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Lynn Picknett, Clive Prince Il libro che Gesù non ti avrebbe mai fatto leggere Newton Compton Editori, ottobre 2009, pp 384 - 390.
Il grande segreto. Un potenziale disastro per l’equilibrio della Chiesa cominciò con la scoperta, nel Vecchio Cairo del diciannovesimo secolo, di quasi duecentomila manoscritti ebraici di vari periodi nel geniza (magazzino) di una sinagoga del nono secolo. Uno di questi, comprende due copie incomplete, era particolarmente entusiasmante non solo perché risaliva al 100 AEC ca., ma anche perché era stato prodotto da una setta precedentemente sconosciuta.
Questo “Libro dei comandamenti” diceva che il gruppo era stato fondato intorno all’epoca della rivolta maccabea da un uomo divinamente ispirato, chiamato semplicemente il “Maestro di rettitudine”, “Unico maestro” o “Unico”, il Messia sia di Aronne sia di Israele, nonché la “stella che spunta da Giacobbe” profetizzata nel Libro dei Numeri.
Quando questo maestro o messia fu rifiutato, la setta si ritirò a Damasco, dove egli morì, anche se ci si aspettava che risorgesse trionfante “alla fine dei tempi”.
Una caratteristica singolare del testo era la sua incompatibilità con la tribù di Giuda e con la linea di Davide, perché chiaramente il Maestro in questione proveniva da un’altra tribù. Per questa setta, la linea di sangue messianica di Davide era stata sostituita da quella che aveva origine con Sadoc, il sommo sacerdote di Davide; di qui la definizione di “figli di Sadoc”, da cui gli studiosi coniarono il termine “sadochiti”.
Un importante studio di quello che era noto all’epoca come il Libro sadochita dei comandamenti fu pubblicato nel 1910 da Salomon Shechter, presidente del Jewish Theological Seminary of America, secondo il quale questa setta, precedentemente sconosciuta, corrispondeva da vicino a quel poco che si sapeva della setta dei dositeani, fondata dall’uomo che, come sappiamo, la letteratura pseudo clementina associava a Giovanni il Battista e a Simon Mago. Non solo certe caratteristiche dei loro credo corrispondevano, ma il nuovo testo rivelava anche che usavano lo stesso calendario di trenta giorni, e gli scrittori arabi dicevano che i dositeani usavano, per definire il loro fondatore, due titoli alternativi attribuiti al “maestro di rettitudine”, ossia l’Unico e la Stella. Alla luce di questo, Schechter avanzò l’ipotesi che i dositeani fossero una propaggine dei sadochiti, sorta dal periodo di scismi e apostasie che il Libro dei comandamenti descrive come conseguenza della morte del Maestro(60).
E c’era di più. Il testo spiegava uno degli aspetti più strani della letteratura pseudo clementina, quando diceva che la prima spaccatura importante, nella serie di scismi che produssero i movimenti di Giovanni il Battista, Simon Mago e Dositeo, fu quella dei sadducei. Di certo non poteva esserci niente di più lontano da quel trio eterodosso dell’aristocrazia sacerdotale ultraconservatrice alla base dell’establishment del Tempio. Non sorprende che questa sia stata sempre considerata una prova dell’inaffidabilità degli pseudoclementini. In ogni caso, “sadduceo” è la traduzione greca dell’ebraico Zadokim. Sia i sadducei sia i “figli di Sadoc” sostenevano di discendere da Sadoc, anche se gli ultimi contestavano ardentemente le asserzioni dei primi, ritenendosi loro stessi i legittimi eredi del sacerdote. Entrambi i gruppi potrebbero chiamarsi sadochiti o sadducei, a seconda della lingua usata, quindi, inaspettatamente, la scoperta del Cairo dimostrò che gli autori degli scritti pseudoclementini sapevano di cosa stavano parlando: esisteva in effetti un collegamento tra “sadducei” e “dositeani.”(61).
Schechter sosteneva anche che i sadochiti/dositeani avessero compiuto “speciali tentativi missionari” presso il tempio ebraico fondato da Onias nell’egiziana Leontopoli, scrivendo: Il distacco degli ebrei egiziani dall’influenza palestinese […] preparò il terreno per le dottrine di una setta come quella dei sadochiti, in cui veniva respinta la fedeltà a Giuda e a Gerusalemme, e in cui i discendenti della Casa di Sadoc (di cui lo stesso Onias faceva effettivamente parte) rappresentavano sia il Sacerdote sia il Messia.(62)
Le conclusioni di Schechter, però, dovettero essere riviste dopo la scoperta dei rotoli del Mar Morto. Il Libro sadochita dei comandamenti, e la setta che stava dietro di essa, sono ora molto più noti, dato che un certo numero di copie – tutte incomplete, ma comunque sufficienti a ricostruire l’intera opera – sono state trovate a Qumran. Si pensa che l’opera in questione, attualmente nota come Regola di Damasco (o Documento di Damasco), riguardi le origini e gli statuti della setta di Qumran, che attualmente si ritiene formata da esseni, invece che da dositeani.
