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 Oggetto del messaggio: Re: Aldo Moro, quando la verità uccide.
MessaggioInviato: 27/01/2025, 07:56 
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MOLTO VICINO A COME E' AVVENUTO REALMENTE ....


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IL PRIMO SERVIZIO RAI


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I VIDEO DI GERO GRASSI


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 Oggetto del messaggio: Re: Aldo Moro, quando la verità uccide.
MessaggioInviato: 24/03/2025, 15:04 
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https://meloniclaudio.wordpress.com/201 ... penthouse/


L’omicidio Moro e quell’articolo su Penthouse




Oasi di_Ninfa

Nel novembre del 1978 lo scrittore italo americano Pietro Di Donato, famoso per avere scritto negli anni Trenta il romanzo dal titolo “Cristo fra i muratori”, viene incaricato dall’editore della rivista americana per soli uomini “Penthouse” di scrivere un articolo sull’omicidio di Aldo Moro. L’articolo esce nel dicembre del 1978 col titolo: “Cristo nella plastica“.

Claudio Sabelli Fioretti ne parla il 5 dicembre 1978 su Panorama: Di Donato gli racconta di avere conosciuto cinque anni prima, tramite un senatore del Partito Comunista Italiano suo amico, un noto industriale famoso per le sue idee di sinistra. Anche se il nome non viene fatto, si tratta dell’editore Giangiacomo Feltrinelli.

Alcuni anni prima Di Donato era stato in Italia per realizzare una serie di interviste, e tra le prime persone che aveva incontrato c’era proprio l’industriale Feltrinelli. E sarà proprio Feltrinelli in quei giorni a presentare allo scrittore un brigatista in contatto con quelli che saranno in seguito i rapitori di Moro.

“Il mio articolo – racconta Di Donato nel pezzo di Sabelli Fioretti – è il frutto del loro racconto”. A giudizio di Sabelli Fioretti il resoconto che fa Di Donato è “tanto singolare da apparire assolutamente fantasioso, ricco di errori tanto clamorosi da far pensare che sia il prodotto di un mitomane disinformato e superficiale”.

Il brigatista che Di Donato conosce, il cui nome è Zucor, sarebbe il capo della colonna che avrebbe rapito Moro e trucidato la sua scorta; ed è lo stesso Zucor a rivelare allo scrittore italo-americano alcuni dettagli della strage. A partire dal numero dei componenti del gruppo di via Fani, undici uomini ed una donna bionda, tra cui anche un motociclista vestito da poliziotto.

Il gruppo di fuoco, composto da quattro brigatisti vestiti da piloti dell’Alitalia, viene avvicinato mentre staziona di fronte al bar Olivetti da un vero pilota Alitalia, il quale offre loro un passaggio sulla sua auto sportiva.

Di Donato racconta anche dove si trovasse il primo rifugio di Moro, in un “garage sotterraneo di un grosso complesso residenziale della Balduina, dieci minuti da via Fani“.

La vera prigione di Moro, quella in cui lo statista democristiano avrebbe trascorso la gran arte dei 55 giorni delle sua prigionia, era già pronta da un anno. Si tratterebbe di un ripostiglio isolato acusticamente “al quale si accedeva attraverso un finto muro”. Sembra anche che la polizia, malgrado la vigilanza svolta 24 ore su 24 dai brigatisti, abbia perquisito il garage e chiesto loro informazioni.

Il racconto che Zucor fa a Di Donato è lungo e dettagliato: incluse anche le visite fatte a Moro dal medico, il suo stato di salute, non buono per via del rene sinistro, i racconti fatti dal presidente della DC sulla sua villa a Torrita Tiberina, i suoi passatempo durante la prigionia: oltre allo scrivere, a Moro venne concesso anche di leggere, guardare la televisione ed ascoltare dischi.

Dal racconto di Di Donato emerge anche come Zucor e Moro si fossero già conosciuti in precedenza, nel 1959, in casa dello scrittore Carlo Levi.

Secondo Di Donato tra Zucor e Moro si instaura un buon rapporto, tanto che mentre Zucor rivela all’ex presidente del consiglio la sua fede di cattolico osservante, Moro di ritorno gli racconta dei suoi sogni più ricorrenti (Benigno Zaccagnini e Francesco Cossiga).

Lo scrittore racconta anche chi furono gli esecutori materiali dell’omicidio dello statista democristiano: Anna la brigatista bionda, la stessa che era presente anche in via Fani, e Franco. Anna sarebbe anche uno dei fondatori delle BR, ed oltre ad avere studiato all’Università di Trento avrebbe partecipato al matrimonio tra Renato Curcio e Maria Cagol.

Molte parti del racconto fatto da Di Donato vengono contestate da Sabelli Fioretti; a partire dal matrimonio cattolico tra Curcio e la Cagol, al quale avrebbero partecipato solamente due testimoni, Italo Saugo e Vanni Mulinaris.

Il giornalista di Panorama giudica poi surreali alcuni passaggi del racconto di Di Donato, tra i quali l’episodio della messa celebrata da Papa Paolo VI su di un elicottero mentre sorvolava l’abitazione di Moro, cosi’ come quello nel quale la moglie di Moro, Eleonora, dopo avere chiamato pederasti, prostitute e codardi il cardinale Ugo Poletti e Amintore Fanfani, scaglia contro di loro un vaso di fiori.

Il Partito Operaio Europeo e la tesi del colpo di stato

Un’altra pubblicazione di particolare interesse in merito alla vicenda Moro è il libro dal titolo: “Chi ha ucciso Aldo Moro” scritto nel 1978 dal Partito Operaio Europeo (POE), un sedicente gruppo di estrema sinistra sospettato di avere legami con il partito Repubblicano statunitense.

La pubblicazione in esame ricostruisce la natura delle forze che avrebbero voluto e gestito il rapimento di Moro e l’uccisione della sua scorta. Si tratterebbe di un coacervo di entità tra le quali spiccherebbero La Corona britannica, d’accordo con le altre monarchie d’Europa, i Servizi segreti inglesi, lo Shin Bet israeliano, il Sovrano ordine di Malta, l’ex segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger, la mafia, l’internazionale socialista e l’aristocrazia mondiale.

Si tratterebbe, dunque, di una sorta di ordine massonico sovranazionale, “un’organizzazione perfetta e collaudata”, responsabile anche degli omicidi di Martin Luther King, di Robert Kennedy e di Enrico Mattei, con lo scopo di portare avanti “il Grande Disegno di sviluppo economico e culturale che sapeva essere l’unica salvezza” per l’Italia e l’Europa.

Tuttavia il piano di destabilizzazione dell’Italia non ottiene l’esito prefissato, per via dell’opposizione e della fermezza del Vaticano, del governo e del PCI.

L’elemento che desta maggiore scalpore in questo lavoro non sono tanto le analisi sui responsabili e sulle cause di questo supposto tentativo di colpo di Stato, quanto la descrizione minuziosa che viene fatta del luogo in cui Aldo Moro sarebbe stato tenuto prigioniero:


“E’ più che probabile che l’appartamento in questione sia quello del principe Johannes Schwarzenberg, ambasciatore dei Cavalieri di Malta.

Il palazzo Schwarzenberg, che gode dell’immunità territoriale, si trova all’angolo tra Via delle Botteghe Oscure e Via Caetani“. “Lo steso principe – scrive il POE – si meravigliò che nessuno degli inquirenti avesse cercato di interrogarlo”.

“Il principe Schwarzenberg – si legge ancora nel libro – è morto in un incidente stradale qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro”.


I documenti del SISMI


Documento 1

A pochi mesi dal sanguinoso epilogo della vicenda Moro e ben venticinque anni prima dell’uscita del libro di Fasanella e Rocca “La storia di Igor Markevic“, la teoria del grande intrigo internazionale comincia a dispiegarsi dietro al rapimento di Aldo Moro. E a ben vedere non si tratta di teorizzazioni di complottisti, se anche il SISMI comincia ad occuparsene proprio a partire dal dicembre del 1978.

Un documento del raggruppamento centri di CS di Roma del SISMI, datato 9.12.1978, reca sulla copertina la seguente scritta a penna: “Anna e Franco” cerchiato. E poi ancora la riga sotto: “Igor dell’età di Moro, nel 1970 espulso dal PCI; un castello di proprietà di Caetani Lelia – castello di Sermoneta – uno di questi Caetani è un brigatista espulso dal PCI.

Si potrebbe rintracciare tramite la madre, deceduta nel 1977 negli Stati Uniti all’età di 95 anni.

CAETANI BASSIANO

Marguerite Chapin Caetani, nata a New London il 21.06.1880, già direttrice di giornali del PCI a Roma”.

Nella terza pagina del documento si legge in alto a sinistra scritto a penna: “Igor ha interrogato Moro”.

Le pagine successive del documento contengono le pagine fotocopiate del settimanale Panorama del 5 dicembre 1978, con l’articolo di Sabelli Fioretti sullo scrittore Di Donato e quello sul libro del POE.

Documento 2

Un’informativa compilato dalla Prima divisione del SISMi e datata 14.12.1978, classificata come segreta, avente come oggetto specifico Igor Markevic e destinato al sig. comandante del raggruppamento dei centri CS di Roma, riferisce: Il Centro di Milano, interessato all’acquisizione degli elementi richiesti in stretta cooperazione con il Servizio elvetico, ha riferito che il nominato in oggetto:

– è nato il 27 luglio 1912, in località per il momento non potuta accertare;

– risiede in Svizzera dal 1943, in località Vevey;

– è cittadino italiano e famoso Direttore d’orchestra;

– a causa della sua professione è solito spostarsi in vari Paesi;

– vive in ottime condizioni economiche;

La di lui moglie – si legge ancora nel documento – Caetani Topazia, si è allontanata da casa per non meglio specificate “ragioni familiari” nel decorso mese di maggio. Sembra comunque da escludere che l’allontanamento sia dovuto a dissenso od altro.

Le notizie di cui sopra sono state portate a conoscenza del Direttore del Servizio il quale ha disposto di “seguire ed analizzare bene”ogni aspetto della vicenda soprattutto “in direzione di possibili sviluppi operativi”.

Il Centro di Milano – si legge in conclusione nell’informativa – con il quale codesto R/C – per le esigenze connesse ad immediatezza operativa – può mettersi direttamente in contatto, è stato sensibilizzato agli approfondimenti necessari d’intesa con il Servizio elvetico che, dal canto suo, si è dichiarato pronto a collaborare per qualsiasi necessità in territorio svizzero.

Documento 3

In un documento definito “appunto” e datato 9.12.1978, si legge quanto riferito da una fonte definita “molto attendibile”: Un senatore del PCI (non identificato) sarebbe a conoscenza dell’identità del capo delle Brigate Rosse. Questi si chiamerebbe Igor e sarebbe figlio o nipote di Marguerite Caetani, già direttrice della rivista edita da Feltrinelli, intitolata “Botteghe Oscure”.

Igor, coetaneo di Moro, avrebbe partecipato agli interrogatori del leader della DC.

I Caetani – si legge nel documento – già da oltre dieci anni, avevano un ufficio in via Arenula, dove provvedevano al reclutamento di giovani che, successivamente, partecipavano a riunioni politiche nei possedimenti Caetani, in particolare nella tenuta di Ninfa e nella “stanza del Cardinale” all’interno del castello di Sermoneta”.

Di seguito vengono elencati gli accertamenti eseguiti sul conto di Markevic:

Gli accertamenti condotti hanno permesso di identificare Igor Markevic, marito di Caetani Topazia e nipote di Margaret Chapin in Caetani.

Presso il comune di Roma – si legge ancora nell’appunto – sono stati assunti molti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, che suddivisi successivamente in piccoli gruppi hanno dato vita a vere e proprie cellule eversive.

A conforto di tale affermazione la fonte ha citato la Barbara Balzerani e la Mariani Gabriella (inquisite per la vicenda Moro), ed ha riferito che in via Gradoli fu trovata la chiave dell’autovettura “Jaguar”, targata H…

via Aurelia n.701. L’auto era appartenuta originariamente a tale Sermoneta, amico di una brigatista residente in v. di S.Elena n.8.

A questo indirizzo è stata più volte notata Bonaiuto Anna, facente parte del gruppo in argomento. Al tempo della vicenda Moro gli occupanti dell’appartamento si allontanarono da Roma, per evitare perquisizioni, e lasciarono il recapito di un Bar di Trevignano, sito in via Garibaldi.

Si passa poi ad una serie di accertamenti eseguiti sul gruppo di presunti terroristi che occupavano un appartamento sito in via di S.Elena n.8; si tratta dei coniugi Di Nola, mentre i corrispondenti di Trevignano sono: Cecconi Settimo, professore di filosofia e abitante in via del Monte; Franchi Antonio, coniugato Gerometti, al momento non meglio identificato; il gruppo indicato godrebbe, secondo gli informatori, del fiancheggiamento di un gruppo di 122 persone assunto dal Comune di Trevignano, sul conto delle quali il SISMI sta effettuando degli accertamenti.

In via della Balduina n.224, si legge ancora nel documento, esiste un garage di pertinenza di un residence, dove potrebbero essere state celate le auto per il rapimento Moro, successivamente abbandonate in via Licinio Calvo.

Sono in corso accertamenti – si legge ancora nell’informativa – per stabilire la fondatezza della notizia.

In relazione alla nota scoperta – si legge in conclusione nel documento – di un covo NAP in via Tiburtina, occupato dalla sedicente Tarquini Lucia, la fonte ha riferito che il contratto di affitto del covo potrebbe essere stato scritto da De Luca Partrizia, impiegata al Comune di Roma, amica della Balzerani.

In merito agli accertamenti da eseguire sulle circostanze citate, il documento termina con l’indicazione dell’avvenuta identificazione della De Luca Patrizia, nata a Roma il 4.03.1950, ivi residente in via Boccea n.65.

Si sta tentando – conclude il documento – l’acquisizione di un saggio calligrafico della De Luca, per sottoporlo ad esame da parte del CCIS, al fine di stabilire la fondatezza della notizia. (cm)

Note sulla rivista Botteghe Oscure

Il documento di conclude con alcune note sulla rivista Botteghe Oscure.

Rivista letteraria che raccoglie racconti e poesie. Al momento dell’accertamento di numeri ne sono usciti complessivamente 25, i quali vengono chiamati quaderni, e vengono distribuiti due volte l’anno, in primavera ed autunno. Di seguito vengono citati, a titolo esemplificativo, i contenuti del primo e del venticinquesimo numero della rivista, tra i quali compaiono scritti di Montale, Petroni, Penna, Bassani e Rinaldi. Sull’edizione del primo numero non viene rilevato il nome della Margherita Caetani.

Viceversa sul venticinquesimo numero si legge: rivista edita a cura di Marguerite Caetani; redattore Giorgio Bassani, distribuita in Italia da Giangiacomo Feltrinelli. Nella nota di congedo dell’ultimo numero, scritta dal redattore Bassani, si rileva come la pubblicazione sia stata fondata da Marguerite Caetani, la quale ha sempre conservato la cittadinanza americana. La rivista ha raccolto scritti in lingua italiana, inglese e francese.(cm)

Sullo stesso argomento:

https://meloniclaudio.wordpress.com/201 ... aldo-moro/

https://meloniclaudio.wordpress.com/201 ... idio-moro/



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ALTRA RICOSTRUZIONE


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REPERTORIO




IL CASO MORO 1 - PECORELLI, con quida ai topic sul CASO MORO


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=79287554



IL CASO MORO 2 - CAMILLO GUGLIELMI IN VIA FANI

https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=78354469


IL CASO MORO 3 - I LIBRI

https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=78361443


IL CASO MORO 4 - IPOTESI A CONFRONTO

https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=78964079




IL CASO MORO 5 - Viktor Aurel Spachtholz, Sciascia e gli anagrammi


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=79550845



IL CASO MORO 6 - SEDUTA SPIRITICA GRADOLI


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=80563211



IL CASO MORO 7 - DOSSIER GLADIO


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=80908756


IL CASO MORO 8 - FLAMIGNI SU MORETTI

https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=79024161


IL CASO MORO 9 - MORO SECONDO IL GENERALE PIERO LAPORTA


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=80255670



IL CASO MORO 10 -IL CASO TOBAGI, via fracchia genova



https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=79697286


IL CASO MORO 11 - LA PISTA FENZI GENOVA VIA FRACCHIA

https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=80055315



IL CASO MORO 12 - ANAGRAMMI, Tobagi le carte di Moro


https://originidellereligioni.forumfree ... y656084524



IL CASO MORO 13 - GLI ANAGRAMMI


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=78054329




CASO MORO 14 - IL MEMORIALE


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=80212521





IL CASO MORO 15 - LE BORSE IN VIA FRACCHIA, GENOVA

https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=80055315




IL CASO MORO 16 - AUDIZIONE DI UMBERTO GIOVINE


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=78989724

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61KqInV1t9L._SL1437_ RAFFICHE.jpg





https://www.amazon.it/RAFFICHE-BUGIE-Vi ... B0BW1YLZJS

Il commissario capo Antonio Esposito, in servizio alla centrale operativa della questura di Roma la mattina del rapimento di Aldo Moro (16 marzo 1978), risultò successivamente iscritto alla loggia massonica P2. Appunti riguardanti il piduista Esposito furono trovati tra i documenti del brigatista Valerio Morucci, alimentando sospetti su inefficienze nelle indagini.


Il ruolo di Antonio Esposito: Come indicato nel documento di Rilettura critica della storia delle BR, Esposito era in servizio al momento dell'agguato di via Fani e il suo nome, con riferimenti, fu reperito tra gli appunti di Morucci.

https://patrimonio.archivio.senato.it/a ... %20qualche.


Contesto P2: La presenza di appartenenti alla loggia P2 in posti chiave, inclusi settori della sicurezza, è stata spesso evidenziata in merito alle zone d'ombra del caso Moro.


Omonimia: È da notare che un alto funzionario dell'antiterrorismo di nome Antonio Esposito fu ucciso dalle BR a Genova il 21 giugno 1978, ma si tratta di una figura distinta da quella in servizio a Roma la mattina del 16 marzo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_ ... o_Esposito



Sospetti e indagini: Le inchieste successive hanno messo in luce il coinvolgimento o la contiguità di numerosi esponenti delle istituzioni con la loggia P2 di Gelli, come documentato anche nelle analisi su Startmag e repubblica.it.


In sintesi, il coinvolgimento del commissario Antonio Esposito, membro della P2, nella gestione della sicurezza la mattina del rapimento di Aldo Moro costituisce uno dei numerosi elementi di ambiguità nel contesto delle indagini, discusso approfonditamente in rapporti e analisi storiche (es. Atti parlamentari - Commissione Stragi).


GENERALE PIERO LA PORTA


https://www.youtube.com/watch?v=dH2Y_u0_6Bw


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https://www.youtube.com/watch?v=RooQXUjxwCI

https://www.youtube.com/watch?v=fEq27VXyXZU

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MessaggioInviato: 17/03/2026, 11:20 
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I PROIETTILI FANTASMA


La questione dei proiettili estratti dai cadaveri della scorta in Via Fani e non consegnati ai periti è uno dei numerosi "misteri" e incongruenze balistiche emersi nel corso delle diverse inchieste sul sequestro Moro.



Proiettili Mancanti: È stato evidenziato come, nel corso dei primi rilievi, alcuni dei proiettili estratti dai corpi delle vittime durante le autopsie non siano stati regolarmente repertati o consegnati ai periti balistici incaricati, creando lacune nella ricostruzione esatta della dinamica.


Anomalie Balistiche: Le perizie, in particolare quella del 2015, hanno evidenziato la presenza di un gran numero di bossoli (oltre 90 in totale) riconducibili a diverse armi, ma la gestione dei reperti sul luogo del delitto è stata caotica e parziale.


L'Ottava Arma: Sulla base delle testimonianze e dei bossoli ritrovati, si è ipotizzato l'uso di una ottava arma (oltre ai mitra FNAB-43, Beretta M12 e le pistole usate dai brigatisti), mai chiaramente identificata, che avrebbe sparato colpi non compatibili con quelli dichiarati dai brigatisti stessi.


Il "Cecchino" e le Armi Non Ritrovate: Le analisi hanno sollevato dubbi sulla presenza di un tiratore scelto (a volte erroneamente definito "superkiller") e sulla scomparsa di alcune munizioni, indicando che la scena del crimine potrebbe essere stata alterata o non adeguatamente preservata nelle ore immediatamente successive all'agguato.


Ritardi e Omissioni: La Commissione parlamentare d'inchiesta ha segnalato ritardi nella repertazione dei bossoli e la mancata acquisizione di prove fondamentali, alimentando sospetti su possibili depistaggi.

Questi elementi sono stati oggetto di approfondimento da parte della Commissione parlamentare d'inchiesta (in particolare quella presieduta da Fioroni tra il 2014-2017) nel tentativo di fare luce sulle zone d'ombra della strage del 16 marzo 1978.


https://www.google.com/search?q=VIA+FAN ... e&ie=UTF-8

https://www.google.com/search?q=VIA+FAN ... e&ie=UTF-8


https://www.google.com/search?q=AGGUATO ... e&ie=UTF-8

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GERO GRASSI ARCHIVIO


I PROIETTILI

https://www.gerograssi.it/cms2/file/cas ... 18_005.pdf



PRESENZE EXTRA IN VIA FANI


https://www.gerograssi.it/wp-content/up ... gno%202015)

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IL CECCHINO FANTASMA

https://www.colarieti.it/il-giallo-del- ... 0COLARIETI



LA PAROLA AI DEBUNKER

https://www.anniaffollati.it/sezioni/so ... i%20%C3%A8

https://www.lastampa.it/politica/2017/1 ... a%20Stampa



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MessaggioInviato: 24/03/2026, 13:16 
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Tra cose non dette, menzogne evidenti, esponenti di quell'epoca ancora oggi in vita, ancora oggi non si sanno molte cose su quel fatto incredibile, a partire da quale furono i reali luoghi di detenzione di Moro.

Alcuni studi recentemente hanno evidenziato ad esempio che venne tirato fuori un dossier in cui si faceva riferimento a Palazzo Caetani, proprio dove verrà fatto ritrovare il corpo di Moro,


si citava Schwarzenberg, ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta in Vaticano, morto casualmente in un incidente stradale insieme alla moglie, dopo la vile uccisione di Moro.


Il 5 ottobre 1978 il Partito operaio europeo (POE), in una conferenza stampa, diffuse un corposo dossier sulla morte di Moro, nel quale appunto veniva menzionato il principe Johannes Schwarzenberg che abitava a Palazzo Caetani, e che il dossier del POE venne richiamato nel citato articolo di Sabelli Fioretti su «Panorama». Pare che lo stesso ambasciatore dell'Ordine di Malta si stupì del fatto che non venne audito.



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Johannes Schwarzenberg caso moro

morto per incidente d' auto ....

Johannes Schwarzenberg è una figura menzionata negli archivi relativi alle indagini sul caso Moro, in particolare per quanto riguarda le ipotesi investigative che collegano il sequestro e l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana a Palazzo Caetani.

Archivio Flamigni

Ecco i punti chiave emersi dai documenti di archivio e dalla ricerca:
Palazzo Caetani e il Caso Moro: Il corpo di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio 1978 in via Caetani, all'interno di una Renault 4 rossa, situata nel centro di Roma tra le sedi dei partiti DC e PCI.
Archivio Flamigni: I documenti digitali dell'archivio Flamigni includono "Documenti su Mortati, Hyperion, palazzo Caetani, Markevitch e Superclan". In questo contesto, appunti e documenti della Commissione d'Inchiesta sul caso Moro menzionano diverse figure tra cui Johannes Schwarzenberg.


Ipotesi Investigative: Le carte rilegate a spirale relative al caso Moro contengono note di De Lutiis e citano l'ordine di esibizione del 10/9/98 dell'autorità giudiziaria di Brescia, che coinvolge anche personaggi come Igor Markevitch e Topazia Caetani, in relazione a un presunto coinvolgimento di strutture complesse nel rapimento.


Ruolo di Schwarzenberg: Nei documenti dell'archivio, Johannes Schwarzenberg compare in associazione con "conforto e schwarzenberg" in documenti di indagine datati tra il 1995 e il 2000.
Archivio Flamigni
Archivio Flamigni
+3
In sintesi, Schwarzenberg è citato in documenti d'archivio che esplorano piste alternative o di approfondimento sul caso Moro, legate all'ambiente di Palazzo Caetani e alle indagini condotte negli anni successivi al sequestro.
Archivio Flamigni
Archivio Flamigni
+1

https://www.google.com/search?q=Johanne ... s-wiz-serp


https://a4view.archivioflamigni.org/pat ... ottobre-27

https://meloniclaudio.wordpress.com/tag ... arzenberg/

https://www.gerograssi.it/cms2/file/Rel ... 20Moro.pdf

https://a4view.archivioflamigni.org/ent ... ti?size=10

https://www.agoravox.it/E-probabile-che ... costo.html


morte misteriosa... una delle tante sul caso moro ( come per ustica )

ad esempio , suor barillà



Suor Teresilla Barillà (1943-2005),

nota come la "suora degli anni di piombo" e "angelo delle carceri", ebbe un ruolo cruciale nella fase post-delitto del caso Moro. Figura di fiducia del mondo carcerario e dei vertici politici, ricevette il memoriale del brigatista Valerio Morucci, consegnandolo poi a Francesco Cossiga, contribuendo alla ricostruzione ufficiale.

Ecco i punti chiave del ruolo di Suor Teresilla nel caso Moro:
Mediatrice in carcere: Suor Teresilla, delle Serve di Maria Riparatrice, operava intensamente nei penitenziari di massima sicurezza (Rebibbia, Regina Coeli, Paliano), diventando confidente di molti terroristi, inclusi quelli delle Brigate Rosse.


Il Memoriale Morucci: Valerio Morucci, tra i principali responsabili del rapimento Moro, consegnò a lei il famoso memoriale contenente la ricostruzione dei 55 giorni di prigionia.
Tramite con la politica: La religiosa fece da tramite consegnando tale memoriale a Francesco Cossiga, allora figura centrale della politica italiana, facilitando la gestione delle informazioni sul caso Moro.
Contesto di riconciliazione: Negli anni, il suo impegno fu volto alla riconciliazione tra i brigatisti (sia rossi che neri) e i parenti delle vittime.


Morte
:

È scomparsa tragicamente nel 2005, investita da un'auto mentre compiva un pellegrinaggio notturno verso il santuario del Divino Amore a Roma. ---- come Johannes Schwarzenberg

Suor Teresilla ha rappresentato una figura ponte unica tra le istituzioni dello Stato e il mondo del terrorismo dissociato durante gli anni della lotta armata.



zio ot ... [:305]




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 Oggetto del messaggio: Re: Aldo Moro, quando la verità uccide.
MessaggioInviato: 24/03/2026, 13:32 
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Viktor Aurel Spachtholz


la morte misteriosa per eccellenza ....

https://www.google.com/search?q=Viktor+ ... e&ie=UTF-8


GLI ANAGRAMMI


https://originidellereligioni.forumfree.it/?t=79550845

https://www.parlamento.it/service/PDF/P ... 059448.pdf


https://documenti.camera.it/leg17/resoc ... e.0152.pdf


sul caso moro questo è il vero vaso di pandora ...





In realtà quasi immediatamente quella pubblicazione su "Paese Sera" un riscontro lo ebbe. Qualche settimana dopo - fine '86/inizio '87 - arrivò in redazione a Roma, a via del Tritone, un anziano distinto signore, chiedendo degli autori di quegli articoli sugli anagrammi.

Mi telefonò il leggendario “portiere” del giornale, che si era informato sull’autore del pezzo, e gli dissi di inviarlo da me.

Si chiamava [b]Viktor Aurel Spachtholz,



e si presentò con biglietto da visita, che conservo ancora, come pittore e grafico di fama internazionale, membro dell'Accademia Goncourt di Parigi e Senatore dell'Accademia Burckhardt di Zurigo, residente da decenni in Italia, a Vettica di Amalfi. Raccontava di aver combattuto nella resistenza antinazista, poi era rimasto in Italia. Di fronte al Direttore di “Paese Sera”, Claudio Fracassi al collega ed ex direttore Piero Pratesi, che avevo subito chiamato e a me, egli disse che sulla base di quello che avevamo pubblicato era in grado di indicare la prigione di cui gli anagrammi parlavano. Secondo lui essa era nel sotterraneo della villa di un ex magistrato, importantissimo, il cui nome era comparso nelle liste della P2.



Raccontò, Spachtholz, davanti a noi tre, che verso il 1976 aveva dato lezioni di pittura a questo ex magistrato nella sua villa in zona Formello, e che una volta era sceso con lui, per brindare alla fine delle lezioni, nella cantina della villa, un vero e proprio bunker fortificato.

Sorpreso dallo scenario inatteso egli aveva esclamato così, "Ma questa è una prigione!", ed il padrone di casa gli aveva replicato pressappoco così: "Noi da qui incendieremo l'Italia, e la salveremo"…


Era noto che proprio Moro, presidente del Consiglio, aveva avuto forti contrasti, ufficiali, con questo magistrato, che aveva dovuto dimettersi da ogni carica in relazione alla vicenda Sindona…

Il racconto di Spachtholz aveva risvolti notevoli: se il discorso cadeva su quella persona, ovvio che entrasse in gioco anche tutto lo scenario della P2, dei Servizi Segreti deviati, della infiltrazione di piduisti nel comitato incaricato proprio in quei mesi di coordinare tutto quello che riguardava la gestione delle ricerche di Moro, della sua prigione, dei suoi sequestratori, dei mandanti e degli esecutori della strage di via Fani e del rapimento…Lo Spachtholz si offrì, subito, di accompagnarci a vedere la villa, ma era tardo pomeriggio, si doveva "chiudere" il giornale del giorno dopo, e con decisione immediata l'offerta fu per il momento declinata. Ci lasciammo con l'intesa che ci saremmo risentiti…


Va aggiunto, per la cronaca, che egli poche settimane dopo morì: fu trovato morto dai vicini nella sua casa di Vettica di Amalfi.


Era anziano, sicuramente, ma era anche un personaggio singolare. Ho letto anche di recente su “Storia in Rete”, una rivista che va in edicola ma soprattutto su Internet, parecchie pagine interessanti e cariche di stranezze e misteri…


Tornando a quel magistrato indicato da Spachtholz come padrone della “prigione”, tutti mi dicevano, allora, che era già morto. E invece ne parlai con un notissimo avvocato romano, il Dr. Zupo, cui mi indirizzò un conoscente comune, il Dr. Pietro Mascioli, il quale mi fece avere le fotocopie delle lettere di Moro e mi assicurò che allora, nel 1986, il soggetto era ancora vivo, rinchiuso nella sua casa presso Genova, e rifiutava di incontrare e vedere chiunque. Anche mons. Cesare Curioni, di cui ho già parlato, che per ragioni professionali lo aveva conosciuto ai tempi in cui era in carica come Ispettore generale presso il Ministero, e che aveva conoscenza di quella sua casa in zona Flaminia-Cassia, mi confermò che allora era vivo…


Ma alla pubblicazione su "Paese Sera" ci fu anche qualche altro riscontro. Ennio Peres, l'anagrammista che aveva firmato il suo pezzo da esperto di enigmistica, cominciò a trovare sulla sua segreteria telefonica messaggi singolari con ripetute minacce anonime, che si ripeterono per un po'. Di più: un notissimo personaggio presente nelle cronache dei tempi del terrorismo italiano degli anni '70, Mario Merlino, che lo conosceva da anni, incontrandolo lo prese ripetutamente in giro chiamandolo "Aldo"…
Ultimo fatto: alcuni mesi dopo il direttore di "Paese Sera" di allora, Fracassi, fu senza grandi spiegazioni pubbliche, dimesso dal suo incarico…


Settimo fatto: 1988. La pubblicazione su "Giochi Magazine" e la fine "improvvisa" della rivista.


La faccenda parve finita lì, con un buco nell'acqua, per la verità un po' torbida, ma niente altro. Fino alla primavera del 1988. In vista del decimo anniversario della morte di Moro, Ennio Peres, l'anagrammista, mi chiamò una sera al telefono e mi chiese di tornare sulla faccenda per una bellissima rivista tutta dedicata ai giochi enigmistici. Mi disse che voleva fare un servizio specifico proprio su quei testi, come per un "gioco" logico, e che era già d'accordo con la direzione della rivista, ma che aveva bisogno di un pezzo che raccontasse la vicenda degli amici di Moro, della scoperta degli anagrammi, di Sciascia, di Paese Sera e di Viktor Aurel Spachtholz con la sua indicazione della villa nella valle di Formello. Lui avrebbe provveduto a raccontare la sua ricerca professionale sugli anagrammi e la storia delle minacce alla sua segreteria telefonica, ma appunto come per un gioco: di questo si occupava la rivista.


Scrissi il mio pezzo, e per prudenza lo firmai Ersilio Quarelli. Peres scrisse il suo, ed il bel servizio, quattro pagine e foto, uscì nel numero di marzo 1988 della rivista, che aveva in copertina un bel ritratto di Gianni Agnelli, un servizio sul "Nome della Rosa" di Eco ed un annuncio: "Caso Moro: c'è un enigma nelle lettere". La rivista era al n. 3 del secondo anno di vita, ed il Direttore, Giuseppe Meroni, nella presentazione del numero cominciava parlando dell' "enigma nelle lettere di Moro", e proseguiva annunciando i prossimi numeri pieni di sorprese, di giochi, di regali per i lettori.


Nel testo pubblicato, all'ultimo momento, su consiglio dell'avvocato della Direzione, che in seguito mi dissero si chiamava Corso Bovio, Meroni aveva omesso il nome del padrone della villa indicata da Spachtholz, indicandolo soltanto come un potente ex magistrato, ma il resto era rimasto esattamente come io ed Ennio Peres avevamo scritto.


La sorpresa, per me fulminante, fu che appena il numero di "Giochi Magazine" arrivò nelle edicole, venni a sapere che non solo il giornalista Giuseppe Meroni non era più direttore del giornale dell'editore Monti, ma anche e soprattutto che la rivista era stata chiusa. Quello del marzo 1988 è stato, per quanto ne so, l'ultimo numero di "Giochi Magazine", rivista fino allora brillante e di grande successo, arrivata appena al terzo numero del suo secondo anno. Nessuno mi ha mai saputo dire perché, e se quella pubblicazione ha avuto qualche parte nella fine della rivista e nel licenziamento del Direttore. Il dubbio, tuttavia, ha del curioso. Se poi uno pensa che è noto che il nome dell'editore Monti era stato tra quelli dell'elenco famoso di Villa Wanda, della P2 di Licio Gelli, allora la curiosità aumenta…E' anche singolare, mi pare, che dopo aver pubblicato su "Paese Sera" il racconto, nel 1986, dopo averlo ripetuto su "Giochi Magazine", e infine ancora su "Paese Sera" nel 1988 nessuno mi abbia mai chiesto per anni qualche chiarimento. E' davvero così improponibile, e campata in aria, tutta questa vicenda?


Per completezza aggiungo che su "Paese Sera" io scrissi un servizio, lo stesso giorno dell'uscita in edicola della rivista, che annunciava la sua pubblicazione. Nessuna eco. Sulla rivista “Storia in Rete”, poi, il giornalista Andrea Biscaro ha scritto un articolo interessante proprio sulla vicenda di “Giochi Magazine”, ma il “busillis”, a mio parere, rimane intatto…


Verso una conclusione: tanti interrogativi non senza ragione, e nessuna risposta, finora…


E tuttavia il mio interesse per la vicenda Moro non finì neppure allora. Negli anni '80 ho scritto parecchi pezzi sulla vicenda delle Br per "Paese Sera". Ho lavorato anche, per Giovanni Minoli, e preparavo i testi di tutte le interviste "Faccia a Faccia" di "Mixer", in particolare quella ad Alberto Franceschini, e collaborai anche con Sergio Zavoli in occasione della preparazione di programmi sugli anni di piombo. La cosa mi ha portato a leggere tante pagine, a pormi ed a porre tante domande…Sono stato e sono anche amico di Giuseppe De Lutiis, il più noto esperto di storia dei Servizi Segreti: con lui abbiamo parlato tante volte della vicenda, ponendoci tante domande… Ma soprattutto con monsignor Cesare Curioni ho parlato tante volte del mistero Moro. Lui era certo che si sapeva ben poco, della vera vicenda e di tanti suoi particolari…


Insomma: da un insieme di cose lette, collegate, interrogate anche in profondità, alla ricerca di qualche nesso, ho tratto un'infinità di interrogativi che desidero mettere qui, un po' senza ordine, allo scopo di concludere questo discorso. Monsignor Curioni per esempio era convinto - e certo aveva parlato in tanti anni con tante persone, sia delle istituzioni, che incontrava essendo per lavoro nei ruoli del Ministero di Grazia e Giustizia come Ispettore Capo di tutte le Carceri italiane relativamente all'assistenza religiosa dei detenuti, sia dei protagonisti, compresi molti brigatisti in prigione - che sul cadavere di Moro ci fosse un solo colpo sparato a bruciapelo su Moro vivo, che aveva lasciato l'alone caratteristico di bruciatura e mostrava il sangue che ne era fuoriuscito, mentre tutti gli altri colpi, una decina, fossero stati sparati a distanza maggiore e dopo parecchio tempo, forse più di un'ora, e quindi non avevano né l'alone di bruciatura né il sangue.


Perché? Si poteva pensare che Moro fosse stato ucciso in un luogo e poi portato altrove, dove altri avessero ripetutamente sparato su di lui, già morto, magari senza sapere che lo era, ma credendolo narcotizzato, e pensando di essere loro ad ucciderlo? Se la cosa è vera, chi ha sparato, a bruciapelo, quel primo colpo mortale? Pareva che a sparare fosse stato Mario Moretti, che disse di essere stato lui a sparare…Si è anche parlato di Maccari, o altri…Ipotesi credibili? E dove è avvenuta l’uccisione? E' certo che il covo di via Montalcini fu l'unica prigione di Moro? E la faccenda che sopra ha portato alla casa di quel magistrato, e quindi alla Loggia P2, è solo e senza alcun dubbio fantasia senza fondamento alcuno? E’ anche senza fondamento alcuno la voce che continua a correre circa un palazzo, proprio in via Caetani, con molti segreti ancora irrisolti?


Ma i dubbi non sono soltanto così esili e marginali, legati a strane storie di anagrammi e di intrecci degni di un giallo. E' del tutto senza significato che il passo decisivo che ha portato le Br alla loro storia concreta, fino al rapimento ed alla morte di Moro, fu l'arresto di Curcio e Franceschini, l'8 settembre 1974, in occasione di un appuntamento che avevano proprio con Mario Moretti ad un passaggio a livello di Pinerolo? Moretti non si presentò all'appuntamento, ed a Franceschini che qualche anno dopo gli chiese ragione del mancato appuntamento, rispose di non ricordare la ragione. In ogni caso la trappola era stata preparata da "frate mitra", Silvano Girotto, un infiltrato dei Servizi segreti che era stato presentato alle Br da Gianbattista Lazagna, ex partigiano amico di Feltrinelli, che aveva letto di lui in alcuni articoli su "Candido", diretto da Giorgio Pisanò, tessera P2, che annunciavano l'arrivo in Italia di questo "emulo di Che Guevara". Girotto fu presentato a Curcio, allora capo riconosciuto delle Br, e fu proprio Moretti che spinse per il suo ingresso all'inizio dell'estate 1974. Frate Mitra entrò, e Curcio e Franceschini furono eliminati.


E' solo un caso che negli atti dell'Istruttoria del giudice Tamburino si legge che proprio all'inizio di settembre 1974, nei giorni esatti in cui avvenne l'arresto di Curcio e Franceschini a Pinerolo, il generale Vito Miceli, capo del Sid, disse a Tamburino stesso, alla presenza del pubblico ministero Nunziante, che da allora in poi non si sarebbe parlato più di terrorismo nero, ma solo di terrorismo rosso? Dunque Miceli sapeva che l'arresto di Curcio non avrebbe posto fine alle Br, ma al contrario, ne avrebbe segnato il definitivo salto di qualità? E' un fatto che da allora il capo unico delle Br fu proprio Mario Moretti. Sospetti espliciti sul rapporto tra Moretti e Girotto, sul fatto che Moretti seppe dell'agguato in anticipo e su quel mancato appuntamento grazie al quale egli non fu arrestato li ha espressi, nel suo libro "Mara, Renato e io", anche Franceschini (pp. 117-118 e altrove). Tra l'altro nel suo libro egli ricorda molti particolari sconcertanti della condotta di Moretti, in quegli anni, fino a sospettare che a lui facesse comodo che egli e Curcio restassero in prigione. Franceschini scrive anche che egli sospettò, e con lui anche il giudice Caselli, che Moretti godesse della "protezione dei Carabinieri"(p. 120). Egli ricorda anche i viaggi di Moretti in Libano, con il panfilo Papago, di cui ha più volte parlato anche Massimo Gidoni, che come skipper andò con Moretti laggiù, appunto per portare in Italia mitra e missili, e racconta di contatti ripetuti delle Br di Moretti con servizi segreti stranieri, che offrirono gratuitamente armi(p.74-75), per una strategia di "destabilizzazione dell'Italia"(p.119).




AI




Sulla base dei documenti parlamentari della Commissione d'inchiesta sul rapimento Moro, il nome citato è Carmelo Spagnuolo (spesso confuso o trascritto erroneamente in ricerche veloci, ma identificato nei resoconti come Spagnuolo, procuratore generale di Roma durante il caso Sindona/Moro).

Ecco i dettagli emersi dagli atti:


Il rapporto con Spachtholz: Spachtholz (talvolta citato anche come artista o amico) dava lezioni di pittura

all'ex magistrato Carmelo Spagnuolo.




La vicenda: È stato raccontato che, in occasione della vendita di un quadro o della fine delle lezioni di pittura, Spachtholz e Spagnuolo festeggiarono, e in quel contesto emersero riferimenti alla situazione drammatica del magistrato, che fu rimosso/deposto, secondo le testimonianze, anche per intervento di Aldo Moro, nel contesto delle complesse vicende Sindona/rapimento Moro.


Contesto storico: Carmelo Spagnuolo è stato un magistrato italiano di rilievo, Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Roma durante gli anni del terrorismo e del caso Sindona.


La vicenda evidenzia le relazioni personali di magistrati romani in un periodo di estrema tensione politica e giudiziaria.

https://documenti.camera.it/leg17/resoc ... e.0162.pdf




zio ot [:305]




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MessaggioInviato: 24/03/2026, 14:39 
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REPLICA DA PAG 6



GLI ANAGRAMMI RIVELATORI


https://documenti.camera.it/leg17/resoc ... .0152.html

https://originidellereligioni.forumfree ... y672003161

SALVATAGGIO






  La seduta comincia alle 14.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE . Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori sarà assicurata anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Audizione di Gianni Gennari.

  PRESIDENTE . L'ordine del giorno reca l'audizione del dottor Gianni Gennari, che ringraziamo per la cortese disponibilità con cui ha accolto il nostro invito a intervenire oggi nella seduta della Commissione.

  Il dottor Gennari non richiede molte presentazioni, essendo personalità nota della cultura e del giornalismo. Nel periodo del sequestro Moro svolse le funzioni – possiamo dire – di assistente spirituale di Benigno Zaccagnini. Inoltre, ebbe contatti con alcuni esponenti politici del PCI, come Antonio Tatò, ed era amico di monsignor Cesare Curioni. In seguito, ebbe modo di riflettere su queste vicende in sede pubblicistica, anche sulla base di scambi di idee che ebbe con Curioni e con monsignor Pasquale Macchi.

  Il principale oggetto dell'audizione riguarda le notizie che Gennari poté acquisire nel corso del sequestro Moro e ciò che Curioni gli riferì circa il tentativo della Santa Sede di aprire una trattativa con le Brigate rosse.

  Chiederei, perciò, all'audito di distinguere sempre ciò che è ricordo diretto da sue eventuali valutazioni, che può riferirci, ma che sono successive al ricordo diretto.

  Alla vicenda di monsignor Curioni la Commissione ha dedicato già diverse audizioni. Ricordo, sinteticamente, che, secondo quanto scritto da monsignor Macchi, segretario particolare di Paolo VI, Curioni fu incaricato di cercare contatti per avviare una trattativa al fine di ottenere la liberazione di Moro. La vicenda poi è stata ulteriormente rievocata, in maniera non sempre convergente, da padre Carlo Cremona e da monsignor Fabio Fabbri.

  Curioni si rivolse dapprima ad alcuni avvocati difensori dei brigatisti, tra i quali Edoardo Di Giovanni e Giannino Guiso. Riuscì poi a entrare in contatto con una persona che si accreditò come intermediario con le BR, la cui identità è rimasta ignota. Il 22 aprile fu resa pubblica la lettera del Papa agli uomini delle Brigate Rosse, per la cui stesura sembra che Curioni fu interpellato. Nei contatti tra Curioni e l'intermediario si sarebbe giunti a pianificare le modalità del rilascio di Moro, ma sembra che Curioni, vedendo che il tempo passava invano, abbia iniziato a nutrire crescenti dubbi sulla riuscita della trattativa. Fu anche predisposta una somma di denaro, ma il contatto, per motivi non noti, non ebbe esito.

  Le chiedo innanzitutto di darci qualche elemento della sua conoscenza con don Curioni, che lei descrive come persona a lei molto vicina. Lei interagì con monsignor Curioni nel periodo del sequestro o dopo? Parlaste della vicenda e, se sì, quando?

  GIANNI GENNARI . Dunque, io ho conosciuto monsignor Curioni intorno a metà degli anni Settanta. Allora avevo una veste diversa, esercitavo il ministero sacerdotale. Oggi non lo esercito più, ma quello che il sacramento ha impresso resta. Non lo esercito più, avendo avuto il permesso pro gratia, l'autorizzazione a sposarmi da parte


Pag. 3
di Giovanni Paolo II attraverso la mediazione dell'allora cardinale Joseph Ratzinger. Don Cesare Curioni ha celebrato il nostro matrimonio.

  Lo avevo conosciuto intorno a metà degli anni Settanta perché mi aveva chiamato a San Vittore – lui era lì già da una quindicina d'anni – a parlare alle detenute. Io andai a Milano, però gli dissi: «Scusa, ma come faccio io a parlare a della gente che non so che vita fa?» Allora trovammo un piccolo ghiribizzo (non so se lo posso dire): col permesso del direttore di allora, io sono rimasto un paio di giorni come detenuto tra gli uomini, per avere un'idea della vita che si conduceva.

Ricordo che era un momento in cui c'erano state le prime ribellioni interne. Avevano bruciato delle stanze di un corridoio. Passammo, una mattina, insieme con altri due che stavano in cella con me e che si meravigliavano perché io ero detenuto; dovetti inventare che avevo emesso degli assegni a vuoto per giustificare che stavo lì con loro. Quando arrivammo, c'era un corridoio con quattro o cinque stanze bruciate, e la cappella intatta. Dissi: «Ma, scusate, avete bruciato tutto meno la cappella...?». Risposero: «Lì c'è don Cesare. Chi lo tocca don Cesare? È quello a cui vogliamo tutti bene».

  Questo lo ricordo per dire che tipo di uomo era. Era un uomo di poche parole, però di molti fatti.
  Sono andato al funerale di don Cesare a gennaio del 1996 in compagnia di monsignor Macchi, che era l'ex segretario di Paolo VI. Per quanto riguarda il rapporto tra Paolo VI e la tragedia Moro, ho tra le mani – eccola qua – la copia delle bozze – non il libro, ma le bozze – del libro di don Macchi. Mi mandò le bozze per dirmi «Vedi se c'è qualcosa di scorretto». L'unica cosa scorretta era la data della morte di don Cesare, attribuita al 1997. Invece, è morto nel 1996, purtroppo.


  È certo che lui, in quel momento, cercò di ottenere qualcosa, però non è solo un'invenzione di don Cesare. Su «La Civiltà Cattolica» del 15 aprile 1978, cioè in piena vicenda della prigionia di Moro – ho qui l'originale – c'è scritto esplicitamente: «I margini di manovra sono assai stretti. Lo Stato e la DC non possono cedere al ricatto dei terroristi, né scendere a trattative con essi. Ciò, però,– non significa che attraverso possibili canali diversi non si possa e non si debba far nulla per tentare di salvare la vita dell'onorevole Moro».– «La Civiltà Cattolica» scrive sempre sotto mandato della Segreteria di Stato; le bozze sono riviste dalla Segreteria di Stato.


  Di fatto era stato avviato attraverso qualcuno – e questo qualcuno resta ignoto, don Cesare non me l'ha mai detto, ma forse anche perché la cosa poi non è andata a termine – una specie di patto preventivo: con la raccolta di denaro (si parla di 10, si parla di 15 miliardi che erano pronti) insieme con la liberazione di Paola Besuschio, si prevedeva la possibilità di una liberazione. Tutti sappiamo com'è andata. Sappiamo che proprio la mattina nella quale Fanfani doveva annunciare la liberazione ... Carlo Cremona mi ha raccontato personalmente che lui attendeva al telefono, anche per mandato di Macchi e di Paolo VI, l'annuncio della liberazione e, invece, è arrivata la telefonata che annunciava la morte, l'esecuzione di Moro.


  Qui poi c'è tutto il discorso dei miei rapporti con Zaccagnini e Berlinguer in quel momento. Io consegnerò qui una memoria molto ampia – sono 34 pagine, più alcune appendici – in cui racconto com'è andata in quelle giornate.


  A dire la verità, comincio dall'8 marzo del 1978, sei giorni prima del rapimento Moro, quando Francesca Mambro mi sputò in faccia davanti al liceo Giulio Cesare, dicendo: «Prete rosso, a te prima o poi ti ammazziamo». Non scherzavano, perché nel 1980, un anno e mezzo dopo, davanti al Giulio Cesare hanno ucciso un poliziotto e accecato quello che era il vigile del quartiere. Il poliziotto si chiamava Serpico di soprannome. Quello era un momento in cui gli assassinii erano piuttosto frequenti.


  Tra l'altro, ricordo – anche se non c'entra nulla – di aver fatto amicizia anche con Carlo Casalegno, che era a «La Stampa» e che in quei giorni, nel 1977, fu ammazzato anch'egli. Non si preparava un bell'anno 1978.
Pag. 4

  Tra l'altro, dietro le spalle – questo non lo sa nessuno, però – Paolo VI aveva, a fine 1977, manifestato l'intenzione di dimettersi, perché era troppo stanco e voleva dare il buon esempio. Avendo scritto la Ingravescentem aetatem, con la quale mandava in pensione i cardinali a ottant'anni, quando avrebbe compiuto il suo ottantesimo anno, a settembre del 1977, avrebbe dato le dimissioni anche lui.

  È stato dissuaso con la forza, in qualche modo, da coloro che stavano intorno a lui e, quindi, Paolo VI è rimasto ancora per gli ultimi otto o nove mesi del suo pontificato. Certo, ha sofferto tantissimo e l'amicizia con Moro era antica.

  Io Moro l'avevo conosciuto di persona all'inizio degli anni Settanta – tra il 1968 e il 1971-72 – perché durante l'estate andavo, come viceassistente dei Laureati cattolici italiani, ad assistere, da consigliere spirituale, delle case di vacanza dei Laureati cattolici. Ne avevano una a Ziano di Fiemme e una a Borca di Cadore. Moro veniva spesso alla messa del sabato sera, in cui c'era anche un tentativo da parte mia di conferenza sulle lettere di San Paolo.

Arrivava con la famiglia all'inizio della messa e poi si tratteneva. L'ultima volta che l'ho visto era a fine 1977, al cinema, a vedere I diavoli di Ken Russell. Con lui c'era il maresciallo Leonardi, che mi conosceva. Un cenno di saluto e niente di più, non ho mai avuto altre relazioni.



  PRESIDENTE . Posso farle una serie di domande di dettaglio?

  GIANNI GENNARI . Certo.

  PRESIDENTE . Poi, se ci lascia la memoria scritta, la leggiamo.

 GIANNI GENNARI . La cosa più importante, però, è che... Nella mia vita c'è stata una successione di fatti, ecco perché la memoria scritta che vi consegno è importante, e l'ultimo fatto è il più sconcertante.

L'anno dopo, nel 1979, una famiglia di amici, qui a Roma – se volete, faccio pure il nome: Enrico Longo, che era funzionario della Presidenza del Consiglio, e Gioia Longo Di Cristofaro, che è ancora oggi docente all'Università di Roma come antropologa, discepola di Tullio Tentori – durante la vicenda Moro, in un incontro con altre cinque o sei persone, tra cui Giorgio Bachelet, fratello di Vittorio Bachelet, si misero in testa di tentare di studiare gli anagrammi su alcune frasi incomprensibili delle lettere di Moro e isolarono due testi.

Il primo era: «Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un po’ diverso»;

l'altro era: «È noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte».


Dicevano – io non so se è vero, ma tra loro c'era gente che conosceva Moro da quarant'anni – che Moro si dilettava di giochi di anagrammi eccetera. Isolarono due frasi e me le sottoposero.

Io lavoravo anche a «L'Europeo», in quel momento – era già il 1979-80 – e conoscevo un anagrammista speciale, Ennio Peres, che è ancora vivo.

Gli diedi il pacchetto di sigarette dentro cui avevano messo le lettere dell'alfabeto per vedere che cosa...

Peres in un primo momento fu scettico: «Qualsiasi cosa si può trovare con tutte queste frasi».

