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MessaggioInviato: 16/07/2012, 03:32 
io sento spesso parlare di Nibiru come pianeta o come nana bruna ma mi son sempre chiesto una cosa: e se fosse invece un asteroide o una immensa nave spaziale visibile anche dalla terra?

Scambierebbero l'astronave in orbita per in pianeta e quando i suoi occupanti gli spigavano da dove scendevano questi pur capendo il concetto lo rimodellavano secondo i loro canoni e quindi per loro quell'enorme corpo celeste non poteva essere che un pianeta avvicinatosi alla terra. Penso avessero già difficoltà a concepire il concetto di pianeta se è vero che queste conoscenze agli albori ci sono state date da loro. Se ci mettiamo anche il passare dei millenni, la tradizione orale ed appunto l'impossibilità di concettualizzare una astronave madre in orbita il gioco è fatto.

mi è venuta l'idea leggendo questo post:

http://www.invasionealiena.com/forum/Ag ... elato.html


voi cosa ne pensate, è una idea tanto assurda?

Sento anche spesso dire che questi nostri AVI alieni avrebbero una elevata spiritualità coniugata all'elevata conoscenza tecnologica. a mio avviso le 2 cose non sono collegate ed anzi dalle evidenze a me sembra che tanto spirituali non fossero e mi spiego:

non si sono fatti scrupoli ad interferire pesantemente con lo sviluppo della vita sulla terra, contaminando di fatto tutto l'ecosistema ed addirittura introducendo e\o producendo una specie non autoctona e che quindi come tutte le specie "introdotte" non raggiunge un equilibrio con l'ambiente e tende ad esaurirne tutte le risorse in maniera incontrollata.

nonostante l'autocoscienza e l'intelligenza della specie non si sono fatti scrupoli ad usarla come SCHIAVI non so se mi spiego SCHIAVI per i loro fini molto materiali.

E queste già di per se, nel caso fossero davvero esistiti (ed io lo penso), ai miei occhi mi fa escludere una loro spiritualità (così come la intendiamo noi).

Ed ancora: resosi conto di aver perso il controllo su questa creatura (la nostra presa di coscienza delle capacità riproduttive) invece di sterminarci (se sei un essere con una coscienza superiore bob puoi non curarti di un fatto tanto grave) ci hanno lasciati riprodurci in maniera ancora più incontrollata.

Non puoi non sapere il danno enorme che stai causando all'ecosistema del pianeta.

Ed ancora, leggendo le azioni del simpatico Yahweh tutto mi sembra tranne che un essere con una coscienza spirituale superiore, ANZI guardando le sue azioni non posso non vederci il riflesso della nostra indole (che poi in parte è anche loro).

Insomma vedo una serie di errori che questi nostri antichi dei hanno commesso (ed è il primo motivo per cui non ho mai pensato che queste ntità fossero divine) , ed alcuni onestamente, non sono conciliabili per niente con l'idea di una razza spiritualmente superiore.

Infondo ci hanno instillato l'intelligenza, ma quale se non la loro?
Di conseguenza dubito che i processi mentali siano tanto diversi dai loro. Se poi ci aggiungiamo il fatto che una specie dominante su qualunque pianeta si evolva dovrà lottare per sopravviver svilupperà per forza una indole istintivamente competitiva ed aggressiva...

Avranno anche dei Ghandi o dei Bubba ma di certo non gestiscono i loro affari spaziali -_-

Scusate se mi sono dilungato con i miei pensieri che valgono poco o nulla e non aggiungono nulla di concreto alle vostre ricerche ma magari qualcuno potrà spiegarmi, se sbaglio, in cosa sbaglio in queste mie riflessioni


Ultima modifica di MaxpoweR il 16/07/2012, 04:04, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 25/07/2012, 15:02 
Secondo il racconto biblico tra tutti gli alberi piantati nel giardino, ne erano due particolari: l'"Albero della Conoscenza del Bene e del Male" e l'"Albero della vita". Dio proibì all'uomo di mangiare i frutti del primo, e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell'Eden, negando all'Uomo anche i frutti del secondo, come in Genesi 3,22: Poi Dio YHWH disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre.

Io credo che l'EREDITA' DEGLI ANTICHI DEI sia rappresentata metaforicamente proprio da questi due 'alberi':
- l'albero della conoscenza
- l'albero della vita

Ancora una volta dimostriamo di seguito la stretta correlazione esistente tra i Sumeri e gli Ebrei, questi ultimi ritenuti addirittura come l'evoluzione degli stessi Sumeri nelle ricerche di Kramer e di Rhol.

Il paradiso dei Sumeri si chiamava Dilmun e può essere identificato nel golfo Persico cioè nelle terre a sud sommerse. In questo luogo dove non esistevano malattie e morte, il dio Enki usava accoppiarsi sessualmente con le dee sue figlie. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag venne da questa maledetto e condannato ad atroci sofferenze. Per far guarire la costola di Enki, Ninhursag creò quindi una dea dal nome Ninti che significa colei che fa vivere, e il significato del nome traslato in ebraico avrebbe originato il nome Eva.

In un altro mito sumero il contadino Shukallituda, non riuscendo a coltivare la sua terra troppo arida, chiese aiuto alla dea Inanna: questa gli consigliò di piantare degli alberi per fare ombra, facendo così nascere la prima oasi, con una tecnica di coltivazione comune nei deserti intorno al golfo Persico. Il mito si conclude con una trasgressione sessuale in cui il contadino stupra la dea addormentata: come punizione per l'affronto Shukallituda è costretto ad abbandonare il suo giardino.

Infine nel mito di Gilgamesh l'eroe cerca l'ultimo uomo sopravvissuto al diluvio, Utnapishtim, il quale conosce la pianta dell'immortalità che cresceva in paradiso. Utnapishtim rivela a Gilgamesh che il paradiso è sprofondato nel mare, allora Gilgamesh recupera una fronda della pianta sul fondo del mare, ma durante il ritorno un serpente divora la fronda e ritorna giovane.

La Genesi e l'Esodo furono scritti dalla classe di sacerdoti ebraici, i Leviti, dopoché furono condotti in Babilonia, a partire dal 586 a.C., nelle terre abitate un tempo dai Sumeri e poi dai Babilonesi, dove si tramndavano le storie e i resoconti sumeri.

È quindi probabile che i compilatori dei testi biblici abbiano adottato e modificato il racconto mitologico sumero sull' E.DIN (come veniva chiamato dai Sumeri). La parola "E.DIN" significava la Dimora dei Giusti

http://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_d ... della_vita

Ma allora cosa rappresentano gli alberi della conoscenza e l'albero della vita?

L'albero della vita

E' lo stesso Yahweh, il dio enlilita veterotestamentario a dirci a cosa corrisponde l'albero della vita: la vita eterna (o apparentemente tale).

Il possesso di questo requisito da parte del genere umano era certamente colto come un rischio da parte della fazione enlilita. Un essere umano dotato del ciclo vitale proprio degli anunnaki sarebbe stato oltremodo pericoloso per la gestione della missione terra e l'equilibrio dell'ecosistema terrestre al quale gli enliliti sembravano tenere in modo particolare.

Ciclo vitale 'divino' che, in quanto noi risultato di un incrocio con gli anunnaki, è presente potenzialmente nel nostro DNA. Il segreto sta nel come attivare quella parte di DNA che consentirebbe all'uomo di ottenere ciò che viene definito 'vita eterna', ovvero trasformarsi, evolversi in "del tutto simili a..." invece che "a immagine e somiglianza di..."

Questi segreti sono inseriti in chiave esoterica negli elementi della cabala ebraica e anche dell'alchimia.

Immagine

Ma non solo.

La promessa della vita eterna è il punto di arrivo dell'intera dottrina cristiana delle origini. Nei vangeli viene infatti descritto il tentativo di Gesù Cristo di insegnare ai suoi discepoli e attraverso di loro a tutta l'umanità il modo per giungere alla vita eterna.

Vita eterna che trova la sua massima espressione nel momento della "trasfigurazione" di Cristo sul monte Tabor dopo la resurrezione. L'episodio della trasfigurazione è narrato nei tre vangeli sinottici (Vangelo secondo Marco 9,2-8, Vangelo secondo Matteo 17,1-8, Vangelo secondo Luca 9,28-36). Secondo questi testi Gesù dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, cambiò aspetto mostrandosi ai tre discepoli con uno straordinario splendore della persona e una stupefacente bianchezza delle vesti.

E' la conclusione del processo alchemico, che attraverso il passaggio tra le 3 diverse fasi dell'alchimia (Nigredo, Rubedo, Albedo) giunge al "corpo di luce", ovvero alla realizzazione dell'evoluzione umana non più "a immagine e somiglianza di...", ma "esattamente come..."

E tutto ciò è già nelle nostre possibilità! L'esortazione di Gesù a cercare il Regno di Dio dentro di noi è, a mio parere, da leggere proprio in questa ottica.

Il percorso di studi esoterici deve giungere alla consapevolezza del potenziale uomo-dio implicito nel nostro DNA, realizzando il vero messaggio cristiano di quel Gesù, venuto sulla Terra a concludere ciò che il serpente dell'Eden (enkilita) aveva iniziato... e Yahwhe' impedito, quest'ultimo su istruzione di Enlil.


L'albero della conoscenza

L'albero della conoscenza è invece il grande dono che Enki conferisce all'umanità, contravvenendo al volere di Enlil.

La capacità di procreare, la possibilità di realizzare una società umana la quale, nelle aspettative di Enki, avrebbe dovuto dimostrarsi capace di convivere con se stessa e con il mondo che la ospita. La conoscenza del bene e del male, ovvero delle leggi che governano l'intero creato.

Quelle stesse conoscenze che gli Enkiliti conferirono ai primi uomini / semi-dei che riempiono i nostri miti. Quelle stesse conoscenze tramandate nei secoli dei secoli dalle società segrete e occulte classificabili sotto il nome di "Massoneria" dalle prime sviluppatesi in ambito mesopotamico-egizio a quelle più recenti di carattere templare.

Conoscenze utilizzabili per guidare il genere umano su quel percorso auspicato da Enki... o, ahimè, per dominare l'umanità, tradendo l'originale significato del "frutto della conoscenza" e sostanzialmente dando ragione alle percezioni di rischi legate alla visione enlilita dell'uomo sintetizzabile in questo concetto: bestie sono e bestie rimarranno sempre.

Spetta a noi dimostrare che Enlil aveva torto e di aver meritato il dono di Enki rappresentato dalla conoscenza del bene e del male per poter giungere infine alla seconda parte del dono: la vita eterna, ovvero un nuovo livello di consapevolezza.



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MessaggioInviato: 25/07/2012, 18:34 
Un plauso ad Atlanticus! [:257] [:264]

Non entro nel merito delle divinità sumere perché non le ho approfondite, ma l'accenno alla grande opera mi trova più che consenziente.



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Sono state scritte milioni di pagine per commentare i passi dei Vangeli, interpretandoli in modo letterale e per costruire impalcature teologiche o catechistiche; altri autori li hanno interpretati col fine di confutarli perché avevano individuato discrepanze e incongruenze nella narrazione: tutti sono caduti nell'errore di considerarli una testimonianza di fatti veramente accaduti. da KRST
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anche biglino ipotizza una diretta discendenza degli ebrei dai sumeri, egli afferma che nei testi sacri ebrei si citano un pò tutte le tribù e le civiltà di quell'era tranne proprio quella sumera, proprio perchè chi scriveva era appartenente a quella stirpe



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Idea presa già da un altro grande studioso del passato...
Solo che ora non ricordo come si chiamava...
[8]


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Volevo ringraziare Sheenky per aver messo a disposizione un contributo così importante che si ricollega alle mie ricerche alla "Eredità degli antichi Dei"

LA PIRAMIDE DI LUCE DI LA MANA
10 Agosto 2012 15.55 - Di: Sheenky

Articolo di Klaus Dona e Reinhard Habeck
Fonte: http://www.fuocosacro.com/pagine/mitologia/piramide.htm

Straordinari oggetti sono stati ritrovati nella giungla dell’Ecuador, in una località chiamata La Mana. Una collezione del tutto inspiegabile, ricca di simbologie esoteriche, che richiama a un passato dimenticato e alla scomparsa terra di Mu.

