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 Oggetto del messaggio: Re: Aldo Moro, quando la verità uccide.
MessaggioInviato: 28/03/2026, 11:41 
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INTERVISTA A FIORONI



https://www.youtube.com/watch?v=yYVTDmtdZpU


Moro viene ucciso con i terroristi che lo guardano con ferocia negli occhi, sparando i primi colpi a bruciapelo in posizione eretta, poi venne messo nel bancale della Renault 4. Quindi difficile che tutto sia avvenuto in quel garage, non come ce lo hanno raccontato”.

Lo ha detto il presidente della Commissione d'inchiesta parlamentare su rapimento e uccisione di Aldo Moro, Giuseppe Fioroni, ospite del programma TgTg, condotto da Donatello Vaccarelli, su Tv2000, in occasione del 40° anniversario del rapimento di Aldo Moro.

Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono lʼallora presidente della Dc dopo aver ucciso gli uomini della sua scorta. Dopo 55 giorni di prigionia, il cadavere di Moro venne ritrovato nel bagagliaio della Renault 4.



















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PIAZZA FONTANA


https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_piazza_Fontana

https://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_di_una_strage

ROMANZO DI UNA STRAGE


IL FILM COMPLETO

https://m.ok.ru/dk?st.cmd=movieLayer&st ... Movies#lst

UN CAMEO , a inizio film Moro .MINUTO 5.20 , parla

al suo confessore , interpretato da Sergio Graziani


FILM molto bello e ben fatto ...




zio ot [:305]

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http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=57
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 Oggetto del messaggio: Re: Aldo Moro, quando la verità uccide.
MessaggioInviato: 06/04/2026, 21:42 
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IN LAVORAZIONE



RICOSTRUZIONE ( FASULLA ) DI VIA FANI ANCHE IN ANIMAZIONE


https://www.youtube.com/watch?v=poQAdlpVMgM

Guarda su youtube.com







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https://leorugens.wordpress.com/2014/08 ... i-segreti/


SECONDO STEFANIA LIMITI (E NON SOLO), IN VIA FANI,

DURANTE IL RAPIMENTO MORO,

ERA PARCHEGGIATA UN’AUTOVETTURA (TARGA RM T50354)

IN DOTAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI.


23 agosto 2014
Fani 1

Giustamente, Stefania Limiti non molla e, forte del pensiero strategico che sostiene che “solo nella verità si può fare pace”, continua a fornire, a tutti noi, notizie e ragionamenti logici (li chiamerei. addirittura, “prove logiche”!) su come, anche in Via Fani, per rapire Aldo Moro, potrebbero aver agito le strutture di “doppio livello” dello Stato (tipo “Anello”) che altre volte, erano entrate in azione o, comunque, avevano “vigilato”, quasi supervisionato, perché tutto potesse andare come “doveva andare” durante stragi o esecuzioni di servitori dello Stato.


Non sono nessuno se non uno che, ad esempio, c’era, in quegli anni e che, essendoci stato, ha conosciuto benissimo il questore Domenico (Mimmo) Spinella, in quelle ore di via Fani, Capo della Digos di Roma. Fin che vivrò, perciò, sosterrò la assoluta estraneità di un funzionario democratico quale era Spinella a qualunque “doppio livello” ci fosse dietro al rapimento Moro. Se c’è stato questo “lato oscuro”, non coinvolgeva certamente gli uomini impegnati, sul campo, quotidianamente e senza mezzi adeguati, nella caccia ai terroristi. Per il resto, vista la conoscenza (per motivi di giustizia pregressi al rapimento Moro) esistente tra Valerio Morucci e il colonnello dei CC (poi generale) Antonio Cornacchia Tessera P2 871; vista la personalità ambigua di Mario Moretti;


visto tutto il mondo internazionale (prevalentemente “est/KGB/DDR/STASI” e non “ovest/CIA”, dottoressa Limiti!) che ruotava intorno ad Hyperion/Parigi, tutto è possibile. Comunque, in spirito di servizio e di simpatia nei confronti dell’attività civile e professionale di Stefania Limiti, voglio aggiungere, al macroscopico e variegato dibattito intorno a quei 55 giorni, alcune considerazioni.

Il furgone del fioraio Antonio Spiriticchio fu messo fuori uso, la sera precedente l’assalto, non tanto perché non parcheggiato nel solito luogo non interferisse, con il suo ingombro, con le eventuali traiettorie di fuoco ipotizzate dai brigatisti in fase di stesura del piano teorico, traiettorie pensate partenti da una sola “sorgente” (a sinistra) e angolazione, ma, perché, il fioraio stesso non potesse divenire un testimone attendibile delle dinamiche che avrebbero preceduto l’attacco, con riconoscimenti di volti e ruoli durante l’azione. La geometria esecutiva e l’addestramento militare dei brigatisti selezionati per l’attacco al cuore dello stato, a mio giudizio, non sono mai esistiti.

Personaggi anche di spicco del gruppo di fuoco (quale, ad esempio, era Valerio Morucci), mi risulta che avevano appreso quel poco che sapevano delle complessità implicite nella guerra rivoluzionaria a cui si erano votati senza, mi sembra di ricordare, aver fatto neanche il militare di leva. Comunque, certamente, anche dei non “militari” quali erano le donne e gli uomini delle BR, conoscevano, almeno teoricamente, il problema del fuoco amico.

E così deve essere stato quando fu preparato il piano sotto la regia del “maniacale” (badava ai dettagli) Mario Moretti. Durante l’esecuzione, i brigatisti/avieri, Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli spararono con una percentuale di raggiungimento dei bersagli normale e non particolarmente elevata come si tese a dire (“Quel gruppo armato aveva compiuto una vera prodezza, un’azione militare perfetta, come non ne avevo mai viste prima” affermazione di Steve Pieczenik, americano, recente reo confesso, per le attività destabilizzanti messe in atto in quei giorni nel nostro Paese) disinformando l’opinione pubblica.

Tenenete conto, inoltre, che le armi automatiche, mal preparate e senza una vera e professionale manutenzione preventiva dai super esperti “militari” br, si incepparono quasi tutte.

I quattro fecero fuoco tutti da sinistra verso destra, spostandosi rapidamente e sostenuti psicologicamente, per poter contrastare la naturale “paura” durante l’assalto, da qualcosa che invece era presente in abbondanza in quel tipo di “militante politico” e cioè il convincimento e la “fede” che era loro “dovere” compiere gli atti che compivano. Questo sì, a mio parere, fu un elemento qualificante tutta l’azione di via Fani: l’effetto sorpresa e, soprattutto il gap motivazionale tra attaccanti e difensori. Così come fu (altro esempio di effetto sorpresa) a Piazza Nicosia, durante l’assalto sanguinoso al Comitato Romano della Democrazia Cristiana, nel 1979.

