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MessaggioInviato: 17/04/2013, 17:12 
Devo, per chiarezza espositiva, chiarire che, con l'argomento che vado ad affrontare, stiamo per varcare le soglie di un campo dove le leggenda è "più leggendaria" che altrove. Vuoi per l'evidente ed inevitabile mancanza di riferimenti testuali, vuoi per l'enorme salto temporale, vuoi per le memorie tardive e postume di un gesuita (Blas Valera) tecnicamente appartenente alla generazione del dopo Conquista anche se etnicamente fu Peruviano.

Le leggende delle popolazioni peruviane - ma il discorso può essere pari pari riprodotto per Atzechi, Maya, Toltechi (ed altre etnie del Centroamerica) e, in qualche misura per diverse tribù pellerossa - raccontano un tempo in cui la Terra era divenuta inospitale in seguito ad un grande cataclisma cosmico (1).

Questo cataclisma aveva "mangiato" la costellazione, oscurato il cielo e posto il "sole in ombra" e questa ipotesi è stata avanzata da William Sullivan nel recente lavoro di ricerca "I nodi segreti degli Incas" edito da Piemme.

Venne allora da sud un gruppo di uomini di "pelle bianca" e dal viso barbuto; i "Viracochas". Questo mito percorre longitudinalmente il continente americano, talvolta da Nord a Sud (Atzechi, Toltechi e Maya), talvolta, al contrario, da Sud a Nord (Incas), Ma sempre con provenienza da oriente.

Inutile dire che la sussistenza di queste fatti mitici ha aperto alla più fantasiose illazioni soprattutto in dipendenza dall'età in cui si sarebbero verificati. Ma vedremo qui di seguito qualche ipotesi.

Per il momento, torniamo ai "salvatori", ai "Viracochas".

Uno di loro si sarebbe chiamato, appunto, Viracocha ma venne chiamato in vari modi nelle parlate locali (2).

Che fine abbiano fatto gli uni e gli altri, dopo aver compiuto l'opera di ciclica civilizzazione, è ignoto; la leggenda dice che i Viracochas ripartirono diretti verso nord o che il loro capo si sia incamminato sul mare dopo aver fatto calare sulla spiaggia una pioggia di fuoco all'evidente scopo di tener lontani gli indios.

Né è in alcun modo precisato un riferimento temporale anche se Sullivan si sforza di farlo sulla base di calcoli astronomici che non sono in grado di verificare o esporre (3). Né mi è possibile calcolare quando sarebbe avvenuto il presunto "Day after" Peruviano all'epoca dell'arrivo dei paleo civilizzatori.

Se ci limitiamo e considerare l'ipotesi dell'oscuramento del cielo e inondazione descritta ci viene da pensare alla fine dell'era glaciale, fra l'11.000 ed il 9.000 a.C.: ma chi poteva conservarne memoria?

Peraltro le leggende Incas ricordano che i Viracochas avrebbero edificato grandi opere architettoniche, fra le quali il Sacsahuaman (4).

Francamente, a meno di non pensare ad ipotesi fantascientifiche (tipo lievitazione e teletrasporto), non sapremmo come giustificare il fatto che pochi Viracochas potessero sistemare milioni di blocchi da 300 tonnellate (talvolta di più) per la sola fortezza di Sacsahuaman con precisione micrometrica.

È vero che i Viracochas sono descritti come creature molto alte, maestose e dotate di poteri sovrannaturali, ma a tutto c'è un limite, soprattutto quando si parla di 10.000 - 11.000 anni a.C..

La storia ci dice che le popolazioni amerinde erano glabre e scure di pelle; non vi sarebbero stati bianchi in quel continente prima dell'arrivo dei Conquistadores spagnoli nel XVI secolo.

Peraltro, se non abbiamo elementi sufficienti per datare, seppure con approssimazione, il Sacsahuaman, lo stesso ragionamento non può essere riprodotto per Tiahuanaco.

Qui le strutture superstiti, a 30 km. dal lago Titicaca, sono accostabili a strutture portuali. Esse, in sostanza, fanno pensare che un tempo la città fosse bagnata dalle acque del lago.

È possibile, allora, calcolare il ritmo temporale del ritiro della costa lacustre: ne ricaviamo che il Titicaca bagnava Tiahuanaco in un'epoca databile, con buona approssimazione, all'11.000 a.C..

Ebbene: questo dato cozza fortemente con quello dell'archeologia ufficiale che data la città al 500 a.C..

Ma le sorprese non sono finite!

Stando alla leggenda i Viracochas erano capaci di trasportare i massi facendoli spostare "al suono delle trombe" (saremmo di fronte alle mura di Gerico, trasportate in Sudamerica)!

Sembra logico concluderne che ci stiamo spostando su una specie di telecinesi indotta da fenomeni acustici. E francamente intendo mantenermi lontano dal magico e dal paranormale che lascio ad altri probabilmente più specializzati di me. Personalmente, qui come altrove, preferisco accettare i fatti come ipotesi di lavoro collegate ad una realtà mitica che, in quanto tale, non necessita di spiegazioni: quelle spiegazioni potrebbero non aver avuto senso, né allora (vale a dire all'epoca di Tiahuanco e della struttura mitica della Porta del sole) né mai (nei periodi seguenti).

È, tuttavia, innegabile che Tiahuanaco crea altrettanto misteriosi e curiosi accostamenti con la piramide Accapana e col tempio sotterraneo del Kalasasaya (5).

C'è, infine, un altro aspetto delle leggenda sul quale desidero soffermarmi perché i riferimenti ci portano molto lontano nello spazio pur se i fatti potrebbero avere una medesima genesi.

La leggenda che comincia dai Viracochas ha in effetti, una strana appendice: ad un certo punto vengono introdotti alcuni semidei, "metà uomini e metà pesci", venuti dal Titicaca e chiamati "Chullua" e Umantua".

Il loro nome non ci dice niente.

Ma introducono due fatti straordinari almeno sul piano della mitologia comparata.

Più che l'analogia col mito greco delle Sirene (che di per sé è suggestivo), quello che mi colpisce è l'analogia quella con il mito sumerico-mesopotamico di Oannes che Michanowsky mette in relazione con l'esplosione di Vela X.

In Mesopotamia, come in Perù, una creatura simile, venuta dall'acqua insieme ad una schiera di suoi simili. Oannes era una figura semidivina, dotata di grande intelletto, venuta sulla terraferma ad insegnare agli uomini princìpi di civilizzazione simili a quelli di Viracocha.

Nella religione sumera In Medio Oriente il mito di Oannes ebbe una risonanza particolare, fino ai Vangeli cristiani in cui viene descritta la figura di Giovanni Battista.

Ci troviamo di fronte ad un qualcosa dal valore a dir poco intercontinentale. L'acqua, uomini venuti dall'acqua a civilizzare popolazioni terricole; il mito di Atlantide, grande civiltà perita in seguito ad una gigantesca sommersione. Qui si inserisce il sibillino significato del nome Viracocha che vuol dire "Spuma del mare".

Ebbene, tornando al Perù incaico poco oltre il Kalasasaya troviamo un rilievo chiamato "la piramide": una struttura di circa 200 metri di lato, orientata perfettamente secondo i 4 punti cardinali. Prima che gli Spagnoli la deturpassero essa era formata da blocchi disposti a gradoni che delineavano terrazze degradanti, proprio come le piramidi Maya e gli Ziggurat mediorientali.

All'interno della piramide sono stati rinvenuti numerosi cunicoli che probabilmente incanalavano l'acqua dalla cima alla base della struttura. Qui troviamo una singolare analogia strutturale con la piramide del sole di Teotihuacan; il sistema di drenaggio dell'acqua ci fa pensare ad una struttura idroprotetta, ma più di ogni altra congettura il nome "Accapana", datole dagli Incas, ci chiarisce l'affascinante significato di questa costruzione.

"Hake" in lingua Aymarà vuol dire persone; "Apana" significa morire. "Accapana" sarebbe quindi il luogo dove le persone muoiono e la presenza di un sistema idraulico collega la morte della gente all'acqua (l'inondazione seguita alla deglaciazione che sconvolse la Terra intorno al 10.000-9.000 a.C.?)

Per parte sua la "Porta del Sole" è un monolito ricavato da un blocco di ardesia, sulla cui sommità spicca l'immagine di Viracocha, circondata da file di strane figure.

Si tratterebbe di un calendario astronomico, ma cosa ci fanno animali preistorici come il Cuvieronius (estinto intorno al 10.000 a.C.) ed il Toxodonte, (scomparso nell'undicesimo millennio a.C.?)

L'ultima sorpresa di questa regione ci viene dalla lingua Aymarà, usata dagli indios locali.

Studi condotti da linguisti dello scorso decennio hanno dimostrato che la lingua Aymarà è dotata di una sintassi estremamente dettagliata e che non potrebbe esser parlata da una popolazione poco progredita; essa può essere trasformata in un algoritmo ponte, cioè in una lingua intermedia utile ad effettuare traduzioni tra svariate lingue diverse. In sintesi ci troveremmo di fronte ad un metalinguaggio "standard" che collegava una lunga serie di altri linguaggi (progettato come una sorta di Esperanto planetario).

Mi sorge la domanda di chi sia l'autore di tutto questo coacervo di dati.

Ci accorgeremo che i dati, di per sé possono portare molto lontano ma, anziché rispondere alla domande principali, finiranno per aprirne altre senza fornire la riposta a nessuna.

Cerchiamo comunque di sintetizzare:

- abbiamo le tracce di un gruppo di individui apparentemente dotati di grandi conoscenze scientifiche presenti in un periodo a cavallo fra il 15.000 ed il 10.000 a.C. (cioè in piena era di deglaciazione);

- essi hanno l'aspetto umano, anche se di una razza assai diversa da quella locale. Tuttavia il livello evolutivo, la conoscenza scientifica e le tecniche di costruzione fanno pensare ad esponenti di una civiltà estremamente avanzata, capace di confezionare linguaggi convenzionali, di padroneggiare le leggi gravitazionali, di provocare fenomeni fisici complessi;

- arrivano in Perù dal sud (dall'Antartide?), istruiscono la popolazione a svariati campi del sapere e dell'etica;

- creano una lingua universale;

- lasciano ai locali un insediamento dove è scritta, in codice, nella pietra, la storia di quel periodo.

Chi sono? Da dove vengono? Quale scopo perseguono?

Erano inviati di una grande civiltà dimenticata dalla Storia?

E qui si apre il vero grande nodo della vicenda: compaiono i rappresentanti dell'antico continente di Atlantide.

Apparentemente è la quadratura del cerchio: i Viracocha venivano da sud (potenzialmente potevano provenire proprio dall'Antartide in quel periodo in buona parte priva di ghiacciai e suscettibile di ospitare una civiltà fiorente).

Erano andati in Perù per gettare i semi di una nuova civiltà. L'esperimento era continuato con la fondazione di Tiahuanaco. Poi, improvvisamente questa missione civilizzatrice si interruppe ed i Viracochas decisero di partire per il nord (6).

La domanda logica che ne segue è "Perché'?" Cosa aveva dato loro l'alt?

Rimanendo ancorati all'ipotesi Atlantidea si è pensato che probabilmente i Viracocha erano andati troppo oltre; si erano resi conto che rischiavano di produrre un collasso culturale tra gli indigeni (soluzione sociologica).

Personalmente sono convinto che bisogna accettare i fatti per quello che sono: stiamo ragionando di miti, di esseri mitici e dobbiamo fermarci qui. Del resto, l'ipotesi dell'eterna Atlantide è completamente fuori dell'ordine naturale delle cose. Ammesso che gli atlanti fossero veramente dèi, se proviamo a fare i conti di tutte le situazioni nelle quali la mancanza di fantasia degli uomini li fa comparire i sopravvissuti di quel mondo perduto (affondato nell'oceano nel corso di una notte) dovevano essere diversi milioni.

Mi sembra molto più logico pensare ai vari Thoth, Ut-napishtim, Deucalione, Noè, Quetzalcoatl, Oannes, i costruttori dei Vimana, Tao, i giganti figli di Urano e chi più ne ha più ne metta. Tutti quanti questi padroni della terra, in luoghi diversi della terra medesima, ebbero la ventura di essere i civilizzatori [cut]

Erano in ogni caso membri e rappresentanti della specie umana. Il fatto di chiederci chi mai potessero essere fa parte delle logica. Ma la logica non ci ha saputo dare una risposta.

I primitivi che li mitizzarono erano i nostri antichissimi progenitori che, come dice Michanowsky furono probabilmente abbacinati dal lampo di una supernova e scambiarono un pescatore che emergeva dall'acqua con un uomo-pesce e lo chiamarono Oannes e figlio di E-A o come venne chiamato.

Sta di fatto che se tentiamo di penetrare il mistero delle origini delle civiltà pre-colombiane in tutto il continente americano, si finisce, inevitabilmente, in una serie di leggende con un fondo comune: la leggenda dell'uomo bianco barbuto.

Questo discorso vale per i pellerossa del Nordamerica, per Maya ed Atzechi del Centroamerica; e non fanno eccezione le popolazioni, di varia etnia, del Sudamerica.

Per questa volta soffermiamoci sulle leggenda delle popolazioni peruviane.

Note:

1. Il passaggio sotto il piano dell'eclittica della costellazione che i Peruviani ritenevano madre della propria razza. Probabilmente si faceva riferimento a problematiche cosmiche connesse con il ciclo della precessione degli equinozi

2. Thunupa, Tarpaca, Pachaccan, Viracocharapacha. Egli era accompagnato da fedelissimi che gli facevano da scorta, gli "huaminca" e da emissari che diffondevano la sua dottrina, "hayhuaypanti" (gli splendenti), passati alla leggenda per la luminosità che emettevano.

3. Alla pari dei calcoli che Micanowsky fa a proposito dell'esplosione della Supernova Vela X.

4. Una gigantesca fortezza situata a nord del Cuzco, ex capitale dell'impero Inca, nonché la misteriosa città di Tiahuanaco, sulle sponde del lago Titicaca.

5. Il tempio sotterraneo contiene una scultura ricavata in una lastra di roccia raffigurante Viracocha ai cui lati troviamo immagini scolpite di strani animali preistorici. Alle spalle del monolito ve ne sono altri due raffiguranti due compagni del dio, forse i suoi fedelissimi. Il significato del Kalasasaya negli anni fra il 1927 ed il 1930. Il risultato delle indagini condotte anche da esperti della Specola Vaticana, hanno chiarito che il Kalasasaya aveva gli angoli perfettamente orientati con i punti di levata eliaca nei solstizi e gli equinozi del periodo relativo al 15.000 a.C. Si trattava, in altre parole, di una sorta di osservatorio astronomico orientato secondo le coordinate astrali di 17.000 anni fa.

6. Forse verso il Messico?

http://www.edicolaweb.net/arca035a.htm



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MessaggioInviato: 17/04/2013, 20:18 
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MaxpoweR ha scritto:

sai cosa stride?

