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MessaggioInviato: 20/12/2013, 09:10 
Apro questo thread per un motivo... il tentativo di sensibilizzare l'opinione pubblica su tutte quelle morti e/o vite rovinate a causa del sistema (e a volte anche per colpa di coloro che hanno perso completamente il senso delle cose).

La cosa nasce perchè, dopo i fatti del 18 Dicembre, mi sto chiedendo quanti morti suicidi, quante case pignorate, quanti giovani disoccupati, quante attività chiuse ci dovranno ancora essere prima che il popolo si renda conto della fine cui siamo destinati.

Prima di rendersi conto che il Sistema, così come è concepito, non va bene, non è a misura d'uomo, non è funzionale all'uomo e sta trasformando la nostra società globale in un inferno.

Vorrei pertanto postare qui tutta una serie di articoli in grado di dimostrare l'assurdità di un sistema socio-economico, il nostro, ormai al collasso, non solo a livello economico... ma proprio a livello umano.

Ovviamente con il vostro prezioso aiuto!



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MessaggioInviato: 20/12/2013, 09:12 
Indonesia, scrittrice muore dopo 30 ore di lavoro - Il decesso: finisce il coma per l'eccessivo tempo trascorso in ufficio

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La scrittrice Mita Diran è morta dopo che aveva scritto si Twitter: "lavoro consecutivamente da 30 ore e mi sento ancora forte". Poco dopo entra in coma e il giorno dopo è deceduta. Questa triste storia ci arriva da Jakarta, in Indonesia, dove una giovane copywriter è morta per probabilmente dallo strees causato dalle tante ore passate in ufficio. Mancanza di sonno e la notevole l'assunzione di bevande energetiche sono le probabili cause del decesso. L'allarme è già scattato ad ottobre, quando la ragazza aveva postato sul social: "sto pensando di portarmi il letto in ufficio". L'agenzia pubblicitaria per la quale lavorava, la Young & Rubicam Indonesia, ha deciso di chiudere per un intero giorno: "con il cuore spezzato e una grande tristezza, vi informiamo che abbiamo perso la nostra amica, sorella e collega Mita Diran", si legge nel comunicato inviato all'ufficio Advertising & Marketing. "Domani l'ufficio rimarrà chiuso per consentire a tutti di partecipare ai funerali"

http://www.liberoquotidiano.it/news/est ... avoro.html


Ultima modifica di Atlanticus81 il 20/12/2013, 09:12, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 20/12/2013, 09:14 
Suicidi da crisi, aumento del 12% in Italia tra le persone in età lavorativa

Roma - (Adnkronos Salute) - L'esperto: ''In questi periodi di difficoltà le più vulnerabili sembrano essere proprio le persone in età lavorativa''. In Italia circa 3.900 persone si tolgono la vita ogni anno. Si muore anche per debiti di lieve entità. Dati allarmanti, +40% nel 2013

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Un quadro "drammatico e scandito dalla cronaca, su cui fino a poco tempo fa non avevamo dati precisi. Ma ora una revisione dell'analisi degli ultimi anni conferma in Italia nel 2009-11 un aumento del 12% dei suicidi nelle persone di 25-64 anni, dunque in età lavorativa, rispetto al periodo 2006-2007. Un fenomeno presumibilmente collegato proprio alla crisi economica". E' il quadro tratteggiato all'Adnkronos Salute da Maurizio Pompili, direttore del Servizio per la prevenzione del suicidio dell'ospedale Sant'Andrea di Roma, alla vigilia della XI Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio che si celebra il 10 settembre. Un'iniziativa organizzata dall'International Association for Suicide Prevention (Iasp), in partnership con l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che quest'anno a Roma sarà celebrata con un meeting di due giorni al Sant'Andrea. L'evento è organizzato dal Servizio per la prevenzione del suicidio sotto l'egida di Paolo Girardi, responsabile dell'Uoc di Psichiatria

"Il dato sui 'suicidi da crisi' riflette un aumento non da poco, se si considera che sono circa 3.900 l'anno i suicidi in Italia. Non è mai facile avere dati precisi su quelli legati alla congiuntura economica perché, al di là delle notizie di stampa, l'associazione tra crisi e suicidio non è immediata o univoca - avverte Pompili - e possono esserci anche altri fattori che hanno contribuito a portare una persona a darsi la morte. Ma il monitoraggio che stiamo conducendo da tempo conferma per l'Italia negli anni della crisi quanto osservato in precedenza in frangenti di pesante difficoltà economiche, penso agli anni della Grande recessione in America".