Fani

Tornando a via Fani, i quattro avieri/br, si spostarono di pochi metri (non più di quattro e in due/tre secondi) verso il centro della strada (che era di soli dieci metri) ritrovandosi a ridosso delle vetture dove erano presenti la scorta e Aldo Moro. Spararono da molto vicino non c’entra il super addestramento. Qui sento il dovere di suggerire un amaro elemento di riflessione: oltre a mille altre cose, come è legittimo fare e come fa benissimo Stefania Limiti a continuare a fare, è necessario non rimuovere (non certo per offendere la memoria dei militari caduti) le considerazioni sull’inesperienza sostanziale dimostrata dalla scorta che non solo non risultò pronta ad una prova difficile ma, come storicamente è dimostrato (dislocazione delle armi e assenza di giubbotti antiproiettile), non addestrata neanche teoricamente.

Questo, mi fa dolore doverlo dire ancora oggi, vista l’assoluta assenza di reazione: nulla evidentemente di adeguato era stato fatto per addestrare gli uomini ad una emergenza purtroppo prevedibile. Inoltre, su ventotto auto blindate che in quel momento erano a disposizione di personaggi politici, obiettivi possibili del terrorismo, qualcuno decise che Aldo Moro e la sua scorta non dovevano essere protetti da una di quelle costosissime vetture.

Questa ratio suicida, gentile dottoressa Limiti, dobbiamo continuare a chiedere che ci venga spiegata. Anche se oggi fosse morto il funzionario, avremmo il diritto di sapere a “chi” ascrivere la formulazione dell’elenco dei privilegiati degni di auto blindata e, soprattutto, perché Moro non era tra questi.

Così come continuo a suggerire la domanda che, un giorno, de visu le ho suggerito di porsi: chi diede l’ordine di arrestare Luigi Rosati (marito separato di Adriana Faranda), poche settimane prima dell’esecuzione del rapimento del Capo del Governo e pochi giorni prima dell’inizio delle esercitazioni sul campo (sopralluoghi in via Fani, 22/23 febbraio 1978) dei BR ? Come ho scritto in altri post, Luigi Rosati e Giancarlo Davoli, erano le lepri predisposte, in coordinamento con il questore Domenico Spinella, Capo della DIGOS romana, per provare ad arrestare, al momento opportuno, Adriana Faranda, Valerio Morucci, Mario Moretti, Barbara Balzerani prima che “qualcosa di grosso potesse accadere”. Prima, o subito dopo il 16 marzo 1978, si sarebbe potuto “tirare la rete”. Altro che infiltrazioni d’acqua a via Gradoli.

Così come continuare a rimuovere (non glielo mai sentito/visto evidenziare) che, nelle settimane precedenti il rapimento, Lanfranco Pace, brigatista irregolare (oggi suo collega giornalista e, temo, pensionato CASAGIT), anello di congiunzione tra la coppia Morucci/Faranda latitanti e le istituzioni repubblicane di area socialista, giocasse a poker con il ministro Claudio Signorile, mi sembra una distrazione investigativa in cui non deve cadere una valente specialista della complessità quale lei continua a dimostrarsi essere. Anche perché se in pochi (forse lei sola) siete riusciti a individuare figure complesse e semi-sconosciute quali Salvatore Spinello, membro della Direzione nazionale PSI e massone affettivamente legato ad Anita Garibaldi, chiedersi, forse, con maggiore determinazione, chi sia stato in realtà e quali giuramenti (oltre a quelli ovvi alla Repubblica Italiana) abbia formulato nella sua vita, il pokerista Claudio Signorile, non sarebbe inutile.

i 4 del poker


Ritengo che il Prefetto a cui fa cenno nelle sue considerazioni sia Vittorio (non Angelo) Stelo.

Per il resto, e in particolare, quanto scrive (targhe e altro) sotto il titolo “L’auto dei servizi che ostacolò quella di Moro in via Fani”, è lecito ipotizzare tutto. Tanto è vero che ri-bloggo integralmente i suo pezzo. Con stima e simpatia.

OresteGrani/Leo Rugens.

P.S. oltre alla Austin Morris RM T 50354, parcheggiata volutamente a destra (scendendo) perché, ipotizza Stefania Limiti – la dislocazione limitrofa allo stop (parcheggiata male – aggiungo io – senza apparente capacità di guida, a ben 80 cm. dal marciapiede), rendesse difficile l’eventuale manovra di svincolo della 130 di Moro, si può vedere, nella foto che pubblico, una “Mini Cooper” verde, con il tetto nero. Intorno a questa vettura si sono raccontate non poche cose nelle ore successive l’attacco:

si era ipotizzato, ad esempio, che contenesse un ordigno devastante che, se fosse stato attivato con comando a distanza (questa sì una tecnica militare!), avrebbe fatto, visto l’affollamento di investigatori ed autorità, almeno “trecento morti”.

Capisco lo sgomento, capisco l’impreparazione delle forze dell’ordine, capisco anche una stampa di dilettanti sempre pronti ad attaccare l’asino dove il padrone voleva ma, rimane difficile da credere che questa storia della bomba ad alto potenziale e radiocomandata (eravamo nel marzo del 1978!) fosse stata inventata di sana pianta da professionisti tipo Roberto Chiodi e Salvatore Giannella che ne scrissero sul settimanale



L’Europeo n° 13 del 1978, sotto il titolo “16 marzo 1978: Via Fani”.


Le smentite d’epoca, le conosco tutte. Sono interessato, viceversa, a sapere se ci sia anche solo un “respiro” intorno a quella Mini Cooper verde con tettuccio nero. Questo blog è interessato ad avere il ben che minimo indizio su quella “Mini” e sulle storie che circolarono all’ora.

Se trovassimo un riscontro attendibile, allora sì che la brava e determinata Stefania Limiti avrebbe fatto centro, rivelando quale fosse la reale geometria terroristica devastante dell’episodio “doppio”. Trappola ipotizzata per un vero “uno/due”, tale da mettere KO la democrazia già fragile, in quei frangenti geopolitici. “Doppio livello” quindi, pronto, se gli scalzacani raccogliticci (comunque reclutati e ben orchestrati, per la bisogna, dal compagno Mario Moretti) avessero mancato l’obiettivo.

Vista la straordinaria e fortunata esecuzione del piano previsto nel primo livello (rapimento Moro e annientamento crudele della scorta), chi di dovere, forse, decise di non attuare la strage preparata a copertura del secondo livello.

