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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 21/10/2016, 20:27 
Salta fuori una terza pista da seguire, Max Spiers potrebbe essere stato ucciso da alcuni pedofili.


Salta fuori una terza pista da seguire per fare luce sulla morte di Max Spiers, un cacciatore di UFO di fama mondiale, scaturita da un video girato pochi giorni prima della sua dipartita. Dopo le ipotesi formulate dalla mamma Vanessa, che vedevano il figlio Max assassinato da Servizi Segreti perché troppo vicino alla scoperta di scomode verità e quelle avanzate dalla fidanzata Sarah, che imputavano la colpa dell'assassinio ad un gruppo di satanisti che avrebbero sacrificato l'esperto in ufologia al diavolo, la polizia è appena entrata in possesso di prove, che aprirebbero la strada ad una terza pista da seguire, che vedrebbe Max nientemeno che un eroe. Infatti il ragazzo avrebbe collaborato con la polizia per arrestare un gruppo di pedofili.

La morte dell'ufologo

Le circostanze della morte dell'esperto di UFO sono sembrate da subito molto sospette e la madre ha immediatamente affermato che Max Spiers non sarebbe morto per cause naturali, poiché in ottima salute, né tantomeno si sarebbe suicidato. Il corpo del ragazzo è stato ritrovato sul divano del suo appartamento in Polonia, città in cui pochi giorni dopo avrebbe dovuto tenere un'importante conferenza sull'ufologia. L'ipotesi dell'avvelenamento è molto quotata poiché gli amici hanno affermato che prima di morire, Max abbia vomitato del liquido nero. 



Sulle tracce dei pedofili

Molto probabilmente Max Spiers era sulle tracce, collaborando con la polizia, di un giro di pedofili attivo da parecchi anni in tutto il mondo, che conta fra le sue fila uomini molto importanti. Questo spiegherebbe anche il perché del messaggio inviato alla madre poco prima della morte, dove l'ufologo chiedeva alla signora, qualora fosse morto, di continuare ad indagare per fare luce sull'accaduto. L'autopsia chiesta dalla madre di Max non è stata accordata dal governo, motivo per cui ella non ha potuto avere neanche i risultati di un'accurata analisi tossicologia, per chiarire se il figlio è stato avvelenato o meno. Tutto quello che possiede Vanessa, la madre dell'esperto di UFO, è unicamente un certificato di morte, che imputa le cause del decesso a motivi del tutto naturali.

http://it.blastingnews.com/cronaca/2016/10/ufo-spunta-un-intervista-di-max-spiers-girata-pochi-giorni-prima-della-morte-001192461.html



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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 21/10/2016, 21:23 
Quella della pedofilia è una lobby molto potente che racchiude figure molto importanti in tutto il mondo. Se stava per scoprire qualcosa di grosso è normale lo abbiano terminato e nulla si saprà :)



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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 29/12/2016, 11:23 
vimana131 ha scritto:
Cita:


parla IL rettore di trieste
Caso Regeni, l’inspiegabile silenzio dei docenti di Cambridge

Dalla teoria cospirativa dei servizi segreti al “guai a chi tocca l’Accademia”. Il no dei professori di Cambridge alla richiesta degli inquirenti italiani di avere informazioni sulla loro corrispondenza con Giulio Regeni, ha sollevato molte reazioni. Forse la più chiara è quella costernata, di fronte a un silenzio inspiegabile, del rettore di Trieste, Maurizio Fermeglia, che ogni anno manda all’estero decine di studenti.

Perché il silenzio? Perché non contribuire concretamente a quella richiesta che non è solo uno slogan, invocata dagli stessi professori di Cambridge: verità per Giulio Regeni. Mandanti e assassini sono nascosti nel regime egiziano, quello sì omertoso. Ma chiunque sappia qualcosa di possibilmente utile ha il dovere di aiutare. «Quando mandiamo all’estero un nostro dottorando in ricerca abbiamo sempre una procedura da rispettare: ci deve essere un accordo fra il supervisore che ha mandato lo studente e quello che lo ospita», dice il professor Maurizio Fermeglia, dal 2013 Magnifico rettore dell’Università di Trieste. «Io ancora non ho ben capito se per Giulio ci fosse un riferimento scientifico che si occupasse di lui all’American University del Cairo».

Fermeglia è un ingegnere chimico e insegna nanotecnologia. Ma da rettore ha mandato centinaia di studenti di discipline diverse in giro per il mondo. E comunque la disciplina non fa differenza. «Se mando in Germania uno studente in nanotecnologie – spiega Fermeglia – mi aspetto che in laboratorio il supervisor di quel paese gli spieghi dov’è la nitroglicerina e gli chiarisca i casi estremi in cui può essere usata. Il laboratorio di Giulio era il Cairo: gli è stato spiegato con cura dov’era la nitroglicerina al Cairo? Se non lo hanno fatto, perché?»

Lei ha una risposta?
Forse a qualcuno conveniva che Giulio sapesse poco dei pericoli della sua indagine. Hanno cercato di utilizzare la curiosità che ha sempre uno studente di quell’età sul campo. Hanno abusato dell’esuberanza giovanile. Conosco bene questa esuberanza fra i miei studenti: Giulio era di questi luoghi e aveva fatto il Liceo a Trieste.