Una così complessa società e principi così "alti ed evoluti nonchè complessi" dal punto di vista intellettivo (se si pensa a uomini neolitici) paragonata però ai loro mezzi effettivi.

Insomma scrivere su tavolette non deve essere il massimo e pure essi possedevano le stesse cognizioni moderne, stipulavano contratti, scommettevano sul futuro, insomma speculavano, mostrando una concezione economica molto radicata e ben strutturata.

E' come se lo sviluppo umano fosse diviso in compartimenti stagni, nonostante si fosse evoluti in alcuni settori si era super antiquati in altri, come è possibile?


Perchè non trovi che la nostra società non sia per nulla evoluta in certi settori rispetto ad altri o parli solo di tecnologia?



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MessaggioInviato: 27/04/2013, 16:22 
Antiche Rotte Commerciali

Questa avventura inizia alla corte di Salomone, sovrano del regno di Israele intorno al 950 a.C., figlio e successore di Re Davide. Sotto il suo comando il regno si estendeva dal fiume Eufrate fino all’Egitto ed inoltre aveva due alleati molto importanti: il re Hiram, a capo dei Fenici, i grandi navigatori dell’antichità, e la regina di Saba, che dominava un regno esteso nell’attuale Yemen ed Etiopia la cui capitale era Aksum, che gli forniva oro, incenso, profumi e spezie.

Il suo regno viene considerato dagli ebrei come un'età ideale, simile a quella del periodo augusteo a Roma. La sua saggezza, descritta nella Bibbia, è considerata proverbiale. Durante la sua reggenza venne costruito il Tempio di Salomone, che divenne leggendario per le sue molteplici valenze simboliche.

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Il regno di Davide ereditato dal figlio Salomone

L’omonimia del Re fenicio Hiram con l’architetto proveniente dalla città di Tiro selezionato da Re Salomone per l’edificazione del Tempio ci lascia pensare che in realtà i due potessero essere la stessa persona.

La Bibbia ci presenta Hiram Abiff come il massimo artista del suo tempo. Famoso nella propria città natale, appunto Tiro, per la magnificenza delle sue opere, onorato ed ammirato dal sovrano per le straordinarie capacità dimostrate nelle arti, fu da questi inviato al potente Re Salomone per la costruzione del grande Tempio, la Casa del Signore. Nessuno meglio di Hiram sapeva lavorare i metalli, egli padroneggiava i segreti dell’Arte, fine intagliatore di pietre e legno aveva accumulato grande esperienza nel governare operai e maestranze.

Sulle conoscenze di navigazione dei Fenici, estremamente avanzate per l’epoca, parleremo in seguito e torneranno utili per indagare sulla ubicazione dei giacimenti auriferi che consentirono al Regno di Israele di diventare una delle più ricche nazioni del tempo durante il regno di Re Salomone, grazie allo stretto rapporto che questi intrattenne con la sua seconda potente alleata: la Regina di Saba.

La Regina di Saba regnava su un territorio che si estendeva a cavallo tra Africa e penisola arabica, più circostanziabile in Etiopia e Yemen dove recenti ritrovamenti archeologi hanno riportato alla luce quelli che sembrano essere i resti dei palazzi del fastoso regno della consorte di Re Salomone dove forse si cela uno dei manufatti più preziosi e misteriosi della storia ebraica: l’Arca dell’Alleanza.

Gli arabi la conoscevano come la regina Bilquis, gli etiopi la chiamavano Macheda, per gli ebrei e i cristiani è la regina di Saba. La regina venne a conoscenza della fama di Salomone e si recò a Gerusalemme per conoscerne la saggezza. Arrivò con un gran seguito e con cammelli carichi di spezie. La storia della regina di Saba probabilmente ha origini giudee, ma esiste anche una versione persiana, la troviamo anche nel Corano difatti gli arabi affermano che credesse nella grandezza di Halla.

Dalla visita a Gerusalemme, avvenuta tra il 1000 ed il 950 a.C. vi è menzione nel Talmud ebraico, nella Bibbia - Antico Testamento, nel Corano ed ovviamente nel Kebra Nagast, Gloria dei re che è il libro fondamentale per la storia dell'impero degli altopiani, elaborato in Etiopia nel XIV secolo, ed uno dei testi sacri del movimento Rastafariano.

Il mito della Regina di Saba si mescola con la leggenda della città perduta di Ubar. Conosciuta anche come “Iram delle Colonne”, Aran o Ubar, si trovava nella Penisola Arabica ed era una città mercantile edificata nel deserto del Rub’ al Khali, il più grande deserto di sabbia del mondo.
La tradizione narra che la città sopravvisse dal 3000 a.C. fino al I secolo d.C., arricchendosi anno dopo anno grazie a un florido commercio; successivamente se ne persero completamente le tracce, forse perché, come ricorda il Corano, subì la stessa punizione della tribù dei Banu ‘Ad, una stirpe araba vissuta durante il periodo pre-islamico che osò sfidare Allah innalzando alti edifici in pietra e che per questo venne punita prima con un tremenda siccità, poi da una violenta pioggia seguita da un fortissimo vento che distrusse tutti i loro edifici; una storia peraltro simile sotto certi aspetti alla condanna divina conseguente al tentativo della costruzione della Torre di Babele così come narrato nella Bibbia.

Le rovine della Città delle Mille Colonne si troverebbero ancora sotto le sabbie del deserto, dimenticate anche dal tempo. Questa storia rimase una delle tante tradizioni orali raccontate intorno al fuoco, almeno fino a quando non giunse in Occidente in seguito alla traduzione del famoso “Le mille e una notte”. Durante il II secolo d.C., Claudio Tolomeo, astronomo e geografo greco, disegnò la mappa di una misteriosa regione che, a suo dire, era abitata da un altrettanto enigmatico popolo, gli Ubariti, ovvero gli antichi abitanti di Ubar.

In tempi più recenti il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto ai più come Lawrence d’Arabia, mostrò spesso un notevole interesse per questa città, che lui stesso definiva come l’Atlantide delle Sabbie.

Ed effettivamente da sotto le sabbie del deserto yemenita a volte compaiono resti di civiltà perdute. Quando il vento sposta le dune, talvolta appaiono ai beduini momentanei scorci di mura e fondazioni sepolte, subito nuovamente coperti dal tempo e da altra sabbia. Le voci che parlavano dell’esistenza di un gran muro hanno portato gli archeologi a scoprire un enorme complesso, che si è rivelato il più segreto e misterioso sito del Medio Oriente. Un gran muro in pietra alto circa 20 metri, con 5 metri di spessore, forma un ovale che protegge un ampio cortile che deve ancora essere scavato. Sul muro c’è una miriade di simboli che non si sa (ancora) come tradurre. Il sito archeologico si trova in Mareb, Yemen, in quella che è conosciuta come la "zona vuota". Si tratta di un territorio asciutto e desolato, con dune di sabbia e chilometri di deserto.

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Sito archeologico nel Mareb e i simboli ritrovati sul muro – I resti del Palazzo della Regina di Saba?

Simboli simili compaiono su uno tra i più misteriosi ma meno conosciuti reperti dell’archeologia israeliana che consiste in un semplice coccio di terracotta. Un archeologo israeliano sostiene che le cinque righe presenti su questo coccio potrebbero rappresentare il più antico esempio di scrittura ebraica mai scoperto. Il frammento è stato trovato da un adolescente, che scavava come volontario, circa 20 km a sud–ovest nel sito di Khirbet Qeiyafa, che domina la valle di Elah, dove la Bibbia dice che l’ebreo Davide, padre di Salomone, combatté contro il gigante filisteo Golia. Esso contiene segni ritenuti di un antico alfabeto, chiamato proto–cananeo o Prima Lingua.

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Il coccio di terracotta

Esperti della Hebrew University hanno detto che è stato scritto 3000 anni fa – circa 1000 anni prima dei rotoli di Qumran. L’epoca corrisponde grosso modo al momento del primo tempio, dominato dalle figure bibliche di Davide e Salomone, e pre–daterebbe lo stesso alfabeto, usato anche dalla Regina di Saba (presumibilmente sposata a Salomone), in quello che ora si chiama Yemen. Gli scritti trovati nello Yemen in questo stesso alfabeto e le loro traduzioni in ebraico antico indicavano il nascondiglio dell’Arca di Mosé in un sito vicino a Mareb (Ma'rib, nell’antico regno di Saba).

L’uso di questa lingua, all’inizio della storia dell’ebraico, spiegherebbe il motivo per cui la stessa era utilizzata anche nell’antico regno di Saba. Nella leggenda, e nel Santo Corano, si ipotizza che la regina di Saba fosse stata invitata a visitare il re Salomone, che si fossero sposati e avessero avuto un figlio, Menelik. Ulteriori ricerche condotte da Gary Vey e John McGovern hanno portato alla recente scoperta del presunto palazzo della regina, nel Mareb, Yemen, con iscrizioni nello stesso alfabeto, che descrivono il trasferimento della famosa Arca dell’Alleanza a quel sito da parte del figlio di Salomone, in seguito alla distruzione di Gerusalemme. Entrambi Vey e McGovern credono che sino ad oggi l’Arca sia rimasta nello Yemen.

I risultati del lavoro di traduzione di Vey hanno rivelato una prosa che descriveva la "cassa di El" e parlava di un "figlio" e di un "padre". Vey successivamente apprese che questo era un riferimento all’Arca, a Salomone e al figlio di Saba, Menelik, e per il "padre" – a Salomone stesso.
Egli legge l’iscrizione come segue:

Cita:
... perché il figlio era consapevole della natura che era in lui ... ma la felicità del figlio fu avvelenata dalla notizia che suo padre stava morendo, la rabbia crebbe, ma al figlio fu rivelata da suo padre la collocazione della grande cassa di EL. E l’azione di grazia del bel Signore rese felice il figlio, che giurò di proteggere la cassa di EL, e di essere associato con lo spirito del Signore...


Il sito purtroppo si è trasformato in un pericoloso avamposto d’estremisti dal settembre 2001 e nessun ulteriore intervento è stato possibile.
La Bibbia lascia intendere che il Regno della Regina di Saba fosse oltre modo ricco di oro visto che faceva confluire ogni anno nelle Casse di Re Salomone ben 666 talenti d’oro equivalenti a poco meno di 20 tonnellate.

Due archeologi italiani, Alfredo e Angelo Castiglioni, avrebbero localizzato le miniere di re Salomone dalle quali proveniva l'oro regalatogli dalla regina di Saba. L'importante scoperta è in Etiopia ma è stata resa nota oggi, a Rovereto, durante l'ultima giornata della XXI Rassegna internazionale del Cinema Archeologico. Secondo i due archeologi non vi è ancora la certezza, ma tutti gli indizi sembrano portare in questa direzione.

"Abbiamo compiuto cinque missioni, tra il 2004 e il 2008, per cercare le antiche zone di estrazione - hanno raccontato i due studiosi - Le prime tre, nel Beni Shangul (Etiopia sud occidentale), fruttarono la scoperta di enormi zone aurifere, sfruttate nell’antichità; ancora oggi vi si lavora con gli stessi metodi e utensili di allora, e alcune profonde gallerie sono tutt'ora chiamate dalla gente locale 'le antiche miniere di re Salomone'".

Ma un’altra ipotesi, ancora più affascinante, vede l’origine di tutto quell’oro in una regione distante migliaia di kilometri dall’Etiopia e dallo Yemen, addirittura al di là dell’Oceano Atlantico coinvolgendo i Fenici e le conoscenze da questi ottenute dall’eredità di uno dei popoli più misteriosi della storia e della regione medio-orientale: i Sumeri.

Sappiamo già come l’opera più importante del re Salomone fu la costruzione del Tempio di Gerusalemme, dove era depositata l’Arca dell’Alleanza, contenenti le tavole della Legge, che secondo la tradizione erano state consegnate direttamente da Jehova a Mosè.

Per costruire il Tempio di Gerusalemme, Salomone aveva bisogno di una quantità spropositata d’oro e argento abbiamo visto in gran parte ottenuti grazie all’alleanza con la Regina di Saba. Secondo il Libro dei Re nella Bibbia, la provenienza dei preziosi metalli era da ricercarsi nel leggendario paese di Ofir. Le flotte mercantili comandate da esperti navigatori Fenici partivano dal Mar Rosso o dai porti fenici del Mediterraneo e tornavano indietro dopo tre anni di navigazione, ricolme d’oro, argento, pietre preziose e profumi.

Molti storici hanno tentato di ubicare questo mitico paese in Africa o in India, ma la tesi che vogliamo approfondire oggi è quella di Benito Arias Montano che colloca il mitico Regno di Ofir al di là dell’Oceano Atlantico e più precisamente in Perù, anche se fino ad oggi non vi sono state prove esaustive sulla sua ubicazione.

A conferma di questa ardita teoria viene in nostro soccorso la ricerca portata avanti dal ricercatore indipendente Yuri Leveratto. Yuri Leveratto è un ricercatore indipendente con al suo attivo diverse spedizioni in Sudamerica e diverse pubblicazioni tra cui “Cronache indigene del Nuovo Mondo”. Con questo libro, che è una ricompilazione di settanta suoi articoli, l’autore ha voluto fornire una ampia visione dell’affascinante storia dei popoli autoctoni del Nuovo Mondo, dai primordi fino ai giorni nostri. Il suo lavoro è stato fondamentale per noi per approfondire i collegamenti esistenti tra il mondo medio-orientale e quello sud-americano migliaia di anni fa.

Uno dei primi sostenitori della teoria della presenza antica dei Fenici in Brasile fu il professore di storia austriaco Ludwig Schwennhagen (XX secolo), che nel suo libro “Storia antica del Brasile”, citava gli studi di Umfredo IV di Toron (XII secolo), che a sua volta aveva descritto i viaggi di navi fenicie fino all’estuario del Rio delle Amazzoni.

Come sappiamo, sono varie le evidenze archeologiche e documentali su una possibile antica presenza dei Fenici (o Cartaginesi), in Brasile: la pietra di Paraiba, i pittogrammi della Pedra de Gavea e i petroglifi della Pedra do Ingà, oltre al misterioso documento 512.

Vi è, però un’altra evidenza archeologica che suggerisce una possibilità sulla probabile coincidenza della terra di Ofir con l’Alto Perù: l’esistenza di un antico e lunghissimo cammino, detto in portoghese “Caminho do Peabirú”, che dalle attuali coste dello Stato di San Paolo e Santa Catarina (Brasile), conduce, dopo circa 3000 chilometri, proprio fino a Potosì, e prosegue fino a Tiahuanaco e Cusco.

