianze collegano costantemente il rito ed il particolare tipo di conoscenza che vi si acquisiva al destino oltremondano; anche Sofocle ci riporta tale diffusa convinzione:

“… O tre volte felici
quelli fra i mortali che vanno nell’Ade dopo aver contemplato
questi misteri: difatti solo per essi laggiù
c’è una vita, mentre per gli altri lì vi sono tutti mali”.

(Sofocle, fr. 837; Colli, p.95)

E Pindaro dice:

“Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose:
conosce la fine della vita,
conosce anche il principio del tutto dato da Zeus”

(Pindaro, fr. 137; Colli, p.93)

Non diversamente Aristofane fa così cantare gli iniziati nella loro beatitudine celeste:

“Avanziamo sui prati fioriti
dove abbondano le rose,
giocando alla nostra maniera,
la più vicina alle belle
danze, sotto la guida
delle Moire felici.
Per noi soltanto è gioioso
il sole e il lume delle torce,
per tutti noi che siamo iniziati
e abbiamo condotto una vita
religiosa verso gli stranieri
e i concittadini”.

(Aristofane, Rane, 448-459; Colli, p. 97-99)

E si noti come per Aristofane il ‘titolo’ della beatitudine sia connesso vuoi all’iniziazione, vuoi alla vita morale manifestata nei confronti degli altri, siano essi concittadini che stranieri.

C’è un termine ricorrente con cui si esprime la ‘purezza’ degli iniziati, è òsioi, termine utilizzato anche nella tradizione orfica e bacchica come attestano Euripide (fr. 472, v. 15) e Plotino (Enn., I, 6, 6).

Che la purità non fosse solo rituale, cioè formale, lo attestano anche le prescrizioni che vietavano le iniziazioni agli ‘impuri’ come spergiuri, violatori dell’ospitalità, assassini.

http://www.accademiaplatonica.com/i-misteri-eleusini/


Le vedete le influenze platoniche che si sono poi ridefinite nel cristianesimo canonico durante l'opera di sincretismo tra la cultura greco-romana pagana e il nuovo culto sancito con i concili dei primi secoli?

Ma soprattutto ciò che riscontro è la conferma di quel sapere relativo al mondo invisibile oggetto di studio delle scuole esoteriche nel corso dei secoli successivi e costituente il nucleo dell'aspetto esoterico di ogni tipo di religione, ivi compresa quella cristiana.



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 20/10/2015, 10:57 
Atlanticus81 ha scritto:
Le vedete le influenze platoniche che si sono poi ridefinite nel cristianesimo canonico durante l'opera di sincretismo tra la cultura greco-romana pagana e il nuovo culto sancito con i concili dei primi secoli?

Ma soprattutto ciò che riscontro è la conferma di quel sapere relativo al mondo invisibile oggetto di studio delle scuole esoteriche nel corso dei secoli successivi e costituente il nucleo dell'aspetto esoterico di ogni tipo di religione, ivi compresa quella cristiana.


Ma secondo te perché l'uomo sente la necessita di guardare l'invisibile?
Perché l'uomo (o almeno alcuni)avverte che ci sia qualcos'altro oltre quello percepito dai 5 sensi?


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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 28/10/2015, 12:13 
rew63 ha scritto:
Ma secondo te perché l'uomo sente la necessita di guardare l'invisibile?
Perché l'uomo (o almeno alcuni)avverte che ci sia qualcos'altro oltre quello percepito dai 5 sensi?


Perché chiunque vuole "tornare a casa"...



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 28/10/2015, 13:25 
Atlanticus81 ha scritto:
rew63 ha scritto:
Ma secondo te perché l'uomo sente la necessita di guardare l'invisibile?
Perché l'uomo (o almeno alcuni)avverte che ci sia qualcos'altro oltre quello percepito dai 5 sensi?


Perché chiunque vuole "tornare a casa"...


Quindi fece bene Ulisse a non volere il "paradiso terrestre" e l'immortalità offerte da Calipso,l'unico desiderio era di "tornare a casa"

Una vera "religione misterica" dovrebbe insegnare questo,preparare gli uomini per il ritorno a casa,senza pretendere nulla in cambio,senza vincolare "anime e destini" , seguire liturgie prive di senso e allontanando l'uomo dal vero obiettivo


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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 28/10/2015, 13:50 
rew63 ha scritto:
Una vera "religione misterica" dovrebbe insegnare questo,preparare gli uomini per il ritorno a casa,senza pretendere nulla in cambio,senza vincolare "anime e destini" , seguire liturgie prive di senso e allontanando l'uomo dal vero obiettivo


Forse la più importante "religione misterica" ce l'abbiamo già intorno a noi e l'abbiamo distrutta... era la Natura...



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 01/11/2015, 10:52 
Atlanticus81 ha scritto:
rew63 ha scritto:
Una vera "religione misterica" dovrebbe insegnare questo,preparare gli uomini per il ritorno a casa,senza pretendere nulla in cambio,senza vincolare "anime e destini" , seguire liturgie prive di senso e allontanando l'uomo dal vero obiettivo


Forse la più importante "religione misterica" ce l'abbiamo già intorno a noi e l'abbiamo distrutta... era la Natura...



Natura letteralmente significa "forza creatrice"
Religione misterica significa "unire al divino in modo nascosto"
Quella "natura" è dentro di noi,il "divino" dobbiamo scoprirlo all'interno di noi e non al di fuori,quando qualsiasi religione professi la ricerca di qualcosa che è al di fuori
di noi ipotizzando "Dei" creatori di anime a cui dobbiamo inchinarci e lodarli allora a mio avviso siamo molto lontani dal vero
Ed è proprio quella "natura" che è stata assopita,addormentata,con "religioni di stato" il cui compito è "spegnere il "fuoco"invece di alimentarlo,
tutto preconfezionato,della serie pronto all'uso senza bisogno di comprensione e discernimento

"Dall'occhio di Polifemo" viene irradiata quella "realtà" che oggi fisici quantistici ipotizzano come mondo olografico
Chi gestisce la "proiezione" non è sicuramente un "Dio"


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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 02/11/2015, 14:42 
Le ipotesi sugli inebrianti eleusini - The hypothesis on the Eleusinian intoxicants

Lo studio dell’uso tradizionale delle droghe psicoattive presso una moderna o antica popolazione segue generalmente un percorso di indagine parallelo agli studi antropologici, archeologici, filologici, ecc., relativi a quella data cultura, e di frequente non si “interseca” con questi. Non intersecarsi significa non confrontarsi. Mentre lo studioso di droghe psicoattive (solitamente etnobotanico o psicofarmacologo) fa ampio uso delle conoscenze antropologiche, etnografiche, archeologiche e – nel caso di culture letterate – filologiche, acquisite su quella data popolazione per l’analisi del rapporto di questa con le droghe, archeologi e classicisti di rado utilizzano i risultati di tali ricerche, vuoi perché ignari della loro esistenza o vuoi perché considerati lavori non meritevoli o non sufficientemente attendibili non essendo firmati da riconosciuti colleghi.

Se nelle pubblicazioni degli studiosi delle droghe psicoattive si possono presentare errori o inesattezze nell’utilizzo dei dati archeologici e filologici – errori dovuti a limiti di competenza e alla cronica carenza di concreto sinergismo interdisciplinare – e che possono forse fare sorridere per la loro ingenuità classicisti e archeologi -, d’altro canto la letteratura prodotta da questi ultimi continua a ospitare errori e inesattezze di natura etnobotanica – dovuti a limiti di competenza e alla cronica carenza di concreto sinergismo interdisciplinare – che possono far sorridere per la loro ingenuità gli studiosi delle droghe psicoattive. Due mondi, due campi di indagine specialistici che non si confrontano.

Volgendo lo sguardo ai Misteri Eleusini, l’incomprensione fra classicisti ed etnobotanici è esacerbata dalla carenza di informazioni certe su pratiche rituali rimaste avvolte dal segreto, in quanto misteriche, e dall’estrema complessità dei relativi studi filologici ed etnobotanici. Eppure, lo studio degli inebrianti, o meglio dell’etnobotanica e della psicofarmacologia dei Misteri Eleusini, potrebbe essere preso come esempio di studio ampiamente multidisciplinare, in cui discipline umanistiche sono coinvolte per la soluzione o i tentativi di soluzione di problemi di carattere etnobotanico e, viceversa, in cui contributi decisivi del campo dell’ etnobotanica possono arricchire le discipline umanistiche (Samorini, 2008).

L’ipotesi che nei Misteri Eleusini venisse utilizzato un qualche inebriante è di lunga data. Nell’ampia saggistica eleusina il ciceone – la bevanda eleusina per eccellenza – è stato frequentemente considerato una bevanda narcotica a base di oppio o una bevanda alcolica. Il papavero da oppio è una pianta frequentemente rappresentata in associazione con Demetra. In effetti, diversi studiosi identificarono il glechon/blechon della ricetta del ciceone eleusino con il papavero (si veda Il ciceone elusino). Petazzoni (1924) considerava il ciceone una miscela di diversi ingredienti, usato “come bevanda mistica eccitante e forse, per chi era a digiuno, lievemente inebriante”. Nella seconda metà del XX secolo, con l’acquisizione di nuove conoscenze riguardo quel particolare tipo di droghe psicoattive denominate “allucinogeni” e il loro ruolo religioso ricoperto presso diverse culture umane attuali e del passato, si aprì la strada per un’interpretazione “enteogenica” delle rivelazioni eleusine.1

Mantenendo un’osservazione limitata agli studiosi moderni, di seguito vengono esposte le diverse ipotesi che sono state avanzate nei confronti dei possibili inebrianti eleusini.

Nel 1956, Robert Graves aveva dato alle stampe un saggio, Food for Centaurs, nel quale metteva in rilievo l’uso ritualizzato di funghi psicotropi presso la cultura greca, giungendo a ipotizzare che le iniziali delle parole greche relative agli ingredienti del ciceone (acqua, orzo, menta) formassero la parola segreta “muka“, in diretta associazione con “muk(or)” (“fungo”).

In un’appendice al suo saggio sui Misteri Eleusini, Karol Kerényi (1962) si sofferma sulla preparazione e sugli effetti del kykeon, riferendosi alla ricetta data nell’Inno Omerico a Demetra: chicchi di orzo e acqua, mescolata con glechon tenero. L’acqua e l’orzo tostato producono una bevanda di malto che diventa alcolica dopo fermentazione. Ma Kerényi fa giustamente notare che nell’Inno Omerico Demetra non attende la fermentazione della bevanda per berla, allo stesso modo degli iniziandi al rito eleusino. D’altronde lo stesso autore non esita a considerare il ciceone come una bevanda visionaria e, nella ricerca dell’ingrediente farmacologico responsabile, focalizza l’attenzione sulla menta: “La questione farmacologica, che non trova ancora risposta, si riferisce all’effetto del terzo ingrediente, dopo l’acqua di orzo tostato, cioè il glechon o blechon, Mentha pulegium. La menzione alle sue foglie “tenere”, cioè fresche, è certamente non priva di importanza. In attesa di una precisa identificazione della specie, sappiamo che si tratta di una qualche varietà di menta (..) A larghe dosi [l’Oleum pulegii] induce delirio, perdita di coscienza e spasmi” (Kerényi, 1991: 179).

