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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 09/09/2017, 00:12 
Intercettazioni, pronto il bavaglio di governo: solo riassunti. Stretta sui virus spia, così si cancella l’inchiesta Consip


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Il ministro Andrea Orlando ha pronto uno schema di decreto legislativo che esclude la possibilità per i pubblici ministeri di utilizzare il contenuto integrale delle intercettazioni: potrà esserci solo un "richiamo al contenuto". Stretta anche sull'uso dei trojan, fondamentali nell'inchiesta su Alfredo Romeo e Tiziano Renzi. Se la bozza dovesse passare così com'è stata pensata negli uffici di via Arenula, non sarebbero più utilizzabili per indagare sulla corruzione. Il ministero: "Nessun testo definitivo"
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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 11/09/2017, 00:44 
ArTisAll ha scritto:
Intercettazioni, pronto il bavaglio di governo: solo riassunti. Stretta sui virus spia, così si cancella l’inchiesta Consip


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Il ministro Andrea Orlando ha pronto uno schema di decreto legislativo che esclude la possibilità per i pubblici ministeri di utilizzare il contenuto integrale delle intercettazioni: potrà esserci solo un "richiamo al contenuto". Stretta anche sull'uso dei trojan, fondamentali nell'inchiesta su Alfredo Romeo e Tiziano Renzi. Se la bozza dovesse passare così com'è stata pensata negli uffici di via Arenula, non sarebbero più utilizzabili per indagare sulla corruzione. Il ministero: "Nessun testo definitivo"
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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 24/12/2017, 14:55 
Consip, il numero due dei carabinieri Maruccia: “Dissi a Del Sette che lo accusavano”


Il 20 dicembre quando il presidente Consip parlava ai pm, il capo di Stato maggiore Maruccia avvertì il comandante


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L’allora Comandante generale dei Carabinieri, Tullio Del Sette, ha saputo subito dopo l’interrogatorio di Luigi Ferrara, ex presidente della Consip, che quest’ultimo lo aveva tirato in ballo per la fuga di notizie in suo favore. Lo avvertì il capo di Stato maggiore Gaetano Maruccia. E lo stesso numero due dei carabinieri lo racconta al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e ai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi, il 22 luglio scorso, sentito come testimone. La sua deposizione è fondamentale per ricostruire come le informazioni sull’inchiesta Consip, trasmesse legittimamente all’interno dei Carabinieri lungo la scala gerarchica siano poi uscite verso i vertici della Consip, intercettati in quel momento dal Noe dei Carabinieri su delega dei pm di Napoli. Per la fuga di notizie sono indagati per rivelazione di segreto il comandante Tullio Del Sette, il ministro dello Sport Luca Lotti e l’ex comandante della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia.

Davanti ai pm Maruccia da una parte scagiona il proprio comandante dicendo che mai ha riferito quel poco che sapeva dell’indagine Consip (mentre Il Fatto aveva scritto che Maruccia aveva dichiarato di aver riferito genericamente dell’esistenza dell’indagine), dall’altra però rivela un fatto inedito avvenuto il 20 dicembre 2016. Quel giorno i Carabinieri del Noe perquisiscono Consip dopo che l’allora Ad Luigi Marroni aveva disposto la bonifica dalle microspie. Sentito sul punto, Marroni dichiara di aver saputo dell’indagine da Filippo Vannoni, Saltalamacchia, Lotti e Ferrara, che gli avrebbe detto di averlo saputo da Del Sette. Versione che Ferrara in un primo momento conferma. “Il 20 dicembre 2016 – dice Maruccia a verbale – il colonnello Sessa (vicecomandante del Noe, ora indagato per depistaggio, ndr) mi informò che era in atto la perquisizione in Consip (…), segnalazione che pervenne poi, anche formalmente sui canali ufficiale. Riferii tale circostanza, tramite sms, a Del Sette, in quel momento non in ufficio, stante il rilievo pubblico che tale notizia avrebbe sicuramente assunto”. Fin qui nulla di strano. “Nella tarda serata (…) – continua Maruccia –, Sessa ebbe a riferirmi che (…) Ferrara aveva fatto il nome del comandante Del Sette con riferimento alla fuga di notizie, senza altro specificarmi in ordine a quanto dichiarato”. A questo punto Maruccia sa che il suo Comandante è tirato in ballo. Il giorno dopo i pm lo iscriveranno come indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Maruccia si trova davanti a un bivio: informare il suo Capo in ossequio alla gerarchia o tutelare il segreto investigativo? Così Maruccia spiega ai pm romani cosa decise di fare quella sera: “Riferii anche tale comunicazione al Generale Del Sette, nei suddetti termini sintetici; solo il 22 dicembre apprendemmo, attraverso la lettura del Fatto, maggiori dettagli”. Quel giorno Marco Lillo firma lo scoop sul comandante indagato.

Maruccia dice di non aver riferito a Del Sette né ad altri dell’indagine prima della soffiata ai vertici di Consip. Ma lui quando ne viene a conoscenza? Con i pm il capo di Stato Maggiore parte da lontano, dal “secondo semestre del 2015” e cioè dalla “ristrutturazione delle linee di comando dei reparti speciali dell’Arma”: molti uomini del Noe sono andati all’Aise, i servizi segreti esteri, compreso il colonnello Sergio De Caprio, alias Ultimo. Allora, racconta Maruccia, ha incontrato “sporadicamente” Sessa e “più sporadicamente” il colonnello Fabio De Rosa, estraneo all’indagine. Si parlava della mancanza di personale al Noe. “Nel corso di tali incontri – racconta Maruccia – avvenuti in un arco temporale tra la primavera del 2016 e quella del 2017, proprio ed esclusivamente al fine di evidenziare le difficoltà conseguenti al depauripamento di personale, Sessa e De Rosa mi fecero una sommaria rassegna delle più rilevanti iniziative investigative seguite dal Comando. (…) Mi accennarono, in modo non particolareggiato, anche dell’indagine Consip. Essenzialmente mi dissero che tale indagine riguardava in primis Romeo (…) ed alle sue possibili ingerenze nei confronti dei vertici Consip, citandomi in particolare Marroni e Ferrara, nonché del coinvolgimento di Bocchino (l’ex parlamentare, ora indagato per traffico di influenze, ndr) (…) Furono informazioni piuttosto generiche (…). Tutte queste informazioni, su questa e altre indagini, (…) mi venivano riferite con la finalità che ho rappresentato, senza che io abbia mai stimolato o sollecitato la comunicazione…”. Maruccia dice di non aver mai condiviso queste informazioni con “organi né gerarchici né collaterali”.

