Dove stiamo andando?
Inviato: 11/03/2009, 13:28
Dennis Meadows, autore del famoso rapporto “I limiti dello sviluppo”, afferma: “penso che diversi paesi Europei (e non solo) privi di risorse naturali tra i quali l'Italia, si avviino al declino e alla povertà se non avranno la capacità di riconvertirsi rapidamente”.
Credo che valga la pena di meditare su una tale prospettiva dal momento in cui cominciamo quanto tardi a renderci conto dei baratri di vuoto che abbiamo ottusamente scavato sotto la nostra economia durante gli anni del “boom economico”. La prospettiva di un'Italia (come una parte del mondo evoluta tecnologicamente) che torni ad essere povera non é solo legata ai gravissimi errori compiuti in casa nostra ed in particolare all'idea di poter vivere a lungo al disopra dei nostri mezzi, ma anche al non aver capito le grandi correnti di fondo che stavano da anni agitando il panorama dello sviluppo mondiale, e che lo porteranno ancora a modificarsi profondamente nel prossimo futuro.
Troppo spesso in questi anni abbiamo sperato in qualche ripresa provvidenziale, che rimettesse a posto le cose e ci permettesse di continuare come prima.
E' ora di diventare tutti più adulti, per cominciare guardare con più intelligenza e meno demagogia a certe situazioni nuove che non possiamo ormai più ignorare, infatti noi risentiamo oggi e risentiremo sempre più in avvenire di crisi vitali come quella socio - economica ed energetico - ambientale che stanno manifestandosi in Europa ed un pò ovunque nel mondo.
Occorre dunque prendere atto e coscienza di una certa situazione generale per poi meglio affrontare i problemi anche di casa nostra con le nuove strade da percorrere che dovranno anche prevedere urgenti riconversioni a tanti livelli.
La nuova situazione generale ci fa subito capire che la posizione dell'Italia è diventata oggi particolarmente difficile proprio perché noi non produciamo abbastanza energia e cibo, dobbiamo comperare all'estero petrolio e prodotti agricoli, e con cosa li paghiamo adesso ed in avvenire?
Li potremmo pagare forse con la nostra capacità industriale, con la nostra capacità tecnologica, ma per fare questo occorrerebbe essere competitivi sui mercati internazionali, cioè occorrerebbe produrre a prezzi più bassi degli altri, oppure in modo più efficiente, oppure con tecnologie più avanzate, tutte cose che stiamo facendo poco, ed in disarmonia tra loro, oppure bisognerà diminuire i nostri consumi di energia e di cibo, e quindi di conseguenza accettare una diminuzione del nostro livello di vita, oppure occorrerà modificare il ritmo di sviluppo per bilanciare in qualche modo questi squilibri. Insomma in economia, come in tutte le cose di questo mondo, esiste un sistema di contrappesi automatici, per cui si possono fare scelte di un certo tipo o di un altro, ma non si possono ottenere nello stesso tempo cose incompatibili tra loro.
La velocità crescente dello sviluppo é stata la regola che ha accompagnato l'espansione dei paesi industrializzati, senza tener conto dei rischi di una tale corsa senza freni. Il grande choc dell'autunno 1973 con l'embargo del petrolio e le restrizioni sui consumi di energia sembrava aver creato in tutto il mondo un clima psicologico nuovo, l'embargo del petrolio é stata purtroppo un'occasione perduta, in quanto era il momento di cambiare rotta, di rivedere a fondo la politica dei consumi, ed invece non l'abbiamo fatto; passato il momento più difficile, in tutto il mondo si é ripreso a fare uso come prima di benzina, di luce elettrica, di condizionatori, di energia di ogni tipo, come se non fosse accaduto nulla.
Questo succede perché nelle profondità del nostro intimo, non vogliamo accettare il concetto di essere arrivati al capolinea di un certo tipo di sviluppo, di aver già finito una corsa proprio sul più bello, di doverci fermare nel momento in cui si stava prendendo quota. Non vi é soltanto un problema di differenza tra ricchi e poveri, che in questo modo rischierebbe di cristallizzarsi, nel senso del “chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato”, c'é proprio qualcosa nella natura umana che ci spinge inesorabilmente al movimento all'ascesa, come una molla che difficilmente può essere repressa, tale molla naturale é senza dubbi positiva, và solo controllata ed incanalata in modo da risultare positiva, e non dannosa alla nostra vita.
