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 Oggetto del messaggio: Gnosticismo nella Divina Commedia?
MessaggioInviato: 14/05/2012, 11:03 
Qualcosa che non tutti sanno su Dante Alighieri e la Divina Commedia: il suo carattere esoterico e la sua affiliazione al gruppo "Fedeli d'Amore" come evidenziato in Vita Novae dove il sommo poeta descrive la sua rinascita a una seconda vita, quella iniziatica.

I Fedeli d’Amore erano esposti all’intransigenza della Chiesa dell’epoca, da qui la necessità di celare il loro pensiero con un linguaggio criptato, che era stato scelto con quello degli innamorati, perché ritenuto idoneo ad esprimere il loro pensiero: il dolce stil novo.

Messaggio criptato che vede nella figura di Beatrice l'incarnazione della Sophia, ovvero della conoscenza, della gnosi, (la stessa rappresentata da Leonardo nella Gioconda).

Qualcosa che non tutti sanno su Dante Alighieri e la Divina Commedia: il suo carattere esoterico e l'affiliazione ai Fedeli d'Amore come descritto in Vita Novae.

I Fedeli d’Amore erano esposti all’intransigenza della Chiesa dell’epoca, da qui la necessità di celare il loro pensiero con un linguaggio criptato, che era stato scelto con quello degli innamorati, perché ritenuto idoneo ad esprimere il loro pensiero: il dolce stil novo.

Messaggio criptato che vede nella figura di Beatrice l'incarnazione della Sophia, ovvero della conoscenza, della gnosi, (la stessa rappresentata da Leonardo nella Gioconda).

http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=12246

D'altronde "...fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza..." - riflettiamo sull'attualità di queste parole.

E per saperne di più vi invito a leggere quanto riportato in questo sito:

http://www.duepassinelmistero.com/EsoterismodiDante.htm



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MessaggioInviato: 14/05/2012, 15:52 
caro Atlanticus 81
vedere anche Esoterismo di Dante di R.Guenon
http://www.gianfrancobertagni.it/materi ... idante.pdf

ciao
mauro



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MessaggioInviato: 02/06/2012, 15:33 
Il percorso iniziatico nella Divina Commedia
di Andrea Bertolini, Jubal editore 2004

Un unico filo ricollega l’Alchimia, i Templari, il mistero delle cattedrali, la Vergine, il Graal e in Dante ritroviamo un po’ la sintesi di tutti questi aspetti.

Egli, come buona parte dei poeti del Dolce stil novo faceva parte di un ordine segreto iniziatici, i Fedeli d’Amore, legato ai Templari ed in forte sospetto di eresia. In tutte le loro poesie e nei loro scritti troviamo il simbolismo della Donna come Sapienza Trascendente.

Il Saluto della Donna è descritto come un’esperienza travolgente: “il cor divenne morto ch’era vivo”, “esperienza che intender non la può chi non la prova”. Vi è un forte parallelismo con la poesia mistica persiana, specialmente con Rumi, per cui Vino e donna sono simboli dell’esperienza mistica di Dio. […] Vediamo lo schema del viaggio di Dante e notiamo come siano evidenti i simboli della tradizione ermetico-alchemica: il centro della Terra, il Monte, il Cielo (le stelle). L’inizio della Divina Commedia descrive come Dante ad un certo momento della sua vita si trovi smarrito nella selva oscura. Questa crisi spirituale è comune a molti ricercatori che, dopo avere intrapreso con i propri sforzi il cammino interiore, si trovano ad certo momento ad un punto morto, in una situazione di angoscia e disperazione.

Dice Dante: “Io non so ben ridir come v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai” (Inf. I, 10-12). Stiamo parlando del sonno della coscienza, quello stato in cui viviamo normalmente senza rendercene conto, anzi credendo di essere svegli. Dopo questa esperienza terribile Dante si riprende un poco ma deve constatare di non essere in grado di procedere da solo: è impedito infatti dalle tre fiere che rappresentano i tre veleni dell’ego (lussuria, superbia, avarizia). Solo con l’aiuto di un Maestro è possibile andare avanti e infatti vi è l’incontro con Virgilio (quando il discepolo è pronto il Maestro arriva). Con la guida di Virgilio Dante entra nell’Inferno, inizia cioè il viaggio al centro della Terra, esperienza che gli alchimisti denominavano VITRIOLVM (visita l’interno della Terra, rettificando troverai la pietra nascosta, vera medicina).

È l’opera al nero ermetica, operazione pericolosa in cui la struttura dell’individuo, la personalità, si deve dissolvere, l’anima-essenza si deve slacciare dal corpo individuale legato al tempo ed allo spazio (il mondo). Perché quest’impresa riesca è necessario che sia intrapresa con cuore puro, con un’intenzione corretta e insieme ad una guida.

In questa fase del lavoro su di sé vi è il confronto con la propria ombra, con i propri demoni interiori, con il lato infernale delle proprie passioni. I personaggi storici che Dante incontrerà nella sua discesa attraverso i gironi infernali sono rappresentazioni simboliche di questi aspetti. I dannati sono interamente assorbiti nella dimensione del proprio peccato, bloccati in quell’unico sentimento e in quell’unica disposizione psicologica, in una ripetizione infinita di quella singola situazione. Tutti questi personaggi sono stati bruciati dalle proprie passioni e ciò non è da intendersi in senso morale ma esistenziale: basta pensare a Paolo e Francesca che in Dante ispirano dolcezza e compassione e che non condanna, ma che tuttavia sono rimasti travolti da una forza che non sono riusciti a trasformare.

L’inferno è dunque la dimensione della natura caotica e se ben guardiamo ce lo troviamo attorno tutti i giorni, dentro e fuori di noi, anche se con gradazioni e sfumature diverse. […] Vediamo ora cosa rappresenta il Purgatorio: si è detto che, in Alchimia, l’opera al nero viene seguita dall’opera al bianco, la purificazione delle scorie. Dante descrive questa esperienza come l’ascesa ad un monte, simbolo importantissimo in tutte le tradizioni, salita molto faticosa all’inizio ma che via via si fa più leggera. La salita è preceduta da un battesimo dell’acqua, valido sia per l’interpretazione ermetica che per quella cristiana; più avanti il nostro poeta sperimenterà anche il battesimo del fuoco (Canto XXVII). È il fuoco che non brucia, il Fuoco Alchemico. Gli incontri che Dante e la sua guida faranno nelle varie tappe del percorso sono numerosi: nelle anime del Purgatorio c'è ancora un legame forte e complesso con la vita terrena. Ma ora esse vedono pienamente il senso delle cose, comprendono i propri limiti umani e aspirano alla perfezione celeste. L’atmosfera è completamente diversa da quella dell’inferno, qui la sofferenza assume significato diverso perché è preludio alla liberazione.

È quella che nel lavoro su se stessi viene chiamata sofferenza volontaria. […] Il Paradiso, l’opera al rosso. Dante inizia questa nuova esperienza affermando che: “Nel ciel che più della Sua luce prende, Fui io e vidi cose che ridire, Né sa né può chi di lassù scende” (Par. I, 4-6). Lo spirito ormai partecipe del fluido vitale divino, sale i livelli supremi di coscienza. Il Paradiso è l’apoteosi della luce, dell’espansione dello spirito che Dante descrive con termini come “transumanare” e “indiarsi” (diventare Dio), inammissibili per la religione ufficiale.

Fonte: http://www.riflessioni.it/testi/dante.htm



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MessaggioInviato: 03/08/2012, 14:00 
LA DIVINA COMMEDIA E LA GRANDE OPERA
di Maria Grazia Lopardi

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Concepito come il percorso iniziatico di uomo alla ricerca delle sue origini e dunque sulla Via del ritorno, quello della Divina Commedia è un linguaggio simbolico che cela segreti universali che riecheggiano ancora nei versi del Sommo Poeta.

di Maria Grazia Lopardi

La Divina Commedia è un testo iniziatico-alchemico? Possiamo ravvisarvi il mezzo attraverso cui Dante, il Sommo Poeta, volle codificare le sue conoscenze e la sua sapienza come altri prima di lui fecero?

“O Voi che avete gl'intelletti sani
mirate la dottrina che s' asconde
sotto il velame delli versi strani”

Così si rivolge Dante al suo uditorio privilegiato capace di comprendere un insegnamento che si nasconde sotto il velo dei suoi versi, una dottrina che non è per tutti, ma solo per gli iniziati, per coloro che, appunto, hanno “gli intelletti sani”.

Una medaglia conservata a Vienna recante l'immagine di Dante e la scritta F.S.K.I.P.F.T. è stata interpretata come “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius” e vista come la verifica storica dell'appartenenza del poeta all'ordine dei Fedeli d'Amore, o Fede Santa, associato a quello dei Templari, ma la sua opera parla da sola e indica il cammino della trasmutazione dell’essere umano che la Divina Commedia illustra. Dante compie il suo viaggio durante la settimana santa, all'equinozio di primavera, quando gli antichi misteri celebravano una morte e una rinascita, nella natura che esce dal gelo e nell'uomo-Dio vincente sulla cristallizzazione della materia: il candidato ai misteri, colui che ha acquisito consapevolezza di trovarsi in una dimensione pesante e innaturale per il figlio della luce, in una selva oscura e di aver smarrito la retta via, viene spinto a volgere gli occhi in alto, verso la montagna, simbolo del percorso iniziatico, dalla quale verrà l'aiuto.

Tre bestie tuttavia gli sbarrano la strada allorché si accinge ad affrontare la dura salita: esse rappresentano la natura bestiale dell’uomo da purificare e trasmutare in un cambiamento radicale di coscienza, in cui si sostanzia la morte iniziatica con l’abbandono dell’immedesimazione nelle energie dell’ego. Prima di salire, Dante inizia un percorso che lo conduce verso il basso, negli inferi interiori, nelle regioni oscure dell’inconscio dove c’è il ribollente magma del rifiuto, l'ombra in cui energie maligne e distorte si agitano richiamando la sua attenzione. Il messaggio è noto alla tradizione: anche Enea nel VI canto dell'Eneide e Maometto in un testo islamico, di appena ottanta anni prima di Dante, compirono viaggi notturni attraverso un inferno che necessariamente precede la salita alle sfere, perché l'uomo deve svelare i suoi meandri più oscuri e negletti per permettere alla luce della coscienza di dissolvervi le tenebre, proprio come suggeriscono gli ermetisti: “Visita interiora tua (o terrae), rectificando invenies occultum lapidem”.

L’Inferno

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Nel susseguirsi di personaggi che popolano l’inferno, Dante passa in rassegna le oscure tendenze dell'anima umana, quelle che le impediscono di volare, che lo rendono dualistico e privo d’integrità. Con umana compassione, l’iniziato sul cammino osserva senza giudizio ogni moto della sua anima, traendone il messaggio e davanti alla sua coscienza sfilano tutte le potenzialità inespresse e represse, tutti gli stati d'esistenza di un passato remoto, occultato nell'intimo e proiettato, come un fardello di altri, sull'intero creato.

