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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 08/07/2018, 17:53 
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Troppo spesso la svolta dell’amministrazione Trump in materia di commercio estero viene frettolosamente interpretata come mero protezionismo. In realtà ciò che porta spesso a quest’errore è il cercare di valutare scelte politiche contemporanee affidandosi a categorie del passato.
Si tratta davvero di semplice protezionismo?

Molti osservatori sono così spesso tratti in inganno anche perché, ingenuamente, ritengono l’attuale Presidente americano un “incompetente”. Questi giudizi affibbiati per antipatie politiche non tengono in realtà conto della carriera precedente alla politica di Donald Trump. Il passato da imprenditore multisettoriale del tycoon ha permesso all’inquilino della Casa Bianca di avere una profonda conoscenza delle dinamiche economiche americane e del contesto internazionale.
Questo ha permesso a Donald Trump di arrivare a Washington con idee molto chiare circa le mosse da intraprendere per gli Stati Uniti, con l’obiettivo di mantenerne il ruolo da protagonista nel futuro. Così quella che è superficialmente interpretata come una semplice politica protezionistica, ha in realtà delle motivazioni profonde e più che giustificate, almeno agli occhi della società americana. Se infatti i dazi all’Unione europea rappresentano una forma di tutela americana contro il surplus commerciale tedesco, anche la guerra commerciale con la Cina sembrerebbe nascondere qualcosa di più.
La più grande guerra commerciale della storia economica

Lo scorso venerdì è arrivato l’annuncio che per molti osservatori segna l’inizio ufficiale della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Sono entrate infatti in azione le nuove tariffe americane per un totale di 34 miliardi di dollari su una vasta gamma di prodotti esportati dalla Cina. Una mossa replicata a specchio da Pechino che ha annunciato così l’inizio della “più grande guerra commerciale nella storia economica”. Sono proprio le dimensioni di questa contrapposizione a dover far drizzare le antenne degli osservatori per chiedersi se ci sia qualcosa di più oltre a un nostalgico desiderio di nazionalismo.

La risposta è il 5G. Secondo un articolo della CNBC sarebbe la nuova tecnologia che regolerà la futura generazione di connessioni nel mondo ad aver scatenato l’escalation tra Pechino e Washington. I rispettivi governi si sono infatti accorti che la prossima rivoluzione digitale avrà bisogno di benzina affidabile e il petrolio del nuovo corso è proprio la nuova generazione di connessione.
Il 5G è il petrolio del futuro

Per comprendere meglio questo concetto occorre immaginarsi il futuro aspetto delle città, il luogo ove si svolgono la maggior parte delle relazioni umane. Nelle smart cities del futuro, per esempio, la maggior parte delle automobili sarà del modello driverless, ovvero senza guidatore, e per muoversi correttamente avranno bisogno di un server potentissimo in grado di elaborare i miliardi di dati inviati. Ovviamente per fa funzionare questa tecnologia è necessario avere la migliore connessione possibile. Ecco che il 5G diventa fondamentale se si pensa alla costruzione dell’economia del futuro.

Era già stato scritto su gli Occhi della Guerra come questa competizione tra Cina e Stati Uniti verso il futuro digitale fosse in atto già da tempo e che Pechino fosse in netto vantaggio. La CNBC avrebbe confermato questa supremazia. Il primato cinese starebbe nella stretta programmazione statale rispetto agli investimenti delle poche grandi aziende che detengono il monopolio del mercato cinese delle nuove tecnologie. Un modello di controllo statale impossibile da attuare nella patria della libera iniziativa americana, ove semmai l’obiettivo degli imprenditori è di liberarsi dalle catene dell’apparato pubblico. Questa mancanza di comunità di intenti avrebbe però creato uno svantaggio nei confronti della Cina, il cui salto in termini di qualità dei prodotti, come il Huawei nella telefonia, è sotto gli occhi di tutti.