Citando l’esempio di un’altra pianta della medesima famiglia delle Labiatae impiegata in Messico per le sue proprietà visionarie, la Salvia divinorum Epling et Játiva, Kerényi conclude a favore della menta quale chiave psicofarmacologica eleusina, avvalendosi anche di un’affermazione, forse un poco forzata, di Albert Hofmann, il chimico che scoprì l’LSD: “Gli oli volatili contenuti nell’olio di menta (Oleum pulegii) aggiunti al contenuto alcolico del ciceone, potrebbero ben aver prodotto allucinazioni in persone la cui sensibilità era intensificata dal digiuno” (Kerényi, 1991: 180). E’ strano che Hofmann pensi qui a un contenuto alcolico del ciceone. Egli in seguito corresse la sua posizione affermando che “Kerényi aveva sovrastimato le proprietà psicoattive della Mentha pulegium e, in ogni caso, questa menta è chiaramente non sufficientemente forte tale da autorizzare quelle istanze dell’uso profano e accompagnate da pene severe che furono inflitte durante il grande scandalo del 415 a.C.”2

Nel 1968-69 lo studioso tedesco Wolfgan Schmidbauer pubblicò un articolo dal titolo Halluzinogene in Eleusis?, in cui discuteva l’ipotesi avanzata da Graves dell’uso di un fungo allucinogeno nei Misteri Eleusini. Lo studioso rimase affascinato dall’ipotesi di un allucinogeno, in particolare l’Amanita muscaria e, ritenendo di non poter comunque escludere con certezza la presenza dell’oppio in questi riti, indeboliva di fatto quest’ultima secolare ipotesi con interessanti argomentazioni psicofarmacologiche: “Tutte le descrizioni degli stati di ebbrezza indotti dall’oppio concordano sul fatto che esso induce uno stato di euforia egocentrica, ma non una predisposizione alle visioni collettive. E’ assai difficile pronunciarsi in merito al rito dei Misteri Eleusini senza ammettere che si esperissero tali visioni” (Schmidbauer, 1968-69: 25). L’autore, un po’ eccitato dalle novità della “idea enteogenica”, verso la fine dell’articolo avanzava in maniera fantasiosa la possibilità, a parte l’Amanita muscaria, dell'”allucinogeno” Peganum harmala (ruta siriaca) quale possibile candidato agente psicotropo eleusino (ibid. :35). I semi di questa pianta sono noti non tanto per le sue proprietà psicoattive intrinseche – comunque lievi – quanto per le sue potenzialità sinergiche in associazione con altri vegetali o sostanze psicoattive, specie quelle allucinogene. Come pianta medicinale nota e utilizzata presso le antiche culture del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, non è da escludere il fatto che la proprietà di potenziare gli effetti di altre droghe fosse già stata scoperta e valorizzata nei tempi antichi (cfr. Samorini, 1995). In effetti, è stata proposta l’identificazione della ruta siriaca con l’haoma dell’Avesta iraniano (Flattery e Schwartz, 1989).3

Per quanto riguarda la paternità originaria dell’ipotesi che il ciceone fosse una bevanda “allucinogena” o “enteogena”, la situazione appare confusa ed è stata analizzata in altra sede (Samorini, 2000), giungendo a denominare “Ipotesi di Graves-Wasson” l’idea che vede un allucinogeno alla base del rito e della visione eleusina. E la prima ipotesi riguarda i funghi psicoattivi, sia l’agarico muscario che i funghi psilocibinici.4

Graves riteneva che a un certo punto l’Amanita muscaria fosse stata sostituita con i funghi psilocibinici, come sembra fosse accaduto in India con il Soma:

“Si dice che il segreto che Demetra diffuse per il mondo da Eleusi tramite il suo protetto Trittolemo fu l’arte di seminare e raccogliere l’orzo. Sul suo carro trainato da serpenti, egli andò di paese in paese a rivelare il segreto. Qui qualche cosa non quadra. Trittolemo appartiene al II millennio a.C. e il grano (orzo), ora lo sappiamo, fu coltivato a Gerico e in altre parti del mondo a partire da 7000 anni prima di Cristo. Quindi, la notizia di Trittolemo non sarebbe stata una notizia. In realtà, credo ch’egli stesse annunciando una scoperta e, a causa di ciò, una modifica del rito (..) il segreto di Trittolemo sembra riferirsi ai funghi allucinogeni e credo che i sacerdoti di Eleusi avessero scoperto un altro fungo allucinogeno più facile da usare dell’Amanita muscaria” (Graves, 1984: 131-2).

Graves pensava al “panaeolus papilionaceus” (Panaeolus campanulatus) e insistette in questa identificazione in edizioni rivedute di suoi vecchi saggi (1960 e 1961[1992: 52]). Egli era evidentemente influenzato dalla visione del bassorilievo di Farsalo, dove due figure femminili, probabilmente Demetra e Persefone, tengono in mano dei probabili funghi (si veda I Misteri Eleusini nei reperti archeologici).

Entrambi Graves e Wasson, discutendo di allucinogeni nei Misteri Eleusini, si riferivano ai Grandi Misteri e al ciceone e non ai Piccoli Misteri. Anzi, Graves riteneva che “gli iniziati ai Piccoli Misteri di Eleusi (..) non avevano visioni celestiali. Probabilmente i sacerdoti non amministravano l’agente allucinogeno sacro sino a che non erano certi del merito del candidato; questo riceveva solo pane e vino” (Graves, 1984: 111), mentre in un altro scritto e seguendo gli studi di Magnien, ipotizzava che agli iniziandi venisse fatto bere un filtro soporifero (ibid., :97).

Si raggiunge quindi il 1978, anno di pubblicazione del libro di Wasson, Hofmann e Ruck, The Road to Eleusis, nel quale il fungo inferiore segale cornuta (ergot) fu proposto quale chiave psicofarmacologica del ciceone.

Poiché l’ergot è strettamente associato alle spighe di graminacee, orzo compreso, l’ipotesi di un suo coinvolgimento nella preparazione del ciceone eleusino appare plausibile.5 Seguendo questa ipotesi, l’“orzo” della ricetta eleusina sarebbe stato ergotato, o addirittura questo termine avrebbe ricoperto una funzione simbolica dietro cui si celava il vero principio psicoattivo, il suo fungo parassita. Gli Autori dell’ipotesi ergotica ritengono probabile che i neofiti eleusini erano tenuti all’oscuro di questo “Segreto dei Segreti” e che questa conoscenza era riservata e tramandata ai soli ierofanti (id., 1978: 53). La rigida selezione degli ierofanti, scelti fra i membri delle due sole famiglie elitarie degli Eumolpidi e dei Keryci, avrebbe facilitato il controllo della conoscenza del “Segreto dei Segreti”.

Anche la simbologia dei Misteri Eleusini, così come, più in generale, dei culti demetriaci del bacino del Mediterraneo, non è in contraddizione con la presenza di un enteogeno associato al ciclo cerealicolo, tutt’altro. La figura stessa di Demetra/Cerere, la “dea dei cereali”, quella di Trittolemo, che fu il primo a seminare il cereale e che viaggiò per tutto il mondo allora noto per diffondere le tecniche della cerealicoltura, il fatto che nel momento culminante del rito eleusino lo ierofante mostrava agli iniziati una “spiga di grano recisa”, il vaglio mistico e numerosi altri simboli e rituali eleusini si addicono al culto di un agente visionario associato al mondo della cerealicoltura, piuttosto che a un fungo dei prati o dei boschi montani. E questo agente visionario associato al ciclo cerealicolo esiste davvero, è a portata di mano in quasi tutto il mondo, dove l’uomo pratichi la cerealicoltura.

La segale cornuta è tossica se ingerita, ma contiene anche composti psicoattivi e, preparata in maniera adeguata, può trasformarsi in un agente puramente visionario. Non è certo un caso che il più potente allucinogeno a noi noto, l’LSD, sia sintetizzabile a partire dagli alcaloidi dell’ergot. Hofmann indica tre modi che i Greci dell’antichità classica avrebbero potuto scoprire per ricavare una bevanda psicoattiva dall’ergot: 1) raccogliere sclerozi dell’ergot più comune (Claviceps purpurea), tritarli e ricavarne una soluzione acquosa nella quale migrano gli alcaloidi psicoattivi e non quelli tossici; 2) utilizzare gli sclerozi di una particolare specie di ergot (Claviceps paspali) che cresce su determinate specie di graminacee, fra le quali Paspalum distichum L., e che si è dimostrata produttrice dei soli alcaloidi psicoattivi, per cui direttamente utilizzabile (ingeribile);6 3) la terza possibilità si basa sulle proprietà specifiche delle specie di loglio – in particolare Lolium temulentum L. e L. perenne L. – graminacee comuni in tutto il bacino del Mediterraneo. Conosciute sin dall’antichità per le loro proprietà ergotiche e inebrianti, le loro caratteristiche biochimiche e farmacologiche non sono ancora del tutto chiarite. Secondo Hofmann, è possibile che nell’antica Grecia fosse esistito un particolare tipo di ergot che cresceva sul loglio e contenente i soli alcaloidi psicoattivi.

L’ergot era noto ai Greci, i quali lo denominavano con il termine erysibe, e non può essere un caso che Demetra stessa portava l’epiteto di Erysibe.7 Teofrasto riportava che l’orzo era considerato particolarmente soggetto alla sua infezione.8

La graminacea ospite dell’ergot prescelto nel rito eleusino sarebbe stata appositamente coltivata nella vicina pianura Raria, la cui cura e il cui raccolto erano ad esclusiva gestione degli ierofanti del tempio di Eleusi. Un rito legato così intimamente alla produzione di un particolare ceppo di ergot non sarebbe stato facilmente trasportabile in altri luoghi, la qual cosa effettivamente accadde per i Misteri Eleusini. E’ noto che il vero e proprio rito eleusino non possedette mai delle succursali; “esso non fu trapiantato né ad Alessandria, né a Pergamo, e non fu possibile trasferirlo a Roma, come tentò invano l’imperatore Claudio” (Picard, 1951: 353). Questa difficoltà, più che per motivi politico-religiosi, fu forse dovuta a complicazioni di natura etnofarmacologica. Ma una recente scoperta archeologica contraddirebbe quest’ultima ipotesi, oltre a corroborare significativamente l’ipotesi ergotica: internamente al santuario di Demetra e Persefone di Mas Castellar de Pontós, vicino a Gerona, nel nord-est della Spagna, è stata riportata alla luce una mandibola umana fra i cui denti erano presenti frammenti di ergot. Altri frammenti di ergot sono stati ritrovati in un vaso del medesimo sito, congiuntamente a residui di lievito e di una specie di birra (non necessariamente alcolica). V’è da tener conto del fatto che la presenza dell’ergot non è stata riscontrata nei residui di farine dei mulini del medesimo sito archeologico; un fatto che fa pensare a una contaminazione intenzionale di ergot nella bevanda che era contenuta in quel vaso (Juan-Tresserras, 2000, 2002; Guerra, 2006: 138).

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Probabile raffigurazione dell’ergot nel cosiddetto “Bicchiere di Efira”, di produzione micenea e datato al 1500 a.C. Museo di Corinto, terracotta, altezza 8,5 cm (da Demargne, 1988, fig. 330, p. 238)

Ma l’ipotesi di Wasson, Hofmann e Ruck non tratta solo del ciceone. Consapevole del fatto che nei Misteri Eleusini sono presenti almeno due enteogeni, uno associato ai Piccoli Misteri di Agra e l’altro rappresentato dal ciceone dei Grandi Misteri, Ruck ipotizzò che una specie di fungo e l’ergot fossero rispettivamente il primo e il secondo di questi enteogeni. Il fungo sarebbe stato originario della sfera di Dioniso, mentre l’ergot era associato alla sfera demetriaca. E’ importante sottolineare il fatto che l’ipotesi completa di Wasson e coll. prevede l’utilizzo di funghi psicoattivi accanto all’ergot nei Misteri Eleusini, poiché ciò non è stato tenuto in dovuta considerazione dagli autori che hanno in seguito criticato l’ipotesi ergotica in favore dell’ipotesi fungina.

La pianta dei Piccoli Misteri che, stando alla documentazione pervenutaci, apparirebbe la più probabile fonte psicoattiva è il “bulbo invernale” del narciso. Nel prato di Persefone, il narciso è spesso insieme all’iris e al giglio. Sono tutte piante a bulbo la cui fioritura ha luogo all’inizio della primavera o anche nel tardo inverno, specie in climi temperati come quello della Grecia. Secondo Esichio, una varietà di narciso – oggi di difficile identificazione – era chiamata “fiore di Demetra” (Cassola, 1981: 468). Persefone fu rapita da Ade proprio mentre stava raccogliendo questi fiori e i Greci ritenevano che il termine narkissos originasse da narke, “torpore”, per via delle supposte virtù inebrianti del suo profumo.9 In generale, tutti i bulboi, le piante a bulbo, erano ritenuti dotati di potere afrodisiaco (Chirassi, 1968: 144). Ma Ruck propende per l’ipotesi che vede un fungo nell’enteogeno dei Piccoli Misteri, affermando che “taluni aspetti del simbolismo dionisiaco suggeriscono che il bulbo invernale possa esser stato una metafora o l’analogo di un’altra pianta che sembra spuntare repentinamente da un bulbo ovale seppellito nella terra fredda” (Ruck, in Wasson et al., 1978: 118), con palese riferimento all’Amanita muscaria.