Storici e scienziati fanno il possibile per esplorare il nostro passato nel modo più esauriente possibile. Eppure gli studiosi hanno a che fare sempre più spesso con ambiti di ricerca che, come prima, sono avvolti dall’oscurità e non ci danno pace. è il caso della collezione più straordinaria del mondo: i misteriosi oggetti di pietra provenienti da La Mana, antica città dell’oro situata in mezzo alla giungla dell’Ecuador.

Il caso ha voluto che questi pezzi richiamassero la mia attenzione nel gennaio del 2000, nel corso dei febbrili preparativi per la grande mostra Unsolved Mysteries. Tutto cominciò con la telefonata di un amico, l’ex ballerino solista della Wiener Staatsoper e oggi noto regista Herbert Nietsch. Egli mi chiese se era possibile incontrarci. Si trattava del suo fratellastro, il dottor Valentin Hampejs.

Quando ci vedemmo, mi chiese di sostenere un suo ambizioso progetto: la realizzazione di un documentario televisivo sul dottor Hampejs. Questi è un triplice dottore (in medicina, neurologo e psichiatra), che vive in Ecuador da oltre 20 anni. Non solo ha studiato approfonditamente lo sciamanismo ecuadoriano, ma nel frattempo ne è diventato il maggiore esperto, ed egli stesso esercita con successo l’attività di sciamano e di medico naturalista. Osservando attentamente alcune foto ne notai una che riproduceva strani oggetti di pietra. Domandai di cosa si trattasse. Herbert Nietsch mi raccontò che suo fratello aveva un conoscente in Ecuador, il quale, cercando l’oro, aveva riportato alla luce misteriosi oggetti di questo tipo. Udito ciò mi dissi: “devo vedere questa collezione con i miei occhi! E al più presto!”. Volevo procurarmi quei pezzi per esporli nella mia mostra e renderli noti ad un vasto pubblico.

E' stato il primo di diversi viaggi di ricerca in Sudamerica. Partii nel febbraio del 2000. Mi accompagnarono l’amico Reinhard Habeck (collaboratore nelle ricerche e catalogatore della mostra Unsolved Mysteries), il dottor Willibald Katzinger (direttore del Museo Nordico di Linz e coordinatore scientifico della nostra mostra) e il saggista e ingegnere civile Hans Joachim Zillmer.

La piramide e l’occhio

A Quito, capitale dell’Ecuador, fummo subito ricevuti dal dottor Hampejs, insieme al quale raggiungemmo un piccolo luogo fuori città. Nessuno, in quei dintorni, sospetterebbe l’esistenza di inusuali tesori provenienti da epoche nascoste. Qui incontrammo per la prima volta German Villamar, imprenditore agricolo e coordinatore di seminari, probabilmente il possessore dei pezzi più insoliti del mondo.

Quando questi ci condusse nel suo soggiorno, manifestammo uno stupore incontenibile. Su un tavolo erano stati disposti circa 50 oggetti in pietra e in terracotta: pietre di diversa lunghezza, dalle fattezze bizzarre e con singolari deformazioni, teste di serpente in pietra, piatti con strane incisioni e spirali, sculture di argilla dalle anomale caratteristiche e molto altro ancora.

Un oggetto in particolare ci aveva affascinato e colpito più di tutti: una piramide in pietra sulla quale è stato incastonato un occhio e dove sono stati incisi 13 gradini. Ad uno sguardo più attento si è capito che l’occhio è stato lavorato con la pietra e incastonato nell’oggetto piramidale. Il suo colore è grigio, come la piramide stessa. Riconoscemmo subito quest’antichissima simbologia. La troviamo descritta in diverse tradizioni, ad esempio nella Bibbia, nonché connessa alla Corporazione del Serpente, una società segreta esistente in oriente da tempi remoti. Più tardi questa simbologia si ritrova nelle logge massoniche, nel simbolismo alchemico e nelle società segrete degli Illuminati.

Come ulteriore conferma, German Villamar tirò fuori una banconota da un dollaro, sulla quale si trova raffigurato quello stesso simbolo. Di questa simbologia della piramide si è già parlato da secoli. Sono state esposte diverse teorie, discusse in modo controverso.

La cosa diventava sempre più avvincente: dopo aver visionato tutti gli oggetti che si trovavano sul tavolo, German Villamar ci condusse in una buia stanza attigua. Pose la piramide su un tavolo e accese una lampada a raggi infrarossi. In quel momento ammutolimmo tutti. L’occhio della piramide emanava luce come un vero occhio divino, e i gradini apparivano come incisioni azzurrognole. L’immagine offriva una visione quasi spettrale!

Immagine
La piramide di La Mana

Questa piramide di pietra era realmente qualcosa di particolare. Dopo questa presentazione appassionante, esaminammo l’oggetto molto attentamente e notammo qualcosa di sorprendente: ai piedi della piramide si potevano riconoscere dei piccoli intarsi dorati, raffiguranti la costellazione di Orione. Sopra vi erano state apposte incisioni, inizialmente caratteri indecifrabili. Solo mesi più tardi venimmo a conoscenza del contenuto di questi segni. Secondo una traduzione fatta dal professor Kurt Schildmann, presidente della Società Linguistica Tedesca, quel testo criptico significherebbe: “Il figlio del creatore è in viaggio”.

Dalla visione della maggior parte degli artefatti si è potuto notare che essi non hanno alcuna relazione con l’esistente cultura precolombiana. Sono falsificazioni moderne? Ma chi sarebbe stato capace di produrre un simile oggetto? E per quale motivo? Come sono giunti in Ecuador questi strani pezzi? Chi li ha realizzati, quando e a quale scopo?

La mappa di pietra
La chiave di tutto potrebbe trovarsi nel luogo di ritrovamento, La Mana. Un luogo situato nelle colline ecuadoriane, in mezzo a una giungla sperduta, dove negli anni ‘80 sono stati compiuti sfruttamenti auriferi con mezzi meccanici. L’ingegner Sotomayor, che allora ha condotto la ricerca, ha scoperto una piccola grotta situata a 10 metri di profondità, dove si trovavano diversi contenitori di ceramica. In essi erano stati riposti e conservati gli artefatti.

Da quale periodo provengano e chi sia stato a depositarli lì dentro, proteggendoli da accessi abusivi, non è ancora noto. In ogni caso quel luogo possiede caratteristiche misteriose già da tempi remoti. Sul luogo di ritrovamento vi è una sorgente che presenta una particolarità: la presenza nell’acqua di oro organico e potabile! Gli idrologi considerano l’acqua di questa fonte come la più ricca di energia in assoluto. D’altra parte, ciò ricorda i testi tradotti dalle tavole di argilla sumere, dove ricorre più volte l’espressione secondo la quale gli dei un tempo cercavano l’acqua ricca di oro. Il mistero permane. Questo vale anche per un altro ritrovamento eccezionale effettuato a La Mana: la cosiddetta carta geografica in pietra.

Su questa lastra di pietra, alta 60 cm, larga 40 cm e profonda 30 cm, è stata incisa la mappa del mondo, dal tropico del sud fino a quello del nord. Oltre ai noti continenti del Nord e Sudamerica, l’Europa, parte dell’Africa e dell’Asia, si trovano anche i profili di tre continenti oggi sconosciuti: la leggendaria Atlantide nell’Oceano Atlantico, Mu e presumibilmente Lemuria nell’Oceano Pacifico.

Immagine

Questa sorprendente lastra potrebbe riaccendere il dibattito su Atlantide e Mu. A tal proposito, le recenti ricerche e scoperte del geologo professor Masaaki Kimura, offrono spunti sufficienti. Lo scienziato ha esaminato tavole di pietra ritrovate nelle isole Ryukyu contenenti antiche iscrizioni, e studiato i monumentali edifici in pietra che si trovano nelle acque dell’isola di Yonaguni, a 25 metri di profondità. Secondo gli studi condotti da Kimura, dal nord del Giappone fino a sud di Taiwan dev’esserci stato un continente, sprofondato in seguito a catastrofi climatiche e al conseguente innalzamento del livello del mare. Su questa ipotesi forniscono indizi le iscrizioni e i simboli millenari trovati sulle lastre di pietra di Ryukyu. In essi si parla di un regno costituito oggi da isole sommerse: indubbiamente la leggendaria terra di Mu.

Il professor Kimura ha realizzato un’altra scoperta interessante: i caratteri sulle tavole di pietra ritrovate nelle isole Ryukyu, somigliano a quelli descritti dall’eccentrico colonnello britannico James Churchward nel suo libro The lost continent of Mu, pubblicato nel 1926. Anche in questi si riconoscono affinità con i caratteri incisi su ogni pietra a forma piramidale di La Mana. Un puro caso?

Su ciascuna piramide si trova raffigurato un occhio e sotto si trovano incisi molti simboli e spirali. Potrebbe esserci una profonda connessione tra tutti questi riferimenti. Senza dubbio sarebbe sensazionale, ma per me non impossibile, se dovesse risultare una relazione tra queste pietre, il continente sommerso di Mu e gli oggetti trovati nelle isole Ryukyu.

Torniamo alla “carta geografica di pietra” di La Mana. I profili del continente sommerso di MU si riconoscono chiaramente. Le ricerche compiute finora fanno pensare ad una datazione molto remota di questa pietra. La domanda è: chi è stato a realizzare, molte migliaia di anni fa, questa “mappa geografica di pietra”, e soprattutto chi, a quell’epoca, poteva conoscere la struttura della terra così bene da poter incidere una mappa che sembra essere stata frutto di osservazioni dall’alto? Può, questa lastra, essere considerata una prova del fatto che i regni di Atlantide, Mu e Lemuria siano effettivamente esistiti? Per ottenere maggiore chiarezza saranno necessarie ulteriori ricerche.

Un ulteriore dettaglio potrebbe essere importante: sulla pietra sono stati effettuati due intarsi simili a un occhio: uno nella regione della ex Babilonia, l’altro nel luogo di ritrovamento in Ecuador. Tra i due punti vi è una linea di congiunzione bianca. Per gli artefici della “carta geografica di pietra”, ciò sembra aver rivestito una particolare importanza.

Immagine

Ma quali conclusioni si possono definire? Esiste un antico legame culturale tra i sumeri e l’attuale luogo di ritrovamento in Ecuador? Molti pezzi museali, conservati nel Sud e nel Nordamerica e da me stesso attentamente esaminati, testimoniano che già da lungo tempo vi sono stati contatti globali tra le popolazioni primitive del Vecchio e del Nuovo mondo.

Reperti astronomici
Tra i pezzi della collezione di Villamar vi sono altri tre oggetti, i quali racchiudono una mistica nascosta. Il primo è una pietra nera sulla quale viene mostrato come si regge la piramide con l’occhio incastonato, probabilmente in una sorta di rituale. L’altro è una pietra sulla quale sono osservabili incisioni inusuali: un uomo siede su un piedistallo e regge la piramide nelle sue mani. Sulla testa porta una sorta di elmo con una specie di antenna o di foro, da interpretare come linea di congiunzione con una “barca scintillante”. Al di sopra si libra un oggetto raggiato oppure un occhio senza iride né pupilla. Dagli occhi della persona rappresentata si diramano linee verso due uomini inginocchiati.