Purtroppo "in questi periodi di difficoltà le più vulnerabili sembrano essere proprio le persone in età lavorativa, e questo viene confermato anche dalle richieste di aiuto che riceviamo". Richieste fondamentali, "perché i suicidi si possono prevenire", ricorda l'esperto, che nel Centro del Sant'Andrea con i suoi colleghi assiste 800-1000 persone l'anno tra helpline e visite.

Inoltre il monitoraggio dei ricercatori romani segnala anche "una riduzione dei suicidi negli anziani, fenomeno che deve essere ancora esaminato e compreso". In ogni caso "sarebbe bene riflettere sui numeri: ogni anno sono circa 3.800 i morti per incidente stradale. Un fenomeno drammatico che però si cerca di contrastare con iniziative e progetti mirati. Ebbene, a conti fatti i suicidi sono ancor di più, ma si fa pochissimo per prevenirli. Non a caso il tema proposto quest'anno nella Giornata mondiale è 'Stigma: un grande ostacolo per la prevenzione del suicidio'. Lo stigma, come marchio negativo associato a coloro che hanno tentato il suicidio o alle persone che hanno perso un caro per suicidio, costituisce infatti uno dei principali problemi legati al fenomeno". Pompili parla di sottili processi di emarginazione nei confronti dei sopravvissuti: l'impatto del suicidio, spiega l'esperto, spesso ricade sui familiari coinvolti, ma anche sull'intera comunità.

"Se i fattori centrali che alimentano lo stigma sono l'ignoranza, la paura e l'ostilità, allora gli antidoti possono e debbono essere l'informazione, la rassicurazione ed efficaci campagne anti-discriminazione". Anche perché i numeri nel mondo fanno paura: ogni anno si stima che un milione di persone muoia per suicidio, qualcosa come più di due morti al minuto. In molti Paesi industrializzati il suicidio può essere la seconda o la terza causa di morte tra gli adolescenti e giovani adulti. Non solo: ci sono svariati milioni di persone che compiono tentativi di suicidio causando stress emotivo e sofferenza alle persone che li circondano e ai loro familiari.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Crona ... 87945.html


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MessaggioInviato: 20/12/2013, 09:17 
Il Sistema è nemico dell'umanità... per questo va combattuto con tutte le nostre forze!

Giappone, quelle “morti in solitudine” per la crisi dell’economia e della famiglia

A Osaka una mamma di 30 anni si lascia morire di stenti con la sua bambina di tre: "Non sono riuscita a nutrirla". Il fenomeno del "kodokushi" prima toccava solo gli anziani, sempre più spesso abbandonati dai figli, ora si allarga a chi non ce la fa più a pagare la spesa e le bollette. A Tokyo 2.718 casi in un anno

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La settimana scorsa una donna di circa 30 anni è stata trovata morta, con accanto la sua bambina di 3 anni, in un appartamento di Osaka. Accanto ai corpi in avanzato stato di decomposizione (“c’erano solo ossa e vestiti, e un’enorme macchia sui tatami, che evidentemente avevano assorbito gli umori”, ha riportato la Fuji Tv, l’unico media nazionale a riportare la notizia) un biglietto: “Non sono riuscita a nutrirla”. La polizia, chiamata dai vicini per via degli odori divenuti oramai insopportabili, ha trovato un appartamento in condizioni di assoluto degrado, privo di frigorifero, utenze staccate da mesi.

Impossibile, in queste condizioni, stabilire una data certa per la morte: ma secondo la polizia potrebbe risalire addirittura allo scorso febbraio. Da quando cioè la donna aveva pagato l’ultima bolletta. E’ l’ultimo caso, almeno l’ultimo affiorato, di kodokushi: la “morte in solitudine”. Un fenomeno in preoccupante aumento in una società sempre più “polverizzata”, dove le relazioni non solo sociali ma anche familiari sono sempre meno solide, creando stress, disagio, depressione. Ma è anche la prima volta che la kodokushi non riguarda persone anziane e spesso malate, ma una govane donna e la sua bambina.

