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VIA FANI, 16 MARZO 1978
di Ilaria Moroni
Curatrice dell' Archivio Flamigni
Sono passati molti anni dal 16 marzo 1978, triste giorno che ha toccato le coscienze di tutti lasciando un segno indelebile nella storia dell’Italia repubblicana, e quello che oggi rimane, all’incrocio di via Fani, a Roma, è solo una lapide con cinque foto: Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Erano gli uomini della scorta dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana e leader della sinistra del partito.
Oreste Leonardi, il più anziano e il più esperto dei cinque, la mattina del 16 marzo viaggiava sul lato anteriore destro della Fiat 130 guidata da Domenico Ricci; Moro sedeva sul sedile posteriore sinistro. Alla guida dell’Alfetta che li seguiva c’era Giulio Rivera, al suo fianco Francesco Zizzi; dietro sedeva Raffaele Iozzino. Quella mattina, in via Fani, alle ore 9.00, un commando di terroristi in meno di tre minuti sparò 93 colpi di arma da fuoco, sterminò la scorta e rapì l’onorevole Moro illeso.
Per ricostruire con precisione la dinamica della strage non sono bastati sei processi e due Commissioni parlamentari d’inchiesta; e c’è chi ha dato più credito alle tardive, ambigue e lacunose ammissioni dei brigatisti, che alle parole disinteressate e dettagliate dei testimoni oculari. Questo perché la scuola del “tutto è chiaro, non c’è più niente da sapere”, attiva fin dal periodo subito successivo alla morte di Moro, poggia ancora oggi le sue fondamenta sulla difficoltà di accedere alla documentazione esistente 1.
La dinamica dell’azione di via Fani
Che l’esatta dinamica della strage di via Fani non sia stata accertata lo dimostra il confronto tra le dichiarazioni del testimone oculare Alessandro Marini, la versione “ultima” del brigatista Valerio Morucci, e la perizia balistica firmata dai medici legali Silvio Merli e Enrico Ronchetti e dal perito balistico Antonio Ugolini.
Testimonianza di Alessandro Marini
«[...] Dalla 128 CD uscirono l’autista e la persona che gli sedeva accanto e avvicinandosi alla macchina dell’on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull’autista e sul carabiniere accanto.
Contemporaneamente i quattro vestiti da militi o aviatori aprirono il fuoco violentemente non so con quali armi. Dall’Alfetta di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest’ultimo continuarono a sparare due individui che oltre a quelli vestiti da militi o aviatori, erano in borghese e avevano quasi contemporaneamente aperto il fuoco.
Questi ultimi colpirono l’agente che era riuscito a uscire dalla macchina. In conclusione per ora operarono otto persone tutti maschi. Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 blu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che calmissimi si avvicinarono alla macchina di Moro, lo tirarono fuori [...] e lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per via Stresa, andando a sinistra. Non so se altri sono saliti sulla macchina.
Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui. Fino a ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata. In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore blu di grossa cilindrata sulla quale vi erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro, e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra sparò nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino; il mitra si inceppò, cadde un caricatore che mi pare finì a terra quasi all’angolo tra via Fani e via Stresa davanti al bar Olivetti.
È probabile che questi due in moto fossero gli stessi che appostati dietro alla macchina aprirono il fuoco sull’Alfetta bianca e uccisero anche l’agente che uscì fuori. Mi colpì il fatto che l’uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, assomigliava a Eduardo De Filippo [...]» 2.
Dal memoriale di Valerio Morucci 3
«Alle ore 8 e 45 del 16 marzo 1978 un gruppo composto da 9 bierre si portò all’incrocio tra via Fani e via Stresa disponendosi in varie posizioni, secondo il piano elaborato nel villino di Velletri dalla direzione della colonna romana e approvato dal comitato esecutivo delle Brigate rosse. Io facevo parte di questo nucleo d’assalto.
Sul luogo dell’azione, la mattina del 16 marzo, erano presenti uomini e auto disposti nel modo seguente (partendo dalla parte alta di via Fani e scendendo verso l’incrocio fatale con via Stresa). Un bierre, contraddistinto dal numero 1 (Moretti), era in via Fani con la Fiat 128 giardinetta targata CD, sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, venendo da via Trionfale e con il muso dell’auto in direzione dell’incrocio con via Stresa. I bierre numero 2 e 3 (Loiacono e Casimirri) erano a bordo della Fiat 128 bianca, sulla stessa parte di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata CD. La Fiat 128 blu era posteggiata con una persona a bordo (bierre numero 4 – Balzerani), al lato opposto di via Fani, superato l’incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il muso dell’auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro.
Una quarta autovettura, la Fiat 132 blu con un altro brigatista (il numero 5 – Seghetti) era ferma in via Stresa, parcheggiata contromano sul lato sinistro, a qualche metro dall’incrocio di via Fani, con la parte posteriore verso l’incrocio, pronta a portarsi a retromarcia accanto alla 130 di Moro. Una quinta autovettura, una A112 senza persone a bordo, era parcheggiata in via Stresa, sul lato destro della strada, a venti metri da via Fani, in direzione via Trionfale».
«Io e altri tre brigatisti (rispettivamente i numeri 7, 8 e 9 – Fiore, Gallinari, Bonisoli) eravamo dietro le siepi antistanti il bar Olivetti, situato all’incrocio tra via Fani e via Stresa.
L’azione si è sviluppata in questo modo.
Appena la Fiat 130 blu con Moro, seguita dall’Alfetta, ha imboccato via Fani proveniente da via Trionfale, la Fiat 128 bianca targata CD condotta dal bierre 1 (Moretti), dopo aver bloccato la 128 poco prima dello stop, facendosi tamponare dalla Fiat 130 seguita dall’Alfetta, è rimasto per qualche tempo quasi fino alla fine della sparatoria sulla stessa auto che si è spostata in avanti a causa dei ripetuti tamponamenti da parte dell’autista della 130, che cercava di guadagnare un passaggio sulla destra verso via Stresa. La presenza casuale di una Mini minor in via Fani, proprio all’altezza dell’incrocio con via Stresa, può avere in parte contribuito a impedire la manovra di svincolo della 130.
Dopo il tamponamento della Fiat 128 targata CD da parte della 130 di Moro – a sua volta tamponata dall’Alfetta di scorta – si è posta dietro questa, trasversalmente rispetto alla strada, la 128 bianca con i bierre numero 2 e 3 (Loiacono e Casimirri), che avevano il compito di bloccare il traffico da via Fani e rispondere entrambi a eventuali attacchi delle forze di polizia.
Nel frattempo il bierre numero 4 (Balzerani) disceso dalla Fiat 128 blu, parcheggiata dall’altro lato dell’incrocio, si è portato al centro dell’incrocio di via Fani con via Stresa per bloccare il traffico proveniente dalle diverse direzioni. Io e i bierre 7, 8 e 9 (dal basso Fiore, Gallinari, Bonisoli), portatici sulla strada, abbiamo sparato contro gli uomini della scorta di Moro, in modo da evitare che venisse colpito Aldo Moro. Io e il bierre 7 (Fiore) abbiamo sparato contro gli uomini a bordo della 130. I bierre 8 e 9 (Bonisoli e Gallinari) hanno sparato contro i tre uomini che erano sull’Alfetta di scorta. Nell’azione si sono inceppate diverse armi tra cui lo Fna 43 in mio possesso e l’M12 in possesso di uno degli altri tre uomini (Fiore, che sparava anch’egli sulla 130).
In conseguenza dell’inceppamento della mia arma, per non intralciare gli altri, mi sono portato verso via Stresa, e ho impiegato del tempo per disinceppare l’arma. Subito dopo sono tornato accanto alla 130 e ho sparato altri colpi, ma l’auto era già ferma. Notai che il numero 1 (Moretti) non era ancora sceso dalla 128 CD. I bierre 8 e 9 (Gallinari e Bonisoli) usarono anche le pistole in loro dotazione, perché si incepparono anche i loro mitra.
Nel frattempo, il bierre 1 (Moretti) invece di spostarsi al centro dell’incrocio, come previsto dal piano d’attacco, per appoggiare la Balzerani nella difesa dell’incrocio, si è portato accanto alla 130 di Moro e insieme al bierre 7 e 8 (Fiore e Gallinari) ha prelevato l’ostaggio e lo ha caricato sul sedile posteriore della Fiat 132, che nel frattempo, facendo retromarcia da via Stresa a via Fani, si era affiancata alla 130 di Moro.
Dopodiché, lo stesso bierre 1 (Moretti) è salito accanto all’autista (bierre numero 5 – Seghetti), mentre sul sedile posteriore ha preso posto accanto a Moro il bierre 7 (Fiore). Caricato Moro, che fu coperto con un plaid, la Fiat 132 ha preso verso via Stresa in direzione via Trionfale; i bierre 2 e 3 (Loiacono e Casimirri), risaliti sul 128 bianco, che aveva sbarrato via Fani dietro l’Alfetta della scorta, hanno raccolto il bierre 8 (Gallinari) e si sono accodati alla Fiat 132, su cui Moro veniva portato via. Il bierre 9 (Bonisoli) è salito sul 128 blu – che era rimasto fermo nella parte inferiore di via Fani con il muso rivolto verso l’incrocio con via Stresa – e ha preso posto di fianco al posto di guida. Sul sedile posteriore era risalito nel frattempo il bierre 4 (Balzerani).» [...]
«A seguito di alcune risultanze dei rilievi effettuati in via Fani bisogna aggiungere che molto probabilmente il bierre 8 – cioè Bonisoli – che era l’ultimo verso l’alto dei quattro avieri, dopo l’inceppamento del suo mitra ha sparato con la sua pistola contro l’agente Iozzino – aiutato in questo forse anche da Gallinari – e dopo ha girato dall’altro lato dell’Alfetta sparando ancora altri colpi contro i suoi occupanti.
Una volta sull’altro lato di via Fani è probabile che sia ritornato alla 128 blu passando da quel lato. Essendo stati ritrovati dei bossoli calibro 7,65 Parabellum, e lui era l’unico ad avere in via Fani un’arma di questo calibro, alla base di un alberello sito in prossimità dell’incrocio, è probabile che sempre lui abbia esploso dei colpi contro il teste Marini.
Mentre si può escludere che da lì abbia sparato dei colpi contro il maresciallo Leonardi. Sia perché la linea dei mitra era impedita dalla Mini Morris, sia perché su quella linea di tiro si sarebbero trovati Moretti, Fiore e Seghetti che stavano caricando Moro sulla 132».
Perizia tecnico-balistica-medico legale sull’eccidio della scorta dell’on. Moro 4
«[...] Il Ricci e il Leonardi erano nell’auto Fiat 130 del presidente Moro, rispettivamente il guidatore il primo, e passeggero anteriore il secondo: l’onorevole Moro era dietro e occupava il posto sinistro. Il Rivera (autista), lo Zizzi (passeggero anteriore) e lo Iozzino (passeggero posteriore a destra) erano in una Alfetta di scorta che seguiva la Fiat 130 a breve distanza.
Davanti al bar Olivetti una auto Fiat 128 giardiniera con targa CD frena improvvisamente, e l’auto del presidente Moro che la seguiva la tampona dopo avere tentato di deviare verso destra. Mentre nell’auto Fiat 128 ne escono due persone, tra cui una donna (pare) che si avvicinano ognuna dalla sua parte al guidatore e al passeggero anteriore, e immediatamente aprono il fuoco attraverso i vetri con precisione topografica perfetta in modo da risparmiare di colpire con proiettili e frammenti di vetro l’onorevole [Moro] che era di dietro.
Chi sparò al Ricci lo fece con direzione avanti dietro, sinistra destra rispetto l’auto col muso verso via Stresa.
Chi sparò al Leonardi lo fece leggermente dietro avanti, destra sinistra, alto basso, proprio per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell’auto.
Contemporaneamente dal marciapiede sinistro (ossia da presso la Mini morris – punti K, B, Z, X, N – e da davanti al bar Olivetti – punti C, Q, S, N) partivano almeno due raffiche molto lunghe di colpi che erano dirette alla Alfetta che seguiva, e immediatamente il Rivera veniva crivellato di colpi. Lo Iozzino e lo Zizzi fecero a tempo a uscire fuori.
Lo Iozzino impugnando la sua pistola riuscì, prima di essere colpito da un fuoco incrociato da parte di colui che sparò alla Alfetta e da quello che sparò a Leonardi da vicino, a sparare due colpi verso gli assalitori. Lo Zizzi venne anche lui centrato e poi morì al Policlinico Gemelli.