I dazi di Trump, applicati a molti prodotti tecnologici cinesi, sono un tentativo degli Stati Uniti per riequilibrare il tavolo e provare a recuperare il gap con Pechino. La mossa dell’amministrazione americana non ha una motivazione protezionistica, bensì è il modo per dare agli Stati Uniti la possibilità di essere ancora una volta leader mondiale di un cambiamento storico. In questo scenario occorre sottolineare come l’Europa non compaia pressoché mai. In molte analisi di osservatori economici il Vecchio Continente è il fanalino di coda di questa corsa verso il futuro, complice le strette regole di bilancio europeo che impediscono di competere con gli investimenti fatti dagli Stati Uniti e dalla Cina.

http://www.occhidellaguerra.it/qual-ver ... ale-trump/



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 09/07/2018, 16:27 
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C’e’ una notizia, nel rapporto del governo USA sul Lavoro del mese di giugno pubblicato venerdi’ 6 luglio, che spicca sulle altre, tutte peraltro buone. Il mese scorso sono stati creati 213mila nuovi ‘occupati’, piu’ dei 195 mila previsti, ma soprattutto, ecco l’ennesimo record, sono rientrati nel mondo del lavoro, cioe’ hanno trovato un posto oppure l’hanno attivamente cercato, ben 601mila americani. Questa impennata ha provocato il rialzo dal 3,8% al 4% della percentuale di disoccupazione, ma stavolta il dato, peggiorativo in superficie, e’ invece la miglior prova dell’ottimismo crescente nell’economia trumpiana: molti cittadini che non avevano lavoro - e non lo cercavano perche’ erano scoraggiati- sono tornati a credere nella riscossa, e si sono reinseriti ufficialmente nella ‘forza lavoro’. Il tasso di partecipazione in questa categoria e’ salito dal 62,7% al 62,9%.

Per dare la misura della impennata di giugno si deve pero’ guardare all’intero primo semestre 2018, in cui ci sono stati in tutto 1,03 milioni di americani rientrati nel mondo del lavoro, rispetto ai 496mila del 2017 e ai 589mila del 2016. Da notare che al dato di giugno sui nuovi posti di lavoro creati vanno sommate le revisioni positive, per un totale di 37mila nuovi posti, dei due mesi precedenti: in aprile ci sono stati 175mila nuovi posti (non i 159mila della provvisoria stima) e in maggio 244mila (non 223mila). Questi numeri portano a 215mila la media mensile dei primi sei mesi del 2018, in forte aumento rispetto a quella del 2017, che era stata attorno a 190mila.

Negli USA, a fine giugno, il numero assoluto di americani con un lavoro e’ cosi’ salito a 155, 576milioni, il decimo primato per Trump in questa voce. Altro record storico e’ il tasso di disoccupati tra gli ispanici, sceso per la prima volta al 4,6% . Le altre categorie hanno le seguenti percentuali: gli uomini adulti il 3,7%; le donne adulte il 3,7%; gli asiatici il 3,2%; gli afroamericani il 6,5%; i bianchi il 3,5%, i teenagers il 12,6%.
Gli americani guadagnano di piu’, perche’ i datori di lavoro faticano a trovare le professionalita’ di cui hanno bisogno e se le contendono con le buste-paga: la media del guadagno orario per tutti gli occupati in aziende private e’ infatti salita nel mese scorso di 5 centesimi a 26,98 dollari.
Un sondaggio, reso noto il 5 luglio, aveva evidenziato che la media delle ultime quattro settimane del numero degli americani che godono di un beneficio di disoccupazione continuato ha toccato il suo punto piu’ basso da 45 anni.

Questi dati sullo stato dell’economia reale confermano che Trump sta mantenendo la parola: lo slogan “lavori, lavori, lavori” era stata la promessa al centro della campagna elettorale, e lui era stato preso in giro come spaccone. Ecco perche’ nei comizi, oggi, non manca mai di farlo notare . “La nostra politica economica puo’ essere sunteggiata in tre parole, molto semplici e molto belle: lavori, lavori, lavori (jobs, jobs, jobs)”, ha detto in un rally in Montana giovedi’ 5 (quindi prima del rapporto boom di giugno).