Come abbiamo visto nel settimo capitolo, la scoperta dei rotoli del Mar Morto aveva fatto riprendere in considerazione un altro esempio di ortodossia accademica che, per un corso fortuito degli eventi, si riferisce anch’esso alla setta di Giovanni il Battista. Era la questione delle origini mandaiche. Prima della scoperta dei rotoli, la linea accettata era che i mandei fossero davvero i discendenti dei seguaci del Battista; in seguito, però, dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta del secolo scorso, essi vennero considerati una creazione successiva, priva di qualunque collegamento con lui o con la sua epoca. Ora, invece, i mandei sono stati ricollegati alla Palestina del primo secolo, sia pure con alcune riserve sulla portata del loro collegamento storico con il Battista.
La posizione precedente alla scoperta dei rotoli del Mar Morto era dovuta in gran parte all’influenza di accademici come Richard Reitzenstein e, soprattutto, Rudolf Bultmann, che avevano dimostrato dei paralleli tra i testi sacri dei mandei e certi concetti contenuti nel Vangelo di Giovanni. Ovviamente esisteva un collegamento tra loro e la comunità che aveva prodotto il vangelo in questione. Ma quando poi i rotoli del Mar Morto hanno cambiato gli atteggiamenti nei confronti dei mandei, fornendo un altro parallelo, molto più vicino geograficamente e storicamente, per la scrittura del Vangelo di Giovanni, il consenso si è spostato da un’origine mandaica del Vangelo di Giovanni a un’altra che indicava una connessione settaria ebraica (e di conseguenza gli studi sui mandei sono caduti in discredito per alcuni anni).
Stranamente la nuova generazione riteneva che i rotoli del Mar Morto dessero torto a Bultmann, mentre in realtà gli avevano dato ragione. Egli non ha mai sostenuto che i mandei fossero esistiti esattamente nella stessa forma oggi nota, prima che fosse scritto il Vangelo di Giovanni. In realtà, riteneva che una setta da cui i mandei sarebbero discesi, e i cui scritti erano andati perduti, fosse esistita nello stesso periodo e avesse influenzato l’evangelista e la sua comunità. In effetti, le scoperte di Qumran hanno rivelato l’esistenza proprio della setta, e degli scritti, che Bultmann aveva predetto. Come ha dichiarato Charles H.H. Scobie del Presbyterian College di Montreal nel suo studio del 1964 su Giovanni il Battista, “nell’ipotesi mandaica, i rotoli si trovano nello stesso posto in cui ci aspetteremmo di trovare le idee che entrarono a far parte del cristianesimo attraverso un Giovanni il Battista pre-mandaico”.(63)
Uno dei pochi ad accorgersi che i rotoli hanno confermato e non smentito la tesi di Bultmann sembra sia Wayne A. Meeks, il quale ha scritto, nel 1967, a proposito dei sostenitori della nuova posizione: “Forse non è troppo dire che, se riuscissero a dimostrare la loro tesi, riuscirebbero a portare l’ideologia di Qumran sotto l’ombrello del mito gnostico di Bultmann. (64) Questo implica l’esistenza di un collegamento tra la setta di Qumran e i mandei, proprio come hanno sostenuto alcuni ricercatori, quali il tedesco Otto Huth. (65) In effetti, sin dall’inizio si sono notati dei collegamenti specifici tra la letteratura di Qumran e quella mandaica. Nel 1957, per esempio, Theodor H. Gaster, nel primo libro popolare sui rotoli del Mar Morto, parlò dei primi entusiasmi provocati dalla convinzione di poter finalmente risolvere alcuni dei misteri delle origini cristiane:
Per mettere l’intera questione nella giusta prospettiva, si dovrebbe osservare che nei rotoli del Mar Morto si possono trovare tanti paralleli con il Nuovo Testamento quanto con gli apocrifi e gli pseudoepigrafi dell’Antico Testamento… e con le parti più antiche del Talmud. Inoltre, molti di questi paralleli si trovano anche nelle antiche dottrine di sette come i mandei dell’Iraq e dell’Iran e i samaritani, perciò anche se non ci sono pervenuti attraverso canali ebraici, possiamo comunque riconoscere in essi parte del pensiero e del folclore comune all’epoca in Palestina.(66)
Gaster dimostrò anche quante delle espressioni specifiche usate dagli autori dei rotoli, a proposito della loro comunità, fossero identiche a quelle che i mandei usavano per definirsi. Ma ancora più significativamente, Gaster collegò i rotoli alle “antiche dottrine” dei mandei e dei samaritani, riunendo tra loro ancor più strettamente le varie componenti.