Di Tiziano Renzi, indagato a Roma dal febbraio 2017 per traffico di influenze ma intercettato a Napoli già da dicembre 2016, dice di aver saputo verso la fine del 2016: “Sempre Sessa mi riferii che stavano attenzionando Tiziano Renzi come possibile tramite tra Romeo e gli amministratori Consip; non mi parlarono di intercettazioni (…). Raccomandai loro di essere molto attenti nelle indagini e nella valutazione delle stesse, sia per il profilo di oggettiva delicatezza istituzionale della persona, sia perché non si erano ancora sopite le polemiche per precedenti indagini dello stesso Comando Tutela e della Procura di Napoli su persone vicine all’allora Presidente del Consiglio e che peraltro non avevano avuto esiti giudiziari”. E sembra riferirsi all’intercettazione Renzi-Adinolfi captata nell’ambito dell’indagine Cpl Concordia, svolta sempre dal Noe. “Dissi pure – continua Maruccia – che se si fossero acquisite prove di reato bisognava procedere come in qualsiasi altro caso. Di tutto questo non informai Del Sette perché non lo ritenni necessario (…). Lo avrei informato se ci fossero stati risultati completi. Non ricordo con precisione quando Sessa mi disse ciò, credo a fine novembre e quindi penso dopo l’articolo de La Verità del 6 novembre”. Così il capo di Stato Maggiore toglie dalle grane il proprio capo, spiegando di non avergli detto nulla.
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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 27/12/2017, 11:18 
Consip, così i vertici dell’Arma si contraddicono sulle fughe di notizie

Le versioni a confronto - Non coincidono le deposizioni su chi sapesse dell’inchiesta che riguardava il Giglio Magico


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Le versioni fornite dai carabinieri su chi fosse stato informato dell’indagine che stava facendo tremare il Giglio magico non tornano. I verbali davanti ai pm di Roma compongono un puzzle i cui pezzi non si incastrano. Il comandante del Noe Sergio Pascali, per esempio, sembra contraddire quanto avrebbe dichiarato il suo (ex) comandante generale, Tullio Del Sette, ora in uscita. Un problema per Del Sette che si aggiunge a quanto rivelato ieri dal Fatto. Il 22 luglio scorso, il capo di Stato Maggiore Gaetano Maruccia sentito come testimone dice: “Il 20 dicembre nella tarda serata il colonnello Sessa ebbe a riferirmi che nell’ambito delle indagini Luigi Ferrara aveva fatto il nome di Del Sette con riferimento alla fuga di notizie, senza altro specificarmi in ordine a quanto dichiarato. Riferii tale comunicazione a Del Sette nei suddetti termini specifici”. In pratica il vice di Del Sette lo avverte che un teste chiave (il quale poi cambierà versione) lo tira in ballo nell’indagine. I pm hanno deciso di non indagare Maruccia perché il verbale di Ferrara non era stato secretato e perché si tratterebbe di un legittimo trasferimento di notizie in base alla scala gerarchica.

Il comandante del Noe Pascali è stato sentito il 15 maggio 2017 proprio nell’inchiesta sulla fuga di notizie che ha avvertito i vertici Consip dell’indagine. In questo filone sono indagati con l’accusa di rivelazione di segreto e favoreggiamento oltre al comandante Tullio Del Sette, il ministro dello Sport Luca Lotti e il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia.

Pascali spiega ai pm che per lui l’indagine napoletana, partita nel 2015, era diversa dalle altre. Il pm Woodcock, secondo Pascali, aveva un buon feeling con il colonnello Sergio De Caprio, alias Ultimo, e nonostante due incontri con lo stesso Woodcock per migliorare i loro rapporti, il pm napoletano era rimasto sulle sue. Una volta gli aveva ricordato pure che non era ufficiale di polizia giudiziaria, cioé non doveva avere accesso ai contenuti dell’indagine. Per questo, spiega Pascali ai pm, aveva evitato “di chiedere informazioni specifiche sulle indagini coordinate da Woodcock”. I suoi gli dicono solo, nella primavera del 2016, che l’inchiesta riguardava “i rifiuti speciali del Cardarelli di Napoli”.

Pascali dice che apprese qualcosa in più solo dopo il 6 novembre quando La Verità pubblica l’indiscrezione su un’indagine di Napoli che preoccupava Tiziano Renzi, il quale non parlava più con nessuno per paura di essere intercettato.

L’articolo non diceva che l’inchiesta riguardava Consip, né faceva i nomi di Carlo Russo, Romeo o Bocchino. Dice Pascali ai pm che solo dopo quell’articolo Alessandro Sessa, vicecomandante del Noe (ora indagato per depistaggio), e Fabio De Rosa, capo del reparto operativo del Noe, “mi hanno riferito che nell’indagine era emersa la figura di Carlo Russo, amico di Tiziano Renzi, attraverso il quale Romeo cercava di arrivare a Tiziano Renzi (adesso accusato di traffico di influenze, ndr) per influire sui vertici di Consip. Mi dissero solo in modo generico che vi erano attività di intercettazione in corso limitandosi ad indicarmi Russo, Romeo e Bocchino quali persone intercettate”. Pascali – a suo dire – apprende solo il 20 dicembre 2016 che c’erano le cimici in Consip, quando già l’ex ad Marroni le aveva scoperte grazie alle soffiate.

Dopo il 6 novembre 2016 però, anche se non sa tutto, Pascali sa molte più cose di quelle scritte nell’articolo de La Verità. Dopo quell’articolo, Pascali va a parlare con Del Sette. Al comandante era solito dare informazioni generiche sulle inchieste per chiedere più uomini, soprattutto dopo il trasferimento in massa ai servizi segreti al seguito del colonnello Sergio De Caprio, prima al Noe e poi all’Aise. “In quelle occasioni – spiega Pascali – ragguagliavo Del Sette delle attività del Reparto in campo nazionale, suscettibili di sviluppi investigativi positivi così come impegnative in termini di risorse. L’informazione era nei limiti di ciò che sapevo; dopo il 6 novembre aggiunsi che l’indagine napoletana si stava allargando e che poteva interessare Consip, senza fornire particolari dettagli sulle attività tecniche disposte dal pm”.