Il corrente mese di luglio promette ancora di piu’, in termini di crescita economica generale, perche’ a fine mese ci sara’ la prima stima governativa sul secondo trimestre (nel primo trimestre la crescita e’ risultata del 2%). Gli analisti di Macroeconomics Advisers hanno corretto all’insu’, al 4,9%, la loro proiezione per la crescita del Prodotto Interno Lordo USA da aprile a giugno. La Banca Barclays prevede addirittura un aumento del 5%. Anche qui, quando Trump aveva detto in campagna elettorale che “anche noi in America potremmo avere il 3%, e perche’ no il 4 o il 5%” era stato preso per matto. Ora una crescita del 3-4% appare raggiungibile, ed anzi e’ gia’ nelle previsioni di alcune banche regionali della Federal Reserve, da New York ad Atlanta. E nessuno ride piu’, eccetto Trump.

http://www.liberoquotidiano.it/blog/gla ... reato.html



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 10/07/2018, 19:51 
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Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’Estremo Oriente ed in particolare guardano con fiducia alla risoluzione della crisi nella Penisola Coreana, la partita per l’area del Mediterraneo allargato si sta ancora giocando ed all’orizzonte si stanno delineando capovolgimenti di fronte.

Gli Stati Uniti giocano ancora una volta il ruolo di protagonisti in quello che è fondamentalmente un unico fronte che va da Gibilterra allo Stretto di Hormuz e da Capo Nord al Corno d’Africa. La dottrina di Trump America First – spesso e volentieri mal interpretata come un ritiro tout court degli Usa dai fronti esterni – si pone nel solco, per quanto riguarda gli affari esteri, di quella della precedente amministrazione che prende il nome di driving from behind. Seguendo questa filosofia l’amministrazione Obama ha condotto – ad esempio – le rivolte denominate “Primavere Arabe” e ha cercato di destabilizzare la Siria e l’Egitto barcamenandosi in un primo tempo tra il sostegno ai movimenti islamici e a quelle poche fazioni di opposizione più laiche, per poi fare dietro-front e “chiudere i rubinetti” una volta che altri fattori, anche esterni, hanno preservato lo status quo impedendo il sovvertimento dei regimi.

L’amministrazione Trump, in questo senso, ha solo proseguito nella scelta di quelle precedenti di impegnarsi attivamente solo in quei teatri di interesse prioritario per gli Stati Uniti, preferendo delegare ai propri alleati – ma pur sempre mantenendo un certo controllo – la gestione delle crisi che riguardano il contenimento del terrorismo di matrice islamica o il contenimento di avversari regionali.

L’Europa ancora al fronte?

Da questo punto di vista è emblematica la richiesta, effettuata già a partire dal summit Nato del Galles, di aumentare la percentuale del Pil devoluta alla Difesa al 2% per i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica nel quadro di contenimento della Russia e gestione della crisi ucraina. Washington però, non ha rinunciato, dietro esplicite pressioni dei Paesi dell’Est membri della Nato, a fornire una forma di deterrenza: il programma Eri/Edi (European Reassurance Initiative / European Deterrence Initiative) cominciato nell’era Obama vede quest’anno una pioggia di dollari che servirà a migliorare le strutture militari in Polonia, Ungheria, Romania, Paesi Baltici e Repubblica Ceca.

Questa scelta però si accompagna alla parallela chiusura di installazioni e relativo spostamento di mezzi e uomini dall’Europa Occidentale: la divisione di fanteria Usa che sarà rischierata tra Polonia e Ungheria si sposterà dalla Germania mentre i vari asset militari (velivoli e mezzi terrestri) verranno spostati dalle basi olandesi e tedesche verso oriente. Tutto questo ovviamente avrà un costo non solo per quanto riguarda le nuove strutture logistiche ma anche perché gli Stati Uniti e la Nato hanno ribadito l’esigenza di migliorare la rete infrastrutturale europea proprio in funzione del rapido trasporto di rifornimenti e rinforzi dai porti di Olanda, Belgio e Germania verso “il fronte” rappresentato dai Paesi orientali della Nato.

Gli Stati Uniti hanno davvero abbandonato l’esportazione della democrazia?

