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 Oggetto del messaggio: IL TRANSITUS DI MITHRA
MessaggioInviato: 10/09/2018, 13:06 

A proposito di miti tramandati .....


IL TRANSITUS DI MITHRA



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IL " TRANSITUS "

Così viene chiamato il tragitto percorso da Gesù verso il Golgota.

Chi era Simone di Cirene ?

Nei sinottici si parla di lui come di un contadino, che veniva dai campi, o dalla campagna, che aiuta il Cristo a portare la croce.

Nella IV Sura del Corano, si parla di come in realtà un sostituto
avrebbe patito il supplizio, mentre il Cristo, da lontano, dileggiava
i Romani per la loro stoltezza.

E per molte tradizioni Simone di Cirene sarebbe morto al posto di Gesù.

Non voglio esprimermi su questi dati, la cosa interessante è un'altra.

John Robertson, nel suo Cristianesimo e Mitologia del 1900, ( purtroppo una copia dell' originale in Italia non è presente in nessuna biblioteca pubblica ) propone un tema di studio possibile : in antiche leggende e raffigurazioni, il Dio Eracle, prima della decima fatica, Le vacche di Gerione, squarcia in due una montagna,e ne trae due colonne, che trasporta nel luogo dove diventeranno le celebri Colonne d'Ercole, e nell'iconografia del rito Eracle compie il " Transitus ", con le colonne sopra le spalle a forma di croce.

Il luogo dove avviene il fatto è esattamente Cirene.


É stato solo recentemente che molti studiosi, in particolare Sergio Frau, hanno ripreso gli studi di Robertson, tra l'altro citato con precisione e dettagli da Jung
in " Simboli della Trasformazione ", per accorgersi che le colonne d'Ercole, anticamente non erano a Gibilterra, ma tra la Sicilia e le coste Libiche.

La proiezione del mito di Eracle in quello di Cristo fa parte di quella immensa galleria di informazioni che i" Mitologi " propongono.

Simone di Cirene appare come un fantasma di Eracle.


E' la scuola dei Mitologi , aperta dal Drews, che sostiene l'inserimento di elementi leggendari nei Vangeli, in particolare nella scena della " passione "

zio ot
[/quote]

Un altro Transitus al Mitreo del Circo Massimo


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il link :

http://www.imagoromae.com/mitreo_EN.ashx

Mithra porta il toro al sacrificio.

Non ho dubbi sul fatto che i Vangeli abbiano costruito la Passione di Cristo
prendendo spunto da Mithra.



zio ot [;)]



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LE ORIGINI DEL MITO





http://mitodicristo.blogspot.com/2018/0 ... mitra.html



ercole come portatore della croce.png






Figura copiata da Tavola CXXVII nel Volume 1, Parte 2 de L'Antiquité Explicuée, di Bernard de Montfaucon (1729). Secondo de Montfaucon, la figura fu scolpita su un'antica pietra preziosa di proprietà di un certo “M. le Cavalier Maffei, gentilhomme du Pape”, un famoso antiquario del suo tempo.



LO SFONDO MITICO DELLA FIGURA DI PIETRO



Pubblicato da G. Ferri a domenica, settembre 09, 2018


AUTORE : Arthur Drews



Perché Gesù conferisca le chiavi del cielo a Pietro, è necessario prima che egli stesso le possieda. Di fatto, l'Apocalisse — la cui natura cristiana non è stata stabilita in alcun modo nel significato comune e che in tutta probabilità deriva da una fede in un Gesù precristiano [26] fa dire al salvatore: “Io sono il primo e l'ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell'Ades”. [27] In alcun modo questo si deve comprendere come una semplice figura retorica. Ciò a cui questo riferisce sono le chiavi delle due porte del cielo, che recitano un ruolo così importante nella mitologia mediorientale, e che secondo Porfirio [28] si devono associare in realtà al sole e alla luna. Attraverso la porta della luna le anime discendono sulla terra; attraverso la porta del sole le anime ascendono al cielo. Secondo Macrobio, [29] le due porte si devono trovare nel cielo ai punti solstiziali (tropici) del Cancro e del Capricorno, dove la Via Lattea interseca lo zodiaco.



Ora il punto solstiziale del Capricorno è dove dev'essere trovata la porta del gran diluvio o stagione di inondazione, perché di inverno il sole — salendo sempre più in alto da questo punto — deve passare attraverso i segni dell'Aquario e dei Pesci, e quando è in quei segni si verifica la stagione delle piogge. D'altra parte, al punto solstiziale del Cancro è dove troviamo la porta del fuoco celeste, dove il potere del sole è al suo apice — così che da ora in poi esso deve declinare di nuovo verso il basso e così recare la stagione buia. Proprio come la deità raggiunge la terra della resurrezione e della luce solamente attraversando le acque celesti, così anche le anime guadano il fiume della rinascita allo scopo di ascendere al regno celeste.



Comunque, se hanno seguito il percorso nell'oscurità della vita mortale, la porta del fuoco celeste si chiude dietro di loro, come si chiude dietro la divinità, e possono solo trovare la via di ritorno al loro paradiso perduto viaggiando attraverso tutti i segni dello zodiaco — dodici stazioni di passione del dio salvatore!


La deità che, secondo quest'interpretazione, porta le chiavi celesti è nient'altro che il dio sole — il sole come un corpo celeste che si muove verso il basso e verso l'alto, come un essere che soffre, muore, e risorge, come il dio che si consegna alla morte ed è sepolto così che con la sua stessa caduta il resto della creazione possa ottenere la vita. Come tale egli porta anche il nome Dôd, Dodo, Dadu, Daûd, o Davide — che significano tutti “diletto”. [30]




Poiché il dio che liberamente si sacrifica per altri esseri appare nella religione mediorientale come il “figlio diletto” del padre celeste e contemporaneamente come il “diletto” della “vergine celeste” e dèa madre nel significato sessuale di questa parola. Ci si rammenta della relazione tra Tammuz e Ishtar, di Adone (Adonai = “Signore”) (Hadad) e Atargatide (Afrodite), di Attis e Cibele, di Osiride e Iside (qui, naturalmente, da non intendersi come sua madre ma come sua sorella), ecc. [31]

Pure nell'Apocalisse, questo è come dobbiamo comprendere “il Santo”, “il Veritiero”, e “colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre”. [32] Si tratta del dio sole — che emerge dalla porta del fuoco celeste al fine di prepararsi al suo arduo percorso attraverso l'esistenza mortale, che entra per la porta del grande diluvio o inondazione (ossia, nell'inferno) al fine di salvare le anime dalle tenebre e dalle privazioni dell'inverno — che è di fatto il legittimo possessore delle chiavi del cielo, cioè, le chiavi per entrambe le porte del cielo stellato. È soltanto conveniente che nella religione mediorientale si dovesse rappresentare un essere di siffatta natura come un apritore e chiuditore celeste. [33]

Ora accade che il dio che discende dal cielo e, col suo potere, accende la vita sulla terra, ha una roccia o pietra come suo simbolo primevo. Proprio come il fuoco celeste e l'accensione del sole discende sulla terra, così anche il mondo divino della luce e del fuoco si manifesta più drammaticamente nei meteoriti e nelle pietre del tuono che cadono dal cielo — i loro stessi nomi manifestano la loro relazione al regno della luce eterna e dei corpi celesti. Troviamo, perciò, per tutta l'antichità sia nell'Oriente che in Occidente, un culto di rocce a fianco a fianco con il culto degli dèi nella forma di piante (alberi), animali, o persone. Le rocce erano ritenute esseri provvisti di anime perché si poteva sprigionare scintille da loro — e il fuoco e l'anima nel pensiero dei popoli primitivi diventano mescolati come una sola e stessa idea. Così era possibile consacrare rocce sacre o altari di pietra, così da poter ungere di olio, al pari di Giacobbe, la roccia a Betel o a Luz [34] e battezzarla nel nome di una deità particolare.