E' interessante notare che tra gli oggetti ritrovati vi sia anche un elmo rotondo realizzato con una lega d’oro, sulla cui parte superiore un pezzo è mancante. Una fessura intenzionale, che corrisponde esattamente alla scena raffigurata sulla pietra. Ci fu poi mostrata una serie di oggetti che ha relazioni evidenti con concetti mistici occidentali. Si trattava di una grande coppa in giadeite con alcuni punti sulla sua superficie. Tali inserti, come altri pezzi La Mana risultano fosforescenti e agli ultravioletti formano delle costellazioni brillanti sullo sfondo blu del bicchiere. Sono riconoscibili Orione, con Betelgeuse in evidenza, e le Pleiadi, oltre ad altri asterismi che un esperto del Buenos Aires Astronomical Institute ha definito ben rappresentati il cielo visto dal Sudamerica.

Tale coppa è accompagnata da altre dodici coppette più piccole, tutte di dimensioni differenti. Si è calcolato che unendo ipoteticamente tutte le coppe più piccole in un unico oggetto si otterrebbe una coppa della dimensione di quella principale. Sui bicchieri sono presenti anche dei segni simili ai numerali maya. E’ evidente che le dodici coppette con la tredicesima siano un richiamo alle leggende del Graal, dei dodici apostoli e del Cristo.

La domanda è: cosa ci fa in Ecuador, assieme a una piramide massonica, un altro simbolo immortale legato all’esoterismo cristiano? Le domande aumentano se si pensa che della collezione fanno parte altri oggetti similari, a connotazione astronomica, come due “osservatori” posti su una base di giadeite, anch’essa dotata di costellazioni. Oppure una splendida testa di cobra.

Molti sanno del legame tra il cobra e la divinità per gli antichi egizi, per gli induisti, ma questa testa è caratterizzata nella parte inferiore da una decorazione fosforescente a 7 punti per lato e 33 strisce. Tali numeri fanno diretto riferimento all’energia Kundalini e al sistema dei sette chakra posti lungo le 33 vertebre della spina dorsale umana; energia rappresentata proprio da un cobra con cappuccio aperto. Soprattutto ci ha colpito la presenza di una roccia, sulla cui parte anteriore sembrava essere “incastonato” un viso di uomo barbuto dai capelli lunghi mentre sulla parte posteriore una sorta di spirale racchiudeva un triangolo al cui centro vi era un’inserzione verde, proprio in corrispondenza del “terzo occhio” dell’individuo raffigurato.

Immagine

Un permesso inaspettato

Dopo aver esaminato tutti quegli oggetti singolari, con entusiasmo scegliemmo gli oggetti più interessanti da prendere in considerazione per la mostra, e discutemmo le condizioni di prestito con German Villamar. Alla fine del colloquio seguì qualcosa di inaspettato. Egli ci spiegò che dovevamo era necessario chiedere il permesso alle guide indios del luogo (i successori autoctoni degli incas), essendoci pietre considerate magiche tra i reperti.

La sera seguente ci incontrammo così nuovamente a casa di German. Era presente anche Luis Viracocha, un uomo molto carismatico che tra gli indios è una personalità di rilievo. La sua è una famiglia di artisti che esegue da molte generazioni sculture tradizionali in pietra con motivi inca. La sua prima reazione alla nostra richiesta di prestito fu un categorico “no!”. Ci spiegò energicamente che era fuori discussione che quegli oggetti lasciassero quel luogo. Dopo un’ora di conversazione, Luis prese in mano un piccolo piatto di pietra, di giadeite verde-scura, dove erano stati intarsiati un cerchio blu, e una spirale arancione.

Con un piccolo magnete che pendeva a un filo, fu poi fatto un esperimento. Luis diede al dottor Hampejs il filo con il magnete e gli disse: “Mantieni il pendolo col magnete sul centro della spirale”. Detto fatto. Dopo alcuni secondi il magnete cominciò a girare descrivendo un cerchio dall’interno verso l’esterno. Una volta toccato il bordo del piatto, ruotò per un po’ di tempo senza fermarsi, a velocità costante. Il test fu ripetuto con successo anche da Reinhard Habeck e dal dottor Joachim Zillmer. Infine venne il mio turno. Restai sorpreso e un po’ deluso: il magnete non si era mosso di un millimetro. Ritentai più volte, ma non accadde nulla. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, mi misi a ridere e rinunciai.

Lanciai a Luis uno sguardo interrogativo: volevo sapere perché con me non aveva funzionato. Assunse un’espressione molto seria e invitò il dottor Hampejs, Reinhard Habeck e il dottor Zimmer a compiere nuovamente la stessa procedura.Di nuovo la cosa funzionò con tutti e tre. Infine, ritentai io. Ma come prima, il magnete restava del tutto immobile. Provai addirittura a stimolare intenzionalmente il pendolo, ma senza successo. Dopo alcuni minuti mi arresi, e mi chiesi stupito cosa fosse successo.

Luis andò da German e gli comunicò con un’espressione seria: “German, a quest’uomo puoi mettere a disposizione la pietra per la sua mostra!”. In seguito al rifiuto iniziale di Luis, eravamo molto abbattuti, ora la nostra gioia fu davvero grande. Domandai a Luis: “Che conclusioni devo trarre dal fatto che il pendolo nelle mie mani non si muoveva? Questa cosa ha un significato particolare?”.Luis, infine, mi sorrise e disse: “Vedila come un segno! Un buon segno!”. Fino ad oggi, non so ancora quale significato abbia avuto questo esperimento. La buona fede di questa gente semplice è, comunque, confermata dal fatto che non hanno mai fatto nulla per rendere noti questi oggetti, custodendoli gelosamente come testimonianze sacre dei loro antenati. Si tratta di persone molto legate alla loro tradizione sciamanica. Sono stato fortunato. Il giorno dopo la nostra squadra di quattro persone prese l’aereo e partì fiduciosa alla volta di Cuenca. Anche lì ci fu data la possibilità di accedere a collezioni straordinarie date per disperse. Ma questa è un’altra storia.

Fonte: http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9539



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L’enigma del monolito di Pokotia, emblema della civiltà Pukara

Il monolito di Pokotia è una statua di pietra antropomorfa, alta circa 170 cm, che fu trovata intorno al 1960 nel sito di Pokotia, a circa 2 chilometri dalla città di pietra di Tiahuanaco.

Nel 2002 i ricercatori Bernardo Biados, Freddy Arce, Javier Escalante, Cesar Calisaya, Leocadio Ticlla, Alberto Vasquez, Alvaro Fernholz, Omar Sadud, Paulo Batuani e Rodrigo Velasco hanno analizzato il monolito, che si trovava nel Museo de metales preciosos a La Paz, e si sono resi conto che riportava delle iscrizioni non solo nella parte frontale, ma anche nel dorso.

Purtroppo non è stato possibile risalire al luogo esatto dove il monolito fu trovato, ciò avrebbe permesso attuare un serio studio stratigrafico. In ogni modo dall’analisi della statua si può affermare che appartiene ad un periodo antecedente alla civiltà Tiwanaku classica. A mio parere il monolito di Pokotia potrebbe essere stato intagliato in un periodo antecedente al fiorire della civiltà Pukara.
Secondo la linguistica ufficiale il termine Pukara viene dal Quechua e significa fortezza, o luogo strategico da dove si può controllare una vallata o la confluenza di due fiumi.

La civiltà Pukara aveva il suo centro nella cittadella fortifificata che si trova 61 chilometri al nord di Juliaca, nel dipartimento di Puno. Il termine Pukara però è così frequente nelle vallate a nord del lago Titicaca (il sito di Poquera e anche i petroglifi di Pusharo, situati molto più lontani, presso il fiume Palotoa, nel Madre de Dios), che porta a mio parere ad individuare l’origine della civiltà Pukara nell’Amazzonia.
Probabilmente alcuni indigeni di origine Arawak si spinsero verso la Sierra intorno al VI millennio prima di Cristo, per intercambiare i loro prodotti. Alcuni di loro si fermarono nell’altopiano e, mischiandosi con i nativi di origene Colla, diedero inizio alle cultura Chiripa e Qaluyo (lo provano anche i petroglifi di Quiaca, molto simili a quelli di Pusharo), e successivamente alla civiltà Pukara.

Il luogo dove fu trovato il monolito di Pokotia fu individuato da alcuni ricercatori come un sito sacro o un oracolo.
Secondo lo studioso Clyde A. Winters nel monolito di Pokotia vi sono varie iscrizioni (di origine proto-sumerica), ma le più importanti sono al di sotto delle mani (che sono appoggiate alle coscie), e nella parte dorsale (nella schiena della statua).

Questa è la traduzione delle iscrizioni che si trovano nella parte frontale, secondo l'epigrafista Clyde A. Winters:

"Divulga a tutta l’umanità l’apertura dell’oracolo di Putaki. Si proclama che la stirpe di Putaki sarà stimata nel tempo. Agisci in modo giusto in modo che l’oracolo possa divulgare la saggezza. Apprezza il culto. Tutti devono testimoniare la volontà Divina. L’indovino interpreterà la guida dell’oracolo, in modo da rendere note le regole che guideranno l’umanità. I cittadini testimonieranno in favore dell’essere umano che diffonderà saggezza e sarà esempio di carattere forte."

Nella parte frontale sinistra della statua vi è un ulteriore decrizione che viene così interpretata:

"Lo sciamano proclama l’immensa importanza di questo luogo, il potere della Divinità, in modo da consegnare la saggezza all’uomo."

Ci sono poi due altre incisioni addizionali, sempre nella parte frontale:

"Oh grande Putaki, uomo saggio e progenitore di molte genti."

E ancora:

"Giura di testimoniare carattere e saggezza. Porta testimonianza del potere della Divinità in modo da rafforzare il tuo carattere."

Nella mano del monolito vi sarebbe scritto, sempre secondo Winters:

"L’oracolo di Putaki conduce l’uomo alla verità. Questo oracolo prezioso farà germogliare la stima, ora testimonia la sua fuga."

Per quanto riguarda la parte dorsale del monolito, ci sono varie interpretazioni. Secondo Clyde A. Winters questa sarebbe la traduzione:

"La norma ideale è l’oracolo. Questo oracolo porta alla conoscenza della volontà divina. Distribuisci a tutta l’umanità la volontà divina. Cogli il senso della voce perfetta. L’oracolo spargerà serenità. Ascolta l’oracolo, chiamate l’indovino. L’indovino parla in modo saggio. La volontà divina diventerà visibile e scintillante, uscendo dalla bocca dell’oracolo. Ascoltate l’indovino, ascoltate l’oracolo per poter chiamare a voi saggezza e carattere. Ascoltate l’oracolo per diffondere la volontà divina, seguendo il Bene legittimo e giusto. Chiama a te il nutrimento puro per l’oracolo. Oh oracolo, sei il testimonio della purezza. Diffonderai serenità e saggezza. L’oracolo di Putaki è padre della saggezza e beneficio per tutti. Diventerà un testimonio visibile della saggezza e della volontà divina. Diffonderai la volontà divina e sarai testimonio del suo potere."

Secondo Winters pertanto, il monolito di Pokotia era un oracolo il cui nome era Putaki. Le iscrizioni che vi sono incise sarebbero in proto-sumero pittografico, anche se non cuneiforme come nella Fuente Magna. Gli autori delle iscrizioni del monolito di Pokotia sarebbero pertanto gli stessi che incisero la Fuente Magna, in un periodo compreso tra il 3000 e il 2000 a.C. Sempre secondo Winter il proto-sumero deriverebbe, insieme al proto-dravidico, e al proto-mande, da popoli che vissero nel Sahara prima del diluvio.