Non è ben definito, ma un’altra persona oppure uno di quelli che aveva già sparato con una arma 9 Parabellum, estrasse la pistola e sparò per finire il Rivera e il Ricci e forse il povero Iozzino: i bossoli furono trovati intorno al tombino a fianco del morto, dunque lo sparatore doveva essere sul marciapiede destro, e forse quello che sparò al Leonardi [testuale, ndr]. Tale finale non è comprensibile se non ricollegando un inceppamento di un’altra arma, per esempio automatica, e l’impiego di una pistola è come ripiego. Durante i fatti venne esploso anche un colpo di pistola Beretta M34 (probabilmente) e comunque di calibro 9mm corto Browning. La direzione di sparo dovrebbe coincidere con la zona ove vennero esplose le due raffiche contro l’Alfetta. [...]
L’esame dei reperti, i sopralluoghi, le indagini tecniche anche strumentali hanno permesso di indurre quanto è stato riportato nella presente relazione peritale che è il contenuto di quanto i sottoscritti credono di dover riferire.
Nel fatto di cui è processo vennero esplosi molti colpi, ma sono reliquari nei luoghi solo 93 bossoli che potrebbero essere pertanto non tutti: così pure i proiettili repertati nei luoghi e nei cadaveri. Questa casualità non ha permesso di formulare una diagnosi esatta ed esauriente sul tipo e marca delle armi impiegate. A stare ai bossoli, essi risultano esplosi almeno da sei armi. Una di esse è certamente l’arma dello Iozzino che ha lasciato 2 bossoli.
Sulle altre armi in calibro 9 mm Parabellum è possibile azzardare una ipotesi che quella che ha lasciato 49 bossoli possa essere una Beretta Mp 12 o similare. [...] Un’arma in calibro 7,65 Parabellum venne pure usata, sembra con lo scopo di finire alcuni occupanti l’Alfetta di scorta e anche quelli della 130. I colpi esplosi furono almeno 4, tanti i bossoli ritrovati. Durante la sparatoria venne anche impiegata un’altra arma che non ha permesso la repertazione di bossoli: forse si tratta di una Beretta M34 di calibro 9 mm corto: di tale arma s’è trovato un proiettile che ha sfondato il portabagagli della Alfetta.
La complessità dei fatti, e la numerosità dei colpi esplosi, la non completa repertazione dei proiettili, persi chi sa dove, come forse persi sono andati alcuni bossoli a causa della marea dei curiosi che tutto calpestavano e raccoglievano impunemente prima che si apponessero per giusto ordine del sostituto procuratore della Repubblica di turno, dr. Infelisi, transenne per impedire l’accesso, non hanno permesso la perfetta risoluzione tecnica circa le armi che sono state usate.
Comunque nel testo sono stati esaminati puntigliosamente sia le caratteristiche di classe che quelle di singolarità di classe in modo che in caso di nuova repertazione in altri fatti di sangue od altro o nel ritrovamento delle armi usate, sia possibile fare il riconoscimento comparativo.
[...] Alla pag. 35 del cd. “Memoriale Morucci” si indicano quali armi sarebbero dovute essere usate per compiere materialmente l’eccidio della scorta dell’on. Moro. Riferirà appunto Morucci che: “... Le armi usate in via Fani erano le seguenti: un Fna in mia dotazione; un M12 (Fiore); una TZ 45 (Gallinari); un altro Fna 43 (Bonisoli); un Mab 38/42 (Moretti), che non ha sparato. Oltre ai mitra, i vari componenti del nucleo avevano le pistole automatiche in dotazione personale: una S&W 39 (di Gallinari che ha sparato dei colpi); una Beretta 51 cal. 7.65 (che ha anch’essa sparato dei colpi); tre Browning HP (di Moretti, Morucci, Fiore. Pistole, queste, che non hanno sparato). Altre armi portate dai restanti componenti del commando, ma non usate (cioè che non hanno sparato), erano un fucile automatico cal. 30M1 e la CZ Skorpion 7.65, entrambe rinvenute in viale Giulio Cesare (all’arresto mio e della Faranda) e in dotazione rispettivamente al n. 3 (Loiacono che era sulla Fiat 128 e copriva la parte superiore di via Fani) che era in via Fani subito dietro l’Alfetta della polizia, e la n. 4 (Balzerani) che era al centro dell’incrocio...”.
Se si vuole oggi – al lume delle accresciute conoscenze e delle esperienze dirette e anche del sequestro di due delle armi presuntivamente usate – ricapitolare sul numero delle armi impiegate nella sparatoria, attraverso l’esame dei bossoli e dei proiettili [...], riconfermando quanto collegialmente concordato in sede della perizia conclusiva disposta dall’Ufficio istruzione del Tribunale di Roma (gi dr. Imposimato, incarico del 27-6-80),
nell’esecuzione della strage della scorta dell’on. Moro, vennero utilizzate:
• pistola semiautomatica Beretta mod. 52 cal. 7.65 mm Parabellum; • pistola semiautomatica Beretta mod. 92S cal. 9x19 Parabellum (dai bossoli, la pistola dello Iozzino); • pistola semiautomatica Smith & Wesson mod. 39-2 cal. 9x19 Parabellum (dai bossoli, quella sequestrata al Gallinari Prospero); • pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9x19 Parabellum; • pistola mitragliatrice Fna43 cal. 9x19 Parabellum; • pistola mitragliatrice Tz45 cal. 9x19 Parabellum; • pistola mitragliatrice Beretta Mp12 cal. 9x19 Parabellum (dai bossoli, quella sequestrata a Falcone Piero);
• va aggiunta una ottava arma, identificata solo attraverso due proiettili, e cioè una pistola semiautomatica Beretta cal. 9x17 (9M34) mod. 34.
[...] Il Morucci nel suo memoriale difensivo, asserisce che l’operazione iniziò subito dopo lo scontro tra la Fiat 130 e l’Alfetta della scorta, e che lui, Fiore, Gallinari e Bonisoli, partirono da dietro la siepe davanti al bar Olivetti – cioè dalla parte sinistra delle due autovetture – e si portarono sulla strada e iniziarono da soli a sparare. Il Morucci avrebbe impugnato una pistola mitragliatrice Fna43, il Fiore una pistola mitragliatrice Beretta Mp12, il Gallinari una pistola mitragliatrice Tz45, e il Bonisoli un’altra Fna43. Sempre sulle dichiarazioni di Morucci, lui e il Fiore avrebbero sparato contro la sua parte sinistra della Fiat 130 concentrando il fuoco sul Ricci e il Leonardi, mentre il Gallinari e il Bonisoli avrebbero sparato [sempre contro la parte sinistra] dell’Alfetta della scorta. Durante questa prima fase, riferisce che sia la sua pistola mitragliatrice Fna43 sia la pistola mitragliatrice Beretta Mp12 del Fiore si incepparono. Morucci si spostò verso l’incrocio con via Stresa per disinceppare il mitra, e lasciò cadere sia una cartuccia che il caricatore difettoso dal quale mancavano 8 cartucce (almeno 7 esplose), poi ritornò verso la Fiat 130 e seguitò a sparare altri colpi con la stessa arma “ma l’auto era già ferma”.
Il Morucci riferisce anche che essendosi la mitragliatrice Fna43 del Bonisoli anch’essa inceppata, questi impugnò la sua pistola semiautomatica (Beretta mod. 51 in calibro 7.65 mm Parabellum) e che insieme al Gallinari che aveva anche lui lasciato il mitra per la sua pistola automatica (Smith & Wesson mod. 39 cal. 9x19 Parabellum), girarono sul fianco destro della Alfetta ed esplosero colpi “... contro i suoi occupanti” 5. Il Morucci è categorico: “Essendo stati ritrovati dei bossoli calibro 7.65 Parabellum, e lui (Bonisoli) era l’unico ad avere in via Fani un’arma di questo calibro, alla base di un alberello sito in prossimità dell’incrocio, è probabile che sempre lui (Bonisoli) abbia esploso dei colpi contro il teste Marini. Mentre si può escludere che da lì abbia sparato colpi contro il maresciallo Leonardi. Sia perché la linea di mira era impedita dalla Mini morris, sia perché su quella linea di tiro si sarebbero trovati Moretti, Fiore e Seghetti che stavano scaricando Moro sulla 132”.
Riguardo poi ai motivi della contestazione sulla ricostruzione della sparatoria così come riferita dal Morucci nel suo “memoriale difensivo” – e che cioè anche dalla destra della Fiat 130 e dell’Alfetta si trovarono sparatori che ferirono mortalmente il Leonardi e il Rivera già all’inizio dell’azione – può essere osservato che:
• appare fatto accertato che i Br in via Fani non usarono solo 4 mitra e 2 pistole, in quanto venne usata pure un’altra pistola (cal. 9x17) che neppure è menzionata dal Morucci tra quelle in dotazione quel giorno, e secondo il Bonisoli uno dei mitra non sparò neppure un colpo;
• corrisponde ai dati obiettivi che si sparò sia al Leonardi sia al Rivera dal marciapiede di destra, perché entrambi presentavano molti tramiti intrasomatici con andamento da destra verso sinistra e dunque con origine degli spari proprio dalla parte destra delle due auto;
• corrisponde ai dati obiettivi che colui che usò la pistola in calibro 7.65 mm Parabellum esplose colpi anche contro la Fiat 130, tant’è che l’autista Ricci aveva addosso un frammento di tali proiettili e un altro proiettile integro, addirittura venne ritrovato sul pianale posteriore, ove era l’on. Moro;
• non è sostenibile che era impossibile sparare contemporaneamente con tiri incrociati da destra e da sinistra contro il Ricci e il Leonardi, perché ciò invece accadde ed è ampiamente provato dalla obiettivazione delle tracce sulle strutture dell’auto Fiat 130 e sui cadaveri: lo sparo incrociato simultaneo deve essere appunto per neutralizzare sicuramente tanto il Leonardi che il Ricci. Addirittura il Leonardi non subì neppure un impatto con direzione da sinistra verso destra, e certamente, se non fosse stato colpito dalla prima raffica che per il Morucci fu invece da sinistra, sarebbe sceso come lo Iozzino e lo Zizzi dalla parte destra;
• in quanto all’affermazione che “non più di due hanno sparato sulla 130” è risultato invece che contro la Fiat 130 e contro gli occupanti vennero esplosi colpi calibro 9x19 Parabellum con almeno due armi diverse (una con canna a 6dx da 1.60 mm e una con canna a 6dx da 1.10) e venne pure impiegata una pistola cal. 7.65 mm Parabellum per almeno 2 colpi;
• non sembrerebbe neppure vero il fatto che il Morucci sia stato l’unico a disinceppare il suo mitra e a seguitare a sparare poi contro la 130 dopo che gli altri già avevano compiuto la strage. Ciò perché sembrerebbe che una pistola mitragliatrice esplose almeno 48 colpi, e poiché l’unica usata dopo l’inceppamento fu – a sua affermazione – solo quella proprio del Morucci che precedentemente aveva perso il caricatore dopo aver sparato solo 7 cartucce (ossia conservandone 22+1 in terra) non poteva certo raggiungere i 48 colpi con un solo altro caricatore (7+30=37 e non 48).
D’altra parte se si volesse attribuire il caricatore ad altro mitra, occorrerebbe escludere anche la pistola mitragliatrice del Bonisoli (che dovrebbe aver esploso 22 colpi almeno e il caricatore avrebbe conservato 8 cartucce) e quello del Fiore (che sparò solo tre colpi e sarebbero dovute restare almeno 27 cartucce) e del Gallinari (che sparò 5 colpi e ne sarebbero dovuti restare altri 5 nel caricatore).
Appare nostro convincimento – allo stato – che il Morucci abbia formulato le sue controdeduzioni sulla ricostruzione dei fatti, della sparatoria e delle armi usate, in modo non completamente rispondente alla obiettività dei riscontri oggettivi scaturenti dalla repertazione, dal sopralluogo della polizia scientifica, dalle autopsie e dagli esami balistici.
In particolare ci sembra che:
• le armi usate non furono solo quattro mitra e due pistole semiautomatiche, ma almeno a queste se ne deve aggiungere un’altra di calibro diverso (9x17 o 9M34) che neppure è menzionata nell’elenco descrittivo delle armi in dotazione quel giorno al gruppo delle Br.