Oggi si é portati a pensare che gran parte delle responsabilità della crisi attuale, sono da addebitare al malcostume della vita politica, ed al troppo veloce sviluppo tecnologico che ha spinto troppo in avanti le cose, creando tipi di società che non sono più "a misura d'uomo", deteriorando la qualità della vita, e in definitiva, inaridendo una civiltà.
E' da considerazioni come queste, che nasce in alcuni individui, specialmente tra i più giovani, una specie di rifiuto verso la politica e la tecnologia, ed in contemporanea sorgono dei desideri per modelli di vita più vicini alla natura, che portano comunque con sé delle grosse contraddizioni.
In realtà senza tecnologia i giovani tornerebbero a fare quello che hanno sempre fatto per millenni: pascolare le pecore e le mucche. Quindi la scelta, non può essere tra maggiore e minore tecnologia, perché allora sarebbe soltanto una scelta tra maggiore o minore miseria, analfabetismo, fame, malattie ecc.
L'uomo ha assoluto bisogno di tecnologia, il problema é piuttosto: quale tipo di tecnologia, con quali fini, a profitto di chi, entro quali equilibri.
La nostra tecnologia cerca veramente oggi di risolvere i problemi di fondo, oppure invece continua a muoversi lungo linee antiquate e anacronistiche? Se guardiamo lo sviluppo tecnologico di questi ultimi 100 anni é facile rendersi conto che in realtà la tecnologia continua oggi ancora a premere sulle risorse anziché a crearle; infatti noi dipendiamo ancora in larga misura da alcune invenzioni di base che hanno caratterizzato la fine 800 ed il 900.
C 'é un' altro aspetto sul quale é bene riflettere, un aspetto di cui di solito non si parla, e che é invece é allarmante nel contesto della crisi attuale: il divario culturale, cioè il divario crescente tra una tecnologia che se ne va per conto suo a ruota libera condizionando in gran parte lo sviluppo in modo sbagliato, e una cultura che tutto sommato non si preoccupa troppo di guidare queste scelte tecnologiche; una cultura che troppo spesso considera la tecnologia estranea ai suoi interessi intellettuali. In definitiva, sostanzialmente manca un'educazione filosofico-scientifica non soltanto nella scuola ma anche nella società, capace di renderci più consapevoli sui rischi che corriamo con la perdita di certi equilibri naturali causati dalle devastazioni che inevitabilmente porta con sé una tecnologia usata male, ed a vantaggio solo di “qualcuno”.
Attenzione anche alle “false culture”, cioè a quelle culture solo di facciata nozionistiche e non interiorizzate, non calate quindi responsabilmente nella realtà oggettiva in cui tutti viviamo.
A proposito di cultura, sicuramente molto peso hanno avuto sulla nostra formazione culturale, le filosofie di vita di base dell'ESSERE e dell'AVERE.
Purtroppo le civiltà occidentali hanno sempre fatto leva più sulle filosofie dell'avere che dell'essere, spingendo l'uomo ad usare qualsiasi mezzo di prevaricazione pur di avere di più di tutto: potere, soldi, immagine, benessere ecc. In questo forse certe culture orientali hanno qualcosa da insegnarci... dovremmo nel prossimo futuro tra le altre cose, imparare a mettere davanti tutto i problemi dell'Io dell'uomo, in tutte le sue sfaccettature e le sue profondità.
Si rende quindi sempre più necessario un mutamento drastico di "filosofia" oltre che di scienza e tecnologia, cercando di attribuire un nuovo significato alla parola "progresso", in modo che questo progresso non si verifichi più soltanto in termini scientifici e tecnologici materiali, ma si indirizzi verso quella che a me piace chiamare la "scienza del buon vivere", scienza che non é ancora nata ma che invece dovrebbe fare da riferimento centrale verso tutti i vari aspetti filosofico-scientifici che riguardano la nostra vita in armonia con l’universo di cui siamo parte.