Forse nessuno poteva immaginare che Giulio potesse fare quella fine
No, ma era noto che il Cairo fosse un luogo pericoloso. Non sono tornato in Egitto nell’epoca del presidente al Sisi, ma ci sono stato negli anni di Mubarak e dei Fratelli musulmani. Tutti mi dicevano di stare attento con chi parlavo per strada perché la città era piena d’informatori. Il compito di Giulio era proprio di andare a intervistare la gente per strada, ovunque.

Secondo lei per quale ragione un’università prestigiosa come Cambridge si è rifiutata di aiutare i nostri inquirenti?
Non c’è nessuna ragione plausibile nel non rispondere al procuratore di un paese amico che chiede informazioni su un caso di questo tipo.
Io come rettore non avrei esitazioni. A meno che non sia il mio ministro degli Interni che mi chiede di non farlo, invocando il segreto di Stato. Ma non mi sembra questo il caso.

I dinieghi dei professori inglesi di Giulio sollevano fatalmente inquietanti sospetti. È possibile che Giulio conducesse indagini segrete?
Per quella che è la mia competenza no: i dottorandi hanno bisogno dell’evidenza pubblica della loro ricerca, questo è fondamentale. A meno che non ci siano di mezzo segreti industriali. Ma Giulio non si occupava di nanotecnologia.

E dunque?
Torniamo alla leggerezza dei supervisori inglesi di Giulio. L’aveva un interlocutore al Cairo come prevede ogni parametro universitario o era abbandonato a se stesso? È questo che non ho ancora capito dopo tanti mesi. Temo che in modo molto opportunistico sia stata creata una zona grigia per utilizzare le curiosità di Giulio.

Dopo la morte di Giulio le due docenti che lo seguivano da Cambridge avevano diffuso una petizione. Lei l’ha firmata?
No,
come tanti altri docenti italiani.

Perché?
C’erano solo cinque o sei righe dedicate a Giulio. Tutto il resto era un documento politico contro al Sisi.
Personalmente lo condividevo anche, ma mi è sembrato che non fosse quello il caso, che occorresse concentrarsi su ciò che era accaduto a Giulio. Anche in quell’occasione avevano pensato più alla loro causa politica che alla tragedia del loro studente.




http://www.ilsole24ore.com/art/commenti ... id=ADgkocY


http://www.corriere.it/cronache/16_dice ... 806c.shtml

caso Regeni, il leader degli ambulanti: «Ho denunciato io Giulio, faceva troppe domande»
Cairo, il leader degli ambulanti: ho registrato e spedito la sua telefonata del 22 gennaio. La dichiarazione di Abdallah all’edizione araba dell’«Huffington Post»: l’ho consegnato io alla polizia


Il capo del sindacato degli ambulanti lo afferma in un’intervista all’edizione araba dell’ Huffington Post (ripresa su L’Espresso da Brahim Maarad, giornalista bilingue), nella quale ammette di essere un informatore dei servizi segreti e di aver consegnato Regeni agli uomini che rispondono al presidente Al Sisi perché, secondo lui, sarebbero state anomale le ricerche e le richieste del ricercatore italiano.


«Illogico che si occupasse degli ambulanti»

Mohamed Abdallah non racconta che cosa si diceva in quella telefonata, ma aggiunge che trova «illogico» e strano che uno studente di Cambridge, che conduce una ricerca sui sindacati autonomi egiziani, rivolga domande agli ambulanti sugli stessi sindacati.
«È illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti se non lo fa il ministero degli Interni» afferma Abdallah nell’intervista all’ Huffington Post . Quindi azzarda una sibillina ipotesi su chi possa essere il responsabile dell’omicidio di Giulio Regeni. «Quando io l’ho segnalato ai servizi di sicurezza, facendo saltare la sua copertura - immagina - lo avranno ucciso le persone che lo hanno mandato qua».



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https://roma.corriere.it/notizie/politi ... 0b7e.shtml
Conte ripercorre le tappe della crisi: «Vorrei ricordare che con la parlamentarizzazione della crisi la Lega ha poi formalmente ritirato la mozione di sfiducia, ha dimostrato di voler proseguire, sono stato io che ho detto “assolutamente no”perché per me quell’esperienza politica era chiusa».


http://www.lefigaro.fr/international/mi ... e-20190923
il stipule que les États membres qui souscrivent à ce dispositif de relocalisation des personnes débarquées en Italie et à Malte s’engagent pour une durée limitée à six mois - éventuellement renouvelable. Le mécanisme de répartition serait ainsi révocable à tout moment au cas où l’afflux de migrants vers les ports d’Italie et de Malte devait s’emballer.
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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 29/12/2016, 13:26 
mik.300 ha scritto:
«Quando io l’ho segnalato ai servizi di sicurezza, facendo saltare la sua copertura - immagina - lo avranno ucciso le persone che lo hanno mandato qua». [/b]