Così anche gli antichi israeliti conoscevano il “il dio-roccia” e lo amalgamarono con l'idea del sole in quanto il re-salvatore divino. Nel cosiddetto Cantico di Mosè [35] la “roccia” degli israeliti è glorificata al di sopra della roccia dei nemici di Israele, e si può osservare che qui la roccia è concepita come un essere generativo e partoriente — un dio il cui culto era associato con qualche sorta di sacramento a base di vino. Questa, comunque, è una caratteristica di un vittorioso dio dell'anno o del sole, che all'apice del suo potere fa maturare l'uva e di cui (Dioniso, Osiride) [36] si suppone che avesse insegnato la viticoltura all'umanità. Incontriamo il dio-roccia ancora una volta nel passo di Daniele dove parla della rimozione di una roccia, senza mani umane, da una montagna e la sua caduta per frantumare il colosso dai piedi d'argilla — che Daniele interpreta come l'avvento del Messia. [37]


Nel terzo capitolo del profeta Zaccaria (da leggersi in una luce messianica) vi appare un sommo sacerdote di nome Giosuè, di cui si suppone che avesse condotto a Gerusalemme gli ebrei di ritorno dal loro esilio a Babilonia, [38] e che nella coscienza ebraica veniva confuso fin troppo facilmente con Giosuè, il figlio di Nun (sotto la cui guida gli israeliti raggiunsero la terra promessa da Dio, la “terra del Padre”). Jahvé gli indica una roccia mistica con sette occhi, sulla quale dipenderà la salvezza del futuro. Ora i sette occhi si riferiscono ovviamente ai sette occhi di Jahvé [39] (che nell'immaginazione antica si supponeva fosse sul trono dell'arca dell'alleanza), e corrispondono come tali ai sette Ameša Spenta, gli spiriti luminosi della religione persiana, siccome trovano il loro riflesso celeste nei corpi celesti (“pianeti”) che sono sette di numero.


La pietra con i sette occhi su di essa, comunque, è quella che i rabbini chiamavano l'eben shetîyya, la quadrata “pietra di fondazione” [pietra angolare]. Nel Secondo Tempio, dopo il ritorno degli ebrei dall'esilio, occupava il posto dato in precedenza all'arca dell'alleanza. [40] I rabbini la legavano al Messia, parzialmente perchè eben avrebbe potuto significare proprio altrettanto bene “figlio”. Così, il figlio divino era caratterizzato come la “pietra di fondazione” come pure il “mediatore” e l'“espiatore” del mondo, dal momento che la pietra serviva per l'altare su cui il fuoco sacrificale divampava verso il cielo. Allora anche l'idea dell'oggetto “unto” (l'altare di pietra) diventava immediatamente mescolata con quella dell'altro unto (il Messia). In questo senso anche Cristo è chiamato una “roccia spirituale” da Paolo [41] e nella prima epistola di Pietro 2:4-5 egli è riferito chiaramente come una “pietra vivente”.


Nel credo persiano, con cui gli ebrei divennero familiari durante la loro cattività, il dio che era sia mediatore che salvatore recava il nome di Mitra, ed anch'egli serviva come il “figlio” del dio del cielo, Ahura Mazdā, come l'eroe solare guerriero e conquistatore (Deus Sol Invictus), e come il dio di santità, verità, e vita. [42] Così Mitra era uno stretto cugino di Hadad, Tammuz, e Adone, come pure del Messia ebraico. Associato al suo culto c'era anche un sacramento del vino, una “bevanda spirituale” come Gesù è chiamato da Paolo, [43] e Mitra era chiamato semplicemente il “dio-Roccia”, il “Nato da Roccia” (Petrogenes, ho ek petras, Saxigenus), in effetti egli era chiamato semplicemente “la Roccia” (Petros, Pietro). Questo era parzialmente a causa della sua natura primeva come un dio del fuoco emerso come scintille sprigionate da una roccia (che sembra così nato da una roccia), e parzialmente perché la fiamma eterna che era mantenuta in Persia su un altare di pietra rafforzava il legame tra il dio del fuoco e la roccia. Ma si faceva il legame anche perché ogni giorno nella forma del sole egli irrompeva dalle “rocce di nubi” e la stella del giorno che si levava dietro le montagne della Media richiamava l'idea che la deità nascesse dalla roccia stessa. [44]



Proprio come Mosè (Moyses) fa scaturire acqua da una roccia con un bastone, e proprio come il suo analogo Dioniso (Sabazio) — che recava a sua volta il nome Mises (un'allusione al liquido rinvigorente) — fece fluire il vino da una roccia col suo bastone di tirso, così pure Mitra suscita acqua o vino dalle rocce, e i supplici vanno a dissetarsi. In effetti, così strettamente legato è il persiano Mitra al re-salvatore ebraico che egli (o il suo assimilato dio del tempo “Eone”, Zervan Akarana, il cosiddetto Crono o Saturno mitraico) porta chiavi mistiche — così che al pari di Gesù, come salvatore celeste e deità mediatrice, egli potesse aprire le porte del cielo per l'umanità rivelando le parole divine di redenzione.
Secondo questa visione, l'“uomo-roccia” dei vangeli porta la stessa relazione al Gesù dio della roccia e custode della porta (custode del cielo) come il dio del tempo della religione persiana la porta a Mitra.


Il dio del tempo rassomiglia a Mitra come lo farebbe un parente o predecessore più antico, spinto da lui al secondo posto, oppure come uno che ha spartito le funzioni del suo ruolo e ora figura accanto o dietro di lui come suo aiutante, e poi di nuovo è diventato amalgamato con lui in una sola persona. [45] Tuttavia Mitra è chiaramente solo una reincarnazione mitica di quell'aspetto del dio fenicio del cielo (Baal Shamin) che era disposto favorevolmente verso il genere umano — la forma rivelata più importante del più antico e più elevato dio del cielo. Nell'immaginazione dei suoi seguaci, egli serve come il presunto fondatore e primo governatore della chiesa — sebbene la distinzione tra quei ruoli non sia tracciata così chiaramente come lo è tra Cristo e il suo discepolo nella Chiesa cattolica romana.


Ora non è solo il nome Pietro che tradisce la natura mitica del nostro personaggio, ma anche l'altro nome che reca nei vangeli. Infatti il nome Simone (Simeone) è a sua volta il nome di un dio. È di fatto lo stesso nome di Sem, Shem, o Shamash, come era chiamato il dio sole nel Medioriente, e di cui incontriamo l'incarnazione umana nella personalità biblica Simson o Sansone (ossia, “piccolo sole”). In Fenicia, Sem era un altro nome per Ercole o Melkart, che era adorato anche in Egitto e lungo il Nord Africa.