Però, poi, a ragion veduta, fu sorpreso, perché rimanevano fuori una sola lettera nel primo anagramma e due sole lettere nel secondo anagramma;

erano due frasi che, anagrammate, parlavano di una casa tra la via Flaminia e la via Cassia,

una specie di sotterraneo dalle cui finestre si vedevano...

  PRESIDENTE . Bimbi.

  GIANNI GENNARI . Pini e bimbi.




  La cosa rimaneva così.

Ero allora praticante a «Paese Sera» e incaricammo – eravamo nel 1986 – un collega, Enrico Fontana,

di andare a vedere da quelle parti. Fontana individuò un caseggiato con un sotterraneo di mattoni rossi eccetera e la cosa uscì sul giornale.

  Questa cosa non ebbe alcun riscontro.

Ci fu soltanto l’«Avanti!» che allora dette un trafilettino di quattro righe.

Però, io qui ho gli originali della prima pagina di «Paese Sera», che parlava di «mistero Moro» eccetera.
Questa cosa non suscitò alcun interesse da parte della stampa, salvo un trafiletto de l’«Avanti!».


 Successe, però, che quindici giorni dopo si presentò a «Paese Sera» un anziano signore, Viktor Aurel Spachtholz – io qui ho il suo biglietto da visita, che ci ha rilasciato – il quale disse di sapere quale poteva essere la casa e ci raccontò che in quella casa aveva fatto lezioni di pittura a un importante magistrato italiano, di cui fece il nome (nei miei scritti io non l'ho fatto, neppure nell'ultimo):

Carmelo Spagnuolo, il magistrato che fu deposto, forse anche per intervento di Moro, in conseguenza, se non vado errato, della vicenda Sindona.

Spachtholz aveva fatto lezioni di pittura a questo ex magistrato e un giorno, quando festeggiarono un evento, la vendita di un quadro o la fine delle lezioni, lo portò in un sotterraneo. Al racconto di Spachtholz erano presenti Claudio Fracassi e Piero Pratesi, quindi non ero solo. Erano presenti perché quando il portiere di Paese Sera – che, giustamente, era molto proletario – mi aveva detto: «C'è un signore strano, coi calzoni alla zuava, che vuole parlare con te», io mi premurai che ci fossero pure il direttore e l'ex direttore, appunto Claudio Fracassi e Piero Pratesi. Piero è morto. È stata una persona straordinaria. Fracassi credo che sia vivo, per fortuna quindi potrebbe confermare il racconto. Quel signore venne su e disse che sapeva che in quella casa c'era... La casa era di Carmelo Spagnuolo e...

  PRESIDENTE . Eravamo rimasti al punto in cui Spagnuolo era sceso nel sotterraneo.

 GIANNI GENNARI . Per festeggiare scesero giù nello scantinato, dove c'era una serie di botti di vino. Spachtholz disse: «Ma questa non è una cantina, questa è una prigione», e Spagnuolo gli avrebbe risposto: «Da questa prigione cambieremo la vita dell'Italia». Ovviamente...

  PRESIDENTE . Però era il 1979 quando Spagnuolo gliel'ha detto? O prima?

 GIANNI GENNARI . No, prima, prima. Prima ancora della vicenda Moro. La cosa risaliva all'inizio o a metà degli anni Settanta.

  La cosa interessante è che lui voleva andare subito. Noi, ovviamente, siccome era pomeriggio e dovevamo chiudere il giornale eccetera... Però, poi, su «Paese Sera» – era il 1986 – uscirono queste pagine di Enrico Fontana.

  Una cosa che sorprende, però, è che in mezzo a queste cose uscì il libro di Leonardo Sciascia, L'affaire Moro.

Io avevo avuto conoscenza di Leonardo Sciascia quando aveva scritto Todo modo. Il mio primo ingresso a «Paese Sera» fu per una presentazione di quello strano film sul romanzo di Sciascia.

Sciascia, esaminando la vicenda Moro, analizza esattamente le stesse due frasi e dice: «Qui dentro ci deve essere un messaggio».

Sono tutte e due le frasi che avevano isolato i miei amici Gioia Longo e Giorgio Bachelet.

Tra l'altro, Giorgio Bachelet aveva avvertito di questa decifrazione il fratello, che è stato ucciso nel 1980.


  La cosa sorprendente è che noi non andammo immediatamente, però quindici giorni dopo venimmo a sapere che Viktor Aurel Spachtholz era stato trovato morto in casa sua a Vettica di Amalfi.

Arrivò il 1988. Ennio Peres mi telefonò e mi disse: «Guarda, sta per uscire una nuova rivista magnifica, straordinaria, tutta basata sui giochi di anagrammi eccetera. Perché non tiriamo nuovamente fuori la vicenda di cui abbiamo parlato due anni fa?» Io dissi: «Va bene, ritiriamola fuori». Feci parecchia resistenza. Poi – io qui ho anche la fattura – mi dettero un milione e accettai. Non ho scritto assolutamente niente di nuovo. Ho scritto quelle cose che avevo già detto.

Uscì il numero della rivista, «Giochi Magazine», con in primo piano Agnelli e con: «Caso Moro: c'è un enigma nelle lettere». C'erano quattro pagine, due mie, firmate Ersilio Quarelli (ho usato uno pseudonimo) e le altre due, invece, di Ennio Peres, l'anagrammista che analizza la cosa. Nell'anticipazione del giornale il direttore Giuseppe Meroni parla dello scoop e annuncia: «I prossimi numeri saranno ancora più magnifici» eccetera. Esce «Giochi Magazine», e lo stesso giorno, o il giorno dopo, il direttore è licenziato e la rivista viene chiusa, soppressa. Questo numero è l'unico numero della rivista che è uscito.
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L'editore era di Bologna e so che era un petroliere. Credo che qui qualcuno si ricordi il cognome. Adesso non me lo ricordo.

  ENRICO BUEMI . Ci sarà scritto nella rivista qual era la società editrice.

  GIANNI GENNARI . Nel memoriale che vi lascio c'è. È un memoriale che racconta tutta questa storia e in cui si parla di Curioni, di Macchi, di Paolo VI...

  PRESIDENTE . Su Curioni le dobbiamo fare due o tre domande.

  GIANNI GENNARI . Va bene.
  Quello che mi sorprende – posso dirlo con molta tranquillità? – è che le cose mi vengano chieste trentanove anni dopo. Siccome queste cose non è che sono state nascoste – le ho pubblicate, le ho scritte su «Paese Sera», le ho ripetute altre volte – per fortuna, trentanove anni dopo qualcuno mi chiede conto.
  Per quanto riguarda le trattative, ho difeso – e qui ho un biglietto della moglie di Zaccagnini, che mi ringrazia – con forza la memoria sia di Paolo VI sia di Zaccagnini, e anche, in qualche modo, quella di Berlinguer. Io ero a contatto con Berlinguer attraverso Tonino Tatò...

  PRESIDENTE . L'editore di «Giochi Magazine» era il gruppo Monti-Riffeser.

  GIANNI GENNARI . Io ero in contatto con Berlinguer attraverso Tonino Tatò e Giglia Tedesco. Giglia Tedesco era vicepresidente del Senato e Tonino Tatò era il segretario particolare di Berlinguer. Venivano a messa da me, insieme con altri. Allora si chiamavano cattocomunisti. A me dicevano soltanto comunista; oggi lo dicono del Papa: tutto sommato, mi pare che sia un bel vantaggio.

  PRESIDENTE . È che, nel frattempo, si sono estinti i comunisti. Non si preoccupi.
  Sono rimasti i nostalgici.

  GIANNI GENNARI . Quel comunismo lì era inaccettabile anche allora, quindi, evidentemente... I tentativi di Enrico Berlinguer di uscire dalla filosofia marxista e leninista sono noti a tutti. Si sa che fece togliere dallo statuto del partito la professione antireligiosa, materialista e immanentista e lo fece togliere anche in conseguenza della sua famosa lettera a monsignor Bettazzi. C'era stata la lettera di Bettazzi a Berlinguer, cui Berlinguer rispose un anno e mezzo dopo; la preparammo insieme a Franco Rodano e Tonino Tatò e lo stesso Berlinguer per tre mesi, nell'estate del 1977.

  PRESIDENTE . Adesso la ringraziamo, ci leggiamo la memoria e arriviamo a don Curioni. Le devo fare alcune domande precise.
  In una serie di articoli suoi del 2012, pubblicati su «Affari italiani» e «Vatican Insider», lei ha ricordato, riferendosi a Curioni: «Mi ha manifestato tanti dubbi sulle dichiarazioni dei terroristi stessi, mentre non ha mai avuto un dubbio sul fatto che un vero e proprio canale con le BR attive non ci fu mai». Monsignor Fabbri, audito dalla Commissione, ha valorizzato, invece, la serietà del canale della trattativa.
  Questa idea di don Curioni che lei riporta, riguardo al fatto che l'intermediario non era più solido di tanto, non era vero, è una sua opinione o gliel'ha detta proprio direttamente don Curioni?

  GIANNI GENNARI . Me l'ha detta direttamente don Curioni e ritengo che don Fabbri abbia semplicemente pensato – siccome don Cesare non scherzava quando diceva certe cose – che don Cesare avesse trovato qualche intermediario...
  Don Cesare aveva parlato anche con Curcio e Franceschini, che erano processati allora a Torino. Quando erano ripresi dicevano, di Moro: «Lo abbiamo in mano, lo teniamo in mano». A don Cesare dissero personalmente: «Noi non ne sappiamo niente».
  Tra l'altro, qui dietro c'è il famoso discorso di Pinerolo. Non lo ricorda nessuno, ma è il momento decisivo della storia delle Brigate rosse. Moretti diede appuntamento
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a Curcio e Franceschini a settembre del 1974 al passaggio al livello di Pinerolo.

  PRESIDENTE . E poi arrivò un po’ tardi, lui.

  GIANNI GENNARI . No, Moretti non è arrivato per niente e dice che non sa per quale ragione non è arrivato. Invece, Moretti aveva spinto per far entrare nelle Brigate rosse Frate Mitra, quel rivoluzionario in Sud America, italiano, prete, raccomandato all'opinione pubblica italiana da Giorgio Pisanò, che tutti sappiamo benissimo... Si chiamava «Candido», mi pare, la sua rivista: «Arriva il nuovo Che Guevara, arriva il nuovo...»

  PRESIDENTE . E poi Frate Mitra li ha traditi tutti.
  Ritorniamo a don Curioni, sennò ci perdiamo e, purtroppo, alle 15 dobbiamo concludere l'audizione, perché i parlamentari devono andare in Aula.

  GIANNI GENNARI . Cesare mi parlò della differenza che c'è tra le ferite su un corpo morto e le ferite su un corpo vivo.

  PRESIDENTE . Adesso ci arriviamo. Mi faccia fare le domande in fila.

  In un articolo pubblicato da lei su «Avvenire» il 10 novembre 2009, lei ha dato altri dettagli sul tema della trattativa che fu tentata da monsignor Curioni. Ha scritto, in particolare, quello che lei ha ricordato adesso, cioè che Curioni parlò con Curcio e Franceschini, i quali si dissero del tutto estranei alla vicenda.
  Franceschini, nella sua audizione del 27 ottobre 2016, si è limitato a dire: «Curioni lo incontrammo perché lui ci era venuto a parlare, perché lui era il cappellano del carcere». Nell'ultima audizione presso la Commissione Adriana Faranda, invece, ha sottolineato che Curcio e Franceschini non erano favorevoli a cedere senza contropartite e, anzi, sostenevano ideologicamente la linea dura.
  Lei, oltre quello che ha detto, cioè che Curcio e Franceschini dissero a Curioni che non c'entravano niente con la vicenda Moro e, quindi, non ne sapevano niente...

  GIANNI GENNARI . Franceschini poi avanza molti dubbi su tutta la vicenda della gestione di Moretti.

  PRESIDENTE . Però a lei non è rimasto in mente altro, detto da don Curioni?

  GIANNI GENNARI . No. Devo dire, sinceramente, che io con Cesare...

  PRESIDENTE . Don Curioni non le ha detto più altro, quindi. Ha detto solo che li aveva incontrati e che i due brigatisti non erano in grado di aprire nessun canale.

  GIANNI GENNARI . No, però don Cesare mi disse che probabilmente si arrivava a uno sbocco. Questo me lo disse nei giorni immediatamente precedenti il 9 maggio. Su questo era stato preavvertito Macchi ed era stato preavvertito padre Cremona, che è stato al telefono tutta la mattina...

  PRESIDENTE . In attesa della liberazione.
  In diversi articoli (uno di Marco Tosatti su «La Stampa» del 19 aprile 2004 e due suoi, su «Europa» del 3 maggio 2008 e su «Avvenire» del 10 novembre 2009) si afferma che Curioni era con Macchi e con Paolo VI nell'appartamento papale la sera del 21 aprile.

  GIANNI GENNARI . Questo me l'ha detto don Cesare personalmente.

  PRESIDENTE . E che partecipò materialmente alla stesura della lettera del Papa «agli uomini delle Brigate rosse».

  GIANNI GENNARI . Sotto dettatura di Paolo VI scrisse la brutta copia della famosa lettera.

  PRESIDENTE . Perché su questo ci induce in errore, forse, monsignor Fabbri, che, invece, dichiara che quel giorno Curioni si trovava in Lombardia e che quindi parlò solo per telefono con Paolo VI.

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  GIANNI GENNARI . Cesare mi ha detto – questo lo posso dire con certezza – che era presente, che ha scritto la brutta copia che poi Paolo VI ha ricopiato e che quel «senza condizioni» era presente fin dalla prima dettatura.(*)

  PRESIDENTE . Quindi, ricapitolando – questo solo per amore della storia – non ci fu un'ingerenza della Presidenza del Consiglio su Paolo VI per far modificare il testo e inserire le parole «senza condizioni»?

  GIANNI GENNARI . Assolutamente. Per quello che so io, no.

  PRESIDENTE . Lo sa perché glielo disse don Curioni, che era presente quando la lettera si scriveva.

  GIANNI GENNARI . Che era presente, esattamente.

  PRESIDENTE . E quelle parole non sono state aggiunte, ma ci sono sempre state, dall'inizio.

  GIANNI GENNARI . Assolutamente. Questo mi disse don Cesare, che mi raccontò che aveva scritto lui di sua mano, sotto dettatura di Paolo VI, la brutta copia della lettera.

  PRESIDENTE . In un articolo del 2012 lei ha scritto: «Monsignor Curioni, per esempio, era convinto – e certo aveva parlato in tanti anni con tante persone, sia delle istituzioni, che incontrava essendo, per lavoro, nei ruoli del Ministero di grazia e giustizia come ispettore capo di tutte le carceri italiane relativamente all'assistenza religiosa dei detenuti, sia dei protagonisti, compresi molti brigatisti in prigione – che sul cadavere di Moro ci fosse un solo colpo sparato a bruciapelo su Moro vivo, che aveva lasciato l'alone caratteristico di bruciatura e mostrava il sangue che ne era fuoriuscito, mentre tutti gli altri colpi, una decina, fossero stati sparati a distanza maggiore e dopo parecchio tempo, forse più di un'ora, e quindi non avevano né l'alone di bruciatura, né il sangue». Per quanto lei ne sa, quella di Curioni era una convinzione soggettiva oppure si fondava su qualche confidenza relativa ai reperti autoptici o di chi indagava?

  GIANNI GENNARI . Mi è difficile rispondere, però don Cesare non mi ha mai detto qualcosa che non corrispondesse a quello che lui aveva visto. Cioè non era... Era un tipo molto concreto.

  PRESIDENTE . Quindi, quello che lei scrive è quello che le ha riferito Curioni, cioè l'idea di un colpo a bruciapelo a Moro vivo e poi dopo, a distanza di tempo, altri colpi a Moro già morto (ed ecco perché non c'erano gli aloni e tutto il resto).

  GIANNI GENNARI . Così almeno mi ha detto don Cesare e io non posso che riferirlo. Non ho mai dubitato della serietà. Se voleva tenere nascosto qualcosa, non lo diceva. Se parlava, parlava...

  PRESIDENTE . Perché voleva farlo.

  GIANNI GENNARI . ...da persona seria.

  PRESIDENTE . Lei ha ricordato che alla fine di aprile del 1978...

  GIANNI GENNARI . Mi meraviglio, ma allora sono stato molto letto!

  PRESIDENTE . Soprattutto perché abbiamo altre fonti. Noi le chiediamo per sapere se conferma alcune sue affermazioni che risultano diverse da quelle di altre fonti.
  Lei ha ricordato che alla fine di aprile del 1978 portò a Berlinguer un biglietto di Zaccagnini, che lei non lesse.

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  GIANNI GENNARI . Certo.

  PRESIDENTE . Ha anche sottolineato il suo rapporto con Tatò. Durante il sequestro Moro lei vide Tatò, gli trasmise informazioni e messaggi, ne raccolse confidenze?

  GIANNI GENNARI . Certo, una quindicina di volte, perché parecchie notti, una quindicina, le passavo con il povero Benigno, che era veramente, drammaticamente...

  PRESIDENTE . Provato.

  GIANNI GENNARI . Tra l'altro – una delle cose che forse non sa nessuno – se non avessero rapito Moro, la mattina del 16 marzo 1978, Benigno Zaccagnini si sarebbe dimesso da segretario della Democrazia cristiana, perché non era per niente d'accordo sulle nomine dei ministri che erano state fatte da Moro e Andreotti insieme e, in particolare, non avrebbe voluto che ci fosse Gava nel nuovo Governo.
  Per quanto riguarda quella mattina in cui portai una lettera di Benigno a Berlinguer e poi portai indietro la risposta – lo racconto nel mio memoriale – mi successe una cosa singolare. Io parcheggiai esattamente nel posto dove un mese dopo sarebbe stata trovata la R4 e sentii, scendendo dalla macchina – queste sono cose strane, lo riconosco – qualcosa che mi teneva fermato, che mi teneva su quel terreno. C'era una staccionata, c'era un cancello, c'erano i lavori interni dentro, proprio di fronte a palazzo Caetani. Quella mattina io avevo parcheggiato lì. Avevo la Peugeot 104 e, quando scesi, sentii...
  La mattina del 9 maggio, quando, arrivato a casa, accesi la TV e vidi la trasmissione. Chissà come l'avevano saputo: la GBR, che era una televisione libera, praticamente stava sul posto, dicono, qualche minuto dopo il ritrovamento dell'auto. Ho l'impressione che ci fosse qualcuno lì all'interno che lo sapeva da prima, perché far trovare il giornalista con la cinepresa eccetera e la trasmissione mi pareva un po’...

  PRESIDENTE . C'è qualche messaggio di Tatò di particolare rilevanza?

  GIANNI GENNARI . Io non li leggevo.

  PRESIDENTE . Ah, lei non li leggeva.

  GIANNI GENNARI . No, io non leggevo quello che scriveva Benigno a Berlinguer e quello che Berlinguer scriveva a Zaccagnini. Non mi sono mai permesso, anche perché che cosa potevo dire? Che competenze avevo?

  PRESIDENTE . In un articolo apparso su «Avvenire» del 22 ottobre 1999 lei ha scritto che Zaccagnini era informato e consenziente circa il tentativo di trattativa promosso da Paolo VI.

  GIANNI GENNARI . Che poi non era una trattativa. Sì, chiamiamola trattativa. Era...

  PRESIDENTE . Era un diverso modo di trattare, non da parte dello Stato.
  Del resto, lo stesso Andreotti, in una lunga intervista pubblicata su «Il Giornale» dell'11 settembre 2003, ha ricordato che la Santa Sede chiese una sorta di nulla osta e che il Governo italiano lo concesse, secondo le parole di Andreotti, «dopo essermi consultato con Berlinguer».
  Per quanto a lei noto, chi tra gli esponenti della DC teneva i rapporti con la Santa Sede durante il sequestro Moro, oltre ad Andreotti? Cosa seppero direttamente Zaccagnini e i suoi collaboratori dei tentativi di trattativa effettuati da parte di esponenti della Chiesa, in particolare da parte di monsignor Curioni?

  GIANNI GENNARI . Cosa seppe Zaccagnini? Zaccagnini delle cose di monsignor Curioni sapeva tutto, perché gliele dicevo io e Curioni sapeva bene che ero in rapporti...

  PRESIDENTE . E chi altro sapeva? Sapevano Zaccagnini e Andreotti, o sapeva l'ufficio politico della DC?

  GIANNI GENNARI . Andreotti non lo so, ma certamente io a Berlinguer dicevo quello che mi aveva detto Zaccagnini, salvo che fossero messaggi (che allora non leggevo), e
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a Zaccagnini quello che mi aveva detto Berlinguer. E dicevo ad ambedue quello che pensava Curioni, se si poteva fare qualcosa o meno.

  PRESIDENTE . Nell'ambito dei tentativi di salvare la vita di Moro risulta che ci fu un'attivazione di esponenti socialisti lombardi, come Umberto Giovine, che tentarono di coordinare la loro azione con quella, ben nota, di monsignor Luigi Bettazzi, di padre David Maria Turoldo e di padre Camillo De Piaz. In questo ambito fu coinvolto anche il giornalista di «Famiglia Cristiana» Guglielmo Sasinini, che ne riferiva al suo direttore, don Giuseppe Zilli. Lei sa qualcosa di questa vicenda e sa se si sovrapponeva o era ad adiuvandum del tentativo di Curioni?

  GIANNI GENNARI . Io so soltanto che monsignor Bettazzi propose di darsi come ostaggio in cambio di Moro. Un pensiero molto generoso, ma, a mio parere, ingenuo, perché coloro che avevano rapito Moro volevano agire su Moro e non su monsignor Bettazzi. Quindi, l'idea generosa, spirituale, della sostituzione vicaria, che richiama al sacrificio biblico, mi sembra molto ingenua.

  PRESIDENTE . Monsignor Curioni le ha detto mai se il modo in cui era stato ucciso l'onorevole Moro, nella metodologia dei colpi sparati non a bruciapelo, lo aiutava ad avere una opinione su chi poteva essere stato il killer?

  GIANNI GENNARI . No. Io so che il killer è stato individuato in quello che poi fu ferito dalle parti delle Mura Appio-latine, uno dei brigatisti. Dicono che sia stato lui che ha sparato il colpo decisivo.

  PRESIDENTE . Lì erano più quelli che hanno sparato di quanti ce ne entravano tra il portabagagli e il garage, un sovraffollamento di colpevoli.
  Ma adesso lasciamo stare quello che hanno dichiarato i brigatisti. A lei monsignor Curioni non ha mai detto: «Secondo me, per come ha ucciso, mi dà l'idea che fosse il tale?»

  GIANNI GENNARI . No.

  PRESIDENTE . Non gliel'ha detto mai.
  L'abbé Pierre venne a Roma poco dopo il rapimento di Aldo Moro per perorare la causa di Innocente Salvoni. Salvoni aveva sposato una nipote dell'abbé Pierre ed era tra i sospettati di cui fu diramata la foto dopo l'agguato di via Fani.
  Secondo le dichiarazioni rese il 28 marzo 1983 da Carlo Fortunato al giudice Mastelloni, il religioso francese si recò nella sede della DC in piazza del Gesù. Zaccagnini smentì al giudice Calogero di aver mai incontrato l'abbé Pierre.
  Lei si ricorda se l'abbé Pierre andò a piazza del Gesù?

  GIANNI GENNARI . Zaccagnini non mi ha mai detto che l'abbé Pierre è andato a piazza del Gesù. Per quello che mi riguarda, non me l'ha detto. È probabile che me l'avrebbe detto, perché io sono stato vicino a Zaccagnini anche oltre la morte di Moro.

  Tra l'altro, una delle cose a cui tengo di più, che a mio parere fa fare una bellissima figura sia a Zaccagnini che a qualcun altro, è che il giorno prima dell'elezione di Pertini alla Presidenza della Repubblica incontrai Benigno. Io lavoravo a «Paese Sera» e lui aveva un ufficio al secondo piano dello stesso palazzo, a via del Tritone; e con lui c'era pure Mattarella, l'attuale Presidente della Repubblica. Qualche volta lungo le scale avevo incontrato Mattarella, ma io incontrai Benigno a via Due Macelli. Mi abbracciò e mi disse: «Sono molto arrabbiato».

Chiesi: «Perché?» Rispose: «Perché i miei non votano Pertini come Presidente». Già c'erano state, mi pare, 15 o 20 votazioni, non ricordo quante erano. Io gli dissi: «Scusami, ma tu sei o non sei il segretario della Democrazia cristiana?» Disse: «Sì». Proseguii: «Ti ricordi che, la prima volta che ci siamo incontrati, mi hai detto che se non avessero rapito Moro, tu avresti dato le dimissioni da segretario della Democrazia cristiana?». Rispose: «Sì». Allora io dissi: «Allora tu stasera ai
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tuoi dici: “Se domani mattina non votate Pertini, io me ne vado. Do le dimissioni”». Non so se Benigno l'ha fatto, però la mattina dopo i democristiani votarono Pertini. Perché Berlinguer era d'accordo, Craxi pure – dopo qualche esitazione – era d'accordo e mancava la «firma» dei democristiani. Fu un comportamento da galantuomo di Zaccagnini.

  PRESIDENTE . Lei, stando molto vicino a Zaccagnini in quel periodo, ricorda se era atteso o no dal segretario del partito un intervento del Presidente del Senato Fanfani la mattina della riunione della direzione della DC, il 9 maggio?

  GIANNI GENNARI . Si sapeva dal giorno prima che Fanfani avrebbe detto delle cose molto importanti.

  PRESIDENTE . Quindi, si sapeva da parte di padre Cremona che il 9 poteva essere liberato Moro e si sapeva che Fanfani avrebbe parlato...

  GIANNI GENNARI . Di questo.

  PRESIDENTE . Di questo.
  Io non ho altre domande. Do la parola ai colleghi che desiderano intervenire.

  GERO GRASSI . Ritorno su don Curioni. In un'audizione segreta in Commissione, la persona audita ha riferito di aver saputo direttamente da don Curioni il nome e cognome della persona che avrebbe sparato a Moro. Pare che don Curioni questa identificazione, peraltro detta da lui anche a don Fabbri (il quale però in Commissione non ha fatto il nome), l'abbia desunta dalla capacità dello sparatore di «circumnavigare» il cuore con i colpi, senza toccarlo.
  Nel suo rapporto con don Curioni le ha mai parlato dell'autopsia su Moro?

  GIANNI GENNARI . No. Attenzione, però: mi ha detto delle cose che probabilmente si riferivano anche a un esame autoptico, perché, quando mi ha raccontato che c'erano parecchie tracce, una da vivo e le altre da morto, probabilmente si riferiva a quello; però non me l'ha mai detto.
  Adesso io non ricordo il cognome del brigatista rosso, quello che è stato ferito quando fu arrestato, alle Mura latine. Come si chiamava?

  PRESIDENTE . Gallinari.

  GIANNI GENNARI . Prospero Gallinari, sì.

  GERO GRASSI . Che c'entra Gallinari?

  PRESIDENTE . Gennari dice: «Io ho saputo poi che era stato Gallinari a ucciderlo».

  GIANNI GENNARI . Lei ha ricordato l'autopsia, quindi ho ripensato che non avevo detto il nome che prima non ricordavo, ed è venuto fuori adesso: Prospero Gallinari.

  GERO GRASSI . Però, solo per storia, Gallinari ha ammesso di non aver sparato a Moro, in un libro.

  PRESIDENTE . Ho una curiosità: Don Curioni era amico di don Rigoldi, il cappellano del carcere minorile Beccaria?

  GIANNI GENNARI . Non lo so. Io so che don Curioni è stato a San Vittore per trent'anni. Tra l'altro, io so che don Curioni aveva portato Montini al carcere. Quando Montini, non ancora cardinale, era stato mandato via da Roma, come tutti sanno, perché la Curia lo odiava, e fu mandato a Milano come arcivescovo, Pio XII per quattro anni non l'ha fatto cardinale. È stato poi il primo cardinale nominato da Giovanni XXIII. Don Curioni aveva portato Montini, il nuovo arcivescovo, al carcere. Ha fatto poi la stessa identica cosa quando fu nominato arcivescovo Martini. La prima visita di Martini a Milano, grazie a don Cesare Curioni, fu la visita ai carcerati.
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 MASSIMO CERVELLINI . La casa dell'ex magistrato, la potenziale casa prigione, rispondeva alle verifiche che faceste, soprattutto anche sugli aspetti esterni, quelli che venivano richiamati?


  GIANNI GENNARI . I mattoni rossi, sì, eccetera...

  MASSIMO CERVELLINI . E anche pini e bambini, per capirci?

  GIANNI GENNARI . A prima vista sì. Io sentii pure parlare di un asilo infantile che era nelle vicinanze. Tra l'altro, da quella casa in 6-7 minuti si arriva a via Fani.





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  MASSIMO CERVELLINI . Seconda domanda: gli esperti di anagrammi hanno trovato anche altre frasi che permettevano l'esclusione di poche...?

  GIANNI GENNARI . No. La cosa veramente singolare, è il modo con cui Moro presenta queste frasi. Per esempio in una delle due frasi, poco prima parla dell'onorevole Misasi, quindi lascia un terzo di pagina bianca (qui tra le cose che lascio c'è la fotocopia, ma voi l'avete sicuramente) e poi comincia con «È noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte». Ex abrupto una frase assolutamente incomprensibile per chi conosceva Moro... Quali erano i gravissimi problemi della famiglia di Moro? Non c'erano.

  GERO GRASSI . C'erano. C'erano, e lui li sapeva bene. C'erano ed erano inimmaginabili a chi stava fuori.

  GIANNI GENNARI . Lei sa cose più di me, quindi...

  PRESIDENTE . Al di là di questo, la domanda del senatore Cervellini è: queste cose la Polizia e i Carabinieri le hanno verificate? O vi hanno ritenuto un po’...?
  Per esempio, nel caso di una seduta spiritica, che era afferente quanto l'anagramma, sono andati in un paesino della mia provincia che si chiama Gradoli alle cinque della mattina. Invece, qui, nel caso degli anagrammi, non sono andati a vedere.

  GIANNI GENNARI . L'unico effetto di quella cosa degli anagrammi...

  PRESIDENTE . Fu la chiusura di questa rivista.

  GIANNI GENNARI . Fu la soppressione della rivista «Giochi Magazine».

  PRESIDENTE . Se non ci sono altre domande, ringraziamo il dottor Gennari.
  Per la settimana prossima non sono in grado di dirvi quando potremo riunirci, perché, non sapendo come procederanno le votazioni alla Camera sulla legge elettorale, dobbiamo vedere qual è uno spazio di almeno due ore, tra Camera e Senato, che ci consenta di tenere seduta.
  Dichiaro conclusa l'audizione.

  La seduta termina alle 14.45.

(*) L'11 ottobre 2017 Giovanni Gennari ha inviato la seguente comunicazione: «Don Cesare mi ha detto di sicuro che ha partecipato di persona alla stesura del messaggio di Paolo VI alle BR, ma non mi disse se lo aveva fatto via telefono o in presenza fisica in Vaticano. Ecco la causa del mio ricordo che, stando alla memoria più diretta di don Fabio Fabbri, risulta inesatto. Ne prendo atto e riconosco il mio errore. Quello che mi risulta, e che ribadisco, è che le parole “senza condizioni” erano nel testo fino dalla prima stesura».





AI 24 03 26

Sulla base dei risultati di ricerca, la figura a cui si fa riferimento è legata al quotidiano Paese Sera durante il periodo del rapimento di Aldo Moro (1978).


Ecco i punti salienti emersi:

Contesto: Enrico Fontana viene citato nel contesto di inchieste giornalistiche del quotidiano romano "Paese Sera" relative al caso Moro.

Episodio specifico: Viene menzionato un confronto tra Enrico Fontana (giornalista di Paese Sera all'epoca) e il direttore della testata, Claudio Fracassi, riguardo ad anagrammi o elementi enigmistici legati al caso, sottoposti poi all'esperto Ennio Peres.


Riferimento parlamentare: Questo episodio è citato in documenti della Commissione d'inchiesta sul caso Moro (relazione di Gero Grassi), indicando che tale vicenda fu oggetto di approfondimento sulle informazioni che circolavano o venivano analizzate in quei giorni.

Nota: Le ricerche indicano che Enrico Fontana è successivamente diventato un responsabile nazionale di Legambiente. Non va confuso con altri giornalisti dell'epoca con cognomi simili.





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 Oggetto del messaggio: Re: Aldo Moro, quando la verità uccide.
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REPLICA DA PAG 7


https://meloniclaudio.wordpress.com/201 ... penthouse/


L’omicidio Moro e quell’articolo su Penthouse


https://meloniclaudio.wordpress.com/tag ... accagnini/



Oasi di_Ninfa

Nel novembre del 1978 lo scrittore italo americano Pietro Di Donato, famoso per avere scritto negli anni Trenta il romanzo dal titolo “Cristo fra i muratori”, viene incaricato dall’editore della rivista americana per soli uomini “Penthouse” di scrivere un articolo sull’omicidio di Aldo Moro.

L’articolo esce nel dicembre del 1978 col titolo: “Cristo nella plastica“.

Claudio Sabelli Fioretti ne parla il 5 dicembre 1978 su Panorama: Di Donato gli racconta di avere conosciuto cinque anni prima, tramite un senatore del Partito Comunista Italiano suo amico, un noto industriale famoso per le sue idee di sinistra. Anche se il nome non viene fatto, si tratta dell’editore Giangiacomo Feltrinelli.

Alcuni anni prima Di Donato era stato in Italia per realizzare una serie di interviste, e tra le prime persone che aveva incontrato c’era proprio l’industriale Feltrinelli. E sarà proprio Feltrinelli in quei giorni a presentare allo scrittore un brigatista in contatto con quelli che saranno in seguito i rapitori di Moro.

“Il mio articolo – racconta Di Donato nel pezzo di Sabelli Fioretti – è il frutto del loro racconto”. A giudizio di Sabelli Fioretti il resoconto che fa Di Donato è “tanto singolare da apparire assolutamente fantasioso, ricco di errori tanto clamorosi da far pensare che sia il prodotto di un mitomane disinformato e superficiale”.

Il brigatista che Di Donato conosce, il cui nome è Zucor, sarebbe il capo della colonna che avrebbe rapito Moro e trucidato la sua scorta; ed è lo stesso Zucor a rivelare allo scrittore italo-americano alcuni dettagli della strage. A partire dal numero dei componenti del gruppo di via Fani, undici uomini ed una donna bionda, tra cui anche un motociclista vestito da poliziotto.

Il gruppo di fuoco, composto da quattro brigatisti vestiti da piloti dell’Alitalia, viene avvicinato mentre staziona di fronte al bar Olivetti da un vero pilota Alitalia, il quale offre loro un passaggio sulla sua auto sportiva.

Di Donato racconta anche dove si trovasse il primo rifugio di Moro, in un “garage sotterraneo di un grosso complesso residenziale della Balduina, dieci minuti da via Fani“.

La vera prigione di Moro, quella in cui lo statista democristiano avrebbe trascorso la gran arte dei 55 giorni delle sua prigionia, era già pronta da un anno. Si tratterebbe di un ripostiglio isolato acusticamente “al quale si accedeva attraverso un finto muro”. Sembra anche che la polizia, malgrado la vigilanza svolta 24 ore su 24 dai brigatisti, abbia perquisito il garage e chiesto loro informazioni.

Il racconto che Zucor fa a Di Donato è lungo e dettagliato: incluse anche le visite fatte a Moro dal medico, il suo stato di salute, non buono per via del rene sinistro, i racconti fatti dal presidente della DC sulla sua villa a Torrita Tiberina, i suoi passatempo durante la prigionia: oltre allo scrivere, a Moro venne concesso anche di leggere, guardare la televisione ed ascoltare dischi.

Dal racconto di Di Donato emerge anche come Zucor e Moro si fossero già conosciuti in precedenza, nel 1959, in casa dello scrittore Carlo Levi.

Secondo Di Donato tra Zucor e Moro si instaura un buon rapporto, tanto che mentre Zucor rivela all’ex presidente del consiglio la sua fede di cattolico osservante, Moro di ritorno gli racconta dei suoi sogni più ricorrenti (Benigno Zaccagnini e Francesco Cossiga).

Lo scrittore racconta anche chi furono gli esecutori materiali dell’omicidio dello statista democristiano: Anna la brigatista bionda, la stessa che era presente anche in via Fani, e Franco. Anna sarebbe anche uno dei fondatori delle BR, ed oltre ad avere studiato all’Università di Trento avrebbe partecipato al matrimonio tra Renato Curcio e Maria Cagol.

Molte parti del racconto fatto da Di Donato vengono contestate da Sabelli Fioretti; a partire dal matrimonio cattolico tra Curcio e la Cagol, al quale avrebbero partecipato solamente due testimoni, Italo Saugo e Vanni Mulinaris.

Il giornalista di Panorama giudica poi surreali alcuni passaggi del racconto di Di Donato, tra i quali l’episodio della messa celebrata da Papa Paolo VI su di un elicottero mentre sorvolava l’abitazione di Moro, cosi’ come quello nel quale la moglie di Moro, Eleonora, dopo avere chiamato pederasti, prostitute e codardi il cardinale Ugo Poletti e Amintore Fanfani, scaglia contro di loro un vaso di fiori.

Il Partito Operaio Europeo e la tesi del colpo di stato



Un’altra pubblicazione di particolare interesse in merito alla vicenda Moro è il libro dal titolo:

[b]“Chi ha ucciso Aldo Moro” scritto nel 1978 dal Partito Operaio Europeo (POE),


un sedicente gruppo di estrema sinistra sospettato di avere legami con il partito Repubblicano statunitense.



La pubblicazione in esame ricostruisce la natura delle forze che avrebbero voluto e gestito il rapimento di Moro e l’uccisione della sua scorta. Si tratterebbe di un coacervo di entità tra le quali spiccherebbero La Corona britannica, d’accordo con le altre monarchie d’Europa, i Servizi segreti inglesi, lo Shin Bet israeliano, il Sovrano ordine di Malta, l’ex segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger, la mafia, l’internazionale socialista e l’aristocrazia mondiale.

Si tratterebbe, dunque, di una sorta di ordine massonico sovranazionale, “un’organizzazione perfetta e collaudata”, responsabile anche degli omicidi di Martin Luther King, di Robert Kennedy e di Enrico Mattei, con lo scopo di portare avanti “il Grande Disegno di sviluppo economico e culturale che sapeva essere l’unica salvezza” per l’Italia e l’Europa.

Tuttavia il piano di destabilizzazione dell’Italia non ottiene l’esito prefissato, per via dell’opposizione e della fermezza del Vaticano, del governo e del PCI.

L’elemento che desta maggiore scalpore in questo lavoro non sono tanto le analisi sui responsabili e sulle cause di questo supposto tentativo di colpo di Stato, quanto la descrizione minuziosa che viene fatta del luogo in cui Aldo Moro sarebbe stato tenuto prigioniero:


“E’ più che probabile che l’appartamento in questione sia quello del principe Johannes Schwarzenberg, ambasciatore dei Cavalieri di Malta.

Il palazzo Schwarzenberg, che gode dell’immunità territoriale, si trova all’angolo tra Via delle Botteghe Oscure e Via Caetani“. “Lo steso principe – scrive il POE – si meravigliò che nessuno degli inquirenti avesse cercato di interrogarlo”.

“Il principe Schwarzenberg – si legge ancora nel libro – è morto in un incidente stradale qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro”.


I documenti del SISMI


Documento 1

A pochi mesi dal sanguinoso epilogo della vicenda Moro e ben venticinque anni prima dell’uscita del libro di Fasanella e Rocca “La storia di Igor Markevic“, la teoria del grande intrigo internazionale comincia a dispiegarsi dietro al rapimento di Aldo Moro. E a ben vedere non si tratta di teorizzazioni di complottisti, se anche il SISMI comincia ad occuparsene proprio a partire dal dicembre del 1978.

Un documento del raggruppamento centri di CS di Roma del SISMI, datato 9.12.1978, reca sulla copertina la seguente scritta a penna: “Anna e Franco” cerchiato. E poi ancora la riga sotto: “Igor dell’età di Moro, nel 1970 espulso dal PCI; un castello di proprietà di Caetani Lelia – castello di Sermoneta – uno di questi Caetani è un brigatista espulso dal PCI.

Si potrebbe rintracciare tramite la madre, deceduta nel 1977 negli Stati Uniti all’età di 95 anni.

CAETANI BASSIANO

Marguerite Chapin Caetani, nata a New London il 21.06.1880, già direttrice di giornali del PCI a Roma”.

Nella terza pagina del documento si legge in alto a sinistra scritto a penna: “Igor ha interrogato Moro”.

Le pagine successive del documento contengono le pagine fotocopiate del settimanale Panorama del 5 dicembre 1978, con l’articolo di Sabelli Fioretti sullo scrittore Di Donato e quello sul libro del POE.

Documento 2

Un’informativa compilato dalla Prima divisione del SISMi e datata 14.12.1978, classificata come segreta, avente come oggetto specifico Igor Markevic e destinato al sig. comandante del raggruppamento dei centri CS di Roma, riferisce: Il Centro di Milano, interessato all’acquisizione degli elementi richiesti in stretta cooperazione con il Servizio elvetico, ha riferito che il nominato in oggetto:

– è nato il 27 luglio 1912, in località per il momento non potuta accertare;

– risiede in Svizzera dal 1943, in località Vevey;

– è cittadino italiano e famoso Direttore d’orchestra;

– a causa della sua professione è solito spostarsi in vari Paesi;

– vive in ottime condizioni economiche;

La di lui moglie – si legge ancora nel documento – Caetani Topazia, si è allontanata da casa per non meglio specificate “ragioni familiari” nel decorso mese di maggio. Sembra comunque da escludere che l’allontanamento sia dovuto a dissenso od altro.

Le notizie di cui sopra sono state portate a conoscenza del Direttore del Servizio il quale ha disposto di “seguire ed analizzare bene”ogni aspetto della vicenda soprattutto “in direzione di possibili sviluppi operativi”.

Il Centro di Milano – si legge in conclusione nell’informativa – con il quale codesto R/C – per le esigenze connesse ad immediatezza operativa – può mettersi direttamente in contatto, è stato sensibilizzato agli approfondimenti necessari d’intesa con il Servizio elvetico che, dal canto suo, si è dichiarato pronto a collaborare per qualsiasi necessità in territorio svizzero.

Documento 3

In un documento definito “appunto” e datato 9.12.1978, si legge quanto riferito da una fonte definita “molto attendibile”: Un senatore del PCI (non identificato) sarebbe a conoscenza dell’identità del capo delle Brigate Rosse. Questi si chiamerebbe Igor e sarebbe figlio o nipote di Marguerite Caetani, già direttrice della rivista edita da Feltrinelli, intitolata “Botteghe Oscure”.

Igor, coetaneo di Moro, avrebbe partecipato agli interrogatori del leader della DC.

I Caetani – si legge nel documento – già da oltre dieci anni, avevano un ufficio in via Arenula, dove provvedevano al reclutamento di giovani che, successivamente, partecipavano a riunioni politiche nei possedimenti Caetani, in particolare nella tenuta di Ninfa e nella “stanza del Cardinale” all’interno del castello di Sermoneta”.

Di seguito vengono elencati gli accertamenti eseguiti sul conto di Markevic:

Gli accertamenti condotti hanno permesso di identificare Igor Markevic, marito di Caetani Topazia e nipote di Margaret Chapin in Caetani.

Presso il comune di Roma – si legge ancora nell’appunto – sono stati assunti molti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, che suddivisi successivamente in piccoli gruppi hanno dato vita a vere e proprie cellule eversive.

A conforto di tale affermazione la fonte ha citato la Barbara Balzerani e la Mariani Gabriella (inquisite per la vicenda Moro), ed ha riferito che in via Gradoli fu trovata la chiave dell’autovettura “Jaguar”, targata H…

via Aurelia n.701. L’auto era appartenuta originariamente a tale Sermoneta, amico di una brigatista residente in v. di S.Elena n.8.

A questo indirizzo è stata più volte notata Bonaiuto Anna, facente parte del gruppo in argomento. Al tempo della vicenda Moro gli occupanti dell’appartamento si allontanarono da Roma, per evitare perquisizioni, e lasciarono il recapito di un Bar di Trevignano, sito in via Garibaldi.

Si passa poi ad una serie di accertamenti eseguiti sul gruppo di presunti terroristi che occupavano un appartamento sito in via di S.Elena n.8; si tratta dei coniugi Di Nola, mentre i corrispondenti di Trevignano sono: Cecconi Settimo, professore di filosofia e abitante in via del Monte; Franchi Antonio, coniugato Gerometti, al momento non meglio identificato; il gruppo indicato godrebbe, secondo gli informatori, del fiancheggiamento di un gruppo di 122 persone assunto dal Comune di Trevignano, sul conto delle quali il SISMI sta effettuando degli accertamenti.

In via della Balduina n.224, si legge ancora nel documento, esiste un garage di pertinenza di un residence, dove potrebbero essere state celate le auto per il rapimento Moro, successivamente abbandonate in via Licinio Calvo.

Sono in corso accertamenti – si legge ancora nell’informativa – per stabilire la fondatezza della notizia.

In relazione alla nota scoperta – si legge in conclusione nel documento – di un covo NAP in via Tiburtina, occupato dalla sedicente Tarquini Lucia, la fonte ha riferito che il contratto di affitto del covo potrebbe essere stato scritto da De Luca Partrizia, impiegata al Comune di Roma, amica della Balzerani.

In merito agli accertamenti da eseguire sulle circostanze citate, il documento termina con l’indicazione dell’avvenuta identificazione della De Luca Patrizia, nata a Roma il 4.03.1950, ivi residente in via Boccea n.65.

Si sta tentando – conclude il documento – l’acquisizione di un saggio calligrafico della De Luca, per sottoporlo ad esame da parte del CCIS, al fine di stabilire la fondatezza della notizia. (cm)

Note sulla rivista Botteghe Oscure

Il documento di conclude con alcune note sulla rivista Botteghe Oscure.

Rivista letteraria che raccoglie racconti e poesie. Al momento dell’accertamento di numeri ne sono usciti complessivamente 25, i quali vengono chiamati quaderni, e vengono distribuiti due volte l’anno, in primavera ed autunno. Di seguito vengono citati, a titolo esemplificativo, i contenuti del primo e del venticinquesimo numero della rivista, tra i quali compaiono scritti di Montale, Petroni, Penna, Bassani e Rinaldi. Sull’edizione del primo numero non viene rilevato il nome della Margherita Caetani.

Viceversa sul venticinquesimo numero si legge: rivista edita a cura di Marguerite Caetani; redattore Giorgio Bassani, distribuita in Italia da Giangiacomo Feltrinelli. Nella nota di congedo dell’ultimo numero, scritta dal redattore Bassani, si rileva come la pubblicazione sia stata fondata da Marguerite Caetani, la quale ha sempre conservato la cittadinanza americana. La rivista ha raccolto scritti in lingua italiana, inglese e francese.(cm)

Sullo stesso argomento:

https://meloniclaudio.wordpress.com/201 ... aldo-moro/

https://meloniclaudio.wordpress.com/201 ... idio-moro/


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AI


images MORO.jpg





Il pamphlet intitolato “Chi ha ucciso Aldo Moro: dossier speciale del Partito Operaio Europeo sul complotto della Corona Britannica per sovvertire la Repubblica Italiana”

è un documento pubblicato nel 1978 dal Partito Operaio Europeo (POE), la branca italiana del movimento internazionale legato a Lyndon LaRouche.


Ecco i punti chiave riguardanti questo scritto:

Autore e Contesto: Il POE era una formazione politica di matrice laRouchiana. Il dossier è stato pubblicato subito dopo l'assassinio del leader democristiano, avvenuto il 9 maggio 1978.
La Tesi del "Complotto": A differenza della versione ufficiale che attribuisce l'omicidio alle Brigate Rosse, il POE ha sostenuto la tesi di una cospirazione internazionale. Il testo puntava il dito contro la "Corona Britannica", la Nato e settori deviati dei servizi segreti, sostenendo che Moro fosse vittima di un disegno per destabilizzare l'Italia e bloccare il "compromesso storico".


Contenuti: Il dossier, composto da oltre 100 pagine, analizzava il rapimento non come un atto terroristico interno, ma come un'operazione di "guerra psicologica" per controllare la politica italiana e impedire la costruzione di un'Europa unita e indipendente dagli interessi britannici.

Si tratta di uno dei primi esempi di teorie del complotto prodotte sul caso Moro, che si distacca dalla ricostruzione brigatista (Mario Moretti con la complicità di Germano Maccari, ndr) accettata dalle sentenze definitive.

.........................................



REPERTORIO



Segreti di Stato

Strage di Portella della Ginestra

film 2003



Non furono gli uomini di Salvatore Giuliano a sparare sulla folla ....


Guarda su youtube.com







https://www.youtube.com/watch?v=OO1XTExq5eM




Segreti di Stato è un film del 2003 diretto da Paolo Benvenuti, presentato in concorso alla 60ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Trama

La pellicola ricostruisce i fatti riguardanti la strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947) alle porte del paese di Piana degli Albanesi, nei pressi di Palermo. Il filo conduttore del racconto è dato da un avvocato (Antonio Catania), che non viene mai indicato per nome ma il cui operato si ispira a quello di Anselmo Crisafulli, difensore del bandito Gaspare Pisciotta (David Coco) e di altri 20 componenti della banda di Salvatore Giuliano, imputati della strage nel processo che si tenne a Viterbo tra il 1951 e il 1952. L'avvocato indaga per far emergere le incongruenze relative alla ricostruzione ufficiale dei fatti sino a giungere al finale in cui un professore comunista (Sergio Graziani) gli rivela il fitto intreccio di equilibri internazionali passante in Sicilia.

Produzione
Per la ricostruzione del film il regista si è avvalso di una serie di consulenze, con cui sono stati visionati i documenti USA recentemente desecretati, riguardanti l'argomento. L'idea del film, come ha dichiarato più volte il regista, nasce nel 1996 dopo un suo incontro con Danilo Dolci cui il film è dedicato[1].

Accoglienza
Polemiche

Lo studioso Giuseppe Casarrubea accusò il regista di aver utilizzato materiale storico da lui raccolto senza nemmeno menzionarlo nella pellicola e minacciò azioni legali. Benvenuti si giustificò affermando che Casarrubea gli avrebbe chiesto di non essere nominato.[1]

Il consigliere della Biennale di Venezia Valerio Riva accusò Benvenuti "di falsare la storia a fini propagandistici".[1]

Critica

Il critico Tullio Kezich stroncò la tesi esposta nel film con la seguente recensione: "I sentieri della storia e dell'invenzione della cronaca e della fantasia, della denuncia e dell'illazione devono stare ben distinti, altrimenti si rischia di buttare in pasto alla platea affamata di scandali delle mezze verità che a volte sono peggiori delle bugie".[2]

Analoga stroncatura arrivò da Maurizio Carbona su Il Giornale: "Benvenuti crede di avere ora altre certezze, ma non le dimostra. Peccato, perché il suo stile scabro fa inizialmente pensare a un approccio equilibrato, mentre 'Segreti di Stato' finisce con l'aderire a una delle tante teorie del complotto: quella elaborata da Danilo Dolci, cui il film è dedicato. Buoni comunisti da una parte, cattivi democristiani, fascisti e americani dall'altra, attraverso l'indagine affidata a un personaggio realmente esistito, ma non esistito così: il difensore di Pisciotta."[3]

Più cauto invece il giudizio di Claudio Carraba su Sette: "Basato su lunghe ricerche d'archivio, 'Segreti di Stato' di Paolo Benvenuti è diventato il titolo della discordia. Invece di discutere sullo stile (anomalo e personalissimo) del regista, i critici si sono improvvisati storici; mentre gli storici (e i polemisti specializzati) si sono schierato contro (o pro) la 'complottomania', dimenticandosi di guardare il film. Il che non è né giusto né istruttivo."[3]



Incongruenze storiche

Nel 2025 l'associazione "Portella della Ginestra" si oppose alla proiezione del film nel comune di Piana degli Albanesi, evento patrocinato dall'amministrazione comunale, con un comunicato stampa in cui elencava le innumerevoli incongruenze storiche presenti nella pellicola: "nel film si omette volutamente la realtà storica delle lotte dei contadini di Piana degli Albanesi e del suo comprensorio contro la mafia e per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate che precedettero la strage, mentre si mette in scena una ricostruzione fantasiosa basata sulla 'teoria generale del complotto come strumento d’interpretazione della storia', che non poteva che produrre risultati assai deludenti e per nulla credibili.


Per la strage viene incredibilmente evocata, 'senza alcuna prova', una 'grande regia' composta da banditi, mafiosi, golpisti fascisti (Junio Valerio Borghese della Decima Mas), agenti segreti stranieri (James Angleton), ecclesiastici (Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI), politici (don Luigi Sturzo, Giulio Andreotti, Bernardo Mattarella, Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e il principe Giovanni Francesco Alliata di Montereale), ministri (Mario Scelba) e i presidenti (Alcide De Gasperi e Harry S. Truman).



Siamo nel delirio della complottomania e non c’è alcun documento storico o testimonianza che attesti la presenza della Decima Mas a Portella della Ginestra, sul cozzo Dxuhait. Fra l’altro questa versione fantasiosa è stata smentita da due superstiti, Vincenzo Di Noto e Francesco Di Giuseppe, i quali trovandosi al momento della strage sul cozzo Dxuhait, dichiararono, in una testimonianza filmata rilasciata al regista Odino Artioli, che sul posto c’erano soltanto loro e che di là nessuno aprì il fuoco o lanciò granate sulla folla inerme".