In fondo è ciò che tutti noi pensiamo\sappiamo ma che nessuno osa dire. E' uno dei tanti modi per punire chi ha OSATO avvicinarsi alla Russia. L'egitto lo ha fatto ed hanno fatto di tutto per far deteriorare i suoi rapporti con gli stati "occidentali".
Il caso Regeni è solo il pretesto per "allontanare" l'Italia dall'Egitto :) Almeno io la penso così -.-



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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 08/10/2018, 22:11 
Cita:


Bulgaria: giornalista stuprata e uccisa in un parco
La donna stava investigando su presunti abusi sui fondi Ue

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Una giornalista bulgara, Viktoria Marinova, è stata violentata e uccisa a Russe, nel nord della Bulgaria. Secondo i media di Sofia, il delitto è avvenuto ieri in un parco alla periferia della città dove la donna faceva jogging. Secondo il ministro dell'interno bulgaro Mladen Marinov l'uccisione non sarebbe da collegare all'attività professionale della giornalista, che era direttore amministrativo del canale televisivo privato Tvn di Russe. Secondo altri media europei la donna stava investigando su presunti abusi sui fondi Ue.


http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2 ... 1b8e5.html


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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 16/04/2019, 22:21 
Cita:

"Pantani non era solo, cadavere fu spostato"

La morte del ciclista Marco Pantani, trovato senza vita in un residence a Rimini il 14 febbraio 2004, arriva in Commissione parlamentare Antimafia. L'audizione di Umberto Rapetto, già generale di brigata della Guardia di Finanza, getta ombre sulle circostanze del decesso del 'Pirata'. E ora la famiglia del campione, che da sempre avanza dubbi sul fatto che il decesso sia stato causato da un mix di droga e farmaci, spera si facciano passi in avanti: "Riteniamo che la Commissione Antimafia saprà ricercare e approfondire i tanti elementi emersi in questi anni, che rendono ormai non più sostenibile la tesi ufficiale sulla morte del campione", ha detto all'AdnKronos l'avvocato Antonio de Rensis, legale della famiglia del ciclista.

Secondo quanto sostenuto dall'ex generale Rapetto in quella stanza, al momento della morte, Pantani non era solo: "Affianco al corpo c’erano macchie di sangue sul pavimento e il segno evidente che il corpo è stato spostato. Si vede il segno del braccio" ha sottolineato l'ex generale spiegando che dagli esami è emerso che "non si può pensare che prima di esalare l'ultimo respiro sia stato lui a strisciare il braccio". Per Rapetto è il segno che "qualcuno era con lui quando questo si è verificato".

Non solo. Nel residence in cui alloggiava si accedeva attraverso la reception, ma anche dal garage. "Pantani la mattina del decesso – ha ricordato Rapetto – chiede più volte alla reception di chiamare i carabinieri perché ci stava qualcuno che lo stava disturbando". Qualcuno che, secondo Rapetto, potrebbe essere passato dal garage visto che alla reception nessuno aveva chiesto di lui.

L’ex generale di brigata ha ricordato un servizio fatto dalle 'Iene' poco tempo fa dove sono state raccolte anche delle testimonianze. "Nessuno ricorda nulla e perché non si sia stato dato luogo alla richiesta di aiuto, reiterata e fatta con presumibile insistenza", ha detto Rapetto.

Nell'audizione si è anche fatto riferimento ai possibili interessi della criminalità organizzata sulle scommesse e i possibili collegamenti con la morte del ciclista. L'ex generale di brigata della Guardia di finanza ha proposto di proseguire con future audizioni.

Il presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra, non si è sbilanciato: "Sono convinto che chi di dovere, avvertendo l'obbligo, possa rappresentare presso le procure locali queste nuove acquisizioni". "Sono convinto che il merito della questione relativamente a tutto il fenomeno complesso e articolato dell'azzardo - ha aggiunto - possa costituire motivo di analisi da parte del Comitato perché sempre più sul quel versante le mafie hanno investito e investono". "Se dovessero esserci ulteriori elementi - ha concluso - valuteremo in ufficio di presidenza l'eventualità di adunarci nuovamente e continuare questa audizione".

Ma i familiari del campione sperano in una svolta. "L'audizione di Rapetto davanti alla Commissione antimafia rappresenta un momento molto importante, fondamentale per cercare finalmente, con la giusta determinazione, la verità sulla morte di Marco Pantani", ha commentato l'avvocato de Rensis. "Ringraziamo, unitamente alla famiglia, la Commissione Antimafia per l'impegno che sta dimostrando in questo senso", ha sottolineato il legale della famiglia. "Riteniamo che la figura del generale Rapetto parli da sola in merito all'attendibilità di quanto da lui affermato".




https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca ... C2R5K.html


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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 12/05/2019, 15:31 
Egitto: gli anni in carcere di Shawkan, giornalista accusato di terrorismo. “Ai genitori di Regeni dico: non mollate mai