Già da vari anni alcuni archeologi e ricercatori indipendenti brasiliani stanno studiando un antico cammino, conosciuto con il nome di “Peabirù” che nella lingua Tupi Guaranì, significa “cammino d’andata e ritorno”. Secondo l’interpretazione di Yuri Leveratto, siccome in lingua Guaranì “pe” significa “sentiero” e Birú era l’antico nome con il quale veniva identificato il Perú, non è un azzardo considerare il nome “Peabirú” come “cammino al Perú”.
Questo è un sentiero, largo circa 1,4 metri, che origina dalla zona di San Vicente nell’attuale Stato di San Paolo e dalla costa di Santa Catarina, in particolare dalla baia conosciuta con il nome di Cananea, durante l’era delle scoperte geografiche. I due tronchi si uniscono presso l’attuale Stato del Paraná, per procedere fino all’attuale frontiera con la Bolivia, presso la città di Corumbá. Quindi, dopo aver attraversato le praterie del Chaco, il cammino si dirige a Potosí.

Immagine

In realtà il sentiero prosegue, dividendosi in due rami: uno va verso Oruro, Tiahuanaco e poi Cusco, mentre un altro ramo si dirige verso l’Oceano Pacifico, nell’attuale Cile settentrionale. In pratica il cammino del Peabirú si interconnetteva con i sentieri incaici dell’impero che a loro volta univano Samaipata, la fortezza inca ubicata più a Sud (attuale Bolivia), con il Cusco e con altri siti “misteriosi” delle culture andine.

L’esistenza dell’antico cammino del Peabirù è importantissima, perché prova che era possibile raggiungere nell’antichità il Cerro Rico di Potosì che ricordiamo essere la montagna più ricca d’argento del mondo, dalle coste del Brasile, con un viaggio di circa 2 mesi.

L’interrogativo che ci appassiona è chi furono gli ideatori e i costruttori di questi percorsi?

I membri dell’etnia Guaraní attribuiscono la costruzione del cammino al loro leggendario semi-dio Sumé, che fu un civilizzatore e colonizzatore vissuto prima del diluvio, il quale insegnò ai Guaraní l’agricoltura, l’artigianato e impose loro i fondamenti del diritto in modo del tutto simile a quanto narrato dai popoli andini relativamente al dio Viracocha.

Come non riscontrare in tutto ciò la forte analogia con il processo di “Rinascita” perpetuato dal dio Anunnaki Enki, che secondo quanto affermato nelle ricerche del Progetto Atlanticus coinvolse in primis l’area medio-orientale fin dalla fine della glaciazione di Wurm circa dodicimila anni fa sugli altopiani iranici e caucasici partendo proprio dalle pendici del monte Ararat su cui si arenò Noè e la sua “Arca” e dove giustappunto sorgono le città di Gobekli Tepe e Kisiltepe?

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Se le due cose sono collegate allora forse il cammino del Peabirù potrebbe essere considerato come uno dei tanti resti di una civiltà antidiluviana riutilizzato in seguito dai depositari di determinate conoscenze, diciamo esoteriche, tramandate dagli antichi dei civilizzatori (Enki, Viracocha, Sumè, etc.etc.) ai popoli loro prediletti: Sumeri, Fenici, Egizi, Ebrei.

Questo rafforza l’ipotesi, sostenuta peraltro dal noto e compianto archeologo boliviano Freddy Arce, che il cammino del Peabirú potrebbe essere stato usato successivamente, seppur in tempi remotissimi dai popoli del Medio Oriente, come per esempio i Sumeri (da cui deriverebbe la parola Sumè), ed in seguito dai Fenici e Cartaginesi, per inoltrarsi all’interno del continente e raggiungere così la miniera d’argento più grande del pianeta forti appunto di quelle conoscenze di cui al paragrafo precedente.

Sappiamo inoltre che i reperti che richiamano alle culture Medio-Orientali sono diversi in Sud America, come il Monolite di Pokotia e il Fuente Magna, il grande vaso cerimoniale di pietra trovato presso il lago Titicaca, all’interno del quale vi sono iscrizioni in lingua sumera.

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La Fuente Magna e il Monolite di Pokotia – prove di presenza Sumera in Sudamerica

Secondo la versione ufficiale il vaso fu scoperto in Bolivia nel 1960, da un contadino, in un terreno privato che si dice sia appartenuto alla famiglia Manjon, situato a Chua, circa 80 chilometri da La Paz, nelle vicinanze del lago Titicaca. Nella parte esterna il vaso riporta alcuni bassorilievi zoomorfi (di origine Tihuanacoide), mentre nell’interno, oltre a una figura zoomorfa o antropomorfa (a seconda dell’interpretazione), vi sono incisi due tipi di differenti scritture, un alfabeto antico, proto-sumerico, e il quellca, idioma dell’antica Pukara, civiltà antesignana di Tiwanaku.

Un ulteriore elemento di prova ci viene fornito dal cosiddetto “Manoscritto 512” un documento inedito risalente al 1753, ma ritrovato solo nel 1839, conservato nella Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro nel quale viene descritta la rocambolesca avventura di un gruppo di esploratori portoghesi alla ricerca delle leggendarie miniere di Muribeca, durante la qual ricerca scoprirono le rovine di una grande città perduta, la cui architettura ricordava lontanamente lo stile greco-romano e dove furono ritrovate delle iscrizioni che furono ricopiate dagli esploratori nel documento.

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Secondo altri ricercatori l’alfabeto utilizzato nelle iscrizioni del “manoscritto 512” potrebbe essere il punico, il fenicio antico o l’aramaico antico. Non deve fare meraviglia che i libri di storia non menzionino questo documento. Se la notizia di una grande città antica di origine pre-greca fosse stata divulgata, i termini del trattato di Madrid avrebbero potuto essere rivisti in quanto sarebbe stata provata la colonizzazione e permanenza di un popolo del Mediterraneo o del Medio-Oriente in Brasile nei secoli o millenni passati e sarebbe caduto pertanto lo ius possidentis del Portogallo sulle terre brasiliane.

Se a questi reperti aggiungiamo il petroglifo di Ingà di chiara origine pre-fenicia, il tesoro della Cueva di Los Tayos alla cui ricerca partecipò nientemeno che l’astronauta recentemente scomparso Neil Armstrong, possiamo affermare con ragionevole certezza che l’esistenza del Nuovo Mondo era perfettamente conosciuta ai Fenici e ai Cartaginesi che già circumnavigarono l’Africa nel I millennio prima di Cristo e che le loro conoscenze derivavano proprio dai Sumeri.

E’ noto che i Sumeri navigavano sulle loro imbarcazioni attraverso i canali del Tigri e dell’Eufrate allo scopo di commerciare. E’ invece poco conosciuta la navigazione marittima dei Sumeri, che avevano come base l’attuale isola di Bahrein, dove recenti scavi hanno dimostrato l’esistenza di un porto commerciale che era in attività nel terzo millennio prima di Cristo. Nei testi Sumeri l’odierno Bahrein era identificato come Dilmoun, e da quel punto le flotte sumere partivano per la foce dell’Indo da dove rimontavano il grande fiume, giungendo a Mohenjo-Daro, per intercambiare tessuti, oro, incenso e rame. Le imbarcazioni sumere erano lance che potevano dislocare fino a 36 tonnellate.

Secondo Bernardo Biados i Sumeri circumnavigarono l’Africa già nel terzo millennio prima di Cristo, ma, arrivati presso le isole di Capo Verde, si trovarono sbarrato il passaggio dai venti contrari che soffiano incesantemente verso sud-ovest. Si trovarono pertanto obbligati a fare rotta verso ovest, cercando venti favorevoli. Fu così che giunsero occasionalmente in Brasile presso le coste dell’attuale Piauì o Maranhao. Da quei punti esplorarono il continente risalendo gli affluenti del Rio delle Amazzoni, in particolare il Madeira e il Beni o percorrendo il già citato "Cammino del Peabirú".

In questo modo arrivarono all’altopiano andino, che probabilmente nel 3000 a.C. non aveva un clima così freddo. Si mischiarono così alle genti Pukara che a loro volta provenivano dall’Amazzonia (espansione Arawak), e ai popoli Colla (i cui discendenti parlano oggi la lingua aymara). La cultura Sumera influenzò le genti dell’altopiano, non solo dal punto di vista religioso, ma anche lessicale. Molti linguisti infatti hanno trovato molte similitudini tra il proto-sumerico e l’aymara.

Una storia che si mescola con la leggenda di Akakor, perduto regno antidiluviano fiorente sulle rive del bacino del Rio delle Amazzoni, salito agli onori della cronaca grazie al preziosissimo contributo del colonnello Percy Fawcett, esperto coloniale e cartografo della Società Cartografica Britannica. Appassionato esploratore e cultore delle civiltà del passato, raccoglie dagli Indios delle varie tribù, tradizioni orali e leggende stupefacenti. Lo studio accurato che il colonnello ha fatto di tutto il materiale raccolto, lo porta alla conclusione che tutti i miti testimoniano l’origine divina di tutti quei popoli.
Viene in possesso, inoltre, d’indicazioni e strani racconti su enormi abbandonate e misteriose città, che lo portano a viaggiare in lungo e in largo della giungla del Sud America, sino quando, a Rio, ebbe modo di consultare il Manoscritto dei Bandeirantes, conservato nel Museo locale dell’Indio; ispirato dal documento decide di intraprendere una spedizione nel Mato Grosso alla ricerca della fantastica città perduta. Tenta più volte senza successo, sino a quando Fawcett e' sicuro di avere in mano le indicazioni decisive e l’orientamento esatto per la rivoluzionaria scoperta. Parte con pochi uomini fidati, ma la sua marcia viene seguita sino alla metà del percorso da lui previsto, poi scompare nella foresta vergine e di lui non si sa più nulla. Era il 1925.

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Il regno di Akakor fu forse una delle nazioni antidiluviane di cui serbiamo il ricordo di Atlantide, artefice di tutte le incredibili strutture megalitiche del continente sudamericano come Tiahunaco, Machu Picchu, Cuzco, la Città di Caral, etc.etc. così come la rete viaria sfruttata dall’impero inca migliaia di anni dopo di cui il Peabirù o cammino del Perù né rappresenta un segmento? Noi onestamente pensiamo di sì.

Così come pensiamo che il retaggio di queste civiltà antidiluviane sia giunto attraverso i sumeri ai popoli medio-orientali, Egizi, Fenici, Etiopi-Yemeniti (Saba) ed Ebrei compresi i quali sfruttarono queste loro conoscenze per scopi commerciali. Ma il nostro Salomone, da dove questa nostra avventura ha avuto inizio, non ottenne soltanto oro e argento dallo sfruttamento commerciale di queste antiche rotte.

In un nostro precedente articolo abbiamo affrontato il tema dello Shamir, potente oggetto, presumibilmente tecnologicamente avanzato, che compare in numerosi midrash ebraici tra i quali uno che fa riferimento proprio al Re del nostro articolo. Il midrash che parla dello Shamir riporta che, per la costruzione del Tempio, Salomone aveva dato ordini molto precisi. Secondo la Legge mosaica, Legge divina, nessun materiale facente parte del Tempio doveva essere lavorato con attrezzi di ferro, il metallo di cui son fatte le armi che portano morte, evitando così di contaminare la sacralità del luogo.

L'altare, soprattutto, non doveva essere profanato in nessun modo da quel contatto, e nel cantiere non doveva entrare nemmeno un chiodo; né tanto meno martelli, scalpelli, picconi o altro. Tanto è vero che il materiale da costruzione - o almeno, sicuramente, la pietra - era arrivato sul posto già squadrato, se non rifinito, di modo che durante i lavori "non si udì nel Tempio nessun rumore prodotto da utensili metallici". L'unica maniera alternativa di lavorare la pietra senza impiegare strumenti di ferro era quella di usare il "magico Shamìr". Dio stesso, secondo la tradizione, l'aveva consegnato a Mosè sul Sinai, il quale se ne era servito per incidere i nomi delle dodici tribù sulle pietre incastonate nel pettorale e nell'"efòd" che facevano parte dei paramenti del Sommo Sacerdote. Da allora però lo Shamìr era sparito e non si sapeva più che fine avesse fatto.

Lo Shamìr venne inoltre usato per tagliare le pietre con cui fu costruito il Tempio, perché la legge proibiva di usare per quest'opera strumenti di ferro così come possiamo leggere nel Talmud e nell’ambito della letteratura midràshica. Forse la tecnologia dello Shamir è la stessa che venne usata in epoca antidiluviana per lavorare e tagliare altre pietre… gli enigmatici blocchi H di Puma Punku.

Inoltre, sempre dalle stesse fonti, sappiamo che lo Shamìr non può essere conservato in un recipiente chiuso di ferro o di qualunque altro metallo, poiché lo farebbe scoppiare, forse a causa dell’emissione di gas o di calore derivante da una possibile radioattività dell’elemento. Radioattività che giustificherebbe i malanni di Re Salomone e di Re Davide dopo l’utilizzo dello Shamir e della elevata mortalità di coloro che lo maneggiava per più tempo senza probabilmente le dovute precauzioni.

Altre incredibili applicazioni dello Shamir sono descritti nel racconto di come Salomone riuscì a impossessarsi dello strumento in oggetto. Il dèmone Asmodeo il quale conosce l#146;ubicazione di tutti i tesori nascosti, fu costretto a rivelare al re che Dio aveva consegnato lo Shamìr a Rahav, l'Angelo (o il Principe) del Mare, il quale non lo affidava mai a nessuno se non, raramente e solo a fin di bene, al gallo selvatico, il quale viveva lontano, ai piedi di montagne mai esplorate dall'uomo: questi se ne serviva per "forestare" intere colline nude e pietrose, producendovi - per mezzo dello Shamìr - innumerevoli forellini, nei quali poi piantava semi di varie piante e di alberi. Ciò veniva fatto nell'imminenza della migrazione di gruppi tribali divenuti troppo numerosi, che più tardi, arrivando sul posto, avrebbero trovato un ambiente vivibile.

Come non collegare a questa descrizione le migliaia di buche delle dimensioni di un uomo scavate nella nuda roccia vicino a Valle Pisco, Perù, su una pianura chiamata Cajamarquilla. Questi strani buchi (pare 6900), si estendono per circa 1450 mt in una banda larga approssimativamente 20 mt di terreno montuoso e irregolare e sono stati qui da così tanto tempo che le persone non hanno idea di chi li ha fatti e perché.

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Valle Pisco, Perù

Questo avvalora l’incredibile ipotesi che gli Egizi o comunque qualcuno prima di loro, sia riuscito a raggiungere il Sudamerica, dando origine alle prime civiltà mesoamericane. Gli studiosi hanno stabilito che il giorno uno del calendario olmeco era coincidente con il 13 Agosto 3113 a.C., data della nascita della civiltà olmeca, evento straordinario per tutte le civiltà dell'America Latina al pari dell’anno zero del calendario cristiano. Ma il 3113 a.C. indica per la precisione la data esatta dell'esilio di Thoth e dei suoi seguaci africani dall'Egitto per mano di suo fratello Ra, verso i confini del mondo per la colonizzazione di nuove terre.