Quindi dopo l’articolo del 6 novembre del 2016, Del Sette, secondo Pascali, sapeva che l’inchiesta napoletana riguardava la Consip.

Il problema è che “Del Sette – scrive il gip nella richiesta di interdizione di Sessa e Scafarto – ha dichiarato in sede di spontanee dichiarazioni, rese il 23 dicembre 2016, di non essere stato a suo tempo a conoscenza dell’indagine e delle intercettazioni”. La frase del gip Gaspare Sturzo fa pensare che il generale Pascali smentisca con il suo verbale il suo (ormai ex) comandante Del Sette.
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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 12/01/2018, 17:09 
Consip, la Procura chiede una proroga di 6 mesi per le indagini su Lotti


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L'iscrizione del ministro nel registro degli indagati - come rivelato da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano - risale al 21 dicembre del 2016, il giorno dopo l’audizione, davanti agli inquirenti di Napoli, nella quale l’ex ad Luigi Marroni aveva ammesso di aver saputo dal ministro dell’indagine in corso sulla centrale acquisti della Pubblica amministrazione
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Altri sei mesi per indagare su Luca Lotti. È quello che ha chiesto la procura di Roma nel filone dell’inchiesta Consip che riguarda il ministro dello Sport. Lotti è accusato di favoreggiamento e violazione del segreto d’ufficio nell’indagine sulla fuga di notizie relative al caso sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione.

L’iscrizione del ministro nel registro degli indagati – come rivelato da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano – risale al 21 dicembre del 2016, il giorno dopo l’audizione, davanti agli inquirenti di Napoli, nella quale l’ex ad di Consip Luigi Marroni aveva ammesso di aver saputo dal ministro dell’indagine in corso sulla centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Il fascicolo passò subito a Roma per competenza e il 27 dicembre Lotti si presentò a Piazzale Clodio per essere sentito dagli inquirenti. Poi il 14 luglio del 2017 era stato interrogato dal pm Mario Palazzi, responsabile del fascicolo, alla presenza del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, e dell’aggiunto Paolo Ielo. Erano stati i suoi avvocati, Franco Coppi e Ester Molinaro, a spiegare che nel corso di un “sereno interrogatorio durato circa un’ora”, il ministro ha risposto “puntualmente a tutte le domande che gli sono state rivolte” e ha ribadito “con fermezza la sua estraneità ai fatti contestati”.

Le accuse – L’origine dei guai di Lotti, come detto, è legata alle parole di Marroni che aveva raccontato agli inquirenti come fu avvertito delle indagini in corso. Il 15 dicembre del 2016, infatti, il manager aveva fatto rimuovere grazie a un’apposita bonifica le microspie celate dai carabinieri del Noe nel suo ufficio. Quando quattro giorni dopo i pm di Napoli insieme ai carabinieri e ai finanzieri gli chiedono perché lo abbia fatto, Marroni risponde così: “Perché ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Il top manager, che ha confermato tutto successivamente, è stato poi di fatto allontanato dal governo cui spetta la nomina dei vertici di Consip. E se per il principale accusatore dell’indagine di Consip era scattato il siluramento, al contrario il Senato aveva “blindato” la posizione dell’accusato Lotti, bocciando la mozione di sfiducia nei suoi confronti.

Il caso Vannoni: “Fu Lotti a dirmi dell’indagine” – A pesare sull’iscrizione nel registro degli indagati del ministro, però, c’è anche la testimonianza di Filippo Vannoni. O forse c’era. Il presidente di Publiacqua Firenze e amico di vecchia data dello stesso Renzi è finito recentemente indagato per favoreggiamento. Sentito come persona informata sui fatti dai pm di Napoli il 21 dicembre mette a verbale: “Ricordo di aver detto a Marroni che aveva il telefono sotto controllo, ma in questo momento non sono in grado di dire chi e in che termini mi abbia dato questa informazione; sicuramente, prima di parlare con il Marroni e dirgli che aveva il telefono sotto controllo, il Lotti mi ha sicuramente detto che c’era una indagine su Consip”. A quel punto i magistrati gli ricordano che come testimone ha l’obbligo di dire la verità e lui aggiunge: “Facendo mente locale vi dico che effettivamente fu Lotti a dirmi che c’era una indagine su Consip. Ricordo che il presidente Renzi mi diceva solo di ‘stare attento’ a Consip”.
Il ministro: “Gli avrei dato una testata”. E il manager ritratta – “A Vannoni avrei voluto dare una testata”, dirà Lotti il 27 dicembre quando si presenta dai pm la prima volta per negare ogni addebito dopo aver appreso si essere indagato. Dopo l’interrogatorio con i pm di Napoli, infatti, il presidente di Publiacqua Firenze fa tappa a Palazzo Chigi per parlare con lo stesso Lotti. Almeno secondo lo stesso ex sottosegretario. “Vannoni, imbarazzato e con modi concitati, mi ha informato di essere stato sentito da Woodcock a Napoli e di avergli riferito di aver ricevuto da me informazioni riguardo l’esistenza di indagini su Consip; alle mie rimostranze circa la falsità di quanto affermato, lui ha ammesso di aver mentito e quando ho chiesto il perché si è scusato in modo imbarazzato, ottenendo una mia reazione stizzita, tanto da avergli detto ‘non ti do una testata per il rispetto del luogo nel quale siamo, congedandolo”. Successivamente, però, il manager toscano è passato da testimone a indagato per favoreggiamento: davanti ai pm di Roma ha sfumato la versione dei precedenti interrogatori, ritrattando in parte alcune dichiarazioni su Lotti.

I Renzies: “La verità non l’hai detta a Luca” – Il nome del ministro, seppur solo quello di battesimo, nell’indagine sulla centrale della pubblica amministrazione viene evocato anche un’altra volta. Nel dettaglio si tratta del nome di battesimo. “Io non voglio essere preso in giro e tu devi dire la verità in quanto in passato la verità non l’hai detta a Luca e non farmi aggiungere altro. Devi dire se hai incontrato Romeo una o più volte e devi riferire tutto quello che vi siete detti”, dice il 2 marzo Renzi al padre Tiziano, in uno dei passaggi della telefonata intercettata pubblicata sempre dal Fatto Quotidiano. Un riferimento – quello a “Luca” – su cui l’ex premier non ha mai fatto chiarezza nonostante i molteplici interventi pubblici sia sull’inchiesta Consip che sulla telefonata intercettata col padre.
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MessaggioInviato: 28/03/2018, 01:37 
Consip, l’incontro tra babbo Renzi e Romeo a Firenze

Nell’estate del 2015 il padre dell’ex premier Pd, che da mesi nega, secondo i pm avrebbe visto l’imprenditore in un bar


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di Marco Lillo e Valeria Pacelli | 27 marzo 2018

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Tiziano Renzi e Alfredo Romeo – secondo gli investigatori romani – potrebbero essersi incontrati nell’estate del 2015. L’incontro sarebbe avvenuto a Firenze in un bar di giorno e non a Roma a cena, come si era finora detto. Però ci sarebbe stato. Questa è la novità più importante che i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi potrebbero contestare a Tiziano Renzi in un futuro interrogatorio, qualora decidesse di rispondere alle loro domande.