“Siamo difronte ad un caso davvero estremo – spiega Masaki Ichinose, sociologo e direttore dell’Istituto per gli Studi sulla Vita e sulla Morte che la prestigiosa Università di Tokyo ha aperto qualche anno fa, visto l’emergere del fenomeno – in questa morte si condensano tutti i problemi della nostra società: la crisi economica, la crisi della famiglia e delle relazioni sociali, l’assenza delle istituzioni. Siamo arrivati al punto che la morte, con la quale noi giapponesi abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, è diventata una vergogna. Non abbiamo più il coraggio di viverla come esseri umani, ma come i gatti: nascondendoci, isolandoci. In dignitosa solitudine”

Non ci sono ancora statistiche vere e proprie che isolino i casi di kodokushi da quelli, più in generale, delle morti “volontarie”. Spulciando tra le statistiche fornite dal Ministero della Sanità, abbiamo trovato solo un dato riferito alla capitale, Tokyo, dove nell’anno fiscale 2012 (che finisce a marzo) i casi di kodokushi sono stati 2.718, il doppio rispetto a 6 anni fa. “Ma si tratta di dati non ancora elaborati – ci hanno spiegato al ministero – spesso è difficile stabilire se si tratta di suicidi veri e propri, o di vicende iniziate magari con un piccolo incidente e precipitate in tragedia a seguito del disagio affettivo, sociale ed economico”

Il professor Ichinose è d’accordo: “L’accostamente non può essere automatico, anche se lasciarsi morire, letteralmente, di fame e di stenti, è una delle forme più estreme, coraggiose e dolorose, di suicidio. Ancora oggi c’è chi si reca nella foresta Aokigahara, ai piedi del monte Fuji, e si lascia morire di inedia. Ma sono sempre di meno. Oggi ci si lascia morire in casa, senza neanche aprire il rubinetto del gas, che spesso è staccato. Associare le “morti solitarie” con i suicidi (oltre 32 mila l’anno, più di 80 al giorno, 3 ogni ora, n.d.r.) non è statisticamente corretto, ma socialmente lo è. E segna il progressivo imbarbarimento della nostra società, un tempo armoniosamente unita attorno alla famiglia, al vicinato”.

Non più. Le possibilità che un anziano finisca per vivere solo, in Giappone, sono aumentate del 50% negli ultimi venti anni. E’ l’incremento più alto registrato dai paesi dell’Ocse. Nel 1980 gli uomini di oltre 60 anni che vivevano soli erano 190 mila, nel 2000 erano oltre un milione, oggi quasi due. Le donne sono quasi il doppio. E la maggior parte degli anziani, in Giappone, rifiuta l’idea di vivere nelle ancora poche, anche se in aumento, case di riposo, sia pubbliche che private. Non solo. Spesso rifiutano anche solo di prendere in considerazione l’idea di chiedere aiuto alle istituzioni, che pur hanno predisposto, soprattutto nelle grandi città, dei programmi di assistenza e di sussidio econiomico adeguati ed efficaci. “Ma i giapponesi non amano chiedere aiuto – spiega Ichinose – preferiscono arrangiarsi da soli, o al massimo in famiglia”.

Il problema è che la famiglia, “quel” tipo di famiglia che aveva un ruolo (e un posto letto…) per i nonni non c’è più. E i nonni, anche quelli che una famiglia ce l’avrebbero ancora, finiscono per essere, progressivamente abbandonati. Chi può torna nella vecchia casa di campagna, ma la maggior parte finisce in un minuscolo appartamento, dove figli e nipoti magari pagano anche l’affitto e le bollette, ma raramente si fanno vivi. “E’ un processo lungo, a volte, ma irreversibile – spiega il prof. Ichinose – prima si ammala o muore uno, poi l’altro entra in depressione e comincia a rifiutarsi di uscire, prepararsi da mangiare. La cosa più terribile è che spesso della loro scomparsa parenti e amici se ne accorgono dopo mesi, addirittura anni. E a volte per puro caso”.

Issei Suzuki è un imprenditore “sociale”. Vuole lavorare e guadagnare, ovviamente, ma possibilmente svolgendo un ruolo utile. In passato ha lavorato in una cooperativa di prodotti biologici, e in un’altra che si occupava di assistenza a domicilio per anziani e disabili. Oggi si occupa di “pulizie”. Pulizie molto particolari, pulizie che, come si legge nella sua home-page “non sono certo divertenti, ma che qualcuno deve pur fare”. La sua società, che per ora ha una sola sede, nell’isola di Hokkaido, ha un nome un po’ lungo e angosciante: jiken genba tokushu teisou sentaa (“Centro per la ripulitura dei luoghi di “casi”). Dove per “casi”, in una lingua e una cultura che non ama chiamare le cose con il proprio nome, si intendono, morti più o meno violente.