• è del tutto attendibile che il Leonardi venne subito attinto solo da proiettili provenienti dalla sua destra, e pertanto non corrisponde a verità l’esclusione della presenza di una persona sul marciapiede destro già al momento del primo sparo: a ciò si aggiunge il fatto che il Rivera venne anche lui attinto da alcuni colpi esplosi da destra, e ciò apparentemente con un’arma con caratteristiche diverse di rigatura di canna da quella usata per il Leonardi;
• è certo che chi aveva la pistola 7.65 mm Parabellum esplose 2 colpi anche contro la Fiat 130, e ciò contrariamente alle dichiarazioni di Morucci;
• poiché non si sono mai comparativamente esaminati tutti i proiettili repertati, non si hanno neppure elementi per poter affermare o escludere, in modo certo, che oltre alle armi menzionate e individuate peritalmente possano sussisterne altre – dello stesso calibro e con canne aventi le stesse caratteristiche geometriche dell’anima rigata (stessa marca e tipo, oppure altra marca e tipo, ma nessun numero, verso e larghezza dei solchi conduttori) delle altre – che esplosero anch’esse colpi e diedero la repertazione di proiettili, ma contemporaneamente la perdita – per un qualsiasi motivo – dei rispettivi bossoli. In questa ipotesi le armi usate potrebbero essere alcune di più».
Dalla comparazione di questi tre documenti, appare chiaro che la dinamica dell’azione raccontata da Valerio Morucci non è affatto credibile. Lo confermerà la testimonianza del brigatista Raffaele Fiore: «Ricordo che premetti il grilletto del mio mitra, un M12, che avrebbe dovuto essere il migliore, si inceppò subito [...]. Io tolsi il caricatore del mitra, ne misi un altro, ma non funzionò ugualmente. Valerio (Morucci) riuscì di nuovo a sparare e a colpire Ricci, e l’auto si fermò completamente» 6.
Dunque, se Fiore non riuscì a sparare, e anche i mitra di Morucci, Bonisoli e Gallinari si incepparono, nessuno dei quattro brigatisti ai quali Morucci ha attribuito la sparatoria esplose un solo colpo.
E allora,
se nessun altro dei brigatisti armati intervenne,
chi fece la strage? 7
Eppure il vantaggio dei terroristi consisteva proprio nell’effetto-sorpresa, che avrebbe evitato l’immediata reazione dei cinque uomini armati della scorta di Moro. Lo stesso Moretti dirà infatti: «Nelle Br non conosco tiratori scelti, ma non è questo che conta: conta il tempismo, l’organizzazione, la sorpresa... Non avevamo altra forza da contrapporre alla forza enorme dell’apparato con cui ci scontravamo... per questo decidiamo di impiegare in via Fani il doppio dei compagni che sono tecnicamente necessari» 8.
Cioè quattro, due per macchina? Allora i conti proprio non tornano, perché essendo 5 gli uomini della scorta di Moro, come minimo i brigatisti del gruppo di fuoco dovevano essere il doppio, cioè 10. E infatti il testimone Alessandro Marini ne conta almeno 8, non meno di 7 sono le armi individuate dalla perizia balistica, e la testimone Eufemia Evadini afferma che a sparare furono «non meno di 7 o 8 uomini» 9.
È certo che i brigatisti avevano percorso e ripercorso tutti i dettagli dell’attentato che si apprestavano a compiere. Avevano studiato per mesi le abitudini di Aldo Moro e della sua scorta, fatto sopralluoghi e appostamenti nella zona, predisposto la via di fuga ed eliminato le variabili che avrebbero reso difficile il loro piano (è il caso del fioraio Antonio Spiriticchio, che tutte le mattine stazionava con il suo furgoncino proprio all’incrocio tra via Fani e via Stresa: la notte precedente l’agguato, Fiore e Seghetti si erano recati in via Brunetti e avevano squarciato le quattro gomme del furgone del fioraio impedendogli così di trovarsi sul luogo della strage la mattina successiva).
«Come potevano essere così sicure le Br che in quel giorno, a quell’ora e in quel momento, mio marito sarebbe passato da via Fani?», domanderà la signora Eleonora Moro. Secondo Giovanni Galloni (all’epoca del sequestro vicesegretario della Dc), la mattina del 16 marzo Moro non stava recandosi alla Camera, bensì a casa del segretario democristiano Benigno Zaccagnini il quale, scontento del governo che si sarebbe dovuto presentare quel giorno, voleva dimettersi dalla presidenza del partito; a detta di Galloni, la sera del 15 marzo Moro aveva telefonato a Zaccagnini, e i due si erano dati appuntamento per la mattina successiva.
Per raggiungere l’abitazione di Zaccagnini, in via della Camilluccia, bisognava passare appunto da via Fani 10. E del fatto che le auto di Moro la mattina del 16 marzo sarebbero passate da quella via i brigatisti ne erano certi. O vogliamo credere che avessero organizzato tutto senza la certezza che Moro sarebbe passato da via Fani? Per quante notti avrebbero squarciato le gomme del fioraio e quante mattine avrebbero aspettato vestiti da avieri che il fato incrociasse i loro destini con quelli di Moro e della sua scorta?
Il 22 ottobre 2007 l’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino porrà di nuovo l’accento sulla dinamica della strage: «Non si sa ancora quanti e chi fossero i brigatisti che parteciparono all’agguato: di certo non i 7 o i 9 di cui hanno parlato sempre i brigatisti. Basti pensare che, per un sequestro come quello assai più facile del giudice Mario Sossi nel 1974, è stato accertato che vi parteciparono 19 brigatisti. C’è da supporre che in via Fani siano stati almeno 20 o 30, e ancora non si conosce la loro identità, salvo rendersi conto – dopo le perizie balistiche – che l’eliminazione della scorta di Moro è stata compiuta da due soltanto, capaci per la loro abilità militare di sparare una gragnuola di colpi in modo da uccidere i cinque uomini della scorta con matematica precisione senza torcere un capello al presidente che era a pochi centimetri da loro» 11.
La guardia notturna Riccardo Iorio, tornando dal lavoro a bordo della sua Vespa alle ore 6.25 del 16 marzo 1978, nota a pochi metri dall’ingresso dell’abitazione dell’onorevole Moro, in via del Forte Trionfale, una Fiat 128 bianca targata CD (Corpo diplomatico), ferma con quattro persone a bordo.
Reputando «per lo meno strana la presenza di una tale auto con quattro persone a bordo», la osserva con attenzione e nota sullo sportello anteriore sinistro «una lieve strisciatura». Più tardi, saputo dell’eccidio, si reca in via Fani e riconosce la stessa 128 bianca vista la mattina in via del Forte Trionfale 12.
In relazione al controllo preventivo dell’abitazione del presidente Dc quella mattina, Moretti sosterrà di essersi recato da solo in via del Forte Trionfale, di aver verificato la presenza della scorta di fronte al portone, di aver dedotto quindi che di lì a poco Moro sarebbe uscito, e di aver fatto l’ultimo giro tra i compagni in avvicinamento 13.
Pochi minuti prima delle 9.00, Moro esce dalla sua abitazione in via del Forte Trionfale e sale sulla Fiat 130 guidata dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci. Al suo fianco c’è il caposcorta, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi. L’Alfetta di scorta, con a bordo i tre poliziotti, li segue. Quando le due macchine svoltano da via Trionfale in via Fani, scatta l’azione dei brigatisti. Il piano prevede che la giovane brigatista Rita Algranati, con in mano un mazzo di fiori, avvistate le macchine della scorta di Moro appena prima che svoltino in via Fani, attraversi la strada in modo da permettere a Moretti, alla guida della 128 targata CD, di precedere il convoglio 14. E così avviene.
La Fiat 128 guidata da Moretti con a fianco un secondo brigatista (testimonianza di Alessandro Marini) arriva in prossimità dello stop all’incrocio tra via Fani e via Stresa e rallenta fino a fermarsi. Domenico Ricci e Giulio Rivera, autisti della Fiat 130 e dell’Alfetta di scorta, non trovano strano rallentare in prossimità di uno stop, e i brigatisti questo lo hanno calcolato, così come hanno calcolato di aprire il fuoco nel momento stesso in cui le macchine avrebbero rallentato.
Moretti dirà di non essersi fatto tamponare dalla 130 di Moro perché «un tamponamento li avrebbe messi in allarme e invece devo dare il tempo ai compagni di avvicinarsi. Moro e la scorta sono vulnerabili in quanto non notino nulla. E non notano nulla perché fino ad un secondo prima della sparatoria non c’è nulla da notare» 15.
Oreste Leonardi e Domenico Ricci vengono uccisi all’istante, ciascuno dal proprio lato e a distanza ravvicinata.
È il momento cruciale dell’intera azione: un errore, o un’arma che si inceppa, potrebbero comprometterla. Ai piedi di Leonardi viene infatti trovato il suo borsello con la pistola carica, e nel vano portaoggetti l’arma del Ricci, anch’essa con il colpo in canna: non hanno avuto il tempo di impugnarle.
La fantasiosa versione del brigatista Morucci, se fosse stata vera, avrebbe dovuto comprendere la reazione di Leonardi il quale, illeso per l’inceppamento dei mitra, sarebbe uscito dall’auto come fecero sia Zizzi sia Iozzino.
Entrambi, infatti, ebbero il tempo di reagire proprio a causa dell’inceppamento di tutti i mitra dei brigatisti in divisa da avieri. Giulio Rivera, l’autista dell’Alfetta, invece, colpito dal fuoco incrociato di otto proiettili, cinque con orientamento da sinistra verso destra e tre con orientamento da destra verso sinistra, morì all’istante e lasciò il pedale della frizione provocando il tamponamento tra l’Alfetta e la Fiat 130.
Riepilogando. Due terroristi avevano l’incarico di colpire – con le macchine ancora in movimento ma rallentate all’incrocio – l’uno, Domenico Ricci, infrangendo con il calcio del mitra il finestrino anteriore sinistro e sparando a bruciapelo, e l’altro, Oreste Leonardi, con la stessa tecnica ma dal lato destro e alle spalle della vittima (evitando così sia di colpirsi a vicenda, sia di colpire Moro che era seduto dietro). Un numero non accertato di killer, ma non inferiore a 4, aveva il compito – certo più agevole – di sparare sull’Alfetta di scorta.
Quest’ultima operazione si rivela la più problematica a causa dell’inceppamento delle armi dei killer. Per cui sia Francesco Zizzi (seduto sul sedile anteriore destro) sia Raffale Iozzino riescono a uscire dall’auto con le armi in pugno. In base alla testimonianza di Alessandro Marini e alle risultanze della perizia, è possibile affermare che dal lato destro, ma con un’arma diversa da quella usata per uccidere Leonardi, un killer spara contro l’Alfetta colpendo sia Rivera sia Iozzino, e contemporaneamente, da dietro l’Alfetta, un altro killer spara e colpisce di nuovo Iozzino e Zizzi. Infatti secondo i periti «un’altra persona, oppure uno di quelli che aveva già sparato con una arma 9 Parabellum, estrasse la pistola e sparò per finire il Rivera e il Ricci e forse il povero Iozzino: i bossoli furono trovati intorno al tombino a fianco del morto, dunque lo sparatore doveva essere sul marciapiede destro, e forse quello che sparò al Leonardi» 16.
Dunque è ragionevole ipotizzare che in via Fani durante la strage i killer che spararono furono 8: 2 sul lato destro, 4 sul lato sinistro di fronte al bar Olivetti, e 2 al centro della strada dietro l’Alfetta di scorta, spostati sul lato sinistro; uno degli 8 killer, piazzato sul lato sinistro, sparò da solo ben 49 colpi 17. In più, vanno considerati tutti i brigatisti di copertura: almeno 2 nella parte superiore di via Fani per bloccare il traffico proteggendo l’azione, almeno 4 all’incrocio tra via Fani e via Stresa, e un numero imprecisato con mansioni logistiche prestabilite sia per agevolare la fuga con l’ostaggio, sia nel caso vi fossero stati imprevisti.
Nella “Relazione di perizia tecnico-balistico-legale sull’eccidio della scorta dell’on. Moro” i periti affermano di non aver potuto esaminare i proiettili estratti dai cadaveri:
«Non fu possibile invece eseguire affatto l’esame microcomparativo (venne eseguito in obitorio solo quello grossolano metrologico, man mano che i proiettili venivano estratti dai cadaveri) delle impronte sui proiettili estratti dai cadaveri in tandem con quelli repertati sui luoghi e sulle autovetture, in quanto tali reperti non ci furono mai messi a disposizione, anche se richiesti, da chi li prese in consegna 18.