Il padre dell’ex premier, già sentito dai pm romani il 3 marzo 2017, ha detto di non aver mai incontrato Romeo a Roma con l’imprenditore Carlo Russo, come riferito ai magistrati dall’ex tesoriere del Pd Campania Alfredo Mazzei, che riportava le confidenze dell’amico Romeo in merito. I carabinieri del Reparto operativo di Roma hanno valorizzato un’intercettazione del novembre 2016, per poi cercare riscontri che portano a localizzare l’incontro a Firenze nell’estate del 2015.

L’intercettazione ambientale in questione è stata fatta dal Noe quando l’inchiesta era ancora a Napoli sotto l’egida di Henry John Woodcock e Celeste Carrano ed è stata riascoltata dai carabinieri di Roma, dopo che la Procura capitolina ha tolto la delega al Noe.

L’8 novembre del 2016 alle otto di sera negli uffici della Romeo Gestioni a Roma una cimice registra Alfredo Romeo e il suo consulente Italo Bocchino mentre si interrogano su come sia nata l’inchiesta di Woodcock. In quel momento ufficialmente l’indagine ha messo nel mirino solo i rapporti di Romeo con il dirigente del Comune di Napoli, Giovanni Annunziata. L’inchiesta sulla Consip e le intercettazioni con il nome di Tiziano Renzi sono ancora segrete. Woodcock, solitamente attratto da grandi storie e da grandi nomi, però sta svolgendo intercettazioni e sequestri. Troppo per un obiettivo minimo, come il dirigente comunale Annunziata.

Romeo fiuta che il pm sta puntando in alto, a Matteo Renzi, da lui soprannominato ‘il principino’: “Il principino? (…) ma perché che cavolo c’entra? (…) loro hanno sentito, e chill’ s’è arrapato e ha mis…”. Romeo teme che il pm ascoltando le sue conversazioni abbia imboccato la pista giusta. Da mesi Romeo parla con Carlo Russo e tramite lui cerca di agganciare Tiziano Renzi e si chiede: “Salvo che noi abbiamo fatto nome e cognome…”. Sul punto però Bocchino lo tranquillizza: “Non amm fatt nome e cognome mai!”.

Secondo Bocchino, la tecnica di Woodcock sarebbe indiretta: “Vuole fare innervosire Annunziata. Questo è un personaggio sopra le righe e vuoi vedere che (avrà detto Woodcock, ndr) lo spaventiamo che lo arrestiamo e questo ci dice qualcosa? E si è arrapato. Magari gli ha raccontato che sei andato a Firenze e ti ha lasciato dietro al bar (…) Se tu ricostruisci il giorno che sei andato lo sappiamo se c’era o no”.

Sembra di capire che Bocchino e Romeo temano che Annunziata o magari il suo amico di Firenze che lavora per Romeo, Carlo Vadorini, si sia lasciato andare a una confidenza su un incontro a Firenze, in un bar, del quale ha saputo casualmente.

Bocchino ipotizza: “Secondo me lui ha raccontato la questione di Firenze”. Poi prosegue il suo ragionamento mettendosi nei panni del pm: “Si è posto il problema: ‘Chi è questo interlocutore che parla del papà di quello con Romeo?’”. Bocchino non fa il nome ma l’identikit dell’interlocutore ignoto somiglia a quello di Russo. Effettivamente Romeo e Bocchino non chiamano mai per nome Carlo Russo. Per loro è “il ragazzo”.

Gli investigatori hanno riletto anche altri colloqui (che Il Fatto ha già pubblicato) dell’agosto e dell’ottobre del 2016 tra Romeo e Russo. Anche quei colloqui fanno pensare che l’imprenditore campano abbia incontrato almeno una volta Tiziano. Il 5 ottobre Romeo e Russo, dopo avere detto che Tiziano è seguito dai servizi segreti, accennano a un incontro in un barettino. E si rinfrancano reciprocamente sostenendo che comunque anche se lui era seguito loro non avrebbero mai capito chi fosse perché sembrava un “salumiere”. In due conversazioni, del 3 e 31 agosto 2016, Romeo parla del comportamento di un padre che ha gli stessi atteggiamenti del figlio, che però è più moderato del genitore. Gli investigatori, partendo da questi elementi, hanno fatto i loro accertamenti e ora sembrano convinti che nel colloquio del novembre 2016 Bocchino e Romeo alludessero a un incontro avvenuto già da più di un anno: a Firenze, estate 2015. Questo non vorrebbe dire automaticamente che i due siano colpevoli di traffico di influenze. Però, se l’incontro ci fosse stato, sarebbe un bel problema per Matteo Renzi. Quando abbiamo pubblicato nel libro “Di padre in figlio” l’intercettazione del colloquio di Matteo e Tiziano del 2 marzo 2017, l’ex premier era andato su tutte le furie. Nella telefonata, intercettata dai pm di Napoli, il padre negava a Matteo di avere mai fatto una cena con Romeo ma aggiungeva di non ricordare i bar. Dopo la pubblicazione, ci eravamo permessi di sollevare qualche dubbio sulla versione di Tiziano davanti ai pm. Il 16 maggio 2017 Matteo Renzi in diretta Facebook attaccò l’autore del libro Di padre in figlio e Il Fatto, sostenendo che, con i soldi delle cause civili, la famiglia Renzi avrebbe ripagato i suoi mutui. Matteo arrivò anche a dire che aveva fatto male a dubitare del padre e i giornali avrebbero un giorno “dovuto chiedere scusa di questa vergognosa bugia”.