“In Giappone la legge impone agli agenti immobiliari di segnalare ai possibili acquirenti o locatari l’esistenza di un caso – ci spiega il sign. Suzuki – ma in passato si trattava sostanzialmente di omicidi, che dalle nostre parti sono pochissimi. Ora invece trattiamo soprattutto casi di kodokushi. Sono in grave aumento, dappertutto nel paese. E la gente non ne vuole sapere. Sono letteralemente terrorizzati. Sapere che in una casa c’è stato un suicidio è una cosa, ma che sia stato teatro di una morte per abbandono fa scappare la gente. Mi creda, delle volte, quando entriamo in una casa che dobbiamo ripulire, ci viene davvero il voltastomaco”

Il suicidio, che oramai non avviene più nelle forme tradizionali ed esaltate da una copiosa e non sempre rigorosa letteratura (il famoso seppuku/harakiri) fa parte della tradizione di un popolo che ha sempre avuto un rapporto razionale, aperto, con la morte. Contrariamente all’occidente, dove il suicidio è (per la religione cattolica) un “peccato” e l’istigazione addirittura un reato, in Giappone togliersi la vita in modo più o meno rituale, più o meno pubblico è considerato un modo più che onorevole di “ritirarsi”. E’ anche un modo per assicurare ai sopravvissuti una vita tranquilla: le polizzze vita prevedono infatti, caso unico nel mondo industrializzato, il pagamento dell’indennizzo anche in caso di suicidio.

Ma il fenomeno del kodokushi, anche se può essere tecnicamente definito un suicidio differito, è qualcosa di più e di peggio. L’idea che migliaia di persone anziane– perchè di questo si tratta – muoiano in casa, senza che nessuno se ne accorga per mesi e per anni è davvero angosciante.

Che poi questo succeda ad una govane donna, con la sua bambina, fa pensare davvero a che razza di società abbiamo costruito. E non consoliamoci/assolviamoci perché questo è accaduto, accade in Giappone. Sicuro che da noi non potrebbe accadere? Chi ha la fortuna di avere ancora i propri nonni, li tenga da conto. Magari andandoli a trovare, facendo una telefonata, un po’ più spesso.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06 ... ia/616706/


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MessaggioInviato: 20/12/2013, 10:47 
Hai fatto bene ad affrontare quest'argomento ...
A pensare che quand'ero ragazzo leggevo, e si esaltava, questa era (futura) nella quale avrebbero fatto tutto le macchine e l'Uomo avrebbe goduto della sua libertà con una vita più ... serena! [8)] Invece ci hanno resi SCHIAVI di tutto! [^]



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MessaggioInviato: 20/12/2013, 11:13 
Schiavi... hai usato il termine esatto. Ci hanno portato ad essere schiavi del Sistema.

Ma forse lo siamo sempre stati... [8]

“RICORDATI DI SANTIFICARE IL PROFITTO”!
Aperture domenicali e festive e conseguenze sulla vita dei lavoratori

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Una volta si chiamavano feste comandate. Le domeniche, innanzitutto. E poi Natale, Pasqua. E poi quelle strappate con la lotta, il 1° Maggio, 25 Aprile… Ma il capitalismo conosce un unico comandamento: sacrifica qualunque cosa, preferibilmente i lavoratori, sull’altare del profitto. E così da qualche anno anche in Italia, a un numero sempre crescente di lavoratori viene impedito di godersi un riposo settimanale degno di questo nome, magari in compagnia delle proprie famiglie, dei propri figli.

Un po’ di storia

Quella della liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali è una storia che va avanti da quasi vent’anni. Nel 1995 un referendum popolare boccia con il 62% dei voti la prima proposta di liberalizzazione. Nel 1998 ci riprova Bersani, ministro dell’allora Governo Prodi di centro-”sinistra”, con il decreto che porta il suo nome, il quale prevede (in barba all’esito del referendum di soli tre anni prima) che gli esercizi commerciali possano restare aperti tutti i giorni della settimana per un massimo di tredici ore. Le domeniche sono ancora quasi escluse dalla liberalizzazione: pur conferendo poteri di deroga ai comuni, le aperture domenicali sono previste solo per le domeniche del mese di dicembre e per altre otto domeniche nei restanti mesi dell’anno. Le cose peggiorano nel 2001: con la riforma del titolo V della Costituzione la competenza in materia passa alle Regioni, che fanno largo uso dei poteri di deroga previsti dal decreto Bersani.

E arriviamo ai giorni nostri: il governo Monti, nel 2011, ci lascia in eredità il decreto “Salva Italia”(in vigore dal gennaio 2012), che avrebbe dovuto risollevare le sorti di un’economia strangolata dal cappio del debito e dello spread. I risultati sono sotto gli occhi di tutti… Il “Salva Italia” prevede, tra le altre cose, la completa liberalizzazione degli orari di apertura.