Presenza di egiziani in Sudamerica che giustificherebbero le forti similitudini a livello architettonico e culturale tra le civiltà pre-colombiane, Maya in primis, e l’antico egitto di cui le piramidi ne rappresentano l’esempio più eclatante. Qualcosa di più di una semplice teoria secondo alcuni approfonditi studi che desideriamo condividere con i lettori.

Esiste infatti una serie di geroglifici risalenti ad epoche diverse che si riferiscono a un paese non meglio identificato e denominato come Punt dove alcuni faraoni inviarono delle spedizioni; la prima di cui si abbia notizia è quella ordinata dal faraone Sahura della V dinastia. Il Punt doveva essere una terra ricca di risorse e di materiali preziosi visto che le iscrizioni parlano di navi cariche di oro, argento, spezie e ogni sorta di ricchezza tra cui anche animali e piante rare come i leopardi e, presumibilmente, anche cocaina e tabacco, delle cui piante sono state rinvenute tracce nelle tombe di alcuni faraoni.

L’ultima a inviare spedizioni nel Punt fu la regina Hatshepsut alla cui morte Tutmosi III cancellò, come era consuetudine, ogni traccia del passato del precedente sovrano, e con esse i riferimenti al Punt e alla sua ubicazione.

La cosa interessante di questa ricerca è che, per volere del faraone, i lavoratori inviati nel Punt dovevano essere “… del paese dei Tebani…”, ovvero provenienti dalle culture nubiane dell’attuale Sudan dominate dall’Egitto caratterizzate da una popolazione con caratteristiche somatiche negroidi. Questi schiavi nubiani sarebbero poi stati lasciati in Sudamerica per alleggerire le imbarcazioni egizie di ritorno in Egitto dando origine alla cultura olmeca il che giustificherebbe il ritrovamento di monumentali teste olmeche dalle fattezze tipicamente negroidi, forse scolpite in onore dei primi rappresentanti della civiltà olmeca.

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Teste olmeche

Un percorso logico che sostanzialmente ripercorre le rotte di schiavi durante il periodo coloniale di epoche storiche molto più vicine temporalmente a noi.

Gli Olmechi ebbero una importanza fondamentale nello sviluppo e nell’evoluzione degli aspetti culturali e religiosi delle civiltà mesoamericane precolombiane, Maya in primo luogo, alle quali trasmisero le loro conoscenze ereditate dal dominio egizio in terra nubiana, strutture piramidali comprese.

E’ inoltre testimoniata dai primi esploratori spagnoli e portoghesi durante la conquista coloniale del Sudamerica nel XVI secolo la presenza di tribù indigene composte da individui di pelle nera all’interno della foresta, probabilmente discendenti regrediti allo stato preistorico dei primi schiavi egizi, fondatori della cultura Olmeca.

L’ultima prova a supporto di questa teoria che voglio citare, consapevole dell’esistenza di molte altre non affrontate in questa sede è rappresentata dai tre calendari Olmechi, il più noto è quello definito di Conto Lungo che prevede il via da un Enigmatico Giorno Uno (il nostro equivalente di avanti e dopo Cristo, evento straordinario per i cristiani segnato dalla nascita di Gesù di Nazareth.) Gli studiosi hanno stabilito che il Giorno Uno era coincidente con il 13 Agosto 3113 a.C. quale data di nascita della civiltà olmeca, evento straordinario per tutte le civiltà dell'America Latina.

Ma il 3113 a.C. "stranamente" segna per la precisione la data esatta dell'esilio di Thoth e dei suoi seguaci (africani) dall'Egitto per mano di suo fratello Ra (inizio del regno dei faraoni), verso i confini del mondo per la colonizzazione di nuove terre: solo una straordinaria coincidenza?
Proprio quel Thoth, depositario dei segreti di una civiltà madre pre-esistente a quelle storicamente conosciute e direttamente collegata ai miti inerenti la civiltà di Atlantide quale super potenza globale tecnologicamente avanzata, secondo il Progetto Atlanticus di derivazione Anunnaka.

E volete conoscere la sorte del manufatto più prezioso dell'America Latina, ovvero un elefantino che attribuisce i veri natali alle civiltà americane Misteriosamente sparito, insieme ai calendari originali Olmechi incisi su tre colonne a Veracruz.

La conclusione di questo lungo percorso che ci ha portato ad affrontare diverse tematiche spesso affrontate dalla storiografia ufficiale come non collegate fra di loro è sempre la stessa. Ovvero che la storia così come la conosciamo probabilmente è da riscrivere.

Così come, alla luce di queste scoperte, andrebbe rivista la storia di un navigatore genovese (?) che per buscar el levante por el ponente si ritrovò in terre sconosciute secondo la storia… ma questo sarà oggetto di un altro articolo del Progetto Atlanticus.

Fonti:
http://www.liberoquotidiano.it/news/506 ... omone.html
http://www.liutprand.it/articoliMondo.asp?id=233
http://spazioinwind.libero.it/popoli_an ... -SABA.html
http://www.riflessioni.it/riflessioni-i ... iram-1.htm
http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=97
http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=99
http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9426
http://www.yurileveratto.com/it/articolo.php?Id=251
http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9651

Link all'articolo
http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... LO_ID=9945


Ultima modifica di Atlanticus81 il 27/04/2013, 16:38, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 27/04/2013, 16:29 
Io credo che le conoscenze antiche descritte nel precedente articolo abbiano consentito durante i secoli delle grandi esplorazioni la redazione di talune mappe (p.es. Piri Reis) e soprattutto l'esecuzione di spedizioni come quella di Cristoforo Colombo - conoscenze acquisite dai Templari durante la permanenza in Terra Santa durante la quale probabilmente sono entrati in contatto con comunità che preservavano i saperi contenuti nella Biblioteca di Alessandria.

Di Cristoforo Colombo ne abbiamo parlato qui:
http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=13503

Dei Templari e della Biblioteca di Alessandria qui:
http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=12194

Vi invito a postare le vostre considerazioni in virtù del tema del topic per non portare off topic la discussione. [:I]



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sanje ha scritto:

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MaxpoweR ha scritto:

sai cosa stride?

Una così complessa società e principi così "alti ed evoluti nonchè complessi" dal punto di vista intellettivo (se si pensa a uomini neolitici) paragonata però ai loro mezzi effettivi.

Insomma scrivere su tavolette non deve essere il massimo e pure essi possedevano le stesse cognizioni moderne, stipulavano contratti, scommettevano sul futuro, insomma speculavano, mostrando una concezione economica molto radicata e ben strutturata.

E' come se lo sviluppo umano fosse diviso in compartimenti stagni, nonostante si fosse evoluti in alcuni settori si era super antiquati in altri, come è possibile?


Perchè non trovi che la nostra società non sia per nulla evoluta in certi settori rispetto ad altri o parli solo di tecnologia?



Si ma loro scrivevano su pezzi di pietra, insomma anche un NON GENIO si rende conto che ci sono 200 modi più userfrindly per scrivere no? Soprattutto se si arriva a concepire concetti complessi come i future per poi scrivere su una tavola di pietra. Onestamente io oggi non vedo un così ampio divario tra una branca della scienza e l'altra.

Anche perchè la scrittura è alla base di tutto e non mi spiego come una "logistica" tanto arcaica dei sistemi di scrittura si sposi con concetti molto evoluti, con tanta genialità a nessuno venne in mente di trovare un sistema migliore per archiviare i dati?

Cita:
Atlanticus81 scrive:
La tradizione narra che la città sopravvisse dal 3000 a.C. fino al I secolo d.C., arricchendosi anno dopo anno grazie a un florido commercio; successivamente se ne persero completamente le tracce, forse perché, come ricorda il Corano, subì la stessa punizione della tribù dei Banu ‘Ad, una stirpe araba vissuta durante il periodo pre-islamico che osò sfidare Allah innalzando alti edifici in pietra e che per questo venne punita prima con un tremenda siccità, poi da una violenta pioggia seguita da un fortissimo vento che distrusse tutti i loro edifici; una storia peraltro simile sotto certi aspetti alla condanna divina conseguente al tentativo della costruzione della Torre di Babele così come narrato nella Bibbia.


Facevano parte della stessa "alleanza" di babeliana memoria? O è semplicemente un altro "mito" ricollegabile alle città di sodoma e gomorra distrutte con una bomba nucleare da un Elohim scontento (chissà di cosa realmente)...

Cita:
Atlanticus81 scrive:
I membri dell’etnia Guaraní attribuiscono la costruzione del cammino al loro leggendario semi-dio Sumé, che fu un civilizzatore e colonizzatore vissuto prima del diluvio, il quale insegnò ai Guaraní l’agricoltura, l’artigianato e impose loro i fondamenti del diritto


Ma guarda un pò, ovunque si gratti un pò di polvere viene fuori la stessa storia e gli stessi modus operandi. Ma certo è un caso... Come è un caso che si siano costruite ARTERIE intracontinentali per connettere i punti di massima importanza mineraria e commerciale, ma invece di assumersene il merito (cosa che sembrerebbe scontata dinansi ad uno straniero no?) si da sempre il merito a popoli più antichi, la qual storia si perde nelle nebbie del tempo; ma quando qualcosa riemerge cosa emerge?
Che questi primi popoli sono scesi dal cielo ed hanno DONATO la "cultura" ai discendenti\che sono stati testimoni della discesa dal cielo di esseri potenti. Periodo? Sempre prediluviano. Puoi essere di qualunque parte del mondo, in qualunque posto troverai la distinzione tra PRIMA e DOPO il (I diluvi secondo me) diluvio. Così come i fatti da noi narrati hanno un prima ed un dopo cristo. Quindi se pure non c'è stato un diluvio o una serie di diluvi qualcosa c'è stata sicuro, uno sparti acqua, perchè noi abbiamo fatto lo stesso dopotutto, perchè pensare che invece quei popoli fossero completamente assorbiti dai miti e dalle leggende invece di considerarli capaci di intendere volere e quindi di tramandare FATTI cui hanno assistito\subito e non solo le loro mitologie.

Cita:
Atlanticus scrive:
Come non riscontrare in tutto ciò la forte analogia con il processo di “Rinascita” perpetuato dal dio Anunnaki Enki, che secondo quanto affermato nelle ricerche del Progetto Atlanticus coinvolse in primis l’area medio-orientale fin dalla fine della glaciazione di Wurm circa dodicimila anni fa sugli altopiani iranici e caucasici partendo proprio dalle pendici del monte Ararat su cui si arenò Noè e la sua “Arca” e dove giustappunto sorgono le città di Gobekli Tepe e Kisiltepe?


Questo è uno dei pochi punti che non condivido in pieno, magari perchè non ho approfondito le giuste parti non so. Da come leggo tu parli del diluvio come un evento mondiale e parli di Noè e della sua arca come un unico "attore" di questa salvezza. MA se partiamo dal presupposto che tali eventi si sono verificati a cavallo tra la fine dell'era glaciale e l'inizio dell'era "moderna" quindi 12\15 mila anni fa, non è più plausibile pensare ad una serie di grandi alluvioni causate dallo scioglimenti dei ghiacciai nelle varie parti del mondo e quindi non un unico evento colossale ma una serie di grandissimi disastri "LOCALI". Ciò spiegherebbe il sorgere ti tutti questi Noè, Noà, in tutto il mondo la quale definizione fonetica potrebbe essere non un nome di persona bensì il nome che "I CAPI" assegnavano a coloro i quali erano addetti a svolgere quella specifica funzione chessò ad esempio il "capitano" della nave era il "noè"... Che ne pensi?

Cita:
Atlanticus81 scrive:
Questo avvalora l’incredibile ipotesi che gli Egizi o comunque qualcuno prima di loro, sia riuscito a raggiungere il Sudamerica, dando origine alle prime civiltà mesoamericane. Gli studiosi hanno stabilito che il giorno uno del calendario olmeco era coincidente con il 13 Agosto 3113 a.C., data della nascita della civiltà olmeca, evento straordinario per tutte le civiltà dell'America Latina al pari dell’anno zero del calendario cristiano. Ma il 3113 a.C. indica per la precisione la data esatta dell'esilio di Thoth e dei suoi seguaci africani dall'Egitto per mano di suo fratello Ra, verso i confini del mondo per la colonizzazione di nuove terre.


certo è che questa è un'altra di quelle "COINCIDENZE" davvero strane che se la storia non fosse già decisa a tavolino filerebbe benissimo ed avrebbe una sua logicità intrinseca, ma visto che questi fatti non devono esistere allora anche questi eventi sono SOLO MITI e chi se ne frega se però date e reperti concordano alla perfezione giusto?


Ultima modifica di MaxpoweR il 27/04/2013, 18:57, modificato 1 volta in totale.


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Cita:
MaxpoweR ha scritto:


Cita:
Atlanticus scrive:
Come non riscontrare in tutto ciò la forte analogia con il processo di “Rinascita” perpetuato dal dio Anunnaki Enki, che secondo quanto affermato nelle ricerche del Progetto Atlanticus coinvolse in primis l’area medio-orientale fin dalla fine della glaciazione di Wurm circa dodicimila anni fa sugli altopiani iranici e caucasici partendo proprio dalle pendici del monte Ararat su cui si arenò Noè e la sua “Arca” e dove giustappunto sorgono le città di Gobekli Tepe e Kisiltepe?


Questo è uno dei pochi punti che non condivido in pieno, magari perchè non ho approfondito le giuste parti non so. Da come leggo tu parli del diluvio come un evento mondiale e parli di Noè e della sua arca come un unico "attore" di questa salvezza. MA se partiamo dal presupposto che tali eventi si sono verificati a cavallo tra la fine dell'era glaciale e l'inizio dell'era "moderna" quindi 12\15 mila anni fa, non è più plausibile pensare ad una serie di grandi alluvioni causate dallo scioglimenti dei ghiacciai nelle varie parti del mondo e quindi non un unico evento colossale ma una serie di grandissimi disastri "LOCALI". Ciò spiegherebbe il sorgere ti tutti questi Noè, Noà, in tutto il mondo la quale definizione fonetica potrebbe essere non un nome di persona bensì il nome che "I CAPI" assegnavano a coloro i quali erano addetti a svolgere quella specifica funzione chessò ad esempio il "capitano" della nave era il "noè"... Che ne pensi?

Cita:


Sono d'accordo con te.. volevo evidenziare che in tutto il mondo assistiamo allo stesso modus operandi da parte di questi "civilizzatori" anti-diluviani.



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Maya, si affacciano nuove ipotesi
sulla nascita dell'antica civiltà
Recenti scavi in un sito archeologico guatemalteco forniscono nuovi indizi sulle origini dell'antica civiltà mesoamericana, finora avvolte dal mistero

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Le civiltà sorgono e crollano, a volte in modo spettacolare. Le loro origini invece tendono in genere ad essere più oscure, se non addirittura avvolte nel mistero. Nel caso dei Maya, una ricerca appena pubblicata sulla rivista Science getta una nuova, inattesa luce sulla nascita della loro civiltà.