Alcuni vedono un fil rouge che collega le amministrazioni americane degli ultimi 20 anni. Questo filo conduttore è rappresentato da una sorta di “isolazionismo” contraddistinto dalla volontà dei vari Presidenti (da Clinton sino a Trump) di puntare tutto sulla politica interna e sul rilancio dell’economia a discapito della volontà di impegnarsi in politica estera come gendarmi del diritto all’autodeterminazione dei popoli e della libertà dei traffici, come espresso nei 14 punti formulati dal presidente Woodrow Wilson al termine del primo conflitto mondiale.

In realtà non solo la formulazione obamiana del driving from behind ma anche la rivoluzionaria strategia denominata Joint Vision 2020 formulata dal Dipartimento della Difesa Usa nel 2000 non è che un’evoluzione della volontà degli Stati Uniti di continuare a essere i gendarmi del mondo esportatori di democrazia.

Ovviamente non essendoci più la contrapposizione in blocchi monolitici che ha diviso il mondo sino al termine della Guerra Fredda era necessario rivedere il livello di impegno estero delle forze armate americane, per questo nel documento Joint Vision 2020 si legge la volontà di concentrare le capacità militari americane nel proprio territorio metropolitano, continuando però a mantenere degli importanti presidi nei nodi chiave rappresentati da quelle aree che di volta in volta risultano essere strategiche per gli interessi Usa. Pacifico, Europa, Golfo Persico, Oceano Indiano, sono tutte regioni geografiche dove sono presenti importanti basi americane che di volta in volta vedono aumentare la presenza militare Usa a seconda delle necessità.

Questa possibilità viene mantenuta anche – e nonostante – l’ambizioso progetto del Prompt Global Strike, ovvero la ricerca di un sistema convenzionale in grado di condurre un attacco di precisione in qualsiasi parte del globo nel tempo di un’ora in modo simile ai missili balistici intercontinentali a testata nucleare. Da questo punto di vista la decisione di Trump di ridare impulso ai sistemi nucleari tattici, praticamente spariti dagli arsenali degli Stati Uniti col termine della Guerra Fredda, rappresenta un passo indietro dal punto di vista strategico rispetto alla dottrina che sottintende il Pgs.

Anche la strategia del driving from behind così bene messa in pratica da Obama per destabilizzare il Nord Africa e parte del Medio Oriente non è altro che la continuazione della dottrina wilsoniana con altri mezzi rispetto a quello di avere direttamente truppe sul campo che materialmente sovvertono i regimi ostili agli Stati Uniti. Proprio Obama, infatti, oltre a finanziare le Primavere Arabe tramite l’appoggio – diretto o attraverso intermediari come l’Arabia Saudita – a fazioni avverse ai regimi aventi come denominatore comune una forma di integralismo islamico (la Fratellanza Musulmana), è stato anche fautore di una serie di aiuti finanziari e militari a Paesi che, in altre parti del globo, erano funzionali al contenimento di avversari/concorrenti degli Stati Uniti (Cina e Russia) per sopperire al ritiro dei contingenti militari dai vari teatri conseguente alla politica di tagli al bilancio della Difesa che ancora sta incidendo sulle capacità delle FFAA Usa.

In questo quadro, la richiesta di Trump ai Paesi membri della Nato di aumentare il proprio bilancio per la Difesa è perfettamente in linea con la volontà di delegare il contenimento della Russia – e in prospettiva di futuri attori mediterranei – all’Europa avendo però ben in mano le redini di questa politica: il rafforzamento della Sesta Flotta che da qualche anno era privata stabilmente di portaerei (così come la Quinta Flotta) e soprattutto la riapertura del comando della Seconda Flotta (chiuso nel 2011) indicano che Washington non intende affatto cedere al ruolo di potenza egemone e trincerarsi in un “isolazionismo” di qualche tipo.

Trump e la “coreanizzazione” dei teatri di crisi

I vuoti in natura vengono sempre colmati, e così accade anche in geopolitica. Se si libera il campo dalla propria presenza militare – divenuta incostante – altre Nazioni cercheranno di occuparlo. Così è avvenuto in particolar modo per l’Estremo Oriente dove la Cina, soprattutto durante l’amministrazione Obama, ha costantemente incrementato la propria espansione andando ad occupare le acque dei mari a lei contigue (Mar Cinese Meridionale) e trasformando la propria politica di near seas active defense in una dottrina di ampio respiro volto a permetterle la ricerca del contrasto marittimo agli Stati Uniti ovunque nel mondo.