Se l’incontro tra il babbo e Romeo ci fosse stato davvero, sarebbe lui a dover chiedere scusa. A meno di non pensare che l’incontro sia sano e bello se fatto a Firenze davanti a un bar e sia invece disdicevole solo se fatto in una “bettola” a Roma.
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Tiziano Renzi, il Fatto assolto per quattro articoli d’inchiesta e condannato per due commenti e un titolo


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Il giudice Lucia Schiaretti, nel dispositivo della sentenza, ha anche condannato il padre dell'ex segretario del Pd a pagare 13mila euro di spese processuali al direttore Peter Gomez e al cronista Pierluigi Giordano Cardone, i cui articoli - firmati con Gaia Scacciavillani - sono stati ritenuti perfettamente veri
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Assoluzione per i quattro articoli di inchiesta, condanna per il titolo a uno di essi e per due commenti. Il Tribunale di Firenze ha condannato il Fatto Quotidiano a risarcire Tiziano Renzi con 95mila euro. Il padre dell’ex premier, a leggere la sentenza del giudice Lucia Schiaretti, è stato diffamato da due commenti del direttore Marco Travaglio (60mila euro) e da un titolo di un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano e da ilfattoquotidiano.it agli inizi di gennaio 2016. Nell’annunciare la notizia via social, l’ex segretario del Pd ha parlato di “enorme mole di fango buttata addosso alla mia famiglia, a mio padre, alla sua salute. Una campagna di odio senza precedenti”. Ciò che Matteo Renzi omette è che sul contenuto dei quattro articoli contestati, il giudice ha assolto il Fatto Quotidiano. Nella richiesta di risarcimento danni per 300mila euro, infatti, Tiziano Renzi aveva definito le nostre inchieste giornalistiche una campagna di stampa contro di lui. Secondo la sentenza, però, i fatti riportati sono veri e di interesse pubblico, quindi non diffamatori. Gli interessi, i legami imprenditoriali e i movimenti di Tiziano Renzi nel mondo degli outlet del lusso erano e restano un fatto conclamato. Il giudice Lucia Schiaretti, nel dispositivo della sentenza, ha condannato il padre dell’ex segretario del Pd a pagare 13mila euro di spese processuali al direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez e al cronista Pierluigi Giordano Cardone, i cui articoli – firmati con Gaia Scacciavillani – sono stati ritenuti perfettamente veri.

“In linea generale può senz’altro ritenersi che le attività economiche e politiche (quale esponente locale del Pd) del padre del Presidente del Consiglio in carica possano rivestire un pubblico interesse” ha scritto il giudice Schiaretti nella sentenza. I quattro articoli del Fatto Quotidiano contestati da Tiziano Renzi parlavano proprio di questo: dei rapporti (anche economici) del padre dell’allora presidente del Consiglio con gli ideatori e gli sviluppatori degli outlet del lusso targati The Mall. Nella fattispecie, si tratta di tre centri commerciali: quello di Leccio Reggello in provincia di Firenze e dei progetti per realizzare altrettanti mall a Sanremo e a Fasano, in provincia di Brindisi. Il Fatto ha analizzato i ruoli e gli intrecci societari tra tutti i protagonisti dei progetti, la maggior parte dei quali legati a Tiziano Renzi. Che si è sentito diffamato dal contenuto dell’inchiesta e da due commenti del direttore e ha chiesto 300mila euro di risarcimento a Marco Travaglio e Peter Gomez (direttori responsabili del giornale e del sito) e a Gaia Scacciavillani e Pierluigi Giordano Cardone, gli autori dell’inchiesta.

Nella sentenza, il giudice Lucia Schiaretti ha analizzato i sei articoli incriminati e ha deciso che quello in cui si parla dei legami tra Tiziano Renzi e gli imprenditori dell’outlet di Reggello “non contiene informazioni lesive della reputazione di Tiziano Renzi“. Il motivo? “L’articolo evidenzia in primis la partecipazione di personaggi del mondo toscano e vicini al Partito democratico quali Rosi, di Banca Etruria, Bacci, finanziatore della Fondazione Big Bang, Sergio Benedetti, Sindaco di Reggello, Niccolai, con il quale Tiziano Renzi costituirà la Party s.r.l. e che erano già in precedenza conosciuti dall’attore, che a Rignano vive da sempre e dove ha sempre svolto la sua attività politica”. Non è lesivo neanche l’articolo che ricostruiva un processo all’epoca in corso ad Arezzo sulla famiglia Moretti. Scive il giudice: “Né si può ritenere lesivo della reputazione del Renzi l’accostamento a personaggi indagati, vicini a lui e al figlio. La rilevanza del fatto narrato si desume dal fatto che il figlio di Tiziano Renzi, Matteo Renzi, era all’epoca Presidente del Consiglio dei Ministri e, dunque, da ciò deriva l’interesse del lettore a conoscere il comportamento della di lui famiglia e di coloro che, come amici o imprenditori, si muovono intorno alla politica del Pd”.

Simile il ragionamento che porta il giudice a ritenere non diffamatorio il terzo articolo della serie, che dà conto di alcune perquisizioni ai danni di società che fanno parte del settore outlet. “Nel corpo dell’articolo – si legge nella sentenza di Lucia Schiaretti – si specifica che tra le società perquisite c’è anche la Nikila Invest, che controlla il 40% della Party, di cui è socio Tiziano Renzi, padre del Presidente del Consiglio, e amministratore unico la madre del premier Laura Bovoli. L’articolo si colloca, insieme agli altri di cui è causa – prosegue il giudice – nell’ottica di evidenziare i collegamenti di Tiziano Renzi a imprenditori sottoposti a indagini e a Lorenzo Rosi di Banca Etruria; tuttavia, nessuna informazione falsa o lesiva della reputazione dell’attore risulta ivi riportata. L’essere in affari, infatti, è circostanza oggettivamente neutra e nulla ha fatto l’autore dell’articolo per indurre a ritenere che Tiziano Renzi fosse responsabile di alcunché. Deve, dunque, escludersi la natura diffamatoria dell’articolo in oggetto”. Il Fatto Quotidiano, come detto, è stato invece condannato a pagare 95mila euro per due singole parole contenute in altrettanti editoriali del direttore Marco Travaglio e per un titolo ritenuto non sufficientemente chiaro su un pezzo giudicato invece veritiero. Tradotto: il contenuto degli articoli è vero, corretto, di interesse pubblico e non diffamatorio.
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Fonte



Il bomba si lamenta,a suo dire, della “enorme mole di fango buttata addosso alla sua famiglia, a suo padre, alla sua salute. Una campagna di odio senza precedenti”. [:291] [?] [?] [?] [?] [?]