Come negli antichi misteri, una guida accompagna il candidato: per Dante è Virgilio che già aveva offerto a Enea il ramo d'oro di Eleusi, a simbolo di resurrezione e immortalità, perpetuato nel cristianesimo nella palma della domenica che precede Pasqua, e in massoneria nell'acacia. La guida rappresenta la coscienza dell’uomo dialettico, la ridestata consapevolezza della necessità di raddrizzare le vie del Signore, come diceva il Battista, di compiere un processo di morte e rinascita, per recuperare una condizione divina che spetta per diritto ereditario e di cui il candidato ai misteri avverte una grande nostalgia che funge da pungolo: in una serie incessante di prese di coscienza, penetrando la natura umana, disgregandone la sua apparente compattezza sotto l'azione del calore infernale del crogiolo alchemico, Dante realizza l’opera al nero, la nigredo. Nelle profondità del suo abisso interiore, lo attende Lucifero, la sorgente energetica dell’ego dialettico che, come il minotauro nel labirinto, deve essere affrontato dall’eroe solare che diviene consapevole di essere dominato da forze che lo governano, plasmando la sua fallace personalità in cui si immedesima, ma che lo separa dall’integrità del suo vero essere.

Abbandonati i pre-giudizi e smascherando il suo programma interiore originato da karma, educazione ed esperienze, l’iniziato sa che il sistema elettromagnetico che lo alimenta deve essere spento, un nuovo cielo e una nuova terra devono apparire. Per questo Dante, nel profondo del suo inferno, incontra Lucifero a tre facce: una nera, una bianca e una rossa, i colori dell’alchimia, perché anche le energie luciferine si convertiranno con il compimento della Grande Opera: “... conviene che di fortezza t'armi”, gli consiglia Virgilio mentre Dite-Lucifero, con le sue ali tutto ghiaccia, perché tale è la sua azione cristallizzante e Dante così descrive la sua morte iniziatica: “… io non morì, e non rimasi vivo”. Ormai le energie luciferine sono domate, Virgilio e il poeta si aggrappano a Lucifero per uscire dall'inferno, vale a dire che la stessa natura dialettica, vinta dalle energie divine, diviene lo strumento per riscattare l'uomo.

Non a caso Dante, volgendo lo sguardo indietro, vede Lucifero capovolto, evidente simbolo della conversione che avviene quando nel bacino dell'iniziato (raggiunto dalla luce entrata nel suo sistema attraverso il cuore) Cristo e Lucifero domato, qual unico flusso di energia, risalgono lungo il canale del serpente, lungo la spina dorsale realizzando l'abito di luce, il manto d’oro delle nozze. L'inferno finisce con il verso “... e quindi uscimmo a riveder le stele”, la stella che appare nell’athanor alchemico dopo il fetore della sostanza sotto l’effetto del fuoco che la sollecita.

Il Purgatorio

“Per correr migliori acque alza le vele
ormai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sè mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al cielo diventa degno”.

Inizia così il Purgatorio, la fase alchemica dell'albedo, della purificazione, della caduta delle scorie sotto l'effetto del fuoco, in cui è finalmente possibile intraprendere la salita alla montagna che a ogni passo porta al distacco dai valori del piano orizzontale e alla conquista della libertà. Con Casella, Dante vede quanto leghi la stessa bellezza della terra, con Manfredi scopre l’effetto dei rancori, con Jacopo del Cassero constata come i ricordi possano pietrificare l’anima, con Bordello è la polemica politica a legare. Insomma con i personaggi mano a mano incontrati, Dante scorge i suoi legami interiori da sciogliere per aspirare alla libertà.

All'ingresso, un angelo su tre gradini, ancora una volta con i tre colori dell’opera alchemica, lo segna sulla fronte come i salvati dal Signore di biblica memoria: sette “P” sono tracciate sulla sua fronte, i sette peccati capitali come sostiene la critica, comunque sette ostacoli da sciogliere nel processo di purificazione per rendere possibile la visione, l'apertura del terzo occhio, l'accensione del candelabro dai sette bracci.

Solo con il passaggio per le sette cornici – come i sette gradini dei misteri mitriaci e massonici – Dante può essere idoneo agli stati superiori dell'essere, alla trasformazione più radicale che lo porterà dal piombo all'argento e quindi all'oro. Nel ricevere i doni delle sette forze dello Spirito, superando le prove a esse connesse, Dante purifica il suo essere e il suo fardello si alleggerisce preparandosi a una frequenza vibratoria superiore. La scala a sette gradini suggerisce altrettanti livelli d’iniziazione: la guida è ancora Virgilio, perché il suo strumento più elevato è la mente illuminata che lo induce a neutralizzare i legami con il mondo, senza reprimerli, vigilando, osservandoli obiettivamente, come Dante appunto fa con i personaggi che incontra.

Staccarsi dalle abitudini del sangue, dai pregiudizi, dal sentimentalismo oscurante, costituisce la base per quella trasformazione fondamentale che porta l'iniziato a liberare la vera facoltà del pensiero, a realizzare l’iniziazione di Mercurio, del potere del pensiero che porterà alla conoscenza di prima mano, alla vera saggezza. A Mercurio segue Venere, fonte di amore che guida l'iniziato a porsi al servizio di Dio per compassione verso il mondo. La Gnosi penetrata nel sistema del candidato ai Misteri conquista i santuari della testa e del cuore, ma ora i nuovi potenziali sviluppati devono essere concretizzati al servizio del piano divino, attraverso una forte volontà nella quale si esprima la potenza creatrice, il fiat lux: è l’iniziazione di Giove, il dio del fuoco, del mago che tutto può perché saggio, pieno d’amore e fornito di volontà divina, è il sacerdote che collega le terra al cielo e che ripristina il piano divino. Quando non vi è purificazione e non viene compiuto il giusto procedimento alchemico, si rischia di divenire maghi luciferini che hanno acquisito poteri per accrescere il proprio ego e non per eseguire la volontà di Dio. Non a caso, nella fase dell'albedo, gli alchimisti pongono la prova del drago, dell'anima liberata dal corpo che si trova ad affrontare una forza tremenda pronta a destarsi per prendere il sopravvento e imprigionare l'anima, se solo l'attenzione dell'iniziato si indebolisce, soggiogata dagli antichi legami: il rischio di tale fase è di perdersi nell'ingannevole mondo tenebroso, nel divenire operatori dell’occulto, al servizio di Lucifero.

La forza saturnina

Il processo continua il suo sviluppo sotto l’effetto del fuoco dello Spirito: ora è Saturno, responsabile del processo di cristallizzazione della struttura fisica, a essere dominato per lasciare il posto al nuovo Saturno che, dopo aver eliminato con la falce gli impeti passionali della vita inferiore, le forze della personalità dialettica, segna il passaggio tra una vecchia e una nuova dimensione. Dal nuovo Saturno, nascerà l'uomo celeste. Aperta la porta di Saturno al limite della dimensione dialettica, l'uomo divino inizia a manifestarsi e diviene esso stesso sorgente d’amore, di un amore impersonale che abbraccia l'intera umanità. Nel Purgatorio, dunque, l’iniziato domina gli aspetti inferiori dei pianeti, per consentire a quelli superiori di manifestarsi, al fine di conseguire il Paradiso. Alla settima cornice Dante attraversa un cerchio di fuoco (in greco pur), estrema prova di purificazione possibile solo per chi ha già compiuto un graduale, consapevole processo di liberazione dell'anima dai legami della materia. L’iniziato è pronto per la Gnosi: “...tra Beatrice e te è questo muro”, dice Virgilio. Con il supremo sforzo di volontà, spinto dal desiderio del divino, Dante realizza l'albedo, l’opera al bianco: “Non aspettar mio dir più nè mio cenno: libero, dritto e sano è il tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch'io te sovra te corono e mitrio”. La creatura già in balia del karma e di autorità esteriori, diviene rex pontifex, Cavaliere Kadosh che riunisce in sé corona e mitra, potere temporale e spirituale, per cui è libero e finalmente responsabile, capace di ascoltare la saggezza che può acquisire solo l'anima, non più condizionata dai legami della materia, grazie alla luce divina che non incontra più ostacoli nell'inondare l'intero essere trasformato.

Ora Dante incontra Beatrice, di cui darà la definizione nel VII canto del Paradiso: “... il santo rivo ch'esce da fonte onde ogni Ver deriva”. È la Gnosi, l'intelligenza dei trovatori, la donna, la sapienza divina, la luce di Dio, la Grazia. Il viaggio per il Purgatorio è concluso e l’iniziato è “...rifatto sì come piante novelle rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salir alle stele”. “Novelle, rinnovellate, novella”, una triplice esaltata sottolineatura dell'Uomo Nuovo che è nato dalla vecchia natura, ormai nel fondo dell'athanor.

“Nel ciel che più della sua luce prende fu' io...”, qui Dante si sente trascendere i limiti della condizione umana e s'innalza attraverso la sfera del fuoco. L'iniziato oltrepassa la natura umana, è rinato nella luce nella quale fissa lo sguardo: la trasfigurazione è compiuta e, non a caso, il poeta passa nel cielo della luna, simbolo alchemico della fase al bianco.
In questo passaggio l'iniziato richiama l'attenzione di chi è in grado di comprendere il suo discorso:

“O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi di ascoltar, seguìti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, chè, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti”.

Il Paradiso

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L’esperienza del Paradiso è per pochi ed è necessariamente coperta dal segreto iniziatico, essendo del tutto straordinaria. Inizia la fase culminante dell'opera alchemica: la rubedo. Dante rivolge la sua preghiera al dio sole Apollo e, perennemente accompagnato dalla Luce divina, dalla Saggezza, da Beatrice, attraversa le sfere celesti corrispondenti a Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, alle stelle fisse, all'Empireo, viaggiatore tra mondi e dimensioni.

Come nel Purgatorio i pianeti hanno rappresentato il loro aspetto inferiore di cui disfarsi, con la purificazione che consegue al distacco dal potere del pensiero egocentrico, responsabile primo della separazione da Dio, dall'amore umano che lega al mondo, dall'azione al servizio del mantenimento del mondo dialettico, dalla volontà guidata dall'egoismo e dal potere, dalla cristallizzazione del vecchio Saturno che chiude la porte all'energia divina, compiuto tale processo nel Paradiso gli stessi pianeti rappresentano le mutazioni legate al procedimento alchemico nella sua fase finale. Di sfera in sfera Dante passa in un processo di esaltazione ed estasi che spesso si esprime con momentanee cecità, con il sonno o con svenimenti, nel tentativo di spiegare a parole la trasformazione della coscienza sotto l'effetto del fuoco divino.

Dal nuovo Mercurio nasce la capacità di cogliere il piano divino, di acquisire la conoscenza che è sapienza e saggezza. Dalla nuova Venere nasce la capacità d’indirizzare l'amore verso l'esterno, al servizio di Dio e del creato. Dal nuovo Marte nasce la volontà, riflesso di quella divina. Dal nuovo Giove nasce il sacerdozio, l'essere strumenti della luce realizzando la Giustizia secondo la volontà di Dio. Non a caso, nel cielo di Giove, Dante accusa il papa e si appella al primo verso del libro della sapienza: “… diligite iustitiam, qui iudicatis terram”, la M finale si trasforma in aquila, simbolo di quell'impero che ha la sua fonte nella mitica terra bianca, nel regno del prete Gianni, in Shamballa, per designarlo con nomi di diverse tradizioni. Il cielo di Saturno, degli spiriti contemplanti, esprime l'ingresso in una nuova dimensione, lì ove le forze cristallizzanti del vecchio Saturno non hanno accesso, si manifesta l'Uomo divino accolto da una scala d'oro, un ampio passaggio verso il compimento dell'opera. Nell'ottavo cielo delle stelle fisse, l'Uomo Nuovo appare in tutto il suo splendore, tanto che a Dante appare la Luce del Cristo: il sorriso di Beatrice, la forza irradiante della Gnosi diviene tale che Dante sviene, la sua coscienza non è più umana.