Vi è poi un'altra traduzione delle iscrizioni dorsali del monolito di Pokotia. E’ un interpretazione del quellca pittografico, l’antico idioma dell’altopiano andino, parlato forse da una ristretta cerchia di sacerdoti nella cultura Pukara e nella Tiahuanaco classica.
Secondo questa interpretazione, che si basa anche su calcoli archeo-astronomici, le iscrizioni situate sul dorso del monolito significherebbero:

"Nel tempo che Manco Capac e Mama Ocllo uscirono dalle acque del lago Titicaca, apparì nel cielo una nuova stella proprio al lato della Croce del Sud. Successivamente la stella si fece più piccola e quindi scomprave nel cielo. Si vedeva sopra le montagne all’orizzonte tra due montagne e iniziò a brillare il terzo giorno del quarto mese."

Secondo questa interpretazione quindi, la parte dorsale del monolito relaterebbe l’esplosione di una supernova, proprio quando la celebre leggenda di Manco Capac e Mama Ocllo situerebbe la loro uscita dal lago Titicaca ovvero la loro “nascita”.
Dopo avere analizzato sia la Fuente Magna che il monolito di Pokotia mi sento di affermare che i due reperti sono autentici ed entrambi riportano delle iscrizioni proto-sumeriche e quellca.

Come già da me ribadito nel mio articolo sulla Fuente Magna, concordo pienamente con la tesi di Bernardo Biados secondo la quale i Sumeri circumnavigarono l’Africa già a partire dal 3000 a.C. Il fatto che, una volta arrivati presso Capo Verde, abbiano trovato venti contrari, li ha spinti ad inoltrarsi nell’oceano, alla ricerca di venti favorevoli (la stessa rotta fu percorsa secoli più tardi da Fenici, Cartaginesi e Portoghesi).
Fu così che, accidentalmente, i navigatori Sumeri si trovarono presso le coste del Brasile, probabilmente negli attuali Stati del Piauì o Maranhao. Siccome erano in cerca di metalli si diressero verso l’interno del continente e, navigando lungo il fiume Madeira e il Beni giunsero sull’altopiano andino, luogo oltrechè ricco di metalli, considerato sacro fin da tempi arcaici, per l’esistenza stessa del lago Titicaca, il più alto del mondo.

Alcuni Sumeri si fermarono nell’altopiano andino e si mischiarono con le etnie Colla e Arawak, mentre altri tornarono in patria.
E’ interesante verificare come i termini seguenti mostrino similarità, soprattutto nelle consonanti: Pusharo (PSR), Pukara (PKR), Pokotia (PKT), Putaki (PTK). E’ pertanto possibile che l’origine della civiltà Pukara, e successivamente del sito di Pokotia (con l’oracolo di Putaki), sia la selva amazzonica, con gli enigmatici petroglifi di Pusharo, che a mio parere indicano un luogo strategico utilizzato da popoli della selva durante il loro lungo percorso verso la Sierra.

Se ulteriori scavi saranno approvati a Tiwanaku e Pokotia, con il proposito di scoprire cosa vi sia alla profondità di ben 30 metri, potrebbero venire alla luce importanti giacimenti proto-Pukara, e forse anche altre antiche tracce della presenza dei Sumeri nel Nuovo Mondo.

YURI LEVERATTO


Fonte: http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=99


Ultima modifica di Atlanticus81 il 19/08/2012, 15:57, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 04/09/2012, 00:42 
Una vecchia leggenda indù racconta che un tempo gli uomini erano degli Dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahma, Capo degli Dei, decise di togliere loro la Potenza Divina e nasconderla dove non l'avrebbero mai trovata. Dove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli Dei minori furono chiamati a consiglio per valutare questo problema, dissero: "Seppelliremo la divinità dell'uomo in fondo alla terra". Ma Brahma disse: "No, non basta, perché l'uomo scaverà e la troverà". Allora gli Dei dissero: "Bene, allora affonderemo la sua divinità nell'oceano più profondo". Ma Brahma rispose ancora: "No, perché prima o poi l'uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie". Allora gli Dei minori conclusero: "Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l'uomo non potrebbe eventualmente raggiungerlo". Allora Brahma disse: " Ecco cosa faremo con la divinità dell'uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì".

Fonte: http://www.scuola-radici-del-tao.it/htm ... edico.html

Ed ecco dove è ancora celata l'eredità degli antichi dei...



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MessaggioInviato: 23/09/2012, 19:55 
L'uso delle erbe in medicina potrebbe essere parte di quell'antico sapere fornito dagli dei al tempo della Rinascita? Per lo meno inizialmente, poi nei secoli certamente gli stessi egizi avranno raffinato le pratiche mediche e sviluppato nuovi studi, ma l'incipit, così come fu per l'agricoltura, potrebbe essere giunto dagli antichi dei...

Le conoscenze mediche degli antichi egizi

Degli antichi egizi si parla approfonditamente delle piramidi costruite in onore ai faraoni, della sfinge e di altri misteri legati agli allineamenti con le stelle.

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Alle volte però, ci si rende conto che si parla molto di più di ciò che non si è ancora scoperto, piuttosto che di quello che realmente si conosce, probabilmente a causa del fascino che questo comporta, dove la nostra mente può viaggiare verso scenari infiniti. Ma tra le cose ben documentate e più antiche, c’è la medicina egizia; dall’invasione persiana del 525 a.C, sino al 33 a.C, la pratica medica egizia è rimasta coerente nei suoi metodi altamente avanzati per il tempo. Erodoto arrivò a chiamare gli egizi il popolo dei sanissimi, grazie all’importante sistema sanitario che possedevano, ed alla esistenza di un medico per ogni infermità.

Omero scrisse nella sua Odissea: “In Egitto, gli uomini sono più abili in medicina di qualunque genere umano e più abili in questo campo di qualsiasi altra arte”, sostenendo che la terra fertile produceva tantissimi farmaci, e dove ogni persona era un medico.

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Il Papiro di Erbers

La comunità scientifica è concorde sul fatto che un ruolo fondamentale nella medicina egizia è stata occupata dalle erbe. Le prove vengono dai luoghi di sepoltura, dalle tombe e dai templi sotterranei in cui gli archeologi hanno trovato ampi insiemi di documenti medici e pergamene, tra cui il Papiro di Erbers, di Edwin Smith, di Hearst, e il London Medical Papyrus, che conteneva la prima documentata consapevolezza dei tumori. Il primo è senza dubbio il più famoso, un rotolo di 110 pagine che aperto occupa circa 20 metri di lunghezza.

Contiene circa 700 rimedi tra cui pratica empirica e osservazione, e un trattato sul cuore che lo riconosce come centro per l’apporto di sangue. Gli egizi consumavano aglio crudo e cipolle per la resistenza, e per curare l’asma bronchiale ed altri problemi polmonari. In uno dei capitoli sono stati trattati anche i disturbi mentali, tra cui la depressione e la demenza. Non mancavano malattie intestinali, parassiti, problemi agli occhi e alla pelle, e persino ascessi e tumori. Molte delle loro erbe erano immerse nel vino e usate come medicina orale.

Si trattava di erbe naturali, non contaminate da pesticidi, erbicidi, insetticidi, o acqua fluorurata. Gli egiziani hanno documentato l’uso di mirra, incenso, finocchio, cassia, timo, ginepro, e anche aloe. Spicchi d’aglio freschi sono stati sbucciati e schiacciati in una miscela di aceto e acqua, utilizzata come un risciacquo per il mal di gola e mal di denti.

Conoscevano inoltre le proprietà curative del miele. Non a caso il primo riconoscimento ufficiale dell’importanza del miele risale alla prima dinastia egizia, utilizzato anche come antibiotico naturale. Il terreno principale per l’apicoltura era ubicato nel Basso Egitto, dove c’era l’irrigazione estensiva al fine di nutrire migliaia di piante da fiore.

L’ape è stata scelta come simbolo per il paese e gli dei sono stati associati con essa. Gli stessi templi erano in realtà case per le api, al fine di soddisfare il desiderio degli dei. La stessa Canaan è stata chiamata la “Terra di latte e miele” nella tradizione ebraica.

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Papiro di Smith

Le malattie non erano rare in Egitto. Ci sono state molte afflizioni della pelle e parassiti dalle acque del fiume Nilo, così come casi di cefalea, lebbra, obesità, poliomelite, carie, vaiolo. La tubercolosi era comune, a volte trasmessa da bovini. La polmonite colpiva le persone che respiravano troppa sabbia durante le tempeste.

Ma i medici egiziani hanno approfittato appieno delle risorse naturali presenti nell’area per il trattamento di disturbi comuni. Molti dei loro metodi sono ancora oggi molto validi e sono considerati parte del mondo della medicina omeopatica. Oggi i ricercatori sono stati in grado di tradurre i rotoli e apprezzare ciò che gli egizi conoscevano in merito all’anatomia, all’igiene e alle guarigioni. Grazie a loro si è aperta la strada che ha condotto alla medicina moderna.

Fonte: http://pianetablunews.wordpress.com/201 ... chi-egizi/


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MessaggioInviato: 23/09/2012, 20:01 
Erano abili anche nella tecnica delle protesi senza dubbio, ricordo la protesi di un alluce trovato su una mummia davvero "esteticamente" validissima e soprattutto funzionale.


Cita:

Una vecchia leggenda indù racconta che un tempo gli uomini erano degli Dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahma, Capo degli Dei, decise di togliere loro la Potenza Divina e nasconderla dove non l'avrebbero mai trovata. Dove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli Dei minori furono chiamati a consiglio per valutare questo problema, dissero: "Seppelliremo la divinità dell'uomo in fondo alla terra". Ma Brahma disse: "No, non basta, perché l'uomo scaverà e la troverà". Allora gli Dei dissero: "Bene, allora affonderemo la sua divinità nell'oceano più profondo". Ma Brahma rispose ancora: "No, perché prima o poi l'uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie". Allora gli Dei minori conclusero: "Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l'uomo non potrebbe eventualmente raggiungerlo". Allora Brahma disse: " Ecco cosa faremo con la divinità dell'uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì".

Fonte: http://www.scuola-radici-del-tao.it...rvedico.html

Ed ecco dove è ancora celata l'eredità degli antichi dei...


DNA (con dei segmenti dormienti) o Cervello?

Certo che se interpretassimo ciò che dicono le leggende indù, il loro folklore e le loro STORIE religiose (prese sempre come favolette) ne sapremmo certamente di più della nostra storia remota -_-



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La ricerca della "Eredità degli Antichi Dei" ci porta questa volta in Piemonte...

IL MITO DI FETONTE E LA CITTA' DI RAMA

La regione del Piemonte teatro di un antico ed eccezionale evento celeste. Platone e il segreto del mito di Fetonte. Un principe egizio in Piemonte alla ricerca di antichi segreti. Fetonte e il mito del Graal

di Giancarlo Barbadoro

Fetonte e il mito celtico del Graal

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Una vasta regione, che oggi si estende dal Piemonte alla Savoia e alla Provenza fino a raggiungere la Liguria e la Valle d'Aosta, è stata testimone di eventi straordinari che rappresentano le radici culturali di queste stesse terre e di tutto il continente europeo.

Le leggende e le tradizioni di tutta Europa parlano della caduta dal cielo, nell'area della Valle di Susa, di un oggetto di origine divina, portatore di conoscenza sulla Terra, che avrebbe dato il via ad una tradizione iniziatica ancora esistente nel nostro tempo.

Queste leggende sembrano coincidere con il mito greco dei primi Dei che, come dice Platone, si divisero il nostro mondo in precise aree e le organizzarono per poter donare la loro conoscenza alle creature di allora. Mito che sembra riecheggiare in quello aborigeno riguardante la venuta sulla Terra, in tempi antichi, dei Signori della Fiamma che diedero vita al "Dreamtime", la dimensione segreta degli Aborigeni australiani, modificando l'ambiente del pianeta per adattarlo ai bisogni degli esseri umani.

Mito che si può anche riallacciare alle leggende nordiche relative alle vicende degli Asi, gli antichi Dei del Nord, progenitori dell'umanità.