Questo sì nella logica del circuito di sicurezza (preparare “criminali politici” a tutti gli effetti capaci di perpetuare un grave episodio ma raggiungere il vero obiettivo con un “doppio livello”) ogni volta attuato (da Piazza Fontana fino a Falcone) perché la “paura” fosse determinante per indirizzare le scelte politiche del Paese rendendolo, così, sempre meno sovrano e protagonista di una propria autonoma politica estera.

Oppure, questa storia della “mini cooper con il tettuccio nero” e dell’ordigno disinnescato (ricordo le smentite del tempo ma non a quelle sono interessato) fu, da subito, una grandissima bufala e allora lasciamo perdere. Viceversa, potremmo scoprire chi fosse l’autore della “disinformatio” e della pericolosa “misura attiva” costruita intorno a quella “mini”.

Comunque la giriamo, questa storia del rapimento e della esecuzione di Aldo Moro, rimane una pagina oscura del nostro convivere e della guerra civile italiana strisciante ancora non risolta. Altro che “The Iraq war ten years after”, esempio di documenti a cui è concesso di accedere, negli USA, dopo solo dieci anni dagli avvenimenti!

Come in tutto il resto, anche in questo, Matteo Renzi sembra fare solo chiacchiere e secchiate d’acqua.

P.P.S. Riporto l’intervento integrale di Stefania Limiti che mi ha dato occasione per scrivere il post:



L’AUTO DEI SERVIZI CHE OSTACOLO’ QUELLA DI MORO IN VIA FANI

Stefania Limiti, da poco in libreria col suo ultimo libro “Doppio Livello – Come si organizza la destabilizzazione in Italia” (ed. Chiarelettere), ci racconta un particolare esclusivo sul rapimento di Aldo Moro a 35 anni dalla scomparsa dell’ex presidente della DC.

Torniamo a via Mario Fani dove il 16 marzo del 1978 fu rapito Aldo Moro e assassinati gli uomini della sua scorta.


Si è sempre detto che quella mattina c’era un sacco di gente in quella via, malavitosi (Giustino De Vuomo?) e gente di apparato (di sicuro c’era Camillo Guglielmi, addestratore del gladiatore Ravasio), e poi non si sa ancora chi. L’ex generale del Sismi Ambrogio Viviani, raccontando la pratica del controspionaggio di sorvegliare le personalità politiche, si disse convinto che Moro fosse sorvegliato “anche nel momento in cui rapito, il che spiegherebbe la presenza, secondo alcuni testimoni, di persone estranee in via Fani: Moro era sorvegliato da agenti dei servizi segreti, una sorta di protezione occulta da parte di uno o due agenti in borghese, che non si fanno vedere”. (L’Indipendente, 30 novembre 1999).


fotoalto.jpg Quella mattina la Fiat 130 su cui viaggiava Moro e l’Alfetta della sua scorta imboccarono la parte alta di via Fani, lasciando via Trionfale. Giunsero poi all’altezza dell’incrocio di via Stresa e lì si trovarono di fronte una Fiat 128 targata corpo diplomatico: si è sempre detto che quest’auto fu tamponata dall’autista di Moro, in realtà non vi fu alcun tamponamento intenzionale che avrebbe potuto alterare la dinamica dell’azione, dando tempo agli uomini della scorta di reagire (come spiega anche Mario Moretti nel suo libro intervista). La 128 si fermò regolarmente allo stop e contemporaneamente i brigatisti, appostati dietri le siepi del bar Olivetti, aprirono il fuoco.

Forse non tutti ricordano che quella mattina, proprio in quel fatale angolo di via Stresa, era parcheggiata un’auto che impedì all’autista della 130 su cui viaggiava il presidente della Dc di tentare una più agile manovra per eludere la Fiat 128 che gli si era posta di fronte (quella guidata dal commando della Br). Racconta Valerio Morucci: “la presenza casuale [il corsivo è nostro] di una Mini [in effetti una Austin morris] all’angolo di via Fani con via Stresa fu fatale per Aldo Moro” (Ansa, 11 dicembre 1984). Quando l’autista del presidente Dc si rese conto di trovarsi al centro di un agguato, tentò istintivamente di spingere l’acceleratore e trovare una via di fuga ma la manovra gli fu impossibile. L’Aston morris gli sbarrò la strada. La trappola era scattata: i mitra dei brigatisti già avevano cominciato a sparare, i cinque uomini della scorta vennero annientati e Moro finì nelle mani del commando.


fotoalto2.jpg Proprio nel posto in cui casualmente era parcheggiata quell’auto, ogni giorno, sin dalle primissime ore del mattino, sostava il furgone del fioraio Antonio Spiriticchio. Pur di toglierlo di torno, la sera prima dell’agguato gli astuti brigatisti avevano provveduto a bucare le quattro ruote del mezzo: la mattina successiva il venditore di fiori, intento a riparare il danno, non potè svolgere i suoi soliti commerci e non occupò l’abituale angolo di strada. Ciò detto, il posto da lui involontariamente lasciato libero non fu protetto dagli organizzatori dell’agguato, tanto che non era affatto vuoto ma occupato da quell’auto a cui fa riferimento anche Morucci e che è ben visibile dalle prime foto ufficiali (invio foto per link).

Se è comprensibile il motivo per cui le Br non volevano trovarsi in mezzo il malcapitato fioraio e il suo furgone, tuttavia è del tutto logico pensare che quel posto fu “protetto”: cosa poteva capitare se fosse stato occupato da un mezzo più alto di quello del fioraio, da cui sarebbe stato più difficile se non impossibile sparare. E come sarebbe andata se un’altra auto si fosse fermata, magari con persone a bordo? Sarebbe andato tutto a monte: per questo è assolutamente certo che l’Austin morris è lì perché così era stato previsto, cioè che essa è stata parte dell’operazione. Ma non basta.


La novità, ricostruita grazie al prezioso contributo di un ricercatore di Bologna, è che l’auto, la cui targa è ben visibile (RomaT50354) era stata acquistata un mese prima dell’operazione Moro da una società immobiliare di nome Poggio delle Rose che aveva sede nella capitale, sapete dove? In Piazza della Libertà 10, esattamente nello stabile nel quale si trovava l’Immobiliare Gradoli di cui ci raccontarono uno scoop del giornalista del mensile Area Gianni Pellizzaro e il fondamentale libro di Sergio Flamigni Il covo di Stato (Kaos, 1999).