Segue la visione della Vergine, dell'anima nuova di natura divina, è l'anima mundi degli alchimisti che genera l'essere divino e che è generata dalla personalità trasmutata nel procedimento alchemico.
Il processo continua e, negli occhi di Beatrice, Dante scorge un punto luminosissimo: Dio circondato da nove cori angelici e oltre l'empireo, il cui splendore acceca: è il momento conclusivo della rubedo, la visione del Paradiso dove, nel fiume di acqua viva, appare la candida Rosa della più pura tradizione esoterica, il simbolo per eccellenza del divino, la meta agognata da ogni cercatore della Verità, cantata dai trovatori e cercata dai cavalieri, come il loto dell'oriente, espressione di una fioritura che, con lo stelo, attraversa le acque del divenire, per aprire i suoi petali alla luce del Sole.

La rosa è fiorita lì dove i due bracci della croce umana si uniscono nell'unità. Beatrice lascia Dante accolto da S. Bernardo, colui che ha dato la regola all'ordine dei Templari, la coscienza divina che ormai guida l'iniziato e che gli consente di “ficcar lo viso per la luce etterna”, dove il lungo viaggio attraverso il molteplice si conclude con il ritorno all’unità: “nel suo profondo vidi che s'interna, ciò che per l'universo si squaterna”.

La natura umana, mortale e fallace si è trasformata nell’oro splendente del corpo di gloria della resurrezione.

Fonte: http://mikeplato.myblog.it/archive/2009 ... opera.html



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MessaggioInviato: 03/08/2012, 18:43 
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Atlanticus81 ha scritto:
Una medaglia conservata a Vienna recante l'immagine di Dante e la scritta F.S.K.I.P.F.T. è stata interpretata come “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius” e vista come la verifica storica dell'appartenenza del poeta all'ordine dei Fedeli d'Amore, o Fede Santa, associato a quello dei Templari, ma la sua opera parla da sola e indica il cammino della trasmutazione dell’essere umano che la Divina Commedia illustra.

Bel topic Atlanticus...[;)]
Consacrato della fede santa, Cavaliere Kadosh del Santo Impero, fratello templare.

Dante era un membro del Supremo Consiglio della massoneria scozzese...
Molti non capiscono perchè in quella frase, in mezzo a termini latini ce ne sia uno ebraico (kadosh), il fatto è che kadosh in ebraico significa "puro", ma in mezzo a quella frase identifica il 30° grado della massoneria, Cavaliere Kadosh:
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http://www.supremoconsiglio.com/il-rito ... re-kadosh/


Ultima modifica di Angel_ il 03/08/2012, 18:45, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 31/08/2012, 20:54 
Più che di gnosticismo parlerei di una vena orfico-pitagorica in certa parte del simbolismo della Divina Commedia, non a caso Dante prende come prima guida proprio Virgilio, e le analogie tra la discesa "ad inferos" di Dante e quella di Enea nel sesto libro dell'Eneide non mancano.
Su queste cose Arturo Reghini scrisse molte cose interessanti, altre cose sono state scritte in seguito sempre nell'ambito del simbolismo orfico-pitagorico della Commedia; non dimentichiamo infine che lo stesso Guenon (che conobbe Reghini, e fu proprio Reghini a far conoscere in Italia l'opera citata da Mauro ), scrisse che "è nondimeno permesso di pensare che, da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante, la «catena della tradizione» non fu senza dubbio rotta sulla terra d’Italia."


Ultima modifica di quisquis il 31/08/2012, 20:55, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 31/08/2012, 21:43 
Come è noto la Divina Commedia ha 4 sensi, ossia 4 livelli di lettura: il senso letterale , l'allegorico , il morale e l'anagogico; è soprattutto in quest'ultimo che bisogna cercare significati strettamente spirituali.

Uno dei tanti interessanti articoli di Reghini sul tema è: "L'allegoria Esoterica in Dante" del 1921. E' un articolo molto chiaro ed esplicito, come era stile di Reghini.



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MessaggioInviato: 01/09/2012, 02:25 
onestamente ho sempre avuto immense difficoltà, da agnostico, a concepire l'idea filosofica stessa che sta alla base dello gnosticismo (avversato dalla paleochiesa come eresia in ogni caso). Forse quisquis essendo dotto di lettere latina, e forse greche, potrà aiutarmi e illuminarmi,



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Mi spinsi nel futuro quanto mai occhio umano, le meraviglie vidi di quel mondo lontano

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Cita:
Raziel ha scritto:

onestamente ho sempre avuto immense difficoltà, da agnostico, a concepire l'idea filosofica stessa che sta alla base dello gnosticismo (avversato dalla paleochiesa come eresia in ogni caso). Forse quisquis essendo dotto di lettere latina, e forse greche, potrà aiutarmi e illuminarmi,


Non sono dotto, non posso aiutarti. Inoltre non mi sono mai interessato più di tanto di gnosticismo per varie ragioni, principalmente perché intriso di cristianesimo e permeato dall'idea di una salvezza da raggiungersi eventualmente con l'aiuto di uno o più salvatori, la qual cosa non mi interessa minimamente.

Su cosa invece Reghini intendesse per "vita nova" ed iniziazione, tutti termini latinissimi (da in - ire ), Reghini stesso ha scritto pagine chiarissime; si può iniziare col leggere" il dominio dell'anima", trascrizione di una sua conferenza tenuta alla biblioteca filosofica di Firenze nel 1907, e "la vita dello spirito", sempre del 1907; ha scritto molte altre cose, ma in particolare il primo potrebbe forse interessarti di più perché Reghini qui analizza il problema della conoscenza inteso sia dal punto di vista della scienza moderna (Reghini era anche un matematico di un certo peso, inteso proprio in senso moderno), sia dal punto di vista della fede (qualunque essa sia), sia dal punto di vista strettamente iniziatico, che ben distingue dai primi due spiegando le ragioni del perché di questa distinzione e che Reghini imposta, dal punto di vista metodologico, su di un radicale sperimentalismo (il che non significa procedere a tentoni), necessariamente non limitato ai 5 sensi, visto che l'oggetto di osservazione è la coscienza stessa dello "sperimentatore". Nessun sentimentalismo, nessuna fede (ma fiducia in se stessi sì ), bensì sperimentazione vissuta, equilibrio e sincerità con se stessi in ordine a ciò che davvero si vuole dalla propria vita.
Molto altro comunque è stato scritto su questo sempre da Reghini.
Ma sullo gnosticismo non posso aiutarti.

Tornando a Dante, su questo Reghini ha scritto qua e là molte cose, se non fosse altro perché era Fiorentino (discendente però da un'antica casata Pontremolese).



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Il Dante esoterico svelato da Guénon
Nel magistrale L’esoterismo di Dante René Guénon svelò la visuale per comprendere il senso nascosto del poema

Pubblicato per la prima volta nella “Piccola Biblioteca” delle edizioni Adelphi, il breve saggio di René Guénon L’esoterismo di Dante costituisce, come quasi ogni libro di questo autore, un prezioso scrigno ricco di inestimabili tesori. “Dante indica in modo esplicito che nella sua opera vi è un “senso nascosto”, propriamente dottrinale, di cui il senso esteriore e apparente è soltanto un velo, e che deve essere ricercato da coloro i quali sono capaci di penetrarlo”: prendendo spunto dall’indicazione dantesca circa i quattro livelli a cui può essere attinto il senso dell’opera, il metafisico francese (di cui cade quest’anno il cinquantennale della morte) si interessa proprio all’ultimo, che definisce esoterico. Non è del resto un caso che le maggiori divergenze della critica continuino a vertere su questo significato, per comprendere il quale è necessaria, oltre a una speciale predisposizione, una qualificazione di tipo “tradizionale”. A parte i fondamentali studi del Valli – di poco successivi al saggio di Guénon, che nella versione originale è del 1925 – in italiano ben poche letture sono state fatte in questa direzione così difficoltosa.

Passo per passo, e con la frequente allusione a simboli appartenenti alle più varie tradizioni, Guénon ci conduce nell’universo spirituale da cui scaturì la mirabile creazione dantesca. La struttura cosmica, le divisioni temporali e spaziali, i regni animale, vegetale e minerale, i numeri simbolici e le loro proporzioni, tutto rientra in un grande affresco di simboli che allude a un’esperienza iniziatica. Sulla scienza dei numeri in Dante, in particolare, lo studioso francese mette in chiaro come esistano paralleli significativi con numerosi altri ambiti tradizionali, inclusa forse persino la Qabbalah ebraica, ma con ben maggiore certezza il Pitagorismo, che fondava la sua scienza sui rapporti e le proporzioni dei numeri, più che sul valore numerico di caratteri dell’alfabeto.

Lo studioso francese è costretto ad accennare poi a numerose implicazioni storiche, dalla distruzione dell’Ordine del Tempio alla nascita del Rosicrucianesimo e della Massoneria: questi e altri episodi vengono letti “tra le righe”, cioè per quel che di sovratemporale e assoluto agì tramite essi. Una digressione assai interessante riguarda i Viaggi extraterrestri nelle differenti tradizioni (di questo infatti si tratta nel caso della Divina Commedia): con una serie di significativi paralleli, Guénon ci rammenta la sostanziale identità del viaggio dantesco con quelli descritti da Mohyiddin ibn Arabi, il più grande dei maestri spirituali dell’Islam: “Tali coincidenze, fin nei dettagli più minuti, non possono essere accidentali, e abbiamo più d’un motivo per credere che Dante si sia effettivamente ispirato, per una parte importante della sua opera, agli scritti di Mohyiddin”. Nelle opere di quest’ultimo si trovano poi numerose immagini proprie di tradizioni millenarie, o meglio sarebbe dire della Tradizione Una: per questa ragione i critici sono giunti persino a pensare a influenze indiane su Dante. Anche la struttura del cosmo che si articola in tre mondi è tipicamente tradizionale, e si manifesta tanto nell’immagine di un sovramondo, il mondo terreno e un mondo infero quanto in quella di un sovramondo, il mondo terreno e un mondo etereo che mette i due precedenti in comunicazione. Ma queste due varianti corrispondono, come ben spiega Guénon, a una medesima struttura cosmica, in cui l’intero universo pare fondarsi sull’equilibrio ternario.

Un altro aspetto di indubbio interesse riguarda l’interpretazione del “ghibellinismo” dantesco. A tale proposito, Guénon sostiene che fare di Dante “un precursore del protestantesimo, o forse anche della Rivoluzione Francese, per il semplice fatto che fu un avversario del papato sul terreno politico, è misconoscere interamente il suo pensiero e non capir nulla dello spirito della sua epoca”. Dante non è un semplice uomo del suo tempo: è portatore di un messaggio universale, poiché parla il linguaggio della metafisica, ossia quello simbolico. Quelle correnti dell’esoterismo che affondano le loro radici sin nei tempi di Dante (Rosicrucianesimo, Massoneria, certo “post-templarismo”) e nel gruppo dei Fedeli d’Amore avrebbero invece subito un generale processo di involuzione e di rovesciamento, sino a divenire gli strumenti della controiniziazione e della sovversione: dunque ogni assimilazione è non solo arbitraria, ma del tutto errata.