Credo che valga la pena di meditare su una tale prospettiva dal momento in cui cominciamo quanto tardi a renderci conto dei baratri di vuoto che abbiamo ottusamente scavato sotto la nostra economia durante gli anni del “boom economico”. La prospettiva di un'Italia (come una parte del mondo evoluta tecnologicamente) che torni ad essere povera non é solo legata ai gravissimi errori compiuti in casa nostra ed in particolare all'idea di poter vivere a lungo al disopra dei nostri mezzi, ma anche al non aver capito le grandi correnti di fondo che stavano da anni agitando il panorama dello sviluppo mondiale, e che lo porteranno ancora a modificarsi profondamente nel prossimo futuro.
Troppo spesso in questi anni abbiamo sperato in qualche ripresa provvidenziale, che rimettesse a posto le cose e ci permettesse di continuare come prima.
E' ora di diventare tutti più adulti, per cominciare guardare con più intelligenza e meno demagogia a certe situazioni nuove che non possiamo ormai più ignorare, infatti noi risentiamo oggi e risentiremo sempre più in avvenire di crisi vitali come quella socio - economica ed energetico - ambientale che stanno manifestandosi in Europa ed un pò ovunque nel mondo.
Occorre dunque prendere atto e coscienza di una certa situazione generale per poi meglio affrontare i problemi anche di casa nostra con le nuove strade da percorrere che dovranno anche prevedere urgenti riconversioni a tanti livelli.
La nuova situazione generale ci fa subito capire che la posizione dell'Italia è diventata oggi particolarmente difficile proprio perché noi non produciamo abbastanza energia e cibo, dobbiamo comperare all'estero petrolio e prodotti agricoli, e con cosa li paghiamo adesso ed in avvenire?
Li potremmo pagare forse con la nostra capacità industriale, con la nostra capacità tecnologica, ma per fare questo occorrerebbe essere competitivi sui mercati internazionali, cioè occorrerebbe produrre a prezzi più bassi degli altri, oppure in modo più efficiente, oppure con tecnologie più avanzate, tutte cose che stiamo facendo poco, ed in disarmonia tra loro, oppure bisognerà diminuire i nostri consumi di energia e di cibo, e quindi di conseguenza accettare una diminuzione del nostro livello di vita, oppure occorrerà modificare il ritmo di sviluppo per bilanciare in qualche modo questi squilibri. Insomma in economia, come in tutte le cose di questo mondo, esiste un sistema di contrappesi automatici, per cui si possono fare scelte di un certo tipo o di un altro, ma non si possono ottenere nello stesso tempo cose incompatibili tra loro.
La velocità crescente dello sviluppo é stata la regola che ha accompagnato l'espansione dei paesi industrializzati, senza tener conto dei rischi di una tale corsa senza freni. Il grande choc dell'autunno 1973 con l'embargo del petrolio e le restrizioni sui consumi di energia sembrava aver creato in tutto il mondo un clima psicologico nuovo, l'embargo del petrolio é stata purtroppo un'occasione perduta, in quanto era il momento di cambiare rotta, di rivedere a fondo la politica dei consumi, ed invece non l'abbiamo fatto; passato il momento più difficile, in tutto il mondo si é ripreso a fare uso come prima di benzina, di luce elettrica, di condizionatori, di energia di ogni tipo, come se non fosse accaduto nulla.
Questo succede perché nelle profondità del nostro intimo, non vogliamo accettare il concetto di essere arrivati al capolinea di un certo tipo di sviluppo, di aver già finito una corsa proprio sul più bello, di doverci fermare nel momento in cui si stava prendendo quota. Non vi é soltanto un problema di differenza tra ricchi e poveri, che in questo modo rischierebbe di cristallizzarsi, nel senso del “chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato”, c'é proprio qualcosa nella natura umana che ci spinge inesorabilmente al movimento all'ascesa, come una molla che difficilmente può essere repressa, tale molla naturale é senza dubbi positiva, và solo controllata ed incanalata in modo da risultare positiva, e non dannosa alla nostra vita.
Oggi si é portati a pensare che gran parte delle responsabilità della crisi attuale, sono da addebitare al malcostume della vita politica, ed al troppo veloce sviluppo tecnologico che ha spinto troppo in avanti le cose, creando tipi di società che non sono più "a misura d'uomo", deteriorando la qualità della vita, e in definitiva, inaridendo una civiltà.
E' da considerazioni come queste, che nasce in alcuni individui, specialmente tra i più giovani, una specie di rifiuto verso la politica e la tecnologia, ed in contemporanea sorgono dei desideri per modelli di vita più vicini alla natura, che portano comunque con sé delle grosse contraddizioni.
In realtà senza tecnologia i giovani tornerebbero a fare quello che hanno sempre fatto per millenni: pascolare le pecore e le mucche. Quindi la scelta, non può essere tra maggiore e minore tecnologia, perché allora sarebbe soltanto una scelta tra maggiore o minore miseria, analfabetismo, fame, malattie ecc.
L'uomo ha assoluto bisogno di tecnologia, il problema é piuttosto: quale tipo di tecnologia, con quali fini, a profitto di chi, entro quali equilibri.
La nostra tecnologia cerca veramente oggi di risolvere i problemi di fondo, oppure invece continua a muoversi lungo linee antiquate e anacronistiche? Se guardiamo lo sviluppo tecnologico di questi ultimi 100 anni é facile rendersi conto che in realtà la tecnologia continua oggi ancora a premere sulle risorse anziché a crearle; infatti noi dipendiamo ancora in larga misura da alcune invenzioni di base che hanno caratterizzato la fine 800 ed il 900.
C 'é un' altro aspetto sul quale é bene riflettere, un aspetto di cui di solito non si parla, e che é invece é allarmante nel contesto della crisi attuale: il divario culturale, cioè il divario crescente tra una tecnologia che se ne va per conto suo a ruota libera condizionando in gran parte lo sviluppo in modo sbagliato, e una cultura che tutto sommato non si preoccupa troppo di guidare queste scelte tecnologiche; una cultura che troppo spesso considera la tecnologia estranea ai suoi interessi intellettuali. In definitiva, sostanzialmente manca un'educazione filosofico-scientifica non soltanto nella scuola ma anche nella società, capace di renderci più consapevoli sui rischi che corriamo con la perdita di certi equilibri naturali causati dalle devastazioni che inevitabilmente porta con sé una tecnologia usata male, ed a vantaggio solo di “qualcuno”.
Attenzione anche alle “false culture”, cioè a quelle culture solo di facciata nozionistiche e non interiorizzate, non calate quindi responsabilmente nella realtà oggettiva in cui tutti viviamo.
A proposito di cultura, sicuramente molto peso hanno avuto sulla nostra formazione culturale, le filosofie di vita di base dell'ESSERE e dell'AVERE.
Purtroppo le civiltà occidentali hanno sempre fatto leva più sulle filosofie dell'avere che dell'essere, spingendo l'uomo ad usare qualsiasi mezzo di prevaricazione pur di avere di più di tutto: potere, soldi, immagine, benessere ecc. In questo forse certe culture orientali hanno qualcosa da insegnarci... dovremmo nel prossimo futuro tra le altre cose, imparare a mettere davanti tutto i problemi dell'Io dell'uomo, in tutte le sue sfaccettature e le sue profondità.
Si rende quindi sempre più necessario un mutamento drastico di "filosofia" oltre che di scienza e tecnologia, cercando di attribuire un nuovo significato alla parola "progresso", in modo che questo progresso non si verifichi più soltanto in termini scientifici e tecnologici materiali, ma si indirizzi verso quella che a me piace chiamare la "scienza del buon vivere", scienza che non é ancora nata ma che invece dovrebbe fare da riferimento centrale verso tutti i vari aspetti filosofico-scientifici che riguardano la nostra vita in armonia con l’universo di cui siamo parte.