Rimane così aperto un dubbio potenziale che alcuni proiettili, improntati con identiche caratteristiche di classe e non di identità individuale, erroneamente possano essere stati attribuiti a una sola invece che a due o più armi, o che addirittura alcuni proiettili provengano da armi che non hanno dato esito, per un qualsiasi motivo, a repertazione di bossoli».
Dunque non è stato possibile effettuare alcuna perizia balistica comparativa, non solo a causa del mancato ritrovamento delle armi usate per la strage, ma anche a causa di una grave negligenza che ha determinato l’impossibilità di accertare con precisione la dinamica dell’azione. Tuttavia, quanto è stato possibile appurare è sufficiente per dimostrare che la versione dei fatti raccontata dai brigatisti è falsa.
Una fuga piena di ombre
Sterminata la scorta di Moro, i terroristi procedono al sequestro dello statista. Da una Fiat 132 scura escono due individui che calmissimi si avvicinano alla macchina di Moro, lo prelevano, lo caricano sul sedile posteriore della loro auto e si allontanano per via Stresa a sinistra in direzione via Trionfale. Li segue un’altra auto, una Fiat 128.
I testimoni in via Fani vedono i terroristi salire sulle due auto, la 132 e la 128. Il testimone Antonio Buttazzo si mette all’inseguimento della 132 per circa un chilometro, fino all’altezza di largo Cervinia; qui si ferma per telefonare al 113, e al passaggio di una volante della polizia riferisce agli agenti la direzione presa dai terroristi e le targhe delle due auto:
«Preciso che al momento in cui vidi allontanarsi la citata 132, ed io ebbi il sospetto che poteva trattarsi di un rapimento, mi sono posto la domanda del perché non ci fosse una seconda macchina di protezione [...]. All’altezza di via Sangemini, ho udito una macchina che mi chiedeva strada. Ho guardato dallo specchietto retrovisivo e ho visto che si trattava di una Fiat 128 di colore blu. La citata macchina mi ha sorpassato e si è inserita tra me e la 132.
A questo punto, giunto all’incrocio di via Stresa con via Trionfale, ho notato che a bordo della stessa vi erano tre persone. Una di dette persone, e precisamente quella che sedeva a fianco di quello che era alla guida, con un cenno della mano ha indicato agli occupanti della 132 di seguirli. Infatti ho visto che la Fiat 128 ha sorpassato la 132 e ha proseguito la marcia per via Trionfale, non osservando neanche la segnaletica posta all’incrocio. Per la stessa strada ha proseguito la 132» 19.
Sulla Fiat 132 viaggiano 4 brigatisti più il sequestrato 20, a bordo della Fiat 128 blu sono in 3. Alle due macchine si accoda una terza auto, una Fiat 128 chiara. Secondo i testimoni, le tre macchine dei terroristi percorrono il seguente itinerario: via Stresa, piazza Monte Gaudio, via Trionfale, largo Cervinia, via Belli, fino a via Casale De Bustis, dove le testimoni Anna De Luca e Iole Dordoni vedono tranciare la catenella che chiude quella strada al traffico permettendo l’accesso solo ai residenti, dopodiché le tre auto si dileguano oltre un dosso in direzione di via Massimi 21.
La ricostruzione delle fasi successive così come la racconteranno i brigatisti, lacunosa e sommaria, sarà per più aspetti inverosimile. A parte la questione del numero effettivo dei terroristi in fuga sulle auto e sulla moto Honda (secondo i testimoni, più numerosi di quanto ammesso dai brigatisti), le stesse modalità della fuga, con il trasbordo di Moro dall’auto a un furgone e la fase di sganciamento e abbandono delle auto impiegate, è in più punti menzognera.
Secondo il racconto dei brigatisti, la Fiat 132 con a bordo Moro si sarebbe diretta in piazza Madonna del Cenacolo, dove sarebbe avvenuto il trasbordo del sequestrato su un furgone parcheggiato, incustodito, in via Bitossi e prelevato da Morucci nei minuti subito successivi alla strage. Morucci infatti racconterà che, dopo l’agguato, prende le borse dall’auto di Moro, sale alla guida della 128 blu (al suo fianco siede Bonisoli e sul sedile posteriore la Balzerani) e segue nella fuga la 132 e la 128 bianca fino a via Massimi incrocio via Bitossi; qui scende dalla macchina, sale sul furgone (parcheggiato incustodito) e si dirige in piazza Madonna del Cenacolo dove gli altri terroristi lo aspettano per trasbordare Moro sul furgone.
Questa versione dei fatti è smentita dai testimoni e dal brogliaccio della Sala operativa della Questura. Verso le ore 9.25 la testimone Elsa Maria Stocco, residente in via Bitossi, mentre rientra a casa vede una macchina di grossa cilindrata arrivare a forte velocità da via Massimi e fermarsi; dall’auto scende un uomo di aspetto giovanile, con barba corta e baffi, capelli neri non lunghi, vestito da pilota dell’aviazione civile, senza berretto, con impermeabile blu, tarchiato; ha in mano una valigia ventiquattrore, si avvicina a un furgoncino di colore chiaro, apre lo sportello e vi butta dentro la valigia; poi ritorna alla macchina, prende un borsone scuro e butta anche questo dentro il furgone; alla guida del furgone la testimone vede un individuo di aspetto giovanile, senza barba. Conclusa l’operazione, il furgone e l’auto si allontanano in direzione via Pietro Bernardini 22. La testimone identifica con assoluta certezza entrambi gli individui: l’aviere con in mano la borsa è Prospero Gallinari, mentre alla guida del furgone c’è Corrado Alunni 23.
La 132 che si è allontanata da via Fani con a bordo Moro, e che secondo i terroristi sarebbe diretta in piazza Madonna del Cenacolo ad aspettare l’arrivo del furgone parcheggiato in via Bitossi, viene ritrovata dalle forze dell’ordine in via Licinio Calvo alle ore 9.23 (cioè quando ancora il furgone risulta essere parcheggiato in via Bitossi). Lo dimostra questa comunicazione della Sala operativa della Questura: «Ore 9.23. Squalo 4. In via Licinio Calvo è stata abbandonata la 132 targata Roma P79560. Da via Licinio Calvo si sono allontanati dei giovani a piedi, una donna e un uomo armati» 24.
All’interno della 132 abbandonata in via Licinio Calvo, sul blocco interno di chiusura della portiera laterale destra e nella scanalatura del cofano anteriore, vengono trovate due infiorescenze rimastevi impigliate obbligatoriamente nel momento del trasbordo di Moro. Ma in piazza Madonna del Cenacolo non ci sono arbusti o altra vegetazione. Inoltre, la scelta di questa piazza per spostare l’ostaggio dall’auto al furgone è palesemente assurda: sia per i molti palazzi che vi si affacciano (più un bar molto frequentato, una scuola, due asili e numerosi negozi), sia per l’intenso traffico mattutino. Né si comprende perché, dopo il trasbordo del rapito, la 132 non sia stata lasciata nella stessa piazza, ma condotta fino in via Licinio Calvo aumentando inutilmente il rischio che fosse intercettata. Tanto più che la zona è ricca di luoghi ben più discreti e appartati di piazza Madonna del Cenacolo, come noterà Sergio Flamigni:
«Nessuno ha verificato se quel tipo di infiorescenza [trovata su cofano e portiera della 132 dei terroristi, ndr] provenisse da qualche terreno cespuglioso di via Massimi, e immediati dintorni, proprio dove si persero le tracce dei terroristi in fuga con l’ostaggio. Via Massimi vecchia è una strada breve, dove da un lato c’erano eleganti palazzine fra cui alcuni stabili dell’Istituto opere di religione (lo Ior, la banca del Vaticano diretta da monsignor Paul Marcinkus) 25, dall’altro lato c’erano i vasti giardini della Loyola University Chicago Rome Center of Liberal Art, dell’Ordine dei padri trinitari e delle suore domenicane di Villa Rossini, nonché i terreni dove era in costruzione un grande fabbricato della Società Tirrena Assicurazioni. È evidente che i brigatisti hanno mentito inventando il trasbordo di Moro in piazza Madonna del Cenacolo, probabilmente perché il luogo dove il trasbordo dell’ostaggio effettivamente avvenne presupponeva complicità imbarazzanti.
Gli agenti del commissariato di Monte Mario, convinti che i brigatisti in fuga dopo la strage avessero trovato rifugio in uno stabile della zona, effettuarono numerose ispezioni e perquisizioni; ma non poterono accedere negli immobili di proprietà dello Ior del Vaticano, né alcun magistrato della Procura di Roma autorizzò la perquisizione di quegli stabili.
L’attenzione degli inquirenti tornò ad appuntarsi su quella zona otto mesi dopo il delitto Moro, per un articolo pubblicato sulla rivista americana “Penthouse” dallo scrittore italoamericano Pietro Di Donato, il quale scriveva che nella parte alta di via della Balduina c’era un garage mimetizzato che i brigatisti avevano utilizzato subito dopo la strage di via Fani. I nuovi accertamenti non portarono all’individuazione del fantomatico garage» 26.
La versione dei fatti raccontata dai brigatisti è smentita anche dalla vicenda delle tre automobili utilizzate per la fuga da via Fani con l’ostaggio. La 132 a bordo della quale c’era Moro viene ritrovata infatti dalla polizia in via Licinio Calvo meno di mezz’ora dopo la strage, alle ore 9.23 del 16 marzo. L’indomani, in quella stessa via, alle ore 4.10 viene trovata la 128 bianca targata Roma M53955. E alle ore 21.00 del 19 marzo (cioè tre giorni dopo la strage) viene trovata, nella stessa via Licinio Calvo, anche la 128 blu targata Roma L55850 27. La sola spiegazione credibile dell’abbandono, in momenti successivi, delle tre auto in via Licinio Calvo, è che in quella stessa via (o via limitrofa) i terroristi avessero una base. Qualunque altra spiegazione è falsa, tanto più che modelli e targhe di quelle tre auto erano note e ricercate subito dopo la strage, e tutti i testimoni concordano nell’affermare che le tre macchine sono state abbandonate dai terroristi in via Licinio Calvo in tre tempi successivi e non contemporaneamente (come sosterranno i brigatisti).
Nella relazione della Commissione parlamentare stragi della XII Legislatura si leggerà:
«È la stessa dinamica dell’agguato e la preparazione puntigliosa che lo ha preceduto e che ne ha determinato il successo, a fondare almeno in termini di elevata probabilità l’ipotesi di una più numerosa composizione del commando, sia per quanto riguarda la fase dell’avvistamento delle autovetture di Moro e della scorta, sia per quanto riguarda altri aspetti delle ulteriori fasi esecutive del sequestro. In particolare ai magistrati inquirenti direttamente auditi dalla Commissione è apparso poco credibile che il furgone in cui l’onorevole Moro, appena catturato, fu trasferito rinchiuso in una cassa, sarebbe rimasto a lungo incustodito fino all’arrivo di Morucci, mentre alcune testimonianze attestano la presenza a bordo di almeno un’altra persona in attesa» 28.
Ma perché i brigatisti scelgono di parcheggiare proprio in via Bitossi il furgone che doveva servire per trasportare il sequestrato? In via Massimi abitava l’onorevole Piccoli e la sua abitazione era controllata frequentemente dagli agenti di polizia, e in via Bitossi angolo via Massimi un’autoradio del commissariato Monte Mario era addetta al servizio di scorta del giudice Walter Celentano. Ed è risaputo che gli agenti incaricati dei servizi di scorta hanno disposizioni di servizio molto rigide, e possono abbandonare la consegna solo per ordini superiori.
L’agente di polizia Marco Di Bernardino testimonierà:
«Alle ore 9.00 del 16 marzo io [Marco Di Bernardino] e la guardia Sapuppo eravamo di servizio in prossimità dell’incrocio tra via Bitossi e via Massimi in attesa di scortare il giudice Celentano che abita in via Bitossi n. 35. Alle ore 9.00 e qualche minuto ricevemmo via radio notizia che in via Fani stavano sparando dei colpi di arma da fuoco. Io e il mio collega ci dirigemmo a bordo dell’autoradio, azionando i segnali acustici, in via Mario Fani percorrendo le seguenti vie: via Pietro Bernardini, via Luigi Biasucci, via Vincenzo Ambrosio, via Festo Avieno, via Massimi, piazza Ennio, via Nevio, via Trionfale, via della Camilluccia, via Stresa. [...] Fummo i primi ad arrivare sul posto. Escludo che quando siamo arrivati noi una delle due macchine degli sparatori stesse allontanandosi per via Stresa» 29.