Fonte: http://www.centrostudilaruna.it/esoterismodante.html



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MessaggioInviato: 24/11/2012, 01:09 
Chiunque si sia trovato a leggere liriche dei trovatori del XII-XIII secolo si sarà misurato con una certa difficoltà di comprensione derivante da un linguaggio non chiaro, fatto di parole che non hanno il significato odierno e di periodi costruiti in maniera molto arzigogolata e artificiosa. Quel che ora ci si chiede è se quel linguaggio fosse il risultato di un mero esercizio poetico e davvero fosse mirato a tessere le lodi di una donna verso cui ci si sentiva ispirati da un profondo amore, o se quelle frasi volutamente oscure nascondessero un significato più segreto, celato ai profani.

I trovatori francesi vissero nell’area interessata dall’eresia catara, che non fu un movimento minoritario che si staccava dall’ortodossia, ma rappresentò una vera e propria Chiesa che godeva dell’adesione di gran parte della popolazione: è ragionevole, quindi, pensare che molti poeti fossero di fede catara.

Quel che è più ardito pensare è che sotto la Donna misteriosa e potente da loro cantata si nascondesse proprio la Chiesa catara o la Sapienza suprema, la Gnosi, a cui dovevano anelare i Perfetti. I Fedeli d’Amore, perciò, si configurerebbero come una setta che doveva celare il suo credo agli occhi degli inquisitori cattolici e che, per questo scopo, aveva ideato un gergo segreto con cui poter comunicare tra adepti.

Questa setta sarebbe stata estirpata dalla crociata contro gli Albigesi, ma le sue idee sarebbero sopravvissute ed emigrate in Italia insieme alle liriche dei poeti, trasferendosi alla corte di Federico II e, successivamente, ai rimatori toscani e agli Stilnovisti, fino ad interessare l’opera di Dante. Con queste ipotesi non si vuole sminuire il genio poetico di così grandi poeti, ma solo interrogarsi verso quale obiettivo fosse indirizzato questo genio, dubitando che esso servisse esclusivamente una donna, per quanto angelicata, e soprattutto fosse del tutto in linea con gli insegnamenti della Chiesa di Roma (contro la quale Dante lancia spesso le sue invettive).

Firenze divenne un centro di diffusione dell’eresia catara, tanto che nel 1245 si svolse contro di essa un grande processo condotto dall’inquisitore Ruggero Calcagni, a riprova che sicuramente anche gli Stilnovisti vennero in contatto con l’eresia. Inoltre, non era alieno dalle usanze catare un modo di esprimersi gergale, tramite parole d’ordine. Catari pare fossero Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti, mentre il figlio Guido è detto "patarino", termine che nel Duecento stava per cataro.

I Feudi d'amore

Quest'opera è stata scritta da Giacomo de Basieux, un trovatore vissuto nella seconda metà del Duecento autore di opere permeate da uno strano allegorismo, tra cui spicca questo trattatelo in 666 versi in cui si dettano le regole di vita per i Fedeli d’Amore, che probabilmente fu letto anche dai poeti fiorentini. Egli afferma chiaramente che Amore è l’opposto di Morte, riportando a riprova la scomposizione della parola latina:

A-MORT= SENZA MORTE

La ricerca di Amore diventa, quindi, una ricerca dell’immortalità. Secondo il Valli la Morte nasconderebbe la Chiesa e cita una poesia di Gianni Alfani in cui si dice che la morte nel die giudicio sarà a orribile morte giudicata e, visto che sembra assurdo condannare la morte ad un’orribile morte, queste parole devono nascondere un senso allegorico.

A proposito dei Fedeli d’Amore, Giacomo di Baisieux cita una sorta d’investitura, in cui l’adepto riceve un guanto e un bacio, descrivendo quella che sembra una vera e propria iniziazione (ricordiamo anche l’importanza della funzione dei baci nel rito di accoglienza dei nuovi Templari secondo le testimonianze date da questi ultimi durante gli interrogatori).

I Fedeli d’Amore sono descritti come una milizia affratellata nel nome del Santo Amore e della Donna Unica, che può essere interpretata come la Vergine, la Sapienza o un’entità femminile divina non ben identificata. I membri della setta devono assumere come esempio di Fedele perfetto Lancillotto; viene così tracciata una linea di continuità tra i Fedeli d’Amore e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Ma allora la cerca del Santo Amore non viene forse a sovrapporsi a quella del Santo Graal? E allora si rafforza il legame con i Catari e, attraverso questi, con i Templari, considerati custodi del Graal.

Il Fiore

Si tratta del compendio in volgare italiano del celebre Roman de la Rose, scritto da Guglielmo di Lorris e da Giovanni di Meun; l’autore del Fiore è un tale ser Durante, che qualcuno ha ipotizzato possa essere Dante.

Quest’opera trae spunto dall’allegoria del romanzo francese: la ricerca della Rosa da parte dell’Amante, che trova a guardia del giardino e della sua dama Bell’Accoglienza, Malabocca e Gelosia. Il dio Amore, allora, viene in aiuto dell’amante, affiancato da Falsosembiante. Questo curioso personaggio dà voce allo spirito ribelle dei Fedeli d’Amore alla ricerca dell’amore (il fiore) difeso dai suoi crudeli custodi, Gelosia (la Chiesa) e Malabocca (l’inquisitore), facendo oggetto di un’aspra satira i religiosi e spiegando che la salvezza non dipende dall’abito, ossia dal ruolo che si ricopre e dall’apparenza, ma dalle buone opere, esponendo così un precetto cataro.

Quest’opera, quindi, sembra palesemente animata da venature settarie ed inneggiante alla ricerca del Santo Amore.

Dante

Accenni del linguaggio segreto di una setta si possono scorgere anche nelle opere di Dante, prima fra tutte la Vita Nova. Già a cominciare dal titolo l’opera si configura come un processo d’iniziazione tramite il quale si accederà ad una “nuova vita”: è il concetto di base di ogni organizzazione settaria, per cui il nuovo adepto lascia quella che era la sua vita precedente per intraprendere un cammino spirituale con cui, attraverso la conoscenza di segreti esoterici, giungerà ad un nuovo livello di vita e di coscienza. In quest’opera Dante nomina per ben sette volte i Fedeli d’Amore, fatto che lascia supporre che conoscesse il poemetto di Giacomo di Baisieux, col quale presenta inoltre numerose affinità lessicali e concettuali, a cominciare dalla potenza di Dolce Sguardo che di sua lancia lo va per l’occhio al cor ferire dei Feudi, corrispondente all’immagine della donna che dà per gli occhi una dolcezza al cuore- che intendere non la può chi non la prova.

Anche la Divina Commedia, opera dominata dal senso del divino e considerata espressione di fede profondissima nel Cattolicesimo, potrebbe nascondere le tracce dell’eresia o per lo meno dell’affiliazione di Dante ad una società segreta. E d’altronde è lui stesso che ci avverte:


O voi che avete gli intelletti sani
mirate la dottrina che si nasconde
sotto il velame delli versi strani.
(Inferno, Canto IX)

e ancora:

aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
che ‘l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ‘l trapassar dentro è leggiero..
(Purgatorio, Canto VIII)

E’ legittimo, perciò, pensare che sotto il senso letterale della Commedia, si nasconda un misterioso simbolismo, anche perché dobbiamo considerare che nel Medioevo tutto era pervaso di simboli, niente era fatto a caso. Così sono le grandi costruzioni architettoniche, le cattedrali dove ogni più piccolo particolare richiama un senso nascosto, comprensibile solo a chi è dotato di intelletti sani, o, se vogliamo spingerci più in là, ad un adepto; allo stesso modo, fatto di simboli e richiami, sono elaborate le grandi costruzioni letterarie medievali. Un pensatore massone, Eugéne Aroux (1773-1859), membro della Società Rosacrociana di Tolosa, ha parlato di Dante come di un eretico e della Commedia come di un testo segreto della setta dei Fedeli d’Amore. Del resto è noto che i simboli esoterici della rosa e della croce, largamente sfruttati dalle società segrete e dai Templari, sono centrali nel capolavoro dantesco.

Secondo Aroux i tre mondi descritti nella Divina Commedia corrisponderebbero ad un viaggio iniziatico ascendente: l'adepto parte dal mondo profano (l'Inferno), affronta delle prove (Purgatorio) e giunge al regno dei Perfetti, degli Iniziati che hanno raggiunto il massimo grado di conoscenza (Paradiso). Lo studioso, inoltre, stabilisce analogie tra numerosi gradi della Massoneria scozzese e i 9 cieli del Paradiso. Aroux segnala che nei canti XXIV e XXV del Paradiso troviamo il triplice bacio del Principe Rosacroce, il pellicano (presente in molta simbologia massonica), i bastoncini di ceralacca. le 3 virtù teologali dei Capitoli massonici. la candida rosa simbolo rosacrociano.

Eliphas Lévi, invece, fa di Dante un pensatore gnostico, ispiratosi alla numerologia cabbalistica e nemico di quella Chiesa che sembra omaggiare con la sua opera. Non per niente sceglie un pagano quale Virgilio come guida.

Dal canto suo il famoso filosofo ed esoterista René Guénon vede nella discesa agli Inferi dantesca un richiamo ad un topos noto dallantichità (ricordiamo la catabasi di Enea e di Orfeo) e riscontrabile in un'opera di ambiente islamico precedente di un'ottantina d'anni a quella di Dante: il Kitab el-isra (Libro del Viaggio notturno) di Mohyddin ibn Arabi. Il cattolicissimo Dante che s'interessa di opere musulmane? E, oltertutto, come può esservi venuto in contatto? Secondo Guénon, grazie ad un gruppo che in quell'epoca ebbe stretti rapporti e scambi culturali con l'Islam: i Templari, che nel Medioevo costituivano il legame tra Oriente e Occidente.

http://arcanadei.com/fedeli-d-amore
A. Ricolfi, Studi sui Fedeli d’Amore, Bastoni, Foggia, 1997.
L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Biblioteca di Filosofia e Scienze, n.10, Roma, 1928.



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Cito alcuni passaggi tratti dal sito http://www.losai.eu/benigni-interpreta- ... massonica/ pur dissentendo totalmente dalla conclusione dedotta dall'articolista condivido l'interpretazione che dà dei vertici della massoneria

Cita:
...Mi interesso di massoneria da qualche anno e mi sono fatto una mia idea. I vertici di questa setta segreta, come credono superficialmente alcuni, non ambiscono semplicemente al potere. Gli alti gradi della massoneria sono uomini spirituali che non fanno quello che fanno perché vogliono comprare l’ultimo modello dell’auto lussuosa di turno. A loro, probabilmente, interessa poco l’aspetto materiale della vita. I massoni quelli veri, non l’avvocatino iscritto al Rotary, tendono a concentrarsi sul lato trascendente dell’esistenza. Non per nulla un ateo non può entrare nella massoneria...


E ritengo molto interessante l'interpretazione gnostico-esoterica che viene fatta a riguardo del seguente passo della Divina Commedia:

Cita:
Al verso 117 dapprima Dante vede Dio come unità, ma poi, intensificandosi la sua vista, avverte Dio come trinità; ma non è Dio che muta, è la vista del poeta che si rafforza e s’addentra sempre di più nella luce divina.