Nonostante la crescita invernale di questo fungo possa essere messa in dubbio, la sua conservazione, in seguito ad essiccazione, può renderlo disponibile in diversi momenti dell’anno. In Grecia la sua presenza, congiuntamente a quella della congenere A. pantherina – dotata di affini e ancor più potenti proprietà allucinogene – è stata registrata sotto boschi di conifere, faggio, castagno e quercia (Zervakis et al., 1998).

Nel 1984 Mark D. Merlin ha dato alle stampe un saggio sulla storia antica del papavero da oppio, avvalendosi principalmente dei dati archeologici. Dalle sue ricerche egli ha concluso che le origini dell’uso di questa pianta sono da ricercare nell’Europa centrale e che la pianta raggiunse la Grecia e altre regioni del Mediterraneo orientale durante l’Età del Bronzo Finale.

Nel capitolo che tratta la Grecia, a proposito dei Misteri Eleusini Merlin afferma che l’ipotesi ergotica non esclude che nel culto eleusino fosse impiegato anche l’oppio: “Penso che le spighe di cereale e le capsule di papavero da oppio tenute nelle mani o presenti nelle ghirlande delle raffigurazioni sia di Demetra che di sua figlia Persefone, non solo siano da intendere quali simboli del buon raccolto, bensì simboleggino anche l’esperienza stessa del culto” (Merlin, 1984: 228). Merlin si spinge oltre nell’associazione fra oppio ed ergot: questi avrebbero potuto essere presenti congiuntamente nella bevanda del ciceone, in quanto l’oppio possiede proprietà antidote all’avvelenamento con gli alcaloidi dell’ergot. In effetti, la papaverina, alcaloide dell’oppio, è considerata un efficace antidoto alle intossicazioni ergotiche, al pari dell’atropina presente nelle solanacee psicoattive.

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Ariballo corinzio con raffigurazione di una figura femminile che tiene in mano una pianta di papavero da oppio e sta di fronte alle due dee eleusine Demetra e Core. Museo Nazionale d’Atene, cat. 287 (Callipolitis-Feytmans, 1970, fig. 7, p. 56)

L’ipotesi di una presenza dell’oppio nei riti eleusini non è da escludere. Raffigurazioni delle capsule di papavero da oppio, troppo spesso confuse con i frutti di melagrane, sono innumerevoli nell’arte religiosa minoica, greca e romana. E’ un emblema associato al culto della Dea Madre dell’Età del Bronzo, se non in periodi addirittura precedenti (neolitici), ovvero in quei culti da cui originarono i Misteri Eleusini e gli altri culti demetriaci dell’antichità classica. Accanto alla spiga di cereale, la capsula del papavero da oppio è l’emblema vegetale maggiormente rappresentato nelle raffigurazioni di Demetra.

Nel 1986, in un brillante saggio sui culti demetriaci, Sfameni Gasparro manifesta una certa difficoltà nell’accettare l’ipotesi enteogenica di Wasson e coll., affermando che un’eventuale ruolo dell’enteogeno “nel procurare uno status psicologico di esaltazione negli iniziati non esaurisce il significato storico-religioso del fenomeno misterico” (Sfameni Gasparro, 1986: 67, n. 144); una considerazione priva di grossi significati, in quanto ogni fattore o aspetto – pur essenziale – di un culto misterico non ne esaurisce mai il significato storico-religioso. La classicista italiana conclude frettolosamente la discussione dell’ipotesi enteogenica prendendo a dimostrazione della sua tesi un dato non veritiero: “in molti contesti iniziatici (..) intervengono talora cibi o bevande capaci di modificare temporaneamente lo stato mentale dei partecipanti, senza che la funzione e struttura del rito siano riconducibili a tale elemento” (ibid. 1986: 67, n. 144). E’ sufficiente osservare le mitologie e le cosmogonie dei popoli tradizionali relative ai diversi vegetali psicoattivi – dall’ayahuasca ai funghi allucinogeni – per comprendere come numerose culture hanno posto il vegetale psicoattivo, che offre “rivelazioni” e “illuminazioni”, al centro del proprio sistema religioso e come fulcro del proprio sistema interpretativo dei diversi aspetti della realtà e della vita (Samorini, 1995).

Nel 1987 Walter Burkert – noto studioso della cultura greca – affronta la questione dell’uso di droghe nei riti eleusini e mostra di essere a conoscenza dell’ipotesi ergotica. Ma, da quanto scrive, è evidente che non la comprende (ad esempio afferma erroneamente che nell’ergot vi sono a volte tracce di LSD) così come, più in generale, che non conosce la storia dell’uso delle droghe. In particolare, a riprova dell’improbabilità dell’uso di droghe nel Telesterion eleusino, riferisce l’esempio offerto dai libri di Carlos Castaneda, che, come è ben noto, non hanno alcuna validità antropologica. Ma il passo falso più vistoso Burkert lo compie nelle sue conclusioni, affermando che il fattore scatenante la “beatitudine” eleusina è individuabile nel banchetto ch’era posto a conclusione del rito: “Ci sono buone ragioni per sottolineare una forma più semplice e concreta di beatitudine comune che era presente in tutti i misteri antichi: il banchetto, ovvero il condividere un pasto opulento” (Burkert, 1989: 144-5). E’ sufficiente ricordare l’episodio della profanazione dei Misteri da parte di Alcibiade (si veda Il ciceone eleusino) per comprendere che ciò che era profanabile non era certo una situazione così profana quale un banchetto opulento.

Un ultimo interessante contributo alla discussione sulla psicofarmacologia eleusina è stato recentemente proposto dallo studioso sloveno Ivan Valenčič (1994). Dopo un’attenta descrizione delle più importanti teorie enteogeniche eleusine, critica l’ipotesi ergotica, puntando il dito sul fatto che non si è ancora riusciti ad ottenere una pozione sufficientemente enteogenica dall’ergot. Inoltre, accanto agli alcaloidi dell’ergot, la Claviceps paspali produce alcaloidi a nucleo indolico di tipo tremorgenico, fra cui paspalina, paspalicina e paspalinina (Cole et al., 1977; Gallagher et al., 1980) i cui sintomi principali negli animali e, forse, nell’uomo, sono tremori e convulsioni. Se questi alcaloidi tremorgenici sono solubili in acqua – afferma Valenčič – allora sarebbero stati presenti anche nel ciceone eleusino, appesantendo quindi gli effetti collaterali della bevanda. In realtà e a differenza di quanto riportato da Valenčič, non tutti questi composti indolici sono caratterizzati da attività tremorgenica, in quanto paspalina e paspalicina hanno mostrato non possederne (Cole et al., 1977: 1200).

Solo la paspalinina e altri suoi due derivati ritrovati in sclerozi di C. paspali della Louisiana (con un totale dello 0.16%) possiedono significative proprietà tremorgeniche. Questi alcaloidi sono stati estratti dagli sclerozi con cloroformio, un fatto che fa dubitare della loro solubilità in acqua. Ma tutto ciò ha importanza relativa in quanto, come abbiamo visto, le spighe di Paspalum e il loro fungo parassita C. paspali non erano presenti in Grecia nell’antichità (cfr. nota 6). Valenčič conclude ritrovandosi d’accordo con Graves circa l’ipotesi della presenza di funghi psilocibinici nel ciceone eleusino. Ma non offre una critica approfondita all’ipotesi di Wasson, a tal punto da non accorgersi che l’ipotesi completa di Wasson già contempla i funghi allucinogeni come uno dei due enteogeni eleusini.

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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 27/11/2015, 14:50 
Persefone, Demetra e il frutto proibito
di Mary Falco

Kore, amor mio, andresti a raccogliere un po’ di zafferano per la mamma? –

Questa situazione ricorda un po’ Cappuccetto Rosso ed effettivamente il lupo è dietro l’angolo, anche se invece di mangiarla in un sol boccone la fa precipitare sotto terra.

Kore (ragazza, fanciulla) era il nome di Persefone, la figlia di Demetra e la tradizione vuole che non andasse al fiume da sola, ma con le sue amiche Oceanine… inavvertitamente però s’allontanò dalle compagne, scorgendo sotto un platano gigantesco un narciso meraviglioso… nell’atto di raccoglierlo, vide la terra aprirsi ed uscire un carro da un guerra, guidato da un uomo nero, interamente armato.

Il bruto la rapì, e a nulla valsero le sue grida disperate.

Demetra, sola in casa, udì la voce della figlia ed uscì a cercarla, pur non sapendo neppure da che parte iniziare e tanto fece che trovò gli unici due testimoni del rapimento, Ecate ed Helios, il quale le spiegò l’accaduto: il misterioso guerriero era Ade, il fratello di Zeus, quindi bisogna rassegnarsi al volere degli dei, che avevano scelto per Kore nozze divine.

Demetra infatti è una “dea minore” che il matrimonio con Poseidone non ha portato all’Olimpo, visto che suo marito stesso non ci vive, in ogni caso non si rassegna per nulla, va all’Olimpo, minaccia di scatenare la carestia sulla terra e quando Zeus si rifiuta di riceverla, mette in atto la propria minaccia; segue un anno di carestia e di sofferenza tanto per gli uomini quanto per gli dei, che non hanno più sacrifici. Afrodite ed Era appoggiano Demetra, assicurando che ha agito nel suo diritto. Zeus deve intervenire e le invia la messaggera Iride, col comando tornare e riprendere le sue funzioni.

Demetra ripete la sua volontà di riavere con sé Persefone.

A questo punto Zeus manda Hermes da Ade con la richiesta di riportare Kore a Demetra.

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Ade, da parte sua, si presenta all’appuntamento, ma rifiuta decisamente il ruolo di seduttore che gli è stato assegnato. Rapita? Persefone (rifiuta di chiamarla Kore) è stata consenziente fin dal primo momento. Anzi è un’amante passionale! Ha ucciso con le sue mani la povera piccola Menta, l’amante precedente, per pura gelosia. Quale pudica vergine si comporterebbe così?

Zeus accetta d’ascoltare la versione di Persefone, ma le pone una domanda insidiosa: non chiede se le è stata fatta violenza, ma solo se durante la sua permanenza ha mangiato qualcosa.

Curiosa questione, visto che il rapimento risale ad un anno prima! Evidentemente la condivisione d’un pasto trasforma il prigioniero in un ospite, mentre la povera Menta, al contrario, non aveva diritto alcuno!

Demetra protesta. Zeus insiste: se la fanciulla è a posto non ha nulla da temere!

La povera Kore, avvilita ed imbarazzata, confessa che un giorno, tormentata dalla sete, ha ceduto alla tentazione di accettare, tra mille prelibatezze della tavola imbandita, un chicco di melograno.

Zeus non sente ragioni: il matrimonio è considerato valido e d’ora in poi la sposa sarà costretta a passare un terzo di ogni anno col marito, in inverno, ed i due restanti terzi con la madre, risalendo alla luce in primavera. Demetra accetta e la pianura rifiorisce, non solo, ma da quel momento ella regala agli uomini un prodotto particolare: il grano, di cui ben presto diventa signora assoluta, dimenticando o quasi gli altri frutti.

Non ci sono parole per dire quanto la vicenda contrasti con la mentalità contemporanea.

E non fa nessuna meraviglia che i Misteri d’Eleusi prendessero le mosse da questo rapimento trasformato in matrimonio dal diritto e non certo dall’amore. Il loro inizio si perde nella notte dei tempi. Se ne trovano tracce nei documenti del VII secolo a.C., ma si hanno varie testimonianze della loro esistenza in epoca micenea (secoli XVI-XIII). Il culto è chiaramente di origine pre-ellenica e rimanda alle Dee Madri, presenti in tutto il Mediterraneo da tempi immemorabili. Tutta la civiltà cretese-egea venera la Potnia, ovvero signora, patrona, potente, ossia la terra, la Grande Madre, che dà la vita e sperimenta la morte per poi tornare in vita; depositaria delle forze della natura e del ciclo vitale, sempre raffigurata con una torcia alta nella sua mano, il fiore ancora chiuso, simbolo della virtù generante, e la melagrana matura, simbolo di fecondità e sessualità. C’è un naturalismo di base, in cui le divinità sono ctonie, cioè connesse con la terra, la vegetazione, il suolo.