Se il periodo classico - dal 300 al 950 d.C. - è una fase molto studiata dagli archeologi, meno si sa degli albori dell'era pre-classica, ovvero antecedente al primo millennio a.C. Gli studiosi in genere si dividono in due scuole: coloro che ritengono che i Maya derivino direttamente da un'antica "cultura madre", quella degli Olmechi, o che siano apparsi in maniera del tutto indipendente.

Takeshi Inomata, professore of antropologia alla University of Arizona, nonché beneficiario di un fondo di ricerca National Geographic, si distacca sia dalla prima che dalla seconda ipotesi. Gli scavi da lui condotti al sito di archeologico di Ceibal, in Guatemala, stanno portando alla luce una storia ben più complessa.

Antichi spazi rituali

I Maya sono generalmente noti per le monumentali opere architettoniche. Le imponenti piramidi, o i loro piazzali sterminati,
testimoniano una cultura complessa e affascinante. Basta la parola "Maya" a evocare sovrani e sacerdoti sontuosamente abbigliati mentre salgono le ripide scalinate di piramidi come quella di Tikal (foto in alto). Ma le piramidi non spuntano nella giungla dalla sera alla mattina, né lo fa una civiltà complessa come quella maya. Inomata e il suo team hanno effettuato scavi sotto imponenti strutture di Ceibal per capire come sono state create.

Inomata ha dato per scontato che alcuni celeberrimi monumenti poggiassero su strutture più antiche costruite allo stesso scopo. La sua ipotesi si è rivelata corretta: ha individuato delle piattaforme più piccole, fatte di terra, al di sotto di piramidi di pietra, segno dell'esistenza di un complesso cerimoniale a Ceibal presente già attorno al 1000 a.C.

La presenza di architettura cerimoniale in un periodo così precoce dell'esistenza dei Maya è un chiaro segnale del fatto che all'epoca esistessero già uno stile di vita radicato, metodi agricoli complessi, una religione e una società stratificata; tutti elementi che costituiscono una cultura unificata nonché le basi per dar vita a una più ampia civiltà.

Il rapporto con gli Olmechi

Tradizionalmente, gli esperti ritenevano che mentre gli Olmechi davano vita alla propria civiltà erigendo grandi insediamenti come La Venta, lungo la costa del Golfo nell'odierno Messico, le popolazioni che un giorno sarebbero diventate i Maya vivevano in gruppi nomadici nelle foreste orientali e sudorientali. Secondo questa teoria, l'intera civiltà del Maya, comprese le loro strutture architettoniche e sociali, discenderebbe direttamente da quella olmeca.

Gli scavi di Inomata però hanno rivelato che quella degli Olmechi non era una civiltà antecedente. Anzi, un sito come quello di Ceibal è circa 200 anni più antico rispetto a quello di La Venta. E benché alcuni centri olmechi siano precedenti sia a La Venta che a Ceibal, è assai improbabile che abbiano avuto rapporti diretti con i Maya.

"Ciò non vuol dire che i Maya siano apparsi in maniera indipendente", precisa Inomata; pittosto, secondo lo studioso, vi sarebbe stata una reciproca influenza. La Venta e Ceibal sembrano essersi sviluppate di pari passi nel corso di una grande cambiamento culturale che interessò l'intera regione. "L'ipotesi più probabile è che vi fosse un ampio fenomeno di interazioni, e che attraverso queste ultime abbia preso forma una nuova civiltà".

Un approccio più flessibile

A complicare ulteriormente le cose, Inomata sottolinea come le testimonianze archeologiche non indichino una distinzione netta tra Maya e Olmechi nel periodo preclassico. Al contrario, le due civiltà si distinguono facilmente quando si passa al periodo classico, in quando i Maya diedero vita a linguaggio e cultura propri. Ma i secoli compresi tra 1000 e 700 a.C sono decisamente di transizione. A causa del libero scambio di idee, tecnologie, elementi culturali e forse anche popolazioni tra La Venta e Ceibal è difficile dire con certezza quale dei due siti sia Olmeco e quale Maya.

"Dare etichette precise a queste antiche popolazioni è un compito arduo: non abbiamo alcuna certezza ad esempio del fatto che i primi abitanti di Ceibal fossero del tutto Maya", dice Inomata. "Abbiamo perciò optato per un approccio più flessibile, evitando di dare etichette predeterminate a favore di un tentativo di comprensione dei rapporti di interazione e di come si siano evolute identità culturali più nette".

Rivoluzione agricola

Inomata e il suo team trascorreranno i prossimi tre anni analizzando i ritrovamenti effettuati a Ceibal, dopodiché inizieranno a scavare fuori dal centro del sito, sperando di raccogliere più informazioni sulla vita quotidiana in epoca preclassica.

Le aree periferiche, lontane da piazze e templi, possono rivelare ulteriori dettagli sulle origini dei Maya. Inomata ritiene che le zone residenziali e rurali siano particolarmente importanti da questo punto di vista.

Attorno al 1000 a.C. i gruppi nomadi antenati dei Maya iniziarono a erigere aree rituali. "Anziché cominciare con un insediamento", dice Inomata, "partivano creando un centro cerimoniale". Un sistema che potrebbe essere stato mutuato dalla popolazione che in seguito fondò La Venta.

Anche un mutamento radicale in campo agricolo potrebbe aver giocato un ruolo chiave nel passaggio a uno stile di vita più stabile. Il mais, la coltura principale dei Maya, "divenne molto più produttivo, e ciò avrebbe dato maggior senso a deforestare delle aree per dare maggior spazio all'agricoltura", spiega Inomata. Secondo lo studioso, questa rivoluzione agricola potrebbe aver a sua volta avuto origine da un mutamento genetico nella pianta stessa. Ma questa ipotesi, come molte altre che circondano la nascita della civiltà Maya, andrà supportata da futuri ritrovamenti archeologici.


http://www.nationalgeographic.it/popoli ... 31952/?rss


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MessaggioInviato: 18/05/2013, 19:39 
Ritrovata dagli archeologi la mitica Ciudad Blanca (la Città Bianca). Secondo la leggenda tramandata dalle popolazione honduregne, la perduta Città Bianca era splendente e piena di ricche statue in oro massiccio.

Inoltre, la tradizione vuole che fosse il luogo di nascita del dio Quetzalcoatl, il 'serpente piumato' azteco conosciuto come inventore dei libri e del calendario, come colui che donò il mais al genere umano civilizzatore, secondo il Progetto Atlanticus, dei popoli sudamericani post-diluviani.

Ma se la città in oggetto vide i natali del dio Quetzalcoatl, viene naturale chiedersi chi l'abbia costruita... Progetto Atlanticus ha una teoria: qualcosa che ha a che fare con Atlantide e l'età dell'oro.

Gli archeologi trovano la perduta 'Ciudad Blanca', la città natale di Quetzalcoatl

Steven Elkins e Bill Benenson, due ricercatori dell'Università di Houston e del Centro Nazionale Airborne Laser per la Mappatura (NCALM), l'anno scorso annunciarono la scoperta di possibili rovine di un'antica città perduta nella regione di Mosquitia, in Honduras.

Ora , grazie a nuove immagini ottenute dalla scansione radar dell'area, i ricercatori pensano di aver ottenuto la conferma della scoperta fatta un anno fa nella fitta giungla del Centro America.

Ma ciò che entusiasma i ricercatori è che la conferma ottenute dalle immagini radar potrebbe riguardare le rovine della leggendaria 'Ciudad Blanca' o 'Città Bianca', una metropoli leggendaria di cui si ha notizia fin dai tempi dei conquistadores spagnoli, ma che non ha mai trovato conferma archeologica.

Secondo la leggenda tramandata dalle popolazione honduregne, la perduta Città Bianca era splendente e piena di ricche statue in oro massiccio. Inoltre, la tradizione vuole che fosse il luogo di nascita del dio Quetzalcoatl, il 'serpente piumato' azteco conosciuto come inventore dei libri e del calendario, come colui che donò il mais al genere umano e, a volte, è stato anche considerato il simbolo della morte e della resurrezione.

La scoperta dei due archeologi sta per svelare importanti informazioni sulla storia passata del genere umano?

Immagine

Secondo la leggenda, la Ciudad Blanca era una vera e propria miniera d'oro, e proprio per questo è stata il sogno e il tormento dei conquistadores, a partire da Hernando Cortes che ne fa menzione in una lettera del 1526 indirizzata al re Carlo V di Spagna, e di numerosi avventurieri in cerca di tesori perduti.

L'origine della leggenda non è chiara; alcuni sostengono che essa sia nata in seno al tempo della Conquista Spagnola, mentre altri sostengono che essa provenga dalle tradizioni orali degli indigeni Pech e del popolo Tawahka.

Nel corso degli anni, una serie di spedizioni, un mix tra caccia al tesoro e ricerca scientifica, hanno offerto risultati che hanno alimentato la leggenda della città perduta. Tuttavia, ad oggi vi è una forte polemica nella comunità scientifica per quanto riguarda la veridicità della leggenda.

Una delle prime esplorazioni documentate è stata quella organizzata nel 1933 dall'archeologo William Ducan Strong per lo Smithsonian Institution. Nel suo diario, l'esploratore registrò la presenza di molti tumuli sulle rive del Rio Patuca e su quelle del Rio Conquirre.

Nello stesso anno della spedizione di Strong, il professore honduregno Jesus Aguilar Paz completava e pubblicava la prima mappatura completa dell'Honduras, sulla quale riportava la presenza di numerosi resti archeologici nella regione di Mosquitia.

Per una nuova spedizione rilevante bisogna aspettare il 1975, quando il dottor David Zink e il dottor Edquin Shook si recarono nella foresta pluviale con un troupe televisiva al seguito. La spedizione rilevò la presenza di tumuli nella regione di Mosquitia, portando alla luce diversi monoliti di pietra.

Dal 1980 in poi, diversi archeologi come George Hasemann, Gloria Lara Pinto e Chris Begley hanno esplorato la zona documentando centinaia di siti, tra cui 'Crucitas del Rio Aner', uno dei siti archeologici più grandi documentati nella giungla di Mosquitia.

Come riporta Discovery News, ispirato dalle leggende e dalle scoperte, l'archeologo e regista Steven Elkins si è messo di buona lena alla ricerca di fondi privati per finanziare l'utilizzo delle apparecchiature del NCALM, in particolare del LiDAR, così da effettuare una mappatura laser del suolo della foresta pluviale della Mosquitia.

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Nel corso di un'intera settimana, i ricercatori hanno scandagliato più di 60 chilometri quadrati di foresta, sorvolando l'area a bordo di un Cessna a doppio motore. Le immagini realizzate con il LiDAR hanno permesso ai ricercatori di 'vedere' il suolo delle giungla, rilevando i segni di quelli che sembrano antichi insediamenti umani.

Le scansioni mostrano la presenza di una pendenza artificiale che potrebbe essere la piazza di un'antica città circondata da piramidi divorate dalla vegetazione. I ricercatori pensano di aver individuato anche quelle che sembrano essere canali, strade, edifici e terreni agricoli terrazzati. Le immagini sono state presentate il 15 maggio 2013 nel corso del meeting annuale dell'American Geophysical Union.

Qesta è la prima volta che il LiDAR è stato utilizzato nell'ambito della ricerca archeologica. Se confermata, la scoperta della 'Ciudad Blanca' potrebbe essere paragonata a quella del sito di Machu Picchu, l'antica città peruviana rimasta nascosta per centinaia di anni e scoperta accidentalmente solo nel 1911.

'Ciudad Blanca' ha un ruolo centrale nella mitologia mesoamericana. Secondo la tradizione azteca, è il luogo di nascita del dio Quetzalcoatl. I racconti parlano di meravigliosi idoli d'oro e di straordinarie sculture realizzate in pietra bianca finemente scolpita.

Sebbene la notizia dei risultati incoraggianti abbia entusiasmato il presidente dell'Honduras Porfirio Lobo, ora è necessaria una spedizione sui luoghi della scoperta, che secondo gli archeologi potrebbe partire già quest'anno.

L'identificazione positiva della leggendaria 'Ciudad Blanca' potrebbe riaccendere la speranza di poter trovare anche 'El Dorado', l'altra mitica città perduta della tradizione del Centro America.

http://ilnavigatorecurioso.myblog.it/ar ... Curioso%29


Ultima modifica di Atlanticus81 il 18/05/2013, 19:40, modificato 1 volta in totale.


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Dobbiamo pensare che non tutta l'umanità fosse a conoscenza della presenza delle tecnologie antidiluviane.

Egizi, Sumeri, Maya, Valle dell'Indo, etc.etc. furono fortunati ad essere 'selezionati' dagli Elohim/Anunnaki dopo il Diluvio Universale per guidare la Rinascita.

Altri popoli meno fortunati rimasero per così dire indietro, allo stato preistorico di raccoglitori/cacciatori, mentre le altre culture prosperavano.

http://www.segretiemisteri.com/?p=7800

Quali furono le 'nazioni' scelte dagli Elohim per dare il via alla "Rinascita" post-diluviane? Secondo le nostre teorie possiamo individuare facilmente tra queste i Sumeri, gli Egizi, molte (ma non tutte) tribù della zona mesopotamica, della valle dell'Indo, alcuni popoli del mesoamerica (Olmechi, Toltechi) etc.etc. che poi tramandarono le conoscenze acquisite e trasferite dai 'maestri' dell'età dell'oro ai loro discendenti e alle culture che entrarono in contatto con esse (in occidente pensiamo ai Greci e di conseguenza ai Romani).

Ma per esempio che dire dell'Africa, del Nord America, dell'Australia, delle rimanenti tribù della mesopotamia, di buona parte dell'Europa e del continente nord-asiatico?

Troppe tribù e troppi pochi Elohim chiamati per guidarle.. Fu necessaria una rigida selezione fin dal principio.

Ecco perché abbiamo alcune civiltà che sembrano avere maggiore famigliarità con tecnologie e saperi antidiluviani, con l'esoterismo e con sistemi socio-culturali complessi e all'avanguardia (Sumeri) e altre ad esse contemporanee che invece evidenziano caratteristiche socio-culturali più preistoriche di altre.



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Che i popoli aborigeni abbiano avuto contatti direi che è innegabile visto il loro retaggio culturale nonché le loro pitture.

Penso anche ai Dogon in Africa che potrebbero essere una costola dell'antico Egitto giunta fino a noi o agli indiano Hopi e Pueblo (ottimo il loro tabacco ^_^) in nord america. Bene o male i loro miti sono tutti uguali quindi uan qualche influenza deve esserci stata se non diretta quanto meno di striscio...

C'è da chiedersi s le modalità di approccio degli Elohim fossero STANDARDIZZATE (o per meglio dire protocollate) o si lasciava libera iniziativa.