La Trinità appare come tre cerchi di tre colori, ma di stessa dimensione. Il primo cerchio, il Figlio, appariva riflesso dal secondo, Dio, come un arcobaleno da un altro, ed il terzo cerchio, lo Spirito Santo, appariva come fuoco che spirava in egual misura dagli altri due.

Al verso 132 Il cerchio che simboleggia Cristo, si distingue dagli altri due, poiché al suo interno è dipinta con lo stesso colore l’immagine umana.



Alla fine del video Benigni dice “Dio siamo noi” e lo ripete “Dio siamo noi“.

...

La dottrina esoterica della massoneria (esoterismo è ciò che è nascosto, è segreto) è questa qui: la gnosi. Vale a dire: tramite una conoscenza delle tecniche puramente umane l’uomo si fa Dio. È il luciferismo! [Lucifero] disse ad Eva e Adamo: “sarete come dèi se mangerete questo frutto proibito”

...



Che poi lui attribuisca un valore negativo all'intervento di Benigni mentre io vi ravviso un intervento del Player B finalizzato all'insegnamento della gnosi questo è irrilevante nella testimonianza di gnosticismo all'interno della Divina Commedia che viene fornita nell'articolo di Di Luciano, il che conferma l'appartenenza di Dante Alighieri a circoli esoterici.


Ultima modifica di Atlanticus81 il 26/12/2012, 01:20, modificato 1 volta in totale.


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Cita:
Atlanticus81 ha scritto:

Cito alcuni passaggi tratti dal sito http://www.losai.eu/benigni-interpreta- ... massonica/ pur dissentendo totalmente dalla conclusione dedotta dall'articolista condivido l'interpretazione che dà dei vertici della massoneria

Cita:
...Mi interesso di massoneria da qualche anno e mi sono fatto una mia idea. I vertici di questa setta segreta, come credono superficialmente alcuni, non ambiscono semplicemente al potere. Gli alti gradi della massoneria sono uomini spirituali che non fanno quello che fanno perché vogliono comprare l’ultimo modello dell’auto lussuosa di turno. A loro, probabilmente, interessa poco l’aspetto materiale della vita. I massoni quelli veri, non l’avvocatino iscritto al Rotary, tendono a concentrarsi sul lato trascendente dell’esistenza. Non per nulla un ateo non può entrare nella massoneria...





Magari oggi i vertici della massoneria fossero così; non è più così da un sacco di tempo, ormai. Un tempo lo era, oggi io credo fermamente che non lo sia più (ai vertici); gli ultimi massoni di questo genere, ossia massoni che autenticamente avevano raggiunto determinate realizzazioni interiori, tra l'altro vivendo in stato di quasi-povertà economica e che contemporaneamente avevano occupato anche posizioni di rilievo all'interno di una qualche ramo nazionale massonico risalgono ad almeno un secolo fa, a mio parere.
La massoneria (che come dimostra Arturo Reghini è parola neolatina nata in Italia settentrionale in epoca alto-medievale e solo successivamente acquisita dal francese) nacque nel medioevo con queste finalità, non senza filiazioni da sodalizi antecedenti (per esempio i collegia fabrorum romani, questo tanto per ricordare la centralità dell'Italia anche in questo genere di questioni); non ha assolutamente nulla a che vedere con quello che è diventata in seguito, soprattutto a partire dal 18-esimo secolo in poi, seguendo una parabola discendente che tocca il suo apice negativo dopo la seconda guerra mondiale.
A mio parere la massoneria nel suo complesso oggigiorno è più un Rotary club che altro, un Lion club nella migliore delle ipotesi, una cricca di arrivisti interessati al soldo ed alla arrampicata sociale nella peggiore.
Non ha più nemmeno l'appeal di organizzazione dedita al potere, in questo essendo stata scavalcata de facto da gruppi di potere finanziario e politico che non sempre sono ad essa riconducibili; insomma, da questo punto di vista ha fatto il suo tempo.
Molto dipende anche dalle varie logge, che fanno vita a sé e non sempre si parlano tra di loro. Che io sappia ci sono officine (si chiamano così) che si interessano di pratiche puramente spirituali, che cercano cioè di far rivivere il rituale in chiave puramente spirituale, ma non sono tante e non rilucono particolarmente verso l'esterno. Il rituale massonico base, i primi tre gradi, basterebbe ed avanzerebbe (opinione non mia ma di illustri massoni di altri tempi) per soddisfare tutte le esigenze spirituali di chi guardasse ancora alla massoneria come ad un faro di luce iniziatica (in senso spirituale) ed effettivamente basta studiarselo (ci sono buoni libri in merito) per capire che è molto potente: è il classico rituale di morte-resurrezione, con forte analogia coi misteri ellenici antichi; e come Reghini dimostra, le principali parole sacre e di passo dei e fra i vari gradi erano in greco antico, solo in seguito gli inglesi le hanno in parte deformate o sostituite con l'ebraico; non tutte, però. Il problema di queste cose è che tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare, ossia passando dalla teoria alla pratica ci si dovrebbe legare ad un gruppo umano qualificato, cosa per la mia esperienza direi impossibile da trovare in Italia oggi, oltre che rischioso perché interagire con gente non qualificata rischia di far perdere tempo prezioso. In più la massoneria conserva un carattere settario ben preciso che è stato accentuato dalle persecuzioni clericali e che a mio parere oggi è anacronistico, tuttavia in quegli ambienti è ancora vivo e a mio parere feticizzato, quindi secondo me inaccettabile.


Ultima modifica di quisquis il 26/12/2012, 11:57, modificato 1 volta in totale.


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L'ESOTERISMO DI DANTE
di Francesco Lamendola

Esoterico (1) era l'insegnamento impartito ai discepoli di alcune scuole filosofiche (segnatamente, il Pitagorismo): si trattava di un sapere intimo e segreto che, per tale sua natura, non doveva essere reso pubblico.

La tradizione, o la leggenda, vuole che un seguace della scuola pitagorica venisse ucciso per aver divulgato la scoperta dei numeri irrazionali, che sembrava incrinare il quadro di una matematica divinamente armoniosa, pervadente l'intero Universo. Questo, comunque, può dare un'idea del carattere cogente di segretezza che caratterizzava i saperi esoterici.

Ancor più segreti, se possibile, erano i riti esoterici negli antichi Misteri, che erano quelli riservati ai soli iniziati. Il fatto che Gesù Cristo non ha, personalmente, messo per iscritto la propria dottrina ha favorito la nascita di un Cristianesimo esoterico, ossia degli iniziati, che ha storicamente assunto una posizione critica nei confronti dell'interpretazione canonica delle Sacre Scritture (e contestato l'esclusione dei Vangeli apocrifi).

Tornando alla filosofia, si dice quindi "essoterica" una dottrina che può essere conosciuta anche dai profani; particolarmente, di quel settore dell'insegnamento, nelle antiche scuole filosofiche, a cui era ammesso un pubblico più largo. Essoterici erano detti i discepoli non iniziati, ammessi all'insegnamento essoterico.

Per capire questo fenomeno, occorre rifarsi al diverso rapporto esistente in Occidente, nell'antichità (e in Oriente anche in seguito), fra il "corpus" di determinate dottrine e i suoi eventuali destinatari.

A noi, figli dell'Illuminismo e delle Rivoluzioni democratico-borghesi, e quindi portati a una visione "democratica" e anti-aristocratica del fenomeno culturale, la cosa a tutta prima può risultare malagevole.

La filosofia antica, come ha esemplarmente chiarito Aristotele nell'"Etica Nicomachea", non mirava a una semplice "saggezza" (phrónesis"), relativa alle cose mutevoli e contingenti, ma a una suprema "sapienza" ("sophía"), contemplazione delle cose eterne e, quindi, capace di rendere quasi divini coloro che la raggiungevano. Di conseguenza, non tutti possono accedere ai livelli superiori del sapere, perché non tutti potrebbero comprenderli a fondo e quindi farne un buon uso. Non da egoistico esclusivismo ma da autentica preoccupazione pedagogica e sociale deriva allora l'opportunità di trasmettere solo a discepoli scelti, e con estrema prudenza, il sapere ultimo del maestro. Da ciò la diffidenza nei confronti della parola scritta, del libro, che appunto non distingue fra coloro che hanno i requisiti per accedere alle verità superiori e coloro che non li possiedono.

Il maestro, pertanto, per dirla con Omero (2), non deve "buttare le proprie parole"; esse devono cadere solo entro orecchi di persone capaci di assumersi le proprie responsabilità che il vero comporta.

Platone, ad esempio, nella VII lettera (generalmente considerata autentica), così si esprime:

"Ogni uomo serio deve con grande cura evitare di dare mai in pasto le cose serie, scrivendo su di esse, all'invidia e all'incapacità di capire degli uomini." E ancora: "Questo ho da dire su tutti quelli che hanno scritto o scriveranno, quanti sostengono di conoscere l'oggetto delle mie indagini, sia per averlo ascoltato da me sia da altri, sia per averlo scoperto da se stessi: non è possibile, a mio parere, che costoro abbiano capito niente dell'argomento.

Certamente non esiste un mio scritto sul tema né mai esisterà. Infatti non può essere enunciato in nessun modo come gli altri insegnamenti; ma in seguito a una lunga frequentazione del suo oggetto, e dal conviverci, all'improvviso, come una luce che si accende da una scintilla di fuoco, compare nell'anima e si nutre ormai da se stesso. E so almeno che queste cose, se fossero scritte o dette da me, lo sarebbero nel modo migliore; e se fossero scritte male, ne soffrirei moltissimo. Se poi avessi ritenuto che fossero da scrivere in modo sufficiente per la massa e fossero comunicabili, quale compito più nobile avrei potuto affrontare nella vita, dello scrivere una cosa che è di grande utilità per gli uomini e del portare in piena luce per tutti quanti la natura? Ma non penso che il metter mano, come si dice, a questi argomenti sia un bene per gli uomini, se non per un numero limitato di persone capaci di arrivarci da se stesse attraverso una minima indicazione..."

Trasmissione orale, quindi, e segreta del sapere da maestro a discepolo.

Nel Medioevo l'esoterismo modifica solo di poco tale concezione. Il sapere esoterico può anche essere scritto, ma solo mediante una sorta di codice che faccia da filtro rispetto ai lettori: i veri destinatari riusciranno a decodificare il testo "con l'aiuto di una minima indicazione", come voleva Platone; tutti gli altri crederanno di aver capito e invece non capiranno - e ciò sarà un bene per loro e per la società intera.
È questo il caso della magia, dell'alchimia, dell'astrologia, e non solo per quanto riguarda la comunicazione scritta, ma anche quella delle arti figurative: ad esempio, le sculture delle cattedrali gotiche. (3)

Ed eccoci al punto.

Nella XIII epistola, indirizzata a Cangrande della Scala, Dante Alighieri afferma che, a proposito della "Divina Commedia",

«...è da sapersi che il senso di quest'opera non è unico, anzi può dirsi polisema, cioè di più sensi ("dici potest polisemas, hoc est plurium sensuum"). Infatti il primo senso è quello che si ha dalla lettera, l'altro è quello che si ha dal significato attraverso la lettera ("nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram"). E il primo si dice letterale, il secondo allegorico o morale o anagogico ("et primus dicitur litteralis, secundus vero allegoricus sive moralis sive anagogicus").