Una breve riflessione sulle piante che entrano in gioco ci può aiutare a vedere dietro al mito: il risultato dell’azione è senza dubbio il frumento.

La coltivazione dei cereali, iniziata nell’autunno piovoso nella speranza della primavera, introduce tuttavia in questo generico culto della fecondità un elemento nuovo. Non si chiede più semplicemente alla terra di dare frutti, ma di privilegiare una coltura rispetto a tutte le altre, legittimando una particolare nota di fede e soprattutto il lavoro dell’uomo. Dissodare, seminare, irrigare, mietere, trebbiare e conservare il grano fino alla stagione successiva è un lavoro a tempo pieno, che ancora l’intero gruppo alla terra; niente a che vedere con l’attività di raccolta esercitata dai cacciatori o con la coltivazione stagionale di un giardino.

D’altra parte l’introduzione del pane di frumento da una svolta definitiva alla qualità della vita: il contenuto di glucidi, lipidi e sostanze minerali quali potassio, fosforo e calcio, nonché il famoso glutine ne fanno l’alimento per eccellenza, anche rispetto agli altri cereali. La differenza fisica tra gli agricoltori stabili e le popolazioni aborigene che vivevano di caccia ha fatto nascere nel Nord Europa le innumerevole leggende del “popolo piccolo” fino a creare l’immagine della fatina o del folletto che abitano tra i fiori.

Una netta barriera fisica e poi sociale divide gli agricoltori stabili dagli altri. Il rapporto con la terra si fa attivo e faticoso. Ad una più o meno lieta accettazione della realtà si sostituisce un intervento netto che sostituisce boschi ed acquitrini in campi coltivati e poi difende con braccio armato il territorio così trasformato da chiunque voglia goderne. Ecco dunque la necessità di messaggi di vita e di speranza oltre alla morte fisica, che in tutta la civiltà umana coincidono con la coltivazione stabile dei grandi cereali e l’inumazione dei morti. Per chi volesse delle date si va dal 1600 a.C. in Egitto, col mito di Osiride al 900 a. C. nel Nord Europa, ormai completamente assoggettato ai Celti. La religione s’articola in tempi e modi diversi da un paese all’altro, ma il rito ripete sempre comunque annualmente ciò che è avvenuto una volta sola: è proprio il caso della vicenda di Persefone, ma anche di Osiride, Tammuz, Attis, Adonis, Dumuzi e Baldher tutti dei caratterizzati non da una definitiva resurrezione, ma dalla capacità “di tornare”, come “paredri” ovvero partners, da una dea “stabile”: Demetra, Iside, Isthar, Cibele, Afrodite, Inanna.

Solo Baldher non torna, ma resta a dormire fino alla fine dei tempi… tuttavia la sua storia è stata messa per iscritto dai monaci irlandesi, quando ormai da secoli la religione era una semplice eredità culturale, non più praticata.

Lo studioso Van Gennep nel 1909 li considera tutti “riti di passaggio”, poiché sanciscono il superamento di una condizione e possono riguardare tanto la collettività che il singolo. Si basano su un racconto “mitico” e la vicenda di una divinità, o meglio una coppia di dei, è la motivazione del rito e di ciò che esso celebra annualmente, ma si ripropone anche nei momenti essenziali nella vita, come la nascita, le nozze, i funerali, che sono anch’essi passaggi da uno stato ad un altro. Ma se nascita e morte interessano anche le popolazioni nomadi e guerriere, questo accento sulla terra madre come unico elemento di stabilità, nonché la convinzione che vada coltivata col sudore della fronte, è caratteristico dei popoli sedentari.

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E comunque il grano non è certo il protagonista della vicenda.

Alle origini di tutto sta una raccolta di zafferano, a quel tempo erba officinale, anche se oggi l’uso in cucina e soprattutto le frequenti adulterazioni ne hanno fatto dimenticare l’uso depurativo. Gli erboristi esperti assicurano che è un toccasana per il fegato… ma raccomandano di coltivarlo in terrazza per essere sicuri della provenienza. D’altronde raccoglierlo nei prati era evidentemente una pratica pericolosa anche nell’antichità!

Quanto al narciso rappresenta uno dei pochi casi in cui mito e scienza s’incontrano perfettamente, dato che è un narcotico pericoloso, ben rappresentato dal fanciullo bellissimo che muore affogato mirando la propria immagine. Anche i più digiuni di psicoanalisi sanno poi che cosa sia il narcisismo… e quindi indirettamente anche quanto in bilico si metta una brava ragazza che invece di raccogliere zafferano per la mamma si lasci distrarre da un fiore del genere! E poi la menta, erba officinale ampiamente usata dalla farmacopea classica per le sue proprietà depurative e digestive, che qui viene personificata nell’infelice ninfa uccisa per gelosia.

Ma l’irreparabile è compiuto dal frutto del melograno (cibo proibito anche secondo i cristiani, infatti secondo la più antica tradizione orientale la mela offerta da Eva era una melagrana), straordinariamente simile alla capsula dell’oppio. Secondo alcuni studi la melagrana avrebbe sostituito il “vero frutto proibito”, le cui caratteristiche psicotrope sono in grado di aprire sì, le porte tra i vari mondi… ma anche restando al melograno vero e proprio, senza parallelismi che possono essere devianti, va rilevato il fatto che nonostante le indubbie proprietà disinfettanti (è forse il più efficace vermifugo che esista in natura) toniche ed antiemorragiche, viene attualmente usato con molta prudenza proprio perché leggermente allucinogeno e, in grande quantità, decisamente tossico. Naturalmente stiamo parlando dell’uso massiccio dell’essenza, ottenuta dai fiori e dalla corteccia, non certo del tranquillo uso di sciroppo di semi. Tuttavia Maometto, trecento anni dopo la distruzione dei templi pagani, raccomandava di consumare succo di melograno per cancellare l’invidia, facendo intuire una tenace tradizione legata all’uso del melograno come pianta sacra… e dal sacro al demoniaco il passo è breve.

Ma c’è un’altra vicenda in cui Persefone compare come dea degli inferi ed è la morte del bellissimo Adone, figlio di Mirra (un’altra piantina aromatica personificata da una fanciulla uccisa nel fiore degli anni) amato dalla bella Venere.

Ancora una volta Zeus interviene con la sua salomonica saggezza e non potendo dividere materialmente Adone in due lo costringe a passare sei mesi con l’una e sei mesi con l’altra, questa volta senza neppure chiedere il parere dell’interessato, che è un mortale e non figlio di una dea, come Persefone.

Va rilevato che la rosa sacra ad Afrodite ed il melograno hanno le stesse proprietà antiemorragiche, ma la rosa non ne condivide le controindicazioni.


Ecco ancora una volta sottolineato l’aspetto del frutto fatale, che porta alla morte.
.
S’è visto che il più antico culto della madre terra la rappresentasse col melograno e non già con le spighe.

Alle origini il rapporto madre figlia prevedeva un diverso equilibrio: il melograno è il frutto antico, uno dei primi coltivati, il grano più recente, per non parlare della menta, erba dei prati che può essere schiacciata sotto ai piedi.

Vicenda di vita e morte in cui la fecondità stessa si ritrova attraverso il sacrificio e la sofferenza. Afrodite, che vive un’esistenza più “emancipata” rispetto alle dee della terra, rappresenta dunque un’evoluzione del culto originario e Mirra è una vera e propria anticipazione del sacrificio salvifico.

In Grecia Demetra è la Madre Terra e Persefone il soffio vitale presente nel grano: la speranza di fecondità e rinascita non è connesso alla sola esistenza della dea madre, ma al suo riunirsi alla figlia, creduta violentata e perduta. La spiga di grano rappresenta dunque il ciclo di vita: concepimento, crescita, morte e nuova vita, che si consuma nel lavoro e nel dolore. E per associazione anche i morti potevano tornare nel grembo della Madre Terra con la speranza di risorgere, ma solo se sepolti bene ed accompagnati dalle preghiere dei vivi. Spighe d’oro venivano seppellite con loro, mentre al contrario bamboline di frumento, custodite e venerate, ricordavano per tutto l’inverno la speranza della rinascita primaverile dei campi.

Entrambe le simbologie sono penetrate profondamente anche nel cristianesimo: le spighe sono tra i primi simboli sacri della pittura proto cristiana, mentre le chiese greco ortodosse ammettono nei loro porticati le bamboline di frumento, che sono comunque considerate in tutt’Europa innocenti porta fortuna. In Messico si è escogitato addirittura un crocifisso di paglia, con tanto d’aureola e di corona di spine!

Possiamo dunque dire che Demetra anticipa, con la sua disperata ricerca della figlia rapita, il concetto di passione, tanto necessario al lavoro dei campi quanto sconosciuto all’antica dea. Certo deriva dalla divinità selvatica e misteriosa il segreto delle trasformazioni, come la terra conosce la metamorfosi delle forme, la pausa e il risveglio, il nascere, morire e rinascere. Di qui l’etimologia del nome, che alcuni fanno derivare da “DaMeter”, dove Da sta per gea, ossia terra. La stessa radice si ritrova nel nome di Poseidone, fatto derivare da Poteidan, ossia marito di Da.

In origine egli è marito di Demetra.

Forse non è estraneo alla genesi del mito greco il fatto che la polis non vive di grano, ma lo compra aldilà del mare. Questa realtà socio-politica ha trasformato l’antica Dea Madre, indiscussa regina dai numerosi amanti, in una divinità secondaria e modesta, che vive ai margini dell’Olimpo ed è sposa del Dio del mare, ma non può vivere con lui.

Anche in Scandinavia Njordhr il dio del mare è padre del più famoso Freyr, divinità del grano e dell’abbondanza. La madre è talmente lontana e negletta che non se ne ricorda nemmeno il nome. La tragedia della morte-rinascita in questo caso è solo differita: la sorella di Freyr, Freia sarà appunto la disperata madre di Baldher, l’unico che muore per non risorgere più.. d’altra parte non sappiamo quasi nulla di riti nordici, dato che contrariamente ai Greci la discussione s’aprì dopo la conversione al cristianesimo.

In ogni caso senza morte e lacrime pare proprio impossibile coltivare grano!

Non si sa con certezza come e quando questa sofferenza si concretizzi in un rito misterico.

Si potrebbe ipotizzare che i culti di fecondità diventino mistici a partire dal momento in cui si aggiunge l’elemento dell’iniziazione individuale, coltivando la speranza di una beatitudine dopo la morte. Il “fedele” che partecipava alle vicende degli Dei e diventa familiare con essi, può godere di tutti quegli effetti benefici che scaturivano dalla risoluzione positiva della vicenda del dio.

Come fonte principale partiamo dall’Inno a Demetra, attribuito ad Omero, ma scritto più tardi, la cui datazione è incerta, di circa 495 versi. Il poema termina con l’invocazione delle due dee ed una promessa di ricchezza ai loro devoti, sia in questa vita che in quella futura:


“….E Demetra a tutti mostrò i riti misterici a Trittolemo… i riti santi, che non si possono trasgredire ne’ apprendere ne’ proferire: difatti una grande attonita atterrita reverenza per gli dei impedisce la voce. Felice colui – tra gli uomini viventi sulla terra – che ha visto queste cose: chi invece non è stato iniziato ai riti sacri, chi non ha avuto questa sorte, non avrà mai un uguale destino, da morto, nelle umide tenebre marcescenti di laggiù’.”
.
Chi è Trittolemo?

Sarebbe semplice rispondere: il primo fedele a Demetra, che accettando di entrare vivo nell’Ade per sottrarvi Persefone, meritò di fondare i sacri riti, ma prima è necessario osservare diverse cose, perché rispetto alla vicenda narrata in precedenza son subentrati parecchi cambiamenti. Demetra è presentata come una dea completamente diversa: diventa moglie legittima di Zeus e madre di Dioniso. La caduta di Persefone è per certi aspetti volontaria, o almeno causata da una sua eccessiva curiosità terrena e separa la fanciulla dall’unità familiare, tanto che proprio per salvarla anche Dioniso s’incarna ed i Titani lo fanno a pezzi.

Zeus non interviene e questo provoca una grave crisi fra i due sposi.

