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 Oggetto del messaggio: Re: Collasso Economico Globale
MessaggioInviato: 13/05/2020, 20:31 
La proposta: «Vendere la Gioconda per salvare la cultura dal Covid-19»
Stéphane Distinguin, consulente digitale parigino, ha lanciato la proposta su una rivista. Una boutade? «No. L’unica soluzione per un sistema a pezzi. La compri Bezos»
La proposta: «Vendere la Gioconda per salvare la cultura dal Covid-19»

La Gioconda è l’«albero che nasconde la foresta», un totem del patrimonio che non aiuta la nuova creazione, un «oggetto alto 79,4 centimetri, largo 54,4 e profondo solo 14 millimetri» che fa ombra a centinaia di altri capolavori (anche l’enorme «Le Nozze di Cana» del Veronese, appeso lì accanto, passa inosservato). Provoca bisticci con gli italiani che gridano con riflesso pavloviano «ridateci la Gioconda!» a ogni screzio diplomatico, ma la sua presenza al Louvre è la traccia di una antica grandeur alla cui scomparsa, quando mancano mascherine e tamponi, la Francia dovrebbe finalmente rassegnarsi. Per tutte queste e altre ragioni, dice Stéphane Distinguin, è venuto il momento: vendiamo la Gioconda. Cediamola per almeno 50 miliardi di euro a qualche principe arabo, o facciamone la garanzia di una nuova moneta virtuale, o mandiamola in tournée nelle Puglie per rilanciare il turismo. Un’idea iconoclasta in senso stretto ma non così strampalata, e che fa discutere da quando, qualche giorno fa, è stata lanciata sulla rivista Usbek & Rica dal fondatore della società Fabernovel specializzata in consulenze sull’innovazione digitale (molti clienti tra i quali Le Monde, i taxi parigini G7 o Canal Plus).

Signor Distinguin, davvero vuole vendere la Gioconda?
«Penso che potrebbe essere un buon affare, da un punto di vista economico e anche culturale. A tempi straordinari, risposte inedite. La pandemia e il confinamento autorizzano una nuova audacia. Il settore è a pezzi, la famosa eccezione culturale francese rischia di crollare, gli unici ad avere i mezzi per resistere e tentare qualche reazione sono i colossi americani, come Netflix che da qualche giorno propone sulla sua piattaforma anche i film di Truffaut».

E quindi?
«Vendiamo il gioiello di famiglia. Non certo per fare cassa ma per finanziare il rilancio di un mondo della cultura che altrimenti rischia di non sopravvivere al coronavirus».

Quali reazioni ha raccolto la sua proposta?
«Le più varie, dai nostalgici della monarchia che inorridiscono, ai conservatori che scuotono la testa e sottolineano come il patrimonio coincida con l’identità di un popolo, ai progressisti che capiscono la mia voglia di guardare verso il futuro. Poi ho avuto anche amici italiani che mi hanno ripetuto ”La Gioconda è nostra”, anche se a differenza di altri tesori presenti nei musei francesi o inglesi la Gioconda non è affatto un bottino di guerra né il frutto di un furto: come è noto fu acquistata dal re francese Francesco I».

Lei fa l’esempio del «Salvator Mundi» di Leonardo da Vinci, messo all’asta a New York nel 2017 e venduto a un miliardario saudita per 450 milioni di dollari. Ma la Gioconda non è inestimabile?
«Non direi, ci sono criteri per azzardare un prezzo. Diciamo come minimo cinquanta miliardi
, ovvero cento volte il Salvatori Mundi di Leonardo? Si calcola che due milioni di turisti l’anno vadano al Louvre soprattutto per vedere Monna Lisa. Possiamo stimare quindi che la Gioconda frutti al Louvre e indirettamente all’economia francese (tra merchandising, alberghi e biglietti aerei) grosso modo tre miliardi di euro l’anno. Una base d’asta di 50 miliardi mi pare ragionevole. Sull’opportunità di dare un valore ai gioielli di famiglia in tempi difficili, c’è il precedente di Detroit, la città che in pieno fallimento nel 2014 chiese a Christie’s di stimare i capolavori del suo museo ottenendo la cifra di 866,9 milioni di dollari».

E chi la comprerebbe?
«Penso che gli acquirenti non mancherebbero. Jeff Bezos ha speso poco meno per il suo recente divorzio. Oppure si potrebbe pensare a una sua sponsorizzazione, oppure ancora imitare quel che già si fa nel mondo dell’arte contemporanea per monetizzare le opere di alcuni artisti ricorrendo a token non fungibili e blockchain. La Gioconda a garanzia di una nuova moneta virtuale. Insomma una volta accettato il principio di sfruttare in modo diverso, più moderno, il valore della Gioconda, si aprono molte prospettive».

Ma a lei la Gioconda proprio non piace?
«Non particolarmente. La trovo un po’ inquietante, e non mi piace neanche la passione nazionalista che suscita da sempre. Senza voler fare della psicologia a buon mercato, il fatto che il soggetto del quadro sia una donna forse ha qualche peso. Attorno alla Gioconda c’è un’ossessione del possesso. Liberiamocene, e usiamo quei soldi per pensare al futuro della cultura e dell’arte».



https://www.corriere.it/esteri/20_maggi ... 0a45.shtml


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 Oggetto del messaggio: Re: Collasso Economico Globale
MessaggioInviato: 17/05/2020, 11:30 
Notizie curiose...

Cita:
Il Sindaco che stampa banconote per aiutare i suoi cittadini: “io non aspetto l’Europa”

https://www.jedanews.com/il-sindaco-che ... blWW3Wv6Wg



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 Oggetto del messaggio: Re: Collasso Economico Globale
MessaggioInviato: 17/05/2020, 14:25 
ieri in conferenza stampa un giornalista ha domandato a Conte se ci fosse la possibilità di emettere btp patriottici come proposto da tremonti; a differenza del solito non lo ha escluso, è rimasto sul vago ma ha pur detto: E' UNA IPOTESI SUL TAVOLO [come tante altre] ma per ora aspettiamo quelle europee. Insomma un sassolino comincia a rotolare... Vediamo se diventa valanga.



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 Oggetto del messaggio: Re: Collasso Economico Globale
MessaggioInviato: 25/05/2020, 13:18 
Cita:
I paesi BRICS dicono "no" al dollaro

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L'uso sfrenato della macchina da stampa in dollari statunitensi porterà a un'imminente svalutazione della valuta americana, avverte l'analista Maxim Rúbchenko. Per ridurre il rischio, sempre più paesi stanno cercando di sostituire il dollaro nel commercio estero con altre valute e i paesi del gruppo BRICS sono in prima linea in questo processo
Secondo il Servizio doganale federale, la quota del dollaro nelle transazioni della Russia con India e Cina è diminuita dal 73% al 49% in un trimestre dell'anno scorso, mentre le valute nazionali sono aumentate dal 19% nel 2018 al 28% in 2019. Il rublo rappresenta il 14% degli scambi della Russia con i paesi BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - sei punti percentuali in più rispetto al 2018.

Gli analisti affermano che la partecipazione delle valute nazionali, basate sulle vaste riserve auree delle banche centrali, crescerà rapidamente nel commercio internazionale. Non è un caso che l'anno scorso i maggiori acquirenti del metallo prezioso siano stati la Russia , la Cina e l'India.

Secondo il World Gold Council (WGC), Mosca ha acquistato 186,1 tonnellate di oro dal 2019. Pechino ha aumentato le riserve d'oro di 105,9 tonnellate durante lo stesso periodo, Delhi —in 41,4— . In totale, secondo il WGC , lo scorso anno le banche centrali del mondo hanno ottenuto 651 tonnellate di metallo prezioso. È un record negli ultimi 49 anni.

Questa settimana, l'oro è stato scambiato al prezzo più alto dal 2012: oltre $ 1.750 l'oncia. Gli analisti ritengono che questo non sia il suo limite, poiché il metallo prezioso è lo strumento di investimento più affidabile in tempi di crisi.

Gli esperti sottolineano che l'aumento delle riserve auree indica che i paesi continueranno a ridurre i loro investimenti in buoni del tesoro statunitensi, nonché l'uso del dollaro nel commercio internazionale.

Secondo Rúbchenko, la fiducia degli investitori nel tradizionale patrimonio protettivo - titoli del Tesoro USA - sta diminuendo rapidamente. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, a marzo, i luogotenenti stranieri hanno venduto obbligazioni per quasi $ 300 miliardi.
Pertanto, l'Arabia Saudita si è sbarazzata delle obbligazioni statunitensi, valutate a $ 25,3 miliardi, il Brasile a $ 21,5 miliardi, l'India a $ 21 miliardi, la Tailandia a $ 9,5 miliardi.

La Banca di Russia, che nel 2018 aveva venduto quasi tutte le sue partecipazioni in titoli del Tesoro USA, ha tagliato il resto tre volte da $ 12,58 miliardi a $ 3,85 miliardi, costituendo meno dell'1% delle riserve internazionali del paese.
Secondo la banca di investimento JP Morgan ?has?, il motore della crescita economica si sta spostando in Asia. Nei prossimi decenni, il dominio degli Stati Uniti e del dollaro nell'economia mondiale sarà sostituito da un sistema dominato dall'Asia.

Questo significa che il dollaro diventerà più economico rispetto ad altre valute e oro. Le statistiche mostrano che Russia, Cina e India sono completamente preparate per questo nuovo scenario, conclude Maxim Rúbchenko.


Notizia del: 24/05/2020

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_paesi_brics_dicono_no_al_dollaro/82_35176/



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 Oggetto del messaggio: Re: Collasso Economico Globale
MessaggioInviato: 29/05/2020, 16:54 
Per la Renault quasi 15.000 esuberi


Il piano di ristrutturazione del Gruppo Renault prevede anche risparmi per 2 miliardi in 3 anni e la riduzione della capacità produttiva.


RISPARMI E TAGLI - In un comunicato stampa diffuso in queste ore, il Gruppo Renault ha dichiarato di avere dato il via ai colloqui con i sindacati per riorganizzare i suoi stabilimenti in Francia. Un piano necessario poiché la casa francese prevede tra l’altro di tagliare 14.600 posti di lavoro in tutto il mondo, riducendo la sua capacità produttiva di un quinto per riuscire a sopravvivere alla crisi dell'industria automobilistica mondiale. La Renault ha precisato che ridurrà la sua capacità totale a 3,3 milioni di veicoli entro il 2024, in luogo dei 4 milioni di pezzi realizzati nel 2019. Sospesi quindi gli annunciati aumenti di produzione previsti in Marocco e Romania. Inoltre, la casa francese intende risparmiare circa 2 miliardi di euro nei prossimi tre anni, mentre la ristrutturazione costerà circa 1,2 miliardi di euro.

IL NODO DELLA FRANCIA - L’attuale ceo ad interim, Clotilde Delbos (a destra nella foto insieme al presidente Jean-Dominique Senard), ha sottolineato che si tratta di una contrazione indispensabile dopo anni di investimenti eccessivi allo scopo di aumentare il più possibile i ritmi produttivi. Nel comunicato non si fa cenno al futuro degli stabilimenti francesi: nodo fondamentale quest’ultimo viste le forti polemiche politiche e sindacali che si sono accese in Francia in questi giorni. Comunque sia, la casa transalpina ha ribadito che a breve dovranno essere avviati i colloqui sui vari scenari futuri possibili, con la riconversione degli impianti di Flins, dove si realizzano la Renault Zoe e la Nissan Micra, e Dieppe alla fine della carriera dell’attuale Alpine A110.

IMPIANTI CHIUSI - Alcuni stabilimenti come ad esempio quello di Flins potrebbero concentrarsi sulle attività dedicate al riciclaggio dei materiali da utilizzare sulle auto di domani. Mentre gli stabilimenti di Douai e Maubeuge, nel nord della Francia, diventerebbero "centri di eccellenza" rispettivamente per i veicoli elettrici e per i commerciali leggeri. Nel complesso, secondo Renault, gli stabilimenti in fase di revisione saranno sei in tutto. Nel comunicato si afferma inoltre che la casa ridurrà i costi vivi tagliando il numero di fornitori esterni, in settori nevralgici come nel caso della meccanica: componentistica generale, trasmissioni e così via.

PERDITA DI POSTI IN FRANCIA - Un portavoce del sindacato CFDT ha detto che il piano si tradurrà in una perdita complessiva di 4.500 posti in Francia, vale a dire circa il 10% della forza lavoro totale della casa automobilistica nel suo paese d'origine. Una cura dimagrante da effettuare anche attraverso meccanismi di incentivazione, come ad esempio piani specifici di prepensionamento. Al momento il Gruppo Renault conta circa 180.000 dipendenti in tutto il mondo.

LE ALLEANZE - Queste ultime proposte vanno ad aggiungersi a quanto comunicato nei giorni scorsi dall’Alleanza Renault Nissan Mitsubishi su quanto verrà fatto dalle tre aziende per contenere i costi di sviluppo e di produzione (qui per saperne di più). Da ricordare infine che anche Nissan ha da poco annunciato il suo piano di rinnovamento che prevede la chiusura della sua fabbrica di auto a Barcellona e la concentrazione della produzione europea nel solo stabilimento di Sunderland, in Inghilterra



https://www.alvolante.it/news/renault-p ... gli-368802


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 Oggetto del messaggio: Re: Collasso Economico Globale
MessaggioInviato: 30/05/2020, 13:12 
Cita:

Raffica di sanzioni, Trump punisce Pechino e chiude con l’Oms, mentre l’Europa tedesca si smarca

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DI FEDERICO PUNZI

atlanticoquotidiano.it

Innanzitutto, bisogna premettere che qui non si tratta solo dell’autonomia e delle libertà di Hong Kong. Si tratta di Taiwan, del Mar Cinese meridionale, degli altri Paesi del Sud-Est asiatico, delle ambizioni di leadership globale della Cina comunista. Sono tutte tessere dello stesso domino. Hong Kong è la prima, ma è anche un test. Pechino ha scelto questo momento per porre fine all’autonomia della ex colonia britannica non solo perché gli ultimi mesi hanno dimostrato che sta perdendo la sua presa su di essa e l’autorità della governatrice Lam è ormai compromessa, non appare in grado di ristabilire l’ordine e un nuovo rovescio alle elezioni legislative di settembre è più che probabile. È anche perché i suoi avversari appaiono in difficoltà, indeboliti economicamente e politicamente, i governi e le opinioni pubbliche distratti dalla pandemia e concentrati sulla risposta alla crisi economica e sociale. Da come risponderanno su Hong Kong, però, dipenderanno le prossime mosse della leadership cinese.

Le dichiarazioni su Taiwan del generale Li Zuocheng, membro della Commissione militare centrale, sono eloquenti in tal senso:

“Se la possibilità di una riunificazione pacifica sarà persa, le forze armate, con tutta la nazione compresa la popolazione di Taiwan, prenderanno tutte le misure necessarie per distruggere in modo risoluto ogni complotto o azione separatista. Non promettiamo di abbandonare l’uso della forza e ci riserviamo l’opzione di intraprendere tutti i passi necessari per stabilizzare e controllare la situazione nello Stretto di Taiwan”.

Il prossimo obiettivo è già nel mirino… Se non si coglie appieno il rischio di un vero e proprio effetto domino, in grado nell’arco di un periodo di tempo relativamente breve di aumentare in modo esponenziale la potenza della Repubblica Popolare Cinese, non si può comprendere nemmeno il motivo, e il timing, di una risposta degli Stati Uniti di tale portata. Washington infatti ha giocato d’anticipo, senza aspettare che la legge sulla sicurezza nazionale, dopo il primo via libera del Congresso Nazionale del Popolo, fosse implementata e introdotta nell’ordinamento di Hong Kong, processo che presumibilmente durerà qualche settimana. Quasi uno strike preventivo quello messo a segno dall’amministrazione Trump in questi giorni.

“Ripetutamente la Cina ha infranto le promesse fatte a noi e ad altre nazioni. Vogliamo una relazione costruttiva con la Cina, ma l’interesse nazionale dell’America viene prima”, ha esordito il presidente Trump ieri sera parlando alla stampa per una decina di minuti dal Rose Garden della Casa Bianca. È tornato ad attaccare duramente Pechino per il cover-up sull’origine del virus, per non aver impedito la diffusione del contagio nel mondo, provocando molti morti e ingenti danni economici, ma anche per le sue politiche commerciali scorrette.

Riguardo Hong Kong, “la Cina ha sostituito la formula promessa, un Paese, due sistemi, con un Paese, un sistema“, una “palese violazione” dei suoi obblighi previsti dalla dichiarazione sino-britannica del 1984. E ha quindi annunciato una serie di misure:

ha ordinato di iniziare il processo per la revoca del trattamento speciale riconosciuto a Hong Kong rispetto al resto della Cina e l’aggiornamento degli avvisi di viaggio tenendo conto “dell’aumentato pericolo di sorveglianza e punizioni da parte degli apparati di sicurezza del regime cinese”. Mercoledì scorso, il segretario di Stato Pompeo aveva già certificato al Congresso che Hong Kong non gode più di “un alto grado di autonomia” dalla Cina, requisito indispensabile perché lo status privilegiato previsto dall’Hong Kong Policy Act del 1992 venga mantenuto;
ha ordinato di compiere i passi necessari per sanzionare i funzionari di Pechino e di Hong Kong “direttamente o indirettamente coinvolti nell’erosione dell’autonomia di Hong Kong”;
ha annunciato la fine delle relazioni con l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Poiché non sono riusciti a realizzare le riforme richieste e fortemente necessarie, oggi porremo fine alle nostre relazioni con l’Oms e reindirizzeremo tali fondi ad altre urgenti esigenze di salute pubblica globale. (…) I funzionari cinesi hanno ignorato i loro obblighi di comunicazione all’Oms e l’hanno spinta a indurre in errore il mondo quando il virus è stato scoperto”, ha spiegato il presidente.
Altre misure annunciate ieri sera da Trump sono più strettamente legate alla sicurezza nazionale e hanno lo scopo di contrastare lo spionaggio e il furto di proprietà intellettuale e di tecnologia da parte cinese ai danni delle istituzioni accademiche e di ricerca americane: “Per anni, il governo cinese ha condotto spionaggio illecito per rubare i nostri segreti industriali”.

previsto il blocco dei visti agli studenti cinesi che “rappresentano un rischio per la sicurezza”, perché legati a entità in Cina che implementano o sostengono la strategia Military-Civil Fusion.
ordinata una revisione del gruppo di lavoro presidenziale sui mercati finanziari sulle “pratiche divergenti” delle compagnie cinesi quotate a Wall Street: “Gli investitori americani non devono essere sottoposti ai rischi nascosti e indebiti associati al finanziamento di società cinesi che non rispettano le stesse regole”, ha spiegato il presidente.
E nella serata di ieri la Casa Bianca ha reso nota anche una telefonata tra il presidente Trump e il primo ministro britannico Boris Johnson, nella quale i due hanno concordato di cooperare nel rispondere a qualsiasi azione di Pechino contro l’autonomia e la volontà del popolo di Hong Kong e hanno discusso una serie di dossier, dalla risposta globale al coronavirus all’accordo di libero scambio Usa-Uk, convenendo sull’importanza che il prossimo meeting dei leader del G7 avvenga “di persona”.

E l’Europa, come ha risposto alle mosse di Pechino?

L’Unione europea ha deciso deliberatamente di non associarsi alla dichiarazione congiunta Usa-Uk-Canada-Australia su Hong Kong, impedendo così che l’Occidente si esprimesse in modo compatto sul tentativo di Pechino di cancellare l’autonomia e le libertà della ex colonia britannica. Una fonte ha riferito al corrispondente del Wall Street Journal a Bruxelles che l’Ue era stata informata in anticipo della dichiarazione, messa al corrente del messaggio, e che il testo era aperto alla sua firma.

Ma i ministri degli esteri dei 27 dovevano ancora riunirsi e, come ha spiegato ieri l’Alto rappresentante Josep Borrell, rispondendo ad una domanda sul perché l’Ue non abbia aderito, “noi abbiamo una nostra dichiarazione. Non abbiamo bisogno di unirci alle dichiarazioni altrui”.

La differenza tra le due prese di posizione è netta: Usa, Regno Unito, Australia e Canada hanno espresso “profonda preoccupazione”, definendo la decisione di Pechino di imporre una legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong “in diretto contrasto con gli obblighi internazionali” assunti dalla Repubblica Popolare Cinese con la dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, “legalmente vincolante e registrata all’Onu”. Quindi, il richiamo a Pechino a “lavorare insieme al governo e al popolo di Hong Kong” per giungere ad un “compromesso accettabile a entrambe le parti che rispetti gli obblighi internazionali della Cina”.

Dai 27 Paesi Ue è uscita come al solito una dichiarazione fiacca: innanzitutto, molto più stringata, senza riferimenti alla stabilità, alla prosperità e alle libertà di Hong Kong minacciate dalle intenzioni di Pechino. Anche l’Ue si dice “seriamente preoccupata” per le misure adottate dalla Cina il 28 maggio, che “non sono conformi” ai suoi impegni internazionali (più morbido rispetto a “in diretto contrasto”) e rischiano di “minare seriamente il principio un Paese, due sistemi e l’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Solleveremo la questione nel nostro dialogo continuo con la Cina”, conclude la nota. Nessun passaggio che possa apparire agli occhi di Pechino come una “ingerenza” nei suoi affari interni, come invece i numerosi riferimenti dell’altra dichiarazione al popolo di Hong Kong come controparte con la quale raggiungere un compromesso.

Definendo la Cina “un partner strategico, un rivale ma anche un alleato per le strategie che l’Ue intende perseguire nei prossimi anni”, Borrell mostra tutta la confusione che regna tra i 27. Ma al dunque, alla domanda esplicita se le azioni della Cina a Hong Kong potrebbero condizionare gli investimenti europei, risponde con un secco “no”, così come sulla possibilità di sanzioni: “Non sono il modo di risolvere i nostri problemi con la Cina”.

Anche se a Bruxelles spiegano che l’approccio europeo con la Cina è cambiato, ora sarebbe percepita come un rivale sistemico in continua crescita, in realtà cambiamenti concreti non se ne vedono. L’Ue è indispettita soprattutto per la mancanza di reciprocità in campo commerciale. Il tentativo degli ultimi mesi è di negoziare più duramente, ma Pechino continua a rimandare e ad aggirare le questioni di fondo e nulla è cambiato. Nel frattempo, sono arrivate la pandemia e le decisioni su Hong Kong, l’approccio della diplomazia cinese è diventato molto più aggressivo, la propaganda più intensa e le pressioni nei confronti di alcuni Paesi europei più spudorate, umilianti. Ma fondamentalmente l’approccio Ue è rimasto lo stesso: “Solleveremo la questione nel nostro dialogo continuo con la Cina”. Senza crearle imbarazzi.

Nessuna sorpresa. D’altra parte, Berlino e Parigi teorizzano da tempo una equidistanza strategica dell’Europa tra Washington e Pechino. Pensare che la dichiarazione Ue su Hong Kong sia stata ammorbidita per effetto delle pressioni del governo filo-cinese italiano è semplicemente ridicolo.

Basti pensare che lo stesso giorno, mercoledì scorso, in cui il segretario di Stato Usa Pompeo dichiarava Hong Kong “non più autonoma dalla Cina”, e nell’imminenza del primo via libera di Pechino alla legge sulla sicurezza nazionale, in un discorso sul prossimo semestre di presidenza tedesca dell’Ue la cancelliera Merkel affermava che l’Europa ha un “grande interesse strategico” nel mantenere la cooperazione con la Cina, nonostante una crescente lista di rimostranze.

Le relazioni Ue-Cina, annunciava la cancelliera, saranno la top priority del semestre di presidenza di Berlino, che punterà a mantenere con Pechino un dialogo “cruciale e costruttivo”: “Noi europei dovremo riconoscere la determinazione con cui la Cina rivendicherà una posizione di leader nelle strutture esistenti dell’architettura internazionale”. Ecco, è esattamente ciò a cui – giustamente – si oppone Washington, temendo che Pechino finisca per riuscire a rimodellare l’ordine internazionale secondo il proprio sistema di potere e i propri interessi.

La cancelliera Merkel ha ribadito anche il suo obiettivo di completare un accordo sugli investimenti con la Cina, nonché di trovare un terreno comune nella lotta ai cambiamenti climatici e alle sfide sanitarie globali. Sembra che l’Ue a guida tedesca sia già completamente inserita nell’ottica di quella “comunità umana dal futuro condiviso” che rappresenta la parola d’ordine delle ambizioni egemoniche del PCC.

Berlino non ha alcuna intenzione di cancellare il prossimo vertice Ue-Cina in programma a settembre a Lipsia, nonostante tutto quello che è accaduto in questi mesi, dal cover-up di Pechino sul virus alle tensioni su Hong Kong. Una dichiarazione non si nega, ma la sostanza non può certo cambiare per questi fastidiosi dettagli – una pandemia e l’aggressione all’autonomia dell’ex colonia britannica…

Sembra molto difficile però che l’Ue possa riuscire a strappare un accordo sugli investimenti simmetrico, il rischio è che Pechino coglierà la palla al balzo della crisi per acquistare a saldo asset strategici europei – per lo meno dei Paesi Ue più colpiti dalla pandemia (col permesso di Berlino, s’intende).

La storia si è rimessa in moto e occorre guardare agli ultimi sviluppi con realismo. L’Atlantico si sta allargando, l’Occidente è diviso di fronte al grande rivale del XXI secolo. La pandemia e la crisi di Hong Kong potrebbero rappresentare un momento spartiacque: da una parte, l’Anglosfera, i quattro Paesi che hanno espresso la posizione più ferma su Hong Kong – Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada. Dall’altra, la Vecchia Europa sempre più appendice dell’Eurasia. La Russia, in mezzo, destinata a rientrare anch’essa – più nolente che volente – nell’orbita cinese, perché senza la Germania è difficile che Washington da sola riesca a indurre Mosca a rivolgere il suo sguardo a occidente.



Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato “Brexit. La Sfida” (Giubilei Regnani, 2017)

30.05.2020

Fonte: https://comedonchisciotte.org/il-transumanesimo-luomo-macchina-prossimo-orizzonte-del-regime-globalista/




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