E c’è dell’altro. La setta di Qumran sembra aver usato la versione samaritana del Pentateuco: vi sono aggiunte e omissioni, soprattutto nella loro versione dell’Esodo, e delle citazioni contenute nei rotoli del Mar Morto rivelano le stesse peculiarità. Inoltre, la studiosa francese del Nuovo Testamento Annie Jaubert ha stabilito dei collegamenti tra il calendario di Qumran e quello samaritano, che differiscono entrambi da quello ebraico standard dell’epoca. (67)
Come nel caso dei mandei e dei samaritani, esistono tanto delle somiglianze quanto delle differenze tra il materiale contenuto nei rotoli del Mar Morto e quel che sappiamo degli insegnamenti e degli obiettivi di Giovanni il Battista. Vi è una diffusa teoria secondo cui questi – se non Gesù stesso – era membro della setta di Qumran, ma nel caso sia suo sia di Gesù, la differenza tra quel che insegnavano e il materiale dei rotoli sono evidenti quanto le somiglianze. Almeno nel caso di Giovanni il Battista, sembra ci sia stata una conoscenza di parte del materiale dei rotoli, anche se forse poco di più. (68)
Non esiste una corrispondenza assoluta tra le idee e i concetti esposti nei rotoli del Mar Morto e, rispettivamente, quelle dei mandei, dei samaritani e di Giovanni il Battista. Esistono però delle somiglianze specifiche in quantità sufficiente a dimostrare che tutti questi movimenti facevano parte dello stesso complesso di sette. E anche se non è esatto dire che la comunità di Qumran fosse mandaica, esiste un collegamento più forte di quello che viene generalmente riconosciuto.
In questo quadro dobbiamo aggiungere i sadochiti che, prima della scoperta dei rotoli, gli accademici avevano collegato ai dositeani. Anche questo implica un contatto tra la setta di Qumran e la famiglia di sette che comprendeva il gruppo del Battista. In effetti, alcuni hanno continuato a vedere il collegamento anche dopo la scoperta dei rotoli del Mar Morto. L’eminente specialista di origini gnostiche, Robert McLachlan Wilson, e Jean Daniélou (il gesuita francese docente di origini del cristianesimo diventato poi cardinale) sostenevano entrambi che i componenti della setta di Qumran fossero effettivamente dositeani. (69) Daniélou, in particolare, avvicinava ancora di più le componenti dicendo che Dositeo “sembra rappresentare un messianesimo samaritano combinato con gli ideali ascetici, una sorta di essenismo samaritano”. (70)
Di certo, però, i rotoli del Mar Morto significano che dobbiamo restare fermamente, persino tenacemente, nel tradizionale ebraico, con una comunità che si isolò dal mondo gentile per studiare i propri testi sacri, senza lo scomodo materiale “da misteri pagani”, che troviamo invece in Simon Mago e in Gesù. Ma inaspettatamente, anche qui si colgono allettanti segni di influenze esterne. Pochi parlano della “grotta 7” di Qumran, scoperta nel 1955 e piena di documenti – ora ridotti a miglia di piccoli frammenti perlopiù illeggibili – tutti in greco (uno dei quali proveniente da una commedia di Menandro) e difficilmente compatibili con l’immagine puritana della setta del Mar Morto. (71) Alcuni dei loro rotoli (per esempio il Manuale di disciplina) si servono di “una terminologia simile a quella dei misteri”,(72) facendo pensare che la setta di Qumran avesse una certa familiarità con pratiche misteriche.