Ecco dunque Demetra abbandonare offesa l’Olimpo e recarsi tra gli uomini, sino ad approdare nella pianura Nisea, accanto alle foci dell’Ilisso, dove questa tradizione colloca il rapimento; di qui giunge ad Eleusi, mascherando la sua vera identità sotto le spoglie di un’anziana nutrice. In questa veste giunge alla reggia, incontra le figlie di Celeo, il re locale, che la conducono al cospetto di Metaneira, loro madre e regina. Questa le offre il trono, ma Demetra si siede su un rozzo sedile, più angosciata che mai, rifiuta il vino rosso offertole, e chiede il ciceone che secondo alcuni era una bevanda preparata con acqua, farina e menta, secondo altri birra o addirittura una mistura allucinogena ricavata dai narcisi. Accetta d’occuparsi del piccolo figlio della regina, Trittolemo appunto, che alleva come fosse un dio e tratta di notte con tutta una serie di rituali, quali l’unzione con l’ambrosia e l’immersione nel fuoco, allo scopo di renderlo immortale. Metaneira, scoperto ciò che succede, è terrorizzata: dopo un’invettiva contro la sua stupidità, che causerà al figlio la venuta della morte, Demetra si rivela e chiede che venga costruito un tempio in suo onore, dove insegnerà alla gente i suoi riti speciali. Poi scompare. Secondo un’altra versione invece Trittolemo è già adulto quando arriva la dea mascherata da vecchia e conquista la sua fiducia, perché rifiuta d’occuparsi di politica e coltiva invece personalmente i campi di grano. Demetra gli si rivela e lo convince a scendere consapevolmente nell’Ade alla ricerca della figlia.

In ogni caso il giovane non riesce e non perisce soltanto perché la riconciliazione fra Zeus e Demetra permette la rinascita di Dioniso trionfante, che solo può salvare la sorella.

Ma il mito giunto a queste forme è stato “rivisitato” da Pitagora e Platone ed è ormai molto lontano dall’iniziale rapporto col grano coltivato.

In epoca classica gli unici misteri riconosciuti erano quelli d’Eleusi, una città a circa 20 chilometri a nord ovest di Atene, sul golfo Saronico, di fronte all’isola di Salamina, dove folle di adoratori si riversavano, aiutati anche da un periodo di tregua di 55 giorni stabilito proprio per facilitare la partecipazione ai riti sacri, che godevano di grande popolarità ed erano patrocinati dallo Stato. Forse era un tentativo di controllarli, anche se in realtà si poteva gestire solo l’aspetto esteriore del culto quella parte tutto sommato modesta che si svolgeva pubblicamente: le abluzioni, gli immancabili sacrifici (questa volta l’animale sacro era un maialino da latte) il pasto a base di cereali e ciceone, la processione veramente spettacolare. Una strada, detta Via Sacra, era stata costruita proprio per questo evento. Ad Atene, ai piedi dell’Acropoli, al margine dell’agorà, c’era un santuario, l’Eleusinion, dove si svolgevano parte dei riti. Da qui partiva la processione, che si snodava da Atene ad Eleusi, lungo la piana di Cefiso fino al colle di Dafni, chiamato anche Kallikoros. Venne sospesa durante la fase finale della guerra del Peloponneso. Nel 407 Alcibiade, che era stato accusato di aver profanato i sacri misteri nel 415 a.C., mostrò la sua pietà religiosa conducendola nuovamente con la scorta dell’esercito (vedi Plutarco, Alcibiade 34, 3-6).

I misteri erano molto popolari anche perché, diversamente da altri riti, vi erano ammessi tutti: uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari al di là d’ogni appartenenza sociale, purché parlassero la lingua greca e non avessero le mani macchiate di sangue I mystai (iniziandi) potevano ritornare l’anno seguente come epoptai (iniziati). La partecipazione ai sacri Misteri non costituiva l’entrata in alcuna organizzazione o struttura di qualsiasi tipo. Ogni iniziato, dopo la celebrazione delle sacre notti, ritornava alla sua vita di ogni giorno. Ma ogni mystes ricordava la sua esperienza e i symbola o synthemata che aveva appreso. La partecipazione ai Mysteria di Eleusi non era esclusiva. Si poteva partecipare ad altri sacri misteri ed essere devoti anche ad altri dei.

Pur esistendo altri culti di mistero che celebravano la rinascita annuale, quello di Eleusi aveva un ruolo privilegiato nella Grecia classica, anche perché costituiva un elemento aggregante notevole.

Gli ateniesi decretavano per mezzo di araldi un periodo di tregua per la celebrazione dei piccoli e grandi Misteri Eleusini. I celebranti erano magistrati civili e membri di due stirpi ateniesi: i Cerici e gli Eumolpidi, che continuarono a offrire i loro servizi dalla più remota antichità fino alla fine del IV secolo quando i cristiani soppressero il culto. I membri di entrambe le famiglie potevano celebrare i sacri riti. Nella famiglia degli Eumolpidi veniva scelto il primo sacerdote, che officiava le parti più solenni dei riti, aiutato dalla Sacerdotessa. Si chiamava hierophàntes letteralmente “colui che mostra gli oggetti sacri hiera” dato che è l’unico ad avere accesso alla stanza segreta, dove erano custoditi.

I Cerici ricoprivano le due cariche immediatamente inferiori: il daduchos (portatore della torcia), che accompagnava lo ierofante nei momenti più solenni, e lo hierokerux (araldo sacro), che aveva il compito di aprire ufficialmente i Misteri ed all’occorrenza richiamare al silenzio. Altre figure partecipavano alla cerimonia: il Prete che officiava i sacrifici animali, le sacerdotesse che prendevano parte al dramma inscenato e portavano gli oggetti sacri in processione, il basileus (re), periodicamente eletto dalla polis di Atene per sovrintendere alla organizzazione. Un collegio di epistatai (magistrati civili) si occupava infine delle finanze.


La celebrazione prevedeva due fasi: i Piccoli e i Grandi Misteri.
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I Piccoli Mysteria detti anche semplicemente minori erano celebrati nel mese dei fiori Anthesterion (da metà febbraio a metà marzo) ad Agrai, un sobborgo di Atene. Avevano la funzione di purificazione preliminare con abluzioni nel fiume Ilisso e celebravano la nascita della natura, ovvero il ritorno di Kore sulla terra; ci si recava alle processioni vestiti di lino leggero, incoronati di zafferano e narcisi. Durante le feste ci si asteneva dalla carne e dal vino, si mangiavano cereali e si beveva il famoso “ciceone”.

I Mysteria maggiori erano celebrati nel mese di Boedromion (da metà settembre a metà ottobre) ad Eleusi, e duravano 9 giorni, dal 15 al 23; in cui gli iniziati seguivano una serie di azioni rituali.

Dapprima si trasferivano gli oggetti sacri da Eleusi all’Eleusinion, recinto sopra l’agora; la processione era doppia: da Eleusi ad Atene, e sei giorni dopo da Atene ad Eleusi.

Il 16 di Boedromion (il primo di ottobre) avveniva la convocazione degli iniziati, rigorosamente vestiti di lino, sotto la guida di un mistagogo a cui lo ierofante dava istruzioni sul da farsi. Partecipavano iniziati, iniziandi e giovani (efebi che rappresentavano il giovane Trittolemo ed avevano pertanto un trattamento privilegiato). A partire dal 330 a.C. gli efebi assunsero un ruolo progressivamente sempre più rilevante. Ancora nel III secolo d.C. si trovano disposizioni per il magistrato responsabile degli efebi affinché organizzi la processione secondo gli antichi costumi. vedi Inscriptiones Grecae 1078 (circa 225 d.C.).

Il 17 aveva luogo la cerimonia di purificazione. Gli iniziandi, accompagnati da mistagoghi, si recavano alla baia del Falero al grido di “Halade mystai” (Iniziandi al mare) e si tuffavano in acqua con un porcellino destinato al sacrificio. Dopo la purificazione tornavano in città, incoronati di mirto e con una veste nuova.

Il 19 partiva da Atene per riportare ad Eleusi gli oggetti sacri (hiera) sul fiume si svolgeva un’altra cerimonia di purificazione con un bagno rituale.

Alla sera la processione arrivava ad Eleusi, la cerimonia pubblica aveva termine nel cortile esterno del santuario ed iniziavano le celebrazioni riservate agli iniziandi. La notte era dedicata a danze e canti in onore di Demetra e Persefone.

Il 20 gli iniziandi digiunavano ed offrivano sacrifici.

Gli iniziandi non potevano bere vino, forse segno dell’antichità del rito, anteriore alla introduzione della coltura della vite. Lo sostituiva il ciceone, una bevanda sacra a Demetra, composta da acqua, farina d’orzo e menta. Forse si trattava di birra, conosciuta già nel III millennio a.C. dai Sumeri. Poiché la birra è prodotta appunto con la fermentazione dei cereali, poteva essere un’evoluzione naturale della ricetta originaria, aromatizzata con menta per tutti e con zafferano e narcisi per gli iniziati. (all’epoca lo zafferano non aveva nulla a che vedere col risotto milanese)

Nelle notti tra il 21 e il 23 le cerimonie segrete si svolgevano nel telestérion, un ampio locale sotterraneo coperto, che poteva contenere centinaia di persone. È l’unico che, trovandosi completamente tagliato nella roccia, si sia salvato dalla distruzione. Aveva forma rettilinea, ed era costruito attorno ad una costruzione più piccola, ovvero l’anaktoron, vicino cui vi era il trono dello ierofante. All’interno vi era una gradinata dove gli iniziati prendevano posto. Una foresta di quarantadue colonne di marmo nero (caratteristico di Eleusi) impedisce qualsiasi rappresentazione, alcuni però sostengono, che l’assenza di camere sotterranee ed altro che possa far pensare ad una scenografia non esclude l’uso di scenari di legno, che venivano poi gettati. In questo caso forse s’inscenava un viaggio simbolico negli Inferi, accompagnato da tutte gli orrori che attendono i non iniziati, contrapposti poi ad immagini contrarie, beate, che gli iniziati avrebbero guadagnato. È ormai quasi certo che la storia di Persefone non fosse oggetto di un dramma vero e proprio, ma solo d’una recita e forse erano anche previsti momenti di silenzio per una meditazione personale. Per questo era tanto importante che gli adepti conoscessero la lingua. Lo stesso Pindaro parla dell’importanza del “vedere”, durante l’epopteia, le cose mostrate dallo ierofante, il quale recitava la formula: “Piovi, porta frutto”. In effetti, cosa gli iniziati vedessero è il mistero nei Misteri. La visione era accompagnata da una luce abbagliante, ed è anche probabile che consistesse nell’apparizione di Persefone dal mondo dei morti, nel senso di una rottura totale di barriere tra mondo infero e mondo terreno. Essere iniziato ad Eleusi voleva dunque dire ricercare l’armonia con la natura, l’unità tra mondo materiale e divino, tra vita e morte. Qui si giungeva ad un grado di conoscenza superiore, paragonando l’uomo alla vegetazione: le piante, che sembrano morire in inverno, rinascono, invece, più vigorose di prima, durante la primavera. Dal fondo della cripta si svolgeva il rito di iniziazione, che si concludeva con un grande fuoco ed una luce sfolgorante.

Nella prima notte si aveva l’iniziazione al livello più basso.

Nella seconda notte coloro che erano stati iniziati l’anno precedente divenivano epoptai.

L’atto rituale nei Mysteria non si eseguiva sull’immagine cultuale della divinità, ma sulle persone che partecipavano alla festa. Il mystes, l’iniziato, subiva i misteri, ne era oggetto, ma nello stesso tempo ne era soggetto.

I Mysteria erano la festa dell’entrata nell’oscurità e dell’uscita verso la luce.

In tutte le fonti, si parla anche di pane benedetto, e di simboli sessuali stilizzati. È probabile che l’iniziato toccasse un simulacro del grembo materno, il simbolo e la rassicurazione della sua sopravvivenza eterna. È chiaro che il contatto con le sacre cose era fondamentale, e rappresentava la comunione con il divino.