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Mahmoud Abu Zeid e il ricercatore italiano ucciso sono accomunati dall'età e dalla passione per il proprio lavoro. È stato condannato a cinque anni e otto mesi di carcere perché accusato di essere dei Fratelli Musulmani ed è in semilibertà. "Quando è morto, non si parlava d'altro. Vivere in questo paese è un inferno"
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“Ai genitori di Giulio dico di andare avanti per cercare la verità e ottenere giustizia, di non mollare, mai. Sono con loro, con la loro battaglia, senza esitazione. Giulio era un uomo di pace”. Giulio Regeni e Mahmoud Abu Zeid, meglio conosciuto col nomignolo di ‘Shawkan’, hanno diversi punti in comune, tra cui l’età, 31 anni e una differenza di pochi mesi, e una sconfinata passione per il proprio lavoro. Giulio, ricercatore universitario, è stato rapito il 25 gennaio del 2016 e fatto ritrovare cadavere nove giorni dopo, il 3 febbraio, lungo il ciglio dell’autostrada verso Alessandria d’Egitto. Addosso i segni di sevizie e torture – recentemente rivelate anche da un supertestimone ritenuto attendibile dalla procura di Roma – al punto da renderlo irriconoscibile anche per mamma Paola, il cui primo commento è stato ‘Sul corpo di mio figlio tutto il male del mondo’.

Il destino di Mahmoud, fotogiornalista egiziano, è stato diverso. Lui è ancora vivo, ma addosso porta i segni di cinque anni e otto mesi di carcere e l’accusa infamante di essere un terrorista. Il 14 agosto del 2013 il giovane fotoreporter si trovava in piazza Raba’a, ad est del centro del Cairo, per raccontare la manifestazione dei Fratelli Musulmani; protestavano contro il golpe messo in atto pochi mesi prima da Abdel Fattah al-Sisi, ex ministro della difesa. Il servizio gli era stato commissionato da un’agenzia inglese, la Demotix, e quel giorno fu testimone di un’immane mattanza (secondo fonti ufficiali oltre 800 vittime) da parte di esercito e polizia agli ordini dell’attuale presidente dell’Egitto. Oltre ai morti, il regime mise in carcere centinaia di presunti affiliati alla Fratellanza Musulmana, compreso il giovane fotografo, accusato di essere un terrorista. Le sue macchine fotografiche requisite, rullini e memorie spariti, lui a marcire nel carcere di Tora, tristemente noto per la sua durezza, alla periferia sud della capitale. Da allora il suo processo è stato rinviato oltre cinquanta volte, fino al settembre scorso, quando è arrivata la sentenza: cinque anni, da scontare in regime di semilibertà. Dopo un’appendice di altri sette mesi di carcere, come pegno per i danni provocati dai manifestanti nel 2013, il 4 marzo è arrivata la libertà parziale.

Giulio è morto mentre Shawkan (il re dello show) scontava la pena, ma l’eco mediatica della tragedia di Regeni è arrivata fino alla sua cella: “Certo, ho saputo della sua morte all’epoca, in carcere non si è parlato d’altro per giorni. Un giovane non deve morire così, ammazzato perché stava facendo il suo lavoro. Oltre che criminale è stato un atto stupido, ma vivere in Egitto ormai è diventato un inferno. Mi dispiace davvero per lui e per la sua famiglia, sono loro vicino”. La voce di Shawkan è profonda, ma segnata per sempre, come segnata è la sua vita futura. In fondo lui ha riavuto indietro la libertà, ma solo a mezzo servizio: “Ogni pomeriggio, alle 6 e per i prossimi cinque anni, dovrò rientrare nella stazione di polizia nel quartiere di Giza e lì passare la notte, fino alle 6 del mattino successivo. Questa non è libertà. Non posso trovarmi un lavoro effettivo, non posso uscire dal Paese e il continuo distacco dalla mia famiglia a ferirmi”.

Da giovane spensierato e amante della fotografia e dell’azione a un uomo quasi maturo, cresciuto troppo in fretta dentro una prigione, additato come terrorista e considerato un membro dei Fratelli Musulmani, alla stregua dell’ex presidente, Mohamed Morsi (salito al potere dopo le elezioni del 2012, le prime dopo la rivolta di piazza Tahrir e della Primavera Araba egiziana, una volta finito il lungo regno di Hosni Mubarak), recluso nella stessa prigione: “Io non ho mai fatto politica nella mia vita e non intendo iniziare adesso – precisa Mahmoud Abu Zeid -. Adesso davanti ho solo l’obiettivo di tornare a fare il fotoreporter, ma qui in Egitto è impossibile. Vorrei lasciare il mio Paese, anche se lo amo, per migliorare la mia abilità tecnica, occuparmi delle mie passioni, la fotografia, il giornalismo. Purtroppo sono incatenato qui al Cairo, almeno per altri cinque anni. A proposito di giornalisti, vorrei ringraziare tutti voi per il sostegno arrivato a me e alla mia famiglia durante questi anni”.

Sono le 5 del pomeriggio ed è tempo di prepararsi per rientrare nella prigione a tempo. Sua madre, Zeda, prepara le ultime sue cose per la sera. Presto lui, suo padre, Abdel Shakur, e suo fratello maggiore Mohamed, archeologo, si avvieranno verso la stazione di polizia. L’umore non è dei migliori, non può esserlo, così come non è delle migliori la sua salute: “Quasi sei anni in quel buco non sono facili da superare. Ci sono stati tempi durissimi, ho superato malattie, ho perso peso. Adesso, fuori, seppure in regime di semilibertà, le cose non vanno molto meglio. Fisicamente sono esausto, a livello psicologico è in corso un deterioramento, mi sento giù, la depressione non mi abbandona. Sento addosso una debolezza generale mai provata prima. Mi sto lentamente perdendo, provo a resistere, provo a sopravvivere. Ecco come sto, non credo tornerò ad essere mai più quello di prima, prima dell’arresto”.