Un sincronismo perfetto. Infatti se non fosse stata quella di via Bitossi la prima volante a muoversi in direzione via Fani, i brigatisti non avrebbero potuto compiere le loro manovre in modo così disinvolto. Anche questo doveva quindi far parte del piano, altrimenti avrebbero parcheggiato il furgone in una zona più tranquilla evitando ogni possibile rischio 30.
Ma quella di via Bitossi era davvero l’unica volante in zona, o la più vicina al luogo della strage? Agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro c’è questa “relazione di servizio” del poliziotto Renato Di Leva:
«Verso le ore 9.00 circa di oggi [16 marzo 1978, ndr], mentre, fuori servizio, transitavo per via Stresa, solo, a bordo di un’auto Lancia, di proprietà di un mio amico, ho notato, sempre in via Stresa, una nostra “Volante” con due guardie a bordo, che procedeva con il segnale di emergenza acceso. Giunta in prossimità di un incrocio che non so precisare, non conoscendo i luoghi, la “Volante” si è fermata e io l’avevo seguita, nell’eventualità che i colleghi avessero bisogno di aiuto, sono, a mia volta, sceso dall’auto, e a piedi mi sono portato vicino alla “Volante”.
Nel momento in cui mi sono avvicinato alla “Volante” per presentarmi ai colleghi, ho notato, all’incrocio, una Fiat 128 di colore blu ministeriale, con a bordo 3 o 4 persone vestite con la uniforme, mi sembra, dell’Aeronautica militare, che, a forte velocità, provenendo dalla strada, che poi ho saputo chiamarsi via Fani, ha imboccato via Stresa procedendo, nel prosieguo di questa, verso l’alto. Data la velocità di quest’autovettura non sono riuscito a leggere i numeri di targa. Non mi è stato possibile nemmeno notare le caratteristiche somatiche degli occupanti dell’autovettura.
Portatici, con la volante, in quella strada, cioè in via Fani, abbiano visto due auto tamponate con i vetri rotti: nella prima, una Fiat 132 o 130, vi erano due persone riverse sui sedili anteriori; il primo, quello al posto di guida, era leggermente reclinato sul lato destro; quando gli ho chiesto cosa fosse successo, ha fatto solo un cenno con la testa senza profferire parole, non è riuscito ad aprire la bocca e ha reclinato il corpo.
Il secondo non dava segni di vita. Frattanto il collega della “Volante” ha ispezionato l’altra auto, che si trovava dietro la 132. Degli occupanti della seconda autovettura, uno si trovava già a terra, caduto dal sedile posteriore, che a mio avviso era già morto, vicino a lui era una pistola cal. 9 mod. 92; l’altro, quello al posto di guida, era accasciato sul lato destro, non dava segni di vita mentre lo sportello era aperto. A fianco al guidatore, era un altro giovane seduto, in maniera rigida, sul sedile, che, però, aveva gli occhi aperti e dava segni di vita
. A questo punto ho allontanato i curiosi che frattanto si sono radunati, mentre i colleghi della “Volante”, via radio, hanno chiamato le ambulanze e i rinforzi. Subito dopo ho identificato alcuni testimoni che sono stati affidati agli ufficiali delle altre volanti frattanto sopraggiunte. Dopo circa 15 minuti, è arrivata l’ambulanza, e io, a bordo di una volante, ho fatto strada alla stessa ambulanza fino al Policlinico Gemelli» 31.
Questa “relazione di servizio” presenta aspetti singolari.
Non si capisce perché l’agente Di Leva citi la volante tra virgolette, e non precisi i nomi dei colleghi che con lui arrivano in via Fani. In ogni caso, non esiste una relazione di servizio di questa “Volante” che invece dovrebbe essere stata compilata e acquisita dalla Procura. Inoltre, la “Volante” citata dal Di Leva non è quella stazionante in via Bitossi-angolo via Massimi perché gli agenti di questa non hanno incrociato la 128 blu con i brigatisti in fuga, e in più il loro percorso fino in via Fani è dalla parte di via Stresa che incrocia via della Camilluccia. Certo è che Renato Di Leva arriva in via Fani pochi istanti dopo la strage, infatti è il solo a vedere Domenico Ricci ancora vivo e a chiedergli cosa sia successo. Molti anni dopo anche l’ex brigatista Raffaele Fiore sosterrà di aver incrociato, nell’immediatezza della fuga, «un’auto della polizia a sirene spiegate che veniva in senso contrario» 32.
Ma se Antonio Buttazzo segue le auto dei brigatisti da via Molveno incrocio via Stresa, e la prima auto della polizia che vede e ferma è la Giulia in largo Cervinia che si pone all’inseguimento della 132, la “Volante” ferma in via Stresa che Di Leva avvicina si trova a pochi metri dall’incrocio con via Fani. C’è da domandarsi se davvero ci fossero stati dei poliziotti a bordo dell’auto, oppure dei brigatisti travestiti per coprire la fuga dei complici. D’altro canto sirene e palette in dotazione alla polizia vengono ritrovate sia sul luogo della strage, sia nelle macchine in via Licinio Calvo, e le stesse divise da avieri indossate dai terroristi hanno tratto in inganno molti testimoni la mattina del 16 marzo.
Per chiarire l’arrivo della polizia in via Fani sarebbero state molto utili le foto scattate dal testimone Gherardo Nucci.
Il carrozziere Nucci, verso le ore 9 del 16 marzo, stava tornando verso casa (abitava in via Fani 109) a bordo della sua auto per recuperare la macchina fotografica con la quale fotografava le macchine prima di ripararle. All’incrocio di via Stresa, mentre imboccava via Fani, un giovane che indossava un giaccone blu e maneggiava una paletta rossa della polizia gli ingiunse bruscamente di accelerare l’andatura, e al primo cenno di obiezione da parte del Nucci gli urlò: «Vada via! Vada via!». Nucci proseguì in fretta per via Stresa, parcheggiò l’auto a pochi metri dall’incrocio, tornò indietro a piedi, e resosi conto che pochi istanti prima era stata compiuta una strage, salì di corsa nella sua abitazione, e dal terrazzo scattò alcune foto della scena dell’agguato; mentre fotografava, vide arrivare sul posto un’auto della polizia a sirene spiegate:
«Affacciatomi al terrazzo dell’abitazione, ho notato che sopraggiungeva da via Stresa un’auto della polizia e poi altre ancora. È stato per me istintivo prendere la macchina fotografica che uso frequentemente per il mio lavoro e scattare dall’alto alcune foto, credo 7 o 8. Successivamente ho deciso di scendere di nuovo in strada per scattare altre fotografie [...]. Quando scattai le foto dalla terrazza, sul posto non era ancora sopraggiunta alcuna auto della polizia. Solo pochi istanti dopo aver scattato i primi tre o quattro fotogrammi sopraggiunse la macchina [della polizia]» 33.
Nucci preciserà di avere scattato una dozzina di fotografie, tre o quattro delle quali nei primi minuti successivi alla sparatoria, e quando la polizia non era ancora arrivata; di aver scattato altri fotogrammi all’arrivo delle volanti; e infine, sceso in strada, di aver completato l’ultima parte del rullino quando sul posto c’era ormai la folla. Quello stesso pomeriggio del 16 marzo, Nucci affida il rullino a sua moglie, la giornalista Maria Cristina Rossi, la quale prende accordi telefonici col magistrato Luciano Infelisi per la consegna. Poiché nella pellicola ci sono anche alcune foto di auto del lavoro di Nucci, il magistrato trattiene solo la parte delle foto del luogo della strage.
Ma questa preziosa pellicola, affidata alla magistratura, risulterà ben presto “smarrita”, e non verrà mai più ritrovata. Un grave danno per le indagini, perché le foto scattate dal Nucci pochi secondi dopo la strage erano di eccezionale importanza: potevano permettere di identificare probabili altri testimoni; potevano rivelare la possibile presenza, tra la folla radunata sul luogo della strage, di qualche brigatista. Soprattutto, il rullino avrebbe forse potuto chiarire l’enigma della “Volante” della polizia presente in prossimità di via Fani durante la fuga del commando brigatista.
Sulla questione del rullino scomparso, Sergio Flamigni ha scritto:
«La sera del 1° maggio 1978 venne registrata dalla polizia una conversazione telefonica tra il deputato Dc Benito Cazora e Sereno Freato (collaboratore di Moro): in quei giorni Cazora intratteneva rapporti con esponenti della malavita calabrese per raccogliere elementi utili alla liberazione di Moro, così si era rivolto a Freato per avere “le foto del 16 marzo” perché “dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertirmi che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro”.
Nel 1992 un ex appartenente alla ’ndrangheta, Saverio Morabito (divenuto collaboratore di giustizia), riferirà al magistrato di avere appreso che il boss Antonio Nirta era presente in via Fani la mattina della strage, e che Nirta era un confidente dei Carabinieri e dei servizi segreti in contatto con l’allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino, originario di Platì come Nirta. In quel periodo Nirta era il terminale della ’ndrangheta per il traffico di armi nella capitale, attività che lo avrebbe portato ad avere rapporti sia con i Servizi, sia con le Br» 34.
Di rapporti tra il capitano Delfino, il boss Nirta e un brigatista del sequestro Moro (Alessio Casimirri) parlerà il 9 marzo 1995 il magistrato Antonio Marini davanti alla Commissione parlamentare stragi:
«Vi è poi un aspetto molto delicato, che riguarda il procedimento contro Antonio Nirta e che si riferisce ad Alessio Casimirri [brigatista latitante dal 1978, ndr]. Dobbiamo decidere tra due versioni acquisite al processo. Secondo la prima, Antonio Nirta era confidente di un certo capitano dei carabinieri [Delfino, ndr] che operava nel campo dei sequestri di persona. Nirta avrebbe fatto fare una serie di operazioni a questo ex capitano dei carabinieri. Poi si dice che Antonio Nirta sarebbe stato messo in via Fani per partecipare al sequestro Moro [...].
Secondo un’altra ipotesi, Nirta avrebbe fatto compiere azioni all’ex capitano dei carabinieri [Delfino, ndr] che, a sua volta, si sarebbe accorto che l’uomo fermato non era un comune sequestratore di persona ma addirittura un terrorista che si identificava in Alessio Casimirri e, resosi conto che si trattava di un brigatista, riuscì a sapere che stava organizzando non un comune sequestro ma il sequestro del presidente della Dc Aldo Moro, e allora lo passò al Sismi. Il Sismi gli [a Casimirri, ndr] avrebbe fatto fare l’operazione, lo avrebbe avuto come infiltrato, avrebbe saputo tutto quel che voleva sapere su via Fani e sulla prigione di Moro, e poi lo avrebbe fatto fuggire all’estero» 35.
A proposito del brigatista Casimirri, Sergio Flamigni scriverà: «Coincidenza vuole che Casimirri (figlio di un funzionario del Vaticano) sia il solo dei brigatisti rossi – fra quelli individuati come autori della strage di via Fani e del sequestro Moro – che sia sempre riuscito a sottrarsi alla cattura e alla giustizia 36, riparando in Nicaragua via Parigi; una latitanza resa possibile dallo scarso impegno delle autorità italiane per ottenerne l’estradizione e il rimpatrio, nonostante il mutamento di situazione politica e di governo in Nicaragua 37. C’è stato un tentativo di richiesta di estradizione nel 1996, ma dopo una pubblica minaccia di Casimirri di dire “tutto sugli appoggi” di cui ha “sempre goduto in Italia”, la pratica si è arenata» 38. Il 19 marzo 1978 (cioè tre giorni dopo la strage di via Fani) il quotidiano comunista “l’Unità” aveva menzionato per primo le fotografie scattate in via Fani dal Nucci:
«Fotografati i killer dopo la strage? Il rullino è stato impressionato da un inquilino di un palazzo che si affaccia su via Fani, il quale l’ha consegnato ai magistrati. Si è appreso che è stato fatto un ingrandimento delle dimensioni di una parete e in questo modo si è riusciti a distinguere i particolari. Con un pennarello sono stati cerchiati numerosi volti. Poi si è cercato di identificarli uno per uno. Oltre ai passanti e ai soccorritori sono stati notati alcuni volti che corrisponderebbero alle foto segnaletiche di noti presunti brigatisti del Nord. Alle indagini si è affiancato per questo il giudice torinese Marciante, che segue l’inchiesta sull’assassinio del giornalista Casalegno: il procuratore è giunto per questo a Roma».