In breve: fu provato che quell’edificio veniva usato per le sedi coperte dei servizi segreti. L’immobiliare Gradoli spa, proprietaria di alcuni appartamenti del civico 96 nell’omonima strada romana dove è stato ritrovato durante i 55 giorni il covo-prigione delle Br, era gestita da fiduciari del Servizio civile. Nel ’79 l’allora funzionario del Viminale Vincenzo Parisi – poi capo del Servizio (’87) e capo della Polizia (’87) – divenne intestatario di un box nello stesso garage al n. 75 di via Gradoli dove Mario Moretti fino ad un anno prima aveva parcheggiato i mezzi delle Br. (Flamigni, pag. 147)

La società Fidrev, azionista di maggioranza dell’immobiliare Gradoli, svolgeva assistenza tecnico-amministrativa per il Servizio civile attraverso la Gus e la Gattel, società di copertura del Sisde. Come spiegò il prefetto Angelo Stelo durante una audizione in Commissione Stragi: “Le uniche società di copertura che il SISDe può legittimamente affermare di aver avuto sono la GUS e la GATTEL, debitamente autorizzate dai Ministri dell’epoca ed effettivamente società di copertura”. (25 novembre 1998).


fotoalto3.jpg Scopo sociale dell’immobiliare Gradoli era “l’acquisto, la vendita e la permuta di fabbricati e beni immobili in genere, la costruzione in economia e con appalto di edifici civili e industriali, gestione e conduzione degli immobili”, quello della società Poggio delle Rose era molto legato al settore del turismo: “costruzione, compera, vendita, prendere e dare in gestione alberghi e villaggi turistici [il corsivo è il nostro], locali pubblici, quali ristoranti, bar, night, negozi di qualsiasi genere, stazioni di servizio, stabilimenti balneari e qualsiasi altra attività che abbia anche una minima attinenza con il turismo”. Le attività furono infatti poi spostate verso l’area delle Marche e la società fu liquidata a Porto Recanati, località in provincia di Macerata, da un signore che oggi, interpellato su Poggio delle Rose, dice bruscamente che è passato troppo tempo e di non volerne sapere niente.


Nel linguaggio di Morucci non sappiamo cosa significhi casualità. Infatti, come è stato accertato dalle perizie (processo Moro quater), da dietro l’Austin morris partirono almeno due raffiche molto lunghe di colpi di mitra dirette contro l’Alfetta, l’auto della scorta di Moro. La presenza di quell’auto, affidata da Morucci al caso, non può essere stata un accidente, visto che servì ad impedire la manovra forse decisiva della 130 di Moro e a coprire la presenza di tiratori che spararono da sinistra agli agenti che lo accompagnavano: impossibile che si appostarono per caso dietro l’auto, impensabile che la via di fuga fu bloccata grazie ad una fortunata fatalità – a meno che la geometrica potenza dell’operazione Moro non fu niente altro che il frutto di perfette ma inattese coincidenze.

Pur non occultata – c’erano le foto – occorre a questo punto notare che la presenza dell’Austin non ha mai assunto nessuna rilevanza nelle ricostruzioni successive: come se fosse stata opportunamente sfilata dalla scena del crimine, sottratta alla ricostruzione ufficiale del caso, sbianchettata dal quadro. Se ricomponiamo l’immagine, troviamo un’altra conferma del doppio livello dell’operazione di Via Fani, pianificata da menti diverse, ciascuna portatrice di un suo interesse, tutte convergenti nell’obiettivo di far sparire Aldo Moro dalla scena italiana.

9 maggio 2013 da cadoinpiedi.it

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ONE THOUGHT ON “SECONDO STEFANIA LIMITI (E NON SOLO), IN VIA FANI, DURANTE IL RAPIMENTO MORO, ERA PARCHEGGIATA UN’AUTOVETTURA (TARGA RM T50354) IN DOTAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI.”
Avatar di Gianni DelbarGianni Delbar in 25 agosto 2025 alle 21:27 ha detto:
A mio modesto avviso era la seconda auto di Spiriticchio.






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https://www.letrattative.it/2018/12/le- ... -moro.html




Le Mini che uccisero Aldo Moro






Aggiornato:
18/09/22
Pubblicato: 15/12/18


Nelle seguenti righe viene presentata l'ipotesi che vuole alcune auto parcheggiate lungo via Fani il 16 marzo 1978 essere di proprietà del Sisde, e fungere da elementi tattici per la riuscita dell'agguato ad Aldo Moro.

Nella seconda parte del pezzo, vengono invece palesate le controversie riguardanti suddetta ipotesi.

PARTE 1

La mattina del 16 marzo 1978, Antonio Spiriticchio esce di casa e si dirige verso il suo furgone Ford Transit. Non può guidarlo, perché qualcuno ha forato le ruote, tutte e quattro, con un punteruolo. Antonio Spiriticchio vive in via Brunetti 42, fa il fioraio, ed è un personaggio noto nel quartiere. Tutti sanno che ogni mattina per vendere i suoi fiori conduce il suo furgone in via Fani dove lo parcheggia in prossimità dell'incrocio con via Stresa. Sul lato destro per la precisione.

Quella mattina del 16 marzo, in via Fani, a nord di Roma, nel quartiere Camilluccia, il fioraio Spiriticchio non c'è. C'è invece un convoglio di due auto, che poco prima delle 9.02 esce da via Trionfale e imbocca via Fani, procedendo verso l'incrocio che viene a formarsi con via Stresa.

La seconda auto, l'ultima del convoglio, è un Alfetta 1.800 bianca con a bordo Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Sono tutti e tre molto giovani. Hanno infatti 23, 29 e 25 anni; e tutti e tre sono agenti di polizia. Nei borselli alle loro cinte, le pistole di ordinanza. L'unica arma pesante è chiusa nel bagagliaio, e si tratta di un vecchio mitra arrugginito.

Nell'altra auto, quella d'avanti, una Fiat 130 di colore blu notte, ci sono invece l'appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, 43 anni, che guida; e il maresciallo Oreste Leonardi, che di anni ne ha 51 e che è seduto a lato passeggero. Chi è seduto dietro, sul sedile posteriore a sinistra, è invece il presidente della DC Aldo Moro.

Quella mattina Moro si stava recando alla Camera dei Deputati dove alle ore 10.00 era previsto il voto di fiducia a un governo che, per la prima volta dal 1947, vedeva il PCI lasciare l'opposizione e sedersi nella maggioranza parlamentare. Era stato proprio Aldo Moro il promotore dell'apertura ai comunisti, un avvicinamento non gradito a molti, e che lo stesso Berlinguer avrebbe fatto passare alla storia con il non troppo lusinghiero termine di “Compromesso storico”.

Mentre il convoglio percorre via Fani, viene preceduto da una Fiat 128 familiare bianca, che si è improvvisamente inserita in strada. Le auto adesso sono 3: l'Alfetta con la scorta, la 130 con Moro, e la misteriosa 128. Arrivano all'incrocio con via Stresa. La Fiat 128, quella che è sbucata fuori dal nulla, si ferma e non dà segno di voler ripartire. Le versioni sui fatti immediatamente successivi sono 2:

1) Avviene un tamponamento a catena, con l'Alfetta (scorta) che urta la Fiat 130 (Moro) che a sua volta urta contro la Fiat 128.
2) Nessun tamponamento, tant'è che il guidatore della Fiat 130 (l'appuntato Ricci) fa cenno alla Fiat 128 di spostarsi.