Mah.
A me vengono in mente tutti quegl' itagliani e la loro salute, dopo che Renzie e corte (Governo) hanno asfaltato il popolo che prova con difficoltà a risparmiare.
15.000 €. in banca (poverino [:108] -non c'ha creduto nemmeno lui all'ennesima boiata che ha sfornato-) ed è riuscito a comprarsi anche il villone.
Vabbè, alla faccia del fango. [:76]



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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 23/10/2018, 09:53 
il problema dell'italia
sono (state) tutte queste merd.acce e pagliacci al governo
che puntualmente vengono onorate
dalla legion d'onore (francese)
chissà perchè..


=traditori della patria..

avessimo avuto al governo gente seria
e attaccata al proprio paese,
a quest'ora staremmo
tra i primi al mondo..

ma c'è sempre tempo per recuperare..


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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 30/10/2018, 08:23 
Consip, chiuse le indagini: Luca Lotti e generale Tullio Del Sette verso il processo. Chiesta archiviazione per Tiziano Renzi


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Chiuse le indagini per rivelazione del segreto e falso per l'allora capitano del Noe, Gian Paolo Scafarto. Per quest’ultimo c'è anche l’accusa di depistaggio assieme al colonnello dell’Arma, Alessandro Sessa. Per i pm il padre dell'ex premier "ampiamente inattendibile"
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Bugie, depistaggi, soffiate e favori. E in mezzo la centrale acquisti della pubblica amministrazione e i suoi ricchissimi appalti. È stata chiusa l’indagine Consip da parte degli inquirenti di Roma: tra gli indagati restano l’ex ministro dello Sport, Luca Lotti e il generale Tullio Del Sette. Secondo quanto apprende il Fatto Quotidiano la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dal reato di traffico di influenze per Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo, ritenuto però “ampiamente inattendibile” dalla procura.

Rischiano quindi di finire a processo per favoreggiamento Lotti, il generale dell’Arma Emanuele Saltalamacchia e Filippo Vannoni, ex consigliere economico di Palazzo Chigi, mentre l’imprenditore Carlo Russo è indagato per millantato credito. Chiuse le indagini per rivelazione del segreto, falso e depistaggio per l’allora capitano del Noe, Gian Paolo Scafarto. Ultima contestazione che il carabiniere condivide con il colonnello dell’Arma in aspettativa Alessandro Sessa. Per Del Sette la contestazione è favoreggiamento e rivelazione di segreto di ufficio.

Gli indagati erano dodici, Lotti iscritto il 21 dicembre 2016
Gli inquirenti avevano chiesto una proroga della indagini il 12 gennaio scorso. La richiesta riguardava dodici persone finite sotto inchiesta: il ministro Luca Lotti, il generale dei Carabinieri Emanuele Saltalamacchia, l’imprenditore Carlo Russo, il comandante dell’Arma Tullio del Sette, l’imprenditore Alfredo Romeo, Italo Bocchino, l’ex ad di Consip Domenico Casalino, Francesco Licci, Silvio Gizzi, Tiziano Renzi, il presidente di Publiacqua Filippo Vannoni e l’ex presidente di Consip Luigi Ferrara. Per gli altri cinque indagati quindi il destino giudiziario sarà un altro. E a deciderlo sarà il gip che dovrà accogliere o respingere la richiesta di archiviare della procura.

L’iscrizione nel registro degli indagati di Lotti – come rivelato da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano – risale al 21 dicembre del 2016, il giorno dopo l’audizione, davanti agli inquirenti di Napoli, dell’ex ad di Consip Luigi Marroni, che aveva ammesso di aver saputo dal ministro dell’indagine in corso sulla centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Il fascicolo passò subito a Roma per competenza e il 27 dicembre Lotti si presentò a Piazzale Clodio per essere sentito dagli inquirenti. Poi il 14 luglio del 2017 era stato interrogato dal pm Mario Palazzi, responsabile del fascicolo, alla presenza del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, e dell’aggiunto Paolo Ielo. Erano stati i suoi avvocati, Franco Coppi e Ester Molinaro, a spiegare che nel corso di un “sereno interrogatorio durato circa un’ora”, il ministro ha risposto “puntualmente a tutte le domande che gli sono state rivolte” e ha ribadito “con fermezza la sua estraneità ai fatti contestati”.

Il millantato credito di Carlo Russo e i 100mila euro promessi da Romeo
Stando al capo di imputazione l’imprenditore Carlo Russo si faceva promettere dall’imprenditore Alfredo Romeo, 100mila euro all’anno, “come prezzo della propria mediazione” nei confronti di Daniela Becchini, all’epoca dei fatti dg del patrimonio Inps, Silvio Gizzi, all’epoca amminstratore delegato di Grandi Stazioni rail, Monica Chittò, all’epoca sindaca del comune di Sesto San Giovanni e infine Luigi Marroni, all’epoca amministratore delegato di Consip. Stando alle indagini le mediazioni dovevano riguardare commesse e appalti. Russo, avrebbe millantato con l’imprenditore napoletano (per cui la Cassazione aveva annullato l’arresto per corruzione il 9 marzo) anche il tramite dell’attuale sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per fargli ottenere un appalto indetto dal comune di Sesto. Era stato sempre Russo a “prospettare” a Romeo la mediazione – tramite Renzi senior – che doveva consistere nell’ottenere aggiudicazioni di appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione (Consip). Tutte mediazioni inesistenti.

La rivelazione di Lotti e Saltalamacchia a Marroni
All’ex ministro renziano è contestato di aver rivelato all’ad di Consip, Luigi Marroni, l’esistenza dell’indagine che riguardava vertici ed ex vertici e dell’attività di intercettazione “con conseguente pregiudizio alle ragioni investigative che avevano generato – si legge nel capo di imputazione – i decreti autorizzativi dell’attività di intercettazione” aiutando così “gli indagati in quel procedimento a eludere le investigazioni”. Anche Saltalamacchia risponde dello stesso reato: per l’accusa invitò Marroni a essere prudente perché la procura di Napoli stava indagando. Viene contestata invece la rivelazione di segreto d’ufficio al generale Del Sette che, stando alla procura di Roma, rivelò a Luigi Ferrara, presidente della Consip, l’indagine a carico dell’imprenditore fintio nei guai con l’accusa di corruzione. Anche l’alto ufficiale disse a Ferrara di essere cauto al telefono. Mentre Filippo Vannoni, già presidente di Publiacqua a Firenze ed ex consigliere di Palazzo Chigi, avvertì Marroni.