La scomparsa del rullino fotografico del Nucci sarà oggetto di ripetute interrogazioni parlamentari, e anche di una inchiesta amministrativa ordinata dal ministro della Giustizia Mino Martinazzoli conclusasi nel luglio 1986. È emerso che quanto affermato dal magistrato Infelisi («Le foto in questione non furono acquisite dal processo perché ritenute di nessun valore probatorio») era inesatto: il rullino era stato consegnato al sostituto procuratore, che ne aveva trattenuto una parte, dunque le foto erano state acquisite al processo a pieno titolo;
d’altronde il magistrato inquirente ne aveva fatto oggetto di indagine, sottoponendole al vaglio di un dirigente della Digos che non le aveva ritenute utili (non avendo al momento elementi di conoscenza, acquisiti solo successivamente), e quindi aveva restituito la pellicola al magistrato (il quale, nel suo ruolo di sostituto procuratore, era responsabile della conservazione di tutti i documenti dell’inchiesta). Per l’ispettore ministeriale, la scomparsa delle foto era addebitabile a mera negligenza da parte del magistrato 39.
Testimoni minacciati
Nella loro strategia della menzogna, i brigatisti continuano a negare anche l’evidenza, come l’accertata presenza in via Fani, durante l’agguato, di una moto Honda. Il presidente della Commissione parlamentare stragi Giovanni Pellegrino, nella sua “Proposta di relazione conclusiva”, scriverà:
«La presenza degli individui a bordo della Honda è una certezza processuale che non può ritenersi scalfita dalle reiterate smentite dei brigatisti (Morucci e Moretti in particolare), sia per i limiti di attendibilità, già sottolineati, dei loro apporti collaborativi (Morucci) o ricostruttivi (Moretti), sia perché la circostanza ha trovato ulteriori conferme sia nel processo Moro-quater nella ricostruzione del ruolo svolto da Alvaro Loiacono nell’agguato, che nell’istruttoria del processo Moro-quinquies.
Alcune testimonianze infatti attestavano la presenza della moto Honda e di due uomini in divisa, prima dell’agguato, presso il bar dal quale si sarebbero poi mossi gli sparatori (testimonianza di Paolo Pistolesi) e durante l’agguato (testimonianza del poliziotto Giovanni Intrevado, che vide il calcio di un mitra che spuntava dalla giacca di uno dei motociclisti in divisa).
Ma soprattutto il fatto è confermato dalle dichiarazioni di Raimondo Etro, il brigatista che ha confessato di aver svolto la prima verifica circa la possibilità di eseguire il rapimento di Aldo Moro presso la chiesa di S. Chiara e che ha ammesso di aver custodito le armi usate in via Fani. Etro nell’interrogatorio reso il 15 settembre 1994 ha dichiarato: “Ricordo anche di aver appreso, da Casimirri, che era successo qualcosa di imprevisto che potrebbe riguardare una moto e chi la guidava. Ricordo che mi disse: ‘Sono passati due cretini con la moto’, o forse ‘Sono passati quei due cretini con la moto’. Di questi miei ricordi però non sono sicuro, quindi non posso essere più preciso”.
È conclusione questa che si fonda anche su altre certezze processuali, con particolare riferimento alla deposizione resa dal teste Alessandro Marini, presente in via Fani a bordo di un ciclomotore, che descrisse la presenza nella dinamica dell’agguato di una “moto Honda di colore blu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino” 40. Tale testimonianza fu dal Tribunale ritenuta “una versione lucida degli eventi” tanto da determinare la condanna dei partecipi all’agguato anche per concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini» 41.
C’è un ulteriore elemento, a dir poco strano, che riguarda i testimoni chiave dell’agguato di via Fani, Alessandro Marini e Paolo Pistolesi. I due, subito dopo le loro dichiarazioni spontanee, diventarono oggetto di minacce. Un fatto doppiamente singolare: da un lato, perché scegliendo via Fani come luogo della strage i brigatisti dovevano avere messo in conto la presenza di svariati testimoni; dall’altro, risulta incomprensibile – perché del tutto estraneo alla pratica della lotta armata – l’intimidazione di testimoni, specialmente dopo che il fine è stato raggiunto.
Il 26 settembre 1978 Alessandro Marini dichiara:
«Anzitutto desidero far presente che dopo le mie dichiarazioni alla Polizia, al Pm e al Giudice istruttore, sono stato continuamente minacciato di morte da sconosciuti mediante telefono. Si trattava di giovani le cui voci erano sempre diverse l’una dall’altra, che mi hanno chiamato a casa nei momenti più diversi della giornata e anche nelle ore notturne per avvertirmi che avendo io “parlato”, avrei subito delle dure rappresaglie da parte delle Brigate rosse. Chi si presentava diceva talvolta “Sono un rosso” e tal’altra “Qui le Brigate rosse”.
Di tali minacce ho informato a suo tempo il dott. De Stefano e altri funzionari della Digos che saltuariamente hanno disposto dei servizi di vigilanza sulla mia persona. Poiché nonostante tali servizi le minacce sono proseguite, chiedo che sia attuato un adeguato servizio di controllo al fine di tutelare la mia incolumità. Tale controllo potrà essere fatto anche mediante intercettazioni delle telefonate fatte in arrivo sul mio apparecchio.
Confermo le dichiarazioni rese alla Digos con le precisazioni fatte al pubblico ministero. Confermo in particolare che i vetri dell’auto di Moro furono rotti dalle due persone che erano sull’auto targata “CD”. Devo fare presente che sono arrivato con il mio motorino all’incrocio tra via Stresa e via Mario Fani quando la 128 targata “CD”, la 132 blu e l’Alfa della scorta erano ferme. A questo punto è iniziata l’azione dei terroristi da me descritta nei precedenti verbali.
Devo inoltre far presente che io ho avuto modo di vedere bene i terroristi che operarono a viso scoperto, tranne quello che era alla guida della moto “Honda” blu. La persona che viaggiava sul sellino della “Honda”, dietro il conducente, sparò alcuni colpi di arma da fuoco dei quali uno colpì anche la parte superiore del parabrezza del mio motorino rompendolo. Io non sono stato colpito perché nel frattempo istintivamente mi ero abbassato. Conservo ancora a casa i frammenti del parabrezza che mantengo a disposizione della Giustizia.
Desidero far presente che non mi è stata mai mostrata alcuna fotografia né dalla polizia né dai magistrati che mi hanno interrogato fino a questo momento. Tuttavia ho avuto modo di vedere pubblicata su alcuni quotidiani le fotografie dei terroristi ricercati. Tra tali fotografie ho riconosciuto quella di Gallinari come una delle persone che parteciparono all’azione terroristica. A differenza della foto la persona da me vista aveva non solo i baffi ma anche una barba non folta e corta. Era una barbetta. Recentemente ho avuto modo di vedere anche le fotografie di Alunni Corrado pubblicate dai giornali e diffuse dalla televisione dopo il suo arresto. Credo di aver riconosciuto in lui uno dei quattro terroristi che erano vicino al bar “Olivetti” la mattina del 16 marzo 1978.
In quell’occasione l’Alunni non aveva né baffi, né barba, né occhiali; era così come si presenta nelle fotografie pubblicate di recente. Faccio rilevare che le fotografie di Alunni pubblicate a suo tempo dalla televisione subito dopo l’attentato non furono da me riconosciute in quanto diverse da quelle attuali. La persona che io ho riconosciuto nell’Alunni aveva pressappoco la mia altezza.
Io sono alto mt. 1,76. Aveva capelli castano scuri. La persona che ho riconosciuto nel Gallinari era più basso e più tarchiato. Desidero far presente che non ho avuto modo di osservare l’Alunni e gli altri nel momento del fatto anche se l’immagine è rimasta impressa nel mio subcosciente e mi è riaffiorata nel momento in cui ho visto le foto. Non ho visto persone prelevare borse o documenti dall’auto di Moro» 42.
Il secondo testimone della strage, Paolo Pistolesi, lo stesso 16 marzo 1978 rilascia la seguente testimonianza:
«Verso le ore 9, come tutte le mattine, ho visto transitare per via Fani, in direzione della Camilluccia, a elevata velocità, l’autovettura dell’on.le Moro seguita da quella della scorta [...]. A un tratto, ho udito prima un colpo seguito, a breve intervallo, da altri due colpi, che, al momento, mi sono sembrati scoppiettii di una macchina; subito dopo però ho sentito echeggiare, chiarissime, una o due raffiche di mitra. Sono uscito fuori dall’edicola e ho visto la macchina di Moro e quella della scorta ferme.
La macchina della scorta aveva le due portiere di destra aperte, mentre per quella di Moro non ho notato altri particolari, perché coperta da un’autovettura, una Fiat 128 o una Fiat 124 di colore bianco. Contemporaneamente, ho notato che alcune macchine che sopraggiungevano, sempre nella stessa direzione, perché nell’altra direzione non passava nessuno, nell’udire le raffiche, subito, e a grande velocità, a marcia indietro, sono scappate precipitosamente.
Sempre contemporaneamente ho notato due persone: la prima, in piedi, sul marciapiede sinistro della strada quasi all’altezza dell’incrocio con via Stresa e, parimenti, all’altezza dell’auto ferma di Moro; questa persona, che mi volgeva le spalle, era voltata verso l’incrocio con via Stresa e, quindi, praticamente verso l’autovettura di Moro che era ferma poco prima dello “Stop” di via Stresa con via Fani; la seconda persona invece era ferma, in piedi, vicino a un’automobile bianca, una Fiat 128 o una Fiat 124, che ho già nominato, parcheggiata, a spina di pesce, con altre auto, presso il marciapiede sul lato sinistro di via Fani; precisamente, questa persona era ferma all’angolo dell’autovettura, cioè presso lo spigolo formato dalla parte posteriore della stessa auto con la fiancata destra; l’auto stessa era parcheggiata all’altezza del bar “Olivetti”.
La prima persona, come ho già detto, mi rivolgeva le spalle; non mi sono accorto se avesse un’arma, tuttavia mi sembra che reggesse in mano una borsa; ho notato però che era vestito da militare: non so precisare il corpo di appartenenza, però ricordo che la giacca era bleu, mi sembra da ufficiale, mentre i pantaloni mi sono sembrati celesti; non ricordo altri particolari dell’abbigliamento [...]. Il secondo individuo, quello fermo vicino all’auto di colore bianco, indossava un passamontagna nero con striscia rossa al centro: si trattava di un passamontagna del tipo da “motociclista”, quello cioè che lascia scoperto solamente gli occhi. Non ho notato altre parti dell’abbigliamento un po’ perché era coperto alla mia vista dalle auto parcheggiate – in pratica vedevo di lui solo il busto e la testa – un po’ data l’emozione del momento; ricordo però che doveva indossare qualcosa di scuro.
Ho visto benissimo però che questo individuo impugnava un mitra, mi sembra con il braccio destro; lo impugnava, nel momento in cui io l’ho visto, tenendolo rivolto verso l’alto e, muovendo lo stesso braccio, faceva cenno alle macchine che sopraggiungevano di tornare indietro e allontanarsi.
A un certo punto, poi, si è rivolto verso di me e, impugnando sempre il mitra, ha fatto cenno di allontanarmi, quindi ha abbassato il mitra nella mia direzione; a quel punto io mi sono buttato dietro una macchina e ho sentito, senza vedere, una raffica. Mentre mi rialzavo, ho visto il 128 o 124 Fiat di colore bianco, di cui ho detto prima, allontanarsi, velocemente, in via Stresa verso sinistra, cioè verso Monte Mario. Poiché questa auto l’ho vista nel momento in cui voltava per via Stresa, non ho avuto modo di notare quante persone vi fossero a bordo» 43.
Subito dopo questa testimonianza, il Pistolesi comincia a ricevere minacce.
Il 21 marzo 1978 (cioè 5 giorni dopo la strage) il testimone si presenta al commissariato di Monte Mario e dichiara:
«Verso le ore 19 di ieri, mi trovavo in via Mario Fani altezza civico 94, presso l’edicola dei giornali gestita da mio padre Pistolesi Mario, in quel mentre mi trovavo in detta edicola ho notato passare l’auto Alfasud di colore bianco con tre persone a bordo della stessa non ho rilevato il numero di targa, detta auto è salita su e giù per ben due volte.