L’amministrazione Trump in questo senso ha effettuato un’importante inversione di marcia, spinta soprattutto dalla pressione di Tokyo spaventata dal possibile ritiro Usa dall’area, la cui occasione le è stata fornita dalla crisi nucleare della Penisola Coreana.

Washington, avendo ben presente la volontà di Pyongyang di giocare al rialzo col proprio programma nucleare e missilistico in quella che possiamo definire come “diplomazia dei missili” (o del ricatto) per strappare condizioni favorevoli in sede di contrattazione delle sanzioni, non ha ceduto alle intimidazioni e soprattutto non ha delegato la risoluzione della diatriba ad altri organismi o entità statuali. L’amministrazione Trump ha mostrato i muscoli inviando diversi asset militari nell’area e circondando la penisola coreana di bombardieri e portaerei: uno schieramento di forze che non si era mai visto da quelle parti dai tempi della Guerra in Vietnam.

Anche a livello diplomatico la dialettica è stata di tutt’altro tono rispetto a quella delle amministrazioni precedenti: la Corea del Nord era definita uno “stato sponsor del terrorismo” e nei vari tweet Trump ha più volte attaccato personalmente il leader Kim Jong-un. Toni aggressivi e dimostrazioni di forza militare che facevano da contraltare ai test missilistici (a scadenza mensile) e ai test atomici di Pyongyang.

Questa dialettica però ha avuto i suoi frutti, un po’ insperati ad onor del vero. Se è stato possibile arrivare al tavolo della pace, dapprima con l’incontro tra i leader delle due Coree, è stato proprio grazie alla politica “interventista” e “bellicosa” dell’amministrazione Trump. Obama precedentemente, appellandosi principalemente al diritto internazionale e all’Onu, non ha ottenuto nessun risultato se non quello di permettere alla Corea del Nord di ottenere una iniziale capacità atomica efficace.

Ecco che quindi si spiega il dietrofront della Casa Bianca rispetto all’accordo sul nucleare iraniano, il trattato fortemente voluto dell’Unione Europea che si chiama Jcpoa. La linea dura espressa dagli Stati Uniti verso Teheran negli ultimi mesi si può leggere proprio come la volontà di Washington di “coreanizzare” la trattativa per portare gli Ayatollah a trattare condizioni migliori sul programma di sviluppo nucleare e missilistico. Trump sembra volere infatti esacerbare la situazione per rimodulare il trattato in funzione della denuclearizzazione dell’Iran e dello smantellamento dei suoi arsenali missilistici di lungo raggio: fattore che permetterebbe di stabilizzare l’area venendo incontro alle istanze di Israele e Arabia Saudita, ma che avrebbe risvolti “europei” non irrilevanti.

Se venisse infatti a cadere la minaccia missilistica iraniana, verrebbe anche a perdere di significato la presenza dei sistemi Bmd (Ballistic Missile Defence) presenti in Europa come l’Aegis Ashore attualmente schierato in Romania e Polonia. Sistemi antimissile che sono al centro della crisi tra Russia e Stati Uniti e che hanno portato al rischieramento in Europa di vettori balistici a raggio intermedio da parte russa in violazione degli accordi del trattato Inf.

Un gioco pericoloso

La pressione americana su Teheran si sta configurando per il momento come una guerra commerciale: Washington sta facendo pressione su Riad e su altri Paesi amici che ha nell’Opec per aumentare la produzione di greggio per cercare così di levare fette di mercato al petrolio iraniano che progressivamente sta tornando ad affluire. Questo quindi comporterebbe un abbassamento dei prezzi che dai 74 dollari al barile attuali potrebbe tornare ben al di sotto della soglia dei 55/60 rappresentando un problema non solo per Teheran (e Venezuela) ma anche per la Russia, che ha ancora un’economia strettamente legata all’andamento del mercato del greggio essendo gli idrocarburi il principale prodotto di esportazione. Le conseguenze di questa scelta quindi, per ora appaiono imprevedibili, anche se la Russia ha ormai avviato rapporti molto fruttuosi con l’Arabia Saudita proprio per quanto riguarda il controllo del mercato del greggio.