E si può esaminare questo modo di esporre, affinché appaia meglio, in questi versi: "All'uscita d'Israele dall'Egitto, della casa di Giacobbe di fra un popolo barbaro, la Giudea diventò il suo santuario, Israele il suo dominio." Infatti se guardiamo alla sola lettera, ci è significata l'uscita dei figli d'Israele dall'Egitto, al tempo di Mosè; se all'allegoria, ci è significata la nostra redenzione operata per mezzo del Cristo; se al senso morale, ci è significata la conversione dell'anima dal lutto e dalla miseria del peccato allo stato di grazia; se a quello anagogico, ci è significata l'uscita dell'anima santa dal servaggio di questa corruzione alla libertà della gloria eterna.

E benché questi sensi mistici si appellino con vari nomi, si possono generalmente dir tutti allegorici, in quanto sono diversi da quello letterale o storico. Infatti si dice allegoria, dal greco "alleon", che in latino si dice "alienum" o "diversum". Visto ciò, è chiaro che occorre che duplice sia il soggetto, intorno al quale s'alternino i due sensi. E perciò si deve vedere riguardo al soggetto di quest'opera, secondo che si prende alla lettera; quindi, secondo che s'interpreta allegoricamente. Il soggetto di tutta l'opera dunque, presa solo letteralmente, è lo stato delle anime dopo la morte inteso genericamente; infatti su di esso e intorno a esso si svolge il procedimento di tutta l'opera. Se poi l'opera si prende allegoricamente, il soggetto è l'uomo, secondo che meritando o demeritando per la libertà d'arbitrio è soggetto alla giustizia del premio e del castigo.»

E la stessa struttura polisensa è ravvisabile nelle opere minori di Dante, a cominciare da quella "Vita nova" che è tutta un succedersi di visioni, presagi, sogni e rivelazioni, dunque interamente pervasa di spirito allegorico. Già i primi commentatori ne ebbero l'intuizione e cominciarono col chiedersi chi sia Beatrice, questa figura misteriosa che attraversa luminosamente tutta l'opera e riappare poi nella "Commedia", per trionfare nei canti finali del "Purgatorio" e quindi nel "Paradiso", là dove Dante dice di lei "cosa che mai non fu detta d'alcuna". Donna reale o creatura simbolica?

A partire dal Boccaccio si è andata consolidando l'interpretazione "realistica" di Beatrice, identificata nella figlia di Folco Portinari, che oggi persiste presso il vasto pubblico e nell'ambiente scolastico.

Francesco Buti, nel suo commento alla "Commedia" del 1380, non solo nega che Beatrice sia la Portinari, ma che sia donna reale; e Pietro di Dante non fa il nome della Portinari nella prima redazione del suo commento, che è del 1340, ma solo nella terza, evidentemente riecheggiando il Boccaccio.

Leonardo Bruni, nella sua "Vita di Dante" (1436), lamenta la parsimonia del Boccaccio nel narrare la vita pubblica e politica di Dante e ironizza sulla loquace facondia con cui si è soffermato sugli amori fanciulleschi della "Vita nova".

Il Filelfo, sempre nel '400, come il Buti nega la fisicità di Beatrice e sembra piuttosto suggerire che sia un simbolo criptico, idea che sarà ripresa dal Rossetti. Tanto andava ricordato per evidenziare che non tutti i commentatori di Dante, e non subito, accettarono la storia di un amore di Dante per una donna ben precisa chiamata Beatrice, da lui vista la prima volta bimbo di nove anni e rivista, restandone per sempre folgorato, a diciotto.

Nel 1723 il canonico Anton Maria Biscioni, nei suoi "Studi danteschi", torna a negare la fisicità di Beatrice e ne fa un simbolo di sapienza, paragonabile alla Sapienza di Salomone. Ma è Gabriele Rossetti, carbonaro e Rosacroce, (1783-1854), letterato e padre dei poeti in lingua inglese Dante Gabriele e Christina, che per primo imposta in termini complessivi le problematiche relative a Beatrice e a tutto il Dolce Stil Novo, interpretandole in chiave allegorica. I suoi studi danteschi sono raccolti nel "Commento analitico alla Divina Commedia" del 1826-27, e nei "Ragionamenti sulla Beatrice di Dante" del 1842 (4). In essi sostiene l'appartenenza di Dante a una setta segreta detta dei Fedeli d'Amore, il cui fine era una riforma radicale della Chiesa in senso ghibellino e antipapale. Ad essi si deve aggiungere "Il mistero dell'Amor platonico nel Medioevo" (5) e ancora "Sullo spirito antipapale che produsse la Riforma e sulla sua segreta influenza ch'esercitò nella letteratura d'Europa e specialmente d'Italia, come risulta da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio" (1823).
Rossetti vuol dimostrare che, al tempo di Dante, esisteva fra il popolo e fra le persone colte uno spirito antipapale largamente diffuso, e che non solo Dante, ma anche gli stilnovisti e, poi, Petrarca e Boccaccio condividevano in pieno tali sentimenti, sia pur in una prospettiva interna alla cristianità. Tuttavia la durezza con cui la Chiesa perseguitava i propri oppositori e ogni forma d'eresia, culminata nella crociata contro gli Albigesi del 1208-29 e negli eccidi condotti da Simone di Montfort, aveva indotto a una maggiore prudenza gli oppositori del papato.
Di qui la necessità di un linguaggio criptico, allegorico e anagogico, che potesse venire inteso dagli affiliati ma il cui senso sfuggisse all'occhio vigile dell'Inquisizione.

Insomma, Dante cercava, con la sua opera, di favorire un potente rinnovamento della chiesa cattolica ed era pertanto entrato a far parte di una setta, i "Fedeli d'Amore", i cui seguaci fingevano di sospirare per delle donne angelicate (la Beatrice di Dante, la Laura di Petrarca, la Fiammetta di Boccaccio), che simboleggiavano i loro ideali politico-religiosi.

Servendosi di un lessico particolare, detto "della Gaia Scienza", e simulando l'amor platonico per altrettante donne, questi poeti (e i trovatori provenzali prima di loro), avevano fatto propria un'antichissima sapienza segreta, o meglio la tradizione di una sapienza occulta risalente agli antichi Egiziani e ai Greci e proseguita dai manichei, dai patarini e dai poeti siciliani della corte di Federico II.

Rossetti identifica quindi Beatrice con la filosofia e sostiene che Dante, nel suo poema, sotto la forma della dottrina cattolica esprime una filosofia essenzialmente pitagorica; e accentua al massimo, per la natura stessa della sua interpretazione di Dante, il valore di un'esegesi imperniata sull'allegoria fin nei singoli versi, parole e sillabe, non solo della "Commedia" ma della "Vita nova" (6), esponendosi così alla critica di voler forzare il testo dantesco: e tuttavia supportando le proprie convinzioni con un bagaglio imponente di studi cui dedicò quasi l'intera sua vita.

Le idee del Rossetti sembrano morire con lui, nel 1854, sprofondando rapidamente nell'oblio, mentre nella seconda metà dell'Ottocento si moltiplicano i commenti alla "Divina Commedia" in chiave rigorosamente ortodossa, con relative cattedre di dantologia.
Nel 1865 esce però un libro di Francesco Paolo Perez (7), "Beatrice svelata", che riprende molte tesi care all'interpretazione esoterica di Dante e, in particolare, l'interpretazione di Beatrice con la Sapienza Santa del libro salomonico.

Tale tentativo è ripreso, con sommo vigore, da Giovanni Pascoli, che pubblica nel 1898 "Minerva Oscura", nel 1900 "Sotto il velame" e nel 1902 "La mirabile visione", un vasto tentativo esegetico dell'opera di Dante dal quale il poeta romagnolo si aspettava riconoscimenti che non arrivarono e al quale aveva atteso con la massima serietà, ripromettendosene gloria imperitura.

"Ti assicuro - scriveva a un amico giornalista - che il mio libro spiega i misteri della Divina Commedia, per la prima volta, dopo seicento anni!". Ma la cultura ufficiale non accolse bene il lavoro del Pascoli e, pur tributandogli larghi riconoscimenti per la sua poesia in lingua italiana e latina, lasciò cadere nel silenzio la sua esegesi dantesca.

Un discepolo del Pascoli, Luigi Valli, volle ritentare l'ardua fatica. Nato a Roma nel 1878, morto a Terni nel 1931, professore di filosofia nei licei, Valli riprende la lettura esoterica dell'opera di Dante che era iniziata col Foscolo e culminata nel Rossetti, nel Perez e nel Pascoli, peraltro non più in chiave eterodossa, neopitagorica e ghibellina, come i suoi predecessori, ma anzi "supercattolica". Nelle sue ampie e minuziose opere (8), riprende la tesi dell'appartenenza di Dante alla setta dei Fedeli d'Amore; la natura puramente simbolica di Beatrice, rappresentante la Sapienza mistica del "Cantico dei Cantici"; la funzione salvifica concomitante della Croce (= Chiesa) e dell'Aquila (= Impero) nei due campi della vita attiva, presieduta dalla giustizia, e di quella spirituale e contemplativa, di cui è scopo appunto la sapienza santa.

Duramente contrastate da un coro di critiche degli ambienti accademici e "ufficiali", e particolarmente da Natalino Sapegno, le tesi del Valli non ebbero miglior fortuna di quelle del suo maestro. Contribuì forse a ciò l'atmosfera mistico-irrazionalistica della visione filosofica generale del Valli, su cui si esprime con appena dissimulata antipatia il giudizio di Eugenio Garin, che lo accomuna al pensatore anarchico Max Stirner e al "fondatore" del nazionalismo italiano Enrico Corradini, in un terzetto stranamente assortito.

Tuttavia al Valli si deve il merito di una più rigorosa collocazione storica di tutta la problematica relativa all'esoterismo di Dante. "La questione dei Fedeli d'Amore - afferma lo studioso romano - non s'inquadra nel suo spirito fra le cortesie feudali e i canti di calendimaggio. Si deve inquadrare fra la strage degli Albigesi e quella dei Templari." (9)

Vedremo fra breve che l'interpretazione "templare" di Dante ha avuto poi, e conserva anco oggi, non poco interesse fra gli esegeti eterodossi del divino poema.

Le tesi del Valli sono state, a loro volta, riprese con forza da Mario Alessandrini (10), convinto sostenitore dell'appartenenza di Dante alla setta segreta dei Fedeli d'Amore insieme a tutti gli altri stilnovisti e, poi, a Petrarca e Boccaccio (che avrebbe a bella posta volgarizzato l'identificazione di Beatrice con Bice Portinari, per meglio fuorviare l'Inquisizione).

Fra gli studiosi stranieri del '900, bisogna a questo punto fare il nome di un grande esperto di filosofia orientale ed esoterica, quello del francese Réné Guénon (1886-1951), che accanto a opere fondamentali (11) ha dedicato alle questioni che qui ci interessano un sintetico ma efficacissimo saggio, "L'esoterismo di Dante", pubblicato per la prima volta nel 1925.