Cos’è cambiato nel commercio

Le aperture domenicali e festive avrebbero dovuto dare nuovo slancio al commercio, far aumentare i consumi, creare nuovi posti di lavoro. Niente di tutto ciò è accaduto. Secondo le stime di Confesercenti, complice la crisi che ancora morde le famiglie, i consumi sarebbero calati del 4,3% nel 2012, dato al quale andrebbe ad aggiungersi un -2% previsto per quest’anno. Tra l’inizio del 2012 e i primi sei mesi del 2013 sarebbero scomparsi quasi 32.000 esercizi di commercio al dettaglio e 90.000 posti di lavoro; 500.000 locali commerciali sarebbero rimasti sfitti, con una perdita di 62 miliardi di euro di affitti non percepiti e 6,2 miliardi di euro di gettito fiscale andato in fumo (più di quanto si è racimolato nelle tasche della povera gente con l’aumento di un punto di IVA).

Diverso sembra essere il discorso per i grandi nomi della GDO (Grande Distribuzione Organizzata): la capacità di competere al ribasso sui prezzi dei prodotti e la possibilità di restare aperti nei giorni festivi hanno sicuramente favorito i grossi centri commerciali. Ma come sono cambiate le condizioni dei lavoratori?

Le condizioni di lavoro nella GDO

La parola d’ordine che si materializza agli occhi dei lavoratori della grande distribuzione è una e una sola: flessibilità. Parliamo di circa 2 milioni di occupati, la maggior parte dei quali donne (circa l’80%) e con contratti part-time. In molti casi, la speranza di arrivare a firmare un contratto a tempo indeterminato è una chimera irraggiungibile: essere sbattuti fuori dopo 12 anni e 27 rinnovi di contratti a termine non è una cosa così infrequente (è il caso di Catia Bottoni, ex lavoratrice Coop).

Lo stipendio medio di un lavoratore part-time si aggira intorno ai 600-700 euro mensili, il che rende quasi impossibile essere indipendenti, figuriamoci mettere su famiglia e crescere dei figli. Ma i problemi non finiscono qui. Perché proprio la liberalizzazione degli orari e le aperture nei giorni festivi hanno inferto un altro duro colpo alla qualità del tempo di lavoro e di vita di quanti lavorano nella GDO. In nome della già citata flessibilità, i turni vengono fissati settimana per settimana, a volte il giorno prima per il giorno dopo. In più si tratta spesso di turni spezzati, che prevedono qualche ora a metà mattinata e altre ore nel pomeriggio, con una pausa che magari non basta nemmeno per fare il tragitto di andata e ritorno dal lavoro a casa, figuriamoci per fare una visita medica o semplicemente per andare a mangiare un gelato con i propri figli.

Ancora, molto frequentemente si chiede alle lavoratrici di fermarsi oltre l’orario di lavoro, coprendo anche mansioni che non sarebbero previste dal loro inquadramento (come il carico/scarico o le pulizie). E mentre si afferma che fare più di una pipì durante il lavoro è una condizione patologica e che quindi, per avere il permesso, bisogna avere il certificato medico, si inserisce nei nuovi contratti l’obbligo di sorridere ai clienti, come previsto dalla nuova proposta contrattuale di Coop Estense, la quale vincola il percepimento del salario accessorio al soddisfacimento dei criteri contenuti in una scheda di valutazione che misura anche, appunto, quanto si sorride.

E come fai a sorridere quando lavori a queste condizioni? Come fai a sorridere quando da anni non sai cosa significa passare una domenica a casa o fare una vacanza? Come raccontano Raffaella, Valentina, Barbara, Graziella e Francesca, cinque dipendenti Coop anch’esse mandate a casa dopo 10 anni e una serie infinita di contratti a termine:

“Ci hanno sempre chiamate stagionali, ma in realtà noi abbiamo lavorato in tutti i periodi dell’anno, non solo nelle stagioni. Abbiamo sostituito colleghe in maternità, in aspettativa, in ferie o in malattia, arrivando a lavorare anche 9-10 mesi all’anno con contratti a termine che scadevano e ci venivano rinnovati di continuo. E’ così da tanto tempo, visto che i nostri ingressi in Coop iniziano dal 2003. Per noi (e per i nostri affetti) le vacanze estive non esistono da anni, perché ci dicevano che ci chiamavano proprio per sostituire i dipendenti in ferie, ma nonostante questo ci siamo sempre sentite lavoratrici come i nostri colleghi e colleghe, perché eravamo sicure che prima o poi la nostra situazione sarebbe stata stabilizzata e avremmo ottenuto il tanto atteso contratto a tempo indeterminato.”