Finita la celebrazione, gli iniziati sarebbero tornati ad Atene non in processione, ma privatamente, perché era giunto il tempo di meditare.
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Nei Misteri Eleusini non s’impartivano insegnamenti o dottrine, ciò che legava ed accomunava tutti era appunto la visione. È da riconoscere negli antichi misteri un alto grado di esoterismo. Anche ad Eleusi gli iniziati dovevano lavorare su se stessi, sapendo che ciò cui avrebbero assistito avrebbe mutato radicalmente il modo di vivere e di pensare. Erano pronti, cioè, ad affrontare il “rito di passaggio”, la cui prima fase è sempre quella della separazione dal vecchio status. L’alternarsi di buio fitto e luce intensa poi sta a rappresentare questo avvenuto passaggio. La “visione” dei sacri oggetti potrebbe simboleggiare la presa di coscienza reale di una conoscenza superiore attraverso la comprensione dei simboli. Poi, ecco il rientro nel mondo di tutti i giorni, quello dei profani, con la consapevolezza, però, che non sarà più lo stesso, che tutto è cambiato grazie al privilegio ottenuto con l’iniziazione.

Si passava, in sostanza, per tre tappe: la morte, rappresentata dalla notte, dal buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno; la rinascita, rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano derivata dal seme morto solo in apparenza; il raccolto, ovvero il vivere con diversa consapevolezza il mondo materiale. Infatti, distaccatosi dalla sua forma mortale, l’iniziato intravedeva il principio che sempre rinasce.

Il rito era composto da dròmena (cose fatte), legòmena (cose dette) e deiknùmena (cose mostrate)

La segretezza dei Mysteria consisteva nella indicibilità della esperienza (pathein), indipendentemente dalla volontà dei partecipanti al culto. Il divieto di esplicitare le forme del culto si aggiunse a questa indicibilità fondamentale.

Non si aveva apprendimento (mathein) che all’inizio, poi si trattava di un mutamento di coscienza (diathetenai). Proclo scrisse che le teletai “provocano consonanza delle anime con il rito (dromena) in una maniera a noi incomprensibile, e divina, di modo che alcuni degli inziandi sono presi dal panico, colmi come sono di divino orrore; altri si assimilano ai simboli sacri, abbandonano la loro identità, acquistano familiarità con gli dei, e sperimentano la possessione divina” Proclo, In Remp. II 108 17-30 Kroll.


Vicini ai misteri Eleusini sono i Thesmophoria (Thesmoi=leggi e phoria=portare), celebrati nel tardo mese di ottobre in Grecia solo dalle donne. Anche qui vi era il sacrificio di un maiale, considerato simbolo di fertilità ed abbondanza.
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I riti prevedevano digiuni ed astinenze e purificazioni, discesa nell’oltretomba, uso della magia per riportare la vita indietro dalla morte. Forse i due riti avevano le stesse origini storiche, tanto che anche in questi si manipolavano i Miloj, pani di sesamo e miele a forma di genitali femminili. Presso i Greci si parlava di mistero per indicare una verità nascosta, che poteva essere comunicata solo agli iniziati, a coloro i quali veniva imposto il silenzio, per difendersi dalle false interpretazioni. Nelle antiche religioni misteriche i mistagoghi, cioè i sacerdoti che presiedevano ai riti, si servivano di olio, acqua, miele, latte, fuoco, ed altro per trasmettere le forze soprannaturali ai fedeli, al fine di giungere ad un’unione con la divinità. Il contatto era cioè cercato per via simbolica e magica. Tutto ciò che faceva parte del rituale aveva importanza, dai colori, ai vestiti, agli strumenti, e soprattutto al tempo astronomico in cui si svolgevano.

Se tanta fama avevano appunto o misteri eleusini, non dobbiamo dimenticare l’eredità frigia e siciliana. Il mito di Dioniso e gli insegnamenti di Pitagora trasformarono l’antica vicenda di Demetra in un rito vero e proprio e se Eleusi fu, in epoca classica, la “fonte ufficiale” è proprio nei luoghi meno famosi che il mito ha lasciato maggiori tracce, anche perché erano troppo piccoli per subire una persecuzione.

La Sicilia, forse anche grazie alle numerose sette pitagoriche, diventa la seconda patria di Demetra, tant’è vero che il rapimento di Persefone viene “rivissuto” nella pianura di Enna, con una curiosa variante: qui la stagione ingrata in cui la dea dei fiori è sotto terra non è l’inverno piovoso e mite, ma l’estate riarsa, in cui in effetti il grano è già stato mietuto. Si dice che in Sicilia l’epoptai venisse condotto in una radura spoglia, a ricordo dell’ira di Demetra. All’interno di un circolo formato dagli altri iniziati prendevano posto lui, lo ierofante e l’assistente. Le fiaccole si spegnevano all’improvviso, il silenzio era totale. A quel punto lo ierofante urlava: “Sia interrato come i morti, vivo! Vivo, venga interrato come i morti”. La prova dunque consisteva nello choc di essere sepolto in un cunicolo come il seme sottoterra. Doveva affrontare la morte rituale, e quando si “riprendeva”, non si trovava più nel cunicolo, ma di fronte allo ierofante che gli mostrava un chicco di grano maturo. Avendo sperimentato, al livello immaginativo, il destino del seme, egli aveva coscienza di recare in sé un’esistenza non più individuale del corpo, ma superindividuale dell’anima. Alcuni studiosi sostengono che la visione consistesse nello sperimentare il passaggio attraverso i 4 elementi: dalla terra al fuoco all’aria all’acqua, ammettendo in tal senso un forte legame con l’alchimia. Sembra che nel corso delle cerimonie fosse tracciata una croce a forma di Tau sulla fronte degli iniziati, e venissero loro richiesti dei ramoscelli di acacia (probabilmente di Costantinopoli, perché la robinia e l’albero di Giuda vengono dall’America) come simbolo di immortalità, forse perché tale pianta apre e chiude le proprie foglie ad indicare la nascita e la morte.

Ma la Sicilia, inutile dirlo, è anche la patria di Venere Ericina… col relativo culto che resisté fieramente alla cristianizzazione dell’isola.

Morte ed amore, Proserpina e Venere innamorate dello stesso Adone a due passi da Pitagora, che predicava la castità!

La vicina Campania diventa invece casa di Dioniso, con chiaro riferimento alle colture del grano e della vite ed al ruolo preminente nell’economia romana. E particolarmente significativo resta il fatto che mentre la dea delle messi romana Cerere (dalle radici di “cresco” e “creo”= crescita personificata) eredita acriticamente le vicende di Demetra e Proserpina condivide con Persefone il regno dei morti, le confraternite dionisiache, che pure fiorirono in epoca imperiale e cristiana, rifiutarono sempre di chiamare il loro dio Bacco, perché erano gelosi dell’eredità misterica di Dioniso e ritenevano la figura del dio romano troppo volgarizzata dall’adattamento alla plebe.

Presso gli Etruschi gran parte delle funzioni di Cerere erano assorbite da Uni, dea del focolare e della famiglia, molto simile alla romana Giunone. A lei erano dedicati riti misterici femminili ed in suo onore s’esercitava anche la prostituzione sacra con la relativa accettazione di “fanciulli divini”. L’Afrodite etrusca invece “Tyran” restava più legata ai culti dell’oltretomba che dea dell’amore.


Ancora più segreti i riti celtici e germanici.
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Dobbiamo tuttavia guardarci da un’interpretazione troppo dolce di Cerere, carica di messi e sorridente! Era la personificazione romana della “crescita” ancora vicinissima alla “Tellus mater” che veniva festeggiata durante i Fornicidia con il sacrificio di vacche gravide, erano dedicate dei giorni di festa in aprile, i Cerealia nei quali venivano sacrificate delle scrofe gravide. Si hanno documentazioni di come questa divinità non solo presiedesse la fecondità dei frutti della terra e degli animali ma di come fosse legata anche al matrimonio, sia nei rituali di nozze sia nella separazione. Esisteva una legge chiamata “legge di Romolo” che imponeva che i beni del marito che allontanava la moglie senza che lei si fosse macchiata di adulterio, sottrazione delle chiavi o dell’avvelenamento dei figli, fossero per metà dati alla moglie e per metà consacrati a Demeter. La terra nasconde nelle sue profondità il “regno oscuro”, il culto di queste dei era legato anche ai riti funebri. Nell’antica Roma esisteva una porta di comunicazione fra il nostro mondo e il mondo ctonio, questa porta fra ciò che muore e ciò che nasce detta Mundus era sacra a Cerere e si trovava all’interno del suo santuario. Un ultima curiosità: esiste un’iscrizione su piombo contente una maledizione nella quale si consegnano per tre volte i maledetti a una Cerere Vendicatrice.

Le religioni misteriche, rispetto a quelle ufficiali, non si rivolgevano dunque al cittadino, non officiavano riti affinché gli dei proteggessero lo Stato, ma si rivolgevano all’uomo, all’individuo, che entrando in stretta familiarità con la divinità, si creava un’aspettativa soteriologica, ovvero la salvezza anche dopo la morte. Per questo motivo potevano prendervi parte, in una scelta cosciente, tutti, a prescindere dalla loro classe sociale. Fu forse per questo che le classi tenute ai margini della società, le donne, gli schiavi, i meno abbienti, videro in tali culti la possibilità di trovare un’identità che spezzasse la logica dell’appartenenza sociale e divenisse invece esperienza personale, perché, nell’obbligo di osservare il più totale silenzio sull’essenza stessa dei riti, da un lato si creava un’altra comunità, quella degli iniziati, che s’incontravano separatamente, di notte, dall’altro ognuno instaurava un rapporto intimo con la divinità. In sintesi, le religioni misteriche seppero rispondere ai nuovi interrogativi sull’immortalità, sul reale rapporto tra mondo umano e mondo divino, tra corpo ed anima, collocando al centro del tutto quest’ultima e riconoscendole un’origine divina.

I misteri assicuravano la continuità dell’esistenza, la prosecuzione dell’essere, il divino rinascere, in cui la vita non è più esperienza del corpo, ma dell’anima. Infatti, la continuità tra madre e figlia (Kore è il grano in erba, Demetra è invece la spiga matura), che allude a quella tra morte e rinascita, indica che esse sono due aspetti di un unico processo, che, in quanto universale ed eterno, assicura la continuità dell’identità di ogni essere umano, non più legata ai vincoli spazio-tempo. La morte non è definitiva scomparsa, ma il passaggio all’immortalità: il seme gettato nell’oscurità della terra non muore, non cessa di esistere solo perché non lo vediamo, ma si prepara al suo rito di passaggio, che lo condurrà alla nuova vita nella spiga di grano.

Ma per quanto forte fosse la tensione spirituale dei gruppi misterici il termine mistico non può essere interpretato cristianamente come fuga dal molteplice e ricerca dell’Uno, come atteggiamento religioso in cui l’anima del fedele tende ad avvicinarsi a Dio, stabilendo un’interferenza tra due piani, quello umano e quello divino.

La Bibbia aveva tracciato un preciso confine tra la materia e lo spirito e per quanto le vicende del grano continuino ad essere simbolo di ricchezza e di resurrezione, il miracolo può essere compiuto sempre e solo da un Dio geloso ed esclude che l’uomo possa apportare qualcosa di diverso dalla propria buona volontà. Gesù Cristo si dichiarò egli stesso “pane di vita” e se più volte nelle sue parabole ricorse ai campi coltivati, sottolineò la necessità di staccarsi da qualsiasi speranza di realizzazione personale per entrare nel Regno dei Cieli. Mentre il romano era ben convinto che i suoi dei proteggessero il suo lavoro, il Vangelo ricorre proprio alla simbologia del grano per spiegare che chi semina non è necessariamente lo stesso che raccoglie.

Anche se in 2000 anni quasi nessuno l’ha fatto, il Cristianesimo rappresenta un rivoluzionario capovolgimento del pubblico e privato: mentre le religioni misteriche, almeno quelle “addomesticate” dei riti dionisiaci e di Eleusi, conservano una veste ufficiale agricola, che soddisfa le esigenze del grosso popolo e riservano la verità a pochi eletti, Gesù spiega bene che l’unica cosa che importa davvero è la salvezza dell’anima e questa va predicata e perseguita, se necessario fino alla morte, ritenendo superfluo o quasi tutto ciò che riguarda la vita materiale. Dare a Cesare quel che è di Cesare vuol dire in fondo rispettare il contesto politico in cui si è inseriti e lavorarvi instancabilmente all’interno, col proprio sacrificio, che tra l’altro non porta di per se’ alla salvezza, senza l’intervento della grazia.