Prosegue il comunicato: "nella ricostruzione del regista si fa riferimento a numerosi altri episodi fantasiosi, tra i quali: la corsa in camion il giorno dell’eccidio di Gaspare Pisciotta a Boccadifalco per prendere dodici uomini armati di lanciagranate, la presenza a Portella di una macchina nera e l’affermazione che le vittime furono colpite dal mitra Beretta calibro 9 di Salvatore Ferreri detto 'Fra Diavolo'. Per nessuno di questi casi viene esibito un documento, una testimonianza attendibile, uno straccio di prova. L’unico documento che viene mostrato al pubblico è l’estratto di degenza all’ospedale Civico di Palermo di uno dei feriti, Alfonso Di Corrado, per dimostrare che era stato colpito al calcagno da una scheggia di granata lanciata da un commando militare, mentre furbescamente viene celata la relazione di perizia che chiarisce che Di Corrado era stato colpito da una pallottola dum-dum e per questo furono rinvenuti nel tallone 'frammenti metallici multipli'"



Ed infine: "indigna e rattrista profondamente vedere calunniare gratuitamente la nobile figura di Girolamo Li Causi che più volte rischiò la propria vita per ricercare la verità sulla strage di Portella. Nel film senza alcuna prova documentale viene riferito che la mafia, che già nel 1944 aveva attentato alla sua vita a Villalba, 'è intervenuta in maniera diretta per impedire il sequestro e l’uccisione di Li Causi' da parte di una delle squadre della banda Giuliano e che la 'polizia il 28 aprile, due giorni prima della strage lo aveva avvertito di non recarsi a Portella in quanto era stato predisposto un attentato alla sua persona. Sono calunnie raccolte nella pattumiera maleodorante del più becero depistaggio".[4]



Note

A Venezia il film di Benvenuti ed esplodono le polemiche, su repubblica.it, 28 agosto 2003. URL consultato il 1º maggio 2020.
Tullio Kezich, Corriere della Sera, 2003.
Segreti di Stato. URL consultato il 14 agosto 2025.
Sandra Figliuolo, Strage di Portella della Ginestra, è polemica a Piana per la proiezione del film "Segreti di Stato", su PalermoToday. URL consultato il 14 agosto 2025.


come potete vedere , wiki leccapiedi di monsignore si esprime come su piazza delle cinque lune ...

scaricate il film finchè è on line ....




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IN LAVORAZIONE ....



1 )








DA SALVARE

https://documenti.camera.it/_dati/leg17 ... intero.htm



Doc. XXIII, N. 29

COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL RAPIMENTO E SULLA MORTE DI ALDO MORO

(istituita con legge 30 maggio 2014, n. 82)


TRASFERITO QUI


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OMICIDIO PECORELLI







PAOLO PREZZAVENTO

29 GIUGNO 2019



Roberto Fagiolo, Chi ha ammazzato Pecorelli. Ombre, sospetti e interrogativi su uno dei grandi misteri della Repubblica, Nutrimenti, euro 18,00 stampa

L’omicidio di Mino Pecorelli rimane a tutt’oggi uno dei più inquietanti misteri che hanno funestato la storia d’Italia. Non è esagerato affermare che, se si riuscisse a chiarire una volta per tutte chi furono i mandanti e gli esecutori di questo vero e proprio delitto politico, molti degli intrecci più oscuri della nostra storia patria potrebbero essere risolti. Ecco perché questo nuovo libro del giornalista RAI Roberto Fagiolo (di cui abbiamo già recensito su PULP LIBRI il libro Topografia del caso Moro) dedicato alla vicenda dell’assassinio Pecorelli rappresenta un contributo fondamentale per evidenziare fino a qual punto si sono spinte le indagini su questo delitto e su quale soglia di impunità si sono fermate.

In questa storia sono coinvolti tutta una serie di personaggi della politica e dell’imprenditoria che continuano tuttora a condizionare la nostra vita istituzionale. Personaggi che furono in qualche modo implicati nel delitto Pecorelli, ma che non sono mai stati arrestati né tantomeno incriminati. Eppure avevano tutto l’interesse a far fuori questo giornalista scomodo, fondatore della rivista settimanale OP (Osservatorio Politico), che metteva in piazza tutti i segreti più inconfessabili della politica, dell’imprenditoria, dei Servizi Segreti, del Vaticano e perfino della Magistratura.

Ma procediamo con ordine.

Il 29 Marzo 1976 venne arrestato a Roma Albert Bergamelli, il capo della cosiddetta Banda dei Marsigliesi, in seguito a un’indagine sulla famigerata Anonima Sequestri. Al momento dell’arresto, Bergamelli dichiarò: “Una grande Famiglia mi protegge”. Qualche anno dopo, il 31 Agosto 1982, Bergamelli verrà sgozzato come un animale sacrificale all’interno del Supercarcere di Ascoli Piceno dal detenuto Paolo Longo, detenuto politicizzato appartenente alla cosiddetta Banda dei Genovesi. La grande Famiglia aveva smesso di proteggerlo.

Roma 10 Luglio 1976. Il giudice Vittorio Occorsio venne crivellato da una raffica di mitraglietta mentre si trovava nella sua auto. Il suo boia era Pierluigi Concutelli, estremista di destra e capo militare del MPON, il Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani, nato da una scissione dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo, a sua volta fondata da Pino Rauti. Il giudice Occorsio stava indagando proprio sull’Anonima Sequestri e aveva scoperto numerosi intrecci tra criminalità organizzata, estremismo di destra e Massoneria. Occorsio aveva scoperto che forse il ricavato dei sequestri di persona era stato utilizzato per acquistare la sede romana dell’OMPAM, la centrale massonica mondiale concepita dal Maestro Venerabile della Loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli. Occorsio stava portando avanti un promettente filone di inchiesta che legava l’Anonima Sequestri alla Loggia P2 tramite l’avvocato di Bergamelli, Gian Antonio Minghelli, che venne arrestato qualche giorno dopo il suo cliente. All’epoca si cominciò a parlare di questa misteriosa organizzazione massonica, i cui elenchi salteranno fuori soltanto cinque anni dopo, nel 1981, grazie alle inchieste dei magistrati di Milano sul crack Sindona. All’epoca delle indagini del giudice Occorsio si parlava soltanto di un misterioso Gruppo II P.

Qualcuno aveva visto Gelli fare anticamera davanti all’Ufficio del giudice Occorsio il giorno prima che venisse assassinato.

20 Marzo 1979, ore 20.30. Il giornalista Carmine Pecorelli venne ammazzato nel quartiere Prati da un misterioso assassino che, secondo le testimonianze, indossava un soprabito chiaro. L’assassino agì con estrema calma e determinazione, e, allo stesso tempo, con una rapidità che lasciò sconcertati gli inquirenti. Sparò in faccia a Pecorelli mentre era a bordo della sua Citroen CX, poi si allontanò e sparì nel nulla. Quella stessa sera, alle ore 21.30, all’Olgiata, a casa di Maria Letizia Di Bernardo, ovvero Maria Palma, moglie dell’imprenditore Franco Palma, proprietario della Squibb, vari convitati illustri stavano per sedersi a cena. Alla cena erano stati invitati il Procuratore Capo della Repubblica di Roma, Giovanni De Matteo, il Sostituto Procuratore Domenico Sica, il Sostituto Procuratore Claudio Vitalone, longa manus di Giulio Andreotti negli ambienti giudiziari, il Colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, e l’imprenditore Walter Bonino. Alle ore 21.40. il capitano Alfieri telefona a casa della Palma e chiede di parlare con Domenico Sica. Sica però nega questa circostanza, e afferma che a rispondere fu il procuratore De Matteo, suo diretto superiore. Eppure anche De Matteo nega, anzi afferma che lui quella sera a cena dalla Palma proprio non c’era. Anche Claudio Vitalone nega di essere stato quella sera a cena a casa della Signora Palma. Il resoconto della cena a casa Palma – con le sue varie versioni – è uno dei retroscena più gustosi che Roberto Fagiolo ricostruisce dettagliatamente proprio all’inizio del libro.

Insomma Alfieri telefona, qualcuno gli risponde e lui riferisce: “Un fatto grave, Dottore… hanno ammazzato Pecorelli, il giornalista.” In via Orazio, all’altezza del civico 10/F, c’è una Citroen CX verde, posta di traverso alla strada e con i fari accesi. All’interno si trova il corpo ormai senza vita di Carmine Pecorelli, Direttore del settimanale OP.

Tutti sanno chi è Carmine Pecorelli, detto Mino, giornalista d’assalto sempre informatissimo sui più loschi intrallazzi della Prima Repubblica. Alcuni lo conoscono perché subiscono da anni gli attacchi del suo settimanale, soprattutto Vitalone e il Gruppo Andreotti, mentre gli altri sono stati spesso contattati da lui per ottenere informazioni su alcuni dei casi più scottanti dell’Italia Repubblicana. Insomma, Pecorelli non si faceva scrupoli di interpellare i più loschi personaggi, agenti dei Servizi, faccendieri, massoni e quant’altro, pur di ottenere la verità sui più misteriosi retroscena della vita politica italiana. Pecorelli faceva un giornalismo aggressivo: secondo alcuni era un eroe, l’unico che aveva il coraggio di scrivere sulle colonne del suo settimanale alcune scomode verità e di attaccare il Potere; secondo altri era soltanto uno squallido ricattatore. Non c’è dubbio che i Servizi Segreti si siano serviti in più occasioni di Pecorelli, trasmettendogli notizie e dossier riservati, per far arrivare i loro messaggi a chi di dovere. Di certo Pecorelli – quali che fossero le sue motivazioni – non aveva paura di esporsi in prima persona, e ha pagato cara questa sua ricerca ossessiva dello scoop a tutti i costi. Il suo era un (doppio) gioco certamente molto pericoloso, tra opposte fazioni dei Servizi o degli Apparati dello Stato che si servivano di lui per le loro lotte di potere. Ma di fronte allo squallore infinito di alcuni giornalisti odierni, della TV e della carta stampata, disposti ad accreditare qualsiasi versione di comodo della realtà pur di compiacere i detentori del Potere, viene voglia di rivalutare la figura di Pecorelli. Magari era un ricattatore, e bastava un semplice contributo finanziario alla sua testata per mettere a tacere le sue denunce, ma tutte le sue inchieste e indiscrezioni si sono sempre rivelate indiscutibilmente vere. Il ricatto, insomma, – se ricatto c’era – si basava su dossier realmente esistenti e su dati di fatto oggettivi, non sulla costruzione di fake news. Dunque gli squallidi servi del potere odierni non hanno nulla da temere: nessuno ordinerà mai di ucciderli. Pecorelli non era un giornalista integerrimo, non era uno stinco di santo ma, come tutti i veri giornalisti, avrebbe contattato perfino il Diavolo pur di avere uno scoop…

Qualcuno ordinò di uccidere Pecorelli, e dei sicari estremamente professionali eseguirono l’ordine. Ancora oggi rimangono molti punti oscuri nella ricostruzione dei fatti e nell’individuazione degli esecutori e dei mandanti di questo delitto. Tra i tanti dettagli ancora non chiariti, l’identità di un misterioso personaggio che incontrò Pecorelli nel suo Ufficio quello stesso giorno, alle ore 17.00. Secondo le testimonianze dei collaboratori di OP, si trattava di un cinquantenne corpulento, che si trattenne a parlare con Pecorelli fino alle ore 20.00. Ma nessuno della Redazione – ci ricorda Fagiolo – fu in grado di descrivere questo misterioso individuo dettagliatamente.

Mino Pecorelli inizia la sua carriera politica nel 1967, con il settimanale Nuovo Mondo d’Oggi edito da Leone Cancrini, collegato ad ambienti di estrema destra e ai Servizi Segreti. Il 19 Novembre 1967 il Nuovo Mondo intervista l’ufficiale dei paracadutisti Roberto Podestà, che afferma di avere avuto l’incarico nel 1964 di rapire e uccidere l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro per poi attribuirne la responsabilità all’estrema sinistra. Il Nuovo Mondo chiuderà nell’Ottobre del 1968 proprio a causa di uno scoop di Pecorelli sull’Università domenicana Pro Deo, diretta da padre Félix Morlion, ex agente dell’OSS e poi della CIA, amico di Andreotti. Lo “strillo” del reportage già rivelava quanto fosse esplosivo il contenuto. Si accennava a uno scandalo in cui erano coinvolti, nell’ordine: “La GESTAPO e la CIA, il Vaticano e i Servizi Segreti, la FIAT, la Montecatini e l’Ordine dei Domenicani.” L’articolo non uscirà mai e il Nuovo Mondo chiuderà i battenti.

Qualche giorno dopo Pecorelli fonderà l’agenzia giornalistica OP, con sede in via Tacito a Roma. Secondo i soliti ben informati, dietro la nascita dell’agenzia OP ci sarebbe stato l’Ammiraglio Eugenio Henke, allora capo del SID, che l’avrebbe poi utilizzata per “scopi inconfessabili”. Fatto sta che Pecorelli ha sempre a disposizione notizie riservate, anzi riservatissime, di prima mano. Lui è sempre il primo a sapere come stanno effettivamente le cose, quali personaggi si nascondono dietro i più grossi scandali della Prima Repubblica. Dalla sua agenda, sequestrata dopo il delitto, spuntano nomi importanti, come Francesco Cosentino, Vito Miceli, Enrico Mino, Federico Umberto d’Amato, Gianadelio Maletti, Antonio La Bruna, il Generale Dalla Chiesa, i magistrati Sica, Infelisi e De Matteo, Emilio Santillo, e dulcis in fundo, Ugo Niutta, Presidente della Carlo Erba, che secondo Aldo Giannuli sarebbe il fantomatico Antelope Cobbler dello Scandalo Lockheed. A questa lista vanno aggiunti altri ben noti personaggi, quali Giancarlo Elia Valori, Silvio Berlusconi, Giuseppe Ciarrapico, Giovanni Ventura (imputato per la Strage di Piazza Fontana), Umberto Ortolani e Licio Gelli.

Fin dall’inizio delle indagini sul delitto Pecorelli si assiste a una vera e propria orgia di indizi e di moventi. La sensazione è che si tratti dell’opera di un professionista, che ha agito con un eccezionale sangue freddo e con una rapidità incredibile in una zona nel pieno centro di Roma. In base alle testimonianze dei suoi collaboratori, in quel periodo Pecorelli stava seguendo soprattutto tre filoni di inchiesta e cercava di mettere le mani su alcuni documenti a dir poco esplosivi: il memoriale dell’ex Presidente dell’Italcasse Arcaini, il memoriale di Michele Sindona, e infine il memoriale scritto da Aldo Moro durante la prigionia, il cosiddetto “Memoriale della Repubblica”, di cui Pecorelli era uno dei pochissimi a sapere già all’epoca che si trattava di un documento incompleto e mancante di alcune lettere importantissime. Nell’ultimo periodo, inoltre, Pecorelli aveva attaccato Licio Gelli, capo indiscusso della P2, di cui anche lui faceva parte. Dopo il delitto, si scoprirono a casa di Pecorelli dei guanti bianchi, un grembiule massonico e la tessera della P2. In particolare, Pecorelli aveva accusato Gelli di aver fatto il doppio e forse il triplo gioco durante la guerra e negli anni successivi, barcamenandosi tra i nazifascisti, i partigiani comunisti e gli americani. Probabilmente Pecorelli era riuscito a mettere le grinfie sul famoso Dossier Cominform, redatto dal controspionaggio di Firenze, che raccontava i trascorsi di Licio Gelli durante la seconda Guerra Mondiale. Nel Dossier si descriveva il passaggio di Gelli dalle SS italiane alla Resistenza; anzi, nel Dossier si affermava che Gelli fosse collegato con il Partito Comunista fin dal 1944. Si trattava di una vera e propria bomba pronta ad esplodere, una bomba che avrebbe rovinato irrimediabilmente l’immagine di anticomunista irriducibile che Gelli si era costruito nel tempo.

Il 6 Marzo 1979 Pecorelli partecipa ad una misteriosa riunione presso l’ufficio del Colonnello Varisco, a Piazza delle Cinque Lune a Roma. La particolarità di questa riunione è che tutti i partecipanti prima o poi verranno uccisi, e non si riuscirà mai a sapere quale fosse l’argomento in discussione. Nello Studio di Varisco sono presenti infatti, oltre a Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, il Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, che verrà ucciso da un sicario italoamericano su incarico di Sindona, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che verrà ucciso a Palermo dalla Mafia, e il Colonnello Varisco, che verrà ucciso dalle Brigate Rosse (?) qualche mese dopo Pecorelli, il 13 Luglio 1979.

Un altro filone di indagine seguito dagli inquirenti, oltre a quello sul Golpe Borghese, riguarda il famigerato Dossier M.Fo.Biali, un dossier esplosivo che rivelava un traffico illegale di petrolio con la Libia in cui erano coinvolti i vertici della Guardia di Finanza, nelle persone del Comandante generale della GDF, il Generale Raffaele Giudice e del Vicecomandante Donato Lo Prete. Nel Dossier si accennava anche a tentativi golpisti, a finanziamenti illeciti dei partiti e a connessioni con il Vaticano, con l’onnipresente Gelli e con la P2.

Tra i possibili moventi del delitto Pecorelli figura anche l’annosa vicenda dei fascicoli del SIFAR, decine di migliaia di dossier, alcuni risalenti ai primi anni Cinquanta, relativi a personalità della politica, dell’industria, del sindacato, della magistratura, dell’esercito, del giornalismo. Una apposita Commissione aveva ordinato la distruzione di questi dossier, distruzione che avvenne ufficialmente nel 1974, ma per anni aleggiò il sospetto che migliaia di quei dossier non fossero stati affatto distrutti, anzi fossero diventati una merce di scambio e una formidabile arma di ricatto nelle mani di pochi potenti, che, grazie a quelle notizie riservate, hanno condizionato la politica italiana per decenni. Alcuni di questi dossier vennero ritrovati nella villa di Gelli a Montevideo nel 1981.

A questa ridda di ipotesi sul delitto Pecorelli si vanno ad aggiungere dei veri o presunti depistaggi, come il volantino del POE, Partito Operaio Europeo, movimento fondato dal politico americano Lyndon LaRouche, attivo in Italia alla fine degli anni Settanta, un movimento che ha sempre concepito le varie vicende politiche italiane come condizionate dalle più varie ipotesi complottiste. Il volantino del POE si soffermava a lungo su tutta la vicenda Pecorelli. Secondo il POE, Pecorelli aveva in mano un dossier che avrebbe fatto scoppiare lo scandalo delle truffe in bilancio dell’Ordine di Malta. Secondo questa ricostruzione, Aldo Moro sarebbe stato tenuto prigioniero nel Palazzo del Principe Johannes Schwarzenberg, Ambasciatore dei Cavalieri di Malta, che gode dell’immunità territoriale e si trova all’angolo tra via Caetani e via delle Botteghe Oscure. Il POE rilanciava inoltre l’ipotesi del complotto della Corona Britannica per sovvertire la Repubblica Italiana, il cosiddetto Golpe Inglese: “….risulta chiaro che l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli è stato organizzato dalle forze monetariste anglofile legate alla Banca d’Italia.” Effettivamente qualche strana coincidenza ci fu: il 24 marzo, quattro giorni dopo l’omicidio Pecorelli, Baffi e Sarcinelli vengono accusati di favoreggiamento e di interesse privato in atti d’ufficio per la vicenda della SIR di Nino Rovelli. In realtà si volevano eliminare dalla scena due strenui oppositori al salvataggio delle banche di Sindona, che avevano peraltro anche sciolto il Consiglio di Amministrazione dell’Italcasse e ordinato un’ispezione al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Un’altra vicenda sulla quale Pecorelli era informatissimo era il Caso Moro. All’indomani del rapimento dello statista democristiano, OP cominciò a pubblicare sibilline dichiarazioni che facevano intendere che Pecorelli avesse notizie di prima mano sulla logistica del rapimento e sul luogo di detenzione di Moro. Oltre al già citato scoop dell’intervista a Podestà di 11 anni prima, già negli anni precedenti Pecorelli aveva avuto modo di scrivere di oscuri piani per far fuori lo statista democristiano, in articoli con titoli che non lasciavano nulla all’immaginazione: “Ore 19.00, il Ministro deve morire…”, oppure “Il Moro-bondo”. Pecorelli fu uno dei pochi a sostenere fin da subito che Moro aveva scritto le sue lettere dalla prigionia “nel pieno possesso delle sue facoltà mentali”, rigettando l’ipotesi di comodo che fosse affetto dalla “Sindrome di Stoccolma”. Secondo Pecorelli i segreti che Moro poteva rivelare durante la prigionia non erano affatto Segreti di Stato, ma segreti inconfessabili che avrebbero potuto distruggere la reputazione di uomini politici potenti, oppure svelare squallidi retroscena della vita dei partiti. Rileggendo alcune sue affermazioni si capisce con quale lucidità Pecorelli avesse intuito o scoperto cosa ci fosse veramente dietro, o meglio al di là del Caso Moro: “La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni compiute negli ultimi decenni in un paese industriale integrato nel sistema occidentale.” Lo scopo di tutta l’operazione era chiaro: “allontanare i comunisti dal’area del potere.” Nel gennaio 1979 Dalla Chiesa e Pecorelli collaborarono segretamente per recuperare la versione integrale del Memoriale Moro, che ritenevano trovarsi nel carcere di Cuneo. È questo il motivo per cui venne ucciso?

Il 14 Aprile 1979 a Roma viene ritrovato un borsello in un taxi, contenente, tra vari documenti brigatisti, una scheda informativa su Mino Pecorelli con la dicitura “Da eliminare”. Si tratta di un evidente tentativo di depistaggio, cioè del tentativo di attribuire l’eliminazione di Pecorelli alle Brigate Rosse. In realtà – si apprenderà in seguito – le schede sarebbero state redatte da Toni Chichiarelli, un abile falsario di quadri di De Chirico, già autore del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il Sequestro Moro, quello del Lago della Duchessa. Chichiarelli verrà ucciso il 29 settembre 1984, al Quartiere Talenti, da un misterioso killer. Qualche mese prima, Chichiarelli aveva partecipato al cosiddetto “colpo del secolo”, la rapina alla Brink’s Sekurmark di Roma, con un bottino di 35 miliardi di lire e alcuni documenti esplosivi su Andreotti e alcune foto polaroid che sarebbero state scattate ad Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia. Un altro omicidio politico?

L’ultimo capitolo della vicenda Pecorelli è legato alle dichiarazioni del pentito di Mafia Tommaso Buscetta, secondo il quale l’omicidio Pecorelli sarebbe stato eseguito da Cosa Nostra, su richiesta dei cugini Salvo, ai quali era stato chiesto da Giulio Andreotti. Anche da questa inchiesta si è sviluppato un processo, che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati. Secondo Buscetta e altri pentiti di Mafia, Pecorelli sarebbe stato ucciso dall’estremista di destra Massimo Carminati, collegato alla Banda della Magliana, in anni recenti protagonista dell’indagine su Mafia Capitale, e dal mafioso Michelangelo La Barbera. Andreotti avrebbe chiesto dunque alla Mafia di eliminare Pecorelli perché stava per pubblicare del materiale esplosivo sullo scandalo Italcasse (la storia dei famosi “Assegni del Presidente” – un numero di OP che uscì in sole 300 copie e che è ormai roba da collezionisti) oppure la versione completa del Memoriale Moro, comprese quelle parti, censurate dalle stesse BR e utilizzate per ricattare lo Stato, nelle quali Moro si scagliava contro il suo collega di partito, accusandolo delle peggiori nefandezze.

Leggendo e rileggendo queste pagine, la sensazione più ricorrente è quella del deja-vu. Gelli, Moro, Andreotti. I Terroristi neri, la Massoneria, la Mafia, il Vaticano. I Servizi, i militari, gli alti prelati, le logge, la Magistratura. Sempre gli stessi scandali, sempre la stessa corruzione, sempre le stesse cortine fumogene. A più di quarant’anni dal Caso Moro, e a quarant’anni esatti dall’omicidio Pecorelli, molte delle nebbie che si erano addensate sulla Prima Repubblica non si sono ancora diradate.



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AI



La sparizione di documenti e fascicoli dalla borsa di Mino Pecorelli è uno degli aspetti centrali e più oscuri del suo omicidio, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979. Al momento del ritrovamento del corpo nella sua auto, all'interno della vettura mancavano materiali scottanti su cui il giornalista stava lavorando.

Ecco i punti chiave legati ai fascicoli mancanti:

Il contenuto della borsa: Si ritiene che Pecorelli avesse con sé documenti riguardanti le sue inchieste su trame oscure, in particolare sul caso Moro, la Loggia P2 di Licio Gelli e dossier sul "golpe borghese".
Il dossier Moro: Pecorelli stava indagando sul sequestro Moro e, secondo le ricostruzioni, era in possesso di informazioni, lettere mai divulgate e memoriali che avrebbero potuto svelare i rapporti tra Stato e Brigate Rosse, definiti da lui stesso un "delitto di Stato".

La P2 e Gelli: Pecorelli aveva infiltrato la loggia P2 e acquisito numerose informazioni su Licio Gelli. Due appuntamenti con Gelli erano previsti nei giorni successivi al delitto.

Depistaggi e indagini: Dopo l'omicidio, le indagini furono caratterizzate da ritardi e omissioni, e i documenti mancanti non furono mai recuperati, alimentando il sospetto che la rapina del materiale fosse l'obiettivo principale dei mandanti.

Ricerche successive: Nel corso degli anni, anche durante i processi, si è cercato di far luce sulla sparizione di questi documenti, considerati "la prova" delle motivazioni del delitto.

La morte di Pecorelli viene spesso definita come il "secondo tempo" del delitto Moro, proprio a causa dei segreti che il giornalista stava per pubblicare.


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AI


Il film "Piazza delle Cinque Lune" (2003), diretto da Renzo Martinelli, ricostruisce il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro, concentrandosi sul ritrovamento di un ipotetico dossier perduto che Pecorelli stava preparando.

Ecco i punti chiave legati ai documenti, al furto e al riferimento nel film:

Il contesto reale: Mino Pecorelli, giornalista e direttore di OP (Osservatore Politico), fu ucciso il 20 marzo 1979. Poco prima della sua morte, stava indagando sugli intrecci tra servizi segreti, P2 e la strage di piazza Fontana. Successivamente, si parlò spesso di un "dossier Moro" in suo possesso che sarebbe sparito dopo l'omicidio.

"Piazza delle Cinque Lune" nel film: Nel film (e nella realtà storica), la frase

"Martedì 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei Carabinieri zona piazza delle Cinque Lune, l'operazione è stata rinviata"

https://www.roma2pass.it/lungotevere-ar ... o-varisco/

https://documenti.camera.it/leg17/resoc ... .0013.html



è un elemento cruciale. Indica un incontro tra Pecorelli e il colonnello Varisco (poi anche lui assassinato) in quella zona di Roma, poco prima del delitto.

Fascicoli mancanti e il Super8: Nella trama del film, il protagonista entra in possesso di un filmato in Super8 che ritrae il sequestro Moro da un'angolazione diversa da quella ufficiale e di parte dei documenti del dossier di Pecorelli, ma il materiale risulta parziale, suggerendo che gran parte dei documenti scottanti sia stata rubata o distrutta per coprire le trame dietro il sequestro.

Indagini sulla sparizione: Dopo l'omicidio, l'ufficio di Pecorelli fu perquisito e si perse traccia di gran parte delle sue carte personali e degli appunti che avrebbero potuto rivelare i responsabili del caso Moro.

Il film esplora quindi l'ipotesi che Pecorelli sia stato ucciso per impedire la pubblicazione di notizie relative a un coinvolgimento di strutture deviate o della P2 nel rapimento Moro, informazioni contenute nei fascicoli appunto "scomparsi".






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TOPOGRAFIA DEL CASO MORO


di PAOLO PREZZAVENTO


27 GIUGNO 2018
Alberto Fagiolo, Topografia del Caso Moro. Da via Fani a via Caetani, Nutrimenti, pp. 205, euro 16,00 stampa

La Casa Editrice Nutrimenti sta pubblicando saggistica che fornisce spunti interessanti a chi si occupa dei retroscena della nostra Storia, e ricerca le cause di quella perdita di sovranità politica che ha nelle vicende legate al Caso Moro uno degli esempi più eclatanti. Ricordiamo, tra i tanti titoli proposti, L’Armadio della Vergogna di Franco Giustolisi, Il Testimone di Guido Salvini (il giudice che ha riaperto le indagini sulla strage di Piazza Fontana), oppure La ragazza che vendicò Che Guevara, la storia della guerrigliera Monika Ertl, che nel 1971 uccise ad Amburgo l’uomo che aveva eliminato il rivoluzionario argentino. Questo nuovo libro sul Caso Moro aggiunge ulteriori dettagli a una ricostruzione storica che a distanza di quarant’anni non è ancora completa.

Roberto Fagiolo fornisce alcune informazioni che corroborano i sospetti di misteriose presenze dei Servizi segreti prima, durante e dopo il sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse. Lo scopo dichiarato di questa ricostruzione dell’agguato di via Fani e del sequestro dell’On. Moro, della successiva fuga verso la prigione brigatista di via Montalcini e di altri episodi controversi, è quello di chiarire definitivamente alcuni dei misteri del Caso Moro. Il saggio si sforza di individuare una volta per tutte il percorso di fuga del convoglio brigatista con il prigioniero, il luogo del presunto trasbordo dell’ostaggio, e tanti altri misteri di cui si è occupata anche recentemente la Commissione Parlamentare di Inchiesta. Questo ulteriore contributo approfondisce in particolare alcuni aspetti topografici alla vicenda, riproducendo cartine di Roma che evidenziano le zone e le vie in cui si trovavano i covi brigatisti e i luoghi in cui furono ritrovati i vari comunicati delle BR e le varie Lettere di Moro; e si ipotizza l’esistenza di un covo brigatista nelle immediate vicinanze di via Fani, usato per un cambio d’auto.

Un altro mistero su cui Fagiolo si sofferma è quello del covo BR nel ghetto ebraico, di cui parlò il militante dell’Autonomia Elfino Mortati, una pista investigativa foriera di ulteriori sviluppi. Purtroppo però la collaborazione di Mortati venne ben presto “bruciata” da un articolo del giornalista Guido Paglia. Il giorno stesso in cui uscì l’articolo di Paglia sul quotidiano La Nazione di Firenze, Mortati smise di collaborare con gli inquirenti, temendo rappresaglie da parte delle BR.

La ricostruzione di Fagiolo si sofferma anche sulle vicende del cosiddetto memoriale Morucci, di cui si ebbe notizia per la prima volta nell’estate del 1990, che ha cristallizzato una verità ufficiale di comodo sulla quale si sono adagiati per trent’anni tutti coloro che hanno indagato sul Caso Moro. Esiste infatti una sorta di verità contrattata sul Caso Moro, una sorta di complicità tra lo Stato e le BR, una seconda trattativa, parallela a quella per la liberazione dell’ostaggio, riguardante le carte di Moro, i documenti in suo possesso e quelli che fece a sequestro in corso dal suo studio da alcuni suoi stretti collaboratori. Secondo alcune ipotesi investigative, queste carte esplosive – cui bisogna aggiungere il famoso Memoriale Moro – avrebbero fornito una specie di salvacondotto per una soluzione politica che consentisse ai brigatisti, in particolare a Morucci e a Moretti, di uscire vivi dalla vicenda e di mantenere intatta la loro presunta purezza ideologica. Ecco perché molti non credono alla versione ripetuta come un mantra da Moretti e Morucci in tutti questi anni, che dietro le BR c’erano solo le BR. Oggi Morucci e Moretti sono uomini liberi, lo Stato che volevano abbattere è stato molto clemente, e Morucci addirittura ha trovato lavoro come consulente della GRISK, la società di intelligence del Generale Mario Mori e del Colonnello De Donno, protagonisti della Trattatativa Stato-Mafia, come esperto in materia di terrorismo.

Ma c’è una cosa che Fagiolo si limita soltanto ad accennare – ed è un peccato – nella sua pur dettagliata ricostruzione, ed è l’intricata vicenda delle Lettere di Moro, che sono state definite da Miguel Gotor l’Epistolario più importante del Novecento (insieme a quello di Antonio Gramsci). Le lettere di Moro quasi mai ci sono arrivate nella loro versione originale e autentica – sono copie di cui è andato perduto l’originale o che non corrispondono ad alcun originale, anzi di cui si è affermata fin dall’inizio l’inautenticità – e quasi mai sono arrivate ai loro veri destinatari.

L’unico originale di cui non esistono copie o trascrizioni in questa storia non è una lettera, bensì una cartolina, ed è l’unico messaggio che è stato spedito secondo i canali postali tradizionali ed è effettivamente arrivato all’indirizzo del destinatario. Si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Vincenzo Borghi spedita da Fidenza quattro giorni dopo la scoperta del covo di via Gradoli (18 Aprile), che – scrive Fagiolo – “mostra immagini di Piacenza e una cartina stradale sulla quale è evidenziata con una crocetta la località di Cortemaggiore”. Questa cartolina arrivò a destinazione, in via Gradoli 96, il 29 Aprile. C’era scritto: SALUTI B.R. Chi spedì quella cartolina? Si possono fare infinite ipotesi, però Fagiolo ci rivela un indizio: c’erano soltanto due persone che chiamavano il sedicente Signor Borghi – alias Mario Moretti – Vincenzo invece di Mario. Queste due persone erano il colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia (iscritto alla P2) e il giornalista d’assalto Mino Pecorelli (anch’egli iscritto alla P2 e ucciso l’anno dopo il sequestro Moro).

Le cartoline, con i loro inquietanti messaggi trasversali, arrivano sempre a destinazione…

https://www.nutrimenti.net

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https://www.frontedelblog.it/2013/03/26 ... pecorelli/



Il delitto Carmine Pecorelli


Sono da poco passate le 21. Mino Pecorelli, 51 anni, esce dalla redazione di Op, che dirige da undici anni. E raggiunge la macchina in via Orazio, a Roma. È il 20 marzo 1979. Il giornalista ha molti nemici. Sul suo periodico ha realizzato diversi scomodi scoop, ed è legato ad alcuni personaggi dei servizi segreti, oltre che essere iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli. Spesso è stato in grado di anticipare grandi risvolti politici. Non risparmia accuse a nessuno, si dice sappia molte cose sul rapimento di Aldo Moro. È proprio più o meno in contemporanea con il sequestro che ha trasformato la sua Op da agenzia in settimanale, infilando una lunga serie di esclusive e documenti inediti, come le quattro lettere inviate dallo statista alla moglie Nora, al collaboratore Nicola Rana e al segreterio della Dc Benigno Zaccagnini. È assolutamente informato, in proposito, di quanto rinvenuto nel covo di Monte Nevoso, che rivela in un articolo del 24 ottobre 1978. Pare possa sapere anche di più.



Che possa avere addirittura un memoriale di Moro.


L’ipotesi verrebbe confermata da un ambiguo documento “brigatista” che sarà ritrovato in un borsello a bordo di un taxi a Roma, che recita:



“Oggetto: Pecorelli Mino (da eliminare) … Agire necessariamente entro e non oltre il 24 marzo. Sarebbe problematico concedergli tempo. Non bisogna assolutamente rivendicare l’azione, anzi occorre depistare…Martedì 20, ore 21.40, giunta notizia Operazione conclusa positivamente. Recuperato materiale, purtroppo non è completo, è sprovvisto del paragrafo 162, 168, 174, 177… Pecorelli Carmine…Archiviare” *.



aldo moro

Ma il caso Moro non è l’unico mistero su cui Pecorelli ha affondato la penna. Su molti altri casi italiani è arrivato sempre prima degli altri. Mette la mano su dossier riservati e scottanti. Uno tra i più scandalosi lo ha pubblicato all’indomani dell’elezione di Albino Luciani a papa con il nome Giovanni Paolo I, un pontificato che durerà appena 33 giorni. Una storia che va raccontata, perchè in quei giorni il neopapa stava già cambiando radicalmente le regole al suo interno, quando un infarto del miocardio lo colpì all’improvviso, almeno così recitava il referto medico, uccidendolo, il 28 settembre 1978. Non era stata effettuata ufficialmente alcuna autopsia. Ci furono pure contestazioni su chi lo avesse effettivamente ritrovato morto, se il suo segretario o una suora che lavorava per lui dal 1959. Pure sull’orario c’era discrepanza. E c’era addirittura chi pensò che fosse stato avvelenato. Sarà la teoria dello scrittore Dan Yallop, che nel suo libro “In nome di Dio” (in Italia edito da Pironti), alludeva ad un complotto ordito ai danni del pontefice per la sua voglia di rinnovare la Chiesa e di renderne trasparenti le attività finanziarie.

L’unica cosa che però è certa era il clima in cui viveva la Chiesa in quei giorni. opUn clima avvelenatissimo, proprio per via dell’ennesimo clamoroso scoop di Pecorelli: nelle due settimane precedenti la morte del Papa, il settimanale Op aveva infatti pubblicato i nomi di 121 esponenti vaticani affiliati alla Massoneria.

Pecorelli non si è mai fermato. Raccoglie notizie personalmente dalle fonti più disparate. Ha lasciato la P2 per opporsi alla disparità di trattamento con “fratello Gigi” riguardo ad un’intercessione per un processo, forse per diffamazione**.


E quindi l’ha attaccata. Si è scagliato contro Michele Sindona. Ha denunciato traffici d’armi. È filato dritto nell’accusare, per la strage di piazza Fontana, ben precisi ambienti di estrema destra. Ha intinto nel curato la penna contro la scalata del generale Gianadelio Maletti i vertici del Sid. Tutto su Op, quando ancora era agenzia.***

I veleni di OPUno dei più interessanti lavori sugli scoop di Pecorelli sarà pubblicato in I veleni di “Op”, edito da Kaos nel 1995 e scritto da Francesco Pecorelli (nessuna parentela con Mino, nda) e Roberto Sommella. Tra questi, anche la capacità di vedere lontano del giornalista, in una notizia di Op del 30 gennaio 1979. Riguardava i rumors sulla candidatura del giovane costruttore Silvio Berlusconi alla presidenza della Cariplo, che aveva colto nello “stupore” il mondo bancario. silvio berlusconi2

Scriveva Pecorelli, a proposito dell’incredulità dell’ambiente: “…Con tanti imprenditori, con tanti valenti manager su piazza, ci si chiede perché tanta smania di salire sul gradino più alto in un imprenditore che sebbene abbia realizzato utili notevolissimi al suo attivo vanta una sola opera di spicco, il complesso immobiliare Milano 2. Dunque Berlusconi è un candidato senza speranza? Non è detto: controlla il 12,5% delle azioni del “Giornale” di Montanelli e di recente ha dichiarato di voler accentuare la sua presenza nel settore giornalistico. A qualcuno potrebbe venire in mente di premiare il suo impegno politico”.

Più spesso Pecorelli è graffiante, specie contro il potere. Contro ognuno sembra avere qualcosa da dire. Si dice usi nomi in codice per mandare messaggi, per qualcuno usa linguaggi ambigui. È comunque sicuramente temuto da più parti, specie tra le istituzioni. Ma stavolta nessuno saprà mai cos’abbia ancora in mano.

La sera del 20 marzo, chissà, sta forse pensando ad un nuovo dossier, quando viene raggiunto da quattro colpi di pistola di una 7,65, che lo lasciano riverso sui sedili della sua Cx. L’oggetto del mistero stavolta diventerà lui. Le piste per trovare gli assassini sono tante, troppe, come gli episodi su cui ha scritto: esponenti massoni, ma anche dell’estrema destra e legati alla banda della Magliana. A portare verso questi ultimi è la marca di proiettili sparati sul suo corpo, Gevelot, difficilmente reperibili sul mercato normale e perfino su quello clandestino. Ma che la Magliana aveva nell’arsenale incredibilmente rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità. Troppo poco. Tutti i sospettati vengono prosciolti. Sembra un omicidio destinato ad essere dimenticato. Poi, 14 anni più tardi, una svolta totalmente inaspettata. Il boss dei due mondi, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo sui rapporti tra politica e criminalità organizzata, dice di aver saputo da Tano Badalamenti che Pecorelli fu ucciso dalla mafia per fare un favore nientemeno che a Giulio Andreotti, uno dei principali bersagli degli attacchi del giornalista. iandret001p1

Il 9 giugno del 1993, il senatore a vita, il più noto politico italiano del dopoguerra, finisce così sotto inchiesta a Perugia. Nel calderone degli indagati entra pure Pippo Calò, il cassiere di Cosa Nostra. Ma l’indagine della Procura di Perugia si conclude in Cassazione il 30 ottobre del 2003 con l’assoluzione di tutti gli imputati.

Il delitto Pecorelli, ad oggi, resta un caso aperto.



Gigi Montero





* I veleni di “Op”, Kaos, pag. 38

** Id. pag. 32

*** Id. pag. 56







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I VIVI E I MORTI (L’affare Moro)


di Vincenzo Vinciguerra, 1998



Premessa

Non avevo mai ipotizzato uno scambio fra le Brigate rosse e la malavita avente come oggetto Aldo Moro, fino all’incontro recentissimo con Michela Cipriani. Colta, preparata, compagna di Luigi Cipriani -la mente più lucida espressa dalla sinistra in questo ultimo trentennio, morto prematuramente per infarto- Michela Cipriani ne ha raccolto l’eredità e ha continuato, nella solitudine di chi vuole comprendere la storia senza accettare le storie ufficialmente accreditate, ad affermare quella verità che il marito, unico e solo, aveva compreso e lei condiviso.


“Perché i brigatisti, anche a voler credere ad una logica militarista e ‘dura’ -si chiede Michela Cipriani- avrebbero ucciso un ostaggio che aveva risposto a tutte le loro domande e che, vivo, sarebbe una mina vagante nel potere? Quando mai un esercito ammazza un ostaggio che il nemico non rivuole inditro vivo? E per di più con un rituale, che non era fino ad allora appartenuto loro né lo sarà in seguito, dove la vittima viene lasciata agonizzare per un quarto d’ora e crivellata di colpi quando è morta? Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di Stay-behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?” (M. Cipriani, L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, nel sito della Fondazione Cipriani sub Luigi Cipriani, Scritti di controinformazione, L’affare Moro)[1]. Una logica stringente che allinea, una dietro l’altra, domande alle quali è possibile dare una sola risposta, quella che Luigi Cipriani aveva già fornito e che lei oggi ribadisce: perché Mario Moretti e i suoi compagni non erano più in possesso del loro ostaggio né del suo memoriale.


Non è facile provare questa verità, negata, per motivazioni dettate dalla paura, dai brigatisti rossi che il sequestro di Aldo Moro iniziarono ma non conclusero; rifiutata per ragioni evidenti dallo Stato e dalla Democrazia Cristiana, taciuta infine da una malavita che non può ammettere un patto inconfessabile con lo Stato, rivelando la sua qualità di polizia ausiliaria del regime. Mi ricordava Michela Cipriani, riferendosi agli articoli scritti da Mino Pecorelli sul caso Moro, che ‘i morti parlano’. Ed é vero.
Per questa ragione, sfidando il silenzio di tanti, in questo documento daremo voce alla verità dei morti contrapponendola alle menzogne dei vivi. Perché la verità, nonostante tutto, si può ricostruire, tassello dopo tassello, ricomponendo un mosaico che alla fine ci rivelerà la verità.


Un falsario piccolo, piccolo

Il primo tassello dal quale iniziare è rappresentato dalla vita e le opere di Antonio Chichiarelli, così come emergono dalle pagine delle ordinanze del giudice istruttore Francesco Monastero.


Chi era Antonio Chichiarelli? Un falsario, la cui specializzazione lo aveva predestinato a mettersi al servizio degli apparati segreti dello Stato, che di gente come lui ha sempre bisogno per le tante operazioni ‘sporche’ che compiono (valga per tutti l’utilizzo di Guelfo Osmani, falsario al servizio del Sid con il criptonimo di ‘Raffaello’ nell’operazione Camerino) in nome e per conto di uno Stato che non è certamente più pulito dei suoi servizi di sicurezza (così li chiamano) e delle loro azioni. Antonio Chichiarelli, detto Tony, conosce la svolta della sua vita quando viene incaricato da qualcuno di redigere un falso comunicato brigatista che annuncia l’avvenuta morte di Aldo Moro ed il suo seppellimento nel lago della Duchessa.


Fu Antonio Chichiarelli a scriverlo, senza ombra di dubbio alcuno: “…Un’altra e non meno inquietante certezza è stata acquisita -conferma il magistrato romano- nel corso delle indagini istruttorie: la attribuibilità al Chichiarelli del comunicato B.R. n.7 del 18 aprile 1978 (c. d. del lago della Duchessa)…” (Francesco Monastero, Ordinanza 23 marzo 1991, p. 10). L’esecuzione materiale del comunicato fu quindi, con assoluta certezza, opera di un “oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana” (ivi, p.1), a suggerirne l’ideazione era stato uno dei magistrati più potenti e prestigiosi, a quel tempo, della Procura della repubblica: Claudio Vitalone.


Ne aveva parlato per primo, in forma reticente, consapevole ovviamente dell’estrema gravità di quanto stava rivelando, un altro discusso e, a quei tempi, potente magistrato romano, Luciano Infelisi, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro nel 1981: “Si pose un grosso problema -raccontò Infelisi: qualcuno propose che i servizi segreti scrivessero delle lettere, dei volantini al fine di creare una reazione. Questo modo spregiudicato di azione non fu però accettato, anche se non avrebbe comportato la violazione di norme particolari, per la impossibilità, per la mancanza totale di qualsiasi possibilità da parte loro.

Allora mi domando -conclude in modo pesantemente allusivo Infelisi- chi può aver creato questo volantino in quel particolare momento: se i nostri servizi, sollecitati, non erano all’altezza di farlo” (Francesco Biscione, Il delitto Moro, Editori riuniti, Roma 1998, p. 228).


Antonio Chichiarelli era ancora in vita quando il sostituto Procuratore Luciano Infelisi pone la sua retorica domanda, sollevando a priori i servizi di sicurezza da ogni responsabilità. Nessuno, ovviamente, rispose.
Dovranno passare dodici anni prima che l’ideatore del falso comunicato brigatista, conosciutissimo come vedremo da Luciano Infelisi, venisse allo scoperto.


Il 10 maggio 1993 Claudio Vitalone, difatti, racconta la sua verità sull’episodio e rende noto il suo ruolo nell’ideazione del falso comunicato. “Una particolare apprensione -racconta ai suoi colleghi romani che lo stanno interrogando- nacque con la lettura del 1° comunicato, dove si faceva riferimento alla circostanza che i comunicati avrebbero dovuto essere scritti con la medesima macchina. Questo a mio avviso -continua Vitalone- rivelava l’intenzione di utilizzare quel solo mezzo per garantire la riconoscibilità di coloro che detenevano l’ostaggio.

In altre parole, era purtroppo da presumere che i brigatisti volessero sopprimere Moro dopo averne ottenuto delle dichiarazioni, gestendo poi il sequestro come se Moro fosse ancora in vita. A mio avviso -spiega ancora Vitalone- si doveva contrastare la convinzione dei brigatisti che l’impiego della stessa macchina da scrivere fosse sufficiente alla riconoscibilità delle B.R. Era uno dei modi -inventa fantasioso l’ex magistrato- per costringere le B.R. a tenere in vita l’ostaggio. Parlando con il collega Infelisi suggerì l’idea che, con l’intervento degli organi di polizia giudiziaria, e previa una formale documentazione per gli atti dell’istruttoria, si potesse far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le B.R. L’autenticità di tale comunicato avrebbe potuto essere strumentalmente attestata da organi di polizia scientifica. Ripeto, questo per costringere le B.R. a non sopprimere l’ostaggio. Quest’idea, peraltro -conclude Claudio Vitalone- non ebbe alcun seguito né mi consta che ad essa possa essersi ispirata alcuna iniziativa autonoma degli organi di polizia” (ibidem).



I due, Infelisi e Vitalone, in parte credibili nelle fasi iniziali e centrali dei loro racconti, all’unisono concludono mentendo entrambi. Claudio Vitalone fa un lapsus considerevole facendo riferimento, difatti, non ai servizi segreti ma ad ‘organi di polizia’. Più malizioso ma altrettanto esplicito nell’escludere la responsabilità diretta dei servizi di sicurezza era stato Luciano Infelisi, secondo il quale questi ultimi ‘non erano all’altezza di farlo’ e chiede, quindi, chi abbia mai potuto scrivere quel falso documento.


Una domanda assurda perché, come abbiamo visto, proprio a Infelisi Claudio Vitalone aveva parlato non solo dell’idea di un falso comunicato brigatista ma anche degli organi di polizia che avrebbero dovuto provvedere alla bisogna: la polizia giudiziaria. Un organo, quest’ultimo, che è il braccio operativo della magistratura inquirente, il più idoneo a trovare gli uomini giusti per un’operazione spregiudicata nel solo ambiente in cui fossero reperibili, quello della malavita che gli uomini dei nuclei di P.G. conoscono meglio di ogni altro organo di polizia.



Ma non fu questo il solo motivo. Sappiamo come in realtà gli apparati segreti dello Stato, militari e civili, siano preparati ad azioni del genere, che si sogliono definire di ‘disinformazione difensiva’ che rientrano nelle loro competenze specifiche e nelle loro possibilità. Così che i tentativi di Luciano Infelisi e Claudio Vitalone di escludere la partecipazione dei servizi segreti all’operazione del lago della Duchessa non hanno parvenza di credibilità ma forniscono un’indicazione importante, essenziale per comprendere quanto è avvenuto nel corso del sequestro di Aldo Moro.



Ci dicono, questi tentativi, che il potere giudiziario romano, di cui Claudio Vitalone era esponente ma non certo l’unico responsabile, non si limitò a ideare l’operazione del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 ma era in grado di gestirla utilizzando un organo di polizia che potesse assicurare sia il collegamento con i servizi segreti militari e civili (che sono in tal modo ‘coperti’) che quello con i malavitosi chiamati ad eseguirla materialmente. Le conferme le troviamo nelle pagine dell’ordinanza di Francesco Monastero.


Antonio Chichiarelli che, singolarmente, non appare in contatto riservato con alcun corpo di polizia o servizio di sicurezza, aveva un amico intimo, Luciano Dal Bello, che era “per un verso confidente, anche a significativi livelli e per altro comprimario nelle oscure trame del Chichiarelli (F. Monastero, Ordinanza cit., p. 13). Ma di chi era ‘confidente’, Luciano Dal Bello? Di tale maresciallo Solinas, in forza al Nucleo di Polizia giudiziaria di Roma, che seguirà passo passo i movimenti di Antonio Chichiarelli e che infine affiderà, ufficialmente solo nel 1983, il proprio ‘confidente’ al Sisde, il servizio segreto civile.



E il cerchio si chiude. Può apparire questa nostra ricostruzione ai limiti della verosimiglianza ma i riscontri per sostenerla ci sono, diretti e veridici e, quand’anche indiretti, di pregnante significato.
Antonio Chichiarelli aveva continuato a lavorare per i suoi committenti anche dopo aver scritto il falso comunicato del lago della Duchessa. Il 20 maggio 1978 aveva, difatti, stilato il “comunicato in codice nr.1” dove “si faceva tra l’altro riferimento -scrive il giudice Monastero- alle note operazioni di polizia condotte in via Gradoli ed in località lago della Duchessa” (ivi, p. 7).




Il 10 aprile 1979, il falsario abbandonava in un taxi un borsello che, consegnato al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, diretto dal tenente colonnello Antonio Cornacchia, rivelò contenere:


“…una pistola Beretta calibro 9 con matricola limata; un caricatore; 11 pallottole 7,65 e una di calibro maggiore; una testina rotante Ibm di corpo 12; un mazzo di nove chiavi; due cubi flash; un pacchetto di fazzoletti di carta di marca Paloma; una cartina autostradale della zona comprendente il lago di Vico, Amatrice e il lago della Duchessa; una bustina con tre piccole pillole bianche; alcuni fogli dell’elenco telefonico di Roma con i numeri dei centralini dei ministeri; una patente di guida contraffatta intestata a Luciano Grossetti; un volantino falso-brigatista che inizia con la frase “Attuare proseguimento logica dell’annientamento”; un frammento del biglietto del traghetto Messina-Villa san Giovanni;

il manoscritto di una bozza di discussione politica o di un documento teorico; quattro fotocopie di schede dattiloscritte stese in un linguaggio simile a quello della polizia riguardanti rispettivamente l’omicidio di Pecorelli (con annotazioni che indicano materiale recuperato e alcune cifre relative a parti mancanti), un’azione ai danni del Procuratore della repubblica Achille Gallucci, un progetto di rapimento dell’avvocato Prisco, il progetto dell’annientamento della scorta del presidente della Camera, Pietro Ingrao” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 225).



Il 17 aprile 1979, con una telefonata al quotidiano Vita sera veniva fatto rinvenire, all’interno di una cabina telefonica, altro materiale chiaramente connesso a quello contenuto nel borsello fatto ritrovare tre giorni prima, a reiterazione del messaggio precedente (ibidem).


“Il 17 novembre 1980, erano fatte rinvenire a un giornalista le quattro schede, sempre in fotocopia, su quella di Pecorelli c’è un’annotazione autografa: ‘Sereno Freato!’ “(ivi, p. 226), “unitamente a munizioni cal. 7,62” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p. 5).