Queste leggende parlano della sconfitta, da parte degli Asi, dei giganti che dominavano la Terra ai primordi della storia. Gli Asi furono aiutati da Loki, il figlio ardente del tuono e della tempesta caduti come un colpo di martello sulla terra. Insieme a Loki gli Asi liberarono il pianeta dai ghiacci e consentirono in seguito a Odino, il loro re, di creare un mondo che risultasse adatto per l'umanità a cui egli stesso aveva dato vita e che fu posta in una sorta di Eden, protetto da una muraglia circolare fatta di pietre.

Le leggende europee, confermando la narrazione di Platone circa gli Dei che si spartirono la Terra per allevare gli uomini, raccontano che in questa vasta zona la caduta dell'oggetto diede vita ad un "recinto", un'area protetta, in cui gli esseri viventi dell'epoca poterono accedere a conoscenze profonde della scienza e dello spirito. Qui nacquero le scuole iniziatiche dei grandi saggi che diedero vita alle tradizioni che si diffusero poi in tutta Europa e che continuerebbero ancora nel nostro tempo.

L'evento riguardante la caduta dell'oggetto di natura divina è riportato nella tradizione ellenica dalla leggenda di Fetonte, figlio del re Sole, il quale, non sapendo guidare il carro celeste del padre, sarebbe precipitato al suolo. Gli uomini, rinvenuti i resti del carro celeste, avrebbero tratto da essi la conoscenza divina che conteneva.

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La cima del Roc Maol, il monte Rocciamelone in Val di Susa. In epoca romana ospitava sulla sua cima un tempio dedicato a Giove

Nelle Metamorfosi di Ovidio, poeta latino di Sulmona vissuto intorno al 30 a.C., il testo cita l'avventura di Fetonte, figlio del dio Sole, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perdere il controllo del mezzo celeste. Così si avvicinò troppo alla Terra che cominciò ad incendiarsi. Zeus, il sommo dio dell'Olimpo, accortosi di ciò che stava accadendo, per salvare la Terra dalla distruzione provocata dal calore emanato dal carro solare lanciò un fulmine sul figlio. Fetonte fu così sbalzato dal carro celeste e cadde sulla Terra precipitando nel fiume Eridano, l'antico nome del Po.

La tradizione druidica vuole che il carro di Fetonte non sia caduto, ma disceso con tutta la sua potenza divina in un luogo che si trovava all'incontro di due grandi fiumi, nella zona dove oggi si uniscono la Dora e il Po. Una zona identificabile nell'area che comprende l'attuale città di Torino e parte della Valle di Susa.

Fa eco al mito di Fetonte quello medievale relativo alla discesa del Graal. Il mito narra in termini di allegoria antropomorfa la vicenda di una creatura semidivina che in tempi molto antichi precipitò dal cielo finendo per cadere sulla Terra. Nella caduta, lo smeraldo che adornava la sua fronte si staccò precipitando al suolo. La leggenda narra che altre creature semidivine lo raccolsero modellandolo in forma di coppa e lo consegnarono ad Adamo nell'Eden, al fine che lo custodisse e se ne avvantaggiasse.
Quando Adamo dovette abbandonare l'Eden, portò la coppa con sé. Attraverso la sua discendenza, la coppa del Graal giunse nelle mani di Osiride, dio tutelare dell'Egitto.

Quando Osiride fu ucciso a sua volta per mano di Set e il suo corpo venne da questi smembrato e disperso per tutta la Terra, la coppa andò perduta. Così gli uomini persero la loro preziosa fonte di conoscenza e caddero nelle barbarie.

Molti secoli più tardi, nella città di Camelot in Armorica, re Artù, aiutato dal druido Merlino, radunò dodici cavalieri, riunendoli in cerchio attorno alla nota Tavola Rotonda, con lo scopo di ritrovare la preziosa coppa del Graal. Riportata la coppa a Camelot, re Artù cercò di utilizzarla per ricostruire un nuovo Eden, ma non tutti i Cavalieri erano capaci di sostenere la conoscenza che essa conteneva, tanto che il Graal appariva e scompariva nel centro vuoto della Tavola Rotonda.

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Parco di Dreamland, a nord di Torino. Una ricostruzione del grande cerchio di pietre che secondo l’antica tradizione druidica venne fatto costruire da Fetonte a mezzo dei suoi due aiutanti di metallo dorato

La ricerca moderna del Graal ha coinvolto organizzazioni iniziatiche di ogni genere, dai Templari sino ai gruppi esoterici più disparati.

Gli alchimisti di ogni tempo, nel segreto dei loro "athanor", i fornelli alchemici in cui trasmutavano le qualità dello spirito, cercarono di riprodurre la pietra filosofale che avrebbe consentito di accedere al segreto della "lapis exillis", la "pietra di conoscenza caduta dal cielo".

Platone, il filosofo ateniese del 400 a.C., in merito alla leggenda di Fetonte, che si riallaccia a quella del Graal, sostiene che essa, come tutte le leggende, non era altro che una favola per bambini che nascondeva un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.

In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l'impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un'epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro inspiegabile scomparsa.

Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell'accaduto? Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?

C'è anche da chiedersi per quale motivo, se si fosse trattato solo della caduta di un asteroide, l'antica tradizione abbia attribuito a quell'oggetto un significato riferito a una fonte di conoscenza. Non va dimenticato che la parola GRAAL, secondo gli alchimisti medievali, è in realtà l'acronimo di "Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce", ovvero "conoscenza ricevuta da una luce antica".
Forse la narrazione di Ovidio non rispondeva alla realtà dei fatti accaduti milioni di anni prima.

Dall’Egitto alla ricerca del Graal

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La tradizione dei salotti esoterici di Torino ritiene che il monumento del 1879, dedicato ufficialmente all’opera del Traforo del Frejus, sia attribuibile in realtà al mito di Fetonte, figura dominante nella cultura celtica del Piemonte. Un monumento che riprende tutti i simboli della saga dell’umanità come viene citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia: la forma piramidale, l’angelo alato che giunge dal cielo e i giganti prostrati sui fianchi del monumento

E' indubbio che questa zona dell'Europa fu teatro di un evento di portata significativa per l’umanità di quei tempi ed esercitò soprattutto un richiamo di interesse mistico per molte culture di tutti i tempi e di ogni luogo del continente europeo.

Non si deve dimenticare che proprio nella Valle di Susa, in Piemonte, subito dopo il diluvio ricordato in tutte le tradizioni del pianeta, e presumibilmente dopo la scomparsa della grande civiltà del bacino fertile del Mar Nero, venne edificata la misteriosa città ciclopica di Rama.

Le antiche cronache della Valle di Susa riportano l'esistenza, in epoche remote, di una città ciclopica chiamata Rama. La città, dalle descrizioni, potrebbe assomigliare alle fortezze megalitiche peruviane e dell'Oceania. Le leggende dei secoli successivi aggiungono che questa mitica città fu uno dei luoghi dove venne conservato per un certo periodo il Graal.

Il mito della città sopravvisse ai secoli a mezzo delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori di inizio secolo che raccolsero dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza.

Alcuni autori dell’800 riportano ad esempio che, molti secoli dopo l’evento attribuito alla figura di Fetonte, giunse in visita in Piemonte addirittura un principe egizio fratello di Osiride. Il fatto viene riportato anche in un testo precedente e risalente al 1679, "Historia dell'Augusta Città di Torino", ad opera del conte e cavaliere Emanuele Thesauro, dedicato al Reggente del Ducato sabaudo.

La leggenda vuole che il principe egizio, di nome Eridano, fosse detentore del segreto del Graal e si trasferisse in Piemonte dall'Egitto con il suo esercito personale per cercare le tracce della discesa di Fetonte e stabilire una colonia presso l’antica città di Rama che era stata edificata intorno al luogo dell’apparizione del dio celeste. Per questo suo compito gli venne poi dato il nome di Fetonte-Eridano.

Secondo le cronache dei salotti esoterici fu proprio questo personaggio ad introdurre in zona il culto del dio Api, il toro divino dell'antico Egitto, da cui derivò il nome dato alla popolazione celtica dei Taurini e alla stessa città di Torino che sarebbe sorta in quella zona secoli dopo.

La narrazione riporta ancora che il principe egizio, dopo aver provveduto a riedificare la città di Rama, un giorno, durante una corsa forsennata su una quadriga lungo le rive del fiume Po, perse il controllo, precipitò nelle acque del fiume e morì annegato. Dopo questo fatto venne dato al fiume il nome di Eridano per ricordare la tragica morte del principe egizio.

Esiste anche una vasta costellazione celeste che ricorda il fiume e questo antico evento. La costellazione è una delle quarantotto riconosciute ed elencate da Tolomeo e ancora oggi appartiene all’iconografia stellare moderna della volta celeste. Presso gli antichi greci la costellazione di Eridano rappresentava il fiume Po, conosciuto appunto con il nome di Eridano, mentre presso gli egizi voleva simboleggiare il fiume Nilo.

Se si vuole evincere una indicazione di valore esoterico da questo particolare, si può considerare che nella sua estensione la costellazione copre un grande arco di cielo unendo l’emisfero boreale a quello australe. La sorgente del fiume viene fatta nascere dalla stella Achernar che, quattromila anni fa, per via del fenomeno della precessione degli equinozi, costituiva la “stella polare” dell’emisfero australe. La sua luce brillava sul misterioso continente dell’Antartide, considerato dagli esegeti come la sede dell’antico Eden da cui era sorta l’umanità.

Presso gli antichi cinesi la stella Achernar veniva rapportata ad un ”impetuoso e tortuoso ruscello” da cui nasceva l’immenso fiume.

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I resti delle ciclopiche mura della città di Rama, sorta attorno al cromlech fatto erigere da Fetonte, attualmente esistenti in val di Susa

Il fiume-costellazione scorre nel cielo seguendo varie concatenazioni di stelle sino ad arrivare nell’emisfero boreale ai piedi della costellazione di Orione.

Il mito di Fetonte nelle leggende druidiche

Le antiche tradizioni druidiche del Piemonte interpretano la venuta del dio Fetonte in maniera diversa e con molti più particolari di quanto viene citato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Secondo le leggende druidiche Fetonte non sarebbe caduto al suolo come vuole il mito greco, bensì sarebbe disceso dal cielo sul suo carro celeste costruito interamente in oro massiccio. E inoltre non avrebbe prodotto un terribile incendio come nel mito di Ovidio, a meno che non si intenda questo evento come un riferimento simbolico al culto del fuoco o alla diffusione di una nuova conoscenza venuta dal cielo che avrebbe coinvolto tutto il continente europeo.

Il dio sarebbe disceso con il suo carro di metallo dorato nella Valle di Susa, alle pendici del monte Roc Maol, l’attuale Rocciamelone, dove esisteva un’antica e mitica caverna sacra che si apriva sul fianco della montagna per inoltrarsi nelle sue viscere di roccia sino a raggiungere l’altro versante dell’area piemontese identificabile nelle Valli di Lanzo.

Nel luogo della sua discesa dal cielo, Fetonte avrebbe incontrato gli uomini che vivevano nei tempi antichi. Uomini che secondo la tradizione druidica erano ben diversi da quelli attuali, molto più alti, tanto da essere descritti come dei giganti con fattezze mostruose. Descritti alle volte anche come piccoli sauri e serpenti antropomorfi, ricoperti di piume variopinte e dal sangue caldo.

Secondo le leggende, il dio sceso nella Valle di Susa, dopo la sua venuta avrebbe incontrato una confraternita di uomini di quel tempo che praticava il culto del fuoco, ritenuto come una emanazione del Sole, la manifestazione della divinità che regnava sull’universo.

Fetonte aveva scelto una radura in una foresta della valle e per sacralizzarla si era fatto costruire dai suoi due assistenti di metallo dorato un grande cerchio di dodici enormi pietre erette.

