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ALBERTO DONINI ARCHEOLOGIA - ULTIME NOTIZIE ED APPROFONDIMENTI
Ingegnere italiano misura le erosioni del monumento egizio.”La piramide di Giza? Gli orologi della pietra indicano che potrebbe essere stata costruita 20mila anni fa, durante il Neolitico e poi restaurata da Cheope”. Lo studio
REDAZIONE28 GENNAIO 2026
Alla base della Grande Piramide di Giza, superfici calcaree contigue mostrano gradi di alterazione sensibilmente diversi, riconducibili a tempi di esposizione differenti agli agenti atmosferici. Su questa osservazione si fonda uno studio pubblicato nel gennaio 2026 dall’ingegnere italiano Alberto Donini, che propone un metodo di datazione alternativo — il Metodo dell’Erosione Relativa (REM) — applicato al monumento attribuito a Cheope. L’analisi, basata sul confronto quantitativo dell’erosione tra superfici esposte in epoche diverse ma appartenenti allo stesso contesto litologico, conduce a una stima cronologica che si discosta radicalmente dalla datazione tradizionale dell’Antico Regno, aprendo un dibattito metodologico sulle possibilità e sui limiti dell’erosione come indicatore temporale in archeologia monumentale.
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Nel gennaio 2026 Alberto Donini ha pubblicato un articolo che propone un approccio di datazione non convenzionale, applicato alla Grande Piramide. I risultati, se presi alla lettera, portano a una conclusione dirompente: i modelli di erosione osservabili alla base del monumento sarebbero compatibili non con una costruzione intorno al 2560 a.C., come stabilito dalla cronologia egittologica, ma con un’epoca enormemente più remota, fino a decine di migliaia di anni fa, in pieno tardo Paleolitico. Un’ipotesi che, proprio per la sua portata, richiede di essere descritta con precisione e valutata con cautela.
Il cuore del lavoro di Donini è la convinzione che l’erosione della pietra possa funzionare come un orologio naturale, se letta in modo comparativo. REM non misura un tasso assoluto di degradazione, ma confronta superfici rocciose adiacenti, costituite dallo stesso materiale e soggette, almeno in teoria, alle medesime condizioni ambientali. A Giza, questo confronto sarebbe reso possibile da una circostanza storica ben documentata: la rimozione dei blocchi di rivestimento in calcare fine che, in origine, rivestivano la piramide rendendola liscia e riflettente.
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Le fonti medievali e le analisi archeologiche concordano sul fatto che gran parte di quel rivestimento fu smantellato dopo grandi eventi sismici, in particolare il terremoto del 1303 d.C., e riutilizzato nelle costruzioni del Cairo in epoca mamelucca. Di conseguenza, alcune superfici calcaree alla base della piramide sono state esposte agli agenti atmosferici solo da circa 675 anni, mentre altre, immediatamente adiacenti, sarebbero rimaste esposte fin dalla costruzione originaria del monumento. Secondo Donini, questa differenza temporale costituisce un laboratorio naturale ideale.
Il metodo prevede di misurare l’usura della pietra – sotto forma di vaiolatura, microcavità, perdita uniforme di materiale – e di confrontare quantitativamente le superfici “giovani” con quelle “antiche”. Se l’erosione procede in modo approssimativamente lineare, il rapporto tra i volumi o le profondità di materiale perso permetterebbe di stimare per quanto tempo le superfici più erose sono rimaste esposte.
Lo studio si basa su dodici punti di misurazione distribuiti attorno alla base della piramide. In ciascun punto Donini ha documentato e stimato l’erosione di lastre di pavimentazione o blocchi calcarei, distinguendo chiaramente il lato rimasto coperto fino al Medioevo da quello esposto sin dall’origine. In uno degli esempi più illustrativi, una stessa lastra mostra da un lato una superficie profondamente butterata, dall’altro un’erosione appena accennata. Applicando un modello di erosione lineare, il calcolo restituisce per quel singolo punto un tempo di esposizione superiore a 5.700 anni prima del presente, già più antico della cronologia ufficiale.
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Altri punti, tuttavia, producono valori molto più elevati. Diverse misurazioni suggeriscono equivalenti di 20.000, 30.000 o persino 40.000 anni di esposizione. La media aritmetica dei dodici punti porta a un valore di circa 24.900 anni prima del presente, che corrisponderebbe a circa il 22.900 a.C. Donini insiste sul fatto che REM non ambisce alla precisione cronologica fine, ma a individuare un ordine di grandezza temporale.