È in questo momento che si svolge l'agguato. La Fiat 130 con Moro è incastrata tra l'auto con gli uomini della sua scorta e la misteriosa Fiat 128. Alla guida della 130, Ricci cerca di districarsi: indietro, avanti, indietro; ma l'operazione è impedita da una Austin Mini Clubman Estate, parcheggiata sulla destra, alla inusuale distanza di 80cm dal marciapiede. Lì sulla destra, nell'esatto punto in cui il fioraio Spiriticchio era solito parcheggiarsi per vendere fiori.


I brigatisti che parteciparono all'agguato dissero di aver bucato le ruote del fioraio Spiriticchio per evitare che l'uomo venisse ferito nella sparatoria. Oltre a motivi altruistici, non ci sarebbe quindi altro. Se così era davvero, c'era però da aspettarsi che la mattina dell'agguato, l'angolo tra via Fani e via Stresa fosse vuoto. Ci si ritrova invece con una Austin Mini. Un'auto strana, parcheggiata in un posto altrettanto strano, e che aiutò non di poco i brigatisti.

Nel blitz orchestrato, la Austin Mini funse sia da ostacolo alla fuga delle vittime, sia da protezione per gli assalitori. Coincidenze strane che spingono a sospettare che l'auto del fioraio Spiriticchio non doveva trovarsi lì, non per la salvaguardia dell'incolumità dell'uomo, ma perché lì si doveva trovare un'altra auto, un'auto che avrebbe favorito la riuscita dell'agguato: l'Austin Mini.



AUSTIN MINI CLUBMAN ESTATE

L'auto in questione è una Austin Morris tipo Mini Clubman E 1100, targata Roma T50354. Non è un'auto come tante. A cominciare dal fatto che il proprietario non è un individuo ma una società. Seppure l'auto veniva quasi esclusivamente usata da Patrizio Bonanni, che in quel periodo alloggiava in via Fani alla palazzina sita al civico 109, la Austin Mini era intestata alla Società Immobiliare Poggio delle Rose, cui Bonanni era uno dei fondatori.

Immatricolata dal concessionario della British Leyland il 14 gennaio 1978, solo due mesi prima dall'agguato a Moro, il 2 febbraio veniva venduta dal concessionario alla Poggio delle Rose, che ne rimane proprietaria fino al 1981. Si tratta di una società costituita “con atto del notaio Vittorino Squillaci, già funzionario del Ministero dell'interno, poi notaio di fiducia dei servizi segreti” (Gero Grassi, durante la seduta dell'8 luglio 2015 della Commissione d'inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro).

La Immobiliare Poggio è una delle tante società che fanno capo alla Fidrev Srl, che a sua volta fa capo alla Immobiliare Gradoli. Queste ultime due sono pressoché un'unica società: dal finire del 1973 il consiglio di amministrazione della Fidrev era composto dalle stesse cariche che figurano nel consiglio di amministrazione dell'Immobiliare Gradoli spa, società che aveva interessi negli immobili di via Gradoli 96 e 75 (Giovanni Alemanno, Interrogazione a risposta scritta 4/18826). Si ricorderà che in via Gradoli, proprio al civico 96, venne scoperto un covo delle BR, mentre il box-auto del civico 75 veniva usato dai brigatisti.

Gli interscambi di personaggi tra la Fidrev e la Gradoli venivano pure indicati in una relazione del capo della polizia Fernando Masone, rivelata dal libro Il Covo di Stato di Sergio Flamigni:
“[la Fidrev srl] era a sua volta controllata dall’immobiliare Gradoli, nella quale sindaco supplente, dal giugno 1977, era tale Gianfranco Bonori, nato a Roma il 26-7-52. Il Bonori, dal 1988 al 1994, ha assunto l’incarico di commercialista di fiducia del Sisde, subentrando alla Fidrev. […]”.

Inoltre sia la Fidrev che la Gradoli spa ebbero sede a piazza della Libertà 10. Anche la Immobiliare Poggio delle Rose ebbe sede al numero 10 di piazza della Libertà. Il fatto che la Poggio delle Rose ebbe, per un certo periodo, la medesima sede della Fidrev, sarebbe sospetto e in tanti hanno dedotto da questo la connessione Poggio delle Rose-Sisde.



LA MINI COOPER VERDE

Subito dopo il rapimento di Moro, qualcuno notò un contenitore sistemato all'interno di una delle auto parcheggiate in via Fani. Si trattava, si sarebbe scoperto, di una bomba dal potenziale “devastante”. Vennero chiamati due artificieri che disinnescarono l'ordigno e lo portarono via. A confermarlo, quel 16 marzo 1978, fu anche il procuratore della Repubblica Giovanni De Matteo, che disse di aver visto gli artificieri all'opera.

L'ordigno “è opera di persone espertissime”, “difficilmente italiane”.

La fonte principale di queste notizie è un articolo de L'Europeo del 23 marzo 1978, intitolato “C'era una bomba per trecento persone”.

Accenni alle dichiarazioni di De Matteo vengono fatte, nell'immediatezza dei fatti, anche da un lancio AGI, che le colloca nell'ora 12.09.

Stando a quanto riporta L'Europeo, la presenza di un ordigno esplosivo venne smentita poche ore dopo da comunicati ufficiali emanati da carabinieri e polizia.

L'auto protagonista della vicenda era una Mini Cooper verde con tettuccio nero, targata Roma T32330, intestata a Tullio Moscardi, che il 16 marzo 1978 era parcheggiata in via Mario Fani, non distante dal punto in cui venne rapito Moro.

Benché il recapito e la residenza di Tullio Moscardi risultassero in via del Corso 504, l'uomo viveva assieme alla moglie al 109 di via Fani, scala B, interno 18. Appartamento prestato da una coppia di amici, in cui Moscardi e la moglie hanno vissuto dal finire del '77 all'inizio degli anni '80 (Doc. N. 154/1, Ministero dell'Interno).

In quel periodo Tullio Moscardi era "agente di commercio per la vendita di prefabbricati in acciaio", con partecipazione in alcune società del settore e di quello immobiliare (Commissione Moro, Proposta di relazione sull'attività svolta, 10 dicembre 2015, pag. 119). Nei fatti di via Fani si parla spesso di Tullio Moscardi perché questo era stato ex ufficiale dei nuotatori paracadutisti della X Mas, mentre a Firenze era stato reclutatore di sabotatori per il gruppo Vega, un'unità speciale di Stay-Behind (audizione di Ilaria Moroni, direttrice del Centro di Documentazione Archivio Flamigni, 2 dicembre 2014).