Dal mio punto di vista una sorta di linea comune doveva esserci, anche perchè in alcuni passi del Deuteronomio si parla di una riunione degli Elohim in cui il loro superiore l'EL li sprona ad usare leggi più giuste e li riporta con i piedi per terra ricordandogli che seppur superiori tecnicamente anche essi sono mortali e quindi secondo me gli fa capire indirettamente di non montarsi la testa perchè nonostante gli Adam li reputino delle divinità essi non lo sono affatto. Di tali riunioni si parla anche nei testi sacri indù ove è scritto che tali divinità si incontravano su un grande isola al largo dell'india...

C'è da chiedersi che ruolo abbiano avuto in europa tali Elohim se consideriamo la presunta presenza delle enormi piramidi in Bosnia nonché le leggende legate alla cultura sarda legata ai giganti i quali a quanto pare erano molto osteggiati dagli Elohim, o quanto meno dal più famoso di loro e cioè l'amico YHWH...

Insomma i buchi neri sono ovunque e purtroppo l'indottrinamento teologico e culturale non fa altro che ampliare questi buchi neri avendo disperso tradizioni orali e testi scritti (basti pensare ai roghi spagnoli dei testi centro-sud americani) che mai più verranno recuperati e con essi la nostra storia.

Volendo analizzare in maniera sommaria quanto emerge direi che si è trattato di una sorta di "conquista del West" senza leggi scritte ma solo pratiche dettate dalla cultura comune di questi soggetti che poi ha subito derive soggettive a seconda dell'Elohim di riferimento. Dopotutto anche loro dovevano avere personalità, ambizioni e qualità diverse che magari si riflette in maniera specifica nelle peculiarità delle varie aree di influenza..


Ultima modifica di MaxpoweR il 07/08/2013, 04:11, modificato 1 volta in totale.


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Un esempio di Rinascita post-diluviana in Australia...

I Wandjina gli spiriti delle nuvole australiani

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Con il termine Aborigeni Australiani, si identifica l’insieme delle popolazioni (tribù) autoctone dell’Australia, ovvero i discendenti di coloro che, circa 60.000 anni fa giunsero in quel continente, anche se questa data è ancora molto discussa tra gli archeologi. Quello che più ci interessa ai fini di questo articolo, nonostante la loro storia sia un argomento non privo di importanti episodi, è il complesso di credenze, miti e raffigurazioni che riguardano un antico passato, un periodo nel quale si affaccia prepotente l’idea di una interazione con esseri provenienti dalle stelle. Quest’ultimo termine, diventato quasi un luogo comune quando ci si interessa di culture che riportano avvenimenti vicini all’ipotesi extraterrestre, è in questo caso perfettamente aderente alle tradizioni di coloro che vengono spesso indicati come i primi abitanti del pianeta terra.

Per quanto possa sembrare impossibile, vi sono cose in Australia che non trovano una possibile spiegazione, cose che rendono questa terra, o comunque gran parte di essa, un mondo a parte, che è possibile osservare e recepire soltanto se ci si pone in uno stato introspettivo, liberandosi dai preconcetti. Sognando il cielo: il cosmo secondo gli aborigeni australiani

Le tribù aborigene erano estremamente affascinate dal cosmo, dalla misurazione del tempo e dai fenomeni astronomici. Grandi osservatori, grazie alle loro conoscenze rigorosamente tramandate oralmente da generazione in generazione, misero a punto un complesso calendario stagionale.

Diversamente dai primi viaggiatori Europei, gli Aborigeni Australiani non si orientavano con le stelle, anche se certamente le conoscenze astronomiche furono usate per pronosticare correlazioni con gli eventi naturali importanti per la sopravvivenza del gruppo (come la reperibilità di un particolare cibo o il cambiamento delle condizioni del tempo). Come molte culture primitive, gli Aborigeni vedevano nel sorgere eliaco di una stella brillante o di una costellazione, una indicazione di eventi stagionali. L’apparizione di Arturo all’alba suggerisce agli Aborigeni di Arnhem Land di iniziare la raccolta del giunco per la costruzione delle trappole per i pesci e per i cesti. Nella regione di Mallee nel West Victoria, il sorgere eliaco di Arturo era identificato con l’arrivo di Marpeankurrk, un eroe ancestrale che mostrava loro dove trovare le pupe delle termiti, una importante fonte di cibo durante agosto e settembre.

Molto importante per la sopravvivenza delle tribù era il senso di identità. Questo era basato sulla trasmissione delle credenze attraverso le generazioni per mezzo di danze e canti rituali. Queste rappresentazioni tramandavano come lo Spirito Ancestrale creò il mondo naturale in un lontano passato. Le leggende associate sono essenzialmente metafore che integrano le cose sconosciute in relazione con le cose familiari. Le seguenti storie rappresentano un piccolo esempio dei diversi miti aborigeni associati in questa misteriosa arena Cielo-Terra. Essi esemplificano l’intima relazione di questi popoli con la natura.

Il Sole e la Luna

Il Sole è una sfera luminosa di idrogeno ed elio, del diametro di 1,4 milioni di chilometri e con una massa pari a 745 volte quella di tutti i pianeti del Sistema Solare messi assieme. Anche se sembra una cosa enorme, è in fondo una stella modesta a metà della sua vita, che terminerà tra 5 miliardi di anni, andando a formare una struttura denominata nebulosa planetaria. Nel Nucleo dove hanno luogo le reazioni nucleari che producono energia, si calcola che la temperatura sia di circa 15 milioni di gradi; ma ciò che noi vediamo è la Fotosfera, la quale è costituita da gas ribollenti alla temperatura di 5.500 °C.

Tra gli Aborigeni il Sole era visto come una donna che si svegliava ogni giorno nel suo accampamento a est, accendeva un fuoco, e preparava la torcia di corteccia che avrebbe portato attraverso il cielo. Prima di esporsi, lei amava decorarsi con ocra rossa, la quale, essendo una polvere molto fine, veniva dispersa anche sulle nuvole intorno, colorandole di rosso, (l’alba). Una volta raggiunto l’ovest, rinnovava il trucco, colorando ancora di giallo e rosso le nuvole nel cielo (il tramonto). Poi la Donna-Sole cominciava un lungo viaggio sotterraneo per raggiungere nuovamente il suo campo nell’est. Durante questo viaggio sotterraneo il calore della torcia induceva le piante a crescere.

La Luna, al contrario, era considerato un uomo. A causa dell’associazione del ciclo lunare con il ciclo mestruale femminile, la Luna fu collegata con la fertilità e fu considerata come un simbolo altamente magico. Una eclisse di Sole era interpretata come l’unione tra la Luna-Uomo e il Sole-Donna.

Venere

Venere sembrava il gemello del nostro pianeta per le dimensioni, la densità e la poco diversa distanza dal Sole. Invece è un pianeta “caldo”, avvolto da un’atmosfera formata da anidride carbonica, la cui pressione è 90 volte superiore a quella della Terra e la cui temperatura può giungere a 480 °C. La sua superficie è spesso battuta da “acquazzoni” di acido solforico.

Venere, come stella del mattino, conosciuta dagli aborigeni come Barnumbir, era un importante segno per un popolo che si levava all’alba per accingersi alla caccia. Secondo la tradizione della Arnhem Land, Barnumbir aveva paura di annegare, così fu legata con un lungo laccio tenuto da due vecchie donne. La corda le impediva di salire troppo alta nel cielo e di annegare nel fiume della Via Lattea. All’alba le donne più vecchie la portavano in salvo in un cesto intrecciato.

Barnumbir è anche identificata con Bralgu, L’isola della morte dove, quando una persona muore, il suo spirito è condotto. Da qui la cerimonia della stella del mattino è una importante parte dei rituali funerari, dove Barnumbir è rappresentata da un totem, un tronco con un mazzetto di piume bianche e lunghe corde terminanti in più piccoli mazzetti di piume a suggerire i raggi di luce.

La Via Lattea

Il nostro Sole e tutte le stelle visibili nel cielo notturno fanno parte di una vasta aggregazione di stelle chiamata Galassia, o Via Lattea, nome derivato dalla leggenda di Era. È una galassia a spirale, con bracci, il cui diametro è di circa 100.000 anni luce (a.l.); noi ci troviamo in uno dei bracci di spirale, a 30.000 anni luce dal centro della Galassia. Vista dalla Terra appare come una debole banda luminosa che attraversa le notti limpide e buie.

La Via Lattea Rappresenta un fiume nel Mondo del Cielo, con tanto di pesci (le stelle brillanti) e di ninfee (le stelle più deboli). Essa è al centro di molte leggende regionali. Nella regione di Yirrkala, la Via Lattea era associata a due fratelli annegati mentre affrontavano il fiume in canoa. I loro corpi galleggianti appaiono come due macchie scure nella Via Lattea, a livello delle costellazioni del Serpente e del Sagittario; una linea di quattro stelle vicino ad Antares rappresentano la loro canoa.

Nel Queensland, la Via Lattea era associata con Priepriggie, un Orfeo degli antipodi, noto come cantante, ballerino e cacciatore. Un giorno, nel primo mattino, Priepriggie trovò un albero pieno di volpi volanti, scagliò la lancia trafiggendo il capobranco. Infuriate, le altre volpi volanti cacciarono Priepriggie in cielo. Sperando di richiamarlo indietro, il suo popolo cercò di cantare le sue canzoni ma sbagliavano sempre il ritmo. Poi sentirono una canzone provenire dal cielo, era Priepriggie che cantava e man mano che il ritmo diventava più forte e chiaro, le stelle cominciarono a danzare ordinandosi in una larga banda attraverso il cielo. Così la Via Lattea ricorda al popolo che il loro eroe deve essere celebrato con canti e danze tradizionali, in modo che l’ordine continui a prevalere.

Nell’Australia centrale la Via Lattea fu considerata dalle tribù vicine Aranda e Luritja come un genere di arbitrato celeste. Essa, in maniera molto ampia, marca la divisione tra la parte di cielo degli Aranda, a est, e il campo di cielo dei Luritja, a ovest, e, oltre a questo, essa contiene gli spiriti dei defunti di entrambe le tribù. Le stelle e le costellazioni all’interno della Via Lattea sono classificate conformemente a complesse regole di matrimonio e classi di parentela e rinforza l’universale importanza di esse.

La Croce del Sud

È una piccola costellazione del cielo, ma anche una delle più celebri a appariscenti. Essa era visibile anticamente dall’area mediterranea, sicché le sue stelle erano note agli astronomi greci; in seguito, la precessione degli equinozi l’ha resa invisibile da tali latitudini.

La Croce del Sud e i suoi due indicatori, a e b Centauri, sono al centro di diverse leggende regionali.

a e b Centauri e la costellazione della Croce del Sud.

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Dipinto rupestre (Mountford Collection, State Library of South Australia)a e b Centauri e la costellazione della Croce del Sud

Nella regione intorno a Caledon Bay, la Croce rappresenta una razza inseguita da uno squalo (i puntatori).

In un’altra regione le quattro brillanti stelle della Croce rappresentano due fratelli Wanamoumitja e i loro rispettivi fuochi da campo, mentre cucinano un grande pesce nero (la nebulosa Sacco di Carbone); i puntatori sono due amici Meirindilja venuti a condividere il pesce.

Un’altra leggenda relativa alla Croce del Sud riguarda la santità della vita degli animali e l’avvento della morte nel mondo. Il Grande Spirito, Baiame, creò due uomini e una donna. Egli insegnò loro di quali piante cibarsi ma gli vietò di uccidere gli animali. In seguito ad una siccità tutte le piante morirono e la donna sollecitava gli uomini ad uccidere gli animali per utilizzarli come cibo.

Uno degli uomini uccise un canguro ma l’altro si rifiutò di mangiare la creatura che Baiame aveva vietato loro di uccidere. Solo, nel deserto, quest’uomo cadde esausto ai piedi di un albero della gomma. Ma Yowi, lo spirito della morte, lo attirò all’interno dell’albero, disturbando due cacatua bianchi che stavano covando. In seguito l’intero albero si levò in cielo. Le quattro stelle brillanti sono gli occhi dell’uomo e di Yowi, mentre i due indicatori sono i cacatua che cercano di tornare al loro nido.

Orione e le Pleiadi

Infine, uno dei più diffusi cicli di miti concerne Orione e le Pleiadi.

Orione è senza dubbio la costellazione più brillante del cielo, piena di oggetti interessanti. L’imponenza di questa costellazione deriva in gran parte dal fatto che si trova in un’area di formazione stellare, in un vicino braccio della Galassia, con al centro la famosa Nebulosa di Orione (M 42), che rappresenta la spada pendente dalla sua cintura. Quest’ultima è formata da tre stelle brillanti allineate. Le sue stelle più brillanti sono Betelgeuse, supergigante rossa distante 310 a.l., e Rigel, supergigante bianco-azzurra distante 910 a.l.

Le Pleiadi sono l’ammasso stellare più brillante e famoso di tutto il cielo. Si trovano nel Toro e, ad occhio nudo, si possono vedere circa sette stelle, mentre con un binocolo, diverse decine. Dell’ammasso, che dista 450 a.l., fanno parte circa 250 stelle, immerse in una debole luminosità, residuo della nube da cui si sono formate, visibile solo nelle fotografie a lunga esposizione.

Nella mitologia greca, le Pleiadi erano sette sorelle, figlie di Atlante. Inseguite da Orione, esse furono mutate in colombe per poi volare in cielo, formando l’ammasso che porta il loro nome. La “sorella” meno visibile è Merope la quale, avendo sposato un mortale, si nasconde dalla vergogna.
Le leggende aborigene sono sorprendentemente simili. La maggior parte identifica le Pleiadi con un gruppo di giovani donne che fuggivano dagli indesiderati approcci di un cacciatore, il quale, in alcune versioni, fu evirato come punizione e avvertimento.

Tra i popoli che vivono nel Pitjantjatjara, nel Western Desert, il sorgere delle Pleiadi all’alba in autunno significa che l’annuale stagione degli amori tra i dingo è cominciata. Cerimonie di fertilità sono rappresentate qualche settimana più tardi, per le quali alcuni giovani cuccioli sono selezionati per la festa.

In accordo con la leggenda, le Kungkarungkara, le donne ancestrali, allevarono una muta di dingo per proteggersi da un uomo chiamato Njiru (Orione). Egli, malgrado i dingo, riuscì a rapire una delle ragazze (la Pleiade oscura) che morì, pur continuando a seguire le altre. Alla fine le sette donne assunsero la loro forma totemica di uccelli e volarono in cielo, ma, sfidando i loro dingo, Njiru le seguì anche attraverso il cielo.

Senza nessuno strumento tecnologico per controllare il loro ambiente, gli Aborigeni Australiani dipendevano completamente dal mondo naturale per sopravvivere. Non è sorprendente che il loro interesse per le stelle non era assorbito da eventi straordinari come supernovae o comete, ma dall’aspetto normale.

I Wandjina: gli spiriti delle nuvole

Come abbiamo potuto osservare, le leggende aborigene hanno umanizzato i fenomeni cosmologici associandoli con i comportamenti e le motivazioni del gruppo tribale.