Teheran inoltre rappresenta un alleato sostanziale della Russia, anche al netto della mancanza di veri legami tra Teheran e Mosca, e difficilmente il Cremlino permetterà che Washington metta alle corde gli Ayatollah così come ha fatto con Pyongyang. Dal punto di vista culturale poi, l’Iran non è la Corea e spingere nell’angolo un avversario che si sente circondato e costantemente minacciato da Israele – che continua la sua guerra parallela contro l’Iran in Siria – potrebbe avere conseguenze imprevedibili e rischiose. L’Iran per il momento ha affidato la risposta alla diplomazia e ha annunciato che, qualora tornasse il regime sanzionatorio, chiuderebbe gli accessi ad Hormuz, ma l’ipotesi risulta essere poco plausibile in quanto attualmente Teheran ha nello Stretto lo stesso passaggio obbligato degli altri Paesi del Golfo per il proprio petrolio non avendo alcun tipo di terminal al di là dello stesso. Non si capisce infatti, perché Teheran dovrebbe chiudere l’unica strada che ha per vendere il suo prodotto principale.

I prossimi mesi saranno quindi decisivi e si attende soprattutto la linea dell’Unione Europea, che ancora una volta è oggetto di attenzione da parte Usa in funzione dell’antico “divide et impera” fomentato dalla possibilità che Washington vede grazie al risultato delle elezioni in quei Paesi europei dove hanno vinto le fazioni euroscettiche: un’Europa debole e divisa farebbe il gioco degli Stati Uniti per emarginare le spinte verso Est a trazione tedesca e per arginare la penetrazione cinese nel Vecchio Continente data dal progetto della Belt and Road Initiative, che sottintende alla volontà di Pechino di creare un blocco commerciale/economico euroasiatico, possibilità che creerebbe non pochi mal di testa oltre Atlantico.

http://www.occhidellaguerra.it/gli-stat ... del-mondo/



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 12/07/2018, 14:35 
UNA NOTIZIA CHE ( SE FOSSE VERA) ATTENDO DAL 1989 ...! [:264]


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Minaccia di uscire dalla Nato Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha spiazzato tutti dicendo che lascerà se gli alleati non dovessero farsi carico delle spese militari richieste da Washington.

Leggi anche: Trump "sfascia" la Nato: bomba sulle spese militari

La notizia è rivelata dall'agenzia tedesca Dpa che cita una fonte che sta seguendo le discussioni della seconda sessione del Vertice.

http://www.liberoquotidiano.it/news/est ... ifesa.html

Bravo Trump! Visto che gli USA hanno sempre pagato il conto, abbandona la NATO!
Così termineranno anche le "Missioni all'estero", di cui non ce ne può fregare di meno ...
(E io sarò ancora di più un american fan) [:D]



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 12/07/2018, 14:57 
Solo scena.
Figuriamoci se lasceranno campo libero alla Russia...
Ma se veramente dovessero "uscire" si andrà verso un esercito europeo comune= altre cessioni di sovranità, quel poco che ne rimane. Non mi pare una gran cosa sinceramente...



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 12/07/2018, 15:00 
E'h ... Forse TI DO RAGIONE: peggio con l'Europa; no, io spero ognuno a casa sua, stop! [:291]



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 12/07/2018, 15:19 
ascoltate la conferenza del premier, spiega tutto e detta la linea che l'italia porterà avanti. E' un genio *_*



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 12/07/2018, 15:23 
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Quando Vladimir Putin e Donald J. Trump si incontreranno a Helsinki il 16 luglio la guerra in Siria sarà uno dei dossier principali che tratteranno durante il loro tanto atteso faccia a faccia.

Il governo siriano di Bashar al-Assad ha trovato nell’Iran sciita uno dei suoi migliori alleati, insieme alla Russia, nella battaglia contro le milizie dello Stato Islamico e contro le varie sigle estremiste nate come funghi dopo la pioggia da quando è esploso il conflitto nel 2011.