Un sesto della sua vita Shawkan l’ha vissuto all’interno di una prigione, difficile non tornare al ricordo di quell’esperienza terribile: “Non riesco a descrivere appieno l’inferno che ho vissuto lì dentro. È un luogo di oscurità umana e sociale, dove si perdono le speranze, i sogni. Il problema è che devi scendere a patti con questa situazione, non ci sono alternative, scappatoie, devi solo sopravvivere. Stare lì dentro, giorno dopo giorno è stato durissimo, un incubo infinito perché non riuscivo a capire il motivo per cui mi avessero chiuso lì dentro, cosa c’entrassi io con la politica. Nei momenti di crisi continuavo a dirmi ‘resisti’ e così ho fatto, così ho resistito fino all’ultimo. Ora però, tutte questi traumi vissuti là dentro me li sto portando dietro nella vita fuori da Tora. Quando sono entrato in carcere, nell’agosto del 2013 stavo bene, ero una persona normale, adesso non è più così, non sono più così forte. Il tempo passa e passerà e io devo tenere duro e andare avanti. Una cosa è certa, il carcere mi ha cambiato, non credo in meglio”.
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Fonte



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 Oggetto del messaggio: Re: Omicidi e Morti misteriose
MessaggioInviato: 21/01/2020, 18:38 
la storia
Il pc dell’Olivetti (che spaventò l’America) e il mistero della morte di Mario Tchou
Riuscì a portare l’Olivetti all’avanguardia nel mondo. Nel ‘61, a 37 anni, morì in un incidente con la sua auto. De Benedetti: «Tutti credevano che fosse stata la Cia». La moglie: «Nessuna prova. Poi decise tutto la finanza»

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Quella che sto per raccontare è una storia italiana. C’è tutto: lavoro, studio, ricerca, impresa, amore, morte, mistero. E al centro della storia si staglia, come illuminato da un occhio di bue, un uomo, giovane, che ora non c’è più. Un genio di trentasette anni, morto in un incidente stradale sul quale ancora aleggia una coltre di sospetto. Un uomo elegante, bello, gentile, un leader naturale. L’uomo che tra i primi, in Italia e non solo, aveva capito che il destino del mondo sarebbe stato segnato dai computer. Quell’uomo che immagino mi guardi, mentre scrivo di lui, è un cinese di Roma. Ha studiato al Liceo Torquato Tasso, mentre l’Italia, applaudendo, entrava in guerra. È lì che ho incontrato il suo nome, un anno fa. Quando seguii le lezioni di una classe di terza liceo per riferirne su queste colonne, un archivista — figura che, ovunque, meriterebbe una medaglia al valore — mi mostrò il registro di una classe nella quale c’erano alcune delle colonne della resistenza romana e poi della sinistra italiana: Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Arminio Savioli. E poi, in fondo alla lista dell’appello — il più innocente immaginabile, in quei tempi bastardi — c’era un inusuale nome cinese. Un ragazzo che, già dall’anagrafe, era un ossimoro, specie per i tempi.

Studente di ingegneria

Si chiamava Mario, di nome, ma di cognome Tchou. Non so quanti fossero i cinesi in Italia, in quegli anni. Penso pochi. Ma ancor meno erano certamente quelli che avevano un nome proprio così tricolore. Mario è studioso. I professori lo promuovono con sette in fisica ma, al secondo trimestre, misurano con un avaro sei le sue capacità matematiche. Reichlin, al contrario, risulta appena sufficiente in economia politica e filosofia e fortissimo in fisica. Pintor si aggiudica, al secondo trimestre, cinque in storia e anche in filosofia. Difficile dire che i professori del tempo avessero percepito con la dovuta sensibilità i talenti nascosti nei loro alunni. Mario è figlio di un diplomatico cinese e finita la scuola, poco prima che inizi la tragedia del ‘43-’44, si iscrive al corso di ingegneria presso l’Università, dove insegna, tra gli altri, Edoardo Amaldi. Mario però finirà gli studi negli Usa, dove nel 1947 ottiene la laurea in ingegneria elettronica. Nello stesso anno, come racconta nel suo saggio Giuditta Parolini, insegna al Manhattan College e continua a studiare presso il Polytechnic Institute of Brooklyn dove, in soli due anni, consegue il master con una tesi sulla diffrazione ultrasonica.