Guénon accentua l'interpretazione allegorica e anagogica di Dante, mettendola in relazione con diverse tradizioni esoteriche e, in particolare, col templarismo. Egli ricorda che il Museo di Vienna (o piuttosto di Vienne, in Francia?) custodisce due medaglie: una raffigura Dante, l'altra il pittore Pietro da Pisa; sul rovescio di entrambe sono incise le lettere "F.S.K.I.P.F.T.", che egli interpreta come "Fidei Sanctae Kadosch, Imperialis Principatus, Frater Templarius". Dante, secondo lui, era probabilmente uno dei vertici della società segreta della Fede Santa (equivalente ai Fedeli d'Amore del Valli), un Ordine Terziario di affiliazione templare, i cui dignitari portavano l'appellativo di "Kadosch", parola ebraica che significa "santo" o "consacrato" (e conservata ancor oggi negli alti gradi della Massoneria). Non a caso, per Guénon, Dante prende, come guida finale nel "Paradiso", San Bernardo di Chiaravalle: colui che era stato l'ispiratore della Regola dei Templari.
Pagine affascinanti scrive inoltre il Guénon a proposito della cronologia del viaggio ultraterreno di Dante, nel capitolo "I cicli cosmici", che non possiamo qui esporre in dettaglio per la loro estrema complessità astronomica e matematica.

In esse egli sostiene che la data del viaggio descritto nella "Commedia", il 1300, si colloca nel "grande anno" (a metà di un ciclo completo della precessione degli equinozi), ossia il tempo che gli antichi consideravano come equidistante fra due successivi rinnovamenti del mondo. E prosegue: "Situarsi al centro del ciclo vuol dire dunque situarsi nel (...) luogo divino in cui - come dicono i musulmani - si conciliano i contrasti e le antinomie; è il centro della ruota delle cose, secondo l'espressione indù, o l'invariabile centro della tradizione estremo-orientale, il punto fisso intorno al quale si compie la rotazione delle sfere, la mutazione perpetua del mondo manifestato. Il viaggio di Dante si compie secondo l'asse spirituale del mondo; soltanto di là, in effetti, si possono vedere tutte le cose in modo permanente, in quanto siamo anche noi sottratti al cambiamento, e averne di conseguenza una visione sintetica e totale."

Anche l'inglese Robert L. John, col suo "Dante templare" (1987), propone una nuova interpretazione della "Divina Commedia", sostenendo comunque l'ortodossia del poeta fiorentino, sia pure in chiave fieramente antipapale (cioè antitemporalista). Il John riprende la tesi del Rossetti e del Valli sulla setta dei "Fedeli d'Amore" e quella di Guénon sul templarismo di Dante, e compie il passo ulteriore, sintetizzando le due linee interpretative: per lui i "Fedeli d'Amore" altri non erano che i Templari perseguitati e costretti, dopo i sanguinosi processi del 1307-12 voluti dal re di Francia Filippo il Bello, a raddoppiare di prudenza nelle loro parole e nei loro scritti, ricorrendo a un simbolismo sempre più spinto.

Fortemente guénoniana è invece l'impostazione di Franco Galletti nella sua monografia "La Philosophia perennis nel pensiero di Dante" (12), con frequenti richiami alla tradizione esoterica e particolarmente al filone greco-romano: illuminanti, in proposito, le considerazioni sul "veglio di Creta" del canto XIV dell'"Inferno".

Ed eccoci arrivati ai nostri giorni e ai nostri luoghi.

Lo scrittore trevigiano Gian Maria Ferretto ha pubblicato, su tali questioni, diversi volumi, tra cui "Prima lettura analitica comparata nei sensi letterale, allegorico, anagogico e morale della 'Comedia' di Dante Alighieri" (13) (1999); "Treviso e Bologna nella vita segreta di Dante Alighieri" (2001); "In vita e in morte di Dante Alighieri" (2001). Sintetizzando al massimo le sue tesi, egli sostiene che Dante appartenne al filone cristiano-gnostico dei Fedeli d'Amore, mentre Guido Cavalcanti rappresentava il filone cataro più intransigente (donde la loro rottura finale); precisamente, la compresenza delle due "anime" all'interno della setta segreta è testimoniata da Dante nel simbolismo delle due torri di Bologna, Garisenda e Asinelli, nell'VIII componimento delle "Rime".

Come nella Roma antica, ove l'imperatore era sia "dux" che "sacerdos", per Dante bisognava che l'imperatore riprendesse anche la suprema potestà sacerdotale, spettandogli ciò per diritto di sangue, in quanto discendente di Davide e di Gesù Cristo. Tali convinzioni avrebbero portato Dante a una effettiva convergenza con le finalità segrete dei Templari, e in tale cornice va collocato l'incontro di Dante con la città di Treviso, avvenuto nel biennio 1304-06. Treviso, che per Ferretto era (dopo la devastazione della Provenza catara e trobadorica) l'ultima "corte d'Amore" dell'intero Occidente, sotto il governo del "buon Gherardo" da Camino aveva realizzato, mediante la capillare presenza templare nel suo territorio, la felice riunificazione tra le due "anime" dei Fedeli d'Amore.

Questa riunificazione è simboleggiata dall'espressione "dove Sile e Cagnan s'accompagna" (Paradiso, IX,49) che, a suo parere, non può essere una semplice indicazione geografica: fuori di Treviso stessa, ben pochi conoscono il fiume Sile, e assolutamente nessuno il modesto Cagnan (7 km. di corso), oltretutto meglio noto col nome di Botteniga. No: se Dante adopera quella espressione, lo fa per una ragione occulta: celebrare la ritrovata unità dei Fedeli d'Amore, le cui due correnti corrispondono ai due fiumi che si riuniscono in un unico corso. Dante medesimo, del resto, fu unto "Kadosch" di Fede Santa nell'antica chiesa di San Giovanni del Tempio (14), che sorgeva appunto a brevissima distanza dall'attuale ponte Dante, di fronte all'antica porta del Sile, ove il Cagnan-Botteniga confluisce nel Sile.

Moltissime sono le congetture avanzate da Ferretto e supportate da indubbio acume speculativo; una delle più notevoli è quella che il "Detto d'Amore", peraltro di discussa paternità dantesca, alluda a una giovanile esperienza mistica del poeta, tale da separare per sempre il suo itinerario speculativo da quello dell'amico-maestro Guido Cavalcanti. (15)

Molte altre cose ci sarebbero da dire, molti altri nomi da ricordare in questo rapido "excursus" attraverso la storia degli studi sull'esoterismo di Dante; ma dobbiamo avviarci a concludere.

Un ultimo nome importante vogliamo fare, quello di Paolo Vinassa de Regny, geografo illustre, docente presso l'Università di Pavia e autore di opere scientifiche fondamentali per la cultura italiana, come la monografia "La Terra", del 1933. Cultore di Dante a livello privato, nel 1955 diede alle stampe un testo originalissimo, "Dante e il simbolismo pitagorico" (16), frutto di lunghe e appassionate ricerche e tutto incentrato sul significato esoterico del numero all'interno della "Divina Commedia".

Possiamo tentare di trarre una conclusione da quanto abbiamo sin qui esposto?

Forse; e potrebbe essere questa. L'esegesi di Dante ha assunto, nella cultura italiana, il significato di un vero e proprio "paradigma", nel senso che il filosofo Thomas Kuhn (1922-96) dà alla parola: soluzione esemplare di un problema, che viene appresa da chi entra nella comunità scientifica come elemento essenziale della sua formazione e come modello cui adattarsi incondizionatamente.
Ora, la "scienza normale" è contrassegnata dalla prevalenza di un certo paradigma, e in essa gli scienziati si applicano solo a ipotesi di lavoro che trovino i loro eventuali sbocchi all'interno del paradigma medesimo.

A fasi ricorrenti, la scienza s'imbatte in anomalie che mettono in crisi il modello prevalente: gli scienziati, allora, cercano di ridimensionare il fenomeno anomalo, oppure di adattare il paradigma stesso mediante limitati aggiustamenti. (17) La scoperta di nuove anomalie obbliga la comunità scientifica a moltiplicare le varianti teoriche per salvare il vecchio paradigma: ma infine esso viene abbandonato da parti crescenti della comunità scientifica, che fondano un nuovo paradigma e che rifiutano ogni comunicazione con gli attardati sostenitori del "vecchio".
La storia della scienza procede, così, "a salti", e in essa i nuovi paradigmi si pongono come incommensurabili rispetto ai precedenti, non solo sul piano dei contenuti concettuali, ma anche su quello del linguaggio, dei criteri di convalida, ecc..

Qualcosa di simile potrebbe ricondursi alla storia del "paradigma" dantesco: e non è un caso che molti sostenitori di un nuovo paradigma non siano studiosi di letteratura in senso stretto (così come Darwin, ad esempio, l'iniziatore del nuovo paradigma evoluzionistico, non era un biologo in senso stretto, né possedeva una formazione scientifica approfondita: aveva studiato, invece, per diventare teologo). Abbiamo visto, infatti, che Perez era un uomo politico, Pascoli un poeta (un grande poeta), Valli un filosofo, Guénon un cultore di simbologia esoterica, Vinassa de Regny addirittura un geografo.

Gli studiosi che si muovono ai margini di un paradigma sono più facilmente disposti a metterlo totalmente in discussione, a differenza di coloro che vivono al suo interno e al suo interno trovano una collocazione sociale istituzionalizzata (che comporta una sicurezza economica oltre che psicologica).

L'interpretazione di Dante, finora, è stata soprattutto nelle mani degli studiosi di letteratura (a dispetto del fatto che Dante sia stato prima un filosofo e poi un letterato), e questo spiega la lunghissima durata del paradigma "ufficiale".
A quando la rivoluzione del paradigma dantesco?

Una cosa è certa: il pensiero di Dante, come quello di altri grandi, una volta "istituzionalizzato" ha subito un progressivo processo di "normalizzazione", mediante la rimozione di quegli aspetti che possono fare maggiormente scandalo o mettere in crisi nel profondo alcune nostre certezze, a cominciare da quella di averlo capito (si ricordi il prezioso ammonimento di Platone a coloro che ritenevano di essersi "impossessati" una volta per tutte del suo pensiero filosofico).

Dante, già in vita - non dimentichiamolo mai - fu un personaggio estremamente scomodo, quasi imbarazzante. E non certo solamente perché volle scrivere il suo capolavoro nella lingua italiana volgare, ma proprio al livello del suo pensiero politico e religioso. Si tentò d'implicarlo, tanto per dirne una, in un clamoroso caso giudiziario: un processo per magia nera che lo vedeva, si direbbe oggi, "persona informata sui fatti" a proposito del tentativo di assassinio del papa Giovanni XXII (il francese Jacques Duèse o D'Euse) da parte di Matteo e Galeazzo Visconti, nel 1319-20.

E non basta. Pochissimi anni dopo la morte del poeta, il cardinale francese Bertrando del Poggetto (nipote del papa) fece bruciare in una pubblica cerimonia il libro di Dante "De Monarchia"; e avrebbe volto far disseppellire la salma del suo autore per mandare anch'essa sul rogo. Ciò che sarebbe puntualmente avvenuto se a Bologna, ove si trovava il del Poggetto, non fossero prontamente accorsi il nuovo signore di Ravenna, Ostasio da Polenta (successo a Guido Novello, l'amico e protettore di Dante negli ultimi anni dell'esilio) ed il cavaliere fiorentino Guido della Tosa. Sicché Dante, che aveva potuto evitare, da vivo, il rogo per miracolo (fortuna che non ebbero altri intellettuali suoi contemporanei, come Cecco d'Ascoli), per un capello non subì tale destino "post mortem".