Il 23 novembre 1979 Moscardi venne interrogato assieme a sua moglie, Maria Iannaccone. Entrambi affermarono che la mattina del 16 marzo 1978, durante l'agguato, videro un uomo alto di statura e di corporatura atletica, vestito interamente con una calzamaglia che lo copriva anche alla testa (nella testimonianza Iannaccone) o con il solo volto coperto da una “specie di calzamaglia” (nella testimonianza Moscardi). Agli occhi portava qualcosa che assomigliava ad un paio di occhiali o ad una maschera o, ancora, a una mascherina “tipo carnevale”. Con pistola mitragliatrice, era volto in direzione di via Trionfale dando la sensazione “che stesse lì per bloccare il traffico”. In un secondo momento giunse un'auto da via Trionfale che si accostò all'uomo. Si trattava di una Fiat 500 di colore “carta da zucchero” alla cui guida si trovava “un vecchietto visibilmente emozionato”. Cessata la sparatoria l'uomo armato corse verso via Stresa mentre la Fiat 500 si avviò facendo marcia indietro.

Maria Iannaccone viene escussa nuovamente in data 5 marzo 2015, in cui affronta, tra l'altro, il tema dell'intervento degli artificieri sulla Mini Cooper. Nei ricordi di Iannaccone, questi sarebbero stati insospettiti dalla presenza di un cuscino presente all'interno della vettura. Durante l'esame le vengono esibite alcune foto risalenti alla mattina dell'agguato a Moro. In una di queste viene mostrata via Fani vista dall'alto, in cui è presente la Mini Cooper e dove si riesce a intravedere oltre il lunotto un oggetto bianco, presumibilmente rettangolare. Iannaccone afferma che quello potrebbe essere il cuscino collocandolo, pertanto, al centro della cappelliera.

Altri personaggi, come ad esempio Gero Grassi nell'articolo La mattina del 16 marzo 1978, in via Fani a Roma presente sul suo sito, identificano quell'oggetto bianco in un foglio, che nel linguaggio dei Servizi significherebbe: Servizi in azione.

C'è da aggiungere che molto probabilmente l'oggetto bianco visibile in foto non sia il famigerato cuscino, come ipotizzato da Iannaccone. Questo lo si può dedurre dalla testimonianza dell'ufficiale dell'esercito con compiti operativi di artificiere sabotatore, che era intervenuto sull'auto il 16 marzo 1978. Infatti, l'uomo:

[...] ha rammentato che l'intervento relativo alla Mini Cooper di colore verde di proprietà e [in realtà "di", nda] MOSCARDI, era stato fatto in quanto all'interno era stato notato un eskimo e sul pianale (inferiore) posteriore dell'auto sembrava esserci una targa. In realtà, come aveva riferito il proprietario nel frattempo giunto sul posto, si trattava di un cuscino cucito dalla moglie che riproduceva la targa della loro prima auto.
N.B.
Si vuole precisare che la testimonianza verbalizzata il 5 marzo 2015 di Maria Iannaccone, differisce dalla relazione sulla stessa redatta dalla dottoressa Tintisona in data 9 marzo 2015. In quest'ultima infatti, le testimonianze rilasciate dall'artificiere, vengono fatte risalire alla signora Iannaccone. Si tratta di un errore che verrà corretto dalla dottoressa Tintisona durante l'audizione del 10 giugno 2015.



PARTE 2

CONTROVERSIE SUL LEGAME AUSTIN MINI-SERVIZI SEGRETI

I RAPPORTI TRA LE DIVERSE SOCIETÀ

Sbrogliare i nodi attorno le gerarchie societarie sembra essere diventato un compito troppo arduo. La Gradoli spa viene talvolta indicata come controllata dalla Fidrev, altre volte è invece quest'ultima a controllare la Gradoli spa.

L'unico dato più specifico, riguardante le relazioni Fidrev-Gradoli spa, vede la Fidrev essere intestataria del 95% delle quote sociali della Immobiliare Gradoli spa.

LA KIRIA
Sappiamo che Bonanni all'epoca dei fatti risiedeva in via Stefano Jacini 41, mentre in via Fani 109 aveva disponibilità di un appartamento sito al primo piano della palazzina, di proprietà dell'Enpaf (Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza Farmacisti).

La palazzina al 109 era stata costruita da una società cui faceva parte anche il padre di Patrizio Bonanni, Lanfranco. Tale società prendeva il nome di Società Costruzioni Edilizie Kiria, e in data 4 aprile 1967 vendette all'Enpaf la palazzina, su offerta presentata da Lanfranco Bonanni.

La Società Kiria venne costituita il 29 novembre 1965 e cancellata il 29 luglio 1969.


LA POGGIO DELLE ROSE

Ad aver fondato la Poggio delle Rose, sono Patrizio Bonanni, Giampaolo Erbacci e Mario Scorcelli. Bonanni ed Erbacci furono soci anche nella Immobiliare Scossicci srl. La Poggio delle Rose viene definitivamente liquidata nel 1993.

LE SOCIETÀ DI COPERTURA DEL SISDE


A favore della ipotesi che vorrebbe la Austin Mini di proprietà del Sisde, viene detto che la Immobiliare Poggio delle Rose (a cui era intestata l'auto) era sotto il controllo dei servizi segreti. Tuttavia questa appare come una conclusione affrettata, poiché dalle informazioni esistenti si può presupporre molto poco a riguardo. Quello che si sa per certo è che la Poggio delle Rose ebbe sede in piazza della Libertà 10, nel medesimo luogo in cui ebbe sede la Fidrev, che ne curò gli interessi, e che la Fidrev fu società di consulenza dei Servizi per la Gus e la Gattel fino al 1988.

Le uniche società che il SISDE può legittimamente affermare di avere avuto sono [...[ la GUS e la GATTEL, debitamente autorizzate dai Ministri dell'epoca ed effettivamente società di copertura. Le società proprietarie degli immobili posti in via Gradoli, compresa l'Immobiliare Gradoli, non sono mai appartenute al SISDE, neanche come società di copertura.


Audizione Vittorio Stelo, 25 novembre 1998

L'unico grande dubbio potrebbe nascere sul significato di quel “legittimamente”. Per capire se sia più di una coincidenza il fatto che parcheggiata in prossimità del luogo dove avvenne l'agguato a Moro c'era una Austin Mini di proprietà di una società che ebbe un qualche tipo di rapporto – seppure molto indiretto – con i servizi segreti, bisognerebbe vedere quante società nel 1978, a Roma, avevano avuto un qualche tipo di rapporto di medesimo grado con gli stessi. Il dato statistico che se ne ricaverebbe, aiuterebbe a pesare l'eccezionalità del caso.