Il sistema di credenze degli Aborigeni assolveva a tre importanti funzioni sociali:

- Produceva un livello di confidenza e prevedibilità circa il loro posto nell’universo, non come esseri superiori ma come compagni di tutto;

- Coltivava il rispetto sia per le cose inanimate che per le animate, siccome tutto condivide la stessa struttura spirituale, seguendo la tradizione del Mondo del Sogno;

- Inoltre esso provvede un supporto per i costumi tribali, riti e alla moralità come queste sono riflesse e decretate nel Mondo del Cielo.

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La differenza più radicale tra le credenze che sono alla base di questi miti e le basi materialistiche della scienza occidentale concerne nella relazione tra l’osservatore e gli eventi naturali. All’interno della struttura della scienza Newtoniana l’osservatore è considerato indipendente dagli eventi, i quali sono, si suppone, inalterati dal processo di osservazione. Gli Aborigeni, invece, vedono sé stessi come parte integrale nel processo naturale, sia essi terrestre o celestiale. Essendo una delle pochissime culture che non ha un mito equivalente all’espulsione dall’Eden, questi popoli credono che, attraverso il loro Grande Antenato, essi sono cocreatori del mondo naturale e non ne sono mai stati alienati. Da ciò ci sono necessari parallelismi tra gli eventi del cielo con quelli della Terra, e con ciò che si sviluppa nella cultura umana.

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Chi capitasse dalle parti di Bigge Island, nell’Australia occidentale, potrebbe imbattersi in strane creature come queste. Occhi grandi, naso adunco, un’aura misteriosa attorno alla testa e, soprattutto, niente bocca: è questo l’aspetto delle divinità primitive – i “Wandjina” – che un bel giorno, seguendo il “sogno” di creazione, plasmarono il mondo e tutti gli esseri viventi. Almeno così credevano gli aborigeni australiani che le dipinsero sulle pareti di alcune grotte della zona.

Non è ancora del tutto chiaro a quale periodo risalgano queste pitture, ma molti dei rilievi archeologici effettuati finora fanno pensare a un periodo compreso tra i 50 mila e i 40 mila anni fa.

I Wandjina, che tradotto letteralmente significa “il Tutto”, vissero in un tempo chiamato “dei genitori” durante il quale queste “entità” non avevano una forma ben definita, pur essendo comunque di enormi proporzioni. Il loro principale compito fu quello di insegnare “le leggi, i precetti e le regole di comportamento”, all’uomo, oltre ad introdurre i rituali e le pratiche cerimoniali ancora oggi in uso presso le varie tribù.

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Importante osservare come le tribù indigene riconoscano in queste raffigurazioni le loro divinità Gli Spiriti nelle Nuvole, spesso raffigurati in sequenza di figure umane stilizzate insieme a rappresentazioni nuvolose. Questa dualità di forme antropomorfe è molto diffusa nelle culture primitive, è possibile osservarla, per esempio, nei racconti biblici narrati nel Libro dell’Esodo.

Djamar e Tjurunga

Alcune tribù Aborigene, ad esempio, raccontano di Djamar; un essere venuto dalle nuvole e disceso sulle loro terre sopra Tjurunga, “la tonante” un oggetto luminescente e molto rumoroso.

Rappresentazione artistica in chiave moderna di Djamar

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Ancora oggi, si racconta che la presenza di Djamar sia preceduta da un forte vento, generato secondo queste popolazioni proprio dal suo mezzo di trasporto. A riprova della veridicità del loro racconto, gli Aborigeni mostrano le colline circostanti sulle quali non cresce più alcuna pianta, danni permanenti (secondo loro) provocati dall’atterraggio di Djamar.

Droghe, rapimenti, morte e ressurrezione

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Altra tradizione “sospetta”, è quella che parla degli “uomini intelligenti” o uomini di alto grado e delle loro ascensioni celesti. Si tratta degli sciamani aborigeni, i cui rituali di iniziazione mostrano un sorprendente parallelismo con la descrizione dei moderni casi di Abduction; lo stesso dicasi per il rituale di “morte e resurrezione”, durante i quali, al risveglio dallo stato estatico, il candidato racconta di un meraviglioso mondo celeste, e tutti i soggetti, anche se appartenenti a tribù diverse e non in contatto tra loro, descrivono lo stesso scenario.

Riassumendo abbiamo: stato di estasi (rapimento da parte degli Dei celesti), rimozione rituale di parti del corpo (esperimenti sulle vittime dei moderni rapimenti), salite aeree e viaggi in strani mondi (descrizione delle astronavi da parte dei rapiti), trasformazione personale (esperienze mistiche dei rapiti).

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Per quanto queste analogie possano apparire stravaganti e tutte da verificare e bene sapere che, in quelle regioni cresceva e tutt’ora cresce una pianta, sconosciuta ai primi coloni per la reticenza degli stessi aborigeni nel mostrare e far conoscere il loro strumento di contatto con il divino, collegata ai loro riti cerimoniali che ci fa pensare molto: la pianta in questione si chiama Dubiosa hopwoodii, appartenente a un genere di solenacee che solitamente producono alcaloidi tropanici allucinogeni del gruppo dell’atropina e scopolamina.

La Duboisia Hopwoodii è un arbusto autoctono delle regioni aride dell’entroterra australiano. Altri arbusti dalle simili proprietà sono il pituri (meglio conosciuto come Pitchuri Thornapple o Pitcheri). E’ un arbusto a basso fusto e solitamente cresce tra 1 e 3 metri di altezza e possiede lunghe foglie strette. I fiori solitamente bianchi, a seconda delle varianti possono assumere altre sfumature, che possono variare dal rosa al viola. Questi arbusti compaiono tra giugno e novembre, in annate favorevoli possono generare grandi quantità di bacche tondeggianti (commestibili ma se assunte in grandi quantità possono diventare allucinogene) dalla colorazione violacea, dal diametro che varia da 3 a 6 mm.

In questa pianta le sostanze psicoattive maggiormente presenti si trovano nelle radici, mentre le parti aeree e le bacche della pianta producono elevate quantità di nicotina e d-nor-nicotina (quest’ultima dagli effetti quattro volte più potenti della nicotina).

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Gli aborigeni fumavano la parte superiore della pianta e con l’estratto delle radici ottenevano una droga immessa volontariamente nelle pozze d’acqua per narcotizzare gli animali che dopo essersi abbeverati potevano catturarli con facilità. Abbiamo anche trovato notizie di un’altra pianta dalle particolarità psicoattive ed allucinogene, chiamata “Pituri” che veniva utilizzata dagli uomini del clan, veniva masticata durante le cerimonie sacre o per alleviare le fatiche dovute da un lungo viaggio.

Non trovando nessuna risposta definitiva, sembra logico pensare che queste popolazioni oltre ad avre una spiccata predisposizione per gli studi astronomici avessero anche ferrate conoscenze botaniche, in modo particolare riguardo le piante psicoattive.

E’ accettabile ricollocare “I signori delle nuvole” nella categoria dei viaggi psichedelici generati dagli allucinogeni?

Questi viaggi che tanto hanno influito le culture australiane, hanno senza dubbio rafforzato la loro idea di divino. Quell’ispirazioni che forse sono le madri delle pitture rupestri su cui ancora oggi ci interroghiamo.

Ipotesi extraterrestre? fantasia? anche se a primo impatto le maggiori somiglianze riscontrate sono quelle con gli antichi e moderni racconti riguardanti l’interazione con il nostro pianeta di esseri provenienti dallo spazio; per quanto questa ipotesi possa apparire subdola, ed essere etichettata come il solito argomento sensazionalistico portato avanti da ricercatori fantasiosi in campo ufologico, esistono alcuni fatti che, ad oggi, non trovano alcuna spiegazione plausibile se non quella appena citata.

Per saperne di più:http://www.brolgahealingjourneys.com

http://www.invasionealiena.com/misteri/ ... teri/1076-


Ultima modifica di Atlanticus81 il 07/08/2013, 13:46, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 07/08/2013, 14:03 
Cita:
Ancora oggi, si racconta che la presenza di Djamar sia preceduta da un forte vento, generato secondo queste popolazioni proprio dal suo mezzo di trasporto.


Incredibilmente anche il termine col quale si indica la grazia di dio nella bibbia il Khevod in realtà descrive un oggetto pesante che smuove l'aria al suo passaggio... Curiosa coincidenza ^_^


Ultima modifica di MaxpoweR il 07/08/2013, 14:04, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 08/08/2013, 17:38 
Mi sembrava un buon posto questo dove caricare l'ultimo articolo scritto nell'ambito del Progetto Atlanticus [;)]

I Comandamenti degli Elohim

Ogni individuo, ogni popolo, ogni cultura, ogni nazione, sente la necessità di definire la propria morale e regolamentare la propria società attraverso un corpo di leggi imperative, di usi e costumi e di consuetudini atte a consentire la possibilità della sopravvivenza del singolo e della collettività.

Il primo tentativo in tal senso, o meglio il primo conosciuto storicamente è il Codice di Hammurabi, scoperto dall'archeologo francese Jacques de Morgan nell'inverno 1901-1902 fra le rovine della città di Susa, è una fra le più antiche raccolte di leggi. Si conoscono altre raccolte di leggi promulgate da re sumerici e accadici, ma non sono così ampie ed organiche. Venne stilato durante il regno del re babilonese Hammurabi (o Hammu-Rapi), che regnò dal 1792 al 1750 a.C., secondo la cronologia media. Le disposizioni di legge contenute nel Codice sono precedute da un prologo nel quale il sovrano si presenta come rispettoso della divinitá, distruttore degli empi e portatore di pace e di giustizia. Il codice fa un larghissimo uso della Legge del taglione, ben nota nel mondo giudaico-cristiano per essere anche alla base della legge del profeta biblico Mosè. Per fortuna da quel tempo le società umane hanno avuto il tempo di evolversi superando gli ovvi limiti del codice di Hammurabi.

E’ il senso di tutti i sistemi legislativi e di governo di tutte le nazioni del mondo, compresa la nostra carta costituzionale e l’insieme di leggi che nel corso della storia hanno concorso a realizzare il sistema di diritto nazionale, come in Italia così in tutti gli altri paesi europei e oltre.

Ma prima ancora delle carte costituzionali, delle dichiarazioni di indipendenza e degli altri sommi documenti costitutivi di una nazione esistono delle leggi fondamentali, supreme, intrinseche e proprie dell’essere che valgono come punti di riferimento universali per gli uomini e le donne di quella specifica cultura.

Poche semplici regole di comportamento, tramandate da millenni che ormai fanno parte di noi senza che ce ne rendiamo più nemmeno conto. Norme e usi universali abbiamo detto, ma al tempo stesso specifiche per la cultura che le ha realizzate. Osserveremo di seguito che queste, seppur orientate tutte all’elevazione spirituale dell’Uomo, possono infatti differire anche notevolmente tra di loro in funzione del retaggio culturale da cui sono scaturite. Chi si concentra di più sulle relazioni Uomo-Uomo, chi tra il rapporto Uomo-Natura, chi addirittura Uomo-Anima.

I nativi indiani d’America, prima dello sterminio fisico e culturale, dei migranti dell’ultimo millennio, sono stati forse uno dei popoli più saggi mai evoluti sulla terra, e questo, grazie proprio alla loro comunione con la natura. Questo ha dato loro la saggezza e l’umiltà per scoprire le regole di giusto comportamento senza le quali non possiamo vivere una vita in armoniosa sulla terra.

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Quindi non leggi imposte dall’esterno, ma da una profonda autoregolamentazione imprescindibile per vivere, di cui ne presentiamo una sintesi:

- La Terra è la nostra Madre, abbi cura di Lei.

- Onora e rispetta tutti i tuoi parenti.

- Apri il tuo cuore ed il tuo Spirito al Grande Spirito.

- Tutta la vita è sacra, tratta tutti gli esseri con rispetto.

- Prendi dalla Terra solo ciò che è necessario e niente di più.

- Fai ciò che bisogna fare per il bene di tutti.

- Ringrazia costantemente il Grande Spirito per ogni giorno nuovo.

- Devi dire sempre la verità, ma soltanto per il bene degli altri.

- Segui i ritmi della natura, alzati e ritirati con il sole.

- Gioisci nel viaggio della vita senza lasciare orme.

In oriente prevale l’influenza delle grandi religioni induista e buddista. Il Bushido (#27494;#22763;#36947; Bushid#333;, letteralmente «la via del guerriero») è un codice di condotta e un modo di vita – simile al concetto europeo di cavalleria e a quello romano del mos maiorum adottato dai samurai, cioè la casta guerriera in Giappone. Sebbene risalga al 660 a.C., questo codice fu citato per la prima volta nel K#333;y#333; Gunkan (1616) e messo organicamente per iscritto, in seguito, da Tsuramoto Tashiro, che raccolse le regole del monaco-samuraiYamamoto Tsunetomo (1659 – 1719) nel noto testo Hagakure.

Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri, il Bushido esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, i quali dovevano essere perseguiti fino alla morte.

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Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

In: Compassione
L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. è diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.

Makoto o Shin: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

Il Buddhismo o Buddismo è una delle religioni più antiche e più diffuse al mondo. Originato dagli insegnamenti di Siddhartha Gautama, comunemente si compendia nelle dottrine fondate sulle Quattro nobili verità.

Con il termine Buddismo si indica più in generale l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato. Sorto nel VI secolo a.C. come disciplina spirituale assunse nei secoli successivi i caratteri di dottrina filosofica e di religione "ateistica".

All'origine ed a fondamento del Buddhismo troviamo le Quattro nobili verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'albero della bodhi, le comprese nel momento del proprio risveglio spirituale.

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A sx Monaco buddhista in meditazione nel Wat Mahathat (Sukhothai,Thailandia). A dx Proselitismo buddhista al tempo del re Athoka (260-218 a.C.), così come descritto dai suoi editti.

Ora vediamo i dieci comandamenti secondo la Sacra Bibbia, la Parola di Dio, secondo i credenti cristiani. Esodo 20:2-17:

1) "Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.

2) Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

3) Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano; perché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

4) Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo.

5) Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà.

6) Non uccidere.

7) Non commettere adulterio.

8) Non rubare.

9) Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

10) Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo"

Quello che non tutti forse conoscono è che i dieci comandamenti traggono ispirazione diretta da una fonte ancora più antica: il Libro dei Morti. Il Libro dei Morti (o più propriamente I capitoli del giorno che viene) era il testo funerario sacro per gli antichi egizi pieno di formule e invocazioni per accedere all'altra vita.

Il Libro dei Morti veniva sempre sepolto insieme al defunto, così da averlo con se, oppure veniva direttamente disegnato all'interno del sarcofago. Una cosa è certa, mai un'anima avrebbe vagato nell'aldilà senza questo importantissimo aiuto!