Le accuse all’allora capitano del Noe Giampaolo Scafarto
Anche per Scafarto c’è la contestazione della rivelazione del segreto. Secondo i pm svelò al vice direttore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo, il contenuto delle dichiarazioni di Marroni e Ferrara agli inquirenti di Napoli e l’iscrizione di Del Sette, atto coperto da segreto. Al militare viene contestato anche il falso relativa all’informativa in cui attribuiva la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” ad Alfredo Romeo. In realtà a pronunciare quella frase (senza che si riferisse a Tiziano Renzi) era stato l’ex parlamentare Italo Bocchino. Scafarto ha sempre ribadito di non aver “mai taroccato” alcuna informativa. Ma, stando a chi indaga, nell’informativa aveva inserito anche il presunto coinvolgimento di “personaggi asseritamente appartenenti ai servizi segreti, ometteva scientemente informazioni ottenute a seguito delle indagini esperite”. Nell’informativa scrisse che aveva “il ragionevole sospetto di ricevere attenzioni da parte di qualche appartenente ai servizi”. Per gli inquirenti Scafarto – la cui misura di interdizione è stata dalla Cassazione – avrebbe anche omesso una serie di particolari sull’auto e la targa del sospetto che in realtà risultava essere un cittadino italiano residente in zona. Anzi per la procura di Roma sarebbe stato proprio Scafarto – ora assessore alla Sicurezza e alla legalità del Comune di Castellammare di Stabia – a rivelare a ex carabinieri, ora in servizio all’Aise, l’indagine di Napoli. Sempre a Scafarto, in concorso con Sessa, viene contestato il depistaggio per aver disinstallato whatsapp dallo smartphone del colonnello e impedire quindi agli inquirenti di ricostruire le conversazioni.

Pm: “Ricostruzione di Tiziano Renzi inattendibile”
La Procura di Roma, oltre a quella di Tiziano Renzi, ha chiesto di archiviare la posizioni dall’ex parlamentare del Pdl Italo Bocchino e dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, indagati per traffico di influenze. I magistrati hanno, inoltre, chiesto al gip di fare cadere le accuse per l’ex ad di Consip Domenico Casalino, per l’ex dirigente Francesco Licci e per l’ex ad di Grandi Stazioni Silvio Gizzi, cui era inizialmente contestata la turbativa d’asta. Richiesta di archiviazione anche per l’ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, accusato di false dichiarazioni al pm.

La richiesta di archiviazione da parte della procura si basa sull’assenza di riscontri sull’ipotesi di reato. Renzi era stato dapprima indagato per traffico di influenze e poi solo per millantato credito in concorso con l’amico imprenditore Carlo Russo, nei confronti di Alfredo Romeo. Gli inquirenti però sottolineano di ritenere “ampliamente inattendibile” la versione data dal padre dell’ex premier sulla vicenda quando chiese di essere interrogato dai pm, nel febbraio del 2017. Inoltre chi indaga è convinto che sia stato Tiziano Renzi a mettere in contatto Russo con Luigi Marroni, ad di Consip all’epoca dei fatti contestati e che il padre dell’ex premier abbia effettivamente incontrato Alfredo Romeo nel 2015, a Firenze, in un periodo che viene ritenuto troppo lontano dai fatti in indagine. In attesa della decisione del gip, che potrebbe accogliere o respingere le richieste di archiviazoni, l’ex premier Matteo Renzi scrive su Facebook: “Sono mesi che ripeto: il tempo è galantuomo. Sui finti scandali, sulle vere diffamazioni, sui numeri dell’economia: il tempo è galantuomo. Oggi lo dico e lo ribadisco con ancora più forza: nessun risarcimento potrà compensare ciò che persone innocenti hanno dovuto subire. Ma il tempo è galantuomo, oggi più che mai”. Stessa lunghezza d’onda dell’avvocato, Federico Bagattini:”Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo, prima il riconoscimento del risarcimento nel danno a titolo di diffamazione, ora la richiesta di archiviazione del procedimento così detto Consip. Alla soddisfazione professionale per l’esito, del resto ancora da confermare trattandosi solo di richiesta di archiviazione – prosegue Bagattini -, si unisce quella personale da parte del dottor Tiziano Renzi, che risulta, tuttavia, menomata dalla considerazione che la campagna subita negli ultimi due anni abbia prodotto gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico”.

Ha collaborato Vincenzo Iurillo
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Fonte



Cita:
Per i pm il padre dell'ex premier "ampiamente inattendibile".


Quando si dice...:“Tale padre, tale figlio„.

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 Oggetto del messaggio: Re: CONSIP: il peggior scandalo di corruzione mondiale
MessaggioInviato: 15/12/2018, 02:55 
Consip, la procura di Roma chiede il processo per 7: c’è anche ex ministro Luca Lotti. E pure Saltalamacchia e Del Sette


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L'ex sottosegretario di Matteo Renzi accusato di favoreggiamento: “Avvisò l'ex ad Luigi Marroni di indagini e intercettazioni”. Rischiano di finire a giudizio anche l’imprenditore Carlo Russo (amico del padre dell’ex premier, per il quale è stata chiesta l'archiviazione), Filippo Vannoni (ex consigliere economico di Palazzo Chigi) e i carabinieri Gianpaolo Scafarto e Alessandro Sessa
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L’ex ministro Luca Lotti e l’ex consigliere economico di Palazzo Chigi Filippo Vannoni. E poi l’ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette, il generale Emanuele Saltalamacchia, il maggiore Gianpaolo Scafarto, il colonnello Alessandro Sessa. Ma anche Carlo Russo, l’impenditore amico di Tiziano Renzi. Sono le persone che la procura di Roma vorrebbe processare alla fine dell’indagine sulla Consip. Il procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi hanno chiesto sette rinvii a giudizio per altrettanti indagati dell’inchiesta sulla Centrale acquisti della pubblica amministrazione.