A questo proposito vogliamo accennare a un'ipotesi del tutto personale: potrebbe essere stato, l'invito di Giovanni del Virgilio a Dante perché questi lasciasse la sicura Ravenna per recarsi a Bologna a ricevere "onori degni di lui" (18), verso la fine del 1319, la classica esca per farlo cadere in un tranello?

Se così fu, il poeta dovette aver mangiato la foglia, vista la prudenza diplomatica con cui declinò l'offerta (19); l'episodio appare comunque sospetto, dal momento che Bologna rientrava nella sfera d'azione della Curia pontificia e che appunto nel 1319 Bertrando del Poggetto giunse in Italia da Avignone, inviato da Giovanni XXII per ricostruire la potenza dello Stato della Chiesa. E Dante fu, "tecnicamente" oltre che, forse, ideologicamente, un eretico, se non altro perché rifiutava di riconoscere i deliberati del Concilio di Vienne del 1311, con il quale Clemente V aveva formalizzato l'abolizione (l'abolizione, si badi, non la condanna, che non vi fu mai, almeno in sede ecclesiastica) dell'ordine del Tempio.

Inoltre Dante, con la teoria "dei due Soli" (Papato e Impero), ugualmente necessari al genere umano e autonomi l'uno dall'altro perché derivanti direttamente da Dio, aggrediva frontalmente il contenuto della bolla di Bonifacio VIII "Unam Sanctam" del 1302, che stabiliva dogmaticamente l'assoluta preminenza del Papato su ogni potestà terrena. Giova infatti ricordare che il "De Monarchia", condannato sotto Giovanni XXII, fu tolto dall'"Index librorum prohibitorum" solo nel 1881. Nel frattempo aveva rischiato di andare perduto, perché molte copie erano state sequestrate e date alle fiamme, mentre altre erano state trascritte anonime o dissimulate tra testi di genere diverso, così da divenire di fatto introvabili (conosciamo attualmente solo una ventina di codici).

Tutto questo non ha impedito che si pubblicassero, anche in anni recenti, libri finalizzati a "dimostrare", in tutto e per tutto, l'assoluta ortodossia di Dante e la sua incondizionata adesione all'insegnamento della Chiesa cattolica...

Che altro dire?

Una buona definizione di cosa s'intende per "testo classico" è: un testo che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Che si presta a sempre nuove chiavi di lettura, sorprendenti ma non arbitrarie; che non cessa mai di stupirci, d'interrogarci, di metterci in discussione. E questo è proprio il caso di Dante, fiorentino di nascita ma non di costumi, come lui stesso volle definirsi: la voce culturale più alta del suo tempo, e della storia d'Italia tutta.

Note:

1. La parola italiana "esoterico", in greco "esoterikós", viene da "esóteros" che significa "interiore, intimo" e deriva da "éso" = dentro. Vale dunque per "interno, riservato, segreto". La parola italiana "essoterico", attraverso il latino "exotericu(m), proviene dal greco "exoterikós", da "éxo" = di fuori, esterno. Indica pertanto "ciò che è esterno, palese, pubblico".

2. "Iliade", II, 361.

3. Fulcanelli nelle sue celebri opere "Le dimore filosofali" e "Il segreto delle cattedrali" sostiene che "arte gotica" non deriva affatto, come pure si ripete ancor oggi, dall'antico popolo dei Goti (e perché, poi, nella Francia del XII sec.?), bensì da "argot", linguaggio segreto riservato ai soli iniziati.

4. Ch'egli pubblicò a Londra ove era esulato da Napoli in seguito alla repressione dei moti del 1821.

5. 5 voll., 1840.

6. L'espressione "Fedeli d'Amore" ricorre più volte in quest'ultima, a partire dal sonetto "A ciascun'alma", III, 10-12.

7. Oltre che letterato, il Perez è stato deputato, senatore, ministro del Regno d'Italia; pure, nemmeno la sua autorevole figura di studioso riesce ad aprire una breccia negli ambienti dantisti tradizionali.

8. "L'allegoria di Dante secondo Giovanni Pascoli" (1922), "Il segreto della Croce e dell'Aquila nella Divina Commedia" (1922), "La chiave della Divina Commedia"(1925), "Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore" (2 voll., 1928-30), "La struttura morale dell'universo dantesco" (1935, postuma).

9. "Il linguaggio segreto ecc.", p.147.

10. L'Alessandrini ha esposto le conclusioni della sua ricerca in due opere significative ma, anch'esse, passate sotto silenzio dalla critica accademica: "Cecco d'Ascoli" del 1955 e "Dante fedele d'Amore" del 1960, in cui ricapitola efficacemente l'intera questione.

11. "Il Re del Mondo", "La Grande Triade" e "Simboli della Scienza sacra".

12. Pubblicata nei numeri 2 e 3 di "Perennia Verba" del 1997.

13. 4 volumi.

14. Ora di San Gaetano.

15. In un'altra dubbia opera dantesca, il "Fiore", XCII, si allude alla tragica morte del filosofo Sigieri di Brabante, altro personaggio "scomodo" e in odore di eresia, ricordato anche in "Paradiso", X,136 segg.

16. Ristampato nel 1988.

17. Vedi, nel caso del paradigma astronomico tolemaico, la teoria degli epicicli per armonizzarlo con i dati di fatto acquisiti mediante l'osservazione.

18. cfr. Egloghe, I.

19. Vedi la II Egloga.

Bibliografia:
- Valli, Luigi, "Il Segreto della Croce e dell'Aquila nella Divina Commedia" - Bologna, ed. Zanichelli, 1922;
- Valli, Luigi, "La Chiave della Divina Commedia" - Bologna, Zanichelli ed., 1926;
- Valli, Luigi, "Il linguaggio segreto di Dante e dei 'Fedeli d'Amore'" - 2 voll. Roma, Optima ed.,1928;
- Landogna, Francesco, "Saggi di Critica Dantesca" - Livorno, Raffaello Giusti ed., 1928;
- Guénon, René, "L'esoterismo di Dante" - Milano, Adelphi ed., 2001;
- Vinassa de Regny, Paolo, "Dante e il simbolismo pitagorico" -, La Spezia, Fratelli Melita ed.,1988;
- Terenzoni, Angelo, "L'ideale teocratico dantesco" - Genova, Alkaest ed., 1979;
- John, Robert L., "Dante templare. Una nuova interpretazione della Commedia" - Milano, Hoepli ed., 1987;
- Schwarz, Willy, "Studi su Dante e spunti di storia del Cristianesimo" - Milano, Antroposofica ed.,1982;
- Ferretto, Gian Maria, "Prima lettura analitica comparata nei sensi letterale, allegorico, anagogico e morale della Comedìa di Dante Alighieri" - 4 voll., Treviso, G.M.F. ed., 1999;
- Ferretto, Gian Maria, "Treviso e Bologna nella vita segreta di Dante Alighieri" - Treviso, G.M.F. ed., 2001;
- Ferretto, Gian Maria, "In vita e in morte di Dante Alighieri, 1265-2000" - Treviso, G.M.F. ed., 2001;
- Filipponi, Osvaldo, "Le profezie di Dante e del Vangelo Eterno" - Padova, M.E.B. ed., 1983;
- Ambesi, Alberto Cesare, "I Rosacroce" - Milano, Armenia ed., 1982.

http://www.edicolaweb.net/dimen02a.htm



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MessaggioInviato: 15/09/2013, 11:28 
Tratto da un messaggio di una mia amica su Facebook... Mi aiutate a risponderle?

[:p]

Cita:

Ho letto il libro "I custodi del messaggio" dove Giancarlo Giannazza scrive che Dante è andato in Islanda..

Non credo proprio che Dante sia andato in Islanda.. luoghi di cui parla Dante, e nella Divina Commedia ce ne dà la mappa, sono i Castelli Romani: con la Selva Oscura parla di Nemi e del Sacro Bosco di Diana.

Con il purgatorio parla della parte di territorio che da Nemi porta a Montecavo. Un percorso reale ed iniziatico. Quando il poeta dal purgatorio dice di vedere il mare, vede il Tirreno, spettacolo di cui, da Montecavo, quando non c'è foschia, si può ancora godere. Mentre la parte interna di quel monte, a cui Dante accede tramite la porticina e che con fantasia chiama il Paradiso, è perché anticamente vi appariva Giove (ci viveva?), ma quella è la montagna di Diana e dove la Dea andava a caccia.

L’inferno Dante lo pone al di là del Tevere in quanto, guardando da Montecavo, c'è il vaticano (cosa tra l'altro che si evince anche nell'Apocalisse quando si legge della prostituta vestita di porpora seduta tra le acque).

Dante “usa” Virgilio come guida per darci un'indicazione dei luoghi di cui ci parla in quanto lo scrittore dell'Eneide fa approdare Enea nei Castelli Romani dove “trova” il segno predetto da Giove. Il comune di Albano Laziale, che sembra il luogo dove Enea vide il “segno”, ha lo stemma della scrofa con i maialini a ricordo di questa leggenda.

Scambiando questa mia opinione con persone attraverso la rete e ricercatori della mia zona, mi sono resa conto che a questa deduzione non ero arrivata solo io. Evidentemente però, prima di noi c’era arrivato anche “qualcun altro” che Dante scriveva le coordinate di una mappa visto che dentro Montecavo (o Monte/cavo..) c’è una base militare, di cui non sapremmo nulla se non fosse per i cartelli di off limite militare.

Visto le numerose piramidi che si stanno trovando un pò dappertutto, ho pensato anche che quello che conosciamo come Montecavo potrebbe essere stata una piramide che il tempo ha coperto, ma di cui i militari, da tempo, sanno bene.

Il Giannazza nel suo libro prende in esame opere del Botticelli e Leonardo da Vinci. Cosa che nella mia ipotesi faccio anch'io. Ma senza fare i complicati calcoli che fa il Giannazza, si evince che nel quadro che conosciamo come la Primavera anche il Botticelli è al Bosco di Diana che si è ispirato. Perché l'antico romano dipinto, secondo me, non è altri che quello legato alla leggenda del Ramo d’Oro.

Anche la Venere che l’artista ha dipinto è sempre la stessa donna. Ed anche la Beatrice di Dante non è che la Bea-taporta-trice in quanto in lei Dante sapeva ci sarebbe stata l'Anima del Cristo della fine dei tempi. Quindi quel corpo sarebbe stato un "contenitore" (graal) prezioso in quanto avrebbe contenuto l'Anima del Cristo della fine dei tempi, e quel "contenitore" sarebbe stato "nascosto" nei pressi di quel monte. Ed è (anche) per questa ragione che Pantaleone l'ha disegnata come Diana nel suo mosaico.

Per questo il Giannazza ha interpretato che nel monte ci sia un tesoro, ma il tesoro non riguarda oro o gemme o denaro, ma è sempre la donna che vivrà presso quei luoghi.

Come Dante facesse a sapere tutto ciò? "Semplice".. secondo me ha potuto guardare "in qualcosa" contenuto all'interno di Montecavo..

Immagine


Ultima modifica di Atlanticus81 il 15/09/2013, 11:30, modificato 1 volta in totale.


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