Verso le ore 21, stesso giorno, ho effettuato la chiusura di detta edicola e nel mentre mi recavo verso la mia abitazione che dista a poca distanza ho incontrato un mio amico che conosco solo di vista, il quale mi riferiva che vicino alla mia abitazione ha visto la stessa auto ivi ferma e vi era un giovane poggiato all’auto che impugnava una pistola sulla mano destra, poco dopo era di transito in via Stresa una auto della polizia e abbiamo fatto cenno di fermarsi per dare la notizia che avevamo visto il giovane con la pistola in pugno, gli agenti subito si sono recati sul posto ma non hanno trovato nessuno».
E ancora il 18 maggio 1978, quando ormai Aldo Moro è stato ucciso da 9 giorni, e anche la morsa sui brigatisti sembra essere stata allentata, il Pistolesi si reca dal giudice istruttore Maria Luisa Carnevale:
«Il giorno 22 mia madre mi ha avvertito che sul cofano della macchina di altra persona che aveva assistito ai fatti era stata tracciata una scritta di questo tenore: “Se tu e il giornalaio parlate vi faremo fuori”. Detta scritta era stata tracciata con un pennarello di colore bleu. Ho avvertito gli agenti del posto di blocco i quali hanno prelevato la macchina, la macchina era stata lasciata dalla signora nel garage interno del suo stabile verso le ore 13.
Alle ore 14-14.30 la signora si è accorta della scritta in questione. Faccio presente che due o tre giorni prima dei fatti ho visto un giovane a bordo di un Vespone, credo una 125 di colore grigio, il quale ogni volta che passava all’altezza della nostra edicola rallentava e guardava dentro. Preciso che questo giovane nel giro di mezz’ora è passato tre o quattro volte davanti all’edicola facendo avanti e indietro.
Tutte le volte si è comportato allo stesso modo. Detto giovane aveva capelli castani e i baffi. Ieri pomeriggio l’ho visto ripassare e rallentare quando si è trovato all’altezza dell’edicola. Il medesimo era sempre a bordo di una Vespa di colore grigio che mi è sembrata la stessa dell’altra volta. Sono uscito di corsa dall’edicola, ma non sono riuscito prendere il numero di targa» 44.
C’è un terzo testimone della strage di via Fani, Giovanna Conti, oggetto di una strana attenzione.
La donna, residente in via Fani 123, dalla finestra della sua abitazione ha assistito alla strage e ha visto portar via Moro. E quando rende la testimonianza, fa mettere a verbale che «circa cinque minuti dopo ho ricevuto la telefonata di un uomo che si è qualificato come giornalista del “Corriere della sera”. Questi mi ha chiesto cosa fosse successo e io gli ho fornito la sommaria descrizione di ciò che avevo visto. Poco dopo la stessa persona mi ha nuovamente telefonato per lo stesso motivo e io gli ho dato la medesima risposta» 45.
Ma nessun giornalista poteva sapere della strage avvenuta, individuare una possibile testimone, cercare il suo numero e chiamarla, dopo soli cinque minuti...
E infine c’è la presenza, a duecento metri da via Fani e nell’immediatezza della strage, del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi:
«La mattina alle 9, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, c’era un colonnello del Sismi, il colonnello Guglielmi, il quale faceva parte della VII Divisione, cioè di quella Divisione del Sismi che controllava “Gladio”. Lui dipendeva direttamente dal generale Musumeci, personaggio della P2 implicato in tutti i depistaggi e condannato nel processo sulla strage di Bologna. Il colonnello Guglielmi ha confermato che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall’incrocio con via Fani. Ha detto di essere andato a pranzo da un amico.
Alle 9 di mattina, quindi, si presenta da un amico per andare a pranzo, e a duecento metri di distanza non ha sentito nulla di quello che è avvenuto! Ritengo che quelle dichiarazioni non siano assolutamente attendibili. Resta il fatto che adesso noi sappiamo, perché è stato accertato, che la mattina del rapimento di Moro un colonnello del Sismi, dipendente dalla VII Divisione e dal generale Musumeci, era in via Fani mentre veniva uccisa la scorta e rapito Moro. Credo che anche questo fatto vada approfondito, e che bisogna indagare per capire chi c’era in via Fani quella mattina» 46.
Il presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, nella sua “Proposta di relazione conclusiva”, porrà l’accento sulle «direzioni indagative che meritano di essere enunciate perché suscettibili in futuro di essere utilmente percorse».
E farà qualche esempio:
«a) La presenza in via Fani di un colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, presenza che non ha mai ricevuto una accettabile spiegazione. Il Guglielmi riferì di aver ricevuto un invito a pranzo presso un collega; quest’ultimo confermò di averne ricevuto la visita, ma non la circostanza dell’invito a pranzo, che comunque non avrebbe potuto giustificare la presenza del Guglielmi in via Fani alle ore 9 del mattino.
b) La testimonianza di Saverio Morabito sulla presenza in via Fani di un elemento di spicco della ’ndrangheta calabrese, Antonio Nirta. Verso la fine del 1992 Saverio Morabito, uomo di punta della ’ndrangheta, decideva di collaborare con la giustizia e veniva pertanto interrogato nel carcere di Bergamo dal sostituto procuratore della Repubblica di Milano Alberto Nobili. Morabito (la cui attendibilità è supportata dall’avere egli consentito, con le sue dichiarazioni, il successo dell’operazione “Nord-Sud”, che ha portato all’esecuzione di centoquaranta arresti) ha fornito un apporto collaborativo che riempie diverse centinaia di pagine, largamente incentrate su episodi di criminalità comune, ma che su un punto interessa le problematiche su cui la Commissione è impegnata.
“Non è certo un caso”, dichiara il Morabito, “che taluni dei membri di maggior spicco della ’ndrangheta si dice siano inseriti nella massoneria ufficiale, come ad esempio la famiglia Nirta di San Luca, facente capo a Giuseppe e Francesco Nirta e che annovera Antonio Nirta, detto ‘Due nasi’ data la sua predilezione per la doppietta che, in Calabria, viene appunto denominata ‘Due nasi’. Di Antonio Nirta avrò modo di parlare così come del suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la Polizia o con i servizi segreti. Potrà sembrare non credibile ma appresi da Papalia Domenico e da Sergi Paolo, come dirò, che il Nirta Antonio fu uno degli esecutori materiali del sequestro dell’onorevole Aldo Moro”.
E più avanti la circostanza veniva ribadita e Nirta “Due nasi” veniva collocato dal Morabito tra “quelli che hanno operato materialmente in via Fani, cioè non so se abbia preso parte al rapimento materiale o è stato uno di quelli che sparava; l’ho appreso nel 1988 o ’87 da Paolo Sergi fratello di Sergi Francesco, perché ormai era divulgata la notizia che Antonio Nirta era un delatore, un confidente dei Carabinieri e dei Servizi e via dicendo, ormai era così sputtanata la cosa che dire una cosa in più o dire un suo segreto ormai non era più un segreto”.
Non è agevole, allo stato delle conoscenze, giudicare del valore di questa testimonianza, che inserisce l’attività della malavita in un complesso ambito di complicità: “Secondo me”, afferma sempre Morabito, “anche il Papalia Domenico o altri come lui che qui vogliono far credere di essere dalla parte della malavita pura, ognuno all’insaputa dell’altro, ha dei contatti con personaggi che gravitano nei Servizi o nella Criminalpol, o nella Questura e nei Carabinieri, ognuno la fa all’insaputa dell’altro, naturalmente agli occhi dei gregari ognuno cerca di dare di sé una facciata pulita, parla male dell’altro, parla male di quell’altro, perciò per Papalia Domenico sapere da Antonio Nirta che lui avrebbe preso parte al rapimento Moro non credo che Papalia Domenico si sia stupito più di tanto”.
Trattasi di un apporto collaborativo che allo stato deve ritenersi non ancora supportato da adeguati riscontri e che tuttavia può essere posto in relazione con la registrazione della telefonata del 1° maggio 1978 tra Benito Cazora e Sereno Freato, nella quale il primo dice: “Dalla Calabria mi hanno telefonato per informarmi che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro”; ciò avvalorerebbe inoltre l’ipotesi della non casualità dello smarrimento del rullino di fotografie scattate immediatamente dopo la strage, la cui sottrazione, favorita dalla grande concitazione del disordine di quei giorni, sembra interpretabile come funzionale a cancellare le prove della presenza non casuale della mafia calabrese.
c) Le resistenze che i magistrati inquirenti hanno riferito alla Commissione di aver incontrato e di continuare a incontrare da parte dei brigatisti quanto a una ricostruzione compiuta e credibile dell’agguato, e cioè la persistenza di un atteggiamento di chiusura che perdura al di là dei già segnalati cedimenti e abbandoni di più antiche versioni, ormai di provata inattendibilità, è un atteggiamento che gli inquirenti giudicano sproporzionato rispetto al fine di coprire altri brigatisti restati sconosciuti e che sembrerebbe invece rivelare la volontà di occultare la presenza in via Fani di “forze diverse” e quindi di difendere il carattere “puro” (ovviamente dal punto di vista rivoluzionario) dell’azione.
d) Le resistenze e gli scarsi apporti collaborativi che gli stessi inquirenti hanno riferito di avere incontrato da parte di settori istituzionali italiani ed esteri nell’estradizione di alcuni brigatisti, la cui partecipazione all’agguato è ormai accertata, come Loiacono e Casimirri».
Parole, quelle del presidente Pellegrino, che rimarcano la Relazione conclusiva della legislatura precedente, là dove essa affermava:
«Finché non sarà fatta piena luce sugli avvenimenti relativi al caso del sequestro e dell’assassinio dell’onorevole Aldo Moro e della sua scorta, permane una precisa responsabilità, istituzionale e morale, del Parlamento perché su questa vicenda non cali il velo del silenzio. Per quello che tale vicenda ha significato nella vita del nostro Paese è impossibile pensare che – fino a quando un dubbio o un’ombra anche minima continuerà a gravare su di essa, ed in particolare sul ruolo svolto dalle istituzioni e dai pubblici poteri – sia lecito venire meno all’impegno di verità dovuto nei confronti delle vittime, dei loro familiari, e in generale dell’intera comunità civile.
L’impegno alla verità è infatti il fondamento inalienabile dell’esperienza di una società democratica. Da tale verità può trarre maggiore efficacia la proposta finale (che la Commissione ha l’obbligo di fare anche sulla base degli elementi sin qui acquisiti) in materia di riforma dei Servizi, degli apparati pubblici interessati, delle procedure di conservazione di documenti riservati o classificati, degli strumenti di controllo della sicurezza democratica a garanzia dei diritti dei cittadini e della stabilità istituzionale. E il “caso Moro”, per la nostra democrazia, è divenuto l’emblema di un tale impegno» 47.
Alfredo Carlo Moro (fratello dello statista democristiano) ha scritto: «È stato detto che il provvedimento di generale clemenza è necessario, perché un periodo tragico si è chiuso e lo Stato, che ha vinto, può dimostrarsi generoso con gli sconfitti. Un periodo storico però si chiude non solo quando è trascorso un certo lasso di tempo ma quando si è fatta pienamente chiarezza su quanto è realmente successo e quando sono definitivamente superati i pericoli che l’attuale vita politica sia ancora avvelenata da connivenze e ricatti.
Se permangono anche oggi molti misteri, se non tutte le responsabilità sono appurate, se i brigatisti catturati sentono ancora il bisogno di celare la verità dietro una notevole cortina di menzogne, se è possibile che dietro i misteri insoluti e dietro le verità nascoste si celino anche pesanti ricatti, può seriamente e onestamente dirsi che un periodo si è completamente chiuso?
E che senso ha l’affermazione che lo Stato ha vinto se gli attentati alla integrità fisica delle persone sono finiti, ma non si è ancora riusciti a scoprire l’intera verità su tutto un travagliato ed ambiguo periodo storico e non sono chiare sia tutte le responsabilità degli esecutori sia le connivenze che hanno consentito al terrorismo di operare o di raggiungere certi risultati?» 48.
Note a VIA FANI, 16 MARZO 1978 – di Ilaria Moroni
1 Il presidente della Commissione parlamentare stragi Giovanni Pellegrino il 22 marzo 2001 aveva deliberato la digitalizzazione di tutta la documentazione prodotta e acquisita dalla Commissione stessa. Ma a oggi questa documentazione non è ancora accessibile.