Le accuse a Luca Lotti – Il nome più noto tra quelli che rischiano il processo è ovviamente quello dell’ex sottosegretario di Matteo Renzi: è accusato di favoreggiamento per aver rivelato l’inchiesta a Luigi Marroni, ex amministratore delegato dell’azienda che gestisce gli appalti pubblici. L’iscrizione nel registro degli indagati di Lotti – come rivelato da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano – risale al 21 dicembre del 2016, il giorno dopo l’audizione, davanti agli inquirenti di Napoli, dello stesso Marroni, che aveva ammesso di aver saputo dal ministro dell’indagine aperta dalla procura partenopea. Il fascicolo passò subito a Roma per competenza e il 27 dicembre Lotti si presentò a Piazzale Clodio per essere sentito dagli investigatori. Poi il 14 luglio del 2017 era stato interrogato dei pm e secondo i suoi avvocati, Franco Coppi e Ester Molinaro, si era trattato di un “sereno interrogatorio durato circa un’ora”, in cui il ministro aveva risposto “puntualmente a tutte le domande che gli sono state rivolte” e ha ribadito “con fermezza la sua estraneità ai fatti contestati”. La procura, però, quei fatti continua a contestarglieli.

Quelle a Saltalamacchia, Del Sette e Vannoni – Di favoreggiamento risponde anche Saltalamacchia: per l’accusa invitò Marroni a essere prudente perché la procura di Napoli stava indagando. Viene contestata invece la rivelazione di segreto d’ufficio al generale Del Sette che, stando alla procura di Roma, rivelò a Luigi Ferrara, presidente della Consip, l’inchiesta a carico di Alfredo Romeo, attualmente imputato per corruzione in un procedimento parallelo. Sempre favoreggiamento – per aver avvertito Marroni – è il reato per cui rischia il processo Vannoni, già presidente di Publiacqua Firenze ed ex consigliere di Palazzo Chigi ai tempi in cui il premier era Renzi. Questo è il capitolo delle cosiddette “soffiate” che nei fatti sabotarono l’inchiesta aperta dalla procura di Napoli sugli appalti Consip.

Il caso Scafarto e Sessa – L’ufficio inquirente guidato da Pignatone, però, ha chiesto il rinvio a giudizio anche di Scafarto, ex capitano del Noe dei carabinieri – poi promosso maggiore – per violazione di segreto, falso in atto pubblico e depistaggio: l’ultima accusa è contestata in concorso con Sessa. Secondo i pm Scafarto svelò al vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo, il contenuto delle dichiarazioni di Marroni e Ferrara agli inquirenti di Napoli e l’iscrizione di Del Sette, atto coperto da segreto. Al militare viene contestato anche il falso relativo all’informativa in cui attribuiva la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” a Romeo. In realtà a pronunciare quella frase (senza che si riferisse a Tiziano Renzi) era stato l’ex parlamentare Italo Bocchino. Scafarto ha sempre ribadito di non aver “mai taroccato” alcuna informativa. Ma, stando a chi indaga, nell’informativa aveva inserito anche il presunto coinvolgimento di “personaggi asseritamente appartenenti ai servizi segreti, ometteva scientemente informazioni ottenute a seguito delle indagini esperite”. Nell’informativa scrisse che aveva “il ragionevole sospetto di ricevere attenzioni da parte di qualche appartenente ai servizi”. Per gli inquirenti Scafarto – la cui misura di interdizione è stata dalla Cassazione – avrebbe anche omesso una serie di particolari sull’auto e la targa del sospetto che in realtà risultava essere un cittadino italiano residente in zona. Anzi per la procura di Roma sarebbe stato proprio Scafarto – ora assessore alla Sicurezza e alla legalità del Comune di Castellammare di Stabia – a rivelare a ex carabinieri, ora in servizio all’Aise, l’indagine di Napoli. Sempre al militare, in concorso con Sessa, viene contestato il depistaggio per aver disinstallato whatsapp dallo smartphone del colonnello e impedire quindi agli inquirenti di ricostruire le loro conversazioni.

Carlo Russo, il millantato credito e Tiziano Renzi – La procura vuole poi processare per millantato credito Russo, imprenditore amico di Tiziano Renzi. Il padre dell’ex premier era stato in un primo momento indagato per traffico di influenze e poi solo per millantato credito in concorso con lo stesso Russo nei confronti di Alfredo Romeo. I pm capitolini, però, hanno poi chiesto l’archiviazione per il genitore dell’ex segretario del Pd, che però viene definito come “ampliamente inattendibile”. Inoltre chi indaga è convinto che sia stato Tiziano Renzi a mettere in contatto Russo con Marroni, e che il padre dell’ex premier abbia effettivamente incontrato Alfredo Romeo nel 2015, a Firenze, in un periodo ritenuto, però, troppo lontano dai fatti in indagine. Gli investigatori, adesso, contestano il millantato credito solo a Russo. Stando al capo di imputazione l’imprenditoresi faceva promettere da Romeo, 100mila euro all’anno, “come prezzo della propria mediazione” nei confronti di Daniela Becchini, all’epoca dei fatti dg del patrimonio Inps, Silvio Gizzi, all’epoca amminstratore delegato di Grandi Stazioni rail, Monica Chittò, all’epoca sindaca del comune di Sesto San Giovanni e infine Marroni, ex ad di Consip. Stando alle indagini le mediazioni dovevano riguardare commesse e appalti. Russo, avrebbe millantato con l’imprenditore napoletano (per cui la Cassazione aveva annullato l’arresto per corruzione il 9 marzo) anche il tramite dell’attuale sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per fargli ottenere un appalto indetto dal comune di Sesto. Era stato sempre Russo a “prospettare” a Romeo la mediazione – tramite Renzi senior – che doveva consistere nell’ottenere aggiudicazioni di appalti della Consip. Tutte mediazioni inesistenti, secondo gli investigatori.

Le richieste di archiviazione – Sarà ora il gip a decidere se accogliere o respingere le richieste di rinvio a giudizio e quelle di archiviazione. Oltre a Tiziano Renzi, infatti, i pm avevano chiesto di archiviare le posizioni dall’ex parlamentare del Futuro e Libertà, Italo Bocchino, e dell’imprenditore napoletano, Alfredo Romeo, indagati per traffico di influenze. I magistrati hanno, inoltre, chiesto al gip di fare cadere le accuse per l’ex ad di Consip, Domenico Casalino, per l’ex dirigente Francesco Licci e per l’ex ad di Grandi Stazioni Silvio Gizzi, cui era inizialmente contestata la turbativa d’asta. Richiesta di archiviazione anche per l’ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, accusato di false dichiarazioni al pm.
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