Il ricordo della moglie

Ora lascio la parola a Elisa Montessori, la sua seconda moglie. Elisa è una donna molto bella, perché si può essere molto belli anche dopo gli ottant’anni, ed è una pittrice di qualità. Mi riceve nel suo studio, immerso nel centro di Roma. Mi ha portato delle carte di Mario: la sua ultima agenda, i passaporti, delle fotografie. «È stato l’uomo più importante della mia vita» ripete. Elisa è nipote di Meuccio Ruini, dirigente dell’antifascismo, ministro dopo la guerra e poi Presidente del Senato e senatore a vita. È lui che, dopo una crisi esistenziale che Elisa vive in adolescenza, la fa studiare, prendere la maturità e poi iscrivere a Magistero. Ma la vera passione di Elisa è il disegno. Ha cominciato, bambina, a fare tratti di matita sui fogli quando, sfollata per paura delle persecuzioni del regime, la sua famiglia si rifugia in montagna, in una casa senza luce e acqua. «Tempi terribili e bellissimi. Non avevamo nulla, ma almeno non dovevo studiare. Passavo molto tempo a disegnare». Finita la guerra, a casa del nonno, Elisa, sedicenne, un giorno apre la porta a sua cugina Mariangela che portava a far conoscere a Ruini suo marito, un giovane cinese. «Appena lo vidi ebbi un mancamento. Era così bello, così elegante, così autorevole...».

Il viaggio in America e l’incontro con Olivetti

Poi lui parte con la moglie per l’ America. Lì studia e lavora. La vita è dura. In quegli anni esistevano luoghi, compresi gli ospedali, in cui è vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi. E Mario, che contrae una tubercolosi, ha bisogno di cure. Trova un medico che lo rimette in sesto e questo gli consente di fare la sua doppia vita. Elisa racconta: «Di giorno studiava e di notte andava a fare l’elettricista nelle navi ancorate nel porto di New York». Rimase per alcuni anni. Sua moglie tornò a Roma per assistere la madre che era molto malata e si innamorò del medico curante. Il gioco dei dadi permanente stava cambiando le prospettive di vita di tante persone, nella nostra storia. Intanto Mario, negli Usa, conosce Adriano Olivetti, uno dei più illuminati e aperti imprenditori dell’epoca. A segnalarlo all’industriale di Ivrea è Enrico Fermi, non un passante. Fermi ha capito di avere di fronte un genio, per di più gentile e simpatico. Fermi aveva cercato fin dal 1949 di spingere Olivetti a investire sull’elettronica e a non occuparsi solo di macchine da scrivere . Infatti alla fine di quell’anno l’azienda di Ivrea conclude un accordo con i francesi della Bull per realizzare macchine a schede perforate. Mario, lo racconta Elisa, è molto «cinese» nei modi. Molto formale, molto distinto. Sua nonna, una cinese minuscola, apparteneva alle «cento famiglie» che hanno segnato la storia della Cina moderna. Mario, educato in ambiente diplomatico, sa comportarsi e ama le cose belle. In particolare la musica, che si diletta ad eseguire al piano, con riconosciuta qualità. Olivetti, anche lui, resta rapito dal fascino e dalla competenza di Mario e decide di metterlo sotto contratto. Per due anni, stipendio di 150.000 lire per tredici mensilità e un premio iniziale di un milione e mezzo. Bei soldi, per il tempo. Lavora a New York solo qualche anno. Nel 1954 Mario desidera tornare in Italia. Va a salutare il Nonno Ruini e lì incontra di nuovo Elisa. Si dicono che si sarebbero rivisti a Genova, dove abitavano i genitori di lei. E così è. Si innamorano. Elisa mi dice che con Mario è «stata la prima volta che ho sentito piena libertà nel rapporto con un uomo». E Mario dirà di Elisa che «è stata la prima persona che mi ha fatto vedere il mondo a colori». Sono, in effetti, l’opposto l’una dell’altro. Lui immerso nel suo mondo di numeri, lei pittrice, artista, anticonformista. Ma tutti e due inseguivano i loro sogni, «senza perdere la gentilezza». Decidono di sposarsi in fretta e furia all’ambasciata cinese. Contemporaneamente, sempre su istigazione del genio di Fermi, l’università di Pisa decide di allocare un consistente investimento, 120 milioni di lire, per la costruzione di una nuova calcolatrice elettronica, la Cep. Olivetti si associa all’impresa e così nasce a Barbaricina, pochi chilometri da Pisa, il Laboratorio di Ricerche Elettroniche che viene affidato alla direzione di Mario Tchou. In un suo saggio Giuseppe Rao ospita il ricordo di Giorgio Sandri, uno dei ricercatori: «In questo luogo ameno venivano a svernare i purosangue della Dormello-Olgiata. In quegli anni non era difficile vedere passare il grande Ribot».