Seguono quattro lunghi anni di silenzio, poi, il 24 marzo 1984 alle ore 06.30, veniva rapinato da quattro uomini il deposito valori della società Brink’s Securmark, in via Aurelia a Roma, con un bottino che si aggirava approssimativamente sui 35 miliardi. L’operazione era iniziata la sera precedente, quando la guardia giurata Franco Parsi, in servizio presso la Brink’s, “mentre si accingeva a far rientro presso la sua abitazione, era stato avvicinato, nel garage sottostante, da quattro individui armati che, dopo essersi qualificati come agenti della Digos ed esibiti dei tesserini di riconoscimento, contestavano al Parsi di aver saputo che egli deteneva un grosso quantitativo di sostanza stupefacente e che per tale ragione dovevano effettuare una perquisizione nel suo domicilio. Quivi giunti -prosegue il magistrato- i quattro esplicitavano le loro reali intenzioni: asserivano di essere militanti delle Brigate rosse ed a tal fine mostravano un opuscolo recante lo stemma di quella organizzazione e sostenevano che era loro intendimento prelevare il denaro dal caveau della Brink’s Securmark, definito da quello che sembrava il capo come ‘bunker di Stato di Sindona’ (ivi, p. 1).


Il ‘capo’ dei rapinatori dimostrava di essere, secondo il racconto della guardia giurata, “assai bene informato sia sugli enti che la Brink’s serviva, sia sui nominativi e le residenze del personale, sia, infine, sugli stessi dirigenti della società, asserendo addirittura che “il generale Ambrogi che sta a Firenze…era una loro vecchia conoscenza” (ibidem).



Compiuta la rapina, “intorno alle ore 18 della stessa mattinata giungeva al quotidiano L’Unità una telefonata anonima con la quale una persona, a nome delle Brigate rosse, rivendicava l’ ‘esproprio proletario’ alla ‘banca sindoniana’…mentre i rilievi prontamente eseguiti consentivano il sequestro di una bomba Energa da esercitazione, di un involucro contenente polvere pirica colorante, nonché di 7 proiettili cal. 7,62 Nato per mitragliatrice, proiettili a dire del Parsi ‘volutamente buttati a terra dal capo e non persi’, quasi che gli stessi avessero un valore simbolico, al momento peraltro non percettibile” (ivi, p. 2).



Ma non era finita, perché il 24 marzo 1984 “un redattore del quotidiano Il Messaggero riceveva una telefonata nel corso della quale un anonimo, qualificatosi come portavoce delle Brigate rosse, rivelava l’esistenza di materiale definito ‘interessante’, occultato nel cestino dei rifiuti sito nei pressi della statua del Belli. Recatosi sul posto, il giornalista effettivamente rinveniva, nel luogo indicato, una busta contenente tre proiettili cal. 7,62 Nato -analoghi a quelli volutamente abbandonati nei locali della Brink’s Securmark- nonché varia documentazione che veniva prontamente consegnata al Reparto operativo dei carabinieri di Roma per il relativo esame.

Il collegamento tra detto materiale -conviene il giudice Monastero- e la clamorosa rapina compiuta due giorni prima, appariva ictu oculi, giacché tra i documenti fatti rinvenire vi erano alcune distinte e rimesse di fondi effettuate da vari istituti di credito alla Brink’s Securmark proprio nella giornata antecedente il crimine, ed asportate dai malviventi con i veri plichi contenenti i valori.


Ma ciò che più stupiva era la singolare ‘natura’ dei restanti documenti, la più parte dei quali aventi una contorta ed allarmante storia, ed il cui contestuale rinvenimento evidenziava una precisa volontà di indicare una specifica circostanza che permettesse di cogliere i tratti unificanti delle eterogenee vicende, che quei documenti in qualche modo prendevano a riferimento. Tale materiale era rappresentato da due frammenti di fotografie rappresentanti la dizione e lo stemma delle Brigate rosse, da un ritaglio di dattiloscritto firmato dalla ‘cellula Romana sud – Brigate rosse’…nonché da quattro schede dattiloscritte relative a tale ‘operazione A. N. A.’, al ‘presidente della Camera Pietro Ingrao’, ‘al giudice istruttore Achille Gallucci’ nonché a ‘Pecorelli Mino’…” (ivi, pp. 3-4).



Lo scopo della rivendicazione appare chiaro perfino a Monastero che riconosce come fosse “fin troppo evidente che l’autore dello scritto aveva volutamente applicato sul documento il ritaglio di un altro, con la stesura delle Brigate rosse, solo per lanciare un ‘messaggio’ e non certo per effettuare una rivendicazione che, per le modalità stesse in cui era confezionato il documento (il frontespizio grossolanamente incollato con nastro adesivo), appariva chiaramente ‘depistante’. Ma proprio l’esame di tale frontespizio e dell’altro ritaglio firmato dalla cellula Romana sud delle B. R., frammenti, si badi bene, redatti entrambi in originale, consentiva di accertare che gli stessi si presentavano assolutamente identici alle relative parti del cosiddetto ‘comunicato in codice nr. 1’ fatto pervenire da ignoti il 20 maggio 1978 nel corso del sequestro Moro…”(ivi, p. 4).



Una visione piuttosto riduttiva perché, in realtà, Antonio Chichiarelli e, più esattamente, coloro per i quali operava avevano compiuto, nella successione cronologica che abbiamo ricostruito, interventi depistanti sul sequestro di Aldo Moro, sull’omicidio di Mino Pecorelli e su quello del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco.


Prima di addentrarci nell’esame degli elementi che il falsario romano ha utilizzato per depistare le indagini sugli omicidi del giornalista Pecorelli e del colonnello Varisco, per cercare di comprenderne le ragioni ed illuminarne la perversa logica, è necessario rispondere a una domanda che tutti hanno voluto eludere nel corso di questi anni: potevano gli organi di polizia ed i servizi di sicurezza individuare Antonio Chichiarelli, arrestarlo e sequestrargli il materiale, farsi raccontare la verità sul suo ruolo di ‘depistatore’ professionista e, infine, farsi dire i nomi dei mandanti?

O, realmente, per le forze di polizia ed i servizi segreti Antonio Chichiarelli era sempre rimasto “l’oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana”, come ha inteso dipingerlo il giudice istruttore Francesco Monastero?



I fatti accertati e, contemporaneamente,

negletti dallo stesso magistrato romano ci dicono l’esatto contrario.

Un ignoto a tutti noto



Antonio Chichiarelli era, difatti, conosciutissimo da tutti gli organi di polizia della capitale e dai servizi di sicurezza, in particolare dal Sisde, proprio per le sue attività ‘politiche’ e depistanti. Seguiamo, anche in questo caso in ordine cronologico, le tappe di una ‘copertura’ che viene concessa ad Antonio Chichiarelli, apparentemente senza alcuna contropartita, da tutti gli organi di polizia e di sicurezza.


Ai primi di marzo del 1979, Luciano Dal Bello informa il maresciallo Solinas, in servizio presso il Nucleo di P.G. dei carabinieri “di un progetto di attentato ai danni di una personalità politica che abitava nei pressi della circonvallazione Nomentana” (F. Monastero, Ordinanza cit., p. 12). Non basta perché “il Solinas, come oggi sostiene, ebbe effettivamente a notiziare il suo comandante dell’epoca, col. Campo -scrive impassibile il magistrato romano- che la sua fonte era il Dal Bello Luciano e che, cosa ancor più grave, l’attentatore doveva essere tale Chichiarelli Antonio, intimo amico del Dal Bello, sulle cui tracce quest’ultimo voleva quindi in qualche modo portare gli inquirenti…”(ivi, p. 13).


Il 14 aprile 1979, come abbiamo visto, viene fatto trovare il borsello che conteneva, fra l’altro, il progetto di attentato all’onorevole Pietro Ingrao, debitamente consegnato ai carabinieri del Nucleo operativo di Roma. Forti delle notizie riferite da Luciano dal Bello i carabinieri, proprio esaminando la scheda relativa a Pietro Ingrao, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a risalire ad Antonio Chichiarelli, già identificato come aspirante attentatore al presidente della Camera dei deputati ed alla sua scorta dalla ‘soffiata’ dello stesso dal Bello. Difatti, “da un insieme di circostanze utili ai fini investigativi -rileva Monastero- (zona dell’attentato, riferimento alla scorta del presidente Ingrao ecc.) poteva…ricollegarsi la scheda in questione (e quindi il borsello nel suo insieme) alla informativa di cui sopra. E che tale collegamento costituisse un naturale sviluppo della logica investigativa…è dimostrato dal fatto che effettivamente alcuni organi di P.G. e di sicurezza (Reparto operativo dei carabinieri e Sismi in particolare) immediatamente ‘richiamarono l’attenzione’…sul contenuto della telefonata fonte dell’informativa” (ivi, pp. 12-13).



Eh sì, perché all’epoca l’informazione fornita da Luciano dal Bello era stata ufficialmente spacciata dal colonnello Campo, responsabile del Nucleo di P.G. dei carabinieri, come proveniente da una fonte telefonica anonima. Ma, nonostante questa precauzione, restava il fatto che l’informazione si era rivelata fondata e, soprattutto, che c’era agli atti anche il nome, in chiare lettere, del probabile attentatore: Antonio Chichiarelli.



E se gli organi di polizia e di sicurezza avrebbero avuto il dovere di intervenire a scopo preventivo, a favore di Pietro Ingrao e della sua scorta, avrebbero dovuto farlo anche sotto il profilo repressivo perché nel borsello fatto rinvenire il 14 aprile c’erano riferimenti al sequestro-omicidio di Aldo Moro e a quello di Mino Pecorelli, dalla cui eliminazione fisica (20 marzo 1979) non era trascorso nemmeno un mese.
Non accadde, viceversa, nulla.


Il servizio segreto militare, il reparto operativo dei carabinieri di Roma ed il Nucleo di P.G. accantonarono prove e nome di Antonio Chichiarelli come non fossero mai esistiti.


Ne conviene lo stesso Monastero che, dopo aver avuto dal colonnello Campo la conferma “che si trattava di una notizia confidenzialmente assunta e non già di una telefonata anonima” (ivi, p. 14), a riprova della veridicità delle dichiarazioni rese dal maresciallo Solinas, così prosegue: “Il non aver dato credito a tale notizia ha impedito di perlustrare tale campo di indagine (una perquisizione con acquisizione di documentazione cartacea avrebbe infatti fornito la certezza che il Chichiarelli era il proprietario del borsello…che avrebbe permesso, a pochi mesi dalla morte del giornalista Mino Pecorelli (in realtà erano trascorse tre sole settimane, nda), il cui omicidio veniva peraltro rivendicato con altra scheda sita all’interno dello stesso borsello, di acquisire la viva voce di colui che andava tessendo così oscure trame” (ivi, pp. 14-15).


Tutto qui. Un commento obbligato, fatto con tono sommesso e nessun provvedimento a carico dei responsabili di un’omissione (col.Campo, col.Cornacchia, gen.Lugaresi) che consentirà ad Antonio Chichiarelli di proseguire nella sua ingloriosa carriera al servizio di potenti


. Soddisfatto di sé stesso, Francesco Monastero, magistrato romano, prosegue nel racconto di altri episodi destinati a suscitare la sua perplessità (e solo quella), come “l’altro, sintomatico episodio avvenuto nell’agosto dello stesso 1979, quando fu rinvenuto casualmente sulla persona di Chichiarelli, ad opera del commissariato Monteverde, una testina rotante Ibm che, immediatamente sequestrata, fu poi restituita al proprietario dopo generiche indagini di cui si da atto nel rapporto…E’ ben vero -azzarda Monastero- infatti che le testine rotanti Ibm possono essere legittimamente detenute non costituendo per ciò solo motivo di allarme, ma è anche vero che tale testina, rinvenuta ad un pregiudicato negli anni ‘caldi’ del sequestro Moro, forse avrebbe legittimato qualche comparazione con alcuni scritti (comunicati BR-schede) la cui paternità era ancora assolutamente ignota. E ciò soprattutto in considerazione del fatto che, sentito a s.i.t. (verbale di sommarie informazioni testimoniali nda), il Chichiarelli faceva riferimento a via Balsani (cfr.scheda on.Ingrao) come punto di contatto con tale Matteucci al quale avrebbe dovuto consegnarla” (ivi, p. 15).


Accantonata quest’altra occasione ‘perduta’ dalle forze di polizia, Francesco Monastero ci gratifica con un’altra notizia ‘singolare’.


Scrive che il 25 novembre 1982 era pervenuto alla Squadra mobile della Questura di Roma un ‘appunto’ relativo relativo ad un progettato sequestro di persona ai danni di un cittadino libico…in tale appunto si faceva riferimento al Chichiarelli e al dal Bello come mandanti del sequestro di un cittadino libico -reitera Monastero- e di entrambi si allegavano manoscritture autografe” (ivi, p. 16). In pratica, la Squadra mobile della Questura di Roma e il Sisde, all’epoca diretto da Vincenzo Parisi, sarebbero stati in grado di identificare il Chichiarelli e scoprire ciò che aveva fatto a partire dal 18 aprile 1978 nell’arco di pochi giorni, a fine novembre del 1982.


Ne conviene -bontà sua- anche Monastero che l’ ‘appunto’ in questione lo ha ricevuto dalla polizia il 12 ottobre 1984, scrivendo: “Orbene, una comparizione visiva -poi invero confermata dagli elaborati peritali effettuati da questo ufficio- permetteva di collegare immediatamente l’autore di una delle suddette manoscritture con l’autore delle manoscritture che si trovavano nel borsello e, in particolare, sulle schede attesa la particolare somiglianza” (ibidem).



In sostanza, ci dice in modo tortuoso il giudice romano, sarebbe stato sufficiente ai funzionari della Squadra mobile della Questura di Roma e del Sisde comparare ‘a vista’ la scrittura inviata da Luciano Dal Bello con quella che appariva sulle schede rinvenute nell’ormai noto ‘borsello’ per scoprire che una, quella del Chichiarelli, era identica. A quel punto bastava andare a prenderselo e porlo dinanzi alle prove inconfutabili delle sue responsabilità, ottenendo senza fatica la confessione dell’ ‘oscuro pittore falsario’. Non è stato fatto. In compenso, Vincenzo Parisi è divenuto capo della polizia.
E c’è altro. Lo facciamo raccontare testualmente ed integralmente al giudice istruttore Francesco Monastero.


“In data 23 novembre 1983…mentre il Chichiarelli era ancora in vita, il Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri di Roma in un appunto…contenente informazioni riservate assunte -attraverso il m.llo Giombelli- sul conto di Chichiarelli: in particolare si addebitava al Chichiarelli di essere l’autore del falso comunicato del lago della Duchessa e di essere ancora in possesso della testina rotante Ibm servita a compilare il predetto comunicato ma le relative indagini -ha l’ardire di scrivere Monastero senza, ovviamente, scendere in dettagli di queste ‘indagini’ solo presunte -non approdavano ad utili risultati” (ivi, p. 17).


E tanto scrive codesto giudice, benché riconosca nel prosieguo del suo racconto che “tale informativa veniva inviata all’Ufficio in data 12 ottobre 1984 e le indagini espletate nell’ambito di questo processo, portavano a concludere…senza ombra di dubbio che la fonte del Giombelli era sempre lo stesso Dal Bello, presentatogli questa volta da tale Andrei Guelfo Giuliano sempre per il tramite del m.llo Solinas” (ivi, p. 18).
Anche in questo caso, nulla viene fatto sommandolo al niente fatto in precedenza.


L’unico che trae vantaggio da tante ‘soffiate’ fatte a vuoto è l’amico, delinquente e spione, di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello. Difatti, sempre nel corso del 1983, in data che il Monastero non specifica, Luciano Dal Bello le stesse, identiche cose insieme a tutto ciò che sapeva sul conto di Antonio Chichiarelli e a quanto da lui fatto in prima persona fino a quel momento per farlo identificare ed arrestare, le aveva raccontate agli uomini del Sisde, di cui era divenuto stabile informatore tramite i buoni uffici del maresciallo dei carabinieri Solinas che lo aveva posto in contatto con tali “Erasmo e Scipioni, entrambi appartenenti al servizio” (ibidem).


Da quel momento non si hanno più notizie di altre iniziative assunte da Dal Bello per fare arrestare Antonio Chichiarelli, avvalorando così che il Sisde diretto -ricordiamolo ancora- da Vincenzo Parisi, noto pupillo di Oscar Luigi Scalfaro, ne abbia pagato il silenzio assumendolo come informatore stabile e retribuito, magari lautamente. Se ne ricava che il servizio segreto civile si preoccupa di fermare il Dal Bello nella sua opera di interessata denuncia non anonima, suscettibile quindi di essere utilizzata in ambito giudiziario, del Chichiarelli in modo da consentire a costui di proseguire indisturbato nella sua vita e nelle sue opere.
Eventualmente, il Sisde acquisisce con l’ ‘acquisto’ di Luciano Dal Bello, un individuo che è ora obbligato a vendergli in esclusiva quanto viene a sapere sul conto del suo ‘amico’, così da garantirsi che nessun altro apparato segreto o corpo di polizia possa sapere altro sul conto del falsario, autore del comunicato del lago della Duchessa e di tanti altri lavori sporchi compiuti per il potere politico e lo Stato.



La protezione per Antonio Chichiarelli scatta anche nel momento in cui compie la rapina alla Brink’s Securmarks. La prima conclusione alla quale si può difatti giungere dopo questo lungo ma necessario riepilogo sia delle attività del Chichiarelli che delle occasioni avute dalle forze di polizia e dai servizi segreti per arrestarlo è che, a poche ore dal compimento della rapina del 24 marzo 1984, prima ancora che giungesse la ‘rivendicazione’ documentata, due giorni più tardi, il Nucleo di P.G. dei carabinieri di Roma e il Sisde da un lato, la Squadra mobile della Questura di Roma, il Reparto operativo dei carabinieri e il Nucleo di tutela del patriminio artistico dei carabinieri, sapevano, i primi due chi aveva rapinato 35 miliardi, ed erano in grado di individuarlo nel giro di pochissimi giorni se non proprio di ore, tutti gli altri.



Fingendo di dimenticare ciò che egli stesso ha accertato e riportato nelle pagine delle sue ordinanze, Francesco Monastero giunge alle nostre stesse conclusioni, valide però a suo avviso solo per Luciano Dal Bello. Scrive, difatti, che il coinvolgimento nella rapina alla Brink’s Securmark di costui si era reso necessario “perché, attraverso la ‘rivendicazione’ della rapina, lo stesso Dal Bello, conoscendo tutti i trascorsi del Chichiarelli ne avrebbe immediatamente intuito la responsabilità” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p. 29).



Come abbiamo visto, con buona pace di questo ennesimo magistrato che tutto scopre e ancor di più copre, i ‘trascorsi’ di Antonio Chichiarelli li conoscevano tutte le forze di polizia ed i servizi segreti operanti in Italia, proprio perché a farglieli conoscere e, infine, a raccontarglieli in prima persona era stato lo stesso Luciano Dal Bello. Il ragionamento, in questo caso impeccabile, del magistrato romano vale quindi anche per coloro che in rappresentanza dello Stato si erano assunti il compito di consentire libertà di azione ad Antonio Chichiarelli, estesa fino al punto di permettergli di rubare 35 miliardi e di poterseli godere in compagnia dei suoi complici.


L’amico degli amici



Quanto ampia, praticamente illimitata, fosse la libertà di azione che gli veniva concessa dallo Stato non lo immaginava lo stesso Chichiarelli, non almeno nel caso della rapina alla Brink’s Securmark, troppo clamorosa per l’entità del bottino perché fosse lasciata impunita ed i suoi autori non perseguiti. Si preoccupa, quindi, Antonio Chichiarelli di gonfiarsi il viso con la paraffina e di tagliarsi i baffi “cosa che gli cambiava completamente il volto” (ivi, p. 27). Un accorgimento superfluo perché, come sappiamo ormai, i suoi timori non avevano ragione di essere, visto che nessuno aveva avuto la volontà di arrestare l’autore materiale dei depistaggi sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco e, per naturale conseguenza, nessuno sarebbe andato a cercare il rapinatore della Brink’s Securmark che si identificava nella medesima persona.
E questa realtà la percepì anche l’interessato che passò dall’iniziale paura del delinquente che sa di avere osato troppo ad un’euforia che in breve divenne un autentico delirio di onnipotenza. Antonio Chichiarelli si mise, pertanto, a parlare liberamente delle sue attività passate e ad investire parte della somma ingentissima rapinata nella stessa capitale, affidandosi ai servigi di un commercialista, Osvaldo Lai, “più volte ricoverato per etilismo” (ivi, p. 7). Un comportamento anomalo che contrastava con le più elementari regole di prudenza e che, ovviamente, non venne imitato dai suoi complici che la loro parte la riciclarono all’estero e attraverso una serie di operazioni bancarie in istituti di credito dell’alta Italia.
A rafforzare la sicurezza spavaldamente esibita da Antonio Chichiarelli contribuì certamente la presenza -e la potenza- del mandante della rapina al deposito valori della Brink’s Sucurmark, un ‘fantasma’ che nessuno ha mai cercato di individuare benché sia facilmente ipotizzabile la sua partecipazione, sempre come committente e/o intermediario, ai depistaggi operati dal falsario romano a partire dal 18 aprile 1978.
Ma questo ectoplasma, senza corpo né nome né volto, esiste.


A lui fanno riferimento sia il Lai che il dal Bello, come ammette il giudice istruttore Francesco Monastero scrivendo che “il Lai ha fatto riferimento a talune confidenze ricevute sempre dal Chichiarelli, circa il fatto che l’organizzatore del crimine era stato ‘un personaggio del tutto insospettabile’, dal quale lo stesso Chichiarelli diceva ‘di dover prendere ordini’. La assonanza più che singolare di tali ultime affermazioni con quelle rese dal Dal Bello -rileva Monastero- nell’interrogatorio del 24 maggio 1984 e la necessità di un ulteriore approfondimento istruttorio ha imposto la trattazione separata delle inquietanti vicende di cui si è testè fatto cenno” (ivi, p. 10).


Ma Francesco Monastero si guarderà bene dall’approfondire l’argomento, anzi ostenta di credere che il Chichiarelli come “principale artefice della rapina…ha beneficiato in modo decisamente più cospicuo rispetto ai complici torinesi con un bottino di circa 10 miliardi di lire” (ivi, p. 30). Senza quindi, in apparenza, farsi sfiorare dal sospetto che di tale cifra metà fosse destinata all’ignoto ispiratore del ‘colpo’, a favore della cui esistenza depongono non solo le pregresse affermazioni dello stesso Chichiarelli, riportate in sede giudiziarie dal Lai, e quelle rese dallo stesso Luciano Dal Bello, ma anche altri e ancor più validi elementi.
Non è credibile pensare che Antonio Chichiarelli potesse fare riferimento alla conoscenza fra il generale ‘Ambrogi’ residente a Firenze e i dirigenti della Brink’s Securmark; né che potesse conoscere dettagliatamente indirizzi, abitudini, particolari sulla vita privata dei responsabili dell’istituto bancario né i suoi collegamenti con Michele Sindona. Dettagli, questi, che potrebbero far pensare a un ‘mandante’ interno alla dirigenza della Brink’s Securmark, se non si aggiungesse ad essi il particolare che “proprio sulla Brink’s Securmark fosse stata rinvenuta una scheda informativa nel covo di via Prenestina 220, in uso a militanti della destra eversiva…circostanza che -conclude Francesco Monastero- anche nella ipotesi di una semplice coincidenza, contribuiva in qualche modo ad offuscare un quadro d’insieme, che già di per sé mostrava contorni a dir poco indistinti” (ivi, p. 6).


Affermazione invero singolare, visto che un altro magistrato romano, Giovanni Salvi, ricorda come Antonio Chichiarelli fosse in contatto con persone gravitanti nell’ambiente di destra, ad esempio Giacomo Comacchio e Massimo Sparti (Giovanni Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p. 44). Ed il primo verrà indiziato per l’omicidio di Antonio Chichiarelli e, infine, prosciolto proprio dal giudice istruttore Francesco Monastero.
E, se consideriamo come il Chichiarelli fosse un gregario della banda della Magliana, vediamo come l’ignoto ispiratore della rapina alla Brink’s Securmark potesse pacificamente avere rapporti privilegiati, per le funzioni che svolgeva in ambito istituzionale e/o politico, con quell’ambiente politico delinquenziale che era la destra romana; e avesse dato anche a personaggi in esso stabilmente inseriti l’idea e gli elementi informativi per compiere la rapina riservando a se stesso la parte che, poi, gli ha dato Antonio Chichiarelli.
E quest’ultimo giunge per primo al compimento di una rapina tanto clamorosa per l’entità del bottino grazie all’aiuto determinante del confidente del Sisde Luciano Dal Bello (“…l’unico denaro che Tony ottenne per predisporre l’azione fu quello ‘datogli’ in varie occasioni dal Dal Bello”; “il La Chioma è stato presentato dal Dal Bello al Chichiarelli al precipuo scopo di compiere lucrose azioni delittuose”: Francesco Monastero, Ordinanza ult. cit., p. 28), che stranamente però non appare fra coloro che spartiscono la somma rapinata, accontentandosi delle briciole, pur prestandosi a fare da custode alla cifra elevatissima di 8 miliardi che gli consegna Chichiarelli.



Un rebus solo apparente, perché l’insieme degli elementi esposti, valutati con serenità, senza prevenzioni o preconcetti, conduce a collocare il mandante in quell’ambiente istituzionale (Sisde, magistratura etc.) e/o politico che aveva diretto fin dall’inizio Antonio Chichiarelli. Un uomo in grado di valutare con professionalità, dall’alto della sua posizione i guasti che il comportamento esibizionista di Antonio Chichiarelli rischia di provocare allargando a dismisura il numero di coloro che sanno, includendovi tanti che non devono sapere.



Passeranno sei mesi e quattro giorni prima che questo ‘qualcuno’, valutati i pro e i contro, dopo aver fatto scomparire qualsiasi elemento documentale utilizzato dal falsario per redigere i comunicati depistanti, decide che Antonio Chichiarelli, reso euforico dal successo ottenuto, in grado di rendersi ormai indipendente dal suo burattinaio, si è trasformato in un pericolo potenziale che è meglio sventare a tempo nell’unico modo che lo Stato conosce in questi casi: condannandolo a morte.
La sentenza venne eseguita alle ore 2,45 della notte del 28 settembre 1984: “Chichiarelli Antonio e la convivente Cirilli Cristina, mentre rientravano nella propria abitazione sita in via Martini 26 -racconta freddamente Monastero- venivano attinti da numerosi colpi di arma da fuoco cal. 6,35, esplosi da un individuo poi dileguatosi” (F. Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., p. 3).




Ma chi era, in effetti, Antonio Chichiarelli?




Secondo il giudice che più di ogni altro ha indagato sul suo conto, era solo un “oscuro pittore falsario”, un malavitoso di piccolo cabotaggio e di bassissima levatura. Tanto ne è convinto (almeno ufficialmente) Francesco Monastero da accusare Osvaldo Lai di voler “…colorire la personalità del medesimo Chichiarelli con accenni ai rapporti di conoscenza che quest’ultimo avrebbe avuto con qualificati elementi della malavita” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p. 9). Secondo il sostituto procuratore Giovanni Salvi, invece, Chichiarelli era “sicuramente in rapporti con Danilo Abbruciati e Ernesto Diotallevi” (G. Salvi, Requisitoria cit., p. 44), vale a dire con i vertici della cosiddetta banda della Magliana, la crema della delinquenza romana in quel periodo


. Inoltre, il Chichiarelli amava definirsi -recitando evidentemente un ruolo coerente con l’attività di ‘depistatore’ che svolgeva- un uomo di sinistra ma, in realtà, scrive ancora Giovanni Salvi “era addentro all’ambiente della destra eversiva e, in particolare, risultava in contatto oltre che con Comacchio, con Massimo Sparti, il quale era strettamente legato a sua volta ai fratelli Fioravanti” (ibidem).
Ma volgere la propria attenzione alla destra impropriamente definita ‘eversiva’, assecondando l’immutabile atteggiamento della magistratura non disposta ad ammettere che c’è stata solo una ‘destra di Stato’, significherebbe allontanarsi dalla verità relativa ad Antonio Chichiarelli e dai suoi rapporti istituzionali e malavitosi, entrambi ad alto livello.



Non era un capo, non aveva Antonio Chichiarelli la personalità di chi è atto al comando e capace di condurre per suo conto un gioco raffinato e terribilmente rischioso come quello nel quale si è trovato coinvolto, era la pedina di “un unico disegno -come scrive il sostituto Procuratore romano Pietro Saviotti- in chiave strategicamente inquinante e di intimidazione mirata, del quale è stato materialmente partecipe…portatore di interessi che travalicano la sua personalità…”(Pietro Saviotti, Requisitoria 26 marzo 1990, p. 2). Un esecutore materiale di ordini che si teneva come amico al quale raccontare tutto ciò che faceva, Luciano Dal Bello di cui conosceva perfettamente l’attività di informatore dei carabinieri “sin dal 1977/78” (ivi, p. 43).
Una pedina, certo, “ma comunque in possesso di informazioni riservatissime, anche ignote agli stessi inquirenti” (ivi, p. 2). Non un millantatore, dunque, come cerca di descriverlo il giudice istruttore Francesco Monastero, ma un gregario affidabile che assumeva ordini da persone inserite in ambito politico-istituzionale, mediati dai vertici della banda della Magliana, almeno fino ad una certa data.
Un subalterno dello Stato, un amico degli amici: questo è stato Antonio Chichiarelli.
E dopo di lui, un gradino più in alto c’erano gli altri sui quali volgere brevemente lo sguardo.



Gli amici dell’amico


Il mondo malavitoso nel quale era inserito Antonio Chichiarelli era rappresentato dalla cosiddetta ‘banda della Magliana’, una vera e propria agenzia criminale che si era posta a servizio dell’anticomunismo, delle sue forze politiche e degli apparati segreti dello Stato. Se le simpatie politiche facevano dei delinquenti della Magliana una sorta di ‘guardie bianche’ del regime cattolico-democristiano, l’interesse materiale era l’unico vero movente ispiratore di ogni loro azione, come si conviene ad uomini che hanno venduto l’anima per denaro e bene hanno fatto perché “hanno barattato letame con oro”.


Il loro capo riconosciuto era Franco Giuseppucci che, scrive Francesco Biscione, “era (anche) un fascista, sostenitore elettorale di Formisano e del Movimento sociale italiano e legato al criminologo Aldo Semerari che contraccambiava il sostegno elettorale e propagandistico con generose diagnosi di infermità e seminfermità mentale per i sodali della banda nelle sedi peritali medico-legali” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 209). Un personaggio, Giuseppucci, che non poteva certo essere mosso da simpatie politiche per il ‘filocomunista’ Aldo Moro, e men che mai da ragioni di carattere umanitario. Ad attivarlo per rintracciare la prigione dov’era detenuto il presidente della Democrazia cristiana furono, difatti, le prospettive di lauti guadagni e di vantaggi di ordine processuale che gli vennero fatte balenare da un eterogeneo gruppo di rappresentanti del mondo politico, giudiziario e forense. Antonio Mancini, già esponente della banda della Magliana, oggi pentito, ne indica tre: Claudio Vitalone (allora sostituto Procuratore della repubblica a Roma applicato alla Procura generale), Edoardo Formisano (consigliere regionale del Lazio del Msi e in rapporti con il leader della banda Franco Giuseppucci), Maurizio di Pietropaolo (avvocato di Licio Gelli e anche in altre circostanze collaboratore del massone toscano)…(ivi, p. 194).


A prospettare a Franco Giuseppucci la necessità di aiutare gli ‘amici’ democristiani collaborando con i servizi di sicurezza, compiendo un’azione comune e coordinata, fu anche un altro delinquente di spicco: Raffaele Cutolo. Racconta costui di essersi incontrato “da Bastianelli, a Fiumicino, con Franco Giuseppucci -presenti, oltre ad amici del Giuseppucci ma di cui non conosco il nome, anche Enzo Casillo e Alfonso Rosanova- e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro: Giuseppucci -conclude Cutolo- mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis” (ivi, p. 216).

Come possiamo constatare, il capo della banda della Magliana tace a Raffaele Cutolo il fatto che è già impegnato in tal senso con uomini politici e delle istituzioni. E se al bandito della Nuova camorra organizzata indica in Nicolino Selis l’uomo più idoneo per compiere la ricerca che gli viene sollecitata, ad altri -e più fidati- luogotenenti ha affidato certamente l’incarico, in via parallela. Non si conoscono con certezza i nomi di coloro che condussero, per ordine del Giuseppucci, la ricerca del covo- prigione di Aldo Moro ma non è difficile individuarli in Danilo Abbruciati, il suo braccio destro, e in Domenico Balducci che faceva da agente di collegamento con Pippo Calò (ivi, p. 203), con politici del livello di Franco Evangelisti (ivi, p. 211) e con il Sismi, il servizio segreto militare sui cui aerei viaggiava in compagnia di Francesco Pazienza.


In questo ambiente, ben amalgamato con esso, viveva Antonio Chichiarelli che, anche volendo ipotizzare che fosse stato prescelto dagli uomini del Sisde, il servizio segreto civile, tramite segnalazione del Nucleo di P. G., non avrebbe mai potuto agire all’insaputa degli amici della banda della Magliana fra i cui esponenti di spicco conosceva, come abbiamo già rilevato, sia Danilo Abbruciati che Ernesto Diotallevi. E quanto fosse radicato il suo inserimento ai vertici del gruppo criminal-istituzionale della Magliana lo dimostra il fatto che conosceva in anticipo la sorte che era stata riservata a Mino Pecorelli, sul cui omicidio il falsario venne chiamato ad intervenire per ben tre volte: il 14 aprile 1979, il 17 dello stesso mese e, infine, il 17 novembre 1980. Una volta in più che sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.


Un’ipotesi, la nostra, ma fondata su una circostanza che è stata, fino ad oggi, trascurata da tutti, evidenziata dal comportamento dei ‘controllori’ per conto del Nucleo di P. G. dei carabinieri e del Sisde di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello e il maresciallo Solinas. La prima traccia ce la fornisce la testimonianza di Osvaldo Lai, puntualmente disattesa dal giudice istruttore Francesco Monastero che oggi così la presenta:


“Il Lai nel riferire delle simpatie del Chichiarelli per le Brigate rosse, accennava ai profili millantatori del suo carattere, tanto da vantarsi di aver partecipato agli omicidi del giornalista Mino Pecorelli e del colonnello Varisco” (F. Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p. 7). Certo, le acquisizioni processuali successive che vedono chiamati a rispondere dell’omicidio di Mino Pecorelli, il mafioso Angelo La Barbera e l’esponente della banda della Magliana Massimo Carminati, senza che vi sia traccia di altri complici materiali, sembrerebbero dare ragione a Francesco Monastero (Come noto, gli imputati al processo Pecorelli sono stati assolti in primo grado, quindi il giudice di appello, in data 16 novembre 2002, ha condannato il senatore a vita Giulio Andreotti e il mafioso Tano Badalamenti, assolvendo gli altri, NDE successiva alla stesura del testo).


Ma noi non affermiamo la partecipazione diretta all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli di Antonio Chichiarelli, riteniamo invece altamente probabile la sua conoscenza a priori del progetto omicidiario, che in un certo senso giustificano le sue vanterie con il Lai, perché in fondo fra sapere in anticipo e partecipare direttamente la differenza è molto sottile. Nel caso di Antonio Chichiarelli, poi, la partecipazione ci fu, a posteriori, nell’opera di depistaggio e proprio perché chiamato ad assolvere questo compito il falsario può essere stato informato prima di quello che, da lì a poco, sarebbe accaduto dopo.



Tanto più che anche al più sprovveduto dei gregari (e Chichiarelli non aveva le caratteristiche del psicolabile) sarebbe apparso chiaro che coloro che gli fornivano gli elementi con i quali costruire le ‘schede’ e gli impartivano le necessarie istruzioni per compilarle, erano coinvolti direttamente nell’episodio sul quale era chiamato ad intervenire. Farlo venire a conoscenza prima, piuttosto che dopo, del nome e cognome dell’ucciso dagli ‘amici’ e dai committenti, senza magari ulteriori particolari, non doveva rappresentare un problema per coloro che in Antonio Chichiarelli riponevano giustificata fiducia.


Ma del tutto omertoso Tony il falsario non lo era. Con il suo fidato amico, metà bandito metà spione, Luciano Dal Bello, parlava, tanto, forse troppo, magari prima e non dopo. E’ quanto può essere accaduto nel caso dell’omicidio di Mino Pecorelli, solo che in questo frangente il Dal Bello decide di intervenire. Forse per ‘spirito di servizio’, forse per ordini ricevuti in precedenza, forse perché come il bandito sogna il colpo miliardario, così il confidente spera nella notizia che lo porti nell’Olimpo dei suoi simili e gli faccia guadagnare credito che, tradotto in pratica, vuole dire soldi, tanti soldi.
E cosa può esserci di più eclatante che sventare un omicidio eccellente?


Non quello dell’onorevole Pietro Ingrao, ma quello del giornalista Mino Pecorelli.



A dircelo, fornendoci la seconda traccia, sono le date. Luciano Dal Bello, difatti, è ai primi di marzo del 1979 che confida al suo referente all’interno del Nucleo di P.G. dei carabinieri, il maresciallo Solinas, quanto è venuto a sapere sul progetto di eliminazione del direttore di O. P. Dinanzi alla gravità dell’evento ed all’urgenza di intervenire, i due decidono di infrangere le regole che disciplinano i rapporti fra i confidenti ed i loro referenti. E il maresciallo Solinas, scavalcando la scala gerarchica, si reca direttamente dal suo comandante, il colonnello Campo, e gli riferisce il progetto omicida, il nome dell’ ‘attentatore’ (di uno dei correi), Antonio Chichiarelli, e quello del ‘confidente’, Luciano Dal Bello.
Con tre elementi di tale portata -obiettivo, nome di uno degli assassini futuri, quello della ‘fonte’- la garanzia di un intervento è certa, anzi certissima.



E, invece, non accade nulla.



Ai frustrati controllori di Antonio Chichiarelli non rimane che modificare il nome dell’obiettivo, sostituire nelle loro ‘informative’ quello di Mino Pecorelli con Pietro Ingrao, e rendere così il tutto inverosimile. Perché la possibilità che un falsario potesse progettare -e comunque partecipare- ad un attentato contro l’allora presidente della Camera dei deputati Pietro Ingrao con il contestuale massacro della sua nutrita ed agguerrita scorta non appariva minimamente credibile ieri né può essere considerato verosimile oggi.



Come già Aldo Moro,

anche Mino Pecorelli doveva evidentemente morire.



E l’accostamento con quanto venne detto a Francesco Varone in casa di Frank Coppola, con riferimento ad Aldo Moro (“quell’uomo deve morire”) non è casuale perché a tradire, rivelandolo, il centro di potere politico che la morte del giornalista ha decretato è un’omissione che compare proprio nella ‘scheda’ che qualcuno ha dettato ad Antonio Chichiarelli, che lui ha diligentemente compilato e fatto ritrovare in un borsello il 14 aprile 1979.


“Intestata -scrive Francesco Biscione- a ‘Mino Pecorelli (da eliminare)’, essa fornisce gli indirizzi del giornalista e stabilisce che andrebbe colpito ‘preferibilmente dopo le 19’ nei pressi della redazione di Op (come in effetti era avvenuto). Ma vi sono altre indicazioni:



‘Martedi 6 marzo 1979

causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei carabinieri,

zona piazza delle Cinque lune,

l’operazione è stata rinviata’ (l’ufficiale in questione -rileva Biscione- era Antonio Varisco…)”

(F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 227).



L’ultima indicazione è rispondente al vero ma in essa vi è una volontaria quanto estremamente significativa omissione perché manca il nome del terzo personaggio presente a quell’incontro nello studio del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco: Giorgio Ambrosoli.

Era costui il curatore fallimentare della Banca privata italiana di proprietà di Michele Sindona, e la sua presenza a quell’incontro suggerisce inquietanti interrogativi sulla reale motivazione dell’omicidio di Mino Pecorelli al quale seguiranno in rapida successione, alcuni mesi dopo, la sua e quella del colonnello Varisco.
Far comparire nella scheda compilata da Antonio Chichiarelli il nome di Giorgio Ambrosoli significava evocare quello di Michele Sindona e, quel che è peggio, evocare quello del suo protettore politico, Giulio Andreotti, impegnato con tutti i mezzi e in tutti i modi a sostenere il banchiere mafioso tanto gradito al Vaticano.


Un errore che i compilatori della scheda non hanno ovviamente fatto perché troppo accorti per non rendersi conto che il nome di Giorgio Ambrosoli avrebbe immediatamente indirizzato le indagini sugli ambienti mafiosi della capitale e sui loro alleati della banda della Magliana. E, individuati i possibili autori materiali, sarebbe stato fin troppo agevole compiere il passo successivo in direzione di Giulio Andreotti e dei suoi fedeli.



L’ultima conferma ci viene dalla lista degli imputati al processo per l’omicidio di Mino Pecorelli in corso a Perugia. Fra i vivi siedono Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, come mandanti, e Massimo Carminati -lo abbiamo citato in precedenza- in veste di killer (cfr. NDE precedente sulla sentenza d’appello che ha condannato i soli Giulio Andreotti e Tano Badalamenti, assolvendo gli altri imputati). Fra i morti, da tutti dimenticati e da nessuno citati, compaiono in qualità di mandanti- organizzatori, Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati, gli amici dell’amico Antonio Chichiarelli.


La morte in rapida successione di Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli e Antonio Varisco (il primo, ucciso il 20 marzo 1979; il secondo, nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979; il terzo, la mattina del 13 luglio 1979) ha reso inviolabile il segreto di quanto si dissero i tre il 6 marzo 1979. E tutto lascia presumere che fu quell’incontro a determinare la decisione di eliminarli fisicamente, assunta quindi ai primi di marzo del 1979. Ma per una casella forse destinata a restare priva del suo tassello, il mosaico ne presenta altre sempre meno vuote ed aumenta, in proporzione, il numero dei tasselli che vanno ad incastrarsi perfettamente al loro posto.




Un potere occulto? No, giudiziario

Nelle vicende dell’Italia dei misteri, in modo specifico in quella di Aldo Moro, uno dei protagonisti è sempre riuscito a restare nell’ombra, a celarsi dietro la sua funzione di potere neutrale, lontano dalle fazioni, privo di ogni passione, guidato dal solo fine di pervenire alla verità dei fatti che per essere ‘penalmente rilevanti’ ricadono sotto la sua giurisdizione.


Questo coacervo di luoghi comuni crolla dinanzi ai comportamenti del potere giudiziario -perché di esso parliamo- nella tragica vicenda del sequestro di Aldo Moro. Fra le task-forces ufficiali ed ufficiose che furono create per seguire lo svolgersi degli avvenimenti nel corso del sequestro di Aldo Moro, di una non si è mai parlato se non in forma episodica e mai individuandola per quella che realmente è stata: un centro propulsore di iniziative lecite ed illecite per giungere alla soluzione del caso.
Luciano Infelisi, titolare delle indagini sui fatti di via Fani dal 16 marzo al 29 aprile 1978 recita, a posteriori, la solita sceneggiata su una magistratura priva di mezzi, povera di informazioni, da tutti negletta, fino a spingersi ad affermare che “c’è stata non la ‘non collaborazione’, ma direi una cortina fumogena tra certe attività (in perfetta buona fede, non lo metto in dubbio) di uomini politici che hanno agito senza avere mai, dico preventivamente, ma neanche successivamente e contestualmente, avvisato i magistrati. Cioè io non ho mai saputo, se non dai giornali e successivamente a tutti i fatti, di certi contatti che erano invece fondamentali” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 169).
Il sostituto Procuratore Infelisi per fini di autodifesa personale, solleva lui una cortina fumogena che deve proteggere anche i suoi colleghi e superiori gerarchici: perché, certo non casualmente, fu proprio a lui che Claudio Vitalone espone la sua idea di produrre un falso comunicato brigatista a riprova che non era emarginato, ma partecipe a pieno titolo di quanto il potere giudiziario stava intessendo in quei giorni drammatici. Il protagonista di tante inchieste ‘scottanti’, alla pari dei suoi colleghi Vitalone e Sica, finite nel nulla a beneficio di quei politici che Infelisi finge di attaccare, ha comunque parzialmente ragione perché il centro propulsore delle indagini e dei maneggi stava ad un livello superiore al suo.
La Procura generale romana il 29 aprile 1978, a pochi giorni dal tragico epilogo del sequestro di Aldo Moro avocherà a sé, ufficialmente, quelle indagini che dirige dal primo momento in via ufficiosa.
“Il mio ufficio -si giustificherà senza arrossire il Procuratore della repubblica di Roma Giovanni De Matteo- era oberato di lavoro in modo straordinario; l’ufficio del Procuratore generale era più tranquillo, nel senso che c’era meno da fare…dunque il Procuratore generale ritenne che questo processo potesse essere seguito con più possibilità di dedicarvi tempo ed attenzione dal suo ufficio anziché dal mio, che era in condizioni disastrate” (ivi, p. 284).
La task-force giudiziaria risultava composta dal Procuratore generale Pietro Pascalino, dal sostituto Procuratore generale Guido Guasco, dal sostituto Procuratore della repubblica Claudio Vitalone, legato a Giulio Andreotti, dal sostituto Procuratore della repubblica Domenico Sica, dal Procuratore della repubblica Giovanni De Matteo, collaboratore della rivista Politica e strategia diretta da Filippo De Jorio con grande spazio agli esperti della guerra non ortodossa e, buon ultimo, dal sostituto Procuratore Luciano Infelisi sulla cui spregiudicatezza abbiamo già fornito più di un esempio. L’inserimento della task-force così delineata completa il quadro del potere che ha gestito le operazioni durante e dopo il sequestro e l’omicidio del presidente della Democrazia cristiana, ponendosi anzi il suo ruolo al di sopra di quello dei servizi militari e civili, ufficiali e clandestini (vedi Gladio).
Una tesi, la nostra, confortata anche dalla prudente affermazione di Francesco Biscione che, facendosi scudo della testimonianza resa dal giornalista Giuseppe Messina, ammette che “essa indicherebbe infatti che la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, cioè l’ufficio di Pietro Pascalino, fosse coinvolta nella gestione ‘ufficiosa’ del caso Moro in connessione con le iniziative della criminalità organizzata…” (ivi, pp. 171-172). Noi riteniamo provata questa realtà, non solo basata sulla testimonianza di Giuseppe Messina. Di quest’ultimo si deve anche segnalare che fu lui ad accompagnare, con altri, il latitante Francesco Varone nel carcere di Rebibbia- nuovo complesso, in ore serali, perché potesse incontrarsi con il fratello Antonio fatto giungere appositamente con un elicottero dei carabinieri dal carcere dell’Asinara. Messina aveva ricevuto da Flavio Carboni l’invito ad incontrare, insieme al deputato democristiano Benito Cazora, uno dei ‘capi’ della mafia siciliana. A patto che, tale incontro, “si realizzasse in un ufficio particolare, al di fuori di occhi indiscreti e nella massima sicurezza. A tale proposito -rivela Messina- indicò, come possibile, un ufficio della Procura generale presso la Corte d’appello di Roma…-aggiungendo-…state tranquilli, è un ufficio sicurissimo, al livello di Procuratore generale” (ivi, p. 207).
Episodio che può apparire fantapolitico a coloro che hanno memoria corta, che hanno cioè dimenticato come fosse il Procuratore generale di Palermo a dare ‘conforto’ al bandito Salvatore Giuliano ricevendolo nel suo ufficio benché ufficialmente ricercato da tutte le forze di polizia per la morte di almeno centoventi fra carabinieri ed agenti di P.S. oltre che per la strage di Portella delle ginestre. Ma a dare maggiore consistenza alla testimonianza di Giuseppe Messina ci sono anche i fatti che qui vogliamo ricordare in estrema sintesi. A) I rapporti intercorsi tra Claudio Vitalone ed Edoardo Formisano, portatore degli aiuti della banda di Francis Turatello ed Ugo Bossi (ivi, p. 201); B) I rapporti telefonici intercorsi tra lo stesso Ugo Bossi e Claudio Vitalone, secondo quanto ha testimoniato Tommaso Buscetta (ivi, p. 200); C) L’attivazione, congiuntamente a Formisano e all’avvocato Di Pietro Paolo, fatta sempre da Claudio Vitalone, di Franco Giuseppucci secondo la testimonianza, avvalorata da altre fonti, di Antonio Mancini che abbiamo citato in precedenza. Abbiamo i colloqui fatti in carcere da Ugo Bossi con Tommaso Buscetta nell’istituto penitenziario di Cuneo (ivi, p. 199); quello di Edoardo Formisano, sempre nella casa di reclusione di Cuneo, segnalata dal maresciallo Angelo Incandela, con Francis Turatello (ivi, p. 288); quello, infine, di Francesco Varone, latitante, nella casa circondariale di Rebibbia-nuovo complesso, con il fratello Antonio, trasferito per la bisogna dal carcere dell’Asinara in Sardegna, con un elicottero dei carabinieri, a quello romano. Operazioni che vedono il concorso di più apparati dello Stato, primo quello della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e giustizia, diretta anch’essa da magistrati e che agisce in modo illegale perché ha la garanzia non solo del potere politico (ministro di Grazia e giustizia, ministro degli Interni, presidente del Consiglio ecc.) ma quella essenziale degli alti vertici della magistratura.
Tralasciando l’incontro fra Claudio Vitalone e Daniele Pifano del collettivo di via dei Volsci (ivi, p. 191) che rientra ovviamente nell’ambito propriamente politico ma che citiamo per fornire prova ulteriore che la Procura generale di Roma di ben altro si occupò che svolgere indagini giudiziarie, vediamo confermato quel ruolo di cinghia di trasmissione fra il potere politico e la delinquenza organizzata, di cui faceva parte Antonio Chichiarelli, non primo ma certamente non ultimo degli ingranaggi che la magistratura italiana aveva mosso per ‘salvare’, nelle versioni ufficialmente accreditate, la vita del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Una realtà che aveva conosciuto e denunciato, sia pure con il suo stile volutamente ambiguo, lo stesso Mino Pecorelli che nel numero 5 di O. P. del 25 aprile 1978 aveva scritto: “I nostri servizi segreti, il trust di cervelli del ministero degli Interni, non avrebbe mai avuto la fantasia e il coraggio di tentare il bluff della Duchessa”. Trova logica e coerente spiegazione il comportamento delle forze di polizia, primo quello del Nucleo di P.G. al quale era stato ‘affidato’ il mantenimento del segreto su Antonio Chichiarelli e sulla sua salvaguardia ad ogni costo ed a qualunque prezzo. E un’ulteriore prova a carico dei vertici giudiziari romani emerge anche dalla circostanza, fino ad oggi trascurata, della mancata trasmissione agli inquirenti giudiziari romani, da parte del Reparto operativo dei carabinieri di Roma della informativa del 23 novembre 1983 che indicava in Antonio Chichiarelli l’autore del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 e asseriva, per di più, che era ancora in possesso della testina Ibm con la quale l’aveva scritto. Esistono quelli che si chiamano ‘atti dovuti’ e la trasmissione ai magistrati romani che stavano indagando sul sequestro Moro dell’informativa, non anonima, pervenuta al Reparto operativo tramite il maresciallo Giombelli, rientrava fra questi. Avrebbero dovuto trasmetterla anche se fosse provenuta da fonte anonima -e questa non lo era- e invece non risulta che lo abbiano fatto.
Deviante risulta, quindi, la pretesa del giudice istruttore Francesco Monastero di giustificare la mancata trasmissione della notizia e del nome del Chichiarelli ai magistrati procedenti sul caso Moro con il fatto che “le relative indagini non approdavano ad utili risultati”. Le ‘relative indagini’ – ammesso e non concesso che siano mai state intraprese- avrebbe dovuto condurle il P. M. che dirigeva l’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro, non in maniera autonoma e segreta il Reparto operativo dei carabinieri. In realtà, indagini non possono esserne state fatte perché altrimenti i risultati sarebbero pervenuti, immediati e clamorosi e, soprattutto, compromettenti per quel potere giudiziario che è veramente il potere intoccabile di questo Paese. Se nessuna forza di polizia -Nucleo di P. G., Squadra mobile della Questura, Reparto operativo dei carabinieri, Nucleo di tutela del patrimonio artistico- ha mai informato la magistratura dell’esistenza di Antonio Chichiarelli è perché tutti, ai vertici di questi organismi, sapevano che ad attivarlo e, poi, a proteggerlo vi erano uomini che stavano ai vertici del potere giudiziario. Se il Sisde lo proteggeva apertamente, il Sismi sapeva e taceva così che il comportamento uniforme di tutte le forze di sicurezza, territoriali e segrete, prova come non da una frazione di esse fosse ‘coperto’ Antonio Chichiarelli ma da un potere diverso, ad esse estraneo e più potente, quello giudiziario appunto. Come abbiamo cercato di dimostrare in queste pagine, senza voler assolvere i poteri ‘subalterni’, polizia e carabinieri, servizi segreti militari e civili, che con il loro silenzio si sono resi complici consapevoli del potere politico e giudiziario. Il regime si è garantito in tal modo che mai verità potrà emergere dal Tribunale di Roma che continua a gestire in prima persona le sorti individuali dei brigatisti rossi incarcerati, condannati per la vita a sostenere ‘verità’ che fanno comodo allo Stato, poco importa se in taluni casi siano verità parziali e in altre aperte e sfacciate menzogne. Lo sbarramento eretto dalla magistratura romana per impedire che emerga la verità sul tragico episodio di Moro, si rileva anche dalla sentenza del giudice istruttore Francesco Monastero. Costui, difatti, non porta un contributo di verità ma si preoccupa di giustificare la protezione accordata da tutte le forze di polizia e dai servizi segreti ad Antonio Chichiarelli rendendo responsabile della sua mancata individuazione il solo Luciano Dal Bello.
“E’ pertanto esclusivamente da ritenere che il Dal Bello -tramite il Solinas, il Giombelli e l’Andrei Guelfo Giuliano, lungi dall’informare, così come dirà successivamente, gli organi investigativi competenti che il Chichiarelli aveva scritto il comunicato c.d. del lago della Duchessa, che disponeva ancora della relativa testina e che aveva progettato l’attentato all’on.Ingrao, ha solo e sporadicamente fornito spunti investigativi equivoci, di difficile lettura ed insuscettibili di sviluppo ma sicuramente utili per dissociare -qualora ne fosse sorta la necessità- la propria responsabilità da quella del Chichiarelli” (F. Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., pp. 18-19). Questo, il contributo alla verità del magistrato.
In realtà, il Dal Bello ci prova in tutte le maniere e, si può dire, con tutti i corpi di polizia esistenti ad ‘incastrare’ il suo ‘amico’ portandone allo scoperto il ruolo avuto nella costruzione del falso comunicato del 18 aprile 1978 e nelle operazioni successive, senza conseguire alcun successo. Appare, quindi, una figura quasi patetica di spione di mezza tacca che racconta a chi ritiene preposto alla repressione dei reati le verità che conosce restando, immancabilmente ogni volta, frustrato. Fino al momento in cui lo ‘assumono’ al Sisde e gli tappano la bocca garantendosi l’esclusiva delle informazioni che può ancora fornire. Non lo ammazzano perché le notizie che vende non oltrepassano la soglia degli uffici di polizia, carabinieri e servizi segreti nei quali pervengono, senza giungere in quell’ambito politico e giudiziario dove avrebbero avuto ben altro effetto e, per lui, prodotto letali conseguenze. E nessun corpo di polizia e servizio segreto uccide un volonteroso informatore che non riesce, suo malgrado, a rappresentare un pericolo per gli uomini e gli interessi che devono proteggere. Al limite, lo assumono, come fa il Sisde nel 1983. Potrà servire ancora, in modo più tangibile che fornendo le ormai arcinote informazioni sul Chichiarelli, come il ruolo ricoperto nella rapina alla Brink’s Securmark, organizzata da una mente raffinata e qualificata sta a dimostrare.
Ed è proprio da questo affannoso, quasi comico andirivieni del dal Bello dagli uffici del Nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri a quelli della Squadra mobile e, perfino, del Nucleo di tutela del patrimonio artistico dei carabinieri che si ricava la poderosa protezione accordata ad Antonio Chichiarelli ed all’ambiente malavitoso nel quale era inserito. Perché non hanno protetto un modesto falsario, un gregario affidabile, ma un ambiente che ormai era al servizio permanente del centro di potere che lo aveva attivato nella primavera del 1978.
Un rapporto che s’interrompe, almeno sul piano per il quale era stato assunto Antonio Chichiarelli, nel novembre 1980, quando i suoi committenti compiono un errore. Perché non era il malavitoso a compilare di sua iniziativa i comunicati, a scegliere il materiale da utilizzare di volta in volta, a decidere il momento in cui farne uso. Erano altri. E l’ultimo depistaggio, quello del 17 novembre 1980, lo prova.
Quel giorno Antonio Chichiarelli -lo abbiamo già visto- fa ritrovare quattro schede, su quella di Mino Pecorelli scrive il nome di Sereno Freato, l’uomo ombra di Aldo Moro. Rileva, a questo proposito, il sostituto Procuratore Giovanni Salvi: “Questa indicazione fu sicuramente suggerita a Chichiarelli dall’esclamazione del collaboratore dell’on.le Moro, Sereno Freato, il quale aveva improvvisamente negato la responsabilità sua e dello statista scomparso nella morte del giornalista, deponendo davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Esclamazione -prosegue Salvi- determinata dall’accostamento che l’interrogante, on.le Franchi, aveva fatto tra Pecorelli e il presidente della Democrazia cristiana e al quale Freato aveva voluto reagire (come ha spiegato nella deposizione del 6 novembre 1980)” (G. Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p. 43).
Ma veramente Tony il falsario passava il suo tempo a seguire i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta? E con tale intensità da avvertire la necessità, come finge di credere l’ineffabile Giovanni Salvi, di rispondere a Sereno Freato, inserendolo nel novero di coloro che potevano aver deciso la eliminazione fisica di Mino Pecorelli? Ma, andiamo.
In realtà, a Sereno Freato, figura non limpida, attaccabile su altri piani, che nel corso del sequestro Moro si attiva stabilendo rapporti con la n’drangheta risponde, in perfetto stile mafioso, per mezzo di Antonio Chichiarelli, la controparte politica di Aldo Moro, quella che gli era sempre stata nemica, individuabile in quella andreottiana.
Accortisi dell’errore compiuto, i burattinai interrompono la serie di messaggi e Antonio Chichiarelli resta disoccupato fino al 24 marzo 1984 quando torna al ‘lavoro’, ma questa volta per rivendicare a se stesso una rapina di 35 miliardi. I capi della banda della Magliana sono morti ammazzati (Giuseppucci, Balducci, Abbruciati, Selis) e Tony il falsario, rimasto solo con gli intermediari del Sisde, può lavorare ora per se stesso e per qualcuno dei suoi committenti.
Lo uccidono il 28 settembre 1984 e, come altri, porta con sé il suo segreto su uno dei tanti tragici episodi che hanno costellato la storia d’Italia in questo ultimo mezzo secolo. Non lo definiamo un mistero, perché è stato reso tale dal concorso di uomini e forze che si sono accorti, ognuno per motivi diversi fra loro, della convenienza di ognuno di tacere ciò che sa.
Le Brigate rosse e chi?