E le cose, anziché migliorare, peggiorano. Come accennato, le aperture domenicali e festive si erano portate dietro la promessa di nuovi posti di lavoro. In realtà in molti casi si è proceduto alla chiusura di alcuni centri commerciali. E quando ciò non è avvenuto, ci sono stati numerosi licenziamenti, con conseguente ricatto nei confronti dei lavoratori superstiti, costretti ad accettare l’abbassamento dei salari e l’aumento dei carichi di lavoro. Un esempio di ciò è quanto avvenuto ai danni dei lavoratori Auchan del napoletano, o a quelli dell’IperCoop di Afragola (NA).

Sulla questione del lavoro domenicale si sta misurando anche lo scontro tra lavoratori e sindacati confederali, restii a mettere in piedi reali iniziative di lotta e troppo spesso pronti a accettare veri e propri ricatti imposti ai dipendenti: esemplificativo è quanto successo qualche settimana fa all’Ipermercato Panorama di Campi Bisenzio (Firenze), dove 40 lavoratori sono arrivati a stracciare le tessere CGIL, il sindacato maggiormente rappresentato in azienda e a scegliere di auto-organizzarsi appoggiandosi ad un sindacato di base.

Della serie: piove sempre sul bagnato…

Alla fine la dottrina Marchionne arriva a fare scuola anche nel settore del commercio. Da maggio scorso Federdistribuzione (l’associazione che rappresenta la gran parte delle aziende della GDO) ha annunciato l’uscita da Confcommercio e la disdetta del CCNL Terziario-Distribuzione-Servizi a partire dal 1 gennaio 2014. La disdetta è estesa anche alla contrattazione territoriale firmata da Confcommercio e alla contrattazione integrativa aziendale per le parti in cui si fa riferimento a detto CCNL.

Niente di più facile per aggirare le già flebilissime garanzie previste dalla contrattazione collettiva, come per esempio il supplemento orario del 30% rispetto la normale retribuzione per il lavoro domenicale e festivo (già spesso non corrisposto) o il supplemento orario del 50% per il lavoro notturno. Forse noi siamo naturalmente portati a pensare male, ma ci pare che l’obiettivo di Federdistribuzione sia chiarissimo: approfondire il processo già avviato dalle liberalizzazioni, spremere sempre di più i lavoratori e le lavoratrici, considerare le domeniche e i festivi giorni come tutti gli altri. E buonanotte al riposo, alla vita personale e a quella familiare. Buonanotte finanche al diritto di fare la pipì.

…a meno che i lavoratori non scelgano di invertire la tendenza. L’8 io lotto!

E’ evidente che il settore della grande distribuzione continua ad essere in Italia uno dei più effervescenti dal punto di vista della capacità di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, grazie al supporto dei sindacati di base ma anche alla loro volontà di autorganizzarsi e di intessere legami di solidarietà. Proprio per rilanciare la mobilitazione contro le domeniche lavorative e provare a estenderla ancora di più sul territorio nazionale,è stata lanciata la data dell’8 dicembre come appuntamento di lotta in numerose città, con presidi e iniziative dentro e fuori i centri commerciali. Noi seguiremo quella giornata, partecipando ai presidi e dando spazio e voce ai protagonisti e invitiamo tutti a sostenere questa battaglia, innanzitutto – dove possibile – prendendo parte alle varie iniziative, ma anche aiutandoci a far girare le informazioni, le immagini, i contributi audio e video di quella giornata. A breve produrremo dei materiali che potranno essere utilizzati e diffusi da tutti coloro che vogliono appoggiare questi lavoratori in lotta. Stay tuned!

Fonte: clashcityworkers.org

http://www.vocidallastrada.com/2013/12/ ... fitto.html

http://www.informarexresistere.fr/2013/ ... -profitto/

Il concetto di Decrescita Felice di Latouche, anche se alcuni anche qui sul forum l'hanno etichettata come una str***ata, comporta anche un ridimensionamento, un ritorno a maggiore semplicità.

Ricordate la metafora della lumaca di Illich?

Cita:
“La lumaca costruisce la delicata architettura della sua conchiglia aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più grandi, poi cessa bruscamente e dà inizio ad avvolgimenti, questa volta decrescenti.

Il fatto è che una sola, ulteriore spira più larga conferirebbe alla conchiglia una dimensione sedici volte maggiore. Invece di contribuire al benessere dell’animale, lo sovraccaricherebbe. Superato il punto limite di allargamento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicano in progressione geometrica, mentre le capacità biologiche della lumaca non possono, nel migliore dei casi, che seguire una progressione aritmetica.”


Noi, come lumaca, abbiamo raddoppiato ancora il 'giro' del nostro guscio... facendoci schiacciare dal suo peso.