Un purosangue della ricerca

Qui è utile soffermarsi sulla caratteristiche di leadership che Tchou, un purosangue della ricerca, esercita. Sceglie i migliori cervelli disponibili. Con una preferenza per i giovani. Dirà in un’intervista a Paese Sera: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità conservatrice». Renato Betti, uno dei giovani assunti, ha raccontato il suo colloquio con Tchou: «Ricordo una stanza in penombra e la sua estrema gentilezza, la mia impressione era che non gli interessasse affatto quello che avevo imparato e che sapevo ma quello che potevo imparare a fare». E Renato Sacerdoti aggiunge: «Il suo stile di guida era quello che oggi chiameremmo “per obiettivi”, cioè assegnava in termini generali un compito e poi lasciava fare senza assolutamente interferire». Nel 1957, a solo un anno dall’insediamento del laboratorio, nasce Elea 9001, un acronimo che richiama quello di Hal 9000, il computer onnipotente e perfido di 2001: Odissea nello spazio, un film girato undici anni dopo. Il nome del calcolatore del film di Kubrick, per molti, è ottenuto anticipando di una posizione nell’alfabeto le tre lettere che compongono la sigla IBM. La Ibm è, già allora, la grande concorrente della Olivetti e guarda con preoccupazione alla velocità e all’efficacia con la quale Tchou e i suoi sanno anticipare risposte innovative. In un saggio Jacopo De Tullio scrive: «Mario Tchou era però convinto della necessità di passare dal sistema di amplificazione del segnale mediante valvole termoioniche (il cui funzionamento è simile a quello di una lampadina, ma con più elementi metallici disposti a forma di griglia) già applicato in alcuni calcolatori all’estero e che necessitava però di temperature troppo elevate, grandi energie e grossi spazi, a quello mediante transistor». Tchou intuisce che, attraverso l’utilizzazione dei transistor, si possono costruire macchine meno «pesanti». E poi lavora sull’ampliamento della memoria del computer. Nasce così, in pochi mesi, Elea 9002 che pur essendo la prima macchina commercializzata, mostra insufficienti capacità di programmazione.

Elea, il primo computer totalmente a transistor

Ma ormai il dado è tratto. Passano pochi mesi e Roberto Olivetti, figlio di Adriano e grande amico di Mario, decide di spostare il Laboratorio vicino a Milano, a Borgolombardo, unendo ad esso una potente struttura produttiva. Passa solo un anno e nasce l’Elea 9003, il primo computer totalmente a transistor. Per disegnarlo viene incaricato Ettore Sottsass. Sono anni frenetici, quelli milanesi. Elisa racconta che Sottsass entrò nell’appartamento che lei e Mario avevano preso e decise «di buttare giù tutto. Fu la prima casa di Sottsass. Fece una casa giocattolo, bellissima da vedere, ma difficile da vivere». È sulle scale di quel palazzo che Mario, sconvolto, avverte l’architetto della morte improvvisa, a febbraio del 1960, di Adriano Olivetti. Una fine che peserà sul destino dell’azienda, dell’industria italiana e del paese. Solo qualche mese prima Olivetti e Tchou avevano presentato al presidente Gronchi la magnifica Elea 9003 — tanto bella da far vincere a Sottsass il premio «Compasso d’oro» per il design — che viene venduta già in 40 esemplari a industrie varie. Elisa mi racconta un particolare inedito. «Nel 1961 partiamo improvvisamente per la Cina. Arriviamo a Hong Kong dove troviamo Roberto Olivetti e sua moglie Anna Nogara. Dopo un po’ capisco che volevano entrare nella Cina comunista. Il progetto era occupare quel mercato enorme con le tecnologie Olivetti. Ci fecero sapere che saremmo potuti andare con una barca, di notte, con pochi bagagli. I dirigenti locali in seguito ci avrebbero fatto incontrare i responsabili per il settore della Cina di Mao. Io non ero d’accordo. Avevamo due figlie. E se ci avessero trattenuti? Se avessero voluto usare il cervello e le competenze di Mario per i loro scopi? Dissi che io sarei ripartita e anche Mario, alla fine, accettò di tornare per non rischiare».

Olivetti, all’avanguardia nel mondo

La Olivetti, in quel momento, è all’avanguardia nel mondo. A lei guardano con attenzione e sospetto i concorrenti americani. Parlando del conflitto con Ibm, quella di Hal 9000, Mario dirà, in un servizio di Leonardo Coen su Paese Sera: «Attualmente possiamo considerarci sullo stesso livello dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Usa stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente per scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato». La Cia aveva seguito a lungo il lavoro di Olivetti. Elisa racconta che una volta, a Parigi, Roberto fece loro cambiare posto in un ristorante perché aveva la sensazione che qualcuno, forse dei concorrenti, li spiasse. È chiaro che il lavoro di quel manipolo di sognatori e anticipatori dia fastidio. Forse l’episodio raccontato da Elisa, l’Olivetti che vuole sbarcare in Cina e la decisione di Tchou di usare il know how acquisto portandolo all’interno del settore delle macchine utensili e contabili inquietano i competitori internazionali. Nel 1960 Tchou e i suoi realizzano l’Elea 6001 un elaboratore più ridotto della serie 9000 e ne vendono più di cento esemplari. Intanto Tchou ha dato da studiare un nuovo linguaggio, il Palgo (programmazione algoritmica) a Mauro Pacelli che, immaginandone gli sviluppi, dice: «In parallelo progettammo una architettura per un futuro computer che avrebbe ottimizzato la compilazione e la esecuzione di programmi scritti in Palgo». Elisa racconta che stavano progettando un nuovo stabilimento per l’elettronica a Ivrea e che ne venne incaricato Le Corbusier. «Una meraviglia, era un progetto meraviglioso. L’architetto lo aveva disegnato su dei tovaglioli di carta di un ristorante di Parigi, sotto gli occhi di Mario». Ogni fabbrica, per Adriano Olivetti, doveva essere concepita «alla misura dell’uomo perché questo trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza». La fabbrica come comunità, la modernità da capire, anticipare, modellare per rendere più giusta e bella la vita degli umani. Corrono i sogni di Adriano, corre Tchou, corrono i suoi collaboratori. Corre la Divisione Elettronica della Olivetti. Ma spesso le corse più belle vengono spezzate, interrotte, disperse nel vento da un fatto esterno. Un numero sbagliato della partita a dadi.