Un tassello, certamente perché trova troppe resistenze, non ha ancora trovato la sua collocazione ufficiale. E’ il tassello determinante, quello che da solo sarebbe in grado di spiegare ciò che è rimasto di insoluto, ma non di insolubile, nel sequestro di Aldo Moro. Furono, i brigatisti rossi guidati da Mario Moretti, obbligati a cedere il loro ostaggio con tutta la documentazione da lui prodotta nei giorni della prigionia, agli ‘amici’ della banda della Magliana? Ha fondamento concreto, reale, la folgorante intuizione di Luigi Cipriani, poggiata su elementi indiziari che il tempo ha lentamente trasformato in prove incontrovertibili?


Luigi Cipriani aveva già individuato in Antonio Chichiarelli una figura chiave per comprendere la reale dinamica del sequestro di Aldo Moro e del suo omicidio. E noi ne abbiamo seguito la traccia senza correggere errori, perché nella ricostruzione di Luigi Cipriani non ne abbiamo trovati (l’Autore si riferisce alla visualizzazione, con tanto di punti esclamativi, da parte di Francesco Biscione, ‘Il delitto Moro’ citato p. 127, di un errore nella trascrizione dattilografica della relazione di Cipriani alla Commissione stragi: errore di un dattilografo, neppure contenuto nel testo originario, su un nome. Evidente e trista prova delle scarse simpatie politiche pervenute al nostro scomodo compagno. NDE); ne abbiamo integrato gli elementi già noti con altri successivamente venuti alla luce ampliati, allargando di conseguenza il campo della ricerca.
Su questo che ancora oggi rimane il segreto fondamentale nel sequestro di Aldo Moro e nella storia delle Brigate rosse, il primo ad incidere profondamente la corazza di menzogne, reticenze, affermazioni verosimili ma non veritiere, è stato ancora Luigi Cipriani, e dagli elementi di prova da lui puntigliosamente elencati dobbiamo iniziare la nostra disanima, seguendone la logica che è quella dell’onestà intellettuale, del coraggio, della verità.


La presenza della malavita è costante nel sequestro di Aldo Moro. Luigi Cipriani la registra fin dal momento iniziale, quello del prelevamento dell’uomo politico e del massacro della sua scorta. Nei suoi appunti rileva come non si sia riusciti “a ricostruire con esattezza le modalità dell’attacco né di quante persone vi parteciparono. Un attacco militare di estrema precisione. La maggioranza dei colpi -sottolinea Cipriani- sparata da due attaccanti uno dei quale descritto come di altissima professionalità da un esperto di armi, il Lalli. Gli esperti dicono che non poteva essere un autodidatta delle BR. Tre della scorta ricevono tre colpi di grazia, perché” (Luigi Cipriani, L’affare Moro, Appunti (stralci) sul sito della Fondazione Cipriani). Ricorda Michela Cipriani “l’allusione molto significativa -fatta da Mino Pecorelli- a coloro che Curcio credette ‘occasionali alleati’ che avrebbero gestito realmente il rapimento” (Michela Cipriani, L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, ivi).


Due elementi sottolineati da Luigi e Michela Cipriani -la professionalità di uno degli attaccanti e l’allusione di Pecorelli alla credulità di Curcio nei suoi ‘occasionali alleati’- che ci conducono all’interno degli istituti di pena italiani. Perché è al loro interno che si parla molto del sequestro -comunque di un attentato- di un’alta personalità politica, tanto che il Sismi ne viene debitamente informato in tempo utile (un detenuto comune, Salvatore Senese, informò il 16 febbraio 1978 appunto il Sismi che le B.R. stavano progettando un simile sequestro). E questo particolare dimostra che i brigatisti rossi si resero conto di non avere la capacità di gestire da soli l’operazione contro Aldo Moro. Non era, difatti, agevole prendere vivo un uomo protetto da cinque uomini armati e preparati, che bisognava uccidere senza ferire il futuro ostaggio per la ovvia difficoltà che curarlo avrebbe successivamente comportato.


Ne parlarono, quindi, del loro progetto non solo all’esterno (secondo la testimonianza del generale Nicolò Bozzo, nel gennaio del 1978, un infiltrato nelle B. R. a Torino per conto del Nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa, informò che le B. R. stavano progettando un’azione contro un politico ad alto livello); ma anche all’interno del carcere dove maggiore era la speranza di ottenere la liberazione per un buon numero di condannati. E ne fecero oggetto di conversazione con gli unici interlocutori che in carcere si possono avere, personaggi qualificati o meno della malavita che costituisce l’alter ego dell’amministrazione penitenziaria superandolo, però, e di gran lunga, sul piano dell’efficienza e del feroce mantenimento dell’ordine e della ‘sicurezza’. Dinanzi ad una realtà carceraria che dimostrava quanto inadeguate e lontane fossero le fantasiose suddivisioni, all’interno delle prigioni, fra ‘oppressi’, da un lato, ed ‘oppressori’, dall’altro, fra detenuti e secondini per quanto riguarda la delinquenza organizzata che, viceversa, predomina sui detenuti e sui secondini con i quali ha un rapporto simbiotico, l’idea di farsela alleata, dentro e fuori dal carcere, Renato Curcio ed i suoi compagni sono stati gli ultimi in ordine di tempo ad averla.



Il riferimento di Mino Pecorelli a Renato Curcio non appare quindi casuale, perché proprio lui può aver rappresentato il tramite ideale fra i suoi compagni liberi e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso, come primo passo verso un’alleanza più solida che ‘aprisse’ alle Brigate rosse le porte di quei territori ad esse sempre vietate, come la Calabria e la Sicilia. Una traccia, sia pure labile, fa intravvedere la possibilità che il processo di avvicinamento da parte delle Brigate rosse alla malavita organizzata sia stato graduale, iniziato almeno un paio di anni prima del sequestro di Aldo Moro, come conseguenza di quello che si era verificato all’interno degli istituti di pena e della presenza, all’esterno, negli ambienti favorevoli, almeno in teoria, alla lotta armata, di personaggi che in Calabria potevano facilitare, per vie traverse, certi contatti con esponenti della onnipresente n’drangheta.



Di questo parere sembra essere, oggi, anche Francesco Biscione che afferma come “probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni dell’area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine organizzato” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 129). E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso: “La presenza del Moretti è accertata -scrive- a Catania il 12 dicembre 1975 (insieme con Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l’hotel Costa e il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l’hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei viaggi -prosegue Biscione- questa circostanza sembra possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all’insaputa del resto dell’organizzazione tanto che quando l’informazione venne prodotta in sede processuale suscitò lo stupore di altri imputati” (ivi, p. 119). E il terzo, rivelato da Gustavo Selva, che dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro “nel luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese Aurelio Aquino, trovato in possesso di banconote appunto del riscatto (del sequestro Costa operato dalle B. R. nda)” (ivi, p. 276)



Le ragioni per cercare di stabilire più che un ‘modus vivendi’ una vera alleanza operativa con le organizzazioni delinquenziali meridionali, ma presenti in tutto il territorio nazionale, c’erano tutte. Ed erano valide. Perché le ‘avanguardie’ brigatiste non hanno mai ottenuto l’autorizzazione di n’drangheta e mafia, pilastri dell’anticomunismo di Stato, ad operare nelle regioni da esse dominate. Non è un’ipotesi, è una constatazione. Le Brigate rosse hanno potuto sfidare l’ordine dello Stato, mai quello mafioso nelle sue varie articolazioni, quella calabrese in particolare, che per conto dello Stato hanno difeso l’ordine pubblico nei loro territori ed imposto quello politico. Forse nel tentativo, incredibilmente ingenuo, di ribaltare questa situazione, in una direttiva strategica del dicembre 1981 venne scritto che uno dei compiti delle avanguardie rivoluzionarie doveva essere quello di amplificare il campo di azione dei soggetti tradizionali fino ad egemonizzare tutto il mondo extralegale (su segnalazione cortese di Michela Cipriani).
Da valutare, infine, con la dovuta cautela, l’appunto di Mino Pecorelli ritrovato dopo la sua morte fra le sue carte: “Come avviene il contatto Mafia-B. R.-Cia-Kgb-Mafia. I capi B. R. risiedono in Calabria. Il capo che ha ordito il rapimento, che ha scritto i primi proclami B. R., è il prof. Franco Piperno, prof. fis. univ. Cosenza” (F. Biscione, Il delitto Moro, p. 124). Anche volendo considerare tutto questo una mera illazione si può comunque, in questo caso, concordare con Francesco Biscione che considera come “l’appunto si riferisce ad un’ipotesi ricostruttiva che connette gli indizi riguardanti l’esistenza in Calabria di un terminale decisivo, sebbene di incerta definizione, dell’intera operazione del sequestro Moro” (ibidem).



E sequestrare Aldo Moro, l’uomo dell’ ‘apertura’ al partito comunista italiano, poteva costituire un punto di convergenza che creasse un rapporto di fiducia e consentisse, in seguito, di ottenere quel consenso a predicare il verbo brigatista -anche ovviamente con l’uso delle armi- che fino ad allora era stato negato.
Roma non è Reggio Calabria. Moro è filocomunista (così appare). L’operazione presenta tutte le caratteristiche della fattibilità: in fondo per la n’drangheta si tratta di sbarrare la strada verso l’area governativa al Pci ed acquisire, di riflesso, ulteriori meriti nei confronti del potere anticomunista, con lo stabilire un’alleanza con le Brigate rosse che poteva, inoltre, fruttare notevoli vantaggi materiali come il concorso in rapine, sequestri di persona e altri ‘favori’ anche più impegnativi. Insomma, per la mentalità utilitaristica che è propria del delinquente fornire un sostegno organizzativo alle Brigate rosse, compresi uno o più killer, per un’operazione ‘politicamente corretta’ presentava solo vantaggi e nessun svantaggio.
Il carcere ha rappresentato il luogo ideale per i primi approcci, il dialogo, il patto finale da perfezionare fuori affidandone il compito a Mario Moretti. Del resto, non avevano i mafiosi calabresi timori di ‘tradimenti’: se Aldo Moro diveniva, con il loro concorso, ostaggio dei brigatisti rossi, questi ultimi in carcere erano ostaggi, a loro volta, vulnerabilissimi nelle loro mani.



La n’drangheta non è la mafia. Non ha una ‘cupola’ che tutto controlla e decide. Una ‘cosca’ potente prescinde nelle sue operazioni dal consenso delle altre, con la sola avvertenza di non lederne gli interessi. Così che non si presenta contraddittoria una situazione che vede una cosca aiutare le Brigate rosse a sequestrare Aldo Moro e un’altra impegnarsi subito dopo nella sua ricerca per ottenerne la liberazione. Una situazione destinata a perdurare fino a quando le paratie stagne vengono sollevate e gli interessi delle cosche operanti trovano comune definizione sul raffronto di ciò che è più conveniente fare.
Del resto, che ci fu una trattativa fra ‘comuni’ e politici, all’interno del carcere, lo dimostra l’inserimento nella lista dei detenuti di cui chiedere la scarcerazione in cambio di Aldo Moro di alcuni che solo con molta buona volontà possono essere considerati ‘politicizzati’: Sante Notarnicola e Giorgio Panizzari (ivi, p. 277).
In questo modo può trovare logica e coerente spiegazione la presenza in via Fani di un killer di ‘alta professionalità’ che, successivamente, il pentito calabrese Saverio Morabito indicherà in Antonio Nirta, detto ‘due nasi’ per la sua capacità di usare la lupara, a significare che era un ottimo tiratore (ivi, p. 121). Anche se la parola accusatoria di Morabito non ha trovato ulteriori supporti, è doveroso ricordare come Antonio Nirta è il nipote di quell’Antonio Nirta di san Luca di Aspromonte che, all’epoca -e per molti anni dopo- è stato il capo indiscusso di una delle cosche più potenti della Calabria e certamente di quella più politicizzata, disponibile ad operazioni come la partecipazione al ‘golpe Borghese’ ed in ottimi rapporti con massoni del calibro di Colao.



Coincidenze? Forse.



Rimane indiscusso il fatto che la testimonianza di Saverio Morabito è solo il secondo elemento in ordine di tempo che dà spessore all’intuizione di Luigi Cipriani, essendo il primo rappresentato dalla foto di un n’dranghetista ripreso in via Fani la mattina del 16 marzo 1978, e sottratta agli atti dell’istruttoria da Luciano Infelisi, sostituto Procuratore della repubblica (ivi, p. 120), ‘coperto’ in questo gravissimo atto oltre che dai vertici della Procura della repubblica e della Procura generale anche dal capo dell’ ufficio Istruzione, Achille Gallucci che ‘stralcia’ la documentazione (il nastro e la trascrizione della telefonata tra Freato e Cazora) dagli atti, che ricompaiono solo nel 1982 su istanza di uno degli avvocati di parte civile (ibidem).
Chi riprendeva quella foto, fatta scomparire su richiesta della malavita calabrese dalla magistratura romana, un mese e mezzo dopo (ivi, p. 119) il sequestro Moro e alcuni giorni prima della sua uccisione? Un personaggio che poteva essere collegato all’agguato a Moro e alla sua scorta, così come afferma senza perifrasi Luigi Cipriani (L’affare Moro, Appunti cit.) perché in caso contrario, fosse stato anche un latitante di rilievo, gli ‘amici’ calabresi non si sarebbero preoccupati tanto e gli ‘amici degli amici’ della Procura della repubblica di Roma non li avrebbero accontentati commettendo reati la cui gravità è superfluo far rilevare. Un nome, questo dell’esponente della n’drangheta presente in via Fani il 16 marzo 1978 e ritratto nella foto scomparsa, che in ambiente carcerario da personaggi accreditati per statura criminale si identifica in Antonio Imerti, detto ‘nano feroce’, alleato fedelissimo in quegli anni della cosca dei Nirta di san Luca di Aspromonte.


Il fatto che Benito Cazora si sia rivolto a Sereno Freato per ottenere questo favore non contraddice la realtà accertata che, alla data del 1 maggio 1978, era passato ormai un mese circa da quando Francesco Varone era stato diffidato dal proseguire le ricerche di Moro, a casa di Frank Coppola, perché quell’uomo doveva morire. Eventualmente, prova che nulla in questo senso era stato riferito da Benito Cazora allo stesso collaboratore di Aldo Moro, che si attiva convinto che gli ‘amici’ calabresi stiano ancora cercando di salvare l’esponente democristiano.


Nell’intervento della malavita nel caso Moro, l’inizio si salda con la sua conclusione (l’attacco al presidente della Dc ed alla sua politica ‘filocomunista’) mentre dura solo una quindicina di giorni la confusione determinata dalle invocazioni di aiuto che provengono dagli esponenti politici e dalle sollecitazioni degli apparati istituzionali. Poi, prevale la ‘linea della fermezza’ o, più propriamente, quella della condanna a morte di Aldo Moro. Le organizzazioni malavitose che si erano mobilitate, affiancando le polizie ufficiali, si ritirano lasciando ai loro emissari nella capitale il compito di assecondare la volontà del potere politico, espressa anche attraverso i suoi apparati istituzionali, quello giudiziario in prima linea.


Ai primi di aprile, la parola d’ordine è quella lanciata, senza mezzi termini a Francesco Varone, a casa di Frank Coppola: “Quell’uomo deve morire”. Ma questo non vuol dire che la malavita si sia astenuta dalla ricerca del covo-prigione, perché nessuna garanzia davano le Brigate rosse al potere politico di assecondarne l’ormai chiarissimo desiderio uccidendo il presidente della Democrazia cristiana. Anzi, il solo precedente esistente comparabile, mutatis mutandis, con quello di Moro, il caso del giudice genovese Mario Sossi provava l’esatto contrario: le Brigate rosse non ebbero nulla e l’ostaggio lo rilasciarono, sano e salvo.
La sicurezza arrogante di quell’affermazione (“quell’uomo deve morire”) dimostra che fu demandato alla malavita il compito di eseguire con assoluta certezza quella sentenza.
Il quarto potere


Noi non riteniamo probabile che sia bastata una pressione psicologica, per quanto forte essa sia stata, a convincere Mario Moretti ed i suoi compagni a non utilizzare quelle notizie che, qualora diffuse, avrebbero potuto da sole mettere in crisi il regime.


Un’ipotesi in questo senso viene, infatti, formulata da Francesco Biscione che ricorda, dapprima, la rivelazione contenuta nel “comunicato in codice n.1” del 20 maggio 1978: “L’operazione ‘Gradoli’, come pure l’operazione ‘Duchessa’ non sono state altro che manovre preordinate aventi l’unico scopo di far verificare a tutti l’inefficienza, le incertezze, i contrasti, le anacronistiche prese di posizione, nel quale si dibatte annaspando questo ottuso Stato delle multinazionali” (Il delitto Moro cit., p. 222). E, trovata a suo avviso la conferma del coordinamento fra le due operazioni -il ritrovamento del covo di via Gradoli e la diffusione del comunicato nr. 7- Biscione ne ricava che esse potevano effettivamente rappresentare, proprio per la loro simultaneità un unico messaggio diretto ai carcerieri di Aldo Moro: “Vi abbiamo in pugno; siamo in grado di smantellare le vostre sedi e di occupare le vostre frequenze di comunicazione con i mass media; non vi venga in mente di gestire l’operazione in modo diverso da quello indicato nel comunicato della Duchessa”. Le Brigate rosse -conclude Biscione- eseguirono” (ivi, p. 230).


Certo, quanto ipotizza Francesco Biscione rappresenta già un passo avanti rispetto a coloro che ancora, per ottusità o per convenienza, sono attestati sulla tesi della gestione tutta brigatista del sequestro Moro, dall’inizio alla sua tragica conclusione, impermeabile ad ogni sollecitazione esterna, lusinghiera o minacciosa che fosse. Ma, fermo restando il valore di messaggio di morte racchiuso nel comunicato nr. 7 del 18 aprile 1978, l’ipotesi del giornalista non basta a spiegare né le contraddizioni che esistono su un piano documentale, sul modo e sul luogo in cui è stato ucciso Aldo Moro, né il fatto che i burattinai di Antonio Chichiarelli fossero in possesso di notizie e documenti che solo i brigatisti che lo avevano tenuto prigioniero potevano aver loro consegnato. E qui conviene rammentare come il covo-prigione nel quale sarebbe stato asseritamente detenuto Moro per cinquantacinque lunghissimi giorni, era ubicato in una zona in cui pullulavano gli uomini della Magliana:


“Molti tra gli esponenti della banda -ricorda Francesco Biscione rifacendosi, a sua volta, ad un programma televisivo di Giovanni Minoli- abitavano nella zona di villa Bonelli. In via G.Fuggetta 59 (a 120 passi da via Montalcini) abitavano Danilo Abbruciati, Amleto Fabiani, Luciano Mancini (guardaspalle del costruttore Danilo Sbarra); in via Domenico Luparelli 82 (a 230 passi, ma a 50 se si tiene conto dell’ingresso secondario) abitavano Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Calò; in via Vigna due Torri 135 (a 150 passi) abitava Ernesto Diotallevi, compare di Calò; in via Valperga 154 (a 150 passi) abitava Emilio Pellicani, segretario di Carboni; infine in via Montalcini 1, vi è villa Bonelli, appartenente allora a Danilo Sbarra” (ivi, p. 292).
A questa circostanza si ag

giunge poi la testimonianza di Raffaele Cutolo che riferisce come Nicolino Selis gli “riferì che, del tutto casualmente, era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis -racconta Cutolo-, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli teneva come nascondiglio per eventuali latitanze” (ivi, p. 216).
Il covo-prigione di via Montalcini venne quindi localizzato, come lo era stato l’altro di via Gradoli? Logica e fatti dicono di sì. E il travaso di materiale dai brigatisti che tenevano prigioniero il presidente della Democrazia cristiana e gli esponenti della malavita trova, pertanto, logica e coerente spiegazione.
Ricordava Luigi Cipriani che, fra il materiale fatto ritrovare da Antonio Chichiarelli il 26 marzo 1984, “…si rinveniva una foto Polaroid dell’onorevole Moro apparentemente scattata durante il sequestro. Viene eseguita -scriveva Cipriani- una perizia di questa foto, e si rileva che non si tratta di un fotomontaggio. Come sappiamo -concludeva il parlamentare-, delle Polaroid non si fanni i negativi: è quindi una foto originale di Moro in prigione” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.). Chi aveva potuto passare alla malavita questa foto, se non un brigatista, di quelli che avevano vigilato su Moro? O si deve ritenere che questa foto sia stata passata, insieme ad altro materiale, prima ad uomini inseriti negli apparati segreti dello Stato o in ambienti politici democristiani e da costoro fatta pervenire ad Antonio Chichiarelli?
Noi riteniamo che ci fu un passaggio diretto, dalle Brigate rosse alla malavita, perché una foto originale di Moro prigioniero non sarebbe mai stata data ad un Chichiarelli ed ai suoi compari. Le schede si possono compilare sulla base delle informazioni che vengono trasmesse, i proiettili si possono fornire senza alcun rischio di compromissione futura, ma una foto originale costituisce un’arma di ricatto che nessuno consegnerebbe a delinquenti che il rispetto dei patti, la parola data e l’onore non sanno nemmeno cosa vogliano dire. E, poi, Chichiarelli non fu nemmeno in grado di valutare l’importanza di quella prova che aveva in mano, altrimenti quella foto se la sarebbe tenuta ben stretta fra le sue mani e, forse, sarebbe ancora vivo.


Se le cose stanno così, diviene perfettamente credibile anche l’avvertimento contenuto nel “comunicato in codice n.1 del 20 maggio 1978” che “minacciava di rendere noti gli interrogatori di Aldo Moro” (L. Cipriani, Appunti cit.). Solo che questi ultimi a Chichiarelli non sono mai stati passati, in tutto o in parte. Ma i suoi committenti li avevano certamente, mentre ai Moretti ed ai suoi compagni erano rimaste un pugno di mosche e le loro vite preziose, a quel punto, solo per se stessi.


E ritorna, più attuale e drammatica che mai, la domanda posta da Michela Cipriani: “Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di Stay behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?” (L’affare Moro, la malavita ecc.cit.). Eppure, nel terzo comunicato del 29 marzo 1978 i brigatisti rossi avevano annunciato trionfanti che l’interrogatorio di Aldo Moro “prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando…Proprio sul ruolo -prosegue il comunicato- che le centrali imperialiste hanno assegnato alla Dc, sulle strutture e gli uomini che gestiscono il progetto controrivoluzionario, sulla loro interdipendenza e subordinazione agli interessi imperialisti internazionali, sui finanziamenti occulti, sui piani economici-politici-militari da attuare in Italia…il prigioniero politico Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue illuminanti risposte. Le informazioni che abbiamo così modo di reperire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario che saprà farne buon uso nel prosieguo del processo al regime che con l’iniziativa delle forze combattenti si è aperto in tutto il paese” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 48).



Ma una incredibile, allucinante retromarcia avviene già nel comunicato nr.6 del 15 aprile 1978, prima quindi che venisse inviato ai brigatisti rossi, come vuole Francesco Biscione, il messaggio del 18 aprile che imponeva loro di uccidere Aldo Moro. Mario Moretti ed i suoi compagni informano che “l’interrogatorio di Aldo Moro è terminato. Rivedere trenta anni di regime democristiano, ripercorrere passo passo le vicende che hanno scandito lo svolgersi della controrivoluzione imperialista nel nostro paese, riesaminare i momenti delle trame di potere, da quelle pacifiche a quelle più sanguinarie, con cui la borghesia ha tessuto la sua offensiva contro il movimento proletario, individuare attraverso le risposte di Moro le responsabilità della Dc, di ciascuno dei suoi boss, nell’attuazione dei piani voluti dalla borghesia imperialista e dei cui interessi la Dc è sempre stata massima interprete, non ha fatto altro che confermare delle verità e delle certezze che non da oggi sono nella coscienza di tutti i proletari…”(ivi, p. 76). I brigatisti rossi fanno intendere, in modo esplicito, che Aldo Moro ha parlato di tutto e di tutti, ma concludono in una forma oscura il cui significato chiariscono subito dopo: “Non ci sono segreti che riguardano la Dc, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato delle multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato…” (ibidem).



Il messaggio per la Dc, lo Stato ed i suoi apparati istituzionali è lampante: Mario Moretti ed i brigatisti rossi che hanno gestito il sequestro Moro informano che non riveleranno ad alcuno quanto appreso. “Non ci sono segreti che riguardano la Dc”, quindi cosa mai si potrà dire al ‘proletariato’ che già non sappia?
In realtà, solo per soffermarci in questo documento sul capitolo dei finanziamenti occulti, è il caso di ricordare che il 18 marzo del 1978, il figlio di Giuseppe Arcaini, presidente dell’Italcasse, di cui Aldo Moro parla ampiamente ai suoi carcerieri, viene sequestrato da ignoti, tenuto prigioniero per una notte in un appartamento di Roma ed obbligato a scrivere tre lettere compromettenti per sé ed il padre, quindi rilasciato. Un gesto dall’evidente significato preventivo, attuato da persone che davano per scontata la ‘collaborazione’ di Aldo Moro con i brigatisti rossi e che intendevano premunirsi da altri ‘crolli’, questa volta in campo giudiziario o un’azione brigatista intesa a cercare quei riscontri alle dichiarazioni di Moro, resa possibile dalle indicazioni che lo stesso presidente della Dc può aver fornito per individuare il figlio di Arcaini, sequestrato per qualche ora, il tempo necessario per farsi dare i ‘riscontri’ scritti ed autografi e poi liberarlo. Due ipotesi che hanno la stessa validità, anche se più vicina al vero appare la seconda.
In questo caso, se questo fu lo svolgersi degli avvenimenti -interrogatorio, ricerca dei riscontri, resa sostanziale con assicurazione che i documenti non sarebbero mai stati divulgati- il messaggio del 18 aprile 1978, cosiddetto della Duchessa appare come la conseguente risposta: ora uccidete Moro o noi uccideremo voi. Messaggio che, come vedremo più avanti, ha un solo significato inequivoco ma diverse finalità o chiavi di lettura.




In un altro documento abbiamo esaminato in dettaglio le dichiarazioni contraddittorie rese dai brigatisti rossi su questo specifico punto giungendo alla conclusione che, con molta furbizia, alcuni di loro avevano mantenuto segreti il memoriale ed il suo contenuto per usarlo come merce di scambio quando se ne fosse presentata la necessità nell’ambito di una trattativa diretta con lo Stato e/o con gli esponenti della Democrazia cristiana. E il trattamento carcerario riservato ad alcuni di loro dal 1987 in poi (ad esempio a Mario Moretti e Barbara Balzerani) avvalorava questa ipotesi. Ma per molto che hanno avuto, dobbiamo convenire che rappresenta sempre molto poco rispetto a quanto avrebbero potuto avere -e molto prima- se fossero rimasti realmente in possesso del memoriale di Aldo Moro. Lo scambio con lo Stato c’è stato, a partire dalla primavera del 1987, quando iniziò quella che Renato Curcio e Mario Moretti, con notevole faccia tosta, hanno definito ‘battaglia di libertà’ e che si è conclusa con l’ottenimento da parte loro della semi-libertà, mentre prosegue la detenzione di chi, fra i brigatisti rossi, non ha avuto la fortuna di partecipare al sequestro ed all’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta. Questi ultimi non hanno nulla da scambiare, gli altri sì: il loro silenzio su quanto è realmente avvenuto nell’inverno-primavera del 1978, dalla fase ideativa del sequestro alla sua conclusione.



Anche se il silenzio, o se si preferisce l’omertà e la complicità con lo Stato, rappresenta moltissimo in positivo per coloro che sanno o tacciono, non è comparabile comunque con un documento che condensava la storia più oscura d’Italia e che è stato dato a chi non aveva altro interesse che farlo pervenire, ad un prezzo conveniente (si veda quanto scrive Luigi Cipriani riportando la testimonianza di Pierluigi Ravasio sulla ‘ricompensa’ che il Sismi ha concesso ai malavitosi che avevano ‘gestito’ il sequestro Moro), nelle mani di uomini politici e/o di apparati istituzionali in grado di non far deflagrare il suo potenziale esplosivo.
Esiste solo la parola di Mario Moretti, ed oggi di Germano Maccari, a garantirci che Moro rimase sempre, dal primo all’ultimo istante, nelle loro mani, all’interno del covo-prigione di via Montalcini nr.8, all’uopo predisposto. Perché Laura Braghetti, ad esempio, asserisce di non aver mai visto l’uomo politico democristiano perché non le competeva, dovendo lei svolgere altre mansioni. Ebbene, la parola di un Moretti o di un Maccari non bastano per smentire l’evidenza di ciò che abbiamo descritto fino a questo momento e di quello che analizzeremo nel prosieguo.



Gli uccisori



Vediamo, per cominciare, gli appunti di Luigi Cipriani sul come è stato ucciso il presidente della Democrazia cristiana:

“Degli 11 colpi i primi due /sono stati sparati/ col silenziatore, gli altri quando era già morto. Perché questo rituale? Dopo i primi due colpi Moro ha agonizzato 15′. Solo i primi due colpi hanno lasciato tracce sulla Renault, Moro è stato ucciso in macchina e portato altrove?” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.).
A conferma dei dubbi evidenziati dai quesiti che si poneva Luigi Cipriani, Francesco Biscione scrive oggi: “…Laddove la comune versione dei brigatisti lasciava trasparire una falla che nasconde verosimilmente una menzogna è nella narrazione delle modalità con cui l’ostaggio sarebbe stato ucciso” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 150). Non è il solo che, a posteriori, si affianca a Luigi Cipriani.
Nella sentenza del cosiddetto Moro-quinquies, difatti, gli stessi magistrati giudicanti non possono esimersi dall’evidenziare il loro scetticismo sulla versione fornita dai brigatisti rossi sottolineando, ad esempio, l’impossibilità da parte dei carcerieri di “ritenere in anticipo che l’on.Moro, chiuso in una cesta da dove poteva avere una discreta percezione della situazione ambientale, non essendo né narcotizzato né imbavagliato, avrebbe continuato remissivamente a tacere senza chiedere aiuto nemmeno lungo il tragitto per le scale fino al box e pur percependo voci come quella della Braghetti e della Ciccotti. Non si comprende -scrivono ancora i magistrati- come i brigatisti abbiano accettato un simile e gratuito rischio quando avrebbero potuto facilmente evitarlo ad esempio uccidendo l’on.Moro nella sua stessa prigione e trasportandolo poi da morto; ed incredibile sembra il fatto che si sia programmata l’esplosione di una serie di colpi, quanti risultano dalle perizie, in un box che si apriva nel garage comune degli abitanti dello stabile, essendo noto che anche i colpi delle armi silenziate producono rumori apprezzabili che potevano essere facilmente percepiti da persone che si trovassero a passare, così come furono distintamente percepiti dalla Braghetti” (ivi, p. 150).


Alle condivisibili considerazioni dei giudici del quinto processo Moro, dobbiamo aggiungere il rilievo che i colpi sparati con il silenziatore furono soltanto due. E gli altri 9, esplosi senza il silenziatore, non li ha avvertiti nessuno? Ne erano così certi i brigatisti rossi Mario Moretti e Germano Maccari? E, infine, perché lasciare Aldo Moro agonizzante per altri 15 lunghissimi minuti, come conferma la perizia medico-legale (ivi, p. 279), senza che un rantolo, un gemito, un grido disperato sia veramente uscito dalla bocca di un uomo morente e ferito? In conclusione, “anche su questo punto, la versione delle Brigate rosse non sta in piedi, o almeno zoppica fortemente” (ivi, p. 150).


Un uomo che, senza essere narcotizzato (ibidem), senza essere legato ed imbavagliato, si fa infilare in una cesta, deporre nel portabagagli di un’auto, ricevere nel corpo due pallottole che lo lasciano in vita per altri 15 minuti; e in tutto questo tempo non tenta la disperata reazione di chi non ha più nulla da perdere, effettivamente non è credibile. La passività di Aldo Moro, se mai ci fu, può trovare solo logica e coerente spiegazione in due fattori: il luogo dove si trovava, solitario, dove il suo urlo disperato si sarebbe perso nel vento e nella lontananza del cielo; il numero dei suoi uccisori, tale da scoraggiarne a priori ogni tentativo di fuga o reazione violenta.


“Un testimone -scriveva Luigi Cipriani- vede una Renault rossa presso la spiaggia di Fregene col posteriore aperto. La perizia sulla sabbia dei pantaloni di Moro conferma che il litorale era quello. Sabbia trovata in molte parti dei vestiti, calze, scarpe e sul corpo compreso bitume e sulle ruote della Renault. Sul battistrada -concludeva Cipriani- fu trovato un frammento microscopico di alga analogo ad altro rinvenuto sul corpo” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.).


E gli accertamenti ulteriori confermano pienamente questa realtà: “Le risultanze tecniche -ricorda Biscione- riguardano innanzitutto la sabbia e i frammenti di flora mediterranea trovati nelle scarpe, negli abiti e sul corpo di Moro, come pure sulle gomme e sui parafanghi dell’auto di Moretti rinvenuta in via Caetani. Le tracce sugli abiti e sulle scarpe lascerebbero pensare ad una permanenza o ad un passaggio presso il litorale romano (la perizia giudica quel tipo di sabbia proveniente da una zona compresa tra Focene e Palidoro)…” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 151).
Mario Moretti e compagni, quindi, affermano il falso, come asseriva giustamente perentorio Luigi Cipriani nei suoi appunti: “Savasta e Morucci mentono dicendo che la sabbia era un depistaggio di Morucci…” (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.).


Più sfumato nel tono ma chiaramente concorde nella sostanza con il parlamentare di Democrazia proletaria, Francesco Biscione che scrive: “…Lascia fortemente perplessi la machiavellica spiegazione di Morucci (confermata da Moretti e ribadita anche dalla Braghetti nel corso del processo Moro-quater) secondo la quale ‘ai primi di maggio 1978…alcuni militanti furono incaricati di andare a reperire sulle spiagge del litorale laziale, sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe di Moro per depistare le indagini successive al ritrovamento del cadavere’…” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 151).
Quali vantaggi si proponessero di ricavare i brigatisti facendo credere agli inquirenti ed all’opinione pubblica di aver custodito Aldo Moro sul litorale laziale piuttosto che in un appartamento al centro di Roma, non lo dicono perché si rendono conto da soli che non ha senso logico quella pretesa accuratissima ricerca di sabbia, bitume e addirittura piante con le quali cospargere i vestiti, le scarpe e perfino il corpo di Aldo Moro, sulle spiagge laziali. Le menzogne dei dissociati si saldano con quelle dei pentiti e, insieme, rafforzano lo scarno muro eretto dagli ex-irriducibili a difesa della loro verità.
Laura Braghetti chiama in causa, come testimone non sospetto, la signora Graziana Ciccotti, residente nello stesso stabile in cui era detenuto il presidente della Democrazia cristiana. Secondo la versione resa dalla brigatista, la Ciccotti vide la Renault rossa nel box il 9 maggio 1978: “Io sono sicura -afferma la Braghetti- che la signora abbia notato che nel mio box vi era una macchina diversa dalla mia che era parcheggiata fuori sulla strada. Non so se la signora si sia accorta -specifica con finta ingenuità- che si trattava di una Renault rossa. Però io sono rimasta sempre convinta che l’avesse effettivamente notata e pertanto ritenevo che questo poteva essere un elemento che poteva portare alla individuazione della prigione e della mia persona” (ivi, p. 149).
Ma tanto Laura Braghetti racconta dopo aver letto gli atti giudiziari ed averci ritrovato la testimonianza della Ciccotti che, effettivamente, aveva visto la Renault rossa e, ovviamente a posteriori, l’aveva collegata al sequestro Moro rendendo edotta la polizia dei suoi sospetti; ma la brigatista l’aveva letta male perché Graziana Ciccotti “non datava l’episodio al 9 maggio bensì ‘ in un tempo variante da tre giorni ad una settimana prima’ della morte di Moro ed escluse di aver rivisto la macchina rossa in data successiva…” (ibidem). Ed è la prima testimonianza -questa di Graziana Ciccotti-, dopo le circostanze documentalmente accertate, che sottrae ulteriore credibilità ai brigatisti rossi ed alle loro versioni sulla morte di Aldo Moro.
Ma non è la sola.
La testimonianza di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere-paracadutista, ex addetto all’ufficio sicurezza interna della VII sezione del Sismi a Roma (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio, sul sito della Fondazione Cipriani) viene resa a Luigi Cipriani. Afferma l’ex agente del Sismi e componente delle Stay-behind che “il suo gruppo indagò sul caso Moro e venne a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini vennero fermate, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, mentre i rapporti che quotidianamente venivano compilati furono bruciati…”(ibidem).
Francesco Biscione, pur con cautela non può fare a meno di rilevare che “se si pensa che nel maggio 1991, allorché fu raccolta l’intervista, era pressocché sconosciuto il ruolo svolto durante il sequestro di Moro dalla banda della Magliana, si è portati a dubitare che le parole di Ravasio siano frutto di pura fantasia (semmai, per una certa brutalità nei riferimenti si sarebbe indotti a credere che egli fosse a conoscenza di questa vicenda non per averla vissuta in prima persona, bensì per averne avuto notizia da altri)…” (F. Biscione, Il delitto Moro cit., p. 219).
E che il racconto di Pierluigi Ravasio abbia il sapore della credibilità lo dimostrano non solo il preciso riferimento fatto alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi, suo diretto superiore al Sismi, in via Fani il 16 marzo 1978 (ivi, p. 127), quanto soprattutto le tracce di sabbia e bitume trovate sui vestiti, il corpo di Aldo Moro e la Renault rossa sulla quale venne poi trasportato in via Caetani.
Bisogna anche rilevare, a favore della veridicità di quanto narrato dall’ex agente del Sismi, che le sue dichiarazioni, divulgate da Luigi Cipriani, all’epoca componente della Commissione d’inchiesta parlamentare sulle stragi, cadono in un momento in cui l’intervento della malavita nel sequestro Moro viene dato certo, per un fatto ormai acquisito ma datato ad operazione di prelievo avvenuta e considerato cessato, a seguito delle pressioni esercitate dai nemici politici dell’esponente democristiano prigioniero, entro i primi giorni di aprile del 1978.
Anche il ‘premio’ concesso ai delinquenti della Magliana dallo Stato e dai suoi apparati è perfettamente verosimile: “Come ricompensa per il rapimento e la gestione del caso Moro -raccontò Ravasio-, il Sismi consentì alla banda di compiere alcune rapine impunemente. Una avvenne nel 1981 all’areoporto di Ciampino, quando i malavitosi travestiti da personale dell’areoporto sottrassero da un aereo una valigetta contenente diamanti provenienti dal Sudafrica. Una seconda avvenne nei pressi di Montecitorio dove furono aperte molte cassette di sicurezza e da alcune, appartenenti a parlamentari, furono sottratti documenti che interessavano il Sismi” (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.).
Fatti che ci riportano alla rapina alla Brink’s Securmark e ad una ‘rivendicazione’ che ha il valore di un avvertimento allo Stato perché non persegua i suoi autori. Del resto che questa sia la prassi lo conferma anche quanto gli dissero -secondo il racconto di Francesco Varone- “gli emissari di Andreotti” a casa di Frank Coppola: “Lo fai per soldi? Soldi te ne possiamo far guadagnare tanti anche noi”.
Un solo punto, nel racconto di Pierluigi Ravasio, suscita perplessità ed interesse insieme: la pretesa che il sequestro fu organizzato e gestito da “ex detenuti e malavitosi”, dal suo inizio alla sua conclusione. Sappiamo, viceversa, che i brigatisti rossi in via Fani c’erano, come furono presenti durante tutte le fasi dell’operazione, eliminazione fisica di Aldo Moro compresa. Ma, e qui la verità documentalmente accertata si salda con le dichiarazioni di Pierluigi Ravasio, non erano i soli e nemmeno liberi di gestire il sequestro a loro piacimento.
Desta curiosità la distinzione che l’ex agente del Sismi fa tra “ex detenuti e malavitosi” che però ha la sua ragione di essere perché, difatti, la qualifica dei primi non necessariamente deve corrispondere allo status dei secondi. Si può essere stati detenuti per motivi non ‘comuni’, per ragioni politiche, ad esempio Prospero Gallinari che, per essere evaso dal carcere di Treviso nel 1997 insieme a Vincenzo Andraus, malavitoso catanese (L. Cipriani, L’affare Moro. Appunti cit.), può essere considerato un ‘ex detenuto’ (poco importa se scarcerato od evaso), non ‘malavitoso’. E, visto che è estremamente difficile, se non impossibile non trovare un ‘malavitoso’ che sia stato nella sua vita almeno una volta detenuto e possa essere considerato, di conseguenza, una volta restituito alla libertà un ‘ex-detenuto’, la distinzione di Ravasio conferma la commistione del commando che operò in via Fani, sebbene esposta in forma criptica, da un ex appartenente alle Stay-behind che, con le sue rivelazioni, si era già esposto molto alle reazioni ed alle rappresaglie dello Stato (L. Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.).
Dalla parte del più forte

E, della presenza ossessiva, sovrastante, della malavita impegnata a gestire il sequestro di Aldo Moro rivestendo il duplice ruolo di fiancheggiatore dello Stato che lo voleva morto e dei brigatisti rossi che non sapevano cosa fare, può esserne prova il comunicato nr.7 del 20 aprile 1978 che “appare…allo stesso tempo -scrive Biscione- l’ultimo della prima serie ed il primo della seconda…-perché-…iniziava da parte delle Brigate rosse l’offensiva sulla trattativa: ‘Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione dei prigionieri comunisti. La Dc dia risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre disponibili’; seguiva l’ultimatum: 24 ore di tempo per una risposta a partire dalle ore 15 del 20 aprile” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 137).


Erano passati solo due giorni dal comunicato del lago della Duchessa, redatto da Antonio Chichiarelli (ed ispirato, scrivono gli stessi brigatisti su indicazione di Aldo Moro “da Andreotti ed i suoi complici” /ibidem/), ed i carcerieri del presidente della Democrazia cristiana abbandonano l’ ‘alta politica’, smettono di trastullarsi e passano al concreto :”Il comunicato nr. 7 è anche il primo -rileva Biscione- che non porta in chiusura lo slogan consueto ‘portare l’attacco allo Stato imperialista’ ecc., ma ‘libertà per tutti i comunisti imprigionati’ ” (ibidem). Un segnale preciso a quanti in carcere attendevano che si realizzasse lo scopo primario dell’operazione Moro: la liberazione dei detenuti.
Una risposta al messaggio di morte del 18 aprile 1978 che, come abbiamo in precedenza rilevato, non era rivolto al solo Aldo Moro ma anche ai suoi carcerieri visto che nel simbolismo della mafia calabrese è nell’acqua che si affogano i traditori. La minaccia venne certamente recepita da Moretti e compagni che rivolsero, anch’essi in forma criptica, un messaggio rassicurante ai detenuti, non solo comunisti ma anche malavitosi.


Avevano indubbiamente -ed in questo ha ragione Francesco Biscione- compreso anche l’ordine di uccidere Aldo Moro, insieme al resto, ma sottolineavano l’inutilità del gesto se questo fosse stato eseguito senza avere ottenuto almeno la scarcerazione dei detenuti, divenuta l’obiettivo primario di un sequestro che aveva già prodotto, sul piano politico, frutti eccezionali come la confessione del presidente della Democrazia cristiana su fatti e misfatti del potere italiano e atlantico. Ma, considerato che di questa confessione i brigatisti rossi non avrebbero mai potuto fare uso e avevano pubblicamente annunciato questa loro rinuncia, la scarcerazione di un numero ragionevole di detenuti avrebbe permesso loro di salvare le apparenze e di riportare un simulacro di vittoria restituendo vivo Aldo Moro.
Solo dal carcere, da chi era detenuto potevano pervenire ai malavitosi fuori quei pressanti richiami capaci di ritardare la eliminazione fisica di Aldo Moro, se non proprio di evitarla, fino al momento in cui chi doveva uscire fosse uscito. Da qui la cancellazione, in tutta fretta, dello slogan ‘portare l’attacco al cuore dello Stato imperialista’ con l’unico che potesse avere un significato per coloro che stavano in galera, ‘libertà per tutti i comunisti imprigionati’.


E’ certamente difficile immaginare i calcoli che Renato Curcio, i suoi compagni brigatisti ed i malavitosi avevano fatto in carcere su quanti detenuti potessero essere scambiati con la vita di un uomo politico del livello di Aldo Moro. Non avevano pensato ad alcuni o a qualche decina, tutti comunisti per di più, perché da una malavita anticomunista non avrebbero ottenuto alcun appoggio in questo caso, ma a qualche centinaio se non a diverse centinaia. Invece nel comunicato n.8 si richiede la liberazione di soli 13 detenuti e si segna così, definitivamente, la sorte di Aldo Moro, per motivi opposti a quelli che gli storici ufficiali ritengono. Questi ultimi, difatti, sono convinti che “l’insostenibile richiesta dello scambio tredici contro uno, rendeva ancor più fioca la voce già flebile e minoritaria dei sostenitori della trattativa. Che il significato del comunicato n.8 fosse l’attestazione di una posizione nuova che, contrariamente a varie ragionevoli aspettative, manifestava che si stava andando verso l’esecuzione dell’ostaggio fu dunque -conclude Biscione- una considerazione abbastanza diffusa” (ivi, p. 138).


Ma chi, a differenza degli storici contemporanei, sa ben valutare questo Stato, sa bene che, senza bisogno di dar loro ufficialità, nell’arco di pochi giorni, in libertà provvisoria, in differimento della pena per motivi di salute, in qualche ‘evasione’, con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove e di annullamenti in sede di Cassazione con l’inevitabile scadenza dei termini di custodia cautelare ed altro ancora, potevano uscire alla chetichella e senza possibilità che apparisse un collegamento con il sequestro Moro ben più di un centinaio di detenuti, fra i quali i ‘comunisti’ sarebbero stati una netta minoranza.
Secondo i loro calcoli, i brigatisti fissando in tredici il numero dei liberandi davano prova di quella ragionevolezza che li avrebbe condotti a condurre, finalmente, una trattativa riservata e diretta con la Democrazia cristiana per poi stabilire con i padroni d’Italia un accordo di cui solo una parte avrebbe avuto pubblicità, l’altra facendo parte di quegli scambi all’italiana destinati ad essere taciuti per sempre da entrambe le parti.


Qualcuno potrebbe indursi a pensare che quella compiuta da Mario Moretti e dai suoi compagni, la richiesta di uno scambio 13 ad 1, sia stata una mossa per precludere ogni possibilità ad una ancora probabile trattativa e, quindi, poter procedere all’esecuzione di Aldo Moro scaricandone ogni responsabilità sulla Democrazia cristiana. Ma così non fu, e per convincersene è sufficiente riascoltare la telefonata che, con totale e stupefacente imprudenza, Mario Moretti al colmo dell’agitazione nervosa, fa a casa della famiglia Moro il 30 aprile 1978. “Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione” (ibidem), dice Mario Moretti che usa un tono giustificatorio “sa una condanna a morte non è una cosa sulla quale si possa prendere alla leggera…Non possiamo fare altrimenti…”(ibidem), conclude Moretti che appare nella posizione di chi subisce una decisione, non l’assume e tantomeno la impone.