Nella semi-gentile Samaria, la cui popolazione non solo stabiliva un commercio attivo coi fenici, ma era diventata fortemente infiltrata da elementi fenici dopo l'Esilio Babilonese, Simone (Semo) era noto con l'epiteto ho Megas (ossia, “il grande”) perfino ancora al tempo di Gesù e operava come il dio più alto. [46] A partire da questo, gli Atti degli Apostoli (una fonte storica altamente discutibile) fabbricò un “Mago” o prestigiatore, Simon Mago, che faceva girare la testa della gente rappresentandosi come “un qualcosa di grande”, la “potenza di Dio”, ed era in effetti considerato un dio e si supponeva che fosse entrato in competizione col vangelo. [47] Secondo Girolamo, [48] si suppone che Simone avesse detto “Io sono la parola di Dio, il Paraclito (avvocato), onnipotente, Dio tutto in tutto”. Ireneo [49] riporta che egli affermò di essere stato lo stesso che in Giudea apparve come il “Figlio”, in Samaria discese come il “Padre”, e ai restanti popoli arrivò come lo “Spirito Santo”. Secondo Giustino [50] ed Ireneo, [51] si suppone che Simon Mago avesse viaggiato in giro con una certa Elena, che egli rappresentò come un'incarnazione della divina sapienza (Sofia) oppure il suo primo pensiero (Ennoia). Secondo le Omelie Pseudo-Clementine, si suppone che avesse affermato che lei fosse discesa sulla terra dal cielo, e fosse la divina Signora, la Grande Madre, e fosse l'essenza dell'esistenza, ma in realtà lei sarebbe stata estratta da un bordello di Tiro.



In realtà, comunque, l'Elena di Simon Mago è nient'altro che Selene, la dèa della luna siriana Ashera-Astarte, che grazie al suo culto lascivio era famigerata per tutta l'antichità ed era adorata specialmente a Tiro (così la storia che lei proveniva da un bordello di quella città). Nei cosiddetti Ritrovamenti, [52] lei stessa è riferita come Luna (la luna), e la sua relazione con Simon Mago riflette la semplice circostanza che nel pensiero siro-fenicio la dèa della luna, in quanto l'intelligenza divina, come Ennoia o Sofia, era coordinata col dio sole, e i due assieme esprimevano per prima l'intera essenza della divinità. [53] Forse qui è dove dobbiamo guardare per trovare la ragione per cui il Simone (Pietro) dei vangeli era l'unico dei discepoli ad essere sposato. [54] L'idea che sia in realtà identico a Simon Mago emerge dall'antagonismo tra lui e il mago samaritano, come questo antagonismo viene espresso negli Atti degli Apostoli, [55] e specialmente nei cosiddetti Atti di Pietro.



Come così spesso è il caso nella maniera mitologica di guardare alle cose, troviamo il mitico rigenerato o doppio di un dio, che vuole che i suoi devoti insedino lui al posto del suo predecessore, indotto a combattere con la sua controparte più antica. Tale è il caso con Crono contro Urano, Zeus contro Crono ed Ercole contro Zeus oppure il gigante Turio (il germanico Thor). Così troviamo il cristiano Simone che combatte il pagano Semo, l'apostolo e rappresentante della nuova fede salvifica contro quello della vecchia fede (che per ora sembra falsa ed eretica), e lo sconfisse — ma non senza aver costretto quest'ultimo a riconoscere la più grande verità della nuova fede. Simon Mago, secondo la tradizione, precedette Simon Pietro (l'araldo della nuova fede) nel recarsi ad occidente, e Pietro lo seguì a Roma. Naturalmente, entrambi sono semplicemente incarnazioni del sole, che si muove da oriente ad occidente, ma naturalmente con la distinzione che ora è Pietro la “vera luce” in opposizione al Samaritano che è “tenebra”, ed è abbassato come un impostore ignorante che abbaglia solo con la luce rubata da Pietro.


Ad ogni caso, il culto del samaritano Simone per qualche tempo dev'essere stato un energico concorrente del cristianesimo in certe regioni. Indizi di questo si possono trovare in Ireneo, [56] il quale disse che il mago Simone era il “Maestro e progenitore di ogni eresia”, e in teologi letteralisti che al giorno odierno si degnano di parlare di lui con espressioni del più profondo disprezzo. Allo stesso tempo si può mostrare che nel generale miscuglio religioso (sincretismo) del tempo, il dio sirofenicio del sole si era fuso anche con il persiano Mitra, che a sua volta era riferito come un “Mago”. Questo rende naturale supporre che nel contesto tra simoniani e cristiani, contemporaneamente i cristiani coinvolsero i seguaci di Mitra nella loro lotta competitiva. [57]


Ora il simbolo del pilastro celeste era legato al dio del sole del Medioriente, spiegando il fatto che il dio stesso poteva recare il nome Khon, Khiyun, Khewan, o Keiwan — ossia, “colui che sta eretto” o il “pilastro” (in greco kíon). Come fondatore, sostenitore, e reggitore della volta del cielo (firmamento), egli era visto come il sostenitore del sistema del mondo. Così anche Simon Mago, secondo le Pseudo-Clementine era chiamato ho Hestōs, ossia, “lo Stante”, ed era adorato nella forma di un pilastro di roccia sul monte Gerizim in Samaria. Può realmente essere solo un accidente —oppure una malizia premeditata — che, come ha mostrato Smith, [58] in Giovanni 18:16,25 pure Simon Pietro è riferito come hestōs (“stante”), laddove i sinottici [59] alla stessa occasione (la sua presenza nel cortile del palazzo durante il processo di Gesù) lo rappresentano come kathēmenos (“seduto”)?


Come è ben risaputo, anche i pilastri recitano un ruolo speciale nella storia di Sansone. Appena gli uomini da Gaza lo minacciano, egli abbatte i pali della porta della città (pillastri) e li porta sulle sue spalle fino in cima alla montagna di fronte all'Ebron. [60] E poi quando egli viene accecato e viene preso prigioniero dai Filistei di Gaza, quando lo collocano tra due pilastri della grande sala in cui stanno celebrando la loro vittoria sui loro terribili nemici, egli fa girare il suo braccio destro attorno ad uno dei pilastri, il suo braccio sinistro attorno all'altro, ed abbatte entrambi i pilastri e l'edificio da essi sorretto. [61] Mentre Sansone giunse ad una fine a Gaza, si suppone che l'Ercole di Tiro (Melkart) fosse morto a Cades (Cadice), dove furono preservate le sue ossa. [62]


A Cades, comunque, erano localizzate le due famose colonne che il dio di Tiro (secondo Apollodoro [63] e altri) aveva trasportato là e si suppone che le avesse poste alle estremità della terra presso il luogo dove il sole tramonta. In realtà, comunque, le due colonne erano il simbolo del dio, ed Ercole/Melkart era semplicemente il “dio-Pilastro” fenicio. Secondo Erodoto, [64] nel suo tempio a Tiro c'erano due colonne, una d'oro, l'altra di smeraldo; una brillava di giorno, l'altra di notte — simboli del sole e della luna, oppure dei due solstizi nel percorso del sole attraverso l'anno. Anche nel tempio di Salomone, [65] modellato secondo quello dedicato ad Ercole a Tiro, si trova un posto per quelle due colonne; una di loro che reca il nome di Boaz (“forza”), l'altra Jachin (ossia, “egli erige, fonda, sostiene”). [66] Ercole che porta le colonne era nell'antichità un simbolo favorito della fatica ardua, opprimente.