[V]


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MessaggioInviato: 20/12/2013, 11:27 
Penso a tutti quei poveracci che sono costretti a lavorare anche nei giorni festivi! Una cosa che ritengo ... ORRIBILE! (Ulteriore disgregazione della famiglia ...) [8)]
Per principio, non vado mai e non compro mai nulla di Domenica.



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MessaggioInviato: 20/12/2013, 14:23 
Bravo, Atlanticus...ottimo 3ad.
Non ho, mio malgrado, del tempo da dedicare ad internet, in questo periodo, ma vorrei segnalarti delle situazioni da valutare per questa discussione.
La prima é la situazione spagnola, dove, soprattutto in Catalunya, i suicidi sono in aumento esponenziale. La crisi sembra non c'entri, ma la Svezia mi risulta essere il paese europeo con il maggior numero di suicidi in percentuale sul numero d'abitanti. Sarebbero forse da analizzare e riportare all'attenzione anche le questioni nostrane di qualche anno fa, come i subprime, i bond argentini o il crac Parmalat. Questioni che hanno riempito le tasche ad immorali faccendieri, e lasciato sul lastrico migliaia di persone. Alcune non hanno trovato la forza per affrontare la tragica situazione e si sono tolti la vita.

Il patrimonio di molti, é intriso del sangue dei troppi martiri del capitalismo. Situazione raccapricciante, ma purtroppo sempre più attuale.[B)]



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Me & Sir Pent... lui, appena svegliatosi. Io, di rientro dalla nottata. Perdonatemi occhiaie e scapigliatura. ^_^
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MessaggioInviato: 20/12/2013, 16:43 
E' logico! Non ti fanno vivere più ... Stress e asta. Così, chi si suicida per mancanza di lavoro e chi per il troppo lavoro! Non fa differenza! [8D]



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Un Topic del sottoscritto; non è scienza ma nemmeno meno fede, è semplicemente un rapporto di fatti e COSE che sembrano avvenire nei nostri cieli. IRRIPRODUCIBILI, per ora, dalla nostra attuale civiltà.
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MessaggioInviato: 20/12/2013, 22:39 
Per renderci conto della gravità della situazione vi presento questa mappa tematica riportante i fatti drammatici collegati alla crisi occorsi in Italia.

Suicidi, tentativi di suicidi, aziende che chiudono, fatti di cronaca e quant'altro... molto interessante direi, nella sua drammaticità...

http://www.crisitaly.org/

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Ultima modifica di Atlanticus81 il 20/12/2013, 22:54, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 21/12/2013, 14:47 
Schio: Sportello antisuicidi, si presentano in 1051, imprenditori e lavoratori

Affacciato sul baratro della disperazione, pronto a saltare per farla finita. Ma un barlume di speranza riemerge dal fondo dell’animo e, dopo interminabili momenti di esitazione, dalla balaustra del ponte trova la forza per chiedere aiuto. E parte la telefonata al numero verde di “InOltre”.

È uno dei tanti casi affrontati dal servizio regionale rivolto in particolare agli imprenditori in difficoltà, ma non solo. Una mano tesa che finora è venuta in contatto con 1.051 persone, di cui un centinaio anche da fuori regione. Sul totale, oltre 300 situazioni sono state classificate con codice 1 o 2 nella scala di rischio di suicidio(…)

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stori ... tisuicidi/

Gli italiani soffrono troppo di individualismo... Dobbiamo capire e fare capire che queste persone in difficoltà un domani (dio non voglia) potremmo essere noi.

Fermiamo questa assurdità prima che sia troppo tardi. E' UN NOSTRO DOVERE!



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MessaggioInviato: 21/12/2013, 15:48 
E' veramente una cosa ORRIBILE! [:(]



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Varese, 55enne si suicida per crisi - A base gesto le difficoltà economiche

Nuovo suicidio causato dalla crisi. E’ accaduto a Gallarate, nel Varesotto. La vittima è un imprenditore 55enne che gestiva un’attività di compravendita di oro usato. Prima di gettarsi dalla finestra della sua casa, l’uomo ha lasciato un messaggio, motivando il suo gesto: a spingere il 55enne al suicidio le difficoltà economiche e i debiti che hanno portato al fallimento dell’impresa.

Difficoltà economiche, dettate dalla crisi economica che ha piegato l’Italia. In questa ragiona si nasconde la decisione di un imprenditore di Gallarate di farla finita. L’uomo, un 51enne impegnato in un’attività di compravendita di oro usato, si è suicidato gettandosi giù da un balcone. Ha lasciato scritto sul suo computer un messaggio per motivare il suo gesto: la sua società era appena fallita.

http://bastacasta.altervista.org/p8030/


VILLABATE: DA MESI NON LAVORAVA 55ENNE SUICIDA CON UN COLPO DI PISTOLA ALLA TESTA

Un ex Pip si è tolto la vita questo pomeriggio a Villabate. Giuseppe Castelli di 55 anni a bordo della sua Fiat 500 si è appartato in via IV Novembre e si è sparato un colpo in testa. A nulla sono serviti i tentativi di rianimarlo da parte degli operatori del 118.