Per rendere esplicita l’incertezza, l’autore applica una semplice analisi statistica: calcola la deviazione standard dei risultati e costruisce una curva di probabilità di tipo gaussiano. In base a questo modello, la probabilità che la Grande Piramide sia stata costruita tra il 9.000 e il 36.000 a.C. risulterebbe pari al 68,2%, con un picco di probabilità concentrato intorno ai primi millenni del 20.000 a.C. È una forchetta amplissima, che riflette sia la dispersione dei dati sia la natura sperimentale del metodo.
Lo stesso Donini dedica ampio spazio alle fonti di incertezza. L’erosione della roccia calcarea non è un processo costante nel tempo. Il clima dell’Egitto nel tardo Pleistocene e nell’Olocene antico era probabilmente più umido dell’attuale, con piogge più frequenti che avrebbero potuto accelerare l’alterazione chimica della pietra. Al contrario, l’inquinamento moderno, le piogge acide e l’intenso calpestio turistico potrebbero aver aumentato i tassi di erosione negli ultimi secoli, falsando il confronto con le superfici esposte più di recente.
Anche l’azione umana introduce variabili difficili da modellare. La base della piramide è oggi attraversata da migliaia di visitatori ogni giorno, mentre in epoca faraonica e per gran parte della storia successiva l’area era molto meno frequentata. Inoltre, come nel caso della Sfinge, periodi di seppellimento sotto la sabbia potrebbero aver protetto alcune superfici dall’erosione per secoli o millenni, interrompendo la linearità del processo. Donini sostiene che l’uso di più punti di misurazione e della media riduca l’errore complessivo, ma riconosce che singoli valori possono sovrastimare o sottostimare l’età reale.
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Il contrasto con la cronologia consolidata è netto. L’egittologia colloca la costruzione della Grande Piramide nel regno di Cheope, nella IV dinastia, sulla base di un insieme coerente di evidenze: documenti storici, iscrizioni, segni di utensili compatibili con le tecnologie dell’Antico Regno, datazioni al radiocarbonio di materiali organici associati e un solido contesto archeologico. A fronte di questo quadro, le date suggerite dal REM appaiono difficili da integrare.
Per colmare la discrepanza, Donini riprende un’ipotesi presente da tempo nella letteratura marginale: la piramide potrebbe essere precedente a Cheope, che si sarebbe limitato a restaurarla o riadattarla. È un’idea che gli studi tradizionali hanno finora respinto, proprio perché non supportata da evidenze archeologiche indipendenti. Non a caso, il lavoro di Donini non è stato sottoposto a revisione paritaria su una delle principali riviste del settore e resta, allo stato attuale, fuori dal consenso accademico. Molti archeologi sottolineano che i tassi di erosione sono estremamente variabili e che modelli lineari applicati a decine di migliaia di anni rischiano di semplificare eccessivamente processi complessi.
Eppure, il valore del lavoro sta forse meno nelle date proposte che nella provocazione metodologica. REM invita a interrogarsi su quanto ancora si possa estrarre, in termini di informazione, dalle superfici lapidee dei grandi monumenti, e su come metodi mutuati dall’ingegneria e dalle scienze dei materiali possano dialogare – o scontrarsi – con l’archeologia storica. In questo senso, la Grande Piramide continua a funzionare come un dispositivo critico: non solo un oggetto del passato, ma un banco di prova per le nostre categorie interpretative.
Per ora, Akhet Khufu resta saldamente ancorata all’Antico Regno. Ma studi come quello di Donini mostrano che anche i monumenti più studiati del mondo antico non sono immuni da domande radicali. Come lo stesso autore riconosce, solo misurazioni indipendenti, verifiche incrociate e un confronto aperto con la comunità scientifica potranno stabilire se il Metodo dell’Erosione Relativa sia destinato a diventare uno strumento complementare o a rimanere un esercizio isolato. Nel frattempo, le superfici calcaree di Giza continuano a erodersi lentamente, accumulando un tempo che, comunque lo si interpreti, resta ancora in parte da decifrare.
Fonte. Donini, A. (2026). Rapporto preliminare sulla datazione assoluta della Piramide di Cheope utilizzando il metodo dell’erosione relativa (REM). Università di Bologna. DOI: 10.5281/zenodo.18315238
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