C'è anche un'immagine mitica relativa alle colonne: la croce di Cristo. Il dio che barcolla, piegato dal peso dei pilastri, riappare nello stesso Nuovo Testamento nell'immagine del salvatore che collassa sotto il peso della croce. La croce a due braccia, comunque, è anche nel cristianesimo il simbolo di una nuova vita e di un divino ordine mondiale, [67] proprio come i due pilastri nel culto dell'Ercole di Tiro o Libico, oppure di Shamas o Simone. C'è poco da meravigliarsi, allora, che i tre evangelisti sinottici aggiungono al salvatore che porta la croce un altro personaggio che porta la croce — uno che non solo è chiamato Simone, ma che si suppone provenisse da Cirene (cioè, dalla Libia), dove era nato probabilmente il mito dell'Ercole che porta il pilastro. Secondo un'antica descrizione, [68] la forma creata da Ercole che trasporta le colonne era la forma di una croce.
Questo offre la fonte per la leggenda del portatore della croce Simone di Cirene. [69]



Il Baal-Khon o Ercole di Tiro — come dio della battaglia, mediatore, e salvatore dell'ambito culturale siro-fenicio che sorregge l'universo contro il mostro Tifone, in quanto il rappresentante deificato del sole che passa attraverso i dodici segni dello zodiaco (le dodici fatiche di Ercole) e che al solstizio d'inverno (25 dicembre, stile antico) è ucciso dal suo nemico Tifone ma risorge trionfalmente ancora una volta e reca nuova vita al mondo — rassomiglia fin troppo al “Deus Sol Invictus”, il sole invincibile del mondo mitico persiano-babilonese, per essere sfuggito alla confluenza pervasiva di flussi religiosi che accadeva al volgere della nostra era. [70] Al pari di Ercole, anche Mitra trasporta un bastone come sua arma favorita: “In alto si levò il bastone di Mitra, eterno, il frutto del deserto”, dice lo Yesht di Mitra, e “col bastone Mitra sconfisse i Div” (demoni). Proprio come Mitra ha il dio del tempo al suo fianco (e spesso sembra che i due siano realmente lo stesso essere), così anche Baal-Khon o Melkart è legato al Baal del Cielo (Baal Shamim), il “progenitore di tutto”, il dio del tempo che gli antichi indicavano come il distruttore di ogni esistenza, come pure il pianeta Crono o Saturno.




Dal momento che secondo la sua natura solo il suo aspetto rivolto agli umani era manifesto — la manifestazione visibile del dio del cielo — era detto che fosse di quest'ultimo il “figlio unigenito”, ma nondimeno era eguagliato al suo padre celeste, l'organizzatore e regolatore delle stagioni. Come tale era raffigurato con la testa di un leone e circondato da un serpente con la sua testa che giace sulla testa del dio — apparendo così a due teste. [71] Assieme all'introduzione dell'Ercole di Tiro, la religione mitraica adottò allo stesso tempo anche il simbolo di quest'ultimo della colonna di pietra, e Mitra, il dio-roccia, appare come il dio pilastro che regge il cielo oppure come un pilastro del cielo, s
u cui si basavano il regno e l'autorità degli dèi.



Secondo le idee greche, comunque, il reggitore della volta del cielo era Atlante. Non meraviglia, allora, che nell'iconografia della religione mitraica incontriamo Atlante assieme alla figura di Ercole (le cui dodici fatiche erano una rappresentazione simbolica dei segni conosciuti dello zodiaco) poiché egli trasporta il globo — sebbene progressivamente con meno frequenza, poiché Ercole ed Atlante divennero fusi sempre più nella mente degli antichi. Così si suppone che Ercole avesse lasciato temporaneamente il suo fardello al gigante del cielo per tutto il tempo della sua visita alle Esperidi e da lui, secondo Clemente, [72] Ercole ricevette una conoscenza delle materie celesti, che fu scritta sulle colonne, [73] e così la figura di Atlante diventò associata per un verso all'immagine delle colonne; come è ben noto dall'Odissea,




[74] Atlante doveva occuparsi delle imponenti colonne che tenevano i cieli separati dalla terra. Il dio aveva una posizione sia nella mitologia che nella religione dei Siriani. Secondo Luciano [75] la sua statua si poteva trovare nel tempio di Ierapoli accanto a quella di Atargatide (Simone-Elena), e gli ebrei d'Assiria lo identificarono con Enoc e lo considerarono l'inventore dell'astrologia. [76] Atlante non era, comunque, semplicemente il reggitore della volta del cielo e, come dio pilastro, la controparte greca di Khyun o Ercole. Egli era anche una specie di dio delle acque. Nel passo citato dall'Odissea è detto di lui che conosceva le profondità dell'intero mare. [77] Così egli divenne fuso ulteriormente con Proteo, il dio del mare, che a sua volta era visto come il reggitore del cielo, come si può osservare in Eneide 11:262 di Virgilio che parla delle “colonne di Proteo”, che nell'oriente corrispondevano alle colonne di Atlante oppure alle colonne di Ercole nel settentrione o nell'occidente.




Non era per la responsabilità di Atlante, tuttavia, che il greco Proteo diventò prima fuso con il Crono mitraico e il fenicio Baal Shamin (Crono o Saturno) in una singola figura. Il suo nome (che secondo Preller [78] significa “il primevo del diluvio”) corrisponde a quello di “antenato di ogni cosa”, come era chiamato il dio del cielo fenicio — proprio come il Zervan Akarana (l'“increato creatore di tutto”), il dio più antico della religione persiana. L'orfismo lo identificava con il “Primogenito” — Protogonos o Phanes — semplicemente il fuoco, la luce, e il dio del sole che emerge dall'uovo cosmico. Lo rappresentava androgino e con ali d'oro, a testa di toro o anche a doppia testa, e con un serpente sul suo capo, come è rappresentato il Crono mitraico. [79] Parimenti gli assegnava nelle sue mani le chiavi del cielo, che nel suo caso rappresentavano le “chiavi del mare”. [80]



A Menfi in Egitto, secondo Erodoto, [81] godeva di un culto speciale e, come si suppone che Simon Mago avesse avuto la sua Elena al suo fianco, così pure lo storico greco associa il Proteo egiziano alla “straniera Afrodite” (ossia, Ashera), il cui tempio era localizzato entro i recinti del suo santuario. Di conseguenza, originariamente Proteo era semplicemente un nome greco per il cielo fenicio o il dio del sole, e quando i greci preferivano comprenderlo come un dio delle acque, come una sorta di Vecchio del Mare che, per volere di Poseidone, guidava il suo branco (le creature del mare), i Fenici lo eguagliarono alle acque primordiali, l'oceano (Okeanos o Poseidone). [82]


Provvisto di una natura amichevole e fiduciosa, Proteo era considerato specialmente dai greci uno spirito inaffidabile e incostante, il cui capriccio e perpetuo mutamento di forma lo rese, secondo Omero, un essere difficile da comprendere. Allo stesso tempo, pensavano meno a proposito della volubilità e della instabilità del mare che del sole, il quale secondo una concezione astrologica estremamente antica mutava ogni volta nella figura zodiacale nel cui segno penetrava. Proteo, dovendo la sua identità al dio del sole, è perciò il grande trasformatore e mutatore di forma, e il suo legame con l'acqua deriva dal fatto che il sole, all'inizio dell'anno, è in Aquario, e il suo passaggio attraverso i restanti segni zodiacali è interpretato come la trasformazione di Aquario negli altri segni zodiacali.


Secondo il capitolo 68 del Libro Egiziano dei Morti, Petra (Anubi) esegue la funzione di custode delle anime nel regno dei defunti e, di conseguenza, detiene le chiavi degli inferi. Il nome ricorda non solo Proteo, ma anche Pietro. Pietro, come abbiamo notato, porta anche il nome di Simone, il nome del dio-pilastro. Paolo lo chiama un “pilastro” della chiesa di Gerusalemme, e Gesù lo definisce la “roccia” su cui fonderà la sua chiesa — il “Regno dei Cieli”, così che “le porte degli inferi non prevarranno su di essa” — e gli comanda: “Pasci le mie pecorelle”. [83]



Possiamo rammentare la natura di Pietro come viene descritta da Paolo e dai vangeli — la sua inaffidabilità, instabilità, e la sua incostanza — e osservare più chiaramente la relazione tra Pietro e Proteo. In effetti, la relazione tra Pietro, Petra, Proteo, ed Ercole o Simone (Semo) diventa ovvia quando si considera il fatto che anche Pietro — un pescatore di Betsaida (“casa della pesca”, che significa la stessa cosa di Beth Sidon, la città del Simone fenicio) — è collegato alle acque e realizza il miracolo di un dio del mare, camminando sulle onde. Sui monumenti mitraici dei primi secoli dell'era comune, assieme ad Ercole troviamo raffigurati anche Atlante ed Okeanos (Poseidone). Quelli sono comunque, come notato, solo forme differenti di Proteo, la materia creativa primordiale e il potere primevo, dal momento che l'Ercole di Tiro, il figlio di “Aquario” Baal-Crono (Saturno), è conosciuto dai greci come un figlio di Poseidone e, secondo Nonno, [84] come colui che insegnò la costruzione delle navi ai Fenici. Anche secondo Clemente [85],



Atlante costruì la prima nave e con essa navigò sull'oceano chiamato col suo nome. In Egitto, Ercole (sotto il nome di Horus) era il traghettatore delle anime, che trasportava i defunti lungo il fiume della morte nell'aldilà. Egli era il dio della luce o il dio del giorno che, con gli eroi più eccellenti nella sua barca solare, guida attraverso le dodici ore del giorno, facendo battaglia con il mostro che spalancava le acque della perdizione e le porte degli inferi. Questo è reminisciente, come ha notato correttamente Sepp, della “piccola barca di Pietro” o dell'“arca della chiesa” che i credenti guidano attraverso il diluvio di questo mondo alle rive dell'aldilà, la nave il cui albero è la croce. [86] Come si sa, anche Ercole ebbe potere da Zeus di legare e di sciogliere, poichè egli incatenò l'orribile cane infernale (Cerbero) e liberò Prometeo dalle sue catene, ossia, egli conquistò la morte e liberò la vita.



Ora nel folklore perfino oggi, Pietro è noto per essere associato all'acqua. Egli serve come un creatore del tempo, dal momento che il tempo è proprio altrettanto capriccioso e instabile come il custode celeste. Nel Giorno di Pietro e Paolo non ci si bagna in mare aperto, poichè in questo giorno le acque richiedono una vittima. In effetti, nel folklore egli è collocato a malapena al posto del dio della tempesta Thor, nella misura in cui anche lui decide il tempo, apre le chiuse delle nubi, ed è anche una sorta di divino custode della porta, recando le chiavi del cielo nella forma del suo martello e possiede con Odino la stessa relazione del dio del tempo persiano con Mitra, quella dell'Ercole fenicio con Baal Shamas, e quella di Pietro col suo (più giovane) maestro, Gesù. Così accade dappertutto che gli alberi sacri o le colonne di pietra dedicate al dio germanico del cielo e del tempo — come per esempio l'Albero di Thor (Donarseiche) nell'Hessen e l'Irminsul (Irminsäule) sull'Eresburg sono stati sostituiti da chiese dedicate a San Pietro, ovviamente perchè in questi luoghi ci si ricordava del dio pilastro Ercole (che già Tacito aveva identificato con Thor), [87] con cui l'uomo acqua-e-roccia cristiano — il “pilastro” della chiesa di Gerusalemme — è di fatto più intimamente associato.



[88]
tutte le relazioni fin qui addotte tra Pietro e le altre forme divine citate vengono assieme nella forma del dio romano Giano. Già Dupuis, nel suo trattato monumentale L'origine de tous les cultes ou religion universelle (1795) Volume 5, dimostrò l'identità di Giano e di Pietro; [89] e anche C. F. Volney, nell'edizione successiva delle sue Ruins of Empires (1791), fece l'associazione (Affermazione 297). Quelle straordinarie ricerche, basate su una comprensione fondamentale delle concezioni astrologiche dell'antichità, furono eclissate dal razionalismo teologico negli anni successivi, tuttavia, e caddero nell'oblio. Solo di recente hanno ricevuto ancora una volta attenzione nella scuola di storia delle religioni (Religionsgeschichte) della moderna Assiriologia (Winckler, Stucken, Jensen, Schrader, Jeremias).



In linea con la sua natura (che è anche implicata dal suo nome) di antico dio della luce e del giorno (Dius, Dianus — la forma maschile di Diana) al pari del dio persiano del tempo e del Baal del Cielo fenicio, e contemporaneamente da rappresentante divino del sole che caccia vittoriosamente le tenebre della notte, Giano fungeva da principe celeste delle chiavi. Egli era sia apritore (Patulcius) che chiuditore (Clusius), dal momento che sia in cielo che sulla terra governava ogni ingresso e ogni uscita. Tutti i fenomeni che salgono o discendono dal cielo, le nubi e i venti, come pure il mare e la terra, secondo Ovidio [90] erano sotto la sua sovrintendenza. Egli è chiamato un “padrone di tutte le porte” — dal cui fatto in latino la porta deriva dal suo nome (Janua) proprio come il mese che inaugura l'anno (Januarius). Tramite lui solo passa la via per gli dèi della luce; così egli è il mediatore generale tra terra e cielo. Infatti non solo egli conduce le anime dei defunti al cielo, ma egli apre la porta del cielo alle preghiere dei mortali e assicura il loro accoglimento tra gli altri dèi. [91] Così egli siede con le Ore presso la porta del cielo, e perfino il sovrano degli dèi, Giove, non può accedere al cielo senza il suo permesso.



Concezioni astrologiche sono coinvolte in questa comprensione di Giano — come con i suoi parenti mediorientali Crono (Saturno) ed Ercole, Giano è il nome di una stella nella costellazione della Vergine, che al tempo del solstizio d'inverno — quando il sole comincia il suo viaggio annuale attraverso i dodici segni dello zodiaco — appare rapidamente nel cielo orientale e proclama così il ricominciamento del tempo. Il dio apre la porta del sole al punto solstiziale nel Capricorno e poi passa nel segno dell'Acquario, il trasportatore d'acqua che riversa le acque celesti dal suo recipiente; poi si sposta nei Pesci. È la piovosa stagione invernale, il tempo del diluvio e la stagione dell'inondazione. Per oltrepassare il diluvio deve avere una barca. E in effetti vi è comparsa proprio di fronte a lui la “nave di Giano”, assieme alla costellazione del dio nel cielo invernale orientale.



È il traghetto delle anime di Horus, la barca solare che Ercole guida attraverso le ore del giorno. Abbiamo già illustrato la sua relazione con la “piccola barca di Pietro”. Di fatto, Pietro come pescatore è a sua volta un Aquario, e, al pari di Giano, possiede una piccola barca da cui è propagata la salvezza per il mondo intero. [92]
Giano è riconosciuto pure per essersi comportato come un dio del tempo — sia per la sua relazione con l'acqua da stretto cugino di Ercole e Proteo oppure dell'equivalente mitraico Crono o Baal Shamim (Saturno) — e sia per il fatto che le figure di Saturno e di Giano diventano ripetutamente confuse nella mitologia romana. Al pari di Ercole, si suppone che anch'egli avesse insegnato ai suoi devoti l'arte di costruzione delle navi e fungeva così anche da dio dei porti (Portumnus) e da inauguratore e custode della navigazione. Per questa ragione, una nave si annovera tra i suoi attributi. Da chiuditore del cielo, Giano è raffigurato con una chiave nella sua destra; per questa ragione, egli è definito claviger, il “portatore di chiavi”. Anche Ercole, comunque, era definito claviger, solo che nel suo caso questa parola significa “portatore della clava”, dal momento che in latino clavis significa “chiave”, e clava significa “bastone”.




Ora Giano non solo chiudeva la porta del cielo alla sera e l'apriva al mattino e al principio di un anno nuovo; come chiuditore e apritore, la decisione spettava a lui nell'inizio di una guerra e nella conclusione di una pace. Qui lo stesso Giove, il sovrano del cielo, stava dietro di lui e agiva semplicemente alle sue direttive. Perciò, nelle preghiere ci si doveva rivolgere a Giano perfino prima che a Giove, e nei sacrifici doveva essere soddisfatto per prima. In effetti, “Padre Giano”, il “dio dei principi”, il “Dio degli Dèi”, questa più antica tra tutte le divinità italiche, (a dispetto del fatto che nel credo successivo recedesse dietro Giove come rappresentante dello stato romano), era un personaggio così importante che Giano fu realmente il principale capo dello stato, lo spiritus rector — come si può osservare anche nel titolo fornito al suo sacerdote: rex sacrorum.



Quanto strettamente questa posizione di Giano nel pantheon romano corrisponda a quello del papa, il presunto “Successore dell'Apostolo Pietro” all'interno della gerarchia cattolica romana diventa immediatamente evidente. Giano è il capo dei dodici mesi o segni dello zodiaco. Pietro è il capo dei dodici apostoli. E proprio come la sua natura di “Successore al trono di Vescovo di Roma” fornisce la base alla pretesa del papa alla supremazia sui dodici episcopati originari (e perciò il controllo dell'intera gerarchia ecclesiastica), così pure Giano a sua volta (secondo Macrobio 1:9), quando fondò il suo insediamento sul Colle Gianicolo e stabilì dodici altari (corrispondenti ai dodici mesi) offrì motivi a Roma di avanzare una pretesa al comando della Lega Italica, dal momento che accoglieva i santuari tenuti in comune all'interno delle sue mura. Giano è raffigurato, come notato, con la chiave del cielo nella sua mano sinistra, laddove da dio della strada detiene nella sua mano destra un bastone da passeggio, il bastone ricurvo di Osiride.



Quanto facilmente questo si poteva reinterpretare come il bastone del pastore appartenente al cosiddetto “supremo pastore del popolo”?
Giano è a due facce perchè, secondo Ovidio, da custode della porta celeste, egli guarda sia verso il mattino che verso la sera. Quanto sarebbe stato facile per ognuno, che non comprendeva il significato reale di questa doppia faccia, interpretare questa caratteristica del dio (che, come abbiamo illustrato, è una ripetizione del mitraico Crono e dell'Ercole di Tiro o Saturno) come un'ambiguità, una disunità nella sua natura, e concepire Janus bifrons (specialmente in vista della sua identità con Proteo) come un essere equivoco, mutevole, e incostante! Mentre Paolo e i discepoli rimanenti di Gesù sono raffigurati nell'arte cristiana in possesso di teste coperte da capelli, Pietro appare come un vecchio dalla testa calva. Anche questo è una rassomiglianza al Giano romano. Era a Roma che la festa di San Pietro cominciava a celebrarsi il 18 gennaio. Il 18 gennaio, comunque, il sole entra nel segno dell'Aquario — Giano — che a sua volta era ben noto come un pescatore dal momento che il segno dei Pesci segue quello dell'Acquario nello zodiaco. Così anche lo zodiaco mitraico cominciava col segno dell'Acquario e terminava col Capricorno.



Infine, ancora ulteriormente si può osservare che Pietro-Giano è solo un'altra forma del dio Gesù — che perfino lui non era originariamente il detentore delle chiavi del cielo, ma questa piuttosto era una conseguenza della sua concezione parimenti come un “Signore delle Porte”. In Giovanni 10:3, 7, 9 egli definisce sé stesso una “porta” (custode della porta) e la porta per il gregge: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”.
A Roma vi esiste una cosiddetta “cattedra di Pietro”, legata presumibilmente al “primo vescovo romano”. In realtà, tuttavia, la sua decorazione mostra di essere derivata dal culto di Mitra. In particolare, essa ostenta lo zodiaco come pure le fatiche del dio del sole sul suo lato frontale, [93] e non permette assolutamente nessun dubbio sul fatto che il sacerdote che esercitava i poteri della sua funzione dalla cattedra non era il cristiano, ma piuttosto il mitraico Pater Patrum (Padre dei Padri) o il Pater Patratus — come sceglieva di chiamarsi il sommo sacerdote del dio della roccia persiano.



Al pari del presente governante del cristianesimo cattolico romano, pure lui aveva la sua Sede sul Colle Vaticano. Inoltre, godeva della protezione di Attis, il giovane dio che muore e risorge dei misteri frigi riconosciuti in precedenza dallo Stato, con cui sua madre Cibele, l'archetipo della Maria cristiana, era stata adorata a lungo sul Colle Vaticano. [94] Anche Attis recava il nome di Papa, ossia, “Padre”. E “Padre” contemporaneamente è il nome assunto dal sommo sacerdote di questo dio che, al pari del “Successore al seggio di Pietro”, indossava una tiara sul suo capo e parimenti possedeva il potere “di legare e di sciogliere”.



Lassù sul Colle Vaticano, dove i fedeli erano “assolti dai loro peccati” per mezzo di un solenne battesimo nel sangue nel santuario di Attis e Mitra — su quel luogo è dove si presume che Pietro avesse trovato la sua fine durante la persecuzione romana dei cristiani. È il luogo dove la cupola di San Pietro venne eretta sulla cosiddetta “tomba dell'Apostolo”. È dove risiedeva originariamente il tempio non del cristiano, ma piuttosto del pagano, “uomo di roccia”. È semplicemente Attis sotto il nome di Agdistis, come abbiamo detto, un dio della pietra, uno nato dalla roccia, un Pietro. [95]

NOTE


[26] Si veda John M. Robertson, Pagan Christs, Studies in Comparative Hierology, Watts & Co., Londra, 1903, pag. 155s.

[27] Apocalisse 1:17s.

[28] Porfirio, De Antro Nympharum, § 268.

[29] Ambrosio Aurelio Teodosio Macrobio, Macrobii Ambrosii Theodosii Commentariorum in Somnium Scipionis, Libro 1, Capitolo 12.

[30] Eberhard Schrader, Die Keilinshriften und das Alte Testament, J. Ricker, Giessen, 1902, pag. 225.

[31] Questa è la ragione per cui, anche nell'Antico Testamento, re Davide è chiamato l'“uomo secondo il cuore di Dio” ed Eros recita un ruolo così grande nella storia di Davide. Qui tratti del re-salvatore celeste, del mito di Tammuz o Adone, sono diventati intrecciati con la storia del re storico come, per esempio, la lotta tra Davide e Golia riflette semplicemente la lotta tra il giovane sole (debole) di primavera con il possente gigante dell'inverno (Hugo Winckler, Die Geschichte Israels in Einzeldarstellungen, Volume 2, E. Pfeiffer, Leipzig, pag. 172-178; Alfred Jeremias, Das Alte Testament im Lichte des alten Orients seconda edizione, J. C. Hinrichs, Leipzig, pag. 488ss; si veda anche Bruno Baentsch, David und sein Zeitalter, WISSENSCHAFT UND BILDUNG Volume 16, Quelle & Meyer, Leipzig, 1907). È evidente che questo è anche il luogo in cui guardare per scoprire perché il Messia doveva derivare dalla Casa di Davide e nascere a Betlemme. Infatti è niente meno che un ringiovanimento mitico del dio sole salvifico, e secondo Girolamo (Epistolae 8:3), a Betlemme c'era un'antica grotta e santuario del siriano Adone (Dôd, Davide). Inoltre, anche nell'Antico Testamento, in molti casi non è un discendente di Davide, ma Davide stesso che deve apparire come Messia e restaurare Israele in tutta la sua gloria (Geremia 30:8ss; Ezechiele 34:22ss; 37:21ss).

[32] Apocalisse 3:7.

[33] Quanto vicino, dopotutto, sta il Messia apocalittico agli altri dèi salvatori del Medioriente (in effetti, è semplicemente il siriano Adone ad essere celato entro la figura del dio salvatore ebraico) si può osservare chiaramente nel verso 8 del primo capitolo dell'Apocalisse: “Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine”, dice la voce del Messia. L'alfa e l'omega, comunque, la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco, in combinazione formano un nome di Adone: Aô (in greco Aoos), come gli antichi Dori chiamavano il dio, e da cui la terra di Cilicia fu chiamata anche Aoa (Ludwig Preller, Griechische Mythologie, 4 Edizione, 1894, 363, 2).

[34] Genesi 28:18.


[35] Deuteronomio 32.

[36] Alfred Jeremias, Babylonisches im Neuen Testament, J. C. Hinrichs'sche Buchhandlung, Leipzig, 1905, pag. 33). Anche Agni, il dio vedico del fuoco e del sole, era compreso sotto il nome di Soma come l'inventore e rappresentante dell'“acquavite” animatrice ed era “unto” alla sua nascita sull'altare di pietra. Il fluido che scorreva dalla pietra permetteva alla fiamma di divampare rapidamente e potrebbe aver creato così l'impressione che il fuoco nascosto dentro la roccia stesse magicamente per scaturire. Si veda il mio libro Die Christusmythe, 1909, pag. 46s.

[37] Daniele 2:34s.; 2:44s.

[38] Esdra 3:2 e Zeccaria 3.

[39] Zaccaria 4:10.

[40] Isaia 28:16.

[41] 1 Corinzi 10:4.

[42] Ci si ricorda del “santo” e del “veritiero” dell'Apocalisse (Apocalisse 3:7).

[43] 1 Corinzi 10:4.

[44] È detto così anche di Agni nei Rigveda: “Essi (gli dèi) inviano il saggio capo dalla roccia come luce e delizia per la salvezza e il dominio del mondo” Rigveda 7 6:2. In Frigia, Agdistis (una forma di Attis) serviva come il figlio della vergine roccia Rea Cibele. A Roma c'era la donna della roccia Rea, la madre di Giove Lapis. Secondo l'opinione rabbinica l'anti-Messia Armillo sarebbe nato da una roccia, e anche il poeta medievale esprime questo legame tra una nascita rocciosa e quella del Salvatore, quando canta alla Madre di Dio con le parole:
Maria, signora bellissima,
nobile cinta di pietra di Dio
Da cui, senza la mano d'uomo,
Una roccia fu scavata...
(Citato da Johan Nepomuk Sepp, Das Heidentum und dessen Bedeutung für das Christentum, 1853, volume 1, pag. 242). Si veda Alfred Jeremias, Babylonisches im Neuen Testament, pag. 79s.

[45] Nella perlustrazione del lavoro monumentale di Cumont, Textes et monuments figuré relatifs aux mystères de Mithra, 1899, Volume 2, si presta attenzione alla somiglianza tra molte delle descrizioni del Crono mitraico e le descrizioni tradizionali di Pietro (si veda specialmente pagina 445).

[46] Giustino Martire, Apologia 1, 26:14.

[47] Atti 8:9s.

[48] Girolamo, Commentarium in Matthaeum, 24.

[49] Ireneo, Adversus Haereses, Libro 1, 23.

[50] Giustino Martire, Apologia 1, 26 & 56.

[51] Ireneo, Adversus Haereses, Libro 1, 23.

[52] Ritrovamenti Pseudo-Clementini 2, 14.

[53] Questo ci ricorda la “prostituta” che si associa a Sansone, secondo il Libro dei Giudici (16:1s).

[54] Matteo 8:14s.; Marco 1:23s.; Luca 4:38s.

[55] Atti, capitolo 8.

[56] Ireneo, Adversus Haereses, 1, 27.

[57] Riguardo Simon Mago, si veda: Ferdinand Christian Baur, Die Christliche Gnosis: oder, die christliche Religionsphilosophie in ihrer geschichtlichen Entwicklung, C. F. Osiander, Tubinga, 1835, pag. 302s.; Eduard Zeller, Die Apostelgeschichte, pag. 158s.
Una figura relativa a Simon Mago, il Grande Semo, è il “mago” Bar Jehu o Jesu (“Figlio di Gesù”) sull'isola di Pafo, che era anche noto col nome di Elima nei panni del consigliere del governatore provinciale Sergio Paolo, che si oppose all'Apostolo Paolo proprio come Simon Mago si oppose all'Apostolo Pietro (Atti 13:6s). Infatti Elima è El megas, “il grande El”, una forma del dio Gesù, come il cui figlio egli presentato in Atti, e la sua relazione col prefetto romano mostra semplicemente che quest'ultimo era stato introdotto ad una forma della fede di Gesù che era differente da quella di Paolo. Che queste forme differenti esistettero realmente nei primi giorni del cristianesimo è mostrato, per esempio, dall'alessandrino Apollo come pure dai dodici di Efeso, di cui leggiamo negli Atti degli Apostoli che avevano ricevuto soltanto il “battesimo di Giovanni” e che non sapevano nè dello Spirito Santo e neppure della morte di Gesù (si veda Christusmythe, 25). Così Elima è chiamato un “falso profeta” da Paolo che lo punisce con la perdita della vista — il dio Sole di Pafo, il Grande El, è accecato dal fulgore del nuovo dio-salvatore proclamato da Paolo. Inoltre, l'intero episodio di Elima (come ha già mostrato Bruno Bauer) è semplicemente una copia dell'episodio di Simon Mago e al meglio è un rivestimento leggendario della soppressione delle forme rimanenti della fede di Gesù da parte della nuova religione di Paolo.

[58] William Benjamin Smith, Der vorchristliche Jesus, Eugen Diederichs, Jena, 1905, pag. 14.

[59] Matteo 26:58, 69; Marco 14:54; luca 22:55, 56.

[60] Giudici 16:3.

[61] Giudici 16:21s.

[62] Arnobio di Sicca, Arnobii Disputationum Adversus Gentes Libri Septem, 1 25; Pomponio Mela, De Chorographia, Libro 3, capitolo 6, paragrafo 46.

[63] Apollodoro, Libro 2, 5:10.

[64] Erodoto, Le Storie, Libro 2, 44.

[65] 1 Re 7:21. “Eresse le colonne nel vestibolo del tempio. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz”.

[66] Le “colonne” d'Ercole erano, com'è anche apparente dal rapporto biblico, nient'altro che pilastri fallici colossali, che stavano comunemente di fronte ai templi degli dèi (compreso quello di Atargatide a Ierapoli in Siria) — l'archetipo dei campanili sulle chiese cristiane (Friedrich W. Ghillany, Die Menschenopfer der alten Hebräer, eine geschichtliche Untersuchung, 1842, pag. 143.

[67] Si veda Christusmythe, pag. 78s.

[68] Riportata in L'antiquité expliquée di Bernard de Montafaucon, Volume 1, Parte 2, pag. 210. Si veda la figura sopra.

[69] Matteo 27:32; Marco 15:21; Luca 23:26.

[70] Franz Carl Movers, Die Phönizier, Volume 1, Untersuchungen über die Religion und die Gottheiten der Phönizier, Bonn, 1841, pag. 428s.

[71] Movers, loc. cit., pag. 261-267; pag. 445s.

[72] Stromata 1, 15:73.

[73] Movers, loc. cit., pag. 98, 294.

[74] Omero, L'Odissea, Libro 1, riga 52.

[75] Luciano di Samosata, De Dea Syra, Paragrafo 38.

[76] Cumont, loc. cit. Volume 1, pag. 90.

[77] Si veda Ludwig Preller, Griechische Mythologie, pag. 561.

[78] Ludwig Preller, Griechische Mythologie, pag. 609.

[79] Si veda Cumont, loc. cit., Volume 2, pag. 75s.

[80] Inni Orfici, 25:1.

[81] Erodoto, Le Storie, Libro 2, Paragrafi 112s.

[82] Franz Carl Movers, Die Phönizier, Volume 2, parte 1, Das phönizische Alterthum, Berlino, 1849, pag. 112.

[83] Giovanni 21:15s.

[84] Nonno, Dionysiaca, 40.

[85] Clemente di Alessandria, Stromata, 1 16. [“Atlante il Libico fu il primo che costruì una nave e navigò sul mare”].

[86] Johan Nepomuk Sepp, Das Heidentum und dessen Bedeutung für das Christentum, volume 2, pag. 467.

[87] Tacito, Germania capitolo 34.

[88] Si veda Simrock, Handbuch der deutschen Mythologie, quarta edizione, 1874, pag. 269s.

[89] Charles Dupuis, L'origine de tous les cultes ou reliion universelle, Volume 5, 1795, pag. 138, 266s.

[90] Ovidio, Fasti, Libro 1, righe 117s.

[91] Ovidio, Fasti, Libro 1, righe 171s.

[92] Luca 5:3.

[93] Si veda l'illustrazione nell'edizione di Franz Xaver Kraus di La Roma Sotterranea Cristiana, di Giovanni Battista de Rossi, pag. 505.

[94] La frigia Cibele è la stessa Ishtar babilonese, l'egiziana Iside, ecc. Tutte quelle dèe mediorientali di abbodanza e fertilità terrene fungono contemporaneamente da madri e da vergini (a conseguenza del fatto che la costellazione della Vergine si leva nel cielo orientale al tempo del solstizio d'inverno, quando nasce il dio Sole. Si veda Alfred Jeremias: Babylonisches im Neuen Testament, pag. 35, Nota 1; pag. 47) e sono rappresentate mentre siedono con il bambino celeste nel loro grembo.

[95] Confronta complessivamente: W. Köhler, Die Schlüssel des Petrus, Archiv für Religionswissenschaft 8, 1905, pag. 214-243. Anche, Robertson, Christianity and Mythology, 1900, pag. 378-284; e il suo Pagan Christs, pag. 331s.; 335s.




Pubblicato da G. Ferri a domenica, settembre 09, 2018


AUTORE : Arthur Drews



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 Oggetto del messaggio: Re: IL TRANSITUS DI MITHRA
MessaggioInviato: 11/09/2018, 15:41 
[:293]


VEDERE ANCHE :

viewtopic.php?f=45&p=484713#p484713



barionu ha scritto:
Nella IV Sura del Corano, si parla di come in realtà un sostituto
avrebbe patito il supplizio, mentre il Cristo, da lontano, dileggiava
i Romani per la loro stoltezza.


Stai spacciando una tua interpretazione per Verità.
Mica è l'unica interpretazione/ipotesi possibile!

Si tratta di versetti cosidetti "non espliciti".


Quindi?questa tua sicurezza nell'affermare ciò
da dove proviene?potresti spiegarmi?

Io ad es. non interpreto così la "faccenda"
anche se la maggior parte,non so, magari si.

Rivediamo dalla traduzione che ho e che
mi è stata donata direttamente dai musulmani
e che considerano la più attendibile :


È Allah invece che ha sigillato i loro cuori
per la loro miscredenza e,
a parte pochi, essi non credono,

156. [li abbiamo maledetti] per via della loro miscredenza e
perché dissero contro Maria calunnia immensa [103],

157. e dissero:
«Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria,
il Messaggero di Allah!».
Invece non l’hanno né ucciso né crocifisso,
ma così parve loro [104].

Coloro che sono in discordia a questo proposito,
restano nel dubbio(!):
non hanno altra scienza(!) e
non seguono altro che la congettura. (!)

Per certo non lo hanno ucciso (!)[105]


158. ma Allah lo ha elevato fino a Sé.
Allah è Eccelso, Saggio.

159. Non vi è alcuno della Gente della Scrittura che
non crederà in lui prima di morire [106].
Nel Giorno della Resurrezione testimonierà contro di loro.



Nota 105 :

"ma così parve loro":
"shubbia lahum":
qualche volta questa espressione è stata tradotta:
"gli è stato sostituito un sosia".

MA LA FORMA CORANICA NON PERMETTE
QUESTA PRECISIONE.



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 Oggetto del messaggio: Re: IL TRANSITUS DI MITHRA
MessaggioInviato: 11/09/2018, 15:46 
catwalk ha scritto:
Si vabbè...alla maggior parte gli è stato
INCULCATO così!
Questa si che è Verità.

Non incominciamo a spacciare
per Verità assoluta!
Le VARIE E MULTIFORMI
interpretazioni
(o meglio :Elucubrazioni mentali !)
degli uomini (terricoli!).
Please!


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