Si rivolge alla famiglia perché crede che Eleonora Moro possa contare qualcosa. Dimostra di essere informato sui movimenti che i congiunti di Moro hanno fatto, a riprova che ritiene la carta umanitaria essenziale, perché è l’ultima cosa che gli è rimasta in mano essendo stato costretto a rinunciare all’altra, la più importante, quella decisiva, le rivelazioni di Moro su uomini e fatti.
L’ultimo tentativo lo fa, per loro conto, Daniele Pifano che incontra il rappresentante del Procuratore generale Pietro Pascalino, il sostituto Procuratore Claudio Vitalone e gli propone lo scambio di uno contro uno, un detenuto magari malato contro Aldo Moro (ivi, p. 191) e, ricevuto un rifiuto, ripiega sul suggerimento della “soppressione delle norme restrittive dei colloqui dei carcerati con i familiari” (ibidem).



Ma, ormai, è finita.


Non ci sarà trattativa e, di conseguenza, nemmeno scarcerazioni di pochi o di tanti. Gli ‘occasionali alleati’ che al gioco hanno partecipato con riserva mentale fin dall’inizio, traggono dalla debolezza brigatista le ultime e logiche conseguenze, privando Mario Moretti e compagni della possibilità di decidere sulla sorte di Moro prigioniero, come già li hanno privati della loro documentazione, e lasciano loro la totale responsabilità di una sconfitta umiliante, tutta brigatista dall’inizio alla fine.


La delinquenza è concreta: aiuta i brigatisti perché pensa, illusa dal mito cartaceo (creato dai mass media) della loro potenza, che possa ottenere scarcerazioni, la chiusura del circuito di massima sicurezza in ambito penitenziario e chissà quanto altro ancora connesso allo stato di detenzione. Ma non tarda a rendersi conto che la leggenda non esiste, che nel confronto sono le Brigate rosse ad essere deboli non lo Stato né il regime. E mai, in nessun tempo e in nessun luogo, la malavita si è schierata dalla parte dei deboli e dei perdenti, ma sempre e soltanto con i più forti ed i vincenti, in questo caso lo Stato.


E’ forse dal 1941, da quando il ministero degli Interni cominciò a far rientrare nei paesi di origine i mafiosi inviati al confino dal prefetto Cesare Mori, che il ruolo della malavita è divenuto centrale per il controllo politico e territoriale del Paese, la difesa dell’ordine pubblico, la stabilizzazione di quello politico. In oltre mezzo secolo di storia non c’è vicenda politica che non veda comparire sullo sfondo e, in certi casi, in prima linea la delinquenza organizzata o meno: dalla banda Giuliano alla strage del rapido 904, passando per la storia del neofascismo italiano e quella del sequestro di Aldo Moro di segno opposto, la presenza del delinquente, con coppola o meno, è oppressiva e totale. Avendo come unico ed esclusivo fine, principio, ideale la ricerca del proprio interesse, il delinquente si mette al servizio di chiunque possa essere in grado di favorirlo sul piano finanziario come su quello giudiziario e carcerario.


Così mentre Renato Curcio ed i suoi compagni detenuti s’illudono di aver trovato, attraverso i ‘politicizzati’, nuovi e potenti alleati che loro vanno a cercare, che loro interessano alla azione che vogliono condurre, la cosca di Rezziconi (Reggio Calabria) rappresentata a Roma da Francesco Varone detto Rocco, viene invitata a collaborare nella ricerca della prigione di Aldo Moro da Benito Cazora, non viceversa come costui vuol fare intendere (ivi, p. 289). E l’ex parlamentare democristiano, escluso dal novero degli eletti, ammette parzialmente che l’interessamento dei Varone non era -e non avrebbe mai potuto esserlo- disinteressato. Rocco il calabrese chiede, difatti, “sconti di pena o eventuali interventi di grazia per qualche caso di reati minori ecc.”(ibidem). Sa, Rocco, di poterli ottenere. E quindi si attiva contando sulla solidarietà degli altri calabresi che mantengono, anche al di fuori della loro terra d’origine, la struttura di controllo territoriale, compreso il ‘poliziotto di quartiere’ che fa della n’drangheta uno Stato nello Stato.
Qualche risultato non da poco lo raggiungono. E così accompagnano Benito Cazora a fare un giro in macchina, poi si fermano e gli dicono: “questa è la zona calda dove ci dovrebbe essere un covo delle Br” (ivi, p. 290). Ed in effetti quella risulterà poi essere la zona dove, in via Gradoli, alloggiava Mario Moretti.
Per mirabile coincidenza, qualche giorno dopo, l’informazione sulla presenza di un covo brigatista in via Gradoli giunge anche nell’oltretomba democristiano che, opportunamente evocato, si materializza il 2 aprile 1978 a Romano Prodi e ad altri suoi amici, a casa di Alberto Clò, nei pressi di Bologna, nelle figure nientemeno che di Luigi Sturzo e Giorgio La Pira. E, naturalmente, l’intervento di un prete e di un mezzo prete non può che far verificare il miracolo: “tra le varie risposte incoerenti o incomprensibili – ricorda Francesco Biscione- insieme ad alcune cifre emerse la parola ‘Gradoli’, località di cui nessuno tra i presenti ricordava di aver mai sentito parlare, ma la cui esistenza venne certificata da un atlante geografico all’uopo consultato” (ivi, p. 187). Dopo la malavita l’oltretomba democristiano aveva individuato l’appartamento di Mario Moretti in via Gradoli e ne riferiva a Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio.
Se Romano Prodi ufficialmente tutelava la sua fonte, inventandosi una seduta spiritica in sua vece, i suoi colleghi di partito ne approfittavano per indirizzare le ricerche di Moro nel paese di Gradoli, ampiamente pubblicizzate in modo da mettere sull’avviso Mario Moretti che il suo segreto era stato scoperto.
Se si vuole continuare a credere che, in realtà, nessuno si accorse che a Roma esisteva una ‘via Gradoli’, non gli uomini della Democrazia cristiana che avevano sezioni in tutti i quartieri; non la struttura informativa del Vaticano che poggia sui preti capillarmente distribuiti nei quartieri ognuno dei quali corrisponde ad una parrocchia (la Chiesa ha una struttura informativa capillarmente distribuita in tutti i paesi e nei quartieri cittadini che poggia sulla schedatura dei parrocchiani, credenti, praticanti, atei etc., con annotazioni che vanno dalle condizioni economiche, alle idee politiche, alla condotta morale, ai dati anagrafici di tutti i componenti di una famiglia. A tale struttura fanno riferimento sia gli organi istituzionali che agenzie private di investigazioni commerciali); non i servizi di sicurezza militari e civili, palesi ed occulti; non le forze di polizia anch’esse presenti nei rioni con i propri commissariati, né i carabinieri che vantano la loro rete di ‘stazioni’ capillarmente distribuite sul territorio metropolitano, lo si faccia almeno in malafede, se non altro si evita l’accusa di stupidità.
In realtà, quello che non è dato di sapere è in quanti giorni -se non proprio in ore- i servizi di sicurezza giunsero in via Gradoli, individuarono il covo brigatista e lo misero discretamente sotto controllo per pedinare, previa identificazione, i suoi inquilini. Da qui, da via Gradoli a via Montalcini, il passo fu breve. Ma se Aldo Moro doveva morire, ad ammazzarlo avrebbero dovuto essere i suoi carcerieri e/o i loro ‘alleati’, così che dal 18 aprile scatta l’operazione che deve obbligare i brigatisti a concludere nel senso desiderato dallo Stato, da una parte della Democrazia cristiana e dalle gerarchie ecclesiastiche, dalla Nato e dalla Casa bianca la vicenda umana e politica di Aldo Moro.
Lo Stato non si espone, ha i ‘bravi’ della banda della Magliana al suo servizio, lo conferma anche Benito Cazora: “…recentemente -scriveva Luigi Cipriani- il senatore Cazora ha confermato al magistrato romano che sta indagando sulle trattative condotte durante il sequestro Moro che si ebbe coscienza del fatto che il presidente della Dc fosse ‘custodito’ dalla banda della Magliana” (L.Cipriani, Il caso Pierluigi Ravasio cit.). E sempre il parlamentare di Democrazia proletaria poteva legittimamente richiamarsi, ad ulteriore e definitiva conferma della sua tesi, a quanto aveva dichiarato il 14 settembre 1978 al quotidiano Repubblica il senatore democristiano Giovaniello, molto vicino ad Aldo Moro ed alla sua famiglia: “Quando sapemmo che Moro stava per essere affidato a criminali comuni per il terribile atto conclusivo, facemmo le cose più impensabili per arrivare prima degli altri, ma senza fortuna” (L.Cipriani. L’affare Moro. Appunti cit.).
E fu la fine. Nel sequestro di Aldo Moro fu lo Stato, non Mario Moretti ed i suoi compagni, a stabilire tempi e modalità del prelevamento, della prigionia e, infine, della sua morte. Non si può dubitare, oggi, di questa affermazione perché poggia sulle solide basi della documentazione esistente e su una realtà incontrovertibile: quando si parla di malavita che eccezionalmente si ‘allea’ con le Brigate rosse e, di converso, di banda della Magliana che ‘custodisce’ Aldo Moro, si parla in ogni caso di Stato, non mai di forze ad esso estranee o addirittura ostili. Dal giornalista-spia Mino Pecorelli al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, al colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, al malavitoso Antonio Chichiarelli ed altri ancora che avevano, per unico denominatore comune, di essere sempre dalla parte dello Stato o con lo Stato di aver collaborato.
Vivono, viceversa, i suoi nemici, coloro che avevano giurato di distruggerlo, che volevano liberare il Paese dalla schiavitù delle multinazionali e che oggi rappresentano la difesa più efficace dello Stato per negare la verità sul sequestro e la morte di Aldo Moro.
Conclusioni


Venti anni sono passati e, come per incanto, tutti hanno scoperto che esistono ancora misteri irrisolti nel caso Moro.


Il capitano del Sid, Antonio Labruna, plurinquisito e pluriprosciolto per prescrizione di reato, rivela che un tale Mario Puccinelli, da Francoforte, gli telefonò per dirgli che ‘in via Gradoli c’è chi ha rapito Moro’ (G. M. Bellu, Moro tenuto prigioniero nel ‘palazzo dei servizi’, Repubblica 5 maggio 1998). E, dato che questo confidente del Sid era presidente (è opportunamente deceduto) di una organizzazione clericale, la International opus Christi, è facile arguire che fu lui e non i fantasmi di Luigi Sturzo e Giorgio La Pira ad indicare a Romano Prodi il covo di Mario Moretti.


Così che abbiamo un uomo- che ha ricoperto cariche politiche fra le quali quella di presidente del Consiglio- che non ha avuto la dignità e il coraggio di rivelare per intero quanto era venuto a conoscere rifiutandosi di prestarsi alla grottesca operazione di ricerca nel paese di Gradoli di un sequestrato che non c’era.
E dopo venti anni, si ‘scopre’ che l’appartamento dove abitava Mario Moretti in via Gradoli era di proprietà del Sisde, il servizio segreto civile, ubicato in una palazzina dove perfino il portiere era uno spione (ibidem).
Perfino Oscar Luigi Scalfaro, ministro degli Interni ai tempi in cui il Sisde manipolava Antonio Chichiarelli e munificamente gli concedeva di rapinare 35 miliardi alla Brink’s Securmark non destinati a sovvenzionare conventi ed opere pie, ipotizza oggi l’esistenza di mandanti rimasti occulti nel sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.


Il P.M. Antonio Marini, che mai si è accorto della centralità del caso Chichiarelli per giungere alla verità su quanto accaduto nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, il collega di Luciano Infelisi e di Claudio Vitalone, di Giovanni de Matteo e di Pietro Pascalino rivendica la sua parte di gloria dichiarando di aver finalmente identificato due temibilissimi brigatisti rossi, che con l’azione di via Fani poco o niente hanno avuto a che fare, noti come il Peppe e la Peppa. Non capire perché il Nucleo di P.G. dei carabinieri protesse Antonio Chichiarelli è fondamentale per Antonio Marini ma scoprire chi sono ‘Peppe’ e ‘Peppa’!


E’ evidente che tutto questo affannoso rivelare cose ‘nuove’, più spesso riciclate dai professionisti del mistero (vedi Flamigni), non modifica la realtà di un mistero che non c’è. Perché il vero mistero del caso Moro è rappresentato dal fatto che di non chiarito a sufficienza c’è ancora qualche dettaglio sulle modalità del sequestro e dell’assassinio, mentre nulla si esplicita delle ragioni reali che lo hanno determinato.
Aldo Moro era in anticipo sui tempi e, forte dell’esperienza fatta con i socialisti che per quattro baiocchi si erano venduti all’odiato (fino al giorno prima) capitalismo, riteneva a ragione che i comunisti nostrani non fossero di pasta diversa e migliore e che, alla fine, avrebbero fatto la stessa identica cosa dei loro ‘fratelli’ del Psi.


Una politica cinica ma realistica, basti vedere un Veltroni passato come una saetta da Lenin a Kennedy e Napolitano far bastonare di santa ragione dalla sua polizia, quando era ministro degli Interni, operai e manifestanti, ma che era ritenuta prematura sia dagli Stati uniti e dalla Nato che dall’Unione sovietica. I primi continuavano -a ragione- a non credere all’autonomia del Pci da Mosca e diffidavano della politica ‘aperturista’ di quest’ultima. Da parte sua, la dirigenza sovietica viveva ancora nel convincimento, giustissimo anch’esso, che l’ingresso nell’area governativa italiana del Pci avrebbe provocato la reazione di quelle strutture politico- militari che in poco tempo avrebbero creato le condizioni per fare dell’Italia una democrazia autoritaria riducendo il Pci ad un partito di poco conto e nessun peso, ai limiti della legalità.
Un rischio, la politica di Aldo Moro, troppo elevato per tutti i protagonisti internazionali, gli unici artefici della politica interna italiana. Così, il presidente della Democrazia cristiana si ritrovò schiacciato non dalla forza delle due superpotenze e dei loro alleati ma dalle loro paure reciproche dalle quali le liberarono le Brigate rosse sequestrandolo.
Lo Stato ufficiale agì per omissioni, secondo una collaudata tecnica applicata mille volte con successo, ma delegò la sua polizia ausiliaria, la malavita organizzata, ad agire sotto la direzione ed il controllo dei suoi poteri, compreso quello giudiziario.
L’azione si svolge in due tempi. Nel primo si organizza una ricerca clandestina (perché non si poteva ufficialmente trovare il covo prigione di Aldo Moro senza tentarne poi una facilissima liberazione), quindi raggiunto l’obiettivo, individuato il covo, si passa alla seconda fase.
Nota, a ragione, Francesco Biscione che il disimpegno della mafia, ufficialmente giustificato in ragione del suo anticomunismo, “potrebbe verosimilmente nasconderne un’altra /giustificazione/, cioè che Moro era stato trovato, e che quanto meno gente da quel momento in poi si fosse occupata della faccenda, tanto meglio essa avrebbe potuto venire gestita” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 221). Si fermano, per le stesse motivazioni, la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la banda di Francis Turatello, affidandosi agli elementi più sicuri della n’drangheta e della banda della Magliana per portare a termine la decisa eliminazione dell’ostaggio.


I tempi corrispondono.


Il 2 aprile 1978, lo sappiamo dalla finta seduta spiritica di Romano Prodi, il ministero degli Interni ha la certezza che Mario Moretti abita in via Gradoli, in un appartamento del Sisde. “Un’accurata lettura – ricorda Francesco Biscione- di documenti giudiziari quali intercettazioni telefoniche e altri riscontri ha consentito al giudice Giovanni Salvi di stabilire che attorno al 10 aprile cessò del tutto l’attivazione di Cosa nostra” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 202); cinque giorni più tardi, Mario Moretti alza bandiera bianca con il comunicato del 15 aprile che preannuncia la condanna a morte di Aldo Moro e, contemporaneamente, informa che non ci sono segreti che il proletariato già non conosca, un modo per dire che di quanto aveva detto Moro nulla sarebbe stato rivelato; il 18 aprile, tre giorni più tardi, un uomo della banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, controllato dalla magistratura tramite il Sisde e il Nucleo di P.G. dei carabinieri, ribadisce la condanna a morte di Aldo Moro e minaccia Moretti ed i suoi compagni di fargli fare la stessa fine.


I brigatisti rossi, ad onor del vero, stentano a credere che il potere politico voglia a tutti i costi la morte di un uomo così rappresentativo come Aldo Moro, cercando di evitarla, offrono la sua vita per un piatto di lenticchie (uno contro uno, attenuazione dei rigori del regime carcerario), ma devono capitolare e consegnare il loro prigioniero ai suoi esecutori materiali limitandosi ad assistere impotenti alla sua morte fisica ed alla loro disfatta storica e politica.

Avevano progettato il sequestro di Aldo Moro con il ferreo convincimento che il mondo politico italiano avrebbe implorato pietà per la sua vita; si erano ritrovati nella condizione opposta: loro a cercare di salvare l’ostaggio e il potere politico a pretendere, senza condizioni, la sua morte.


Questo il mistero dell’affaire Moro. Questo il segreto ignobile che cercano di occultare, ammantandolo sotto una miriade di piccoli misteri nessuno dei quali, quand’anche scoperto, veramente risolutivo. E sono venti anni che lo negano.


Poteva scrivere, già nell’ottobre del 1978, Mino Pecorelli che il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, sapeva tutto: “perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus -ironizzava Pecorelli- : quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?…” (ivi, pp. 217-218).


Manco a dirlo, “non paiono esservi dubbi sul fatto -si affretta a scrivere Francesco Biscione- che la ‘loggia di Cristo in Paradiso’ alla quale il ministro si sarebbe rivolto per avere lumi sul da farsi fosse la P2” (ibidem, p. 218).


E, invece, Mino Pecorelli si riferiva a quella che egli stesso definiva la ‘loggia vaticana’, una loggia massonica di cui possedeva un elenco di nomi di cardinali ed alti dignitari ecclesiastici, completo di numero di matricola e data di iniziazione (nel numero di O. P. del 12 settembre 1978, Pecorelli pubblicò un elenco di affiliati alla ‘loggia vaticana’ fra i quali, per limitarci ad un esempio, compariva il nome del cardinale Sebastiano Baggio, indicato come “Seba, numero di matricola 85/2640 e data di iniziazione il 14 agosto 1957”). Loggia o non loggia, il riferimento alle gerarchie ecclesiastiche è trasparente, inequivocabile, perché anche dal sacro Soglio qualcuno impose ad un Papa forse troppo debole l’avallo alla condanna di Aldo Moro.


Ai brigatisti rossi, protagonisti del sequestro di Aldo Moro, lasciamo come ricordo e motivo di riflessione le parole pronunciate da un ‘piangente’, come lo definisce con ironia malcelata Francesco Biscione, Renato Curcio sulle “complicità tra noi e i poteri che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo…”(ivi, p. 148)

.
Ai nostri lettori poniamo l’ultimo quesito. Perchè tutti i ‘poteri’ si posero contro il più rappresentativo dei politici democristiani?


Forse, la risposta va cercata in una frase che lo stesso Aldo Moro scrisse, imprudentemente, a Tullio Ancora, il più fidato amico, il tramite segreto con i vertici del Pci: “…Ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia la condanna a morte…”. Da quanti anni durava quella ‘lunga marcia’? Molti uomini, forse più potenti di Aldo (e basti ricordare Enrico Mattei), in un mondo che con macabro umorismo si definiva ‘libero’ sono morti per molto meno.


Perché avrebbero dovuto far vivere Aldo Moro.





APPENDICE

Non fu la tragedia di un uomo solo. Vi fu un’appendice di morti tra i quali, tranne qualche innocente, non uno non era stato coinvolto nella vicenda del sequestro di Aldo Moro. In alcuni la connessione è diretta, in altri appare sfumata, in altri ancora le motivazioni della loro eliminazione sembrano affondare le loro radici in lotte intestine che nulla hanno a che vedere con il sequestro e l’omicidio di Aldo. Ma in un mondo in cui la ‘disinformazione’ e la ‘intossicazione’, l’inganno sono le regole del gioco è giusto ricordarli tutti. Tanto la cifra, per quanto elevata sia, sarà sempre per difetto.


ECATOMBE



Il 16 marzo 1978, a Roma, vengono uccisi in agguato:
–Iozzino Salvatore, agente di P.S.
–Leonardi Oreste, maresciallo dei carabinieri.
–Ricci Domenico, appuntato dei carabinieri.
–Rivera Giulio, agente di P.S.
–Zizzi Francesco, brigadiere di P.S.


Il 9 maggio 1978, viene eliminato Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana.


Il 12 maggio 1978, a Venezia, viene falciato da una raffica di mitra dei carabinieri Silvano Maestrello, detto ‘Kociss’, pregiudicato, utilizzato come confidente nel periodo di detenzione trascorso, per sua scelta o simpatia ideologica, in mezzo ai brigatisti rossi.


Il 20 marzo 1979 viene eliminato in agguato, a Roma, il giornalista Mino Pecorelli.


Nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979, viene ucciso in agguato a Milano, Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare delle banche di Michele Sindona.


Il 13 luglio 1979, di primo mattino, viene intercettato sul Lungotevere a Roma, il colonnello Antonio Varisco dei carabinieri, ed ucciso con modalità singolari rispetto a quelle abitualmente impiegate dalle B.R. che rivendicano il gesto.


Nel settembre 1980, tocca a Franco Giuseppucci, a Roma, cadere sotto i colpi di una banda rivale che elimina, così, insieme al capo della banda della Magliana uno dei testimoni più importanti dei rapporti tra delinquenza organizzata-magistratura romana-apparati dello Stato-potere politico.


Nel febbraio 1981, a Roma, cade sotto i colpi degli stessi elementi della Magliana, Nicolino Selis, che aveva individuato il covo-prigione di Aldo Moro.


Nell’ambiente mafioso di Palermo, il 25 aprile 1981, viene ucciso Stefano Bontate che si era contrapposto a Totò Riina e Michele Greco dichiarandosi favorevole all’intervento di Cosa nostra a favore di Aldo Moro.


Il 12 maggio 1981, a Palermo, viene ucciso Salvatore Inzerillo, mafioso che aveva affiancato Stefano Bontate nell’affermare la convenienza di intervenire a favore di Aldo Moro.


Il 16 ottobre 1981, tocca a Domenico Balducci, agente di collegamento della banda della Magliana con il Sismi e Pippo Calò, cadere ucciso in un agguato.


Il 27 aprile 1982, viene ucciso da una guardia giurata, mentre attentava alla vita di Rosone, vicepresidente del Banco ambrosiano, a Milano, Danilo Abbruciati che aveva sostituito Franco Giuseppucci come leader della banda della Magliana.


Nel luglio 1982, a Milano, viene ucciso e bruciato all’interno del portabagagli di una macchina, Antonio Varone, fratello di Francesco Varone che, dietro la sua autorizzazione, aveva collaborato con gli apparati dello Stato alla ricerca del covo prigione di Aldo Moro.


Il 3 settembre 1982, a Palermo, viene eliminato il generale dei carabinieri, ora prefetto della città, Carlo Alberto Dalla Chiesa; con lui vengono uccisi la moglie, Emanuela Setti Carraro e l’autista, l’agente di P.S. Domenico Russo.


Nell’estate del 1982, nel carcere di Nuoro, viene trucidato da Pasquale Barra, uomo di Raffaele Cutolo, Vincenzo Andraus e da altri cosiddetti killer delle carceri, Francis Turatello, che aveva utilizzato quanto fatto per l’individuazione del covo-prigione di Aldo Moro per fini ricattatori nei confronti di personaggi politici ed istituzionali perché lo aiutassero processualmente.


Il 29 gennaio 1983, mediante un’autobomba piazzata a Roma nelle vicinanze della sede del Sismi, Forte Braschi, viene ucciso il camorrista cutoliano Vincenzo Casillo che, a nome dei politici nazionali con i quali manteneva i contatti, aveva imposto a Cutolo di fermare la ricerca del covo-prigione di Aldo Moro. Rimane invalido, a causa dell’effetto dell’esplosione anche Mario Cuomo, suo compare, che verrà ucciso successivamente a Napoli.


Il 2 febbraio 1984, a Napoli, viene uccisa con il metodo della ‘lupara bianca’ Giovanna Matarazzo, compagna di Enzo Casillo.


Il 5 febbraio 1984, decede in ospedale, mentre si trovava agli arresti, il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi nel periodo della vicenda Moro.


Il 28 settembre 1984, viene ucciso a Roma Antonio Chichiarelli, autore materiale del falso comunicato del lago della Duchessa del 18 aprile 1978, e di altri interventi depistanti sugli omicidi Pecorelli e Varisco.
Nel dicembre 1984, muore per fibrillazione cardiaca, nel carcere di Volterra, Luigi Bosso, camorrista politicizzato a sinistra che si era vantato con il secondino Angelo Incandela di conoscere moltissime cose sul conto dei sequestri Moro e Cirillo.


Il 20 marzo 1986 viene avvelenato nel carcere di Voghera, con un caffè al cianuro, Michele Sindona. Il banchiere siciliano morirà due giorni dopo senza avere ripreso conoscenza.
Dopo le rivelazioni di Saverio Morabito, pentito di n’drangheta, viene ucciso a san Luca di Aspromonte, Giuseppe Nirta, zio di Antonio Nirta detto ‘due nasi’, considerato come l’agente di collegamento fra la ‘cosca’ e i politici.


Da ricordare, infine, la tentata eliminazione fisica, al momento dell’arresto, a Roma il 24 settembre 1979, di Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Moro, da parte della polizia che gli spara in testa; e quella di Massimo Carminati, il 20 aprile 1981, mentre si apprestava a varcare clandestinamente il confine, in un agguato preordinato che gli costerà la perdita di un occhio. In seguito sarà processato (e assolto, vedi supra NDE la sentenza che condanna invece Tano Badalamenti) quale uno dei killer di Mino Pecorelli.


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UN “CASUALE” RITROVAMENTO SU UN TAXI DI ROMA.




PRIMAVERA 1979

GLI OMICIDI DI MORO E PECORELLI,

UN BORSELLO, UN FALSARIO, TRE AMERICANI,

UN MERCANTE D’ARTE E UN COLONNELLO DEI CARABINIERI.


di Andrea Guidi






INTRODUZIONE.


Il 14 aprile 1979 il ventottenne Edoardo Almagià, qualificatosi come insegnante presso
L’Università Americana di Roma, e due suoi studenti americani, Michael Anthony Gilberto e Stephanie Pallas, entrambi ventenni, in quel momento suoi ospiti nell’appartamento occupato da Almagià a Trastevere, in Via della Lungara n.3, si recarono presso la Caserma Podgora dei Carabinieri, sede del Comando Operativo della Legione di Roma dell’arma sita nello stesso quartiere di Trastevere poco distante dal domicilio dei tre, denunciando il ritrovamento casuale di un borsello, da parte dei due studenti, sul taxi che attorno all’una di notte li stava portando al locale notturno “Make Up” (ex Piper) di via Tagliamento.


I tre coabitanti, ascoltati dai carabinieri in sede di sommarie informazioni testimoniali, sostennero la versione secondo la quale, trovato incidentalmente quel borsello all’atto di scendere dal taxi all’arrivo al locale, verso l’una e un quarto (cioè nelle primissime ore del 14 aprile), i due studenti americani lo avrebbero trattenuto- peraltro senza spiegabile ragione – portandoselo all’interno del locale per circa due ore, e, solo all’uscita, verso le tre, avrebbero sommariamente controllato il contenuto, rinvenendo al suo interno, in quella prima immediata ispezione, una pistola.

Tornati a casa, dove sarebbero giunti verso le 3.15, avrebbero deciso solo in quella sede di controllare dettagliatamente il contenuto del borsello insieme ad Edoardo Almagià, il quale,

verificato il materiale a dir poco sospetto, avrebbe suggerito di recarsi subito, previa telefonata alla menzionata caserma dell’arma, per denunciare il fatto.
Il borsello-è storia nota– oltra alla pistola Beretta calibro 9, conteneva vario materiale che, nel corso dei decenni, è stato oggetto di analisi toriche e giudiziarie che si sono sedimentate adagiandosi su una ricostruzione che vorrebbe questa vicenda principalmente collegata al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro e a quello del giornalista Carmine Pecorelli, che era stato assassinato meno di un mese prima, il 20 marzo precedente.

Limitandomi a fare qui una descrizione assolutamente sommaria (sommarietà della quale dirò tra breve le ragioni) del contenuto del borsello, al suo interno vennero rinvenuti, oltre alla Beretta, undici proiettili calibro 7,65, una cartuccia di grosso calibro “Norma 45”, una confezione di fazzoletti “Paloma”, due flash a cubo marca “Silvania”, alcune chiavi, un pacchetto di sigarette Muratti quasi vuoto, alcune carte geografiche raffiguranti una zona del Lazio fuori Roma che avrebbe rimandato alla zona del Lago della Duchessa (luogo indicato come sepoltura di Moro dal falso comunicato BR del 18 aprile, durante il sequestro), un frammento di un biglietto per la linea di traghetto dello stretto di Messina (senza che ovviamente si leggesse la targa di un’eventuale auto imbarcata) e alcuni documenti, recanti l’emblema delle “Brigate Rosse”, che riproducevano presunti testi ideologici dell’organizzazione e inducevano a pensare al progetto di alcuni imminenti agguati, tra i quali quello a Pietro Ingrao, Presidente della Camera.

Le schede sui personaggi che apparivano oggetto di “inchieste” prodromiche all’effettuazione di possibili agguati erano quattro: oltre a quella su Ingrao, ce n’erano altre tre riguardanti rispettivamente il figlio del Giudice Gallucci, l’Avv. Prisco di Milano, e, in particolare, il giornalista Mino Pecorelli: la scheda che lo riguardava recava – dopo una sorta di rapporto sulle sue recenti abitudini e la conclusione “da eliminare” – l’annotazione che l’operazione era andata in porto.

Infatti Mino Pecorelli era stato assassinato – come ho poc’anzi accennato - appena tre settimane prima – il 20 marzo 1979- del ritrovamento di quel borsello. Per i riferimenti in ordine al verbale di “inventariazione” del contenuto del borsello, si veda più avanti.

Anche, forse, per il concorso della natura fortemente “evocativa” del materiale rinvenuto all’interno di quel borsello, questa storia, e cioè la storia del suo ritrovamento, ha finito per interessare coloro che se ne sono occupati a vario titolo esclusivamente per il contenuto e la funzione comunicativo-ricattatoria ad esso riconnessa, finendo per elidere dall’orizzonte dell’indagine storica e giudiziaria il problema delle modalità, cioè dell’origine stessa, di quel ritrovamento.

Non è infatti per mera semplificazione che ho utilizzato – in apertura di queste note – l’aggettivo “casuale”, per descrivere l’atteggiamento acquisito in sede storiografica e giudiziaria in ordine al ritrovamento del borsello, e neppure per assuefazione alla narrazione di questo episodio, ancora oggi comunque oscuro, scaturita dalle testimonianze dei tre protagonisti.

L’ho fatto, bensì, a ragion veduta, proprio per sottolineare come sia assurto a vulgata comune, anche in qualificate sedi istituzionali, l’acquisizione del ritrovamento del borsello come fatto puramente accidentale, dovuto ad una mera casualità: precisamente, ad un impatto accidentale su quell’oggetto da parte di un giovane al momento di scendere da un taxi; che cosa si vorrebbe pretendere di più chiaro e lineare, si direbbe? Perché perderci tempo, allora?

Tuttavia, la mancanza di approfondimento sulle modalità effettive del ritrovamento si giustifica ancor meno una volta che viene data per assodata – nelle stesse sedi di cui sopra - l’attribuzione a Tony Chichiarelli se non dell’ideazione, quanto meno della materiale esecuzione (comprensiva del confezionamento stesso del materiale inserito nel borsello) del disegno comunicativo-ricattatorio che si era voluto conferire a quell’azione.

L’attribuzione a Chichiarelli della partecipazione a questa vicenda è in particolare data per assodata in sostanza a partire dal momento in cui qualcuno a settembre 1984 lo assassinò.

Quell’omicidio scoperchiò “un mondo” sulla sua (si direbbe apprezzata ) attività di falsario e il milieu di legami che egli aveva intessuto con il mondo della malavita, anche politica, ma non solo con la malavita; così come del resto è da epoca successiva a quella sua fine violenta, per quanto probabilmente non imprevedibile, che fa data l’attribuzione allo stesso Chichiarelli della predisposizione del famosissimo “falso Comunicato n. 7” delle BR – cjui ho parimenti poco sopra fatto cenno - che, durante il sequestro Moro, era stato fatto ritrovare il 18 aprile 1978 in concomitanza oggettivamente sinergica con la scoperta, in quella stessa mattinata, del covo brigatista di Via Gradoli, indotta anch’essa da un apparente accidentalità, in questo caso di tipo domestico-idraulico (la casualità è a quanto pare una costante immanente di queste vicende).

Per un utile quadro sintetico della riconduzione all’operato di Chichiarelli del ritrovamento - tra l’altro – del borsello di cui tratto in questa sede, faccio rinvio, èer non appesantire l’esposizione, ad un paio di testi, e precisamente:

- all’audizione del Giudice Alberto Macchia, (già Istruttore del processo per l’omicidio Chichiarelli e la rapina alla Brink’s Securmark di cui il falsario era stato – pacificamente – uno degli ideatori ed esecutori), resa dall’ex magistrato il 14 aprile 2015 davanti la seconda Commissione parlamentare di inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro (di seguito, d’ora in avanti, CM-2):

https://documenti.camera.it/leg17/resoc ... .0031.html

- nonché alla stessa sentenza di proscioglimento istruttorio del giudice Monastero degli imputati Carminati, Fioravanti, Gelli e Viezzer nell’ambito del processo per l’omicidio Pecorelli, nella quale si legge, tra l’altro (cfr. al link

https://www.gerograssi.it/cms2/file/cas ... 57_049.pdf

_049.pdf, pag. 198):

“…Ulteriori spunti investigativi si traevano inoltre dal p.p. n. 3927/84A, relativo al rinvenimento di un borsello avvenuto il 14/4/1979 contenente - tra l'altro - la scheda relativa all'esecuzione del defunto giornalista: la predetta evenienza infatti, pur autonoma rispetto ai principali filoni d'indagine così come sopra delineati, presentava notevoli punti di convergenza con gli episodi che qui ci occupano non solo e non tanto per il fatto storico in sé ma soprattutto per l'accertata riconducibiIità di tale borsello alle indagini relative al caso MORO - e, in particolare al famoso memoriale di via Montenevoso ed a1 cd . "comunicato della Duchessa" - su cui PECORELLI si era spesso soffermato con approfondite analisi di situazioni e fatti forse non lontani dalla verità.”

Da pag. 226 del pdf al link appena citato, la sentenza si sofferma sulla vicenda de “Il borsello di Chichiarelli (p.p. 3927/84A)” (testuale) , affermando tra l’altro (sottolineatura mia):

“L'ignoto manovratore di così oscure trame aveva pertanto la precisa volontà di far conoscere il contenuto dei suoi messaggi, di divulgarne il contenuto (cfr ., sul punto anche la lettera di accompagnamento alle schede fatte rinvenire i l 17/11/1979 – su cui appresso: nda - nella quale si intravede la preoccupazione che il contenuto del borsello del precedente 14 potesse non essere stato divulgato) peraltro nell'assoluta certezza che mai gli inquirenti sarebbero risaliti alla "paternità" del borsello che avrebbe comportato la possibilità di acquisire la viva voce di colui che andava tessendo così intricata tela.”

Sul punto, la sentenza in argomento coglie correttamente un aspetto che è coessenziale ai fini dell’opinione che intendo sostenere con questo saggio, e che vale quindi la pena evidenziare subito, e cioè che è evidente che quel borsello, nelle intenzioni degli ideatori di questa messinscena, dovesse necessariamente essere fatto ritrovare.

A pag. 229, si legge poi l’asserzione caratteristica che sto qui evidenziando: quel borsello era “il borsello di Chichiarelli” (come peraltro titolava il paragrafo dedicato della sentenza in esame)

“Le indagini istruttorie accertavano, senza ombra di dubbio, che il CHICHIARELLI era stato l'organizzatore ed uno dei coautori materiali della rapina alla Brink's del 24/3/1984, che era il proprietario del borsello che qui ne occupa (e che, a ben guardare, richiama in modo pressoché univoco, vicende legate al sequestro dell'on. MORO), che era l'autore delle manoscritture apposte sulla scheda di PECORELLI e dell'altrettanto "famoso" comunicato BR n. 7 del 18/4/1978 (c.d. del Lago della Duchessa).

Con quali reali modalità Chiachiarelli abbia voluto far ritrovare quel borsello – evenienza ritenuta pur necessaria dalla sentenza stessa, si veda sopra – resta un aspetto ancora oggi confinato negli assai esigui confini delimitati dalla versione ufficiale di quanto avvenne in quella notte tra il 13 e il 14 aprile 1979, quale emerge dagli scarni documenti disponibili dei carabinieri, e sembra proprio non avere rivestito alcun particolare interesse né per le istituzioni, né per la pubblicistica che pure ha di volta in volta fatto vari cenni alla vicenda.

Ciò nonostante, va al contrario posto in adeguato rilievo che è evidente che se si imputa a un personaggio dell’importanza (anche) criminale quale Chichiarelli la partecipazione, quanto meno nella fase esecutiva, ad un progetto di sicuro torbido – quale che fosse – come quello imperniato sulla consegna di quel borsello, e che implicava per sua essenza- come correttamente evidenziato dalla sentenza citata - che quel borsello ed il suo contenuto dovessero diventare di pubblico dominio, non si può accettare di disinnescare totalmente le modalità di ritrovamento, derubricando cioè a frutto di mera casualità l’innesco stesso di quel processo comunicativo-ricattatorio, cioè gli accorgimenti, le soluzioni, che per logica si deve presumere siano stati adottati per far ritrovare con certezza quell’oggetto – onde perseguire gli scopi desiderati.

Purtroppo, paradossalmente l’attribuzione proprio a Chichiarelli del confezionamento di quel borsello, peraltro come ho detto tardiva rispetto alla data del ritrovamento in quanto riferibile al periodo successivo al suo omicidio, conferendo alla vicenda una sorta di “patente d’autore” molto suggestiva, non ha fatto altro, a mio avviso, che contribuire ulteriormente a sbilanciare totalmente l’analisi di questa storia unicamente sul versante della ricerca - per di più ancora oggi dagli esiti come minimo incerti o non consolidati- del possibile significato ricattatorio-comunicativo che quel borsello doveva assumere, a totale discapito dell’indagine sulle possibili, effettive modalità del suo ritrovamento.

In altre parole, l’effetto contraddittorio raggiunto da questa impostazione sulla ricostruzione di assieme della storia che sto affrontando, la quale ha omesso l’indagine prima di tutto sulle modalità stesse del rinvenimento di quel borsello, è stato quello di amputare l’indagine sul disegno -quale che sia stato – effettivamente perseguito dagli ideatori e dal probabile esecutore della consegna del borsello con il suo carico comunicativo-ricattatorio.

Mi pare infatti evidente che se non ci si interroga sulle realistiche modalità che chi progettò quel ritrovamento volle verosimilmente attuare per assicurarsi che il ritrovamento del borsello avvenisse, limitandosi invece a rimettere il rinvenimento ad una mera casualità, si finisce per dover ammettere che quel borsello, sempre per un gioco del caso, avrebbe potuto anche non essere mai ritrovato.

In sostanza, si potrebbe perfino dover affermare per coerenza logica che quello che ancora oggi è vissuto come uno degli eventi più oscuri della Repubblica, possa essere stato semplicemente il portato dell’azione fine a sé stessa di un banale mitomane.

Ma sappiamo bene, appunto, che così non è: quell’azione non fu frutto dell’opera di un mitomane; e ciò per almeno due ragioni: una intrinseca, e cioè che appunto è difficile oggettivamente dubitare, in base agli elementi acquisiti in sede giudiziaria dopo il suo omicidio, dell’attribuibilità a un personaggio qual è Tony Chichiarelli quanto meno dell’esecuzione del confezionamento e rilascio di quel borsello;

la seconda, estrinseca, è che un mitomane si sarebbe accontentato verosimilmente di far ritrovare quel borsello ad un qualsiasi commissariato di polizia o caserma dei carabinieri, e non invece appositamente al comandante del reparto operativo della legione dei carabinieri di Roma, Antonio Cornacchia, nel 1979 notoriamente uno dei principali inquirenti sugli eventi del sequestro Moro e sull’omicidio Pecorelli, e la cui personalità di lì a non molto sarebbe emersa anche per gli aspetti oscuri del ritrovamento del suo nome nelle liste della Loggia massonica occulta P2 (annoto per dovere che l’interessato ha sempre smentito di averne fatto parte volontariamente, affermando bensì di essersi trovato iscritto a quel consesso eversivo “a sua insaputa”, per così sintetizzare).

No, non si può quindi derubricare – se la logica conta ancora qualcosa- a mero frutto del caso il ritrovamento di quel borsello nella primavera del 1979, neanche un mese dopo l’omicidio di Mino Pecorelli.

Pertanto, per quanto ho sin qui ho esposto, ho prescelto di affrontare questa storia concentrandomi unicamente sul perimetro delle fondamenta su cui essa poggia: e cioè proprio e unicamente trattando dell’aspetto delle modalità di ritrovamento di quel borsello.

Mi scuserà, quindi, il lettore, se non troverà riferimenti e rinvii puntuali e raffinati sul contenuto del borsello e sulle possibili finalità comunicative-ricattatorie delle quali esso fu veicolo, in merito alle quali, vale la pena ribadirlo, ancora oggi non esiste una conclusione pacifica e condivisa: e ciò anche perché, ipotizzo, per l’appunto tanto poco ci si è interrogati sui modi di vera e propria consegna (perché, a mio parere, di ciò si trattò) di quel borsello.




I) ANTEFATTO.



L’antefatto è noto, ne ho già fatto cenno e vale la pena riportarlo.

Il 20 marzo 1979 veniva chiusa per sempre, ad opera di uno o più killer ancora oggi ignoti, la bocca fin troppo parlante del giornalista Carmine (detto Mino) Pecorelli.

La descrizione dell’omicidio che ho scelto non è casuale, meramente retorica, romanzesca; non risponde ad una esigenza edonistica, estetico-letteraria: la bocca di Mino Pecorelli viene letteralmente fatta bersaglio specifico dei colpi di arma da fuoco del suo killer.

Stare qui a disquisire, come assai meglio fatto altrove, se con questa modalità dell’omicidio si sia voluto lasciare ai posteri un “messaggio”, appare, più che superfluo, perfino una perdita di tempo.

Chiunque sia non addentro alla questione, può agevolmente trovare ampi riferimenti in rete sulla figura, la bibliografia, la persona e l’attività del noto giornalista. E sui processi seguiti al suo omicidio che condussero in un primo momento giudiziario alla condanna, quale mandante dell’omicidio, dell’uomo politico più potente della Repubblica, Giulio Andreotti, poi assolto definitivamente dalle pesanti accuse.

Basti qui osservare in estrema sintesi che il giornalista aveva adottato quale sua cifra comunicativa professionale l’invio, attraverso la sua rivista “OP- Osservatore Politico”, di messaggi, comprensibili a qualificati destinatari politici e militari, i quali, solo banalizzando la sua attività, potrebbero ascriversi alla categoria del ricatto; ma in particolare, durante e dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, egli non aveva avuto remora di mostrarsi informato di fatti e documenti inerenti il sequestro che sarebbero emersi solo successivamente alla loro scoperta ufficiale, tanto durante il sequestro che posteriormente l’assassinio dell’uomo politico: in particolare, egli si era mostrato assai informato su alcuni documenti riportati in superficie dai “fondali limacciosi” (per mutuare la nota espressione recata dal già citato “falso comunicato BR n. 7”) della vicenda solo dopo il doppio ritrovamento del cosiddetto “Memoriale” dello statista sequestrato - da intendersi comprensivo, si badi bene, anche di varie lettere indirizzate dall’uomo politico all’esterno della sua prigione durante il sequestro, non tutte ufficialmente recapitate - rinvenuto dalle forze dell’ordine a Via Montenevoso a Milano, in una prima parziale versione esclusivamente dattiloscritta nell’ottobre 1978 (quindi prima dell’omicidio di Pecorelli), e in seguito, nell’unica versione più ampia della precedente ad oggi conosciuta, esclusivamente in fotocopia di manoscritto, ma verosimilmente anch’essa parziale, dodici anni dopo, nell’ottobre 1990, scoperta in un’intercapedine, rimasta a quanto pare celata per tutti quegli anni, durante la ristrutturazione del medesimo appartamento che era stato l’ex covo Br già oggetto della scoperta e perquisizione del 1978.




II) DOPO IL FATTO. LA FIGURA DI TONY (ANTONIO GIUSEPPE) CHICHIARELLI IN BREVE.



La storia ci rimanda al secondo protagonista indiretto di queste note, come ho già accennato.

Si tratta del falsario romano (di adozione; abruzzese di nascita) Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Tony.

La sua figura nell’ambito della storia criminale romana degli anni ’70 e della prima metà degli anni ’80 del secolo scorso è talmente articolata e dibattuta che, per ragioni di sintesi, a beneficio del lettore faccio rinvio a questa sua biografia liberamente fruibile in rete: https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Chichiarelli

La sua attività non procede oltre la prima metà degli anni ’80, anzi a rigore neppure vi giunge, in quanto nel settembre del 1984 Tony Chichiarelli si infrange suo malgrado contro alcune palle di piombo che ne spezzano la vita mentre rincasava, a Roma.

Anche quelle palle di piombo (ancora oggi resta il legittimo sospetto che ad eiettarle furono più mani) hanno un’origine rimasta ignota: sorte analoga a quella di Mino Pecorelli.

Nell’agguato, rimane gravemente ferita, ma sopravvive, la sua compagna (Cristina Cirilli), mentre per fortuna rimane illeso il figlio neonato Dante, anch’egli in quel momento nell’abitacolo dell’auto dei genitori.

Riepilogando quanto anticipato nell’introduzione di queste note, in estrema sintesi Tony Chichiarelli è stato ritenuto (in sede giudiziaria, ed in varia pubblicistica conforme) artefice, pur senza alcuna prova oggettiva definitiva, ma con buona verosimiglianza per varie dichiarazioni testimoniali e riscontri calligrafici sulle note apposte a mano sulle schede trovate nel borsello che ci occupa:

a) del menzionato noto falso comunicato delle BR n. 7 fatto ritrovare durante il sequestro Moro il 18 aprile 1978 in concomitanza con la scoperta a Roma dell’importante covo Br di Via Gradoli 96;

b) del così detto “Comunicato in codice n. 10” delle BR, che fu fatto ritrovare dopo l’uccisione di Moro al quotidiano “Il Messaggero”; comunicato che una volta decifrato rivelò contenere progetti di agguati a vari esponenti politici e della magistratura, rivelatisi poi artefatti;

c) del confezionamento del borsello, oggetto di queste note.

Richiamando la sommaria descrizione – volutamente sommaria- del contenuto del borsello fatta nell’introduzione, meritano comunque di essere segnalati alcuni episodi, per così dire, collaterali.

Con una telefonata anonima al quotidiano “Vita Sera” il 17 aprile 1979- cioè tre giorni dopo il ritrovamento del borsello – alla quale si riferisce il passaggio della sentenza istruttoria che prima ho trascritto, vennero fatte ritrovare in una cabina telefonica in Via Cernaia a Roma, altre copie dei documenti già lasciati in quell’oggetto, ad attestare la precisa volontà di farlo ritrovare, potendosi così escludere anche solo l’astratta ipotesi di un suo smarrimento casuale; cfr. pag. 118 del link seguente:

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_016.pdf

Si badi bene: il passaggio della sentenza del giudice Monastero che ho riportato compie un corretto riferimento al conseguimento della certezza della “divulgazione” – da parte degli autori della telefonata e del rilascio a “Vita Sera” – del ritrovamento del borsello e del suo contenuto; aspetto tenuto, e da tenere, ben distinto, dal fatto in sé e per sé dell’avvenuta consegna.

E’ intuitivo infatti che il rilascio di un documento ad un terminale istituzionale- nella fattispecie il comando operativo della legione di Roma dei carabinieri – può assicurare con assoluta certezza l’acquisizione del documento, ma non ne assicura di per sé sola la divulgazione pubblica, se quest’ultima è il fine che si vuole conseguire.

Voglio dire cioè che le due modalità esecutive- consegna ai carabinieri e telefonata all’organo di stampa con replica dei doppioni dei documenti contenuti nel borsello – non solo non si escludono, bensì si integrano, posto che la seconda, se preceduta dal mero rilascio rimesso al caso in un qualsiasi luogo pubblico (come un taxi), avrebbe potuto essere perfettamente inutile, se quel borsello fosse andato smarrito, gettato nei rifiuti, distrutto, disperso, ecc.

Un fatto ulteriore, avvenuto il successivo 19 aprile, contribuisce senz’altro ad addensare, attorno a quel borsello, una coltre di mistero che, se ancora oggi non compiutamente decifrata e difficilmente decifrabile se non mediante la formulazioni avanzata a vario titolo di ipotesi suggestive o meritevoli di approfondimento ma prive tuttora di riscontri certi, attesta che quel ritrovamento apparentemente banale e casuale dovette raggiungere le antenne sensibili cui era destinato, e meriterebbe, come merita, ancora oggi di essere sviscerato: mi riferisco ad un’anonima e falsa rivendicazione dell’omicidio dell’agente della Digos di Milano Andrea Campagna, ucciso appunto a Milano quel 19 aprile 1979.

Quello stesso giorno, la redazione romana del quotidiano “Vita Sera”– ancora una volta quel quotidiano, già destinatario di telefonate anonime recanti tra l’altro la consegna di alcune lettere di Moro durante il sequestro, e da ritenere quindi per qualche oscura ragione un destinatario di particolare elezione per protagonisti e comprimari di questa vicenda - ricevette una telefonata di rivendicazione dell’omicidio di Campagna che, per quanto falsa, richiamava espressamente il contenuto del borsello ritrovato il giorno 14 sul taxi e, pur affermando falsamente che il povero agente Campagna era stato ucciso con proiettili calibro 7.65 come quelli ritrovati nel borsello (in realtà l’agente risultò ucciso da proiettili calibro 357 magnum), recava l’inquietante conoscenza della circostanza, da parte dell’anonimo telefonista, che il borsello era stato ritrovato sul taxi n. 1427 di Roma. Il telefonista aveva infatti testualmente riferito l’omicidio all’uso di proiettili “che la Digos ha recuperato grazie alla soffiata del tassista n. 1427”; si veda a pag. 127 del link seguente:

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_016.pdf

(per la cronaca, per l’omicidio dell’agente Campagna fu condannato all’ergastolo, tra gli altri, come esecutore materiale, il noto Cesare Battisti).

Chi telefonò facendo riferimento a quel numero di codice del taxi, doveva essere a conoscenza, al di fuori ed oltre qualunque intuibile segreto investigativo, di ciò che era accaduto a Roma la notte del 14 aprile.

Occorre infatti qui rilevare che l’individuazione del taxi con il “numero 1427” è indicata nel rapporto della Questura di Roma, al quale ho poc’anzi fatto riferimento, quale frutto di un avvenuto precedente accertamento non meglio precisato e del quale, negli atti disponibili, salve mie sviste, non ho trovato però un qualche espresso riferimento. Dobbiamo quindi, sul punto, attestarci su questo accertamento dato, de relato, per avvenuto.

Come vedremo tra breve, gli unici documenti disponibili liberamente sul punto sono infatti i rapporti dei carabinieri e la testimonianza dello stesso tassista in questione, dai quali si evince solo la sigla “Pisa-1” del taxi, e non l’ulteriore dato del numero 1427.

Chi fece quella telefonata di presunta rivendicazione a “Vita Sera” dell’omicidio del povero Campagna, doveva pertanto essere in ogni caso a conoscenza di riservati rapporti di indagine della polizia, sul ritrovamento del borsello, intervenuti in soli cinque giorni tra il 14 e il 19 aprile 1979, ed ancora oggi non reperibili – ripeto: salve mie sviste - negli atti liberamente disponibili.

Merita inoltre di essere segnalata la circostanza, che può apparire oggi come un incidentale ma significativo testimone dei legami – talvolta, ma non sempre - casuali che uniscono i mille rivoli di sangue che hanno caratterizzato la storia di questo Paese in un’unica grande e tragica scia, che la testina rotante della IBM trovata nel borsello fu consegnata il 18 aprile, per ordine del Giudice Sica, alla Questura di Roma per le successive indagini tecniche, nella persona dell’allora Tenente di Polizia Francesco Straullu (prima Commissione parlamentare di inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, di seguito sempre CM-1, Vol. 122, pag. 589), il quale due anni dopo sarebbe stato letteralmente massacrato a Acilia (sobborgo di Roma) a colpi di fucili d’assalto da un commando dei neofascisti dei NAR, con uno scempio tale del suo corpo – e di quello del suo sfortunato collega, Ciriaco Di Roma – che perfino uno dei killers ebbe remora di guardare da vicino, alla fine, la scena del massacro:

https://spazio70.com/anni-70/nar-e-spon ... -straullu/

Vanno comunque evidenziati alcuni altri aspetti della breve vita e carriera di Tony Chichiarelli:

- egli fu un abilissimo ed apprezzato falsario anche nel mondo dell’arte (la ex moglie Chiara Zossolo era una gallerista professionista), ambiente nel quale egli era apprezzato anche (ma non solo) per falsi “palesi”, cioè conclamati e non truffaldini quale falsi di “autore” negoziati come tali;

- egli sarebbe risultato in contatto non solo con gli ambienti della sinistra extra parlamentare (quale frequentatore ad esempio dei collettivi di Autonomia Operaia in Via dei Volsci a Roma), ma anche con ambienti legati ai Servizi e alla Banda della Magliana, oltre che con ambienti dell’estrema destra;

- soprattutto, come già accennato in uno degli stralci della sentenza di Monastero che ho riportato, egli fu l’artefice, con vari complici, a marzo 1984 – cioè sei mesi circa prima di finire suo malgrado la propria vita – della così detta “rapina del secolo”, quella alla “banca sindoniana” Brink’s Securmark sulla Via Aurelia a Roma, fruttata- al netto delle oscillazioni delle cifre riportate nelle varie fonti disponibili – circa 35 (trentacinque) miliardi delle allora Lire italiane.