Messaggio difficile anche per i suoi, quanto lo capirono gli altri?

E non era forse più vicino al continuo confronto con la morte suggerito dai misteri, piuttosto della tranquilla certezza del Popolo Eletto d’essere dalla parte di Dio?

La maggior parte dei cristiani schernirono i Mysteria, da cui si sentivano evidentemente minacciati, più che dalla stessa religione ufficiale pagana. L’esistenza di un cerimoniale segreto, con riferimenti alla vita sessuale, li turbava profondamente e fecero di tutto per dimostrare che era inutile ed indecente.

Ippolito nei suoi Philosophumena V 7, 34. fece notare che le due frasi recitate di fronte alla spiga di grano al culmine della celebrazione “Piovi”, guardando il cielo, e “Porta frutto”, guardando la terra, ritenute segrete, comparivano sull’iscrizione di un pozzo presso la porta di Dipylon ad Atene e concluse: “touto … estì tò mèga kai àrreton Eleusinìon mystèrion” =”Ecco il grande ed indicibile mysterion elusino” L’ironia dei Padri della Chiesa resta legata a queste formule, che non erano segrete. Un altro cristiano, il vescovo Asterio, scrivendo intorno 440, quando ormai i pagani non potevano più smentirlo, affermò che una ierogamia avveniva in una camera sotterranea del santuario e concluse “una gran folla crede che la propria salvezza dipenda da ciò che fanno i due (lo ierofante ed una sacerdotessa) nelle tenebre” Engomion per i Santi Martiri, in Patrologia graeca, vol. XL, col. 321. Ovviamente non è stata trovata alcuna camera sotterranea, nonostante gli scavi nel telesterion siano arrivati fino alla roccia. In realtà ciò che veramente turbava i cristiani era l’esistenza di una religione apparentemente tanto simile e di fatto radicalmente diversa dalla loro. È tuttavia a queste fonti e agli scritti di autori pagani, più che reticenti, che dobbiamo inevitabilmente riferirci, mancando qualsiasi notizia certa circa la vera essenza dei misteri.

Nonostante la condanna dei Padri della Chiesa, i Misteri, che si erano celebrati per 2000 anni, continuarono ancora per centinaia di anni dopo l’arrivo del Cristianesimo.

Il santuario di Eleusi fu chiuso nel 391 da Teodosio il Grande, l’imperatore cristiano che dichiarò il cristianesimo religione di stato. Nel periodo compreso tra il 391 e il 393 d.C. la persecuzione contro i pagani venne intensificata, i loro templi vennero chiusi e la stessa fine fece il santuario di Eleusi.

La fu città distrutta nel 395 d.C. dai Visigoti, il santuario venne incendiato nel 396 d.C. dai Goti guidati da Alarico. Paradossalmente se oggi possiamo ricostruire i misteri è proprio per quello che ne dissero i cristiani per denigrarli, dato che i fedeli, al contrario, avevano l’obbligo del segreto.

http://www.acam.it/persefone-demetra-e- ... -proibito/



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 Oggetto del messaggio: Re: Le Religioni Misteriche
MessaggioInviato: 15/12/2015, 12:02 
Sempre correlazioni tra componenti maschili e femminili, mondi invisibili e cicli/forze della natura.... questo tema mi sta affascinando sempre di più e credo sia alla radice di tutto il misticismo successivo

Le “Grandi Madri” nel bacino del mediterraneo

Nello “scorazzare” per il web, mi sono imbattuto in un articolo di Andrea Romanazzi, pubblicato in: lereviviscenze.com, che ci parla del mito della Dea Madre, diffusissimo nel periodo premitologico di quasi tutti i popoli della nostra beneamata terra.

Le Grandi Madri nel bacino del mediterraneo
Analisi Comparata del Mito delle Sacre Nozze


La Dea Madre è stata probabilmente la prima divinità immaginata dall’uomo e, anche se così non fosse, è indubbiamente quella più presente in tutte le culture del mondo antico.

In tutto il Bacino del Mediterraneo, includendo anche l’area Mediorientale sono state ritrovate statuette, terracotte, incisioni, raffiguranti la Grande Dea già a partire da 30.000-25.000 anni prima di Cristo, usanza poi pian piano scomparsa verso il 3.000 a.C. con l’avvento delle popolazioni Indoeuropee veneratrici delle divinità maschili padrone delle armi e delle fucine.

Prima di questa “invasione” la rappresentazione della dea trova sua massima espressione nelle rappresentazioni delle Veneri Preistoriche, figure femminili dai prosperosi seni ricchi di latte, dagli abbondanti glutei e dai ventri smisurati e gravidi.

Se questa era l’immagine della Grande Generatrice dobbiamo capire da dove nasce il suo culto di fertilità e procreazione.

Immagine

L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e raccoglitore dunque la sua vita è strettamente correlata a quei cicli naturali per i quali da sempre ha mostrato interesse, conoscere i loro segreti non significa dominare la natura ma esserne parte integrante, entrare in perfetta sintonia con la Grande Madre e crescere prosperando con lei.

Il primitivo non è così un “unicum”, come invece il pensiero dell’uomo moderno porta a credere, che vive nella natura ma è parte della stessa e in essa, tra tabù e rituali, cerca e trova sostentamento e prosperità, felicità e dolore, vita e morte. Carichi di fascino così dovevano essere per lo spaurito uomo i segreti naturali che portavano allo sbocciare di un fiore, alla sua trasformazione in frutto, alla nascita di un animale, pargoli di una divinità immaginata come androgina, dalla quale e nella quale tutto nasce, cresce e muore.

All’inizio è il bosco con i suoi frutti a dare sostentamento al primitivo che, proprio per questo, vede in esso e negli stessi animali che vi abitano una sorta di divinità immanente che lo governa, così il rapporto che l’uomo instaura con la natura non è quello di dominatore ma di creatura che vive nel suo divino, lo stesso animale non è solo preda e fonte di sostentamento, ma anche divinità e dunque sacro.

Egli così cerca e trova nella natura i segni della Grande Generatrice, la mater il cui ventre diventano, nell’immaginario primitivo, grotte e antri, ma assume anche le sembianze di animali, poi definiti “totemici” che altro non sono che la stessa dea che si materializza nella sua immanenza.

Successivamente nel Neolitico le popolazioni mediterranee, dedite alla caccia, entrano in contatto con popoli asiatico-orientali già agricoltori. Avviene così una grande trasformazione culturale, l’uomo non è più sottomesso alla natura, ma comincia a produrre frutti e ortaggi, il suo rapporto con la divinità non cambia, essa piano piano si sposta dai boschi ai campi, ma è sempre dipendente dai cicli naturali e dai rituali di fertilità che, mentre prima erano legati alla produzione spontanea, adesso vengono visti strettamente correlati all’agricoltura e al raccolto.

L’uomo inizia a esaminare con sempre più interesse i cicli naturali, l’andamento delle stagioni e i periodi in cui seminare per avere un buon raccolto. Intuisce che la terra non è sempre fertile, ma lo diventa solo quando è “ingravidata” da quello che poi sarà definito il principio maschile, il sole.

E’ in questo momento che al culto della Mater si affianca quello del suo Compagno e spesso anche Figlio perché generato dal ventre Universale della dea. Se dunque la dea è la madre terra che deve esser resa gravida in particolari periodi dell’anno, il suo Compagno sarà soggetto ad una serie di cicli di morte e rinascita che vanno proprio a rappresentare la nascita e la morte della natura.

L’idea del sacro accoppiamento come RITUALE APOTROPAICO che rende fertile e gravida la terra è però molto più antica dello stesso mito e la troviamo espressa nella PRIMITIVA IDEA delle SACRE GROTTE immagine delle profondità uterine della dea dove l’elemento maschile, il priapos universale, rappresentato dalla Sacra Stalagmite, è generato esso stesso nel metaforico ventre della dea, Esso è così sia Figlio (perché generato dalla dea) che suo Compagno (perché ne assicura la fertilità) e poi del SACRO BETILE, la roccia infissa nella bruna terra, l’elemento maschile che, come mistico priapos, la rende fertile.

LE SACRE NOZZE DELLA DEA: i rituali di Accoppiamento

Successivamente sarà il “ricordo” di queste antichi culti che ritroveremo, ben camuffati, nelle società e culture successive per dar vita a quello che oggi definiamo MITO.

Quello che adesso faremo sarà così un breve excursus alla ricerca delle tracce lasciate da questo antico culto di fertilità e prosperità nelle culture successive del Bacino del Mediterraneo.

In Mesopotamia nel III millennio a.C. erano venerati la dea Inanna ( successivamente Ishtar) e la sua unione con il Figlio-Compagno-Dio pastore Dumuzi (successivamente Tammuz).

Il mito di Dumuzi richiama il raccolto che viene festeggiato dai popoli della Mesopotamia come fonte di vita e di fertilità. Essi, infatti, erano convinti che la natura rinascesse ogni anno attraverso un matrimonio sacro che era consumato tra le due divinità.

Il mito è racchiuso nel poema della discesa agli inferi di Inanna che ritroviamo nell’Epopea di Gilgamesh. Si narra che la dea fosse stata imprigionata negli inferi e la sua assenza provocava il blocco delle nascite sulla Terra. Intervengono così gli dea ma neppure loro possono violare una regola ferrea degli Inferi: ogni anima che torna in vita deve essere sostituita agli Inferi. Così Inanna offre in cambio del proprio rilascio il povero Dumuzi. Il dio non può sfuggire ma, ecco che appare la sorella Geshtinanna che intercede per il fratello ottenendo che venga trattenuto nel “mondo di sotto” solo sei mesi l’anno ed offrendosi di sostituirlo agli inferi per gli altri sei.

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Secondo una visione che potremmo definire alla “Frazer” di “magia simpatica” questa unione era realmente celebrata tra una sacerdotessa d’Inanna, rappresentante la dea, ed il re della città, che assumeva le funzioni di Dumuzi in una tradizione che successivamente darà vita alla pratica della Prostituzione Sacra.

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Il culto Inanna e Dumuzi poi lo ritroviamo nella Grecia Classica con il mito di Tammuz, il giovane eroe nato da una corteccia d’albero nella quale era stata trasformata sua madre Mirra e che, conteso da due dee, Afrodite e Persefone, fu ucciso da quest’ultima per gelosia, e successivamente nel mondo romano sotto il nome di Attis, lo “sposo” e compagno della dea Cibele che lo seguiva nelle sue spedizioni di caccia e del quale si innamorò perdutamente. Così il giorno delle nozze del fanciullo, la dea, vistasi defraudata del suo amore, fece impazzire tutti i partecipanti al banchetto, tra cui la sua bellissima moglie e così Attis, per disperazione, si evirò sotto un pino.

“…stimulatus ibi furenti rabie.vagus animi,devolsit ilei acuto sibi pondera silice…” (fuori di sé, in preda a rabbia furiosa, si recise il sesso)

Sarà così la stessa divinità che, avendo compassione del suo amato, lo trasformerà in un albero e indirà una festa funebre in suo onore. La ricorrenza che si teneva durante il giorno dell’equinozio e legata ai cicli riproduttivi di morte e rinascita della natura ove l’albero “adonico” altro non rappresenta che il simbolo fallico del dio, idea che ritroveremo anche in Egitto.

Se infatti ci rifacciamo al mito di Osiride, si narra che sulla cassa dove fu rinchiuso il dio, crebbe un albero di Melograno, poi, rappresentato dallo zed, antichissimo disegno per tradizione associato al suo culto, ma, in realtà, molto più antico, dato che si trova raffigurato anche in tombe del periodo predinastico, mentre il nome del dio non lo troviamo prima della V° dinastia. L’albero cresciuto sulla cassa costruita da Tifone e dunque un simbolo fallico di resurrezione, spesso rappresentato nei sarcofagi, proprio con il compito di riportare in “vita” il defunto.

In Egitto le funzioni vivificatrici erano esercitate da Hathor, la dea vacca con le “corna uterine” tra le quali sorge il sole, quasi ad identificare la dea dalla quale nascono e provengono tutte le cose e il cui nome significa proprio “Casa di Horus”.