Che cosa è successo quel giorno?

Elisa: «Quel nove novembre del 1961 siamo a Milano, in via Telesio. Ero in un momento difficile a Milano. Non mi piaceva quel clima ovattato, non riuscivo a fare vita di società con tutte quelle signore cotonate “Vergottini” che parlavano di futilità. Fa freddo, anche in casa quel giorno. Preparo a Mario la sua solita colazione: due uova in camicia, un succo di pompelmo, un caffè nero senza zucchero. Lui esce, io parlo a lungo con mia madre al telefono. Mario torna a metà mattinata e mi dice che deve andare a Ivrea perché ha “problemi con la stampante”. Si era comprato da poco una Buick azzurra. Io gli consiglio di non stancarsi, di non guidare da solo come sempre, di chiedere un autista. Mi risponde di sì. Verso le due e mezza suonano alla porta. È Roberto Olivetti con Anna. Sono bianchi in volto. Roberto mi sussurra: “Anna, è successa una cosa tremenda, non sappiamo come dirtelo...”. Io ho per mano la mia prima figlia, Nicoletta. Capisco immediatamente. Chiedo solo: “È morto?”. In quel momento sento la mano di mia figlia lasciare la mia e la vedo scivolare a terra». Cosa è successo quel giorno? Leggiamo la cronaca della Stampa che riporta la versione di Carlo Tinesi, l’autista del «Leoncino» contro cui sbattè l’auto di Mario. Siamo a tre chilometri dal casello di Santhià. «Vide la Buick che, in discesa, stava compiendo il regolare sorpasso di un autotreno. Poi, all’improvviso, mentre si stava riportando a destra, l’automobile cominciò a sbandare. Il conducente ne perdette completamente il controllo, la pesante vettura fece un giro completo su se stessa, poi cominciò una seconda piroetta. L’autista cercò di inchiodare il “Leoncino” ma i due veicoli erano ormai troppo vicini quando cominciò la sbandata e l’urto fu inevitabile». Tchou e il suo autista Francesco Frinzi muoiono, l’autista ventottenne è illeso.

Un neo da estirpare

Fu un incidente? Fu ucciso? Carlo De Benedetti mi dice: «In Olivetti, quando io sono entrato nel 1978, tutti erano convinti che Tchou fosse stato ucciso dalla Cia. Ovviamente non ho nessuna prova, riferisco quello che tutti in azienda davano come per assodato. Solo pochi anni dopo Valletta, che era interprete degli interessi americani, lavorò, con Cuccia, per far nascere una cordata che salvasse l’azienda. La Olivetti era in crisi per l’alto indebitamento della famiglia, divisa al suo interno. Nacque una cordata composta da Fiat, Mediobanca , Centrale, Imi e Pirelli che rilevò le attività ma pose come condizione che si cedesse il ramo dell’elettronica . Valletta voleva che il know how d’eccezione che il lavoro di Tchou e Roberto Olivetti aveva prodotto finisse in mano americana . E infatti fu la General Electric a comprare». In effetti Valletta era stato esplicito, nel 1964: «La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico». Ma quel «neo da estirpare», le parole contano, avrà un magnifico canto del cigno. Il successo della macchina Programma 101, ultima creatura del Laboratorio, alla Fiera di New York. Elisa dice, e le sentenze confermano questa affermazione, «non esiste alcuna prova che ci sia stato del dolo. Nessuna testimonianza, nessuna circostanza effettuale. Per me vale la legge, valgono i dati di fatto. Io non escludo niente, so che il lavoro di Mario era sotto gli occhi di molti, e che aveva scosso molti equilibri. Ma non esiste nessuna prova che qualcuno lo abbia ucciso. Mario non mi fece mai menzione di minacce o preoccupazioni per la sua incolumità. Ma una cosa è certa. La sua morte e quella di Adriano portarono, in poco tempo, alla dismissione della Divisione Elettronica di Olivetti, fiore all’occhiello del nostro Paese, che fu venduta in fretta alla General Electric. Quello sì fu un complotto, tutto industriale e finanziario, volto a indebolire l’Olivetti e l’Italia e a fare un favore agli americani». La politica italiana tacque e il nostro Paese passò, nel settore strategico del futuro occidentale, ad essere passivo fruitore di consumo e non più avanguardia di ricerca. Potevamo essere , grazie all’intelligenza di una famiglia imprenditoriale e al genio di un cinese italiano, un passo avanti agli altri. Fu perso quel ruolo, quell’egemonia. E fu subito sera.


https://www.corriere.it/cronache/20_gen ... 3f26.shtml


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