Il processo di isolamento ai danni di Teheran guidato da Washington intanto continua e oltre ad aver stracciato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran e considerato il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama, dall’amministrazione Trump arrivano regolarmente nuove ondate di sanzioni ai danni del regime iraniano.

Sanzioni che oltre a creare malcontento tra la popolazione locale stanno portando i vertici del governo siriano a una riflessione a lungo termine sui rapporti da intrattenere con questo attore tanto utile quanto “scomodo”.

Perché con un mondo arabo che condivide sempre più punti della sua agenda geopolitica con Stati Uniti e Israele e con un’Unione europea aggrovigliata su se stessa e ancora fortemente dipendente in politica estera dalla linea dettata dalla Casa Bianca, per Damasco legarsi all’Iran significherebbe condividerne gioie e dolori e, considerando la fase storica delle alleanze nella regione, non sarebbe assurdo avanzare l’ipotesi della prevalenza dei secondi in un eventuale asse Damasco-Teheran. Non è quindi da escludere che in Siria stiano pensando di limitare l’influenza iraniana all’interno della regione così da evitare di essere trascinati nel futuro prossimo in una spirale pericolosa insieme all’Iran.

Inoltre Mosca ha mostrato a Damasco che può sostenere il legittimo governo siriano senza l’aiuto di Teheran. L’esercito russo ha dimostrato le sue capacità nel sostenere il governo siriano negli sforzi per bonificare i territori ancora sotto il controllo dei gruppi jihadisti. È quindi la Russia l’alleato numero uno per il governo siriano, anche perché sono i funzionari russi che hanno svolto un ruolo da protagonisti sia durante i negoziati con l’opposizione sia nel forzare le fazioni dei “ribelli” ad accettare le condizioni di resa per la Ghouta orientale.

Per quanto riguarda l’attuale campagna nel sud, Mosca è stata in grado di influenzare Damasco per spingerla ad escludere Hezbollah dalla partecipazione alle operazioni di Daraa e Quneitra. La Russia è diventata la forza principale nei combattimenti e nelle trattative con le fazioni dissidenti. In poche parole la Russia ha dimostrato di riuscire a risolvere i problemi del governo siriano senza l’aiuto delle forze filo-iraniane, senza contare che ufficiali militari russi hanno recentemente potenziato le capacità delle Tiger Forces dell’esercito siriano con l’obiettivo di sostituirle alle milizie di Hezbollah sul campo di battaglia.

Per procedere con il ritiro delle truppe americane il presidente Trump il 16 luglio vorrà avere la certezza che l’influenza iraniana in Siria rimanga circoscritta e che non possa espandersi più di quanto non abbia già fatto da quando è esploso il conflitto siriano nel 2011. Il presidente russo Putin ha dimostrato che il suo paese è in grado di sostenere il regime siriano senza bisogno di ricevere supporto da altri attori regionali e, considerando le preoccupazioni del governo siriano per la condizione economica dell’Iran e l’isolamento di cui è vittima, non è difficile credere che l’incontro di Helsinki possa rappresentare uno spartiacque nei rapporti tra Iran, Russia e Siria.

http://www.occhidellaguerra.it/incontro ... lla-siria/



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Astronave
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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 12/07/2018, 21:50 
Usa fuori dalla Nato....ergo Usa via dall'Italia?No,può darsi la prima,ma la seconda.....impossibile.


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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 13/07/2018, 11:29 
Non è vero! L'Italia paga poco perché in cambio offre le ... BASI! [;)]



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 13/07/2018, 12:24 
Ufologo 555 ha scritto:
Immagine

Quando Vladimir Putin e Donald J. Trump si incontreranno a Helsinki il 16 luglio la guerra in Siria sarà uno dei dossier principali che tratteranno durante il loro tanto atteso faccia a faccia.

Il governo siriano di Bashar al-Assad ha trovato nell’Iran sciita uno dei suoi migliori alleati, insieme alla Russia, nella battaglia contro le milizie dello Stato Islamico e contro le varie sigle estremiste nate come funghi dopo la pioggia da quando è esploso il conflitto nel 2011.