“…Madre, colei che partorì il sole, che partorì prima d’ogni altra, prima ancora che fosse partorita…”

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Nei primi miti è proprio la dea e madre di Horus e per questo, quando successivamente il dio sarà identificato come il figlio postumo di Osiride e Iside la dea sarà confusa con quest’ultima che acquisirà proprio da Hathor le sue rappresentazioni munite di corna di vacca. Sarà proprio in questa confusione che le sacre nozze saranno così successivamente associate a Iside e Osiride, divinità arborea morta e successivamente resuscitata proprio dalla Dea. Se torniamo alle prime scritture Hathor è però sia madre che compagna di Horus proprio in una visione simile a quelle precedentemente descritte. Horus non subisce una vera e propria morte, a differenza delle divinità precedenti, però perde un occhio grazie al quale può far rinascere il proprio padre Osiride, simbolo della vegetazione e dunque del ciclo naturale.

Come nel caso del culto precedentemente descritto di Inanna, anche in questo caso era il Faraone stesso ad accoppiarsi con la sua regale moglie ( la Hathor) e le sue sacre concubine (o sacerdotesse della dea). L’accoppiamento avveniva in quello che oggi definiremmo Harem, il luogo della sacra prostituzione derivante dalla parola araba Haram che significa sia sacro che proibito.

Nell’area siriaco-palestinese il culto della dea e del suo compagno è legato alle figure di Anat e del suo fratello-consorte Baal.

La dea è spesso rappresentata da una vacca selvatica, animale totemico che ritroveremo in moltissime altre raffigurazioni della Grande Madre, sotto le quali sembianze, appunto, la divinità maschile si sarebbe accoppiata nel deserto.

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La sacralità della vacca la troviamo anche in una tradizione sacra fenicia, secondo quello che ci riporta Tirio Porfirio, filosofo neoplatonico, verso la metà del III sec. A.C., un fenicio non avrebbe mai mangiato carne di vacca. Ovviamente la tradizione riportata è molto più recente del periodo esaminato ma è sicuramente una “traccia” della sacralità dell’animale.

Il ciclo mitologico è costituito da vari episodi non sempre coerenti, ( in molti casi Anat è prima sposa di El che, poi, diventa suo padre, e spesso confuso, come nel Vecchio Testamento, con Baal stesso. Dunque se Anat è Moglie del dio supremo da lei derivano tutte le cose così, oltre che sorella è anche madre di Baal.) connessi con culti della fertilità. Il dio Baal è così ucciso da Mot dio degli inferi, ma la sorella Anat lo ritrova e lo fa rivivere e con lui rinasce la natura, un mito molto simile a quelli esaminati in precedenza e a quelli che ancora esamineremo proprio a sottolineare la matrice comune di questi racconti.

Anche in questo mito la divinità maschile è legata al sacro albero. Un esempio sarebbe quello di EL, primo consorte di Anat e spesso confuso, anche perché i miti non sono ben definiti e presentano spesso, come già detto confusione, con BAAL.

Spesso il simbolo di El, il dio con le ali, è posto sopra il SACRO ALBERO, altro emblema di Asshur. In raffigurazioni più particolareggiate sopra lo stelo, a differenza della foto in questione, i fiori erano a volte sostituiti da melograni o coni di pino.

Inoltre la sacralità dell’albero visto come divinità la ritroviamo nei rituali di Primavera, durante i quali, ogni anno, veniva abbattuto un grande albero ( abbattimento=morte) e poi alzato nel sacro recinto per successivamente coprirlo di drappi e doni (un po’ il nostro albero del Maggio).

Un altro interessante mito è presente proprio qui in Italia, quello tra VIRBIO E DIANA, le cui tracce ritroviamo nello studio di Frazer sul Ramo d’Oro.

“…Sulle sponde settentrionali del lago [ di Nemi, N.d.A.] si erigeva il bosco sacro e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del Bosco…In questo bosco sacro cresceva un albero attorno a cui e probabile vedere, anche a notte inoltrata, una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno…Quest’uomo era un sacerdote e quando un nuovo individuo voleva occupare il suo posto per prendere il sacerdozio doveva uccidere il suo predecessore…non prima però di aver strappato un ramo dal succitato albero…La strana regola non ha alcun riscontro in tutta l’antichità classica e non si può spiegare per mezzo di essa…”

Queste le parole del noto antropologo James Frazer. Il mito ivi presente si rifà alla leggenda di Virbio, giovane cacciatore che trascorreva la vita nei boschi a caccia di belve, avendo come unica compagna la vergine cacciatrice Artemide. Fiero di quella divina compagna, egli disdegnava le donne e questa fu la sua rovina. Afrodite, offesa dalla sua indifferenza, fece innamorare di lui la matrigna Fedra; e quando il giovane respinse le turpi offerte della donna, lei lo accusò falsamente presso il padre Teseo, il quale credette alle menzogne di Fedra. Teseo si rivolse allora al proprio padre Poseidone perchè vendicasse l’immaginario affronto. Mentre Virbio guidava il suo carro lungo le rive del golfo Saronico, il dio del mare gli mandò contro un toro feroce scaturito dalle onde. I cavalli, terrorizzati, si impennarono scaraventando Ippolito giù dal carro e lo trascinarono nel loro galoppo uccidendolo. Ma Diana, che amava il giovane, convinse il medico Esculapio a riportarlo in vita. Il mito è del tutto simile a quello già citato di Adone, Virbio è senza alcun dubbio l’immagine del Dio-Compagno della Dea precedentemente incontrato, l’archetipo di quei re-sacerdoti descritti nell’opera di Frazer, la cui vita, sempre spezzata da morte violenta, era legata ad un albero.

Se la tradizione del re del bosco è vista nell’ottica dei miti delle “Sacre nozze” ecco spiegato il perché del legame del dio-sacerdote ad un albero e il suo dover perire di morte violenta.

L’elenco potrebbe continuare ancora con le divinità Hittite Hepatu e Teshub, o con la dea Ma e il figlio-compagno dio delle tempeste, venerata nell’area della Cappadocia e poi arrivata tramite i romani in Italia e alla quale verrà dedicato il culto di Ma o Mamede la cui tracce possiamo trovare ancora oggi nel folklore italiano.

Divenuto infatti un santo cristiano con una vera e propria opera di sincretismo, il culto di San Mama lo troviamo ad esempio a Ca’ Campo, in provincia di Bergamo ove “la cappella è ufficialmente dedicata a San Pantaleone ma in realtà il culto popolare è tutto per san Mama, raffigurato come santo barbuto e con la palma del martirio, nella mano destra stringe una mammella.

Terminiamo il nostro viaggio tra la mitologia con la venere cretese, la dea dagli opulenti seni, associata a divinità maschili scarsamente importanti tanto da non avere un nome preciso come il dio delle asce bipenni di Creta o il toro bianco di Minosse.

La leggenda vuole infatti che Minosse, re dell’isola, chiedesse a Poseidone un bellissimo animale da immolargli. Il dio del mare mandò così al sovrano uno splendido toro bianco, ma l’avido re decise di tenerlo per se sacrificando alla divinità un altro animale, così, la divinità, colta da ira, fece infuriare la bestia che ingravidò Pasifae, la moglie del regnante, facendole procreare una creatura mostruosa. Al di là della veste classica del mito ritroviamo in esso l’accoppiamento della dea, rappresentata dalla regina e del dio raffigurato nel toro.

Proprio per capire meglio lo strettissimo legame tra il toro e la dea dobbiamo soffermarci di più su questo animale e sul suo simbolismo. Molti han pensato che l’associazione del toro o del bisonte con l’aspetto femminile sia dovuto al periodo di gestazione che per entrambi è nove mesi, in realtà Dorothy Cameron, in un suo lavoro, ipotizza l’associazione delle corna del toro con l’organo genitale femminile, le trombe di Falloppio, scoperte sicuramente dal primitivo durante operazioni di scarnificazione sui corpi dei morti.

Immaginiamo lo stupore del selvaggio quando, aprendo per la prima volta il ventre femminile, il “loco” dal quale proviene la vita, vede al suo interno un organo simile alle corna di un toro, e del resto questa “scoperta” la troviamo raffigurata in diversi vasi antropomorfi ove, rappresentante proprio all’altezza del bacino ci sono le corna taurine.

Ecco che il mito del Minotauro potrebbe esser considerato in questa nuova ottica, il labirinto altro non rappresenterebbe che l’utero della dea madre nel cui interno dimora il “toro universale”, l’organo genitale femminile che permette la vita e la procreazione.

Dopo questo breve excursus cerchiamo di tirare alcune ipotesi conclusive, soffermandoci su una analisi dei PUNTI COMUNI presenti in essi cercando di dare qualche spiegazione:
Il Dio maschile è sia Compagno che Figlio della dea
La dea assume spesso le sembianze o possiede gli attributi della vacca, suo animale totemico

Erodoto stesso ne “Le Storie” ci descrive come le donne di Babilonia almeno una volta nella vita dovevano prostituirsi nel tempio della dea come somma offerta alla divinità:

“…è d’obbligo che ogni dona del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro di Afrodite [il nome con cui lo storico identifica Inanna o Isthar N.d.A.] si unisca con lo straniero…[…] quando una donna si asside in quel posto non torna più a casa se prima qualche straniero, dopo averle gettato del denaro alle ginocchia, non si sia congiunto a lei nel tempio…”

o come nel caso della prostituzione sacra dell’isola di Pafo che, secondo la leggenda, deriverebbe proprio dalle stesse sorelle di Adone che, fatta adirare la dea, furono condannate a darsi agli stranieri, e ancora in molte comunità dell’area cipriota ad esempio, una vergine, prima di potersi sposare e dunque “diventare donna” doveva prostituirsi ad uno straniero per denaro e poi offrire tali denari alla dea.

A Biblo invece, come riportato da Luciano, durante i giorni di lutto per la morte di Adone le donne dovevano tagliarsi i capelli e, se si fossero rifiutate, avrebbero dovuto concedere per un giorno intero i loro favori agli stranieri presenti e cedere i guadagni al tempio.

Sicuramente quest’ultima tradizione è posteriore ai rituali di prostituzione precedentemente descritti, infatti l’offerta della capigliatura sarà una forma più mitigata della stessa. Il perché della capigliatura nasce dall’idea che essa era messa in relazione, nell’antichità, con la vegetazione palustre. Ed ecco ancora una nuova traccia, i capelli come vegetazione, il loro taglio come morte della generazione per propiziare la rinascita.

Nelle tradizioni ebraiche il ricordo di queste usanze è ancora molto forte, così, ad esempio solo le ragazze vergini possono andar in giro con il capo scoperto e una volta che esse si sposano devono rasare i capelli e sostituirli con una parrucca.

E’ da questa concezione che deriverà poi l’idea di Dote, infatti senza dote nessuna donna si poteva sposare, e per ottenerla, una povera fanciulla poteva solo offrire il proprio corpo per procacciarsela.
Il dio subisce sempre un ciclo di morte e resurrezione in relazione con quello naturale e la sua novella vita è sempre legata alla dea
Il dio è sempre legato all’elemento arboreo

Per spiegare questi cicli dobbiamo fare delle osservazioni:Tra i fenomeni naturali non vi è uno come quello della morte e della resurrezione che più si avvicina alla sparizione e alla ricomparsa della VEGETAZIONE. L’idea del ciclo solare è scarsamente applicabile o comunque successiva perché, anche se esso subisce un indebolimento durante il periodo invernale non subisce una vera e propria morte, idea smentita ogni giorno dal suo risorgere. Il dio è così un dio vegetazionale, come poi sottolineato dal suo stretto legame con l’ALBERO. Se dunque ipotizziamo che la “comparsa” del Dio sia in qualche modo successiva all’Androgino e legata all’agricoltura, si potrebbe così pensare che alla base del ciclo di morte e resurrezione sia il ciclo naturale dei campi, con la loro semina, crescita e morte.

Anche la stessa morte, sempre violenta, del Dio potrebbe così essere messa in relazione con la VIOLENTA DISTRUZIONE da parte dell’UOMO dei prodotti dei campi, falciati, battuti e poi ridotti in polvere.

Qualunque possa però essere la visione interpretativa di questi PUNTI COMUNI, la loro esistenza in miti di culture anche molto lontane tra loro avvalorano l’ipotesi di un culto UNICO, diffuso in un periodo che potremmo definire “Età dell’Oro”, ove le divinità erano la Grande Dea Generatrice e il suo Sposo

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