L’uomo lavorava in un reparto dell’ospedale Civico di Palermo nelle fila della cooperativa Social Trinacria. Da mesi non lavorava e percepiva solo la cassa integrazione: circa 500 euro.
Le indagini sul suicidio sono condotte dai carabinieri di Villabate che in queste ore stanno sentendo la moglie per cercare di ricostruire gli ultimi mesi dell’operaio che a causa della perdita del lavoro sarebbe caduto in depressione.(…)

Leggi tutto su palermo.blogsicilia

http://www.crisitaly.org/notizie/villab ... alla-testa


E purtroppo non è solo il lavoro ad essere colpito, ma anche il focolare domestico... ritratto di un paese che non ha più cura di niente e nessuno...

PADOVA: EMERGENZA SFRATTI, CASE DI ACCOGLIENZA PIENE DI PADOVANI

Tra i senzatetto in città non ci sono più soltanto gli immigrati. La denuncia di Ruffini (Rc): «Disagio crescente legato a disoccupazione e precarietà». C’è chi, come Tamara, con 600 euro al mese non riesce a pagare un affitto e ora vive in una casa di accoglienza con i suoi bambini.
E c’è chi, come suo marito, è costretto a vivere per strada. Una famiglia italiana come tante stretta nella morsa della crisi. È solo una delle storie che ormai popolano la quotidianità di Padova dove è in atto una vera e propria emergenza sfratti. Ad essere colpite ormai non sono più solo le famiglie di stranieri, le più deboli economicamente e dal punto di vista della rete relazionale, ma anche gli italiani.(…)

http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca ... -1.8347953


Ultima modifica di Atlanticus81 il 24/12/2013, 00:30, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 26/12/2013, 20:09 
Ruba fette d’arrosto per sfamare il figlio: disoccupato condannato a sei mesi

Ci sono delle notizie che sono un pugno nello stomaco. Notizie che arrivano da una disperazione quotidiana che porta a rubare degli alimentari nei supermercati pur di sfamare la famiglia.

Questa notizia arriva da Roma dove Filippo.P. Disoccupato di 34 anni, senza lavoro dal 2010, dovrà scontare una pena di sei mesi di carcere per aver rubato in un supermercato un pezzo di formaggio, una fetta d’arrosto e una bottiglia d’olio. Il giudice ne ha predisposto l’arresto, dopo il patteggiamento, perchè il giovane era già stato arrestato due settimane fa sempre per un furto negli scaffali di un supermercato. In quel caso si era messo sotto i vestiti del latte, del pane e una confezione di prosciutto. Come potete vedere davvero poche cose di primo sostentamento.

Cosa ne sarà ora di questa famiglia? Rovinata da poche decine di euro di sostentamento.

Abbiamo più volte parlato di come sarebbe necessario oggi predisporre delle strutture di aiuto, specialmente per il sostentamento alimentare. Purtroppo le cronache ci segnalano sempre più questi episodi di furti nei supermercati. Spesso sono anche dei poveri vecchi che con la magra pensione non ce la fanno proprio a sbarcare il lunario.

http://www.cometrovarelavoro.it/873/rub ... -sei-mesi/



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MessaggioInviato: 28/12/2013, 13:48 
Teme di perdere il lavoro, operaio 59enne si toglie la vita

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Vent’anni fa aveva perso il lavoro alla Danieli, ma era riuscito a ripartire, trovando un’occupazione alle latterie friulane di Campoformido. Ora quegli antichi problemi sono riapparsi in tutta la loro gravità. Non ce l’ha fatta a reggere questo nuovo peso e a 59 anni ha deciso di farla finita, togliendosi la vita nel garage della sua abitazione di Udine.
E’ morto così un operaio delle latterie friulane, che fino al giorno prima aveva partecipato ai presidi dei sindacati per difendere il posto di lavoro. Secondo la testimonianza di alcuni sindacalisti a lui vicini l’uomo in questi giorni aveva più volte manifestato una forte preoccupazione per il rischio di perdere nuovamente il lavoro.
Nello stabilimento la tensione è altissima e i sindacati temono di non riuscire più a gestire la protesta.

http://www.imolaoggi.it/2013/12/28/teme ... e-la-vita/



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