Il Libro dei Morti è una raccolta di testi funerari di varia natura, che si diffondono a partire dal Nuovo Regno e che gli Egizi chiamavano: "Formule per uscire nel giorno". I diversi capitoli sono introdotti da un titolo e spesso vengono accompagnati da scene. Fondamentalmente il Libro dei Morti è una sorta di manuale da portarsi appresso nel lungo e difficile cammino nell'aldilà fino a giungere al cospetto di Osiride. Infatti, dopo morti, non si giungeva subito al Paradiso o all'Inferno, ma bisognava affrontare una serie di ulteriori prove che, senza questo libro in aiuto, era quasi impossibile superare. Infatti quasi tutti i sarcofagi vennero internamente dipinti con il Libro dei Morti, o, in alternativa, il papiro veniva posizionato accanto alla mummia del defunto. Lo scopo del testo è per l'appunto, il conseguimento di spirito eletto al quale si giunge attraverso un percorso disseminato di pericoli e insidie, che si possono superare solo conoscendo e recitando le formule magiche appropriate.

Al termine del viaggio si giunge alla prova finale, il giudizio davanti al tribunale di Osiride che rappresenta il momento cruciale per conseguire la piena sopravvivenza ed essere accolto in Paradiso, tra gli dèi. Il defunto viene accompagnato per mano da Anubi di fronte a 42 dei che gli chiedono di confessare 42 peccati terreni. Dopo che il defunto confessa di essere totalmente innocente e di non averne mai compiuto neppure uno, il dio con la testa di sciacallo, posiziona il suo cuore sulla bilancia insieme alla piuma di Maat (la verità). Toth, che ha come testa un ibis, dio della scrittura e della conoscenza, segna su di un papiro il risultato (che guarda caso viene rappresentato sempre positivo! Si tendeva così a portar fortuna...), se il cuore è più leggero della piuma, allora l'anima è pura e Horus, con la testa di falco lo condurrà per mano di fronte a Osiride che, accompagnato dalle mogli e sorelle Iside e Nephtis, lo accoglierà nei cielo. Se invece il cuore pesa più della piuma, allora sarà divorato dal mostro Ammut.

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Il tema della "pesatura delle anime" viene ripresa a volte anche dall'iconografia cristiana e viene chiamata "PSICOSTASI". Al posto di Osiride, Iside e tutti gli altri dei abbiamo la seguente raffigurazione: sulla bilancia si trovano due anime, sottoposte a giudizio al momento del trapasso. Il Bene (rappresentato dall’Arcangelo Michele con la spada sguainata) e il Male (rappresentato dal demonio alato) sorreggono la bilancia e si contendono le anime, il che ci riporta alla tesi del documentario Zeitgeist che la religione cristiana affonda le proprie radici nei culti pagani egizi.

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Sembra che il Libro dei Morti sia nato in epoche ancora più antiche rispetto al periodo arcaico delle prime dinastie.

Secondo Wallis Budge la fonte primaria del libro non è di origine Egiziana poichè l’opera, anche nella più antica Recensione, contiene insegnamenti e cognizioni talmente elaborate e sottili non ascrivibili agli indigeni dell’epoca ma sono da ascrivere probabilmente ad una precedente civiltà molto evoluta. In questo Libro ho trovato molto interessante la Confessione Negativa, composta di oltre quarantadue "confessioni" di comportamenti, che il defunto doveva affermare davanti al giudice Supremo Osiride ed ad altri 42 Dei minori invocati come "Signori di Verità e Giustizia". Tali dichiarazioni al negativo ricordano i Dieci Comandamenti, ma a mio avviso alcune sono molto più profonde e presuppongono un alto contenuto di civiltà e saggezza che noi non abbiamo ancora raggiunto. Ne elenco alcune e giudicate voi:

Non ho fatto piangere nessuno
Non ho ostacolato la Verità
Non ho terrorizzato nessuno
Non ho commesso iniquità contro gli uomini
Non ho maltrattato i sottoposti
Non ho maltrattato gli animali
Non ho cercato di conoscere ciò che non si deve .
Non ho calunniato
Non ho affamato nessuno
Non mi sono arrabbiato senza giusta causa
Non sono stato ingiusto
Non ho esagerato con le mie parole
Non ho agito con arroganza
Non ho agito con odio

Poi vi sono altre confessioni tipo Non ho ucciso, Non ho bestemmiato, Non ho rubato ecc che sappiamo bene sono ripresi anche dalla religione cristiana con i Dieci Comandamenti. Ricordiamoci che, secondo la tradizione Mosè, era stato educato alla corte dei Faraoni.

Si può notare come per gli antichi Egiziani sia altissimo il senso della Giustizia e fondamentale la conseguente ricerca della Verità per questo invocavano i loro Dei come "Signori di Verità e Giustizia" . Per loro il mondo non era vivibile se non veniva sconfitta l'ingiustizia e ricercata la verità. Nei Testi delle Piramidi è detto: "Dì ciò che è, non dire ciò che non è, l'abominio di Dio è la falsità della parola".

Il più sublime "Comandamento" tra quelli riportati sopra, penso, sia Non ho fatto piangere nessuno! Che equivale più o meno al messaggio cristiano dell’ama il prossimo tuo come te stesso e il “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” che furono dimenticati nella stesura dei dieci comandamenti di matrice ebraica e che Gesù Cristo venne sostanzialmente a integrare diversi secoli dopo.

Possibile che Yahweh, se davvero si trattava del dio trascendente creatore dell’intero creato, si sia dimenticato di alcune leggi universali? Possibile che non si interessasse di questi aspetti? La domanda è ovviamente retorica. Le risposte possono essere trovate nello studio dei cosiddetti vangeli gnostici, ma non è argomento di oggi, almeno non del tutto.

Nel passato, in momenti di crisi delle loro società, eminenti personaggi come Erodoto, Pitagora, Platone, Plutarco, Apuleio ecc hanno cercato un messaggio di verità e certezza nella civiltà e società Egizia che ancora era presente. Oggi, dopo oltre duemila anni, in una società che ha perso ancora di più tutti gli antichi valori, moltitudini di persone, forse anche inconsciamente, si rivolgano, sempre più numerosi, alle antiche civiltà, soprattutto quella egiziana, per trovare delle certezze. Una civiltà che, prima distrutta dalle legioni romane e poi sepolta dalle nuove Religioni, mantiene ancora intatti i sui valori universali che si riassumano in due parole: Verità e Giustizia.

Più ci si addentra nello studio di questa civiltà così perfetta, più ci si rende conto di quanta falsità, voluta, pervada la nostra società. Una cosa ci inquieta e ci resta da capire: come poteva questa civiltà avere, fin dal suo albore, un senso della rettitudine così elevato? Chi aveva dato loro queste certezze?

Per capirlo dobbiamo tornare indietro di diversi secoli, quando dopo il Diluvio gli dei si riunirono in assemblea per decidere le sorti dell’Umanità sopravvissuta al terribile cataclisma. Durante questa assemblea gli dei si spartirono i territori e i popoli sopravvissuti di modo da poter ricostruire nei millenni a venire nazioni prosperose sul piano tecnologico e culturale così come lo erano state quelle antidiluviane.

Una suddivisione territoriale originariamente nata a fin di bene pertanto, propedeutica al trasferimento di quelle conoscenze necessarie a guidare la “Rinascita” dell’Umanità dopo la tremenda catastrofe alla quale era stata sottoposta. Conoscenze riconducibili all’allevamento, all’agricoltura, alla metallurgia, e anche alla definizione di un sistema di norme destinato a regolamentare i rapporti Uomo-Natura-Stato-Anima a seconda dell’idea e della filosofia dell’Elohim di riferimento. Conoscenze che venivano concesse secondo un piano temporale ben preciso che doveva evitare il rischio di conferire tecnologie avanzate a popolazioni non ancora in grado di usarle. Fornireste voi il segreto dell’atomo a sparuti gruppi di allevatori-contadini?

Ecco quindi che l’Egitto fu assegnato a uno o più Elohim con il/i suo/i carattere/i, l’area mesopotamica a un secondo Elohim, il mesoamerica a un terzo ancora, l’oriente al successivo e così via.

Alcuni Elohim erano più importanti di altri e furono assegnate loro quelle popolazioni destinate a diventare le prime grandi società urbanizzate della nostra storia, altri Elohim minori ebbero in dote tribù minori. Alcuni territori e gli umani ivi residenti non vennero assegnate… troppi pochi Elohim a disposizione per tutti.

Divinità che secondo diverse teorie alternative non corrispondono all’idea di esseri trascendenti, onnipotenti, ma esseri in carne ed ossa, molto più simili pertanto agli esseri umani, molto più tangibili che immateriali. Richiamiamo qui le teorie di Mauro Biglino, gli studi di Biagio Russo e le teorie degli Antichi Astronauti di Von Daniken e Tsoukalos.

Ma se questi esseri, che per comodità chiameremo Elohim/Anunnaki seguendo i termini riscontrabili nel testo biblico così come nelle epopee sumere tradotte dal Kramer, erano più “umani” che “divini” allora dovevano avere le stesse peculiarità di noi esseri umani: sentimenti, passioni, idee, psicologia, specifiche per ciascuno di loro.

Nel corso dei nostri studi abbiamo identificato due correnti principali:

- Lato A: seguaci degli Anunnaki di Enlil, i quali temono un essere umano ‘potente’ considerato l’aspetto animale implicito nel concetto di ibridazione iniziale;

- Lato B: seguaci degli Anunnaki di Enki, che invece auspicano un percorso di progresso tecnologico parallelo a un percorso di evoluzione spirituale.

Alle quali correnti si aggiunge un terzo incomodo. Già, poiché durante l’Assemblea degli Anunnaki a un Elohim non fu concesso nulla. Non sappiamo il perché. Forse poiché non ritenuto idoneo dai suoi ‘colleghi’ divini. Il suo nome è Yahweh e, colpito dall’offesa ricevuta, decise in cuor suo di prendersi con la forza ciò che gli fu negato andando a cercare una di quelle popolazioni non sotto la tutela di altri Elohim come ad esempio gli Aditi di Ubar o una tribù di Ur nella quale viveva un tale di nome Abramo.

Anche per essi era necessario realizzare un corpus legislativo idoneo a formare il proprio popolo come una nazione, ma nel caso degli Ebrei di Yahweh per farlo dobbiamo aspettare l’arrivo di Mosè e l’Esodo dalla terra d’Egitto.

Torniamo allora ai dieci comandamenti più famosi, quelli su cui sostanzialmente si fonda l’occidente giudaico-cristiano. Ecco che gli stessi non ci appaiono più come regole universali dettate da un dio unico trascendente, immanente, onnipotente e infallibile. Essi sono il tentativo, parzialmente copiato peraltro dalla raffinata cultura egiziana, di formare un popolo e una nazione, prima della conquista del territorio che Yahweh si scelse unilateralmente contravvenendo a quanto disposto in sede di assemblea dagli altri Elohim: la Palestina… e poi il mondo.

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Mappa che mostra la diffusione delle religioni abramitiche (color porpora) nei confronti delle Religioni darmiche (in giallo) – quasi 5 miliardi di persone invocano Yahweh come dio unico.

Fonti:
- http://www.veja.it/2009/12/07/i-10-coma ... 99america/
- http://www.disinformazione.it/diecicomandamenti.htm
- http://www.mtb-forum.it/community/forum ... hp?t=89899
- http://www.luoghimisteriosi.it/piemonte ... gizio.html
- http://it.wikipedia.org/wiki/Bushid%C5%8D
- http://www.ufoforum.it/topic.asp?TOPIC_ID=12793

http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/ ... O_ID=10036


Ultima modifica di Atlanticus81 il 08/08/2013, 18:16, modificato 1 volta in totale.


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MessaggioInviato: 15/08/2013, 01:18 
Laston ha portato alla mia attenzione il caso degli Zo'é, una tribù della foresta amazzonica con uno strano rituale, simile a quello che veniva fatto nell'antico egitto.

Gli Zo'é

Gli Zo’è sono entrati per la prima volta in contatto con l’esterno nel 1982, per iniziativa dei missionari evangelici. Decimati dalle malattie immediatamente dopo, oggi si sono ripresi e il loro numero ha ricominciato a crescere.

Gli Zo’é sono una piccola tribù isolata e vivono nel folto della foresta amazzonica del nord del Brasile. Sono entrati stabilmente in contatto con gli esterni nel 1987, quando i missionari fondamentalisti della New Tribe Mission costruirono una base nelle loro terre. Il loro territorio è stato riconosciuto ufficialmente dal governo, che ne controlla anche l’accesso dall’esterno per limitare il rischio di trasmissione di malattie potenzialmente fatali per gli Zo’é, come l’influenza e il morbillo.

...

Nella società Zo’é regna l’uguaglianza. Non ci sono capi, anche se, in materia di matrimoni, riapertura di vecchi orti o insediamento di nuove comunità, l’opinione di uomini particolarmente abili nel parlare, conosciuti come yü, ha più peso rispetto a quella degli altri

Gli uomini sono abilissimi cacciatori. Solitamente cacciano da soli, ma in alcuni periodi dell’anno, per esempio durante “la stagione delle scimmie grasse” o “il tempo dell’avvoltoio reale”, organizzano battute di caccia collettive.

In presenza di grosse mandrie di pecari, gli Zo’é cacciano insieme, inseguendo gli animali animatamente e lanciando frecce; intanto le donne raccolgono i piccoli, immobilizzati dallo spavento, e li portano nelle comunità dove vengono poi allevati come animali domestici (raimbé). Gli Zo’é inoltre pescano usando arpioni dalle punte intrise di timbó un veleno ricavato dal succo di una vite.

Fin dall’infanzia, gli Zo’é indossano lo m’berpót, un lungo bastone di legno molto leggero inserito nel labbro inferiore.

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A spiegare loro come usarlo fu un antenato chiamato Sihié’abyr. Una delle cerimonie più importanti nella vita, un rito di passaggio per i bambini, è la perforazione del labbro inferiore; di solito avviene a 7 anni per le femmine e a 9 anni per i maschi. Durante la cerimonia, il labbro viene forato con l’osso appuntino della gamba della scimmia ragno e vi viene inserito un m’berpót sottile, che sarà poi sostituito con bastoni più grandi man mano che i bambini crescono.

http://www.survival.it/popoli/zoe

Concordo con lui quando dice che la prima cosa che viene in mente guardandoli e' stata una certa somiglianza con la barba posticcia dei faraoni che, se non erro, avevano l'usanza di apporre al mento anche tramite nastri appositi e piu' era importante la barba, piu' era meritevole di rispetto......

Presso gli Zo'é la cosa è identica, piu' e' grande il cilindro, piu' è rispettevole l'individuo (donne comprese)... al di la della somiglianza nel vederli è curioso come due razze a km di distanza utilizzino due modi similari per raffigurarsi come i propri dei.

Forse erano gli stessi dei... quegli stessi dei che ispirarono le prime società umane alla Rinascita post-diluviana. Solo che gli Zo'é, per qualche motivo, rimasero fermi all'inizio di questo 'percorso evolutivo'.

[;)]



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