Immagine
La costellazione di Eridano

Qui accoglieva i membri della consorteria del fuoco per insegnare loro i segreti del Cielo e della Terra, trasformandoli per merito della sua conoscenza in creature semidivine.

Il suo insegnamento riguardava le varie scienze, dall’agricoltura alla matematica, alla scrittura, alla medicina, all’astronomia e alla tecnologia della fusione dei metalli.

Da questo memorabile evento la originaria confraternita del fuoco che operava in lavori di metallurgica si trasformò in una Scuola iniziatica. La Scuola del Fuoco iniziò il suo operato formando i primi druidi, gli Ard-Rì, che avrebbero in seguito civilizzato tutto il continente europeo. Personaggi che più tardi, nel mito medievale del Graal, sarebbero stati identificati nelle creature semidivine che avevano raccolto la gemma verde per trasformarla in una coppa di conoscenza.

Fetonte, sempre secondo la leggenda, ampliò la sua Scuola iniziatica dando vita all’Ordine monastico-guerriero dello Za-basta che prendeva nome dal pettorale che ciascuno dei suoi appartenenti indossava. Un Ordine che per certi versi preannunciava quello che molti millenni dopo sarebbe stato l’Ordine dei Cavalieri del Tempio. E così come fece l’Ordine dei Templari in una Europa imbarbarita, anche lo Za-basta si impegnò ad una immane civilizzazione di un pianeta che, dopo la fine dell’era dei grandi sauri, era tutto da ricostruire e che avrebbe portato dopo peripezie di ogni genere su tutto il pianeta all’umanità del nostro tempo.

Secondo la tradizione druidica, Fetonte avrebbe portato in dono agli uomini un albero dai poteri particolari, l'Yggdrasil, l'Albero della Vita che si estende tra i mondi, in grado di donare benessere e conoscenza a chi lo seminava e lo coltivava. Un simbolismo che porta l’Yggdrasil a fondersi con l’esperienza introspettiva e creativa della meditazione, considerata la base fondamentale della Scuola iniziatica di Fetonte.

Nelle leggende del druidismo piemontese, Fetonte viene ritenuto infatti anche come il dispensatore dell'arte dell'Alchimia dell’interiore. Alcune antiche tradizioni bretoni confermano questa interpretazione ritenendo Fetonte il primo iniziatore dell’Alchimia, la cui provenienza di origine non sarebbe l’Egitto ma avrebbe avuto i natali sul continente europeo.

Fetonte avrebbe insegnato anche la scrittura e a lui sarebbero attribuite le 22 lettere dell’alfabeto sacro usato dai druidi e conosciuto come quello delle Rune e dell’alfabeto Oghamico.

Una circostanza che porta ad accostare la figura di Fetonte a quella del dio egizio Thot, dio delle scienze e ideatore della scrittura.

Composto da 22 lettere era anche l’alfabeto del re Kadmos, uno dei Pelasgi superstiti del diluvio ricordato da Deucalione che aveva distrutto il bacino fertile dell’attuale Mar Nero. Kadmos fece conoscere alle popolazioni dell’antica Grecia l’alfabeto ancestrale dei Pelasgi per ricostruire l’Eden perduto.

http://www.shan-newspaper.com/web/tradi ... ama-1.html



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MessaggioInviato: 27/10/2012, 02:42 
MA i resti di questa città ciclopica esistono davvero? O è solo un mito?

Giusto per:

Cita:
Wiki dice:

Presso la religione induista, Rama (ca. 7000 a.C.) è il settimo avatar di Vi#7779;#7751;u, manifestatosi nel regale principe per risollevare le sorti della morale degli uomini, ormai soggiogati da Ravana. Il suo nome completo è Ramachandra, e spesso viene preceduto dal titolo di rispetto induista, Shri. Egli rappresenta la personificazione dell'Assoluto Brahman e l'incarnazione del Dharma, l'Uomo Perfetto (Maryada Purushottama). È l'avatar del Treta Yuga, l'età dell'argento, caratterizzata dalla comparsa del vizio e della malvagità.
Rama è la più famosa e popolare manifestazione del Dio Supremo per una grande maggioranza dei 900 milioni di induisti in tutto il mondo, incluse le nazioni del Sud-est asiatico come Thailandia, Malesia, Indonesia, Myanmar e Cambogia. È riconosciuto come l'immagine, lo spirito e la consapevolezza dell'Induismo, la religione organizzata più antica del mondo, e della civilizzazione umana dal punto di vista indiano.
La vita e le imprese eroiche di Rama sono narrate nel Ramayana, un antico poema epico in sanscrito, che letteralmente significa "Il viaggio di Rama". Un'importante opera devozionale è il Ramcharitmanas di Tulsidas, che si basa sui princìpi dei movimenti Bhakti, ossia la devozione e l'amore per Dio.
La scrittura e la pronuncia del nome di Rama seguono quelle originali del sanscrito; continuano ad essere seguite in molte lingue moderne dell'India, anche se a volte (specie in Hindi) viene pronunciato Ram. Nel Ramayana si racconta di quando Sita (moglie di ram) viene rapita dal diavolo, Ravane da qui inizia la ricerca della dea.



Può esserci un collegamento tra il nome e la sua scelta a le vicende raccontate nella "mitologia" (?) Indù?

p.s:
Certo che sti indù ne raccontano di tutti i tipi, sembrano una enciclopedia che racchiude i miti di tutte le civiltà ^_^ -.-


Ultima modifica di MaxpoweR il 27/10/2012, 02:45, modificato 1 volta in totale.


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CONOSCERE GLI DEI

Charles Fort – il primo scriba del proibito – affermò nel suo lavoro, «Qualcosa, da qualche parte, afferma un diritto legale su questo pianeta». Nella migliore delle ipotesi, la razza umana sarebbe inquilina di un padrone sconosciuto, incerta sui termini dell’affitto o del prezzo da pagare; nella peggiore, il nostro mondo sarebbe una riserva di caccia per incuranti sovrani.

Un’altra persona sostenne idee simili, ma il suo nome e i suoi scritti sono caduti nell’oblio. A parte documentari televisivi sull’enigmatico caso, pochi ricordano la storia di Donald Crowhurst, l’uomo che tentò di circumnavigare il globo in una regata con il trimarano, sponsorizzata dal Sunday Times. Ma Crowhurst ebbe un esaurimento nervoso durante la sfida, come suggeriscono gli indizi.

Se Crowhurst stesse cercando di imbrogliare per raggiungere la vittoria o se si suicidò sono cose al di là della competenza di questo articolo. Ciò che ci interessa qui è il documento di 2.500 parole che redasse durante la sua odissea, respinto da molti come le farneticazioni di un pazzo. In un paragrafo delle sue meditazioni dichiara:

«Dio e suo Figlio hanno giocato al centro del Cosmo. Era il Padre in tutta la sua perfezione e suo Figlio era altrettanto perfetto. Hanno giocato uno splendido gioco che consisteva nel trasformare le scimmie in dèi. è stato un gioco divertente e per tutto il tempo hanno giocato, seguendo una semplice regola: alle scimmie non era permesso conoscere l’esistenza degli dei».

Crowhurst era pazzo o ebbe un’illuminazione? Le parole di un marinaio, che scomparve nell’estate del 1969, fungono da preambolo a questo articolo. Un’umanità tecnologica e meccanizzata cerca una risposta al paranormale nella forma di esseri su fantasiose navi spaziali interplanetarie, alimentate da elementi sconcertanti, quando la soluzione all’enigma potrebbe essere stata con noi tutto il tempo. Noi siamo le scimmie, diventate lentamente consapevoli delle mani invisibili che muovono i fili.

I Deva

In un’intervista su El Ojo Critico, a Freixedo è stato chiesto il parere sulle apparizioni miracolose della Beata Vergine Maria a El Escorial nel 1980 e i primi anni ‘90. «è stato solo un altro gioco degli dei», ha risposto, prima di raccontare la sua storia. In un’occasione, aveva visitato il sito dove si stava verificando il fenomeno religioso per incontrarsi con Amparo, la veggente al centro delle manifestazioni. Il caso volle che anche due monaci vestiti color zafferano fossero stati condotti lì per rendere omaggio al luogo sacro.

«C’eravamo tutti», aveva raccontato Freixedo, «quando la Vergine apparve con un profumo di rose e tutto il resto. E quando tutto fu finito, gli astanti si precipitarono a vedere i due monaci buddisti, per sapere se il miracolo dell’apparizione era riuscito a convertirli al cattolicesimo. Ma no, i monaci con calma risposero che era solo una manifestazione del Deva. Nella loro religione vi sono i Deva e le Ashuras, come noi abbiamo gli angeli, i musulmani hanno i djinn, ecc».

La tradizione vedica comprende il sovrannaturale e i benevoli Deva, la cui esistenza è invisibile all’uomo, ma che condividono le caratteristiche di essere condannati a un ciclo infinito di nascita, maturazione, morte e reincarnazione. La parola per descrivere queste entità deriva dal sanscrito, che significa “esseri di luce” o “quelli incandescenti”. Vivono in una dimensione adiacente alla nostra e lo scopo di queste presenze eteriche è far funzionare l’universo fisico in cui viviamo. Una specie di reparto di manutenzione, invisibile ma sempre presente. I Deva sono assegnati ai tre ambiti distinti: il cielo, l’alta atmosfera e la terra e hanno il controllo degli spiriti della natura minore, presenti ovunque, dalle nuvole, agli alberi alle rocce.

Tuttavia, lo zoroastrismo persiano non ha condiviso la visione ottimistica di queste entità. I Deva vennero conosciuti come Daivas e associati alle forze del male - le creature semidivine che scelsero la via della Druj (falso) rispetto alla via di Asha (verità). Insegnamenti zoroastriani e dei Veda concordano sul fatto che questo ordine di creature non umane è spesso in guerra con un altro ordine di esseri e che le loro lotte spesso sconfinino nel mondo mortale.

L’impero persiano sotto la dinastia achemenide è stato uno dei più grandi imperi dell’antichità terra. Estendendosi dalla Macedonia al Punjab e dall’Uzbekistan all’Egitto, i Persiani gestirono un regno lontano che comprendeva la maggior parte del mondo civilizzato del tempo. Tra il 486 e il 465 a.C., uno dei suoi governanti, Serse, affrontò una serie di guerre e rivolte lasciando resoconti dettagliati della sua risposta a ciascuna di queste crisi. Una di queste è particolarmente interessante:

«Parla re Serse: Quando divenni re vi furono fra queste terre che sono scritte sopra (alcuni che si ribellarono)... secondo la volontà di Ahuramazda, sconfissi queste e li ripristinai. E tra quelle terre ve ne furono alcune in cui i Daivas erano stati venerati in antichità. Poi, per volontà Ahuramazda di questi templi delle Daivas ho minato le fondamenta e ho ordinato: i Daivas non devono essere adorati.
Dove i Daivas erano stati venerati, io adorai Ahuramazda con Arta l’esaltato».

Se i Daivas persiani possono essere identificati con i Deva indiani, forse le parole di Serse anticipano l’ammonizione dell’angelo a San Giovanni di non adorare tali messaggeri divini: «Io sono servo tuo... e i tuoi fratelli», che compare nel libro dell’Apocalisse ed è stato citato da altri ricercatori sul tema. Queste entità, chiaramente non umane, ma di aspetto umanoide, sono apparse davanti agli stupefatti spettatori in veste di silfidi, ondine e decine di creature di leggende medievali e antiche. Pescare nel folklore in cerca di prove è come minimo rischioso. Possiamo trovare numerose tradizioni (Nativi Americani, Mediorientali, Asiatiche) in cui un umano si unisce con una di queste “più che umane” entità e ne ha dei figli, o - come il cacciatore sfortunato che spiò la dea Artemide mentre faceva il bagno - incontra il suo destino.