Il processo di isolamento ai danni di Teheran guidato da Washington intanto continua e oltre ad aver stracciato il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran e considerato il fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama, dall’amministrazione Trump arrivano regolarmente nuove ondate di sanzioni ai danni del regime iraniano.

Sanzioni che oltre a creare malcontento tra la popolazione locale stanno portando i vertici del governo siriano a una riflessione a lungo termine sui rapporti da intrattenere con questo attore tanto utile quanto “scomodo”.

Perché con un mondo arabo che condivide sempre più punti della sua agenda geopolitica con Stati Uniti e Israele e con un’Unione europea aggrovigliata su se stessa e ancora fortemente dipendente in politica estera dalla linea dettata dalla Casa Bianca, per Damasco legarsi all’Iran significherebbe condividerne gioie e dolori e, considerando la fase storica delle alleanze nella regione, non sarebbe assurdo avanzare l’ipotesi della prevalenza dei secondi in un eventuale asse Damasco-Teheran. Non è quindi da escludere che in Siria stiano pensando di limitare l’influenza iraniana all’interno della regione così da evitare di essere trascinati nel futuro prossimo in una spirale pericolosa insieme all’Iran.

Inoltre Mosca ha mostrato a Damasco che può sostenere il legittimo governo siriano senza l’aiuto di Teheran. L’esercito russo ha dimostrato le sue capacità nel sostenere il governo siriano negli sforzi per bonificare i territori ancora sotto il controllo dei gruppi jihadisti. È quindi la Russia l’alleato numero uno per il governo siriano, anche perché sono i funzionari russi che hanno svolto un ruolo da protagonisti sia durante i negoziati con l’opposizione sia nel forzare le fazioni dei “ribelli” ad accettare le condizioni di resa per la Ghouta orientale.

Per quanto riguarda l’attuale campagna nel sud, Mosca è stata in grado di influenzare Damasco per spingerla ad escludere Hezbollah dalla partecipazione alle operazioni di Daraa e Quneitra. La Russia è diventata la forza principale nei combattimenti e nelle trattative con le fazioni dissidenti. In poche parole la Russia ha dimostrato di riuscire a risolvere i problemi del governo siriano senza l’aiuto delle forze filo-iraniane, senza contare che ufficiali militari russi hanno recentemente potenziato le capacità delle Tiger Forces dell’esercito siriano con l’obiettivo di sostituirle alle milizie di Hezbollah sul campo di battaglia.

Per procedere con il ritiro delle truppe americane il presidente Trump il 16 luglio vorrà avere la certezza che l’influenza iraniana in Siria rimanga circoscritta e che non possa espandersi più di quanto non abbia già fatto da quando è esploso il conflitto siriano nel 2011. Il presidente russo Putin ha dimostrato che il suo paese è in grado di sostenere il regime siriano senza bisogno di ricevere supporto da altri attori regionali e, considerando le preoccupazioni del governo siriano per la condizione economica dell’Iran e l’isolamento di cui è vittima, non è difficile credere che l’incontro di Helsinki possa rappresentare uno spartiacque nei rapporti tra Iran, Russia e Siria.

http://www.occhidellaguerra.it/incontro ... lla-siria/

La verità è che gli usa vogliono isolare l'Iran per un futuro attacco senza che questa nazione avesse l'appoggio della Siria o della Russia. [:305]



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 13/07/2018, 12:35 
E fa bene! Una Nazione pazza in meno ... [^] Ai tempi dello "Scià" era il Paese più occidentalizzato della zona ...
Poi sono arrivati i "turbanti" ...........



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 13/07/2018, 13:36 
come se l'occidentalizzazione fosse sinonimo di civiltà e democrazia... Stai indietro di 50 anni ufò



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 13/07/2018, 13:38 
No, non sono un islamico .......... [:246] Sono un po più avanti. (Come lo era la Persia anni fa)



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 Oggetto del messaggio: Re: Mr. President Trump
MessaggioInviato: 13/07/2018, 22:04 
Leader e guide supreme iraniane:armatevi fino ai denti,costruite più armi possibili(letali e non lanterne cinesi stile palestinese....).Date retta ad un occidentale con gli Usa in casa.....


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