Va inoltre precisato che il motivo per cui la Poggio delle Rose ebbe, per un certo tempo, la medesima sede della Fidrev, lo spiega lo stesso Bonanni:

[...] la sede della società seguiva la sede del professionista che si occupava della società.
Audizione del 10 giugno 2015 di Laura Tintisona, pag. 4

In definitiva, non esiste alcun tipo di prova che colleghi la Poggio delle Rose ai servizi segreti.

IL RUOLO DELLA AUSTIN MINI

A favore della tesi che vede l'Austin Mini fungere da oggetto tattico nell'agguato, viene detto che serviva sia da ostacolo per una eventuale fuga della Fiat 130 con Moro, sia come protezione dei brigatisti che attaccavano la Fiat 130 da destra.

In I nemici della Repubblica, Vladimiro Satta sostiene che dalle foto dall'alto “si può persino valutare che la distanza tra l'estremità posteriore destra della 128 brigatista e la Mini Clubman fosse sufficientemente larga per consentire il passaggio di una Fiat 130”, e che pertanto non si possa affermare con certezza che la presenza dell'auto sia stata decisiva per la riuscita dell'agguato.

Per affrontare il tema dell'Austin Mini che funge da protezione per i brigatisti che attaccavano da destra, si dovrebbe parlare delle modalità di agguato, oggi ancora non chiarite dagli organi competenti, e che qui ci porterebbe fuori tema. Si rimanda pertanto a futuro articolo.



LA POSIZIONE DELLA AUSTIN MINI


Non è certo che la posizione della Austin Mini intralciasse le manovre di fuga della Fiat 130 con a bordo Aldo Moro, pertanto non è certo che fosse stata collocata volontariamente in prossimità dell'incrocio con via Stresa al fine di farle rivestire il ruolo suddetto.

Patrizio Bonanni dichiarò che l'auto, pur potendo essere intestata alla società Poggio delle Rose, era nella disponibilità esclusiva sua e, talvolta, di sua moglie. Veniva inoltre detto che aveva parcheggiato lui stesso l'Austin Mini nella tarda serata del giorno precedente il rapimento di Moro, e che aveva disponibilità di un appartamento al civico 109 di via Fani, esattamente dove si trovava la mattina del 16 marzo 1978 assieme a sua moglie, e dove entrambi dormirono fino alle 9.02, quando “furono svegliati dagli spari” (XVII Leg., Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, resoconto stenografico, seduta n.18, 18 febbraio 2015).

Avendola parcheggiata lui stesso e per sua stessa ammissione, non si può sostenere la teoria della complicità della Austin Mini senza caricare di una qualche complicità anche Patrizio Bonanni, cosa che, al contrario, si tenta di fare nel libro Complici dei giornalisti Limiti e Provvisionato, a pag. 17:
Ovviamente questi dettagli che emergono dalle ricerche non intendono accusare chicchessia. Neppure Patrizio Bonanni che, come abbiamo visto, non è il proprietario dell'auto, ma solo il responsabile della società che faceva capo ai servizi segreti civili cui l'auto era intestata.

A favore della Austin Mini parcheggiata a mo' di ostacolo, c'è il fatto che il civico 109 si trovi sulla sinistra di via Fani, mentre l'Austin Mini era stata parcheggiata a destra, e “un po' più in basso” (Complici, pag.17). La non corrispondenza tra il punto in cui era stata parcheggiata l'Austin Mini e il civico 109 dove risiedeva chi l'aveva parcheggiata, vale a dire Bonanni, sarebbe pertanto sospetta. Se però teniamo conto che il senso di marcia della Austin Mini è sulla destra, è più probabile che Bonanni avesse deciso di parcheggiarla secondo il proprio senso di marcia, cioè sulla destra, che non invece tagliare la strada per parcheggiarla sulla sinistra

. Il fatto che l'Austin Mini si trovi “un po' più in basso” rispetto al civico 109 è poi del tutto irrilevante. Sarebbe un dato rilevante solo qualora tutti gli automobilisti al mondo parcheggiassero sempre e perfettamente all'altezza di casa loro. Cosa che chi scrive, per esempio, non fa quasi mai. C'è poi da tener conto che Bonanni disse di averla parcheggiata il 15 marzo in tarda serata. Non è da escludere che, di fronte alla palazzina sita al civico 109, “in tarda serata” i posti fossero già stati presi dalle auto di altri condomini.

Riguardo alla frequente presenza del furgone di Spiriticchio, Bonanni disse di non ricordarsene per niente. Questo è dovuto al fatto che Bonanni alloggiava saltuariamente al civico 109 e, molto più banalmente, poteva non essere un attento osservatore. È obbligatorio precisare che lo stesso Antonio Spiriticchio, il fioraio sempre presente in via Fani, escusso dai funzionari della Digos, disse:

Nei giorni scorsi non ho notato persone o automezzi che sostavano o passavano con atteggiamento sospetto. Preciso che quel punto di strada è molto trafficato.
Rapporto n. 050714/DIGOS, 17 marzo 1978; Questura di Roma.



LE RUOTE BUCATE DEL FIORAIO

Il motivo per cui vennero bucate le ruote del furgone del fioraio Antonio Spiriticchio è, nella testimonianza del brigatista Valerio Morucci, ricollegabile a motivi altruistici, compassionevoli: si voleva evitare un inutile spargimento di sangue; e altresì ricollegabile a motivi strategici: non si voleva avere tra i piedi un testimone scomodo.

Si è tuttavia voluto vedere un terzo intento delle BR, ovvero quello di liberare il posto – tradizionalmente occupato dal furgone del fioraio – alla Austin Mini che avrebbe funto da oggetto strategico nell'agguato a Moro.

C'è da precisare che dalla testimonianza del figlio del fioraio, Giuliano Spiriticchio, sappiamo che il furgone poteva – a inizio mattinata – essere posizionato in luoghi immediati all'incrocio con via Stresa e non al “solito posto” perché questo era occupato da altre auto. Solo successivamente, quando i parcheggi venivano liberati, il furgone veniva spostato in prossimità dell'angolo con via Stresa (audizione del 10 giugno 2015 di Laura Tintisona, 1a dirigente della Polizia di Stato, Pag. 5). Quindi che in prossimità dell'incrocio con via Stresa si trovasse, al posto del furgone del fioraio, un'altra auto, l'Austin Mini, non appare un fatto così eccezionale.