2 CM, volume 41, pagg. 401-03.
3 Cfr. memoriale Morucci, “L’azione di via Fani”, pagg. 29 e segg.; archivio Cs. Le parti in corsivo sono state aggiunte dallo stesso Morucci in un se-condo tempo.
4 Moro quater, “Relazione di perizia tecnico-balistica-medico legale sull’eccidio della scorta dell’on. Moro” Merli-Ronchetti-Ugolini.
5 A questo punto la perizia riporta la seguente nota: «Dovrebbe esserci un errore, in quanto sia lo Iozzino che il Zizzi uscirono subito dopo gli spari dalle porte di destra dell’Alfetta e pertanto né il Gallinari né tanto meno il Bonisoli potevano sparare contro gli “occupanti” dell’autovettura ove era rimasto già cadavere Rivera, tant’è che non fece neppure la mossa di aprire lo sportello... Il Morucci non riferisce invece né dell’uscita dello Iozzino né di quella dello Zizzi, né che lo Iozzino esplose colpi contro di loro».
6 Aldo Grandi, L’ultimo brigatista, Bur 2007, pag. 121.
7 «Praticamente... si incepparono tutte le armi dei quattro avieri, una proprio non sparò»: testimonianza di Franco Bonisoli alla Corte d’assise del processo “Metropoli”, 14 aprile 1987.
8 Mario Moretti, Brigate Rosse, una storia italiana, libro-intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda, Baldini&Castoldi 2004, pag. 120.
9 Cfr. CM, volume 30, pag. 243.
10 Intervento di Giovanni Galloni alla presentazione del libro di Giuseppe De Lutiis Il golpe di via Fani, presso la Biblioteca del Senato, il 22 ottobre 2007.
11 Cfr. “l’Unità”, 23 ottobre 2007. Queste parole dell’ex senatore Pellegrino sono particolarmente autorevoli in quanto sono supportate dalla conoscenza della folta documentazione acquisita sul delitto Moro dalla Commissione stragi, compresa quella “riservata”. E del resto, la convinzione dell’ex presidente Pellegrino è supportata da dati di fatto incontrovertibili.
12 CM, volume 30, pag. 75.
13 Mario Moretti, op. cit., pagg. 125-26.
14 Rita Algranati è stata arrestata al Cairo 26 anni dopo la strage, nel gennaio del 2004, insieme al suo compagno Maurizio Falessi. Solo il 25 ottobre 1993, nel corso di un’udienza del Moro quater, Valerio Morucci ne aveva ammesso la presenza in via Fani, allineandosi così all’ultima versione fornita da Mario Moretti, il quale, nell’intervista raccolta dalle giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda, aveva appunto fatto il nome della Algranati, ormai da tempo riparata all’estero. La Algranati era stata imputata nel Moro-ter, ma era stata assolta proprio grazie alla falsa testimonianza di Morucci, e aveva quindi potuto fuggire all’estero.
15 Mario Moretti, op. cit., pag. 127.
16 Moro quater, “Relazione di perizia tecnico-balistica-medico legale sull’eccidio della scorta dell’on. Moro” Merli-Ronchetti-Ugolini.
17 Il testimone Pietro Lalli, che si trovava nella parte bassa di via Fani, dichiarò: «Mi portai velocemente al centro della strada e guardando in alto, verso la provenienza dei colpi stessi, notai un uomo che all’incrocio, anzi un po’ oltre l’incrocio tra via Stresa e il tronco superiore di via Fani, con le spalle rivolte ai locali del bar Olivetti e quindi dando la sinistra alla mia visuale, sparava con un’arma automatica che io, data la mia conoscenza nel settore delle armi, identificai per un mitra con caricatore a doppia alimentazione e funzionante a recupero gas. Assistetti allo sparo di due raffiche complete. La prima un po’ più corta della seconda, a distanza ravvicinata rispetto al bersaglio che era un 130 blu. La seconda raffica, più lunga, fu estesa anche a una Alfetta chiara che seguiva la 130, e fu consentita da uno sbalzo indietro dello sparatore che in tal modo allargò il raggio d’azione e quindi del tiro. Quello che mi colpì in maniera impressionante fu la estrema padronanza di detto sparatore nell’uso preciso e determinato dell’arma. Esprimo un giudizio ma doveva essere certamente uno particolarmente addestrato. Sparava avendo la mano sinistra poggiata sulla canna dell’arma e con la destra, imbracciato il mitra, tirava con calma e determinazione convinto di quello che faceva [...]. Dal fatto che ricordo di non avere notato lo stacco di colore dell’arma, devo dedurre che l’individuo calzasse i guanti. Anzi adesso che mi sovviene posso essere sicuro. Sembrava un tipo agile, direi atletico, e dal salto che fece, munito anche di una notevole agilità» (CM, volume 41, pagg. 493-94).
18 Nella loro “Relazione”, i periti spiegano che «i proiettili rimasero sempre in possesso del prof. Marracino che allora coordinava il collegio peritale medico legale. Tali proiettili, seppur diverse volte sollecitati alla consegna per redigere perizia balistica comparativa, non vennero mai acquisiti a corpo di reato. L’immatura morte del prof. Marracino in seguito complicò ancor più la ricerca di tali reperti, e non ci è noto se vennero in seguito recuperati e confezionati a regolare corpo di reato come gli altri e regolarmente esaminati microcomparativamente e da chi».
19 CM, volume 30, pagg. 78-79.
20 Testimonianza di Antonio Buttazzo, CM, volume 30 pagg. 78-79: «[...] Infatti mentre la 132 mi precedeva [...] ho visto che sul sedile posteriore della stessa vi era un uomo tra altri due che si dimenava. Ho notato pure che uno di questi poggiava sul viso della persona che si dimenava qualcosa di bianco. Aggiungo che nei sedili anteriori vi erano altre due persone».
21 CM, volume 30, pagg. 81-83.
22 CM, volume 30, pagg. 97-98.
23 CM, volume 42, pagg. 101-02 e 300-01.
24 CM, volume 29, pag. 1.016. Alle ore 9.10 dalla Sala operativa della Questura era stato diramato alle volanti il messaggio: «A tutti... via della Balduina si è allontanata la 132 blu Roma P79560 e una 128 bianca M53995 con a bordo quattro giovani armati, allontanati zona di Monte Mario».
25 Tra il materiale sequestrato ai brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda dopo il loro arresto (29 maggio 1979), c’erano l’indirizzo e il numero di telefono dell’abitazione di monsignor Marcinkus, nonché l’indirizzo e il numero telefonico di padre Félix Morlion (agente della Cia), ai quali l’autorità giudiziaria non ha mai rivolto alcuna domanda.
26 Sergio Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni 2003, pag. 57. Gli inquirenti precisarono che «in via della Balduina n° 323 esiste l’accesso al garage privato di due palazzine che hanno ingresso principale in via dei Massimi 91 di proprietà dell’Istituto opere di religione... L’ingresso di tale garage è isolato [e] potrebbe essere quello indicato nell’articolo e definito “mimetizzato”». Il Reparto operativo dei carabinieri, incaricato dalla magistratura di svolgere accertamenti in via Massimi e in via Alfredo Serranti presso le famiglie con disponibilità di garage o box, omise di perquisire i palazzi di proprietà dello Ior, e nel successivo rapporto di polizia giudiziaria (datato 22 gennaio 1979) mancava ogni riferimento proprio a via Massimi 91, quasi che quel recapito fosse coperto da una speciale immunità (CM, volume 34, pag. 612). Il sostituto procuratore generale Nicolò Amato, nella requisitoria del primo processo Moro, ipotizzerà la presenza di una base logistica dei terroristi proprio in quella zona.
27 CM, volume 30, pagg. 110-11, e pagg. 208-09.
28 Commissione parlamentare stragi, XII Legislatura, Relazione, pagg. 297-98. Cfr. anche Dossier delitto Moro, a cura di Sergio Flamigni, Kaos edizioni 2007, pagg. 396-97.
29 Testimonianza di Marco Di Bernardino e Nunzio Sapuppo; CM, vol. 42, pagg. 239-42.
30 Morucci dovrebbe spiegare perché era in possesso del numero di telefono del commissario di Ps Antonio Esposito, in servizio al Cot nei 55 giorni del sequestro Moro e iscritto alla P2.
31 Renato Di Leva, Relazione di servizio del 16 marzo 1978; CM, volume 29, pagg. 1.039-41.
32 Aldo Grandi, op. cit., pag. 122.
33 Testimonianza di Gherardo Nucci; CM, volume 34, pagg. 852-54.
34 S. Flamigni, op. cit., 2003, pagg. 167-68. Nel 1982, durante la fase dibattimentale del processo Moro, è emerso che il consigliere istruttore Achille Galli
35 Cs, XII legislatura, Resoconti stenografici delle sedute, volume 1, pag. 396.
36 Al pm Antonio Marini, il 17 gennaio 1994, Valerio Morucci dichiarerà: «Casimirri, a quanto mi risulta, non aveva mai destato sospetti. Poi ho saputo in carcere che fu allontanato assieme alla moglie dall’organizzazione. Non so i motivi che avevano determinato la loro espulsione» (atti Moro quinquies, pag. 2.703).
37 Rifugiatosi a Parigi dopo la strage di via Fani, Casimirri venne poi arrestato dalla polizia francese, ma grazie all’aiuto dei servizi segreti italiani riuscì a raggiungere il Nicaragua utilizzando un falso passaporto a nome “Guido Di Giambattista”. A Managua si guadagnò la protezione di Aviterni Tomas Borge (il ministro dell’Interno del governo sandinista), e aprì un ristorante, “Magica Roma”, in società con Manlio Grillo. La coppia Casimirri-Grillo si inserì nel giro locale dei servizi segreti: «Uno resta a sinistra, mentre Grillo si lega alla destra dei vecchi contras. Sanno tutto di tutti. Possono chiedere e ricattare. Difficile dire loro di no». Nel 1988 Casimirri ottenne la cittadinanza nicaraguense, revocatagli nel 1993 da una prima sentenza. Nell’estate 1993 due agenti del Sisde, Mario Fabbri e Carlo Parolisi, incontrarono Casimirri, per circa una settimana, a Managua. (Cfr. Maurizio Chierici, “Corriere della sera”, 6 febbraio 1996; Gianni Cipriani, “l’Unità”, 16 ottobre 1993.) Il 30 marzo 1994 gli agenti del Sisde Fabbri e Parolisi furono interrogati dal sostituto procuratore Franco Ionta (atti processo Moro quinquies), ma non fu possibile chiarire quale fosse stato il vero scopo della loro missione a Managua. Nel 1996 Casimirri venne indicato da una parte della stampa nicaraguense (“La Prensa”, diretta da Claudia Chamorro, figlia della presidente Violeta Chamorro) come un fomentatore di disordini, alla vigilia della visita in Nicaragua del pontefice Giovanni Paolo II; Casimirri replicò con una minacciosa intervista a “Nuevo Diario” (di proprietà dello zio della Chamorro) e a “Barricada” (diretto da Carlos Chamorro, fratello di Claudia), dichiarando: «Sono perseguitato. Se la mia situazione peggiora, aprite l’ombrello: dirò tutto. Tutto su chi manovra nell’ombra le prossime elezioni in Nicaragua. Tutto sugli appoggi dei quali ho sempre goduto in Italia».
38 S. Flamigni, op. cit., 1998, pagg. 138-39.
39 Senato della Repubblica, interrogazione a risposta scritta n. 4-01354 del 13 febbraio 1984, n. 4-02454 del 12 dicembre 1985, n. 4-03199 del 30 luglio 1986, e relative risposte.
40 Sentenza Moro 1 e Moro-bis, 24 gennaio 1983, pag. 801.
41 Cfr. Dossier delitto Moro, cit., pag. 396.
42 CM, volume 42, pagg. 97-100.
43 CM, volume 30, pagg. 47-49.
44 Testimonianza di Paolo Pistolesi; CM, volume 41, pagg. 478-79.
45 CM, volume 30, pagg. 52-53.
46 Commissione stragi, Nota integrativa del deputato Cipriani sugli ultimi sviluppi del caso Moro. Intervento pronunciato nella seduta del 14-15 aprile 1992.
47 Senatore Luigi Granelli, Conclusioni della “Relazione della Commissione parlamentare stragi”, XI Legislatura.
48 Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti 1998, pagg. 184-85.
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