Un altro segno del fatto che la comunità era più complessa di quanto si credesse generalmente proviene dall’opera del metallurgista e storico Robert Feather sul famoso rotolo di rame. Questo enorme manufatto, lungo circa ventiquattro metri, è fatto di rame sottile inciso con scritte che si suppone rivelino le ubicazioni dei depositi nascosti di tesori e di altri preziosi. Vari indizi nella grafia e nello stile di scrittura dimostrano che, benché sia stato creato nel primo o secondo secolo AEC, il rotolo di rame era una copia di un documento risalente forse a seicento anni prima. Feather ha stabilito che la composizione chimica del rame è quasi identica a quella di rotoli analoghi utilizzati in Egitto (il solo posto in cui si praticava la scrittura su rotoli di rame, visto che quello di Qumran costituisce l’unico altro esempio di scrittura del genere). Lo studioso ha dimostrato anche che le liste di quantità di metalli preziosi e di altri beni di lusso facevano uso di pesi e misure egiziani. Ma perché mai una setta ebraica del periodo romano avrebbe dovuto possedere qualcosa che non solo costituiva un legame con l’antico passato di Israele, ma anche con l’Egitto? Quantomeno ciò dimostra che sette come quella di Qumran preservavano degli antichi segreti.
Malgrado la credenza popolare al riguardo, non è ancora stato dimostrato in modo conclusivo che la comunità di Qumran facesse parte della setta essena, come è stato proposto subito dopo la scoperta dei rotoli. Ma se non faceva parte, era comunque una componente di un gruppo di sette collegate, sorte in quei tempi apocalittici che cercavano di scoprire cosa riservasse il futuro riscoprendo il passato. Se, per esempio, gli appartenenti a queste sette sapevano che i loro antenati avevano venerato una dea, potevano essere ispirati a indagare sul contemporaneo culto egiziano di Iside.
Perciò, quando vennero alla luce nel 1947, i documenti del Mar Morto sembravano poter fornire le prove di due teorie collegate alla setta di Giovanni il Battista. C’erano sia l’ipotesi avanzata da Solomon Schechter di un collegamento tra la Regola di Damasco e i dositeani, sia la predizione di Rudolf Bultmann sull’esistenza di una setta, che avrebbe colmato la lacuna tra comunità per cui fu scritto il Vangelo di Giovanni (che sembra sia stata samaritana) e i mandei. La possibilità di scoprire la verità a lungo soppressa su Giovanni il Battista fornisce una ragione molto più solida per giustificare la reazione e il comportamento dei cattolici, preoccupati che il loro segreto bi millenario stia per essere rivelato.
Il fatto che la paura del Vaticano fosse proprio questa riceve conferma da una strana storia, emersa di recente attraverso Robert Feather, l’esperto del rotolo di rame. (73) Col suo profondo interesse per l’archeologia biblica e le origini cristiane, Feather si conquistò la fiducia di uno dei componenti fondamentali della squadra archeologica originale dell’École Biblique a Qumran, il solitario Jósef T. Milik, un ex prete cattolico polacco stabilitosi in Francia. Nel 1999, Feather venne a sapere da Milik che una scoperta era stata tenuta nascosta. Non si trattava di un rotolo, bensì di resti umani nel terreno di sepoltura della comunità: un corpo senza testa, che Milik era convinto appartenesse a Giovanni il Battista. In preda all’entusiasmo e alla curiosità, come racconta in modo affascinante nel suo The Secret Initiation of Jesus at Qumran (2005), Feather confermò che il corpo in questione era stato effettivamente trovato, ma la scoperta era stata occultata. Tra il 1949 e il 1956, la squadra dell’École Biblique aveva riportato alla luce diversi corpi. Ne aveva passato la maggior parte ad altri istituti negli Stati Uniti e in Europa, ma ne aveva anche nascosti alcuni, pur avendolo negato regolarmente fino al 2000. Nel corso di questi trasferimenti, alcuni resti “scomparvero” e ora risultano impossibili da rintracciare. I documenti relativi a uno di essi non parlano di un teschio. Alla fine, però, nonostante il suo tenace lavoro d’indagine, Feather non riuscì a rintracciare questi resti. Insomma, sembra che a Qumran sia stato trovato un corpo senza testa durante i primi scavi, ma che per qualche motivo l’informazione sia stata tenuta nascosta per circa mezzo secolo. Perché? Forse non perché le autorità cattoliche sapevano che il corpo era di Giovanni il Battista – come potevano saperlo con certezza? – ma perché temevano che potesse esserlo, e che potesse stabile un collegamento tra lui, Qumran e i rotoli del Mar Morto. Se non altro, avrebbe potuto ispirare il tipo di interesse per il Battista che avevano sempre cercato di ostacolare. Se si fosse pensato, o anche soltanto ipotizzato, che i discepoli di Giovanni avessero portato il suo corpo a Qumran, allora questo avrebbe suscitato un maggior interesse per il collegamento tra i rotoli del Mar Morto, i dositeani e, ancor più significativamente, i mandei, che fino a quel momento era stato minimizzato con tanto successo.
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