Meno eccezionale e più credibile sembra la strategia adottata dalle BR, che le ha portate a disfarsi di una presenza certa, cioè un potenziale testimone sia della fase di preparazione dell'agguato (essendo presente Spiriticchio in via Fani fin dalla mattina presto) sia all'agguato in sé, oltretutto da un punto estremamente favorevole: l'incrocio con via Stresa.


CONTROVERSIE SUL LEGAME MINI COOPER-SERVIZI SEGRETI

Nelle sedute delle commissioni Moro, la Mini Cooper e il suo proprietario, Tullio Moscardi, occupano poche righe; nei libri inchiesta, ne occupano altrettante.

Il passato di Tullio Moscardi è molto suggestivo; tuttavia non basta, da solo, per rendere automatica la relazione dell'uomo con i Servizi segreti nel 1978. Ciò che colpisce a proposito del tema Moscardi è che a riguardo non si dica – mai – sostanzialmente nulla. Questo, ovviamente, è dovuto al fatto che in mano non si ha nulla di rilevante. Non si ha, per esempio, una mappa di relazioni avute tra Moscardi e sedicenti individui che operarono nell'ombra dell'agguato. Non si hanno tabulati telefonici in cui Moscardi parla di cose sinistre. A eccezione dei suoi trascorsi, non si dice altro, perché a eccezione dei suoi trascorsi, non si ha altro.


LA BOMBA


La vicenda della presenza di un ordigno esplosivo all'interno del veicolo, è oggi considerata acqua passata, tant'è che nelle sedute delle commissioni Moro si sono sempre fatti solo rapidi accenni. Dai media, invece, la vicenda sembra essere stata completamente dimenticata e oggi difficilmente si riescono a reperire informazioni in merito. Tuttavia sarebbe bene spendere due parole a riguardo.

Immaginiamo per un momento che Tullio Moscardi avesse a che fare con l'agguato ad Aldo Moro e che in via Fani non si muovesse foglia che non volessero i Servizi. Essendo questi ultimi in grado di controllare ogni cosa, si presume che avessero inviato loro gli artificieri a disinnescare la fantomatica bomba presente nella Mini Cooper di Moscardi.



Da L'Europeo n.13, 1978 - Nel cerchio bianco, due artificieri intenti a operare sulla Mini Cooper di Tullio Moscardi

La bomba però non c'è e quello che rimane alla storia sono dichiarazioni ufficiali che, prima, parlano della presenza dell'ordigno (che sarebbe stato disinnescato e portato via), poi sminuiscono, infine negano categoricamente la sua esistenza. Una bufala quindi, una falsa pista: la bomba non c'è; la Mini Cooper ce la possiamo dimenticare. Ma perché, i Servizi che tutto vedono e tutto fanno, avrebbero agito in una maniera così insensata?

In La Repubblica delle stragi a cura di Salvatore Borsellino, nel capitolo “La strage della stazione di Bologna”, riguardo le tecniche di depistaggio delle indagini si legge:

Le linee da cui muovevano i depistatori erano sostanzialmente due: l'aggregazione eversiva di terroristi di destra con estremisti di sinistra e la pista internazionale (spesso i due filoni si intersecavano contribuendo così a confondere le acque). Venivano inoltre costruite prove false a carico di persone effettivamente coinvolte. Succedeva, così, che, smascherata la pista falsa sapientemente inoculata nel tessuto investigativo, venivano screditati gli elementi genuini che, per altro verso, attingevano gli stessi personaggi facendoli apparire vittime di operazioni calunniose.
Se questa tecnica di depistaggio era così radicata nella intelligence italiana, sarebbe allora interessante sapere da chi partì l'ordine per dispiegare gli artificieri in via Fani quel 16 marzo 1978.



CONCLUSIONI


Se le Mini fossero in qualche maniera legate ai Servizi è, con le informazioni di cui siamo in possesso, impossibile dirlo. Al contrario, quelle di cui siamo in possesso, fanno vertere sulla inconsistenza della suddetta ipotesi, spingendo a far pensare che la loro presenza e il loro posizionamento all'interno di via Fani fossero del tutto casuali.

Le perplessità si rafforzano riguardo la Mini Cooper verde di Tullio Moscardi, che chi scrive l'ha inizialmente ritenuta la più interessante tra le due prese in analisi. L'auto, con le informazioni raccolte dagli organi preposti, sarebbe passata completamente inosservata non fosse stato per il trascorso del suo proprietario.

Ci sono però alcune analogie tra i proprietari delle due auto prese in analisi, che meriterebbero qualche riflessione. Sia Patrizio Bonanni che Tullio Moscardi, per esempio, possedevano società, ed entrambi avevano a che fare con il mondo immobiliare.

Inoltre, la mattina del 16 marzo 1978, entrambi si trovavano in un appartamento che non corrispondeva al loro domicilio. La presenza di Bonanni al civico 109 di via Fani era "saltuaria", mentre quella di Moscardi provvisoria.

Bonanni ebbe la disponibilità dell'appartamento o da contratto sottoscritto con l'Enpaf, o perché gli era stato dato in prestito da una coppia di amici (Bonanni dichiarò di non ricordare con esattezza). Moscardi lo ebbe in prestito da una coppia di amici.



Fonti citate:
Il covo di Stato; Sergio Flamigni.
Complici; Stefania Limiti, Sandro Provvisionato.
I nemici della Repubblica; Vladimiro Satta.
Audizione del 10 giugno 2015 di Laura Tintisona.
Verbale, Doc. N. 54/7, datato 9 marzo 2015; Laura Tintisona.
Audizione del 2 dicembre 2014 di Ilaria Moroni.
Audizione del 25 novembre 1998 di Vittorio Stelo.
Rapporto n. 050714/DIGOS, 17 marzo 1978; Questura di Roma.
Esame di Tullio Moscardi del 23 novembre 1979.
Esame di Maria Iannaccone del 23 novembre 1979.
Esame di Maria Iannaccone del 5 marzo 2015.
Proposta di relazione sull'attività svolta; Commissione Moro, 10 dicembre 2015.
La Repubblica delle Stragi, a cura di Salvatore Borsellino.
C'era una bomba per trecento persone, L'Europeo, 23 marzo 1978; Roberto Chiodi, Salvatore Giannella.
La mattina del 16 marzo 1978, in via Fani a Roma; Gero Grassi, reperibile al link: http://www.gerograssi.it/cms2/index.php ... &Itemid=84
Lancio AGI sulla dichiarazione delle ore 12.09 del procuratore capo della Repubblica, Giovanni De Matteo, reperibile al link: https://www.agi.it/cronaca/moro_rapito_ ... 018-03-15/

Immagini - leTrattative
Foto - L'Europeo n.13, 1978
Caso Moro
Le Mini che uccisero Aldo Moro
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https://www.letrattative.it/2018/12/le- ... -moro.html
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