Una interessante particolarità della rapina, al di là della cifra di denaro impressionante (anche) per l’epoca, fu che, secondo alcuni rapporti e la stessa testimonianza della ex moglie di Chichiarelli, la menzionata Chiara Zossolo, resa alla seconda commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro (CM-2), i criminali avrebbero cercato anche cassette di sicurezza di personaggi di primo piano contenenti imprecisati documenti; al link seguente, la deposizione alla CM-2 di Chiara Zossolo:

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 98_003.pdf

Un seguito del tutto particolare di quella rapina consistette nella circostanza che due giorni dopo, il 26 marzo 1984, con una telefonata anonima al quotidiano “Il Messaggero” di Roma che rivendicava alle BR la rapina alla banca “sindoniana”, furono fatti ritrovare - per chi vi crede, in virtù di una curiosa e statisticamente anomala bizzarria del caso; e a non volervi credere, invece, per una precisa scelta strategica e comunicativa - nello stesso cestino dei rifiuti in Piazza Belli a Trastevere dove il 18 aprile 1978 era stato fatto ritrovare il falso comunicato BR n. 7, alcuni documenti inerenti la rapina e, soprattutto, le schede originali sulle personalità oggetto di ipotesi di agguato che, in copia, erano state ritrovate nel borsello- di nostro interesse- lasciato da mano ignota sul taxi nell’aprile 1979, oltre ad alcuni riferimenti a foto polaroid che avrebbero ritratto l’On Moro prigioniero durante il sequestro: non è mai emerso con certezza se queste ultime fossero identiche, oppure diverse, rispetto alle due foto ufficialmente recapitate dai sequestratori nel 1978, rispettivamente il 18 marzo (unitamente al comunicato BR n. 1) ed il 20 aprile (unitamente al “vero” comunicato n. 7 - con il quale si smentiva l’esecuzione della statista annunciata dal falso comunicato pari numero di due giorni prima- foto che raffigurava l’uomo politico con in mano una copia del quotidiano “La Repubblica” ad attestare a quella data la sua permanenza in vita, contrariamente a quanto aveva appunto annunciato due giorni prima il comunicato falso).

In sostanza, una rivendicazione che sembrava volere tra l’altro apporre una riconduzione inequivoca della mano e delle ragioni della rapina alla stessa strategia che aveva caratterizzato la consegna di quel borsello avvenuta cinque anni prima.

Come ho anticipato nell’introduzione, in questo scritto non mi occuperò del contenuto del borsello, dei possibili messaggi contenuti nella documentazione che fu ritrovata al suo interno (prima solo sommariamente accennata, e dunque fatta salva ogni possibile ulteriore e migliore precisazione), né della ricostruzione delle circostanze emerse in sede giudiziaria, o nella pubblicistica, in base alle quali oggi si ritiene come fatto assodato che l’autore del confezionamento del borsello e del suo particolare contenuto sia stato Antonio Chichiarelli.

Tuttavia mi pare il caso di accennare al fatto che stando alle testimonianze delle due persone a lui più vicine, cioè l’ex moglie Chiara Zossolo e la sua compagna al momento dell’omicidio, Cristina Cirilli, è assai dubbio che l’ideazione della consegna di quel borsello, il progetto strategico-comunicativo cui lo stesso fu funzionale, possano essere stati opera propria dello lo stesso Chichiarelli: il quale avrebbe cioè corrisposto, in fase meramente esecutiva, alla strategia di altre “menti”.

E pur non intendendo occuparmi neppure delle possibili funzioni strategiche che la consegna di quel borsello doveva svolgere, è certamente utile rilevare che, rinviando anche alle brevi notazioni di cui sopra in ordine ai palesi segnali di rivendicazione della assoluta volontarietà del gesto, dei quali fu ad esempio tramite il quotidiano “Vita Sera”, la consegna del borsello deve essere considerata a tutti gli effetti una storia nella storia, un enigma nell’enigma, la cui collocazione, in una sorta ideale “matrioska”, all’interno di analoghi contenitori di dimensioni “maggiori” per importanza che ne costituiscono il necessario riferimento, esige comunque il pieno chiarimento come tassello utile, se non necessario, ad una maggior generale comprensione del sequestro Moro e, probabilmente, degli omicidi di Pecorelli, Varisco e Dalla Chiesa.

Nonché, ovviamente, di quello dello stesso Tony Chichiarellli.

Rinvio pertanto, in ordine al quadro generale appena delineato, ad eventuali, ulteriori e più precisi approfondimenti (sia chiaro, non necessariamente ad opera mia).

Come ho già precisato, cosa che ritengo opportuno ribadire al fine agevolare il lettore nel mantenimento del filo del discorso, ciò che in questa sede mi interessa analizzare sono esclusivamente i fatti delle prime ore del 14 aprile 1979.

E, avverto sin d’ora, la documentazione in merito è purtroppo, come si vedrà, assai scarna.

Ragion per cui mi premuro di augurarmi che il lettore non resti deluso da quanto sta per leggere.




III) IL FATTO. ROMA, 14 APRILE 1979. DALLE ORE 1.00 A.M. CIRCA IN POI.

Il fatto, in estrema sintesi, è quello che ho già riportato nell’introduzione.

Esso è ricostruibile testualmente in base al rapporto redatto quello stesso 14 aprile per la Procura della Repubblica (Dott. Sica) dalla Legione Carabinieri di Roma- Reparto Operativo, a firma del comandante del Reparto, l’allora tenente-colonnello Antonio Cornacchia (oggi generale in pensione); tra i molti, cfr. pag. 112 al link seguente (rapporto che comunque riproduco per comodità per immagine. In ogni caso, cfr. anche ampiamente in CM-1, Vol. 122, pagg. 560 e segg.):

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_016.pdf




Per riepilogare, i due studenti M.A. Gilberto e S. Pallas, ospitati nell’abitazione di Edoardo C. G. Almagià (del quale erano studenti presso l’Università Americana di Roma, sita nei pressi di Piazza di Spagna) in Via della Lungara n. 3, intorno all’una del mattino del 14 aprile 1979 avrebbero chiamato un taxi per recarsi nel locale notturno “Make Up” di Via Tagliamento, dove sarebbero giunti circa un quarto d’ora dopo.

Una volta giunti, all’atto di scendere dal taxi, Gilberto avrebbe rinvenuto a bordo del veicolo il borsello, portandoselo in discoteca, per aprirlo però poi una prima volta solo all’uscita del locale.

Avendo rinvenuto al suo interno una pistola, i due americani differirono l’apertura vera e propria del borsello solo al loro rientro a casa, verso le 3.00, dove, verificato il contenuto a dir poco “pericoloso”, su iniziativa di Almagià decisero di andare subito a denunciare il fatto alla caserma dei carabinieri Podgora, sita in quei pressi, in Trastevere.

Effettivo rinvenitore del borsello, a quanto pare per puro caso, risulta M.A. Gilberto.

La signorina Pallas – che per una ulteriore, curiosa, coincidenza tra le tante che colorano di rosso sangue la storia di questo Paese, aveva il cognome identico al modello di Citroen di Mino Pecorelli, a bordo della quale egli trovò suo malgrado la morte:

https://www.autoscout24.it/annunci/citr ... ble=false-

la signorina Pallas, dicevo, che nella vicenda assume contorni evidenti di testimone secondario rispetto al suo amico Gilberto, in quanto avrebbe notato il borsello solo allorchè, usciti dal taxi, si era accorta che Gilberto lo deteneva, stando al rapporto riepilogativo per Sica confermò in sostanza la versione di costui.

Edoardo Almagià, infine, citato per ultimo nel medesimo rapporto per la Procura ma con una parziale inversione dell’ordine effettivo delle testimonianze- in quanto egli era stato invece assunto a testimone per primo- si sarebbe in sostanza limitato a consigliare ai suoi due studenti americani di portare subito ai carabinieri il borsello ritrovato.

Infine, nel rapporto si dava conto del fatto che, a seguito delle indagini immediatamente attivate, era stato tempestivamente rintracciato il conducente del taxi, Bini Mariano (in altri documenti sulla vicenda, indicato come “Marcello”), il quale non aveva avuto nulla da riferire in merito alla presunta presenza sul proprio taxi del borsello, che egli non aveva proprio notato.

IV) LE ANOMALIE DELLA VERSIONE UFFICIALE DELLA VICENDA NEI DOCUMENTI DEI CARABINIERI E NELLE TESTIMONIANZE DI ALMAGIA’, GILBERTO, PALLAS, E DEL TASSISTA.

Alle pagine 12 e seguenti del link seguente: https://www.gerograssi.it/cms2/file/cas ... jWLm72JAvw, sono leggibili i verbali, citati nel rapporto alla Procura poc’anzi riprodotto, delle deposizioni ai carabinieri dei tre protagonisti del ritrovamento e della consegna del borsello, Edoardo C.G. Almagià e suoi due studenti americani, da lui ospitati nel suo appartamento in Via della Lungara 3, M.A. Gilberto e S. Pallas, nonché del tassista Mariano Bini, tirato in ballo in quanto è sul suo taxi che a detta dei due americani e di Almagià il borsello sarebbe stato ritrovato al termine del breve viaggio che i due giovani effettuarono, su quel taxi, per recarsi dall’appartamento di Almagià alla discoteca “Make Up” di Via Tagliamento.

I documenti, in parte già citati e che in parte segnalerò in seguito, restituiscono non poche anomalie nella versione ufficiale della vicenda in esame.

In via preliminare si può segnalare – ed è probabilmente la cosa meno rilevante - che mentre, da un lato, sia il rapporto riepilogativo di cui sopra che i verbali delle testimonianze, tacciano del tutto in ordine alle caratteristiche del borsello, queste vengono descritte - di “cuoio marrone, del tipo a libro, con portacarte interni e due borse laterali esterne - solo nel verbale di sequestro del vario materiale rinvenuto, steso in seguito nel corso della mattinata, verso le 9.30 circa, alla presenza del tassista (cfr. link di cui sopra, doc. 557_16 cit, pag. 114); per quanto quel verbale sia stato comunque allegato (all. n. 5) al rapporto per Sica, è singolare che nessuno dei tre -Almagià, Gilberto e Pallas – in sede di deposizione non abbia fatto cenno anche solo al colore del borsello.

Inoltre, non mi consta agli atti alcuna fotografia, né una menzione di eventuali fotografie, del borsello. Viceversa, è necessario rilevare che il borsello fu consegnato (con quasi tutti i reperti in esso rinvenuti, tra i quali la pistola Beretta, il caricatore vuoto per quell’arma, le 11 pallottole cal. 7,65, la cartuccia di grosso calibro “Norma 45 A.C.P.”, i due cubi-flash per macchina fotografica, il mazzo con nove chiavi, ecc. fatta eccezione per la testina rotante IBM, in ordine alla quale rinvio a quanto ho scritto prima) alla Procura di Roma – Ufficio corpi di reato, solamente il successivo 8 giugno: cfr. fascicolo 327_02 di cui al link da ultimo copiato, pag. 5.

I verbali delle deposizioni dei testimoni non recano alcuna indicazione del nome o del grado, né alcuna sottoscrizione, di chi condusse l’assunzione delle testimonianze.

Il verbale di sequestro del materiale, senza una plausibile ragione, venne redatto alla presenza del tassista, e non degli effettivi rinvenitori del borsello.

E’ singolare, infatti, la circostanza che alle 9.30 il verbale di sequestro del materiale (pag. 21 e seg. del suddetto fascicolo 327_02) sia stato redatto esclusivamente alla presenza del tassista, tanto più che egli nella propria deposizione delle 7.35 (pag. 17 e segg., fascicolo ult. cit.) si era dichiarato del tutto ignaro perfino della presenza stessa del borsello sul suo taxi; e quindi è altrettanto imprecisa l’affermazione di apertura del verbale da parte dell’ufficiale redigente, allorchè viene riportata la circostanza inesatta che il borsello – ed il suo contenuto- erano stati “consegnati” da Mariano Bini (pure erroneamente indicato come Marcello).

Tant’è che quel verbale di sequestro dovette essere opportunamente riaperto, verosimilmente a seguito di rilettura da parte del tassista Mariano Bini, proprio per dare conto del fatto che il borsello, ed il materiale in esso contenuto, erano per l’appunto stati ritrovati e consegnati ai carabinieri di quell’ufficio dai due giovani studenti americani e da Edoardo Almagià, e non dall’ignaro tassista. Almeno, mi viene da dire, vivaddio uno scatto d’orgoglio da parte di Bini, nell’ambito di una ricostruzione della vicenda forse fin troppo “ovattata” e nella quale il predominante ruolo del “caso” è fin troppo stridente con la gravità del contenuto di quel borsello e dell’importanza “comunicativa” che ad esso era stata con ogni evidenza riconnessa da chi lo volle far ritrovare.

Uno degli aspetti anomali di maggior spicco della ricostruzione ufficiale di questa storia è tuttavia il “buco” temporale di circa tre ore di quel primo mattino del 19 aprile, tra le ore 3.00 e le ore 6.00 (ora di inizio della verbalizzazione ufficiale delle dichiarazioni di Almagià, il primo dei tre ad essere ascoltato) , arco temporale nel quale – delimitato tra la consegna del borsello ai carabinieri e l’inizio ufficiale delle deposizioni testimoniali- ciò che si vede è solo una coltre di nebbia, senza che nulla si scorga su cosa sia accaduto dietro di essa.

Si possono prendere le mosse dal rapporto per il giudice Sica (il documento che ho citato per primo e sopra riprodotto).

La prima notazione meritevole di rilievo di quel rapporto è che Edoardo Almagià e i suoi due ospiti americani si sarebbero presentati alla caserma Podgora – sede della Legione carabinieri di Roma– per consegnare il borsello e denunciarne il ritrovamento, con il suo contenuto, all’incirca alle ore 6.00 del mattino.

Ma anche questa affermazione è notevolmente imprecisa, perché in realtà – come in sostanza ho poc’anzi anticipato – Almagià e i due studenti americani si recarono alla caserma Podgora molto prima delle 6.00, verosimilmente in un orario di poco successivo alle ore 3.00.

Già sul piano delle dichiarazioni testimoniali, il presunto arrivo presso la caserma Podgora alle ore 6 affermato dall’incipit del rapporto per la Procura è smentito dalla circostanze riferita da Edoardo Almagià nella propria testimonianza, stando alla quale: a) il rientro a casa dei due suoi giovani ospiti sarebbe avvenuto alle 3.15 (con il borsello che essi gli dissero di avere rinvenuto nel taxi utilizzato per recarsi alla discoteca “Make Up”); b) una volta scoperto compiutamente il contenuto del borsello, egli ritenne di “dover avvisare immediatamente gli organi di polizia e, previa telefonata, mi portavo in questi uffici” (cioè la Legione Carabinieri di Roma- Reparto Operativo).

Analogamente, Gilberto (fascicolo 327_02 cit., cfr. link, pag. 12) nella propria deposizione riferisce di avere controllato il materiale contenuto nel borsello con Almagià appena rientrato a casa, “decidendo quindi di recarci immediatamente presso il comando dei carabinieri…”.

Ma al di là delle dichiarazioni testimoniali, la necessità di anticipare l’arrivo dei tre alla caserma Podgora ad un orario assai anteriore a quello attestato dal rapporto alla Procura deriva senza tema di smentita dagli stessi documenti redatti da carabinieri.

Il verbale di sequestro del materiale, di cui ho parlato poc’anzi, redatto alla presenza di Mariano Bini, nella parte in cui esso, come ho evidenziato, viene riaperto per precisare gli effettivi autori del ritrovamento del borsello, afferma testualmente (fascicolo 327_02 cit., cfr. link, pag. 22):

“Si riapre il presente p.v. per dare atto che il ritrovamento del suelencato materiale è stato effettuato dalle sottonotate persone (cioè Gilberto, Almagià e Pallas: nda) che, alle ore 3.00 u.s. hanno provveduto a consegnarlo ed a sporgere regolare denuncia presso l'Ufficio della Legione Carabinieri di Roma che in seguito, per le indagini del caso, ha interessato questo Reparto Operativo….”.

Non solo.

Agli atti della seconda Commissione parlamentare di inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro (CM-2), esiste un fascicolo prodotto dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri su richiesta della Commissione stessa, e consegnato nel gennaio 2018 tramite l’ufficiale di collegamento con l’organismo parlamentare, Col. Leonardo Pinnelli, che originariamente era stato classificato come “riservato” e che, successivamente declassificato nel luglio di quello stesso anno, si può richiedere al link:

https://archivio.camera.it/commissione/ ... egislatura

Il 9 novembre 2017, la CM-2 aveva richiesto tra l’altro al Comando Generale dell’arma copia della eventuale documentazione esistente, ovviamente, anche presso il Comando “Podgora”, in merito alla vicenda del borsello.

Il fascicolo cui mi riferisco, numero “1223/1”, riporta appunto – oltre, nella seconda parte, a materiale riguardante la vicenda della latitanza di Casimirri – la documentazione consegnata alla CM-2 dagli Enti dell’Arma destinatari della richiesta.

La documentazione è in grandissima parte la riproduzione di quella nota e già agli atti della CM-1 (si veda in proposito il già citato Vol. 122, CM-1), oltre ad alcune richieste di indagine scambiatesi a metà anni ’90 di vari enti degli stessi carabinieri su un’azienda agricola degli Almagià con sede din Roma, Piazza in Lucina.

Tuttavia, per quanto rileva ai nostri fini, il fascicolo contiene un paio di documenti, di quello stesso 14 aprile 1979, redatti dal Comando Generale dell’Arma in ordine alle notizie ricevute, appunto dalla Legione di Roma (caserma Podgora), che non mi risultano – salve mie sviste- mai emersi prima del 2018.

Nel primo documento in ordine di impaginazione del fascicolo (pag. 8), il “Comando Generale- Sala Operativa”, riporta che “Verso le ore 4.00 un professore universitario, cittadino americano (anche Almagià per inciso è cittadino- anche – americano, nda) ha accompagnato presso la centrale operativa della Legione Carabinieri un suo connazionale che, poco prima, a bordo di un taxi preso a noleggio aveva rinvenuto un borsello…” (segue contenuto ecc.)

Di seguito ad un telex indirizzato a varie autorità - tra i quali i Ministeri degli Esteri e dell’Interno, ecc. – (pag. 9, fascicolo in esame), è collocato un secondo documento (pag. 10) , sempre del Comando Generale, che riporta una telefonata ricevuta dalla Legione Roma alle ore 6.50 – l’orario è apposto in calce, tra i nomi dei due sottufficiali dei rispettivi enti trasmittente e ricevente – con la quale la Legione Roma (la caserma Podgora, quindi) aveva comunicato al Comando Generale il fatto del ritrovamento del borsello, collocando la consegna da parte dei tre protagonisti alla caserma Podgora alle “ore 3.50”.

Alla luce di questi elementi testimoniali e documentali, viene pertanto da chiedersi che cosa accadde in quella forbice temporale di oltre due ore, in merito alla quale non è mai emersa alcuna notizia.

E viene altresì da chiedersi una volta di più perché il menzionato rapporto introduttivo dei carabinieri alla Procura – documento che intuitivamente dovrebbe avere la funzione di evidenziare subito alla magistratura i tratti essenziali, ma il più possibile chiari, di ciò che è accaduto – abbia attestato un orario oggettivamente impreciso, e – se ci si limita alla sola lettura di quel sommario riepilogo - potenzialmente pure fuorviante, della consegna del borsello alla caserma Podgora, collocandolo alle ore 6.00, anziché, come in effetti avvenuto, tra le 3.00 e le 3.50.

Vale la pena anticipare, in ordine ai rilievi appena svolti, il fatto che sicuramente non ha giovato al dissipamento di questa nebbia la circostanza – di per sè abbastanza incredibile (qualora non dipendesse da sviste o carenze delle mie ricerche) – che nessuno dei tre protagonisti della vicenda risulta, almeno degli atti liberamente fruibili in rete, mai ascoltato da un magistrato!

Per la verità, dall’indice di alcuni atti del processo contro ignoti, sul ritrovamento del borsello, che è situato nelle prime pagine del citato fascicolo 327_02 (cfr. link, pag. 1 e segg.) sembra doversi evincere che proprio il tenente colonnello Cornacchia, autore del primo rapporto alla Procura sulla vicenda sopra riprodotto, ed in quelle ore in sostanza - quale comandante del reparto operativo della Legione Roma - dominus della situazione che si stava verificando in caserma, sia stato ascoltato come testimone (pag. 4, fascicolo 327_02 cit.: cfr. il riferimento alla pagina “170” degli atti indicizzati): però purtroppo la pagina “170”, cioè dire il verbale della testimonianza di Cornacchia, non si rinviene in nessuno dei fascicoli di libera consultazione acquisti e prodotti tanto dalla CM-1 che dalla CM-2.

Devo pertanto limitarmi, mio malgrado, a formulare l’auspicio che qualche altro appassionato ricercatore riesca, a differenza del sottoscritto, a rintracciare e rendere disponibile quel verbale.

Tuttavia, forse a causa dell’enormità stessa della vicenda Moro, che in modo osmotico tracimò in varie altre vicende, come ad esempio quella che di cui sto scrivendo, talvolta si verifica qualche fenomeno di incontinenza sia pure fugace, incidentale; come se non sia possibile proprio fisicamente contenere del tutto la quantità di materia, di intrecci, di legami, di rapporti, di cui questa tragedia italiana si compone, in un unico, capiente e sicuro alveo; con il rischio immanente di inopinate fuoriuscite, ora di un’illazione, talvolta di un dettaglio, altre volte di “messaggi”.

E’ per l’appunto il caso dell’ex colonnello Cornacchia che, ormai generale in pensione, è stato audito per tre volte dalla CM-2, e le pur scarne parole che gli sono uscite in quel consesso, in ben tre audizioni, sulla vicenda del borsello, quasi voce dal sen fuggita a seguito di una domanda postagli da Miguel Gotor – malauguratamente interrotto dal Presidente Fioroni con la promessa, che è rimasta tale, di tornare a interrogare in seguito Cornacchia sulla questione – meritano di essere confrontate, per il significato antitetico assunto nell’una e nell’altra occasione, con le dichiarazioni che egli stesso aveva reso il 6 agosto 1982 nella sua audizione davanti alla CM-1.

Verso il termine dell’audizione in CM-1 del 1982, il Presidente chiese incidentalmente a Cornacchia (CM-1,Vol 10, pag. 164 del “pdf”), sul presupposto che in merito all’omicidio Pecorelli girassero voci di una possibile responsabilità delle BR:

“…può dirci qualcosa al riguardo di quel famoso borsello che i due stranieri avrebbero lasciato nel taxi!” (il punto esclamativo è testuale nella trascrizione dell’audizione).

Cornacchia rispose che del borsello si era interessato il suo reparto, senza che fosse emerso nulla.

Dietro insistenza del senatore Sergio Flamigni, che ricordò a Cornacchia il contenuto del borsello e dunque la potenziale rilevanza con la vicenda Moro e il falso comunicato del Lago della Duchessa per via del ritrovamento nel borsello di una testina IBM analoga a quella che aveva battuto i vari comunicati durante il sequestro, compreso il fasullo n. 7, Cornacchia ribadiva di non essersi interessato personalmente delle indagini sul borsello, rinviando ad un suo imprecisato collaboratore.

Cornacchia concludeva, in quella sede: “Mi ricordo del borsello perché l’arma dei carabinieri si è interessata, io personalmente non lo ricordo: mi ricordo del borsello, ma non i particolari e le indagini che sono state svolte. Non saprei riferire al riguardo.”

Nel 1982, quindi, Antonio Cornacchia, pur essendo stato firmatario del primo rapporto al Procuratore dott. Sica, dichiarava in sostanza alla Commissione Parlamentare di Inchiesta di non avere nulla da “riferire al riguardo”, rinviando genericamente ad indagini dell’arma dei carabinieri delle quali, per inciso, nulla risultava all’epoca, e nulla risulta ancora oggi (quasi che egli fosse un corpo avulso dell’arma, o, nella migliore delle ipotesi, che fosse stato coinvolto incidentalmente e suo malgrado “solo” quale comandante del Reparto Operativo della Legione di Roma, alla quale, per un mero caso, i tre protagonisti si erano rivolti per la consegna del borsello.).

Il pur fugace cenno fatto da Cornacchia alla vicenda in risposta alla domanda del Senatore Miguel Gotor davanti alla CM-2 è invece e clamorosamente di contenuto opposto.

Il generale in pensione Antonio Cornacchia è stato audito dalla CM-2 in tre sedute successive, il 5 ed il 12 ottobre, ed il 3 novembre, del 2016:

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... ten105.pdf

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... ten106.pdf

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... ten109.pdf

Le sedute del 5 ottobre e del 3 novembre sono ininfluenti ai nostri fini: con le chiavi di ricerca del software di google “taxi”, “borsello” Chichiarelli”, escono nella prima audizione interessanti riferimenti al falsario che riguardano essenzialmente la vicenda, pur interessante, e non chiarita, ma non di specifico interesse di queste note, delle foto che sarebbero state rinvenute a casa sua dopo il suo omicidio, ritraenti l’On. Moro prigioniero. Nella terza audizione, non risulta addirittura alcunchè in merito a Chichiarelli.

Le affermazioni rilevanti di Cornacchia sono nella seconda audizione, quella del 12 ottobre 2016.

E a mio avviso esse contengono una contraddizione insanabile, che la CM-2 ha purtroppo mancato di approfondire.

A pag. 13 del pdf Cornacchia afferma, sia pure de relato, che Chichiarelli era un confidente dei carabinieri e dei Servizi.

In risposta a una specifica domanda di Gotor, Cornacchia conferma in sostanza che, nella sua qualità di falsario di opere d’arte, Chichiarelli era in particolare in contatto con un paio di carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico, probabilmente Imondi e Solinas (pag. 14 del pdf).

Ma ciò che ci interessa, è che, sempre a seguito dell’incalzare di Gotor, Cornacchia abbia escluso radicalmente (sempre pag. 13 del pdf) non solo di avere contatti personali egli stesso con Chichiarelli, ma anche di averlo mai conosciuto nel modo più assoluto (testuale).

Arriviamo quindi al momento topico (pag. 17 del pdf).

Spostatasi la discussione sull’omicidio Pecorelli, il Senatore Gotor introduce la questione del borsello, rivolgendosi così a Cornacchia: “Senta, nel dicembre del 1979, mi sembra – ma non ne sono così sicuro a memoria – viene trovato un borsello. A me risulta che lei abbia fatto delle indagini.” (Poco dopo Gotor si corregge, dando atto di avere immediatamente verificato la data esatta del ritrovamento, 14 aprile 1979: nda).

La risposta di Cornacchia è di quelle che avrebbero meritato una specifica audizione dedicata: “No, non nel dicembre, molto prima, forse l’anno precedente. Chichiarelli me lo fece recapitare lui il borsello”.



Alla conseguente richiesta di Gotor a Cornacchia se egli potesse approfondire, il presidente Fioroni interveniva chiudendo il discorso: “No, finiamo, tanto proseguiremo in altra seduta.”.


Come ho accennato, purtroppo non ci sarà nessuna “prosecuzione” sul punto, né in quella stessa seduta, né nella successiva ed ultima del novembre 2016. E la questione del ritrovamento del borsello resterà ancora una volta avvolta nel mistero.

Restano quelle poche parole di Cornacchia, le quali:

a) smentiscono e contraddicono quanto da lui affermato in CM-1 nel 1982, di non sapere nulla al riguardo;

b) smentiscono e contraddicono, senza che nessuno in CM-2 gli abbia immediatamente contestato l’evidente “virata”, l’affermazione fatta poco prima di non avere mai nulla avuto a che fare con Chichiarelli.

Un fatto essenziale, comunque necessariamente da rilevare, si interpone tra la sterile audizione di Cornacchia in CM-1 del 1982, e quella di segno opposto del 2016 in CM-2: e cioè che nel 1982 Chichiarelli era ancora vivo ed attivo.

Il generale Cornacchia improvvisamente loquace- forse fin troppo- dei giorni nostri, ha tra l’altro di recente fatto trasparire più che un’ipotesi che Chichiarelli agisse anche su mandato dei servizi israeliani, cioè del Mossad: https://darksideitalia.it/tony-chichiar ... caso-moro/

Forse fin troppo loquace, dicevo: Cornacchia, assuntosi, ad esempio, la primogenitura dell’intervento in Via Caetani il 9 maggio a dispetto di risalenti fonti documentali e fotografiche, è un testimone al quale, con ogni evidenza – se ci riferiamo anche solo alla giravolta sulla vicenda del borsello tra CM-1 e CM-2 – va fatta opportunamente una “tara” (come peraltro ad altri testimoni tardivi sulla vicenda Moro), in quanto, anche nei toni delle sue interviste degli ultimi anni, non lesina di far trasparire un qual certo protagonismo.

Egli è tuttavia un uomo che fu di sicuro dentro agli apparati e che quelle vicende ha vissuto e conosce – direttamente o de relato da suoi fedeli ex colleghi, anche dopo aver cambiato reparto- come pochi altri: è quindi difficile passare del tutto sotto traccia l’affermazione resa in CM-2 in risposta a Miguel Gotor, e rimasta purtroppo priva di qualsiasi seguito (se non per quanto da egli stesso continuato a raccontare come riportato dall’articolo di “Darkside” disponibile al link che ho poc’anzi indicato).

Anzi, proprio perché Cornacchia ha detto ciò che ho riportato, e proprio perché quanto egli ha detto non ha avuto alcun seguito, la “notizia” che egli sarebbe stato il terminale della consegna di quel borsello da parte di Chichiarelli stesso, impone una volta di più di continuare ad analizzare, come sto tentando di fare, le anomalie testimoniali e documentali inerenti quanto avvenuto in quella primissime ore del 14 aprile 1979.

Ed è quindi a questo punto giunto il momento opportuno per analizzare più in dettaglio le testimonianze di Almagià, Gilberto, Pallas, e del tassista Mariano Bini, comparando le rispettive descrizioni, ove possibile, delle medesime circostanze che caratterizzano i fatti di quella notte. Alle loro dichiarazioni, posso aggiungere l’esame della deposizione di Alfio Carbone, centralinista del “Radio Taxi” in servizio quella serata, sulla quale fino ad ora – salve mi sviste - non mi risulta pubblicato alcun riferimento e che ho finalmente reperito con l’ausilio degli altri componenti del gruppo di studio “sedicIDImarzo” (e in particolare, del nostro coordinatore Franco Martines) alla pag. 593 del seguente link: https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_018.pdf

Le deposizioni dei tre principali protagonisti – Almagià, Gilberto e Pallas – presentano, prima di tutto, due ordini di singolarità che le caratterizzano trasversalmente:

- in primo luogo, in ordine cronologico il primo a deporre - stando al verbale, alle ore 6.00 – fu Almagià, il quale tuttavia – sempre prestando fede alla versione ufficiale che emerge dai documenti – non era presente nel momento topico del ritrovamento del borsello e della prima sommaria verifica del suo contenuto, che i due suoi ospiti avrebbero infatti svolto all’uscita dal “Make Up”. Non è quindi chiaro perché l’ordine delle testimonianze non fu inverso, e non furono fatti testimoniare per primi i due giovani americani;

- secondo poi, i due giovani americani non parlavano affatto (Pallas) o non parlavano bene (Gilberto) la lingua italiana; fu quindi assunto ad interprete lo stesso Almagià, il quale però non solo rivestiva per l’appunto a sua volta la veste di testimone, ma per di più aveva già deposto, e quindi non poteva presumersi imparziale: Almagià, testimone egli stesso, non solo assistette, direi in modo irrituale, all’assunzione di sommarie informazioni testimoniali degli altri due, ma di costoro fu anche l’interprete. Il tutto senza che neppure risulti un ammonimento da parte degli interroganti ad Almagià con conseguente giuramento di adempiere fedelmente la sua funzione di interprete.

In sostanza, gli investigatori all’epoca dovettero fare, come del resto dovremmo fare noi oggi, un atto di fede su quanto dichiarato da Gilberto e Pallas. Tuttavia, il fatto che per gli inquirenti quelle modalità di acquisizione delle testimonianze a quanto pare furono idonee, ciò non significa che esse debbano essere ritenute soddisfacenti anche per i ricercatori.

Resta da chiedersi, in ogni caso, come fu possibile che, in una situazione come quella, non si sia attesa la disponibilità di un traduttore ufficiale imparziale per raccogliere le deposizioni dei due americani.

Come ho già rilevato, queste due circostanze (cronologica e linguistica) non risultano neppure superate ed emendate a posteriori a seguito di una ripetizione delle testimonianze davanti a un magistrato, poiché, a quanto mi risulta, nessuno dei tre è stato mai ascoltato dall’autorità giudiziaria.

Faccio salve alcune dichiarazioni di Almagià rese ai giorni nostri, su articoli di stampa apparsi il 2 novembre 2024, stando alle quali egli sarebbe anche stato, in non meglio precisate sedi, anche accusato di essere stato il custode della Renault 4 rossa nella quale fu rilasciato il cadavere di Moro. Ci tornerò più avanti.

Resto comunque, e volentieri, a disposizione di chiunque sia eventualmente a conoscenza di ulteriori atti processuali, anche solo in sede di istruttoria, che dovessero emergere sui tre personaggi in questione, e che voglia utilmente contribuire alla compiuta conoscenza storica di questo fatto.

(In ordine alla cronologia ed alle modalità di assunzione, e in ogni caso al contenuto, delle tre testimonianze, anche per quanto eventualmente affrontato in seguito, rinvio di nuovo alle pagine da 12 a 16 del già citato link:

https://www.gerograssi.it/cms2/file/cas ... jWLm72JAvw).

Tenendo presenti questi limiti, si può tentare di comparare le varie testimonianze.

Quella di Almagià è apparentemente del tutto asettica, per quanto riguarda il ritrovamento del borsello, in quanto nel complesso limitata al racconto che gli sarebbe stato fatto dai due giovani ospiti, e quindi non inerente a fatti osservati personalmente.

Tuttavia, alcune circostanze riferite da Almagià sono di certo, almeno in linea teorica, riferibili alla sua diretta conoscenza: a) in primo luogo, il fatto che i due giovani americani sarebbero usciti di casa con un taxi verso l’una (Almagià potrebbe benissimo avere collaborato alla chiamata del taxi); b) poi, il loro rientro a casa verso le 3.15 con il borsello; c) inoltre, l’apertura del borsello con la verifica del suo contenuto; d) infine, il fatto avere immediatamente avvertito gli organi di polizia e di essersi recati alla caserma Podgora.

Viceversa, non è rilevante l’affermazione di Almagià secondo la quale i due americani si sarebbero recati al “Make Up”: di ciò egli non poteva averne alcuna certezza e avrebbe perciò dovuto affermare più correttamente - a differenza del resoconto testuale del verbale della sua testimonianza dalla quale traspare una conoscenza diretta del fatto - che questa circostanza gli era stata riferita dai due.

Le testimonianze di Gilberto e Pallas – ricordo, tradotte da Almagià, e successive alla deposizione di costui- sono del tutto identiche, anche semanticamente, in merito ai fatti della serata ed in particolare sugli orari, che finiscono altresì per coincidere non solo l’uno con quanto dichiarato dall’altro, ma anche con quelli dichiarati – prima di loro – da Almagià.

Infatti, Gilberto – secondo a deporre, alle 6.15, e primo dei due giovani - afferma di essersi voluto recare al locale verso le ore 1.00 insieme alla sua amica, giungendovi verso l’1.15. Tralasciando per ora le circostanze di ritrovamento del borsello, Gilberto afferma di averne controllato il contenuto solo verso le 3.00 “all’atto dell’uscita dal locale”. Se si tiene presente il presunto tempo di percorrenza occorso all’andata (un quarto d’ora), ecco che il rientro a casa finisce per coincidere perfettamente con quanto dichiarato da Almagià, ovvero le 3.15 circa. Anche se c’è un aspetto poco chiaro, di cui dirò tra poco.

Prima è il caso di annotare quanto, sugli stessi punti, ha dichiarato la signorina Pallas, a partire dalle ore 6.45.

Pallas ripete esattamente gli stessi orari attestati da Almagià e Gilberto: i due amici si sarebbero recati al locale partendo verso l’1.00; sarebbero arrivati verso l’1.15; il primo controllo sommario del contenuto del borsello sarebbe avvenuto “all’atto dell’uscita dal locale notturno e cioè verso le ore 3.00”.

Come si vede, le parole utilizzate sono esattamente la copia di quelle di Gilberto.

Anche questa testimonianza, fatti due conti per analogia con la durata del tragitto di andata, sembra implicare la concordanza dell’arrivo a Via della Lungara n. 3, verso le ore 3.15, con quanto dichiarato per primo da Almagià.

Tuttavia, nessuno dei due studenti rende un’espressa dichiarazione sull’orario, neppure approssimativo, di rientro a casa, né, a quanto si desume, nulla in merito gli deve essere stato domandato.

Non solo. Entrambi gli studenti, sia pure con formulazioni letterali leggermente diverse, lasciano trasparire un lasso temporale tra il controllo del borsello “all’atto dell’uscita dal locale, e l’arrivo del taxi chiamato per tornare a casa. Non è quindi del tutto chiaro a che ora sarebbero saliti sul taxi per il ritorno a casa, nè a che ora effettivamente sarebbero rientrati.

In ordine a questo aspetto, si possono formulare un paio di ipotesi basandosi sulla testimonianza del centralinista del Radio Taxi, Alfio Carbone, pag. 593 al link già citato e che qui per comodità riporto:

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_018.pdf

In merito a questa testimonianza sulle chiamate di quella sera da lui ricevute al centralino, tralascio per ora le chiamate attorno all’ora di partenza per il locale, e mi limito a quelle effettuate specificamente dal “Make Up”.

La prima chiamata segnalata in orario successivo alle 3.00, dunque troppo tardiva ai nostri fini, è una chiamata alle 3.26.

Restano quindi, come chiamate più papabili, una delle 2.25 e una delle 2.33 (per quanto indicate dal testimone in ordine cronologico inverso, almeno stando al verbale).

Se il tempo di percorrenza fu effettivamente di 15 minuti (e così risulterebbe anche oggi da google maps), i due sarebbero pertanto giunti a casa almeno mezz’ora prima delle 3.15.

Ciò significa che al “buco” informativo su che cosa accadde in caserma nel lasso compreso tra le due e le tre ore, tra le 3.50-4.00 e le 6.00 (inizio del verbale di Almagià), si dovrebbe aggiungere un “buco” informativo di circa un’ora su che cosa accadde in casa di Almagià, tra le 2.45 circa e le 3.45 circa, considerando che da Via della Lungara n. 3 alla caserma Podgora occorrono 4 minuti a piedi.

L’aspetto investigativo non propriamente convincente, per usare un eufemismo - e che tra l’altro è quello che mi ha spinto a ricercare negli atti, per un ormai istintivo moto di diffidenza verso le “conclusioni” di rapporti di sommaria indagine preventiva, l’auspicata esistenza del verbale di Alfio Carbone- è che nel correlativo rapporto alla Procura del 21 aprile si afferma che dalla deposizione del centralinista “non sono emersi elementi di rilievo”; cfr. pag. 122 al link seguente:

https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_016.pdf

Riepilogando quanto sin qui illustrato:

a) La tempistica dello svolgimento dei fatti viene fissata di fatto dalla testimonianza di Almagià, ascoltato per primo nonostante che non fosse stato neppure presente al momento del ritrovamento del borsello. Almagià fissa tanto l’orario di partenza verso il “Make Up” (1.00) dei suoi due studenti, che l’orario del loro rientro in casa (3.15);

b) Almagià è egli stesso testimone; ciò nonostante assiste alle testimonianze degli altri due protagonisti e, addirittura, funge da interprete per la loro deposizione;

c) Le testimonianze di Gilberto e Pallas in ordine agli orari e al primo controllo sommario, da parte loro, del contenuto del borsello sono sostanzialmente in fotocopia;

d) L’orario presunto di rientro in casa si scontra con gli elementi di dubbio, discendenti dagli orari delle chiamate dal “Make Up” di quella notte, che scaturiscono dalla deposizione del centralinista del “Radio Taxi”, Alfio Carbone.

A fronte di un verbale testimoniale del centralinista del Radio Taxi che- ben lungi dall’essere privo di “elementi di rilievo” come invece attestato dal rapporto dei carabinieri del 21 aprile – avrebbe meritato approfonditi riscontri davanti a un magistrato, le testimonianze di Almagià, Gilberto e Pallas, riguardo l’aspetto degli orari della vicenda, appaiono, a mio parere, come le pagine di una sceneggiatura concordemente confezionata, uno spartito stonato rispetto alle normali differenze di ricordi mnemonici che di solito caratterizzano la definizione degli orari tra un teste e l’altro (basterebbe confrontare queste tre dichiarazioni con quelle degli orari dell’agguato di via Fani, ben più variamente indicati dai testi della vicenda).

Non risulta credibile, cioè, a mio parere, che tre testimoni indichino senza alcuna forbice temporale, e senza alcun tentennamento, le ore 1.00 esatte per la partenza dei due giovani da Via della Lungara, e le ore 3.15 per il loro rientro a casa; quanto a quest’ultimo orario, peraltro, in sostanza smentiti dalla testimonianza del centralinista del “Radio Taxi”, perché è evidente che, per coerenza con la tempistica da essi dichiarata, essi non poterono prendere, al “Make Up”, il taxi chiamato alle ore 3.26, bensì o alle 2.25 o, al massimo, alle 2.33.

Bisogna aggiungere che la sensazione che si ricava dalle tre testimonianze è che quella della signorina Pallas sia stata di mero contorno: una testimonianza di cornice aggiunta esclusivamente per corroborare le affermazioni degli altri due protagonisti.

Occorre, in proposito, soffermarsi sull’aspetto centrale, quello delle presunte circostanze del ritrovamento del borsello.

Tralasciando la deposizione sul punto di Almagià, non rilevante, Gilberto – il primo dei due giovani a deporre- afferma che appena giunti al locale, alle 1.15 circa, “nell’uscire dal mezzo ho urtato con i piedi contro un oggetto, rivelatosi poi un borsello, che si trovava sul pavimento nel vano posteriore del veicolo. Ho raccolto detto borsello, ritengo senza che se ne fosse accorto il conducente del taxi e mi sono portato all’interno del locale senza per il momento controllare il contenuto dello stesso”.

Verso la fine della deposizione, Gilberto precisa inoltre che: “della presenza del borsello all’interno del taxi mi sono accorto io solo ed all’atto di uscire, solo in un secondo tempo e perché da me informata del fatto è venuta a conoscenza anche la sig.na Stephanie”.

La signorina Pallas – confermato, al minuto, l’orario di arrivo al “Make Up dichiarato da Gilberto - riscontra il ritrovamento del borsello da parte del collega di studi, con una leggerissima differenza: “…dopo che io ero uscita dal mezzo, ho notato che il sig. Gilberto posava a terra un borsello che non era di sua proprietà. Una volta partito il taxi chiedevo al Gilberto dove avesse trovato il borsello e apprendevo così che questo era stato rinvenuto sul pavimento del vano posteriore del taxi. Sul momento non abbiamo controllato il contenuto del borsello…”

Le due deposizioni sono identiche, di nuovo, sul piano testuale, riguardo alla presunta collocazione del borsello “sul pavimento del vano posteriore” del taxi. La particolarità è nel fatto che Gilberto depone, tradotto da Almagià, prima della Pallas ed afferma la conoscenza diretta dell’ubicazione del borsello; poco dopo la Pallas, ugualmente tradotta da Almagià, ripete testualmente il fatto, tuttavia con l’accortezza di traslare la costruzione sintattica quale fruitrice passiva dell’informazione riferitale da Gilberto.

Non fa una piega, non c’è che dire. Non c’è dubbio che tra le 3.50 e le 6.00, di tempo per acquisire correttamente le deposizioni potrebbe essercene stato a sufficienza.

Ma in questa cornice di quasi assoluta perfezione, il dettaglio che stona, e nel quale si usa dire che si nasconda il Diavolo, c’è.

Gilberto infatti, nel corso della sua precisazione, evidentemente riduttiva del ruolo della Pallas, afferma, come si è visto, che costei sarebbe venuta a conoscenza del fatto unicamente in quanto da lui stesso informata.

La Pallas, invece, stecca una nota dello spartito: afferma infatti di avere notato lei stessa che Gilberto posava a terra un borsello.

I due sarebbero usciti insieme: è dunque secondaria la circostanza rilevata dalla Pallas che il borsello non fosse di proprietà del Gilberto; la Pallas, insomma, doveva ben sapere che Gilberto non aveva con sé un borsello. In quale altro luogo, quindi, Gilberto avrebbe potuto reperirlo, se non sul taxi?

Il fatto, dunque, di far risultare la circostanza, di per sé ridondante, che Gilberto a quanto pare abbia messo al corrente la Pallas di aver ritrovato quel borsello sul taxi, suona con molta verosimiglianza come un artificio dialettico per, al contempo, collocare la Pallas in quel luogo e in quel “tempo” quale utile puntello testimoniale, e, altresì, conferirle un ruolo – evidentemente a sua tutela (del genere: “tranquilla, testimone si, ma fino a un certo punto”) - del tutto secondario.

D’altronde, il vano posteriore di un normale veicolo non è paragonabile ad un vasto volume colmo di oggetti.

Questo banale rilievo apre sostanziosi dubbi sulle modalità di rinvenimento del borsello dichiarate dai due studenti americani.

Primo: non si capisce come sia stato possibile che Gilberto abbia urtato contro il borsello solo all’atto di scendere, non accorgendosi della sua presenza sul pavimento né al suo ingresso nel veicolo, né durante tutto il viaggio, dato che intuitivamente il borsello dovette essere ubicato vicino ai suoi piedi dall’inizio alla fine del viaggio.

Secondo: non si capisce come, in quel limitato spazio, la Pallas non si sia a sua volta minimamente accorta durante il tragitto della presenza del borsello.

La versione del ritrovamento raccontata dai due non mi pare, dunque, minimamente credibile.

In tal senso depongono anche le altre circostanze del presunto ritrovamento.

Prima di tutto, non ha alcuna logica il comportamento dei due americani. Costoro si sarebbero resi responsabili di un fatto penalmente rilevante, appropriandosi indebitamente del borsello. Ma la possibile rilevanza penale del fatto passò evidentemente in secondo piano, davanti ai carabinieri, per la ben diversa rilevanza del contenuto del borsello.

Non si capisce per quale ragione essi non avrebbero dovuto avvertire il tassista della presenza del borsello, dato che tra l’altro, per quanto potevano saperne, quel borsello ben avrebbe potuto appartenere proprio al tassista. Il quale, comunque, se informato, avrebbe potuto attivarsi con l’aiuto della propria centrale per cercare di rintracciare chi avrebbe dimenticato il borsello sul taxi.

Ma al netto di ciò, è del tutto inaccettabile, perché priva di ogni logica, anche la sola semplice idea che i due studenti avrebbero conservato il borsello per quasi due ore all’interno del locale, senza avere alcuna curiosità di verificarne il contenuto se non all’uscita (con il rischio, tra l’altro, di smarrire o dimenticare il borsello, o di subirne il furto: eventi, questi ultimi, che rendono per l’appunto inverosimile l’adozione, da parte di chi intese far ritrovare quel borsello, di questa strana e curiosa modalità di “consegna”).

Questa considerazione è tanto più rafforzata dalla circostanza che la signorina Pallas, stando alla sua versione, avrebbe appunto chiesto ragione a Gilberto, appena scesa dal taxi, del possesso di quel borsello: è quindi del tutto inverosimile che i due non abbiano deciso, per logica conseguenza di quel ritrovamento, come sarebbe stato ben più ovvio, di verificarne subito il contenuto, o che non abbiano avuto alcuna discussione sul da farsi, nell’immediatezza di quel ritrovamento.

E d’altra parte, sono solo le loro parole, e quelle peraltro apparentemente de relato di Almagià (in realtà, lo ripeto, il primo a rendere la propria versione attorno alla quale aderiscono poi quelle dei due americani), a raccontarci di un ritrovamento del borsello sul taxi, e per di più sul taxi del viaggio di andata e non su quello di ritorno, con la conseguenza di creare quel buco inspiegabile di due ore prima che i due giovani avvertissero la curiosità di guardare dento al borsello.

Il tassista Mariano Bini, infatti (cfr. il citato fascicolo CM-2, n. 327_02, pagg. 17 e segg., al link più volte sopra unito) rintracciato a fine turno ed individuato come colui che aveva condotto i due giovani al “Make Up”, con il proprio taxi denominato “Pisa-1”, alle 7.35 dichiara che, al netto di un possibile controllo superficiale, controllo che comunque egli era solito compiere, non aveva notato alcun oggetto nel veicolo né al momento del ritiro del veicolo all’inizio del turno, né successivamente durante il servizio.

Come sua mera sensazione personale, ma ammettendo di non avere alcun elemento certo in proposito, dichiara che le persone che avrebbero potuto abbandonare il borsello nel taxi avrebbero potuto essere “i due tedeschi” che egli verso le 23.20 aveva condotto da un ristorante di Trastevere al locale “make Up”, quindi ben prima di accompagnarvi anche i due americani. In ogni caso va notato che dopo queste due persone “tedesche”, ma alle 23.45, quindi prima di prendere Gilberto e Pallas in Via della Lungara, Bini, assieme ad un suo collega, aveva fatto salire una piccola comitiva di altri otto stranieri (quattro coppie, che a suo dire si esprimevano in portoghese) nella zona del Teatro Quirino.

I “portoghesi” saliti, in particolare, sul suo taxi erano quattro: presumendo la regolare occupazione del veicolo, e quindi con un solo passeggero davanti, ciò vuol dire che nello spazio posteriore presero posto tre persone. In uno spazio reso più angusto, intuitivamente, di quello avuto a disposizione in seguito dai due americani, è abbastanza inspiegabile che nessuno dei tre “portoghesi” abbia urtato contro il borsello o comunque nessuno si sia accorto della sua presenza.

L’affermazione più interessante, sul punto, resa da Bini è comunque quella conclusiva della sua deposizione, e cioè di non essersi accorto, durante il servizio di quella notte, che qualche cliente avesse raccolto qualcosa all’interno del suo veicolo.

La descrizione dei propri viaggi di quella notte tra il 13 e il 14 aprile fatta dal tassista non può purtroppo essere verificata mediante la comparazione con la deposizione del centralinista del Radio Taxi, Alfio Carbone, perché quest’ultimo, come si è visto, riporta in dettaglio solo la decina di chiamate ricevute quella notte dal locale “Make UP”: salvo che per due eccezioni di cui dirò tra breve.

La scansione riferita dal tassista non è sicuramente un esempio di precisione svizzera: al netto di possibili, e forse probabili, errori di trascrizione nella verbalizzazione, ad un certo punto da una chiamata delle 23.20 si retrocede di nuovo alle 23, per poi “risalire” alle 23.45. I viaggi a partire dalle ore 23 circa assumono inoltre una frequenza quasi frenetica, tenendo conto del fatto che si sta parlando di Roma e dei tempi che, per come narrati, in alcuni tratti sono veramente stretti.

Ma l’elemento più stonato del verbale di Bini è l’orario indicato al quale egli avrebbe preso a bordo i due americani in Via della Lungara, cioè le “00,05” (mezzanotte e cinque minuti), e non quasi l’1.00 come testimoniato da Almagià e dai due studenti.

Questa versione apre un problema, perché in effetti una delle due eccezioni cui ho fatto cenno, nel verbale del centralinista Carbone, conferma gli orari delle testimonianze di Almagià e dei due giovani americani. Carbone infatti, a richiesta, precisa di avere mandato il taxi “Pisa-1” (cioè Bini) a Via della Lungara, in risposta alla telefonata ricevuta proprio alle 00.50 (cioè l’una meno dieci, orario compatibile con le versioni dei tre protagonisti), da parte di un cliente “il quale chiedeva un taxi che doveva portarlo da via della Lungara al locale Mik-up (sic!)”.

Pertanto, l’orario che appare dichiarato da Bini alle “00,05” potrebbe essere frutto di un banale errore di battitura con inversione delle due cifre dei minuti.