“El Rubio”

Il libro “La Granja Humana” (Posada, 1989), di Salvador Freixedo, riporta la stranissima storia di un giovane messicano di nome Jose Luis e della sua bizzarra amicizia con un bambino/piccolo uomo conosciuto solo come “El Rubio” per via dei suoi capelli biondi.

Jose Luis raccontò a Freixedo di aver incontrato il suo strano amico durante un viaggio in campeggio: un gruppo di scolari aveva piantato le tende nel bosco e incontrato un altro ragazzo della loro età (o almeno così credevano) che li aveva portati alla sua “tenda” – un affare lucido e rettangolare che assomigliava a un autobus per le escursioni.
Da quel momento in poi, “El Rubio” era diventato un appuntamento fisso nella vita di José Luis e dei suoi amici e faceva loro visita a scuola per raccontare di viaggi spaziali e del futuro, andando a casa di José Luis anno dopo anno, in occasione del suo compleanno. Il piccolo visitatore si era guadagnato l’affetto dei genitori di José Luis «grazie ai buoni consigli che sempre impartiva» al ragazzo e ai suoi compagni. Come in un episodio di “Ai confini della realtà”, la gente si accorse che El Rubio non sembrava mai invecchiare ad ogni visita compleanno, ma non disse nulla, o per paura o per la convinzione che la piccola figura potesse soffrire di un disturbo ghiandolare. Ma l’apparente mancanza di cambiamento dell’enigmatico visitatore fu il minore dei problemi di José Luis.

Il ruolo di El Rubio nella vita del giovane messicano sembrava essere quello di, suggerisce Freixedo, «prepararlo per una futura grandezza (se questa grandezza è stata raggiunta ancora non è chiaro) eliminando qualsiasi ostacolo».

Quando José Luis ottenne un umile lavoro in una società importante, un certo numero di manager morì presumibilmente a causa di una serie di sintomi, fino a quando egli si trovò in una posizione di potere - tutto questo dopo consultazione con il El Rubio. Qualcosa di simile si verificò quando José Luis disse di essere innamorato di una donna sposata: «Il fatto è che un giorno, quando José Luis si sentiva particolarmente depresso, “El Rubio” gli disse, “Sei triste e so perché”. Jose Luis cercò di negare di essere triste per qualcosa ma El Rubio insistette. “Sei innamorato di una giovane donna che non può corrispondere il tuo affetto perché è sposata. Ti rattristi nel vedere che il raggiungimento dei tuoi desideri sembra impossibile (...) non preoccuparti. Entro un anno, quando tornerò a trovarti, non solo sarai sposato con la donna, ma avrai anche un figlio da lei. Non importa quanto impossibile possa sembrare”». E così era stato. Il metodo utilizzato per rimuovere il “rivale” di José Luis non viene menzionato.

Freixedo elabora ulteriormente le esperienze di José Luis e del suo amico misterioso, ma quanto sopra sarà sufficiente per i nostri scopi. “El Rubio” appartiene, come suggerito dall’autore, all’ordine degli esseri intermedi tra gli esseri umani e gli angeli conosciuti nel mondo islamico come il djinn?

Il demone oscuro

Citando il lavoro di Gordon Creighton su questo ordine di non-umani, la cui realtà è accettata nei tribunali religiosi in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, Freixedo discute il loro comportamento capriccioso nei confronti degli esseri umani, che li porta spesso a scegliere uno di noi per un protetto o anche come animale domestico, e dimostrando un interesse per la riproduzione umana e le umane vicende (similmente al rapimento dei “Grigi” del nostro tempo).

Quanto si estende questo interesse da parte di questi esseri potenti ma ben lontani dall’ordine divino? Anthony Roberts suggerisce che i grandi occhi, i capelli neri e il volto affusolato della dea mesopotamica Ishtar fossero a loro riconducibili (a suo parere, questi tratti fisici sono comuni agli ultraterrestri), come ad altre entità simili. Secondo un mito antico nessun mortale era immune alla dea dell’amore.

Ma che dire di oggi?

Una trentina di anni fa, un libro curioso intitolato “UFO Encounters of the Fourth Kind” (Zebra Book, 1978) esplorò le ossessioni carnali manifestate nel corso della storia da questi esseri che ci apparivano ormai come “la gente dello spazio”. L’autore, Art Gatti, fece riferimento al fatto che un’epidemia del 1969, in Marocco, avesse a che fare con “Aycha Kenaycha”, descritto come un “demone oscuro” o succubo che apparve ai tossicodipendenti sottoposti a esperienze astrali convocando ciascuno di essi con la voce della loro madre. Il viaggiatore astrale drogato si trovava di fronte a una forma astrale in grado di rubargli l’anima, non solo il loro sé astrale. Gatti afferma che l’epidemia a livello nazionale, che riempì i manicomi e le prigioni, finì nel 1970, e che la sua fine fu determinata dall’equivalente islamico di riti di esorcismo... o a una drastica riduzione del consumo di hashish.

La nube dell’inganno

Anche uno scrittore serio come Andreas Faber Kaiser, che si fece conoscere per opere come “Jesus vivio y murio en Cachemira” (Gesù visse e morì in Kashmir) e “Sobre el secreto” (“A proposito del Segreto”, uno studio approfondito delle rovine di Nan-in Matol Ponape), si rese conto che le sue iniziali convinzioni su intelligenze extraterrestri e contatto alieno nella preistoria umana avevano cominciato a cambiare alla luce delle sue scoperte circa l’interesse che intelligenze non umane hanno mostrato nell’alterare il corso della guerra umana. In “Las nubes del Engaño” (Le nubi dell’inganno), Faber Kaiser scrive sul numero di battaglie che sembrava essere stato “gettato” da una parte o da un’altra da “divini” interventi. Luci che appaiono nel furore della battaglia, cavalieri misteriosi che caricano le forze nemiche sostenendo di essere dei o santi, ispirando una fazione e diffondendo il terrore nell’altra. Scienziati ed esploratori alieni, non importa quanto versati nei costumi di una società planetaria, si comporterebbero in questo modo? Forse, poiché la “prima direttiva” è un artefatto della fantascienza degli anni ’60 e il monitoraggio spassionato è un metodo più probabile.

Tale monitoraggio potrebbe assumere forme interessanti, che vanno dai sorvoli effettuati da “scudi scintillanti” e altri fenomeni menzionati nel passato dell’umanità. Jacques Bergier si spinge un po’ oltre, affermando che le bizzarre creature potrebbero essere state poste in mezzo a noi da intelligenze superiori per testare le nostre reazioni, prima di essere riportate nelle loro “scatole” in un’altra realtà. I poteri di queste intelligenze superiori, sostiene, potrebbero estendersi fino a spingere delle nova nelle stelle vicine a depopolare interi pianeti - vale a dire il nostro - e portare a termine l’Era dei Rettili.

«Questi esseri, che potrebbero veramente essere chiamati dèi, misero in moto una serie di eventi che non si fermarono con l’uomo, ma continueranno fino a che questa evoluzione porterà ad altri dèi, esseri uguali a loro creatori».

Casi più recenti del fascino sentito da parte di non-umani verso i nostri simili sono evidenti in “Legends of the Fire Spirits” di Robert Leibling (Berkeley: Counterpoint Press, 2010), il compendio più completo di ricerca sui djinn fino ad oggi. L’autore cita il caso di una studentessa dell’Università di Dhaka, che credeva di avere una compagna di stanza djinn chiamata “Lucy”, nell’estate del 1995.
“Lucy”, giovane di bellezza ultraterrena, sembrava in grado di entrare nelle stanze chiuse a chiave e mostrava altri insoliti talenti. Ma, come abbiamo visto verificarsi nella tradizione incantata, l’uomo coinvolto in queste situazioni spesso commette un passo falso: in questo caso, la studentessa comprò a “Lucy” una collana e si nascose dietro di lei per mettergliela al collo di fronte a uno specchio.
Con suo orrore e stupore, la ragazza si accorse di essere in grado di vedere la collana riflessa nello specchio, ma non Lucy! Svenuta per lo spavento, la studentessa si svegliò davanti ai volti dei suoi compagni di dormitorio, ma Lucy non c’era più. La strana e bellissima ragazza, che non si rifletteva nello specchio, era scomparsa per sempre.

Sollevando il velo:
«Mi hai frainteso. Quando ho detto che trascesero gli animali, includevo anche l’animale più efficiente, l’Uomo. Il microbo è più intelligente dell’Uomo».
«Ma perché in questo caso non abbiamo avuto nessuna comunicazione con loro?»
«Non è certo che non ne abbiamo avute. In tempi primitivi era contrastato dai pregiudizi. Ma se ci sono stati pochi rapporti sessuali, vi è stata profonda influenza.

Il loro effetto sulla storia umana è stato superiore a quello dei microbi, sebbene ugualmente non riconosciuto.

Le vere cause di tutti gli eventi principali sono abbastanza sconosciute agli storici ». C.S. Lewis, “Quell’orribile forza”.

«Gli esseri umani sembrano essere inevitabilmente costretti a scegliere tra due dipendenze principali: o accettare la fede cieca, o lanciarsi nella tomba aperta e riporre la propria fiducia nella scienza, che gioca a birilli con la realtà apparente e nega l’inspiegabile per una questione di principio, insieme a tutto ciò che non è stato passato al setaccio dello schermo del pragmatismo.
Gli esseri umani “devono credere” o “devono accettare” coloro che professano di avere la conoscenza. Se non lo fanno, o sono puniti o consegnati alla degenerazione. La minaccia costante di proscrizione, che pende sulla testa dell’umanità come la Spada di Damocle, è la chiave per la manipolazione a livello immediato».

Queste parole – che ricordano il pensiero di John A. Keel - sono in realtà dell’ugualmente dotata penna (o tastiera) di Juan G. Atienza, il regista spagnolo/ autore/ mistico le cui opere, negli anni ‘70 e ‘80, furono fonte di ispirazione per una generazione. La citazione compare in una delle sue opere più importanti ma meno conosciute, “La Gran Manipulación Cósmica”, che fa del suo meglio per superare l’ufologia, la ricerca paranormale e la religione per trovare una spiegazione ai misteri che hanno tormentato l’attuale generazione di ricercatori. Anche se questa non vuole essere un’esegesi dell’opera di Atienza, è interessante notare che molti pensatori siano giunti alla stessa conclusione: lungi dall’essere i figli prediletti di una divinità paternalistica, la nostra intera specie sembra trovarsi in un labirinto per topi messo a punto da una fredda intelligenza insensibile. Questa intelligenza sembra non avere nulla a che fare con le relazioni su cui basiamo il nostro comportamento (di causa-effetto, mezzo-fine, antecedente-conseguenza) e comprenderlo, scrive, è «il modo migliore per affrontare consapevolmente molti dei misteri rappresentati dalle realtà alternative e schierarsi contro la manipolazione a cui è sottoposta la specie umana, con possibilità di successo». «Conoscere gli dei», conclude Atienza, «significa avere una possibilità di fare meglio di loro».

Frammenti di altri mondi

Elencando il numero di organismi al di sotto dell’umanità (i regni vegetale, animale e minerale, a nostra disposizione), il pensatore spagnolo postula che, oltre “l’apice dell’evoluzione naturale”, come ci piace pensare di noi stessi, vi siano soggetti che vivono a un livello dimensionale superiore rispetto alla nostra realtà e che condividono la realtà allo stesso modo in cui noi condividiamo i campi con il bestiame, o le terre coltivate per il nostro sostentamento.

Quasi nello stesso modo in cui esercitiamo la nostra volontà sulle bestie attraverso l’uso della ragione, questi abitanti di livello superiore (i “macrobi” di C.S. Lewis in “Quell’orribile forza”) ci controllano attraverso una “super- ragione “che è completamente irrazionale per noi, e che non siamo in grado di comprendere. I cosiddetti fenomeni fortiani e gli UFO sono i migliori esempi di questa irrazionalità, che è comunque guidata da un proposito.