Tuttavia va anche detto che a fronte di una descrizione assai serrata dei viaggi compiuti tra le 22.30 circa in poi fino al momento in cui egli raccolse i due americani (cioè dire, stando alla trascrizione, a mezzanotte e cinque), qualora ci trovassimo effettivamente davanti ad un errore di trascrizione e al posto delle 00,05 dovessimo dunque leggere le 00,50, si aprirebbe per converso un singolare “buco” lavorativo, una cesura nell’attività, o quanto meno nelle notizie in merito ad ulteriori trasporti eseguiti, di circa un’ora da parte del tassista nel momento più intenso della sua serata, a partire dal momento in cui condusse a destinazione i “portoghesi” in Via S. Lucio.

Purtroppo non aiuta a dirimere il dubbio il fatto che Bini non dica praticamente mai a quali orari sarebbe giunto alle destinazioni richiestegli dai clienti, bensì solo il presunto orario di raccolta. Ad esempio, per quanto ci interessa, nella deposizione di Bini non risulta nulla né in ordine al suddetto arrivo in va S. Lucio con gli ultimi clienti trasportati precedentemente ai due americani, né in ordine all’arrivo al Make Up dei due americani, che possa aiutare ad interpretare, in un senso o nell’altro, la trascrizione di quell’orario di partenza da Via della Lungara.

Così come, analogamente, la mancata registrazione da parte di Carbone delle destinazioni richieste da quella decina di clienti che chiamarono dal locale non aiuta a definire con la maggior precisione possibile il reale – ed altrettanto importante - orario di rientro a casa dei due. Orario che se non altro, per quanto ho riscontrato proprio nella deposizione di Carbone, come ho già detto mi sembra si possa comunque ragionevolmente anticipare di almeno mezz’ora rispetto alle 3.15 circa attestate da Almagià e dai suoi due studenti.

Sta di fatto che se, come sembra dal rapporto di Cornacchia a Sica e dalla scansione cronologica degli atti, Bini fu rintracciato quasi subito (depone alle 7.35), e se il centralinista Carbone depone alle 10.25, fornendo orari delle chiamate almeno in apparenza più affidabili, sarebbe stato quanto meno opportuno rendersi conto della differenza di quasi un’ora tra quanto attestato dal tassista (le 00.05) e quanto risultava al centralinista (00.50) , e richiedere sia all’uno che all’altro gli ulteriori chiarimenti del caso.

C’è tuttavia un quesito che rimane non esattamente soddisfatto, in base almeno ai documenti qui citati (che sono quelli che poi per ora sono riuscito a reperire):

e cioè, quando e come viene rintracciato il tassista, visto che gli americani non ne ricordavano neppure la sigla?

Carbone infatti, che come detto viene tra l’altro ascoltato quasi tre ore dopo che il tassista era già stato rintracciato e accompagnato in caserma, dopo avere indicato le sigle dei taxi e in particolare il “Pisa-1” che si era recato a via della Lungara alle 00.50, afferma tra le varie cose: “…né posso specificarvi l’identificazione dei conducenti dei taxi, in quanto gli stessi sono registrati presso l’ufficio amministrativo della cooperativa Radio Taxi sita in via Sn Pio V nr. 20”.

Insomma, neppure Carbone, quando peraltro Bini ha ormai già deposto, può riferire l’identità del conducente, e, anche nell’ambito della tempistica più compatibile, cioè ancora alle 6 di mattina, i due studenti non sanno nulla dell’identificativo del taxi.

Come si arriva, quindi, ad individuare Bini, alle 7 scarse di mattina?

E come mai, a parità delle difficoltà manifestate in proposito dal centralinista, non si è arrivati invece ad identificare anche quella decina di tassisti che furono chiamati dal “Make Up”?

Sono due domande alle quali purtroppo non so, al momento, dare una risposta.

C’è poi un’altra singolarità nella deposizione di Alfio Carbone (il centralinista). Rilevato che tra l’altro proprio la chiamata delle 00.50, alla quale fornisce riscontro il taxi “Pisa-1” (Bini) è indicata come pervenuta da Via della Lungara ma curiosamente senza indicazione del numero civico, viceversa subito dopo – ed è la seconda eccezione cui mi riferivo innanzi in ordine alle specificazioni rese sui luoghi di destinazione dei taxi, almeno nella deposizione di Carbone – il centralinista riferisce di una ulteriore chiamata pervenuta poco dopo sempre da Via della Lungara, questa volta con la precisazione del numero civico 3 (cioè il medesimo del domicilio dichiarato da Almagià e dai suoi due ospiti), per quanto si riesce a leggere sembra alle ore 1.18, chiamata rimasta però senza seguito per abbandono da parte del cliente mentre il centralinista stava reperendo un taxi.

La coincidenza, ammesso che sia tale, è sicuramente notevole, anche se purtroppo temo che rimarrà senza alcun esito la curiosità di sapere chi altri, e perché, chiamò un taxi in quegli stessi minuti da Via della Lungara n. 3, in quella notte di inganni e sotterfugi.

Eppure si tratta di un aspetto assolutamente interessante e meritevole di approfondimento, se si tiene presente la filologia della deposizione del centralinista Carbone.

Infatti, la parte centrale della sua testimonianza è, come ho già rilevato, incentrata sulla decina di chiamate che sarebbero partite quella notte dal locale “make Up”: in sostanza, chi interrogava stava chiaramente cercando di far emergere il nesso delle chiamate con quel locale.

Carbone, come si è visto, precisa di non avere avuto contezza della destinazione dei clienti raccolti presso il locale da quei dieci taxi, e subito dopo aggiunge, dopo aver chiarito di avere controllato “minuziosamente” tutte le registrazioni inerenti il suo turno di servizio, che dal “Make UP” vi erano state “soltanto le chiamate di cui sopra”.

Improvvisamente, rispondendo a specifica domanda (il cui contenuto è ignoto in quanto il verbale riporta solo la risposta a seguire della formula burocratica “A.D.R.”), egli, appunto, precisa che verso le 00.50 era anche giunta una chiamata (da Via della Lungara, senza indicazione del civico) per recarsi al “Make Up”, proseguendo di getto con l’aggiunta, in quello stesso frangente sintattico descrittivo, dell’ulteriore chiamata in argomento (da Via Lungara civico 3) che suona per l’appunto come resa fuori contesto, priva com’è dell’indicazione della destinazione richiesta dal potenziale cliente, e troncata di netto durante la ricerca del taxi.

In altre parole, se il parametro che aveva caratterizzato l’assunzione del teste era quello dei tragitti (soprattutto) da e (in un solo caso) verso il Make Up, è chiaro che occorre chiedersi perché Carbone, nonostante non abbia fornito alcuna indicazione sulla destinazione richiesta, abbia inserito l’aggiunta della seconda chiamata, giunta alle ore 1.18 proprio da Via della Lungara 3, in quel contesto che faceva riferimento al Make Up.

E sarebbe stato interessante sapere, oltre alla possibile destinazione, come mai quel cliente rimasto misterioso abbandonò di netto la telefonata con il Radio Taxi.

Tirando le fila sulla deposizione del centralista, il suo contenuto offre spunti tutt’altro che di scarso o nessun rilievo, come invece affermato dal rapporto di accompagnamento dei carabinieri alla Procura.

In primo luogo, anche a voler tenere per buona la versione ufficiale del ritrovamento del borsello, non torna l’orario di ritorno a casa dei due americani che, a presumibile parità di durata del tragitto rispetto a quello di andata, va probabilmente anticipato di almeno mezz’ora rispetto alle 3.15 dichiarate da Almagià e dai due giovani.

Secondo poi, non si capisce, se non nell’ottica di voler canalizzare l’attenzione sul racconto del viaggio di andata verso il Make Up, il fatto che mentre si riuscì a rintracciare- a quanto pare – con una tempestività di cui, come ho detto, sfuggono le circostanza, il proprietario del taxi “Pisa-1”, e ad interrogarlo già alle 7.35, non furono rintracciati invece i proprietari del 10 taxi indicati da Carbone come quelli che in quelle ore notturne erano stati chiamati dal locale.

Nessuno di costoro risulta rintracciato, e dunque nessuno risulta interrogato; ecco dunque che la versione ufficiale, il racconto di quella notte e del ritrovamento del borsello, viene costruita, e vi rimane ancora oggi posizionata, lungo un asse portante del tutto sbilanciato sulla prima metà del racconto, cioè sulla versione secondo la quale il borsello sarebbe stato casualmente rinvenuto al termine del viaggio di andata al locale notturno.

Una versione monca, non c’è che dire, se non altro perché priva di qualsiasi riscontro da parte dell’anonimo tassista che avrebbe accompagnato a casa i due americani dal Make Up: tanto per essere ancora più chiari, priva di qualsiasi riscontro non su un dettaglio qualsiasi, ma su un elemento centrale della versione, e cioè se effettivamente un po' prima delle 3 di mattina i passeggeri in questione avessero con sé effettivamente un borsello all’uscita dal locale.

Certo, la valutazione del redattore del rapporto per la Procura (capitano Antonino Tomaselli) che accompagnava- tra l’altro – il verbale testimoniale di Carbone, indicandola come priva di “elementi di rilievo” non deve avere sollecitato molto- per usare un eufemismo- l’interesse e gli sforzi dei magistrati; però forse – così credo- sarebbe bastato leggere quel verbale (allegato ovviamente al rapporto) per farsi venire lo scrupolo o la banale curiosità di voler individuare ed ascoltare quei 10 tassisti.

Purtroppo, almeno nei limiti di una libera ricerca on line su fonti aperte, non mi risulta alcuna citazione a testimoniare, né tanto meno un’assunzione effettiva, davanti ad un magistrato, neppure del centralinista Alfio Carbone; così come, peraltro, di uno qualsiasi di quei tassisti, o del tassista Bini, di Almagià o dei due americani.

V) ALCUNI ALTRI ELEMENTI SUL BORSELLO. DAGLI ANNI ’90 AI GIORNI NOSTRI.

V-A) L’ufficiale dei carabinieri Raffaele Vacca.

In due deposizioni assunte il 15 ed il 27 marzo 1995, davanti al Pubblico Ministero del processo sull’omicidio Pecorelli, pendente a Perugia, deponeva l’allora Tenente Colonnello dei carabinieri Raffaele Vacca.

Egli stesso, ripercorrendo sommariamente in quelle sedi la propria carriera, ricordava di essere stato – all’epoca, con il grado di capitano – in servizio al Centro Sisde di Roma dal 1° aprile 1979 al 31 dicembre 1982, e ancor prima, tra il 1971 e il 1976 presso il Nucleo Operativo di Roma a Trastevere, tra il 1971 e il 1976, senza celare di essere stato in contatto, durante il servizio a Trastevere, sia pure per motivi di servizio e cioè al fine di raccogliere ogni possibile informazione utile, con Franco Giuseppucci, uno dei capi riconosciuti della “Banda della Magliana”, noto con il soprannome di “negro” (e divenuto noto soprattutto nella versione romanzata e cinematografica del suo personaggio come “il libanese”) nonché con Danilo Abbruciati ed Enrico “Renatino” De Pedis, omologhi del “negro” in quel consesso criminale (cfr. alle pagine 214 e seguenti al link: https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_035.pdf).

Medio tempore, il 18 marzo dello stesso anno, in un verbale di sommarie informazioni come persona informata dei fatti innanzi il ROS- sezione anticrimine dei carabinieri di Roma, Vacca dava atto di avere recapitato a quell’Ente, per farne consegna alla Procura di Perugia, delle proprie agende personali relative, tra gli altri, all’anno 1979 (pag. 219, link sopra unito.).

Nella seconda deposizione del 27 marzo di quell’anno davanti al PM di Perugia, a Vacca veniva chiesto espressamente conto di una specifica annotazione riportata alla data del 14 aprile 1979 nella propria agenda (pag. 221 del link sopra unito):







L’estratto delle agende con le varie annotazioni sulle quali il P.M. interrogò Vacca relative a tutti gli anni dal 1979 al 1982, si caratterizzano per la particolarità che l’unica annotazione apparentemente di carattere privato risulta proprio quella dell’acquisto di quel borsello. Tralascio gli anni successivi (il tutto comunque disponibile alle pagg. 229 e seguenti del link sopra unito), e riproduco qui per comodità l’estratto del 1979:




Non mi risulta che la deposizione sul punto di Vacca abbia avuto alcun seguito.

Certo, al netto del colore del borsello (nero, mentre quello attestato nei rapporti – ma non nelle testimonianze- del 14 aprile 1979 a quanto pare era marrone; si veda sopra) e fermo restando che se, per mera ipotesi, Vacca fosse stato compartecipe di quel “disegno”, l’avere indicato nella propria agenda un colore diverso di quello effettivo mi parrebbe proprio – mi scuso con il lettore per la sintesi brutale, ma che spero sia efficace - il minimo sindacale per un agente del SISDE, rimane la singolarità di un’annotazione di carattere tanto privato nell’ambito di una serie di annotazioni – comprendendo anche quelle fino al 1982, per le quali rinvio al link - con tutta evidenza di natura, invece, professionale.

Due rilievi sono comunque necessari, dei quali l’interrogante o non si è avveduto, oppure ha deliberatamente lasciato nel “non detto” presupposto alle domande poste a Vacca.

- a) Primo rilievo: l’annotazione dell’acquisto in data 14 aprile ovviamente deve far presumere un acquisto avvenuto, in quella data, a negozi aperti, e dunque ben dopo l’orario in cui il ritrovamento del borsello sarebbe avvenuto secondo la versione ufficiale, e ben dopo le 6 di mattina, orario intorno al quale i testimoni stavano deponendo davanti ai carabinieri – peraltro ex colleghi di Vacca - di Trastevere; quindi di per sé quell’annotazione non può essere collegata direttamente al borsello ritrovato in quelle prime ore del giorno 14 aprile. Il punto non risulta purtroppo approfondito in sede di escussione dell’ufficiale, e, a ben vedere, delle due l’una:

o quell’argomento non avrebbe dovuto neppure essere trattato, se si ritenne di non approfondirlo in ragione dell’evidenza che l’acquisto da parte di Vacca del suo borsello non poteva che essere avvenuto dopo il ritrovamento di quello oggetto dell’oscura vicenda;

oppure, se l’annotazione dell’agenda di Vacca fu affrontata perché ritenuta fortemente sospetta, il meno che si può dire è che l’approfondimento svolto non fu di certo coerente con quel sospetto;

- b) secondo rilievo: non è stato approfondito l’attributo apposto tra parentesi (vero) riferito al borsello. Non è chiaro se si riferisse al materiale (ad esempio: pelle) che comunque Vacca ben avrebbe potuto esplicitare nell’ambito di un’annotazione così apparentemente privata, per completare la descrizione dell’oggetto acquistato. Il significato di quella precisazione resta dunque neutro, se non ambiguo, non potendosi riferire ad alcun elemento in qualche modo connesso al borsello, posto che andando per esclusione logica e filologica, il suo opposto, cioè un borsello “falso”, sarebbe con ogni evidenza un concetto privo di qualsiasi significato concreto. Anche su questo punto, purtroppo, è mancata la richiesta da parte del P.M. di Perugia di qualsiasi precisazione.

Forse, combinando i dubbi di cui sopra, l’inquirente – se sospettava, come è evidente, di quella annotazione - avrebbe anche dovuto porsi, e porre all’ufficiale, ed ulteriormente verificare con altri elementi, la domanda se l’annotazione riportata nella sua agenda ed in particolare l’uso del predicato di avere “comprato” (un borsello nero (vero)”) , tenuto conto anche dell’inquadramento nel Sisde, non rispondesse per caso ad una espressione gergale in uso al servizio per indicare l’avvenuta condotta a termine di un’operazione.

Oltre questo, non è possibile spingersi, e mi limito dunque a porre le considerazioni appena svolte, auspicando che possano essere un utile punto di partenza per eventuali approfondimenti.

V-B) Perché il Sisde chiese notizie al FBI su Almagià e i due americani ancora nel 1984 (e con Chichiarelli ancora vivo)?

Risulta dagli atti che ancora cinque anni dopo la vicenda del borsello, e con Tony Chichiarelli ancora vivo e non ancora sospettato – almeno non pubblicamente – di essere l’esecutore materiale del confezionamento e della “consegna” del borsello con le modalità ancora oggi ufficialmente accettate e condivise sia in sede giudiziaria che nella pubblicistica (ma non in questo articolo), il Sisde stava con ogni evidenza compiendo indagini su Edoardo Almagià, Gilberto e Pallas, al punto di chiedere informazioni al FBI americano (cfr. per tutto quanto di seguito, il fascicolo 557_24 della CM-2 a questo link: https://gerograssi.it/cms2/file/casomor ... 57_024.pdf).

Il 4 febbraio 1994, Cardella, PM di Perugia per l'omicidio Pecorelli, chiede vari atti sull'omicidio e sulla rivista OP al Sisde (rif. deduttivo nella risposta Sisde a pag. 353 del link poc’anzi unito).

Nella risposta del Sisde al magistrato del 24 marzo 1994, nell'ambito di uno degli allegati, in indice c'è l'indicazione sintetica, tra i vari atti, della nota della FBI n. 163 del 10 MAGGIO 1984 indirizzata alla Direzione SISDE; cfr. pag. 361 link citato:


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Come si vede, ancora nel 1994 (dieci anni dopo gli scambi informativi tra i due enti), si trattava tra l’altro di materiale “classificato”.

Con ogni evidenza, quella risposta seguiva ad una richiesta del Sisde al FBI protocollata con nota Sisde di un mese prima, n. 2/1492 del 9 APRILE 1984; cfr. pag. 359 link citato:





Non è chiaro chi fosse lo “Stefano” indicato quale destinatario- presumo per conoscenza – della nota che, in base al numero identificativo, come vedremo è quella inviata appunto al FBI.

Con nota del 22 aprile 1994 (pagg. 693 e segg., documento e link cit.), il Sisde integrava la risposta alle richieste di Cardella del precedente 4 febbraio, inviando tra l’altro in allegato:



Ammesso che questa richiesta di “riservatezza” da parte dell’”Ente estero originatore” fosse stata all’origine della “classificazione” del documento sopra accennata, l’aspetto tragicomico è che già nella precedente risposta al magistrato del 24 marzo (poc’anzi menzionata) quell’”Ente estero” era stato clamorosamente svelato dal Sisde stesso, poiché in essa si indicava chiaramente tra gli allegati, come si è visto, proprio la fonte della “nota del 10 maggio 1984”, cioè l’FBI.

Tralasciando quest’ultima considerazione, che comunque può essere utile in generale per comprendere come un modus operandi caratterizzato da un eccesso di rimandi documentali possa in realtà condurre a creare confusione negli stessi depositari del segreto e a rivelare inopinatamente ciò che non si vorrebbe o dovrebbe, questa seconda nota integrativa del Sisde per il dott. Cardella avrebbe dovuto condurre a chiedere ragione delle motivazioni per le quali la FBI non gradiva, per così dire, comparire come latore della risposta alle richieste del Sisde; cosa tanto più oscura alla luce del fatto, come vedremo tra poco, che quella risposta consisteva in un sostanziale “nulla di fatto”.

La nota in questione dell’”Ente estero” è collocata a pag. 791 del documento in esame e al link di cui sopra, e la riproduco per comodità:





Dai rispettivi numeri di protocollo dei “files” indicati nell’”oggetto” del documento – rispettivamente 163 e 2/1492 – scorrendo a ritroso le note a ritroso del Sisde, di cui ho poc’anzi dato conto, emerge senza possibilità di dubbio alcuno – ancorchè non risulti nel testo di quest’ultimo documento alcun riferimento all’”Ente estero originatore” – e a dispetto dell’intestazione in epigrafe su carta del Sisde, che questo documento datato 10 maggio 1984 è per l’appunto la risposta – n. 163 - inviata dal FBI al Sisde in risposta alla richiesta n. 2/1492 del precedente 9 aprile, e che il Sisde semplicemente si limitò a ritrascrivere su propria carta intestata per non rivelare, appunto, detto ente estero; in realtà, come detto, già ampiamente rivelato, se solo si fossero ricomposti i pezzi del “puzzle” comunicativo inviato all’autorità giudiziaria richiedente.

Il fatto che nel testo in inglese il mese sia indicato “aprile” anziché “april”, può essere pertanto derubricato a mio avviso senza patemi ad un errore di battitura nella trascrizione dell’originale inglese nel “finto” originale intestato Sisde in doppia lingua.

In ogni caso, sulla sequenza non possono sussistere dubbi: la certezza si ricava, oltre che dalla scansione temporale delle rispettive note del Sisde (9 aprile) e del FBI (10 maggio), che non possono che corrispondere per sequenza anche logica ad una richiesta che di necessità precedette la risposta, anche da alcuni riferimenti linguistici e testuali:

- Il file del mittente (“our”, cioè nostro) è per l’appunto il 163, che lo stesso Sisde il 24 marzo si era lasciato “scappare” essere una nota del FBI;

- la forma della scrittura delle date, sia della datazione del documento, che di quella della richiesta Sisde cui la FBI stava rispondendo, è quella tipica in uso negli Stati Uniti, e cioè prima il mese e poi il giorno;

- inoltre, anche dal punto di vista filologico, l’apposizione per primo del testo in inglese indica con chiarezza che quel testo era l’originale, e quella in calce era solo la traduzione ad uso interno degli inquirenti italiani.

Il Sisde dunque, nella primavera 1984, poco dopo la rapina alla Brink’s Securmak e con Chichiarelli ancora vivo e attivo, ma dopo ben cinque anni dall’episodio che ci occupa, stava ancora compiendo indagini – l’oggetto recato dall’epigrafe è chiaro - su Almagià, Pallas e Gilberto, tutti e tre cittadini statunitensi, incluso Almagià per nascita anche se con doppia cittadinanza.

Come ho più volte rilevato, non risulta che queste indagini abbiano avuto un seguito in sede giudiziaria, neppure in sede istruttoria, almeno non per questa vicenda (viste le successive traversie giudiziarie personali sia in Italia che negli USA vissute da Almagià, e che giungono fino ai nostri giorni, per accuse di presunti traffici illeciti di reperti artistici e archeologici).

Piuttosto, non posso omettere di far notare come, a fronte dell’esito negativo delle ricerche esperite dal FBI, si pongano evidenti errori nell’indicazione dei nomi delle tre persone su cui si voleva indagare, se si confronta questo documento con il rapporto e i verbali delle testimonianze prodotti dai carabinieri; e precisamente, nell’ordine di menzione: Gilberto viene chiamato come “Michel Antony”, anziché come “Michael Anthony”, Pallas viene indicata come “Stephany”, anziché Stephanie”, e soprattutto Almagià viene trascritto, quanto al nome, come “Carlo Gustavo Edoardo” anziché “Edoardo” come primo nome, e, quanto al cognome, come “Almogia” (ovvero sia con la “o” e senza accento), anziché Almagià.

Non so dire quale sia stata l’origine di questi errori, e se essi abbiano avuto riflessi sul mancato riscontro di dati negli atti del FBI a loro nome. Tuttavia, questa constatazione mi conduce direttamente ad evidenziare il vero convitato di pietra, il fantasma di questo scambio documentale, che sarebbe stato assai utile conoscere per capire le ragioni sottese alla prosecuzione delle indagini sui tre anche dopo cinque anni il fatto: non si rinviene, cioè, purtroppo, il testo completo della richiesta formulata dal Sisde di informazioni al FBI, né risulta se l’autorità giudiziaria ne abbia chiesto o meno l’acquisizione (con la conseguenza, tra l’altro, che non è per l’appunto possibile stabilire se quegli errori di trascrizione dei nomi sia stato indotto dal Sisde, o se viceversa sia stato frutto di errato recepimento da parte del FBI).



V- C) La versione tardiva di Almagià su quella notte. Sue vicende nei decenni successivi fino ai giorni nostri e una sua recente sconcertante dichiarazione.

Edoardo Almagià, in epoca più recente, ed in uno luogo che si presume più meditato, qual è il proprio sito internet, quindi in una sua tranquilla descrizione unilaterale degli eventi, ha reso una descrizione del fatto di quelle prime ore del 14 aprile 1979 differente da quanto risulta accertato nei verbali, tra i quali quello della sua stessa testimonianza, raccolto a caldo dai carabinieri in quelle stesse ore.

Almagià scrive infatti, tra l’altro, sul sito: https://almagia.it/cenni-biografici-bio ... li-e-roma/:

Tornato a Roma, sono stato chiamato dal direttore della American University of Rome, dove ho insegnato Storia dell’Arte antica. Si chiamava David Colin, dell’accademico aveva poco e ho sempre sospettato fosse stato un agente dei servizi segreti. Avendo a disposizione tutti i musei e i monumenti di Roma, oltre che Pompei, Villa Adriana, Cerveteri ed altri siti, non ho mai dato una lezione in classe. Volevo che gli alunni toccassero le cose e le vedessero con i propri occhi. Per chi si avvicinava all’arte non vi poteva essere esperienza migliore.

Per arrotondare lo stipendio che non era dei più lauti, affittavo qualche volta la seconda stanza da letto che avevo nel mio appartamento di Via della Lungara e ogni tanto a tempo perso mi occupavo di antiquariato.

Di questo periodo voglio ricordare un episodio dei più curiosi. Una sera stavo aspettando a casa un gruppo di studenti per passare insieme qualche ora piacevole. Giunti da me mi mostrano una cartella da ufficio e mi chiedono di guardarci dentro. La poso sul tavolo e la svuoto. Ne esce fuori una rivoltella, alcuni proiettili, un certo numero di schede, pagine di elenco telefonico con nomi sottolineati, la testata di una macchina da scrivere ed un’insieme (sic) di carte da collegare alle Brigate Rosse e alla faccenda Mino Pecorelli. Chiedo come ne fossero venuti in possesso. Mi dicono di essere saliti in un taxi per venire da me e al momento di pagare la corsa si sono accorti di questa cartella. Usciti dalla macchina, vi hanno dato un’occhiata e hanno pensato bene di farmi esaminare il contenuto.

Dopo avere ispezionato attentamente tutto il materiale e rendendomi conto che sui nomi menzionati poteva forse pendere una minaccia di morte, ho raccolto il materiale insieme agli studenti e li ho portati alla stazione dei Carabinieri di Largo Cristina di Svezia.

Consegnata la borsa e descritte le modalità del ritrovamento, siamo stati tenuti lì ed interrogati per alcune ore. Il materiale recuperato, in particolare la testata della macchina da scrivere, era tutto da ricollegare al rapimento Moro. Chi ancora ricorda i fatti sarà sicuramente al corrente della storia della famosa testata.

Quando ho raccontato la storia ad un anziano giornalista di mia conoscenza, sono quasi stato rimproverato. Mi ha detto che in Italia non ci si può comportare da inglesi, che mi sono infilato in un vespaio, che il mio nome sarebbe finito negli elenchi dei servizi segreti e che come ricompensa sarei stato messo sotto sorveglianza, pedinato e con il telefono sotto controllo.

Parto dalla fine: Almagià è stato oggetto di pesanti accuse dalla autorità sia statunitensi che italiane, fin dagli anni ’90, sui suoi presunti traffici illeciti di opere artistiche-archeologiche. Non sorprende pertanto l’excusatio non petita di essere finito sotto osservazione per la vicenda del borsello, per la quale in realtà non pare sia mai stato interrogato da alcun magistrato.

Si veda a puro titolo esemplificativo al link seguente dove è possibile scaricare gratuitamente, previa semplice registrazione, un saggio del 2009 del noto giornalista del “Messaggero” di Roma, e saggista, Fabio Isman: https://www.academia.edu/25009821/I_pre ... _2009_text

Arriverò tra poco all’ultimissima vicenda in merito, rilevante prima di tutto perché vi si rinviene una dichiarazione alla stampa del nostro a dir poco inaudita.

In queste “memorie”, Almagià rende le “descritte modalità del ritrovamento” (del borsello: nda) in modo del tutto opposto a quelle da lui stesso dichiarate ai carabinieri nel 1979.

E’ perfino superfluo sottolineare come in queste righe egli attesti il ritrovamento da parte dei suoi amici al termine di un viaggio in taxi verso casa sua (e non al termine del viaggio verso il locale “Make UP”, che in queste note non viene neppure citato di striscio). La tempistica del ritrovamento è qui attestata quindi in modo diametralmente opposto a quella dichiarata il 14 aprile 1979.

Egli inoltre fa riferimento ad “un gruppo di studenti “ (e non a due sole persone) che egli stava aspettando, per l’appunto a casa sua, e non ad un rientro in casa di due soli studenti dopo un paio d’ore trascorse nel locale notturno.

Il borsello viene inoltre descritto come una “cartella da ufficio”, che è cosa diversa da un borsello.

Rimane la costante del presunto ritrovamento dell’oggetto alla discesa dal taxi, e dell’apprensione illegittima del medesimo oggetto da parte degli “studenti”.

Almagià ammette infine quanto ho evidenziato in precedenza: e cioè l’evidente lasso di tempo durante il quale egli e i suoi ospiti sarebbero stati “tenuti lì ed interrogati per alcune ore”: perché, dunque, nulla è dato sapere ufficialmente su quelle 2-3 ore tra l’arrivo alla caserma e l’inizio delle verbalizzazioni?

I tre verbali, come ho già rilevato, sono lunghi a mala pena poco più di una pagina ciascuno, e ripetono come un disco rotto la stessa versione “al minuto”.

Cosa è successo in caserma, a Trastevere, tra le 4 e le 6 del mattino? Fu forse concordata una versione plausibile, e sostanzialmente immune da eventuali dubbi dell’autorità inquirente, in quanto abilmente imperniata sulla “casualità” del ritrovamento dell’oggetto?

Non è credibile che, nel momento in cui in un luogo meditato di sue memorie personali come il proprio sito, Almagià ripercorra- peraltro legittimamente – questo particolare episodio, che ben avrebbe potuto evitare di citare, egli non ricordi correttamente gli eventi di cui sarebbe stato protagonista, in una vicenda così rilevante della storia giudiziaria, e della cronaca, italiana recente: l’alternativa in ordine al momento del ritrovamento del borsello da parte dei suoi “studenti” andrebbe quindi risolto, una volta per tutte: o al momento del viaggio verso il “Make Up”, o, all’opposto, al momento dell’arrivo a casa sua.

La differenza è fondamentale, anche sotto il profilo della logica sottostante alle due versioni. Perché quella ufficiale, del ritrovamento all’1.15 circa all’arrivo al “Make Up”, proprio non sta in piedi.

Resterebbe quindi quella attestata ai giorni nostri sul sito di Almagià, cioè del ritrovamento della “cartella da ufficio” al rientro a casa del “gruppo” di studenti. Versione in ordine alla quale non constano iniziative da parte dell’autorità giudiziaria per dirimere l’evidente conflitto con quella ufficiale risultante dai rapporti e dai verbali del 14 aprile 1979.

In ordine alle vicende personali di Almagià quale- adotto volutamente una formula sintetica- mercante d’arte, che ne hanno caratterizzato la sua vita personale da decenni, ho fatto già cenno e rinvio, oltre che al menzionato saggio di Fabio Isman, al materiale liberamente fruibile in rete.

Vale però assolutamente la pena di evidenziare l’ultima notizia apparsa su di lui, proprio a giorni nostri, ad inizio dello scorso novembre 2024, rinvenibili tra i molti al link seguente: https://www.open.online/2024/11/03/stor ... resto-usa/

In questa notizia, che riguarda Almagià per un recentissimo mandato di arresto delle autorità USA per presunto traffico illecito di opere artistico-archeologiche del valore di milioni di dollari (accusa che segue quelle precedenti già della fine del secolo scorso) , e prescindendo ovviamente dal merito delle accuse, la parte che mi preme evidenziare è la seguente:

“In un’intervista a Repubblica, Almagià si è descritto come «una vittima di persecuzione». «Mi hanno accusato di aver nascosto la Renault rossa in cui è stato ucciso Aldo Moro o di essere in contatto con la banda della Magliana – dice – Vengo messo in mezzo perché ho deciso di combattere questo sistema», afferma il mercante, respingendo le accuse. E sul mandato di arresto nei suoi confronti, Almagià afferma di «essere caduto dalle nuvole: me lo ha detto il giornalista del Nyt. Ma io – continua – non ho fatto nulla, non ho mai avuto una galleria, un negozio».”

L’affermazione di Almagià che ho sottolineato è di gravità quanto mai inaudita, nel senso letterale del termine, poiché non mi consta, come ho più volte sottolineato, per quanto io abbia ricercato, alcun atto giudiziario su di lui a seguito della vicenda del borsello oggetto di questo saggio; tanto meno alcun atto giudiziario che ne abbia trattato negli strettissimi termini evidenziati, quale presunto custode addirittura della Renault 4 rossa che fu la prima bara di Moro in Via Caetani:“acciambellato in quella sconcia stiva “, come ne scrisse il Poeta Mario Luzi.

Oltre due mesi sono passati, mentre scrivo, da quell’affermazione: eppure essa è passata come acqua sull’olio, nell’indifferenza più totale e senza alcuna reazione – almeno per quanto consta pubblicamente- degli organi inquirenti di questo Paese. Purtroppo, anche i cronisti che hanno raccolto questa affermazione non sono stati in grado, a quanto pare, di dare il giusto seguito a queste rilevanti parole.

Edoardo Almagià (e famiglia) era in effetti proprietario (anche) di immobili in Via/Piazza di Monte Savello n. 30 (strada e piazza sono in effetti un tutt’uno), a margine della Sinagoga e al liminare di uno dei lati di quel trapezio irregolare che delimita il quartiere noto come il “Ghetto” ebraico di Roma, uno dei siti più belli, tra i i più belli, della magnifica Capitale, tra resti millenari e palazzi rinascimentali di alcune tra le famiglie (come la famiglia Orsini) tra le più nobili e ricche di Storia della città.

In quello slargo latistante il Lungotevere, secondo Valerio Morucci la mattina del 9 maggio 1978 la Renault 4 rossa con il cadavere di Moro condotta da Moretti e Maccari, proveniente dall’improbabile prigione di Via Montalcini, si sarebbe incontrata per l’ultima tappa con l’auto - in attesa in quei pressi- che doveva fungere da battistrada per le ultime centinaia di metri fino a Via Caetani, condotta dallo stesso Morucci e da Bruno Seghetti.

Mi chiedo, e chiedo, se per caso Edoardo Carlo Gustavo Almagià, nato a New York a seguito dell’emigrazione della famiglia israelita in conseguenza delle criminali “leggi razziali” emanate dal regime fascista, ed emerso in questa storia unicamente come domiciliato in Via della Lungara n. 3, ma proprietario “inaspettato” anche di immobili in Via di Monte Savello 30, non abbia voluto lanciare un qualche “messaggio” ad orecchie più sensibili di quelle rimaste apparentemente sorde in questo mese e mezzo dall’apparizione della notizia di cui sopra.

Nessuno meglio di lui potrebbe attestare se, e in quali sedi, egli sia effettivamente mai stato fatto oggetto anche solo di un’illazione come quella, gravissima, da egli stesso riferita alla stampa lo scorso inizio di novembre 2024.

VI) CONCLUSIONI.

E’ giunto il momento di riassumere opportunamente le fila del lungo discorso che ho tentato di articolare.

Immaginando un percorso argomentativo circolare, faccio ritorno al “prologo” introduttivo, per ripercorrere poi schematicamente i punti dubbi sollevati.

L’analisi istituzionale e pubblicistica della vicenda del presunto ritrovamento del “borsello” (o “cartella da ufficio”?) su un taxi il 14 aprile 1979 si è adagiata sulla “casualità” del ritrovamento, senza avvedersi che in tal modo si potrebbe ben vanificare la stessa prospettiva di indagine che ha posto al centro, con evidente sbilanciamento dell’asse portante della ricostruzione della storia, il disegno ricattatorio-comunicativo pur giustamente riconnesso al contenuto di quell’oggetto, disegno che peraltro ancora oggi non si può dire concordemente e pacificamente definito (ricatto a chi? Messaggio a chi? Da parte di chi?).

Se il ritrovamento di quell’oggetto è, infatti, con tutta evidenza, la prima ed essenziale fase di funzionamento di quel disegno, rimettere il rinvenimento alla pura casualità significherebbe dover ammettere il suo esatto opposto, e cioè che in virtù dello stesso “motore”, cioè il fato, quel borsello avrebbe pure potuto non essere mai ritrovato (per dispersione, furto, distruzione, abbandono, ecc.).

La logica ci conduce ad affermare esattamente l’opposto: e cioè che proprio la verosimile riferibilità almeno sul piano esecutivo ad un “marchio di fabbrica” affidabile e sperimentato, quale fu Tony Chichiarelli, impone di ritenere le modalità di ritrovamento di quel borsello tutto meno casuali, bensì come parte esse stesse del progetto – quale che fu – cui il contenuto di quel “borsello” doveva corrispondere.

In proposito, l’analisi dei documenti disponibili, per quanto scarni, e senza che ovviamente si possa dire individuata una prova provata dell’artificiosità della versione ufficiale, consente di evidenziare i punti deboli che ho tentato di enucleare e che qui riassumo:

- A) i due studenti, se stiamo a quanto appurato, si resero protagonisti di un reato. Ciò che più conta, rimane del tutto inverosimile ed illogico:

1) che Gilberto si sia accorto del borsello solo al momento di scendere dal taxi;

2) che essi non abbiano ritenuto di consegnare al tassista quell’oggetto;

3) che essi abbiano portato all’interno del locale per circa due ore quell’oggetto senza mostrare alcuna immediata curiosità di verificarne il contenuto;

4) che essi abbiano corso il rischio che l’oggetto venisse loro sottratto, o andasse smarrito, all’interno del locale (o successivamente);

- B) l’orario indicato per il rientro a casa deve essere anticipato di almeno mezz’ora, alla luce della deposizione del centralinista del radio taxi Alfio Carbone;

- C) il tassista del loro viaggio di andata verso il “Make Up” non è stato in grado di affermare alcunchè in ordine alla presenza di quel borsello sul taxi;

- D) il tassista stesso, Bini, è l’unico rintracciato dai carabinieri;

- E) non è dato sapere come egli sia stato rintracciato immediatamente alla fine del servizio, cioè entro le 7 di mattina, dal momento che i due studenti americani affermano di non ricordare la sigla del taxi, e che il centralinista Carbone, tre ore dopo, abbia affermato che non era in grado di collegare alle sigle dei taxi i rispettivi titolari;

- F) nessuno dei dieci tassisti indicati dal centralinista Carbone come inviati al locale “Make Up” in quella notte è mai stato ascoltato, in particolare i due chiamati alle 2.25 e alle 2.33: non si ha perciò nessun riscontro alle affermazioni dei due giovani americani né in ordine al rientro a casa, né in ordine al fatto che avessero con loro un borsello;

- G) nell’ordine delle testimonianze, Almagià, pur non essendo stato presente al momento del ritrovamento né testimone dei due viaggi dei suoi ospiti, viene ascoltato per primo;

-H) le testimonianze dei due studenti, quanto agli orari e alla descrizione dei fatti, ricalcano quanto previamente affermato da Almagià e sono l’una in identica sincronia con l’altra;

- I) le testimonianze dei due studenti vengono raccolte alla presenza di Almagià e con la traduzione, senza alcun giuramento, di entrambe le loro dichiarazioni da parte di costui, in palese, potenziale conflitto di interessi;

- L) le copie disponibili dei tre verbali non recano né il nome, né alcuna sottoscrizione, neppure in sigla, di un verbalizzante dei carabinieri;

- M) tra l’orario dell’arrivo dei tre alla caserma Podgora, oscillante tra le 3.30 e le 4.00 del mattino, e l’inizio della verbalizzazione della deposizione di Almagià alle ore 6.00, trascorrono oltre due ore nelle quali è ignoto cosa sia accaduto. Ciò è tanto più sospetto alla luce della consistenza dei tre rispettivi verbali testimoniali, che constano ognuno di poco più di una pagina, con dichiarazioni, in sostanza, in fotocopia;

- N) la tardiva ed incidentale dichiarazione di Cornacchia in risposta alla domanda di Miguel Gotor in CM-2 (improvvidamente interrotto dal presidente Fioroni) afferma senza mezzi termini che il borsello gli fu fatto avere da Chichiarelli: è rimasto privo di qualsiasi sviluppo che cosa il generale in pensione abbia inteso dire esattamente con quelle parole, fermo restando che l’affermazione rinvia comunque ad una diretta azione di Chichiarelli volta a consegnargli – quale all’epoca responsabile del Reparto Operativo di Roma – quel borsello, direttamente o per un qualche consapevole intermediario;

- O) la versione fornita da Almagià sul proprio sito in anni recenti, inverte l’ordine di ritrovamento del borsello spostandolo al momento del termine del viaggio verso casa sua, per passare una serata insieme, da parte di un imprecisato “gruppo di studenti”; scompare qualunque riferimento al locale notturno, e i suoi due ospiti dell’epoca si confondono in un indistinto gruppo di più persone. Non è verosimile che Almagià non ricordi i dettagli di una vicenda così grave e particolare e ne dia, senza apparente ragione, una versione diversa da quella testimoniata ai carabinieri:

- P) i magistrati di Perugia non effettuarono nessun particolare approfondimento sulla singolare annotazione contenuta nell’agenda dell’allora capitano Vacca alla data del 14 aprile 1979 in ordine all’acquisto di un borsello in quella data. Non è quindi possibile fare alcuna ulteriore ipotesi su quell’annotazione, salvo rilevare che, per accontentarsi di una risposta scontata come quella data dall’ufficiale- già in servizio al Sisde nel 1979, e negli anni precedenti al reparto Operativo di Roma - nella sua escussione, forse tanto valeva la pena non porsi proprio il problema.

Quello che, al momento, non sono riuscito a verificare, è l’esistenza di rapporti di conoscenza personale tra Almagià e Chichiarelli, questione meritevole comunque di ulteriori ricerche, vista la frequentazione del mondo dell’arte che caratterizzava entrambi.

In conclusione, la mia personale convinzione è che la versione ufficiale del ritrovamento del “borsello” sul taxi la notte del 14 aprile 1979, quale cioè evento dovuto ad una mera casualità, sia artificiosa e smentita dalla logica e dai dubbi emergenti dalla ricostruzione dei documenti disponibili.

L’opinione ormai comunemente accettata e da sempre data per scontata, di un ritrovamento casuale del borsello, ha finito per amputare la ricostruzione complessiva della vicenda, privando la legittima ricerca delle finalità insite nel contenuto di quel “borsello” dell’individuazione della stessa origine di quel “disegno” e quindi, a seguire, del suo svolgimento: e cioè a chi e come esso doveva essere consegnato per divenire di pubblico dominio e raggiungere il suo scopo ricattatorio-comunicativo. Al punto che ancora oggi le ipotesi sul “messaggio” insito nel contenuto del borsello non sono né chiare, né pacifiche, né condivise.

Ulteriore elemento che meriterebbe approfondimento, è infine la recente dichiarazione di Almagià di essere stato a suo tempo anche “accusato” di avere custodito la Renault 4 rossa che fu, per dirla con il Poeta, la “sconcia stiva” in cui fu consegnato “acciambellato” il cadavere di Aldo Moro.



Nota: tutti i link citati e riprodotti nell’articolo sono risultati attivi alla data del giorno 11 gennaio 2025.

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8 commenti:

Crow19 gennaio 2025 alle ore 00:25
Michael Anthony Gilberto died prematurely in 2005, of a terminal disease. He is survived by his brother Brent, to whom Mike had told the handbag story back then, more or less in the known terms. Nothing re Almagiá though. It makes me think that possibly, probably, Mike really happened to be in that taxi that night - why would he lie to his own bro ? But : somebody must have planted the handbag inside there just before Mike got on it. Mike never told his bro much more about his Rome stay - it was kind of a mystery for Brent. Looks as if Mike was framed - I suspect it was Almagià who set him up, but finding evidence will be tough. Key to this affair might be Mrs Pallas, but she´s nowhere to be found and Brent has never heard of her. I do not even know if she´s still alive, but from what I gather from the SSDI, she should be.
Mike´s family was your average middle-of-the-road Italian-American affair, on his father´s side (Gilberto) : his dad ran a tobacco store, which is now being managed by Brent. His mother´s maiden name was Hassan, which might either be Arabic or Jewish (Hazan in Hebrew means singer, synagogue singer). No involvement apparently, in dirty or murky dealings of any kind.
Mike was the smart one, and he became an arts impresario, much beloved in his field. A very very nice guy apparently.
I hope this helps.

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Anonimo20 gennaio 2025 alle ore 22:15
Hi Crow, thank you so much for your very interesting news. Can you write us to our mail (sedicidimarzo@gmail.com) just in case of any possible addendum? Thank you again very much in advance. Franco Martines f. SEDICidiMARZO

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Fin25 gennaio 2025 alle ore 18:58
Le origini storiche dell´AUR portano a due ebrei su 3 fondatori : David Tyrone Colin, ex agente OSS, aveva americanizzato il suo originale cognome ebraico Cohen. L´altro è Giorgio Alfredo Tesoro, professore di economia sotto il fascismo, che pur avendo sottoscritto il giuramento di fedeltà imposto nel ´31, fu poi estromesso nel ´38 dalle leggi razziali ed emigrò negli USA, dove fu accolto a braccia aperte e finanziato da Rockefeller, fino ad assumere prestigiosi incarichi governativi a carattere economico ma pure di intelligence, dato il bagaglio di conoscenze sull´Italia che si portava appresso. Furono questi due ebrei a fondare l´AUR nel ´69 (guarda caso, l´anno d´inzio della strategia della tensione), insieme con un´aristocratica nonebrea ma di altissimo rango di nome Lisa Sergio, la quale prima fu progandista principe dell´eiar, poi per motivi mai chiariti emigrò negli USA pure lei diventando ufficialmente antifascista.
Colin-Cohen aveva lavorato pure per l´Olivetti, altro clan importante nel caso Moro per via di Roberto di Monte Savello associabile sa ad Almagià sia ad una delle tappe del tassista del borsello prima degli americani.
Le altissime connessioni di questi 3 con l´establishment americano coprono anche il CISA di Caetani 32. Altro consulente alle origini dell´AUR fu il politico italo-americano Emilio Daddario, anche lui guarda combinatzione, ex OSS.
L´intima connessione di Colin con il clan Almagià nasce ben prima dei ´70 : Colin/Cohen era molto amico dell´ebreo Edoardo Volterra, noto esperto di diritto romano e figlio del matematico Vito. E la famiglia Volterra era fusa con gli Almagià. I due s´erano conosciuti a Roma durante la guerra, e Colin portava ai Volterra-Almagià, con la copertura dell´OSS, beni quasi introvabili in guerra e nel primo dopoguerra, quali gelato e scarpe di pelle.
Roberto Almagià, noto geografo, insegnò all´AUR diversi anni : egli era parente di Edoardo in linea materna. Un altro consanguineo di Edoardo Almagià, Stefano, fu studente AUR dal ´75. E naturalmente, Edoardo fu visiting professor all´AUR, però si direbbe di scienze politiche non di arte, per cui non si comprende bene a questo punto, la connessione con Gilberto.
In pratica, Almagià era di casa all´AUR da sempre, e conosceva benissimo Colin e le sue radici OSS, a differenza di quel che va cianciando sul suo sito.

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Fin27 gennaio 2025 alle ore 13:29
Errata corrige : il Roberto Almagià che insegnò all´AUR era un altro, non il geografo che era morto nel ´62.

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Fin26 gennaio 2025 alle ore 13:20
Vorrei aggiungere altra cosa importante : io non sarei così innocentista come il primo commento qui sopra, su Gilberto e Pallas : da 2 o 3 anni ormai, più di uno studioso ha osservato che la versione ufficiale del ritrovamento del borsello è del tutto assurda. Perché sospetto anche (oltre che di Almagià naturalmente) anche dei due studenti ? Per via del cosiddetto "mito dell´AUR" - che mito non è, almeno in buona sostanza è realtà documentata. Mi spiego : l´AUR esiste da 56 anni ormai, e di generazione in generazione, gli studenti e lo staff (non dico tutti, ma parte) si tramandano questo : che fin dalle origini nel 1969, l´AUR nasca come paravento dei servizi americani. Che Colin fosse una spia OSS (sezione R&A, research and analysis, cioè raccolta ed analisi informazioni) è documentato e non ci piove. Lo scopo del mandarlo a Roma a fondare l´AUR, secondo appunto il cosiddetto "mito dell´AUR", fu quello di spiare le sinistre. Insomma, una Hyperion ante litteram, una continuazione o estensione dell´Usis e simili.
Ma attenzione : il sergente OSS Colin/Cohen non era soltanto uno spione da scrivania, in giacca e cravatta : egli partecipò anche ad operazioni stay behind, cioè di infiltrazione dietro le linee nemiche, a fine ´44 nel Nord : gli andò male e fu internato in Germania. Insomma, anche se la sua specializzazione era, diciamo, "giornalistica", non gli mancavano certo doti ed esperienze alla Tullio Moscardi per intenderci.
Ma torno al "mito dell´AUR" : siccome i corsi AUR duravano solo 4 mesi, la spiegazione vociferata era che i professori/spie dovevano tornare ogni 4 mesi nelle loro basi militari USA a rapporto ed analisi (R&A...).
Colin aveva contatti ai più alti livelli in Italia, e portava gli studenti con la scusa dei viaggi d´istruzione, nel cuore della politica e dell´economia industriale, profittandone per carpire segreti da passare alla CIA.
E qui arrivo al punto fondamentale da cui sono partito : il "mito dell´AUR" vuole che non solo lo staff o parte di esso, ma anche alcuni studenti fossero giovani spie tirocinanti : fu questo il caso di Gilberto e Pallas ? Mentore Almagià ? Che poi Gilberto abbia fatto nella vita, l´impresario di artisti, posso accettarlo : ma pure Moscardi si occupava di prefabbricati, oltre che della strage di via Fani.
Non voglio farla troppo lunga, ma concludo chiedendomi : fu un caso se la prima sede per studenti AUR (dormitorio e mensa, le lezioni si facevano inizialmente, nello splendido appartamento di Colin presso Piazza di Spagna), fu il CIVIS, organizzazione per studenti stranieri fondata dall´ex agente SOE John Felice, patrono pure della Loyola ?
Che Gilberto abbia raccontato al fratello la storia del borsello in sintesi "ufficiale", senza dettagli, posso crederlo : ma qua sono i dettagli che contano, e non reggono.

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Luca Calugi5 febbraio 2025 alle ore 18:09
Avevano una beretta Cal 9 ma i proiettili Cal 7,65 ??!

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andrea guidi10 febbraio 2025 alle ore 14:38
Buongiorno. Il contenuto del borsello, che come ho scritto comunque non costituiva oggetto specifico della mia analisi, così come non ne ha costituito elemento il messaggio che, facendolo ritrovare, si volle veicolare (quale che fosse, un messaggio dovette certamente esserci) , evidentemente - almeno credo personalmente - non fu strutturato in termini di coerenza tra i singoli oggetti: intendo dire che ovviamente poteva ben avere un qualche significato il fatto di far ritrovare una pistola con proiettili incongruenti. Non era il nesso tra quella specifica arma, cioè, e quei proiettili, a formare il veicolo (uno dei veicoli) della "comunicazione" che si voleva far giungere. Naturalmente è da mettere in conto che la sua osservazione possa essere tenuta in debito conto nell'ambito di una futura - e diversa, per quanto ho detto - ricerca, non necessariamente da parte mia, riguardante proprio il materiale lasciato nel borsello. Grazie per la sua lettura dell'articolo.

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Ernesto Casale8 febbraio 2025 alle ore 13:50
UN PRECEDENTE

Quello che appare plausibilmente come un precedente del borsello, sta in CM 112, 621 : il 1 aprile ´78 la Delta 22 si porta in via Cipro altezza distributore AGIP, dove un postino aveva rinvenuto merce sospetta.
Si trattava di una busta di plastica contenente altra busta di plastica, con dentro oggetti che richiamano il caso Moro, il borsello di Chichiarelli di poco più di un anno dopo, e le cose lasciate dal medesimo alla brink´s nell´84 :
- una catena con 2 lucchetti e due chiavi, richiamante le 9 chiavi del borsello e le 7 piccole catene e 7 chiavi della brink´s (oltre che, naturalmente, le catene o frammenti ritrovate a De Bustis e nelle vetture della fuga il 16, 17 e 19 marzo ;
- 9 proiettili per pistola 38 special WW, richiamanti le 11 + 1 pallottole del borsello ed i 7 proiettili della brink´s, e la cifra 9 delle 9 chiavi del borsello ;
- un pezzo di stagnola con stampato "Marlboro", richiamante il pacchetto di Muratti del borsello ;
- un lembo di bustina impermeabile, tipo quelle contenenti fazzolettini di carta imbevuti di profumo o deodorante, più un fazzolettino sporco dello stesso tipo : richiamanti il pacchetto di tovagliolini marca Paloma del borsello.

Abbiamo poi altri oggetti che pur non trovando corrispondenza in borsello e Brink´s, tuttavia richiamano notizie (vere o false) sul caso Moro :
- siringa, ago, batuffolo di ovatta sporco e resti di sedativo Tolofen in fiala da 50 mg, quasi a far credere che Moro sia stato narcotizzato : questo richiama la testimonianza (con ogni probabilità, falsa e depistante) di Buttazzo sul panno bianco tenuto premuto in faccia al tizio che si dimena, tenuto in mezzo nella 132 sulla Trionfale il 16 marzo, ed il pezzo di asciugamano bianco repertato nella 132 a Calvo.

Il titolare del distributore dice che fino a 3 o 4 giorni prima, quella busta non c´era nel luogo dove il postino la ritrova : quindi probabilmente, vi fu lasciata tra il 27 marzo ed il 1 aprile 1978, 2 settimane dopo strage e sequestro.

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