Possiamo discutere se questo scopo è “buono” o “cattivo”, ma come una pecora non vuole necessariamente far parte di un gregge, essa vi viene inserita da un pastore.

Queste forze sopradimensionali (le “ forze supertutelari” di Charles Fort) sono pastori dell’umanità e noi obbediamo loro direttamente “o tramite i cani che assistono il pastore”.
è questo, allora, il ruolo svolto dagli elementali, “deva” e altre entità?

Nel suo libro “Investigating the Unexplained” (Prentice- Hall, 1972), lo zoologo Ivan Sanderson presenta una spiegazione convincente per la domanda “come può accadere?”

Dopo aver sottolineato il fatto che molte cosiddette “intangibili” creature presentino chiaramente “tangibili” aspetti, propone l’esistenza di una serie completamente nuova di dimensioni separate da quello che concepiamo come il nostro normale spazio/tempo, ma «così vicine al nostro che alcune componenti cadono da una parte all’altra e poi forse fanno ritorno».

Forse ancora più importante è l’affermazione del grande ricercatore che siamo sempre più circondati da prove misurabili di queste altre dimensioni in contatto con la nostra, popolata da abitanti di nature insospettabili, che vanno da «idioti abissali ad entità simili a dei».

La fine di un mondo

Sanderson conclude la sua esposizione sulla questione postulando una serie di concetti: che vi siano altri universi intrecciati con il nostro, che il numero di questi possa essere infinito, che la vita intelligente possa essere comune in alcuni di essi e, soprattutto, che alcune di queste intelligenze abbiano capito come andare e tornare dal loro universo di origine. Si è considerata meno un’altra possibilità: che queste manifestazioni siano state forzatamente portate nella nostra realtà - convocate - attraverso la pratica della stregoneria; è comprensibile che tale possibilità abbia ricevuto poca attenzione fin dall’inizio. Credere nella convocazione di entità comporta una credenza nella magia cerimoniale che non molti sono disposti a concedere, dal momento che le leggi del mondo fisico richiedono che venga emesso un dato input per ottenere l’output desiderato.

Nessun essere umano ha la capacità - vogliamo credere - di comandare gli elementi, costringere gli altri ad agire, o attrarre strane creature da altre realtà per scopi non sospetti, ma i dati sembrano indicare il contrario. Infatti, il giornalista Ed Conroy, scrivendo sulle esperienze di rapimenti di Whitley Streiber (“Report on Communion”), suggerisce che uno dei modi in cui la questione dei “visitatori” può essere affrontata sia attraverso l’analisi di pratiche di magia cerimoniale occidentale, con la loro lunga tradizione di contatto tra esseri umani e non umani. Hollywood e la macchina degli effetti speciali ci hanno proposto una raffica di esseri umani contro alieni in cui i visitatori da un altro mondo piombano sulla Terra su navi da guerra - non i vascelli d’esplorazione di una civiltà avanzata – per distruggere una buona parte del nostro pianeta.

Queste formule di produzione inevitabilmente ci mostrano una banda di eroici sopravvissuti che fanno del loro meglio per arginare la marea dell’invasione ed eventualmente respingerla, contrapponendo l’ingenuità umana a una sconosciuta potenza di fuoco aliena. Che si tratti di “V” o “Battle for Los Angeles” o “Alien Invasion”, i visitatori extraterrestri sono bersagli solidi da affrontare e forse sconfiggere (o possiamo lasciare che i germi facciano il lavoro per noi, come in H.G. Wells). Qui possiamo trovare le radici della fede ossessiva nell’ipotesi extraterrestre - se c’è qualche intelligenza nei cieli sopra le nostre teste, che uccide il nostro bestiame, preleva i nostri concittadini dai loro letti e proviene da un sistema stellare, possiamo definire un diagramma e abbiamo una possibilità contro di essa.

Affrontare la probabilità che queste intelligenze siano state con noi per sempre, siano raramente visibili e che siamo in svantaggio in confronto a loro, va contro la tendenza del bisogno umano di vivere, lottare e vedere un altro giorno. In altre parole, nessuno vuole pagare per vedere un film, o guardare una serie televisiva, di shadow boxing.
L’ultima parola sul tema è stata pronunciata decenni fa e, ironia della sorte, da uno scienziato:

«Penso che siano (gli UFO) qualcosa di molto più metafisico che extraterrestre. Potrebbero provenire da un universo parallelo. I mistici e grandi leader religiosi ci hanno detto da tempo che il mondo fisico che vediamo intorno a noi non è la somma totale del nostro ambiente - che ci sono altri piani di esistenza. Se l’evidenza suggerisce che c’è una dimensione paranormale nel fenomeno UFO, dovremo perseguirla. Gli UFO segnalano quella che potrebbe essere la fine del mondo “normale” e l’avvento di un altro».

Lo scienziato era J. Allen Hynek.

http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9827


Ultima modifica di Atlanticus81 il 29/10/2012, 16:17, modificato 1 volta in totale.


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MaxpoweR ha scritto:

anche biglino ipotizza una diretta discendenza degli ebrei dai sumeri, egli afferma che nei testi sacri ebrei si citano un pò tutte le tribù e le civiltà di quell'era tranne proprio quella sumera, proprio perchè chi scriveva era appartenente a quella stirpe



Abramo il padre degli ebrei veniva da UR (mesapotania) e quindi Sumero.


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Il fatto che gli Ebrei siano diretti discendenti dei Sumeri è stato dichiarato anche da Kramer, uno dei più esperti conoscitori della sumerologia.

http://www.runabianca.it/it/lite/lenigma-dei-sumeri
http://angelodarco.blogspot.it/2012/07/ ... erica.html

Possiamo quindi provare a tracciare una ipotetica linea spazio-temporale che segna il percorso seguito dalle avanzate conoscenze tecnologico-scientifiche dell'età dell'oro antidiluviana - ovvero quello che definiamo qui "L'Eredità degli antichi Dei".

Dove per "Dei" (e non mi stancherò mai di ripeterlo) noi del Progetto Atlanticus intendiamo esseri in carne ed ossa come noi, solo con caratteristiche diverse e una tecnologia così avanzata da essere interpretati come divinità o comunque come esseri dotati di capacità soprannaturali agli occhi delle 'primitive' società umane della storia antica.

Tanto è vero che, come suggerito da Mauro Biglino, l'eguaglianza Elohim = Dio è una strumentalizzazione successiva. A prescindere dalla diatriba se Elohim è singolare o plurale sembrerebbe che il termine in realtà è traducibile dall'ebraico come "Legislatore" ma mai come Dio - sarebbe interessante a tal proposito il contributo di Barionu [:I]

Tornando alla linea indicante il percorso seguito da questa "Eredità" possiamo partire dal momento in cui, dopo il "Patto di concessione" tra Dio (Enlil) e l'Umanità dopo il Diluvio che vide Enki come mediatore, vengono assegnate le aree di influenza ai vari Elohim: Egitto, Valle dell'Indo, Mesopotamia (secondo Biglino tale situazione sarebbe descritta anche nella Bibbia nel Deuteronomio capitolo 32: 8-12).

Io ci aggiungo anche il Mesoamerica.

a YHWH non spetta nulla... allora lui se lo prende, chiama Abramo e crea un popolo da una costola del mondo mesopotamico - attraverso questo popolo occuperà la Palestina ottenendo "militarmente" (vedi le guerre di Giosuè) una area di influenza: la Palestina.

Che poi, guardando a quanto scritto qui http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=13799 probabilmente l'area di influenza di YHWH non si limita soltanto alla Palestina...

L'idea che gli Ebrei siano stati (e molto probabilmente lo siano tutt'ora) depositari di queste conoscenze sembra essere confermato dalle seguenti dichiarazioni, estratte dal forum di "Consulenza Ebraica" nel quale (se non ho capito male) scrivono persone estremamente esperte della lingua e dei testi ebraici - forse membri stessi della comunità ebraica e rabbini.

http://consulenzaebraica.forumfree.it/?t=63890174

Cita:
La Bibbia contiene molti segreti e ciò è noto da millenni agli ebrei attraverso i testi della tradizione orale. Alcune delle cose spiegate da Mauro Biglino sono comuni agli ebrei, ma risultano totalmente estranee e sorprendenti ad un pubblico non ebraico abituato a leggere la Bibbia dalle traduzioni. Per esempio il termine ebraico “mal’ach” tradotto in italiano con “angelo” ha spesso come soggetto gli essere umani comuni.


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Che la Bibbia parli di ingegneria genetica è noto da sempre agli ebrei attraverso il Talmud, ma gli autori del Talmud non attribuirono mai tali conoscenze scientifiche avanzate ad esseri provenienti da altri mondi, come appunto vuole la linea interpretativa di Mauro Biglino. L’ingegneria genetica altro non fu che l’eredità degli umani che vissero prima del diluvio universale narrato nella Bibbia (racconto presente in altre forme in varie altre tradizioni distanti nel tempo e nello spazio). In 1656 anni, la durata dell’era prediluviana si raggiunse un livello scientifico clamoroso, in parte derivante dal fatto che i prediluviani sapevano sfruttare pienamente la memoria e le altre parti del cervello con tutte le specialità cui esso è dotato.



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Nel Talmud non è narrata la favola degli angeli caduti; questi, come testimoniato da vari scritti ebraici antichi, altro non sono che i governanti di quel mondo, detti “shoftim” = “giudici”. Nella Bibbia i cosiddetti “figli di D-o”, che in ebraico l’originale ha: “benè haelohim”, altro non sono che la categoria della classe dirigente. Gli “elohim”, come vuole l’etimologia di questo termine, altro non sono che i “giudici”. Il termine “ben”, in ebraico spesso designa appartenenza oltre che figliolanza. Pertanto i benè haelohim sono coloro che appartengono alla classe degli elohim ovvero dei giudici umani, assolutamente umani.


Cita:
la Bibbia, come egli afferma, non è un libro di religione


Cita:
I kerubini, è noto agli ebrei attraverso il Talmud, che sono degli oggetti meccanici, una specie di robot che servivano a proteggere l’arca, ovvero la cassaforte che conteneva cose preziosissime e nel frattempo pericolosissime. Questo era un congegno di protezione ad alta tecnologia sicuramente più efficiente dei sistemi oggi usato nelle banche moderne. Ma come detto, l’alta tecnologia, secondo la tradizione ebraica proveniva dalla precedente era prediluviana e non dagli extraterrestri.


Cita:
Noi non abbiamo la “necessità ideologica” di attribuire agli extraterrestri l’alta tecnologia di cui ci parla la Bibbia. Questa vi era perché proveniva da un’altra era precedente in cui visse una civiltà molto evoluta e fra l’altro longeva


Cita:
Il diluvio, secondo la tradizione orale fu causato dalla caduta di due meteoriti provenienti da una stella cometa che passò vicino al nostro pianeta. Il diluvio non consistette solamente di pioggia alluvionale, ma soprattutto di eruzioni vulcaniche tale da oscurare l'intera atmosfera terrestre e non permettere ai raggi del sole di penetrarvi. Noè per sapere se era giorno o notte dentro l'arca avrebbe usato, secondo la tradizione, un qualche oggetto frutto della tecnologia del tempo.


[:90] [:90] [:90]

Onestamente, leggendo queste righe, sono rimasto sconvolto. Scusate, ma quanto dichiarato sopra è la conferma da parte di fonte autorevole dell'esistenza dell'Età dell'Oro e di molte delle nostre teorie e viene detto che per i conoscitori del Talmud e gli esperti della tradizione ebraica tutto questo è risaputo... da sempre!!!

...

Anche in questo caso ho bisogno del parere di Barionu!!! [:D]


Ultima modifica di Atlanticus81 il 12/11/2012, 11:57